Il sistema di monitoraggio del Morandi non funzionava dal 2016. Forse perché i cavi erano stati strappati durante alcuni lavori sul ponte. Pm e Finanza genovesi stanno valutando se la presenza dei sensori avrebbe potuto rivelare la malattia del ponte. Ma ci sono altri elementi su cui ci si sta concentrando: il ‘Catalogo dei rischi’ – un documento di Autostrade sulla sicurezza delle opere – dal 2014 al 2016 aveva parlato di un “rischio crollo” per il Morandi. È la prima volta che viene trovato un documento che mette nero su bianco il rischio della catastrofe. L’analisi – come raccontato da Repubblica – sarebbe passata in vari cda. Dopo il 2016, però, nel Catalogo il giudizio sul Morandi passa da “rischio crollo” a “rischio di perdita di stabilità”. Una valutazione meno severa. E qui gli inquirenti vogliono capire se il calo del rischio sia da mettere in relazione proprio con la cessazione delle rilevazioni dei sensori. Il rischio, ipotizzano i pm, forse era invariato, ma mancavano i dati. C’è chi sottolinea che nei report successivi al 2016 si fa cenno al “sistema” che non avrebbe fornito segnali allarmanti. Com’era possibile se i sensori non erano attivi? Autostrade dovrà spiegarlo. Qui l’inchiesta sul Morandi si intreccia con l’ipotesi di falsi nei dossier sulla sicurezza. Elemento cardine sono i cassoni, cioè le intercapedini sotto il piano stradale che contribuiscono a tenere in piedi la struttura. Dal 2013 quelli del Morandi – e di molti altri viadotti – non venivano ispezionati. Eppure nei documenti di Autostrade era stato assegnato al Morandi un voto di sicurezza inferiore a 50 (oltre si devono predisporre riduzioni del traffico). Dopo la tragedia, esaminando i resti del ponte, gli ispettori ministeriali hanno dato ai cassoni un voto ben più severo: 60.
La concessione non si tocca Atlantia lascia il tavolo Alitalia
L’epilogo era nell’aria e sembra considerato definitivo nei palazzi di governo. Altantia, la holding dei Benetton che controlla Autostrade, è fuori dal salvataggio di Alitalia. È il risultato della rottura nella trattativa parallela sulla concessione aperta dopo il disastro del Morandi di agosto 2018. Due partite che per mesi i governi gialloverde e giallorosa hanno goffamente tentato di presentare come distinte.
Adesso per Alitalia si fa davvero nera. Martedì il cda di Atlantia aveva reso noto che non c’erano ancora le condizioni per chiudere il consorzio per il salvataggio del vettore, insieme alle Ferrovie (35%) al Tesoro italiano (15%) e all’americana Delta (10). Mercoledì, risulta al Fatto, gli emissari del colosso hanno invece fatto sapere al ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli (M5s) che, non avendo avuto rassicurazioni sulla concessione, si sfilavano dalla partita Alitalia. A inizio settimana era infatti avvenuta la rottura la tavolo aperto al ministero dell’Economia. Dismessi gli intenti bellicosi di revocare l’intero contratto, il governo si era ormai rassegnato a una “revisione”. Ad Atlantia è stato chiesto di ridurre le tariffe e accettare il nuovo sistema per calcolare i pedaggi dell’Autorità dei Trasporti (contro cui le concessionarie hanno aperto una guerra legale), oltre a potenziare gli investimenti per ridurre gli extra profitti e aumentare le manutenzioni. Atlantia avrebbe dato disponibilità solo a ridursi del 5% i pedaggi, percentuale certo negoziabile, ma nulla di più. Una posizione inaccettabile per i 5Stelle, ma pare anche per il resto della maggioranza.
Patuanelli ne ha preso atto e ha fatto il punto nel Consiglio dei ministri tenutosi ieri sera con all’ordine del giorno il “cantiere Taranto” dopo la crisi dell’Ilva innescata dal tentativo di fuga di Arcelor Mittal.
Alitalia è ormai destinata a diventare il secondo fronte pericoloso, con i suoi 11 mila dipendenti. Ieri era l’ultimo giorno per presentare l’offerta vincolante. Il governo sperava almeno nella formazione definitiva del consorzio, anche perché Delta aveva dato rassicurazioni sulle sue intenzioni di investire 100 milioni (ribadite anche ieri). Invece è arrivato il dietrofront di Atlantia, che in questi mesi ha lavorato per far correre la partita in parallelo col dossier revoca. Nel 2008 i Benetton riuscirono a ottenere dal governo Berlusconi la generosa concessione di Autostrade, blindata per legge e con clausole capestro per lo Stato, in cambio della partecipazione al salvataggio di Alitalia con i “capitani coraggiosi”. Lo stesso scambio osceno riproposto oggi.
Il guaio è che al momento il governo non ha un piano B. Arriverà una nuova proroga delle scadenze, la sesta in due anni, ma al momento un investitore alternativo ad Atlantia non esiste. L’ipotesi nazionalizzazione non vede il governo unito. La maggioranza sembra invece compatta nella reazione ai Benetton. Ieri la ministra dei Trasporti Paola De Micheli Pd, ha attaccato autostradale commentando le ultime novità che emergono dall’inchiesta genovese sul crollo del Morandi: “Chi ha in custodia un bene pubblico come una strada deve sapere che sta svolgendo in quel momento un ruolo pubblico. Se non si assume questa responsabilità o fa altro o la deve pagare”. Duro anche Di Maio: “I morti del Morandi non si barattano”.
Adesso, pare, la partita revoca si potrebbe riaprire, se non altro per reazione al colpo inferto da Atlantia. A quanto filtra sarebbe stato chiesto un parere all’avvocatura di Stato sulla possibilità di revocare la concessione. Sarebbe il secondo parere, dopo quello degli esperti ministeriali voluto dall’ex ministro Danilo Toninelli. Vale la pena di ricordare, che fu Palazzo Chigi, all’indomani del crollo del Morandi, a comunicare di “aver avviato l’iter per la caducazione del contratto”. Un anno dopo, siamo sempre lì.
“Il manganello? Di’ che non è tuo, ma di tua figlia”
Il manganello retrattile trovato nella sua auto? “Un giocattolo di Carnevale di mia figlia”. Quando i pm di Massa hanno interrogato il carabiniere Massimiliano Caporale hanno sgranato gli occhi: si stava indagando sui pestaggi nelle caserme dell’Arma di Aulla e della Lunigiana e si chiedeva da dove venisse quel manganello sfollagente trovato nell’auto del militare. Ma la sorpresa non era finita, come è ora emerso alle udienze del processo, perché dalle intercettazioni si è scoperto che – stando alle parole di Caporale – quella versione era stata condivisa addirittura con il generale dell’Arma Emanuele Saltalamacchia all’epoca dei fatti comandante della Legione Toscana. Lo stesso che è imputato nell’inchiesta Consip insieme con l’allora comandante generale dell’Arma, Tullio Del Sette.
L’inchiesta sui pestaggi di Aulla, esplosa nel 2017, parlava di pestaggi, violenze, minacce, insulti razzisti di cui sarebbero autori carabinieri. Le vittime quasi sempre erano immigrati. Un’indagine che ha portato 28 rinvii a giudizio. Oggi siamo al processo. Nei giorni scorsi sul banco dei testimoni sale Antonio Mundo, il maresciallo che ha condotto le indagini. Si parla del manganello retrattile. Ed ecco un dettaglio inedito: “In un’intercettazione – racconta il testimone – Massimiliano Caporale riferisce le battute che si è scambiato con il generale Saltalamacchia quando è andato in visita a Pontremoli… Caporale testualmente poi ha detto: il generale ‘ha passato in rassegna tutti… quando è arrivato a me… piacere, comandi, appuntato Caporale Massimiliano, indagato da stamattina’”, così avrebbe detto il giovane militare presentandosi. Saltalamacchia, secondo Caporale, avrebbe risposto: “Come indagato da stamattina?”. L’appuntato gli avrebbe riferito: “Mi hanno indagato per porto abusivo di arma”. “Cosa aveva?”, chiede il generale. “Un manganello in macchina”. E qui comincia lo scambio di battute: “Appuntato, quanti figli ha?”. Risposta: “Tre”. E Saltalamacchia: “Di quanti anni?”. Caporale: “Nove, otto e cinque. È Carnevale”. A questo punto il generale chiosa: “Che differenza c’è tra quello che aveva lei e quello che avevano i suoi figli?”.
Che cosa ha detto Caporale agli investigatori quando gli è stato chiesto di chi fosse il manganello? Basta leggere le carte del processo: “Si rimette alla valutazione del Tribunale – scrive nelle sue conclusioni il pm – la giustificazione fornita dal Caporale cioè che il manganello si trovava in macchina perché utilizzato dalla bambina (sic!) per Carnevale”. Proprio come si sono detti con il generale. I pm mostrano dubbi sulla risposta dell’appuntato. L’episodio, però, in mezzo a un’inchiesta tanto complessa non ha avuto conseguenze. Nemmeno per Saltalamacchia – si tratta comunque di una circostanza appresa da terze persone e quindi priva di valore in sede giudiziaria – che non è indagato a Massa. Nessun rilievo penale, ma forse qualche imbarazzo. E non è la prima volta che il comportamento di Saltalamacchia e dei vertici locali dei carabinieri suscita polemiche.
È stato lo stesso generale, sentito come testimone, a riferire alcuni episodi: “Parlai con l’allora procuratore di Massa (Aldo Giubilaro, ndr) e gli dissi che io non ero assolutamente d’accordo con la procedura. Il colonnello a capo dei carabinieri di Massa mi disse che il procuratore aveva intenzione di ambientalizzare la compagnia di Pontremoli, le stazioni di Aulla, Licciana Nardi e Albiano Magra… era proprio sproporzionato”. Un intervento irrituale? Saltalamacchia sostiene di essere stato convinto che le cimici fossero utilizzate per un’inchiesta minore. Convinti o meno, i pm vogliono chiarire perché il generale chiamò il procuratore capo e non la pm Iacopini che si occupava dell’inchiesta: “Ero convinto che fosse lui titolare dell’inchiesta”. Ma il generale, gli viene ricordato, avrebbe fatto presente al procuratore che, a suo giudizio, la pm che si occupava dell’inchiesta – la stessa Iacopini – era “giovane e inesperta”. È davvero così, è stato chiesto a Saltalamacchia? “Non lo so, però ci potrebbe stare”.
Pierluigi Toti ai pm: “C’era De Vito a cena con Elia Valori”
La rete di rapporti che circonda Marcello De Vito arriva fino a personaggi impensabili. Il redivivo presidente del consiglio comunale di Roma nei mesi precedenti al suo arresto era entrato in contatto persino con Giancarlo Elia Valori, 79 anni, già presidente di Autostrade per l’Italia. Breve preambolo storico: Valori figurava nell’elenco P2 come espulso. Al pm Domenico Sica nel 1981 disse: “Gelli mi propose di entrare nella P2 ma io rifiutai non sono mai stato iscritto(…) firmai una richiesta di adesione a un centro culturale europeo (…) che sostanzialmente era la rappresentazione esterna della Loggia P2”. Però non versò nessun contributo.
Ci voleva un po’ di archeologia della massoneria per capire la sorpresa che si incontra nel leggere nelle carte delle indagini dei pm romani Paolo Ielo e Barbara Zuin, che il costruttore Pierluigi Toti ha raccontato ai pm: “Ho incontrato De Vito a fine giugno 2017 in una cena organizzata da Valori. Eravamo presenti, io, De Vito, Valori, Gianluca Bardelli. Mi ha invitato Valori e mi ha detto che ci sarebbe stato anche Bardelli e De Vito (…) dal livello di confidenza mostrata durante la cena ritengo che Valori abbia chiesto a Bardelli di portare De Vito e non che sia stato Valori a invitarlo”.
Era noto che De Vito è indagato per traffico di influenze per i 110 mila euro pagati dal gruppo Toti per una consulenza all’avvocato Camillo Mezzacapo, al fine di sfruttare le relazioni di De Vito stesso per l’approvazione del progetto di riqualificazione degli ex Mercati Generali, di interesse del gruppo Toti. Parte dei soldi, 48 mila euro, sarebbero poi stati girati alla Mdl srl, “di fatto riconducibile al Mezzacapo e al De Vito”.
Dalle carte più recenti si scopre che i fratelli Toti nel giugno del 2019 sono stati interrogati e hanno scoperto di essere indagati con De Vito, Gianluca Bardelli e l’avvocato Marco Simone Mariani. Il reato contestato è l’induzione indebita ex articolo 319 quater. Per i pm De Vito, Mariani e Bardelli “abusando della qualità e dei poteri di pubblico ufficiale del primo indebitamente inducevano Toti Pierluigi e Toti Claudio a conferire allo studio legale Mariani Associati l’incarico professionale di ‘consulenza e assistenza legale’ in relazione ai procedimenti amministrativi in trattazione al Comune di Roma denominati Ex Mercati Generali e Progetto Collina verde in località Collina Muratella, (che interessavano al Gruppo Toti, ndr) per un corrispettivo di 200 mila euro (già corrisposto a titolo di retainer free) e della ulteriore somma di 1 milione e 100 mila euro (dovuta a titolo di success fee e non ancora versata), quale adempimento necessario al fine di pervenire all’approvazione dei progetti, alla stipula delle convenzioni urbanistiche nonché al rilascio delle autorizzazioni…”.
Il Gip Maria Paola Tomaselli nel decreto con il quale autorizzava ad aprile le intercettazioni scriveva che “dagli elementi acquisiti è ragionevole allo stato ipotizzare che vi sia un ulteriore soggetto (o più soggetti) con cariche pubblicistiche, diverso da De Vito, che costituisca il beneficiario finale (unitamente al Mariani) delle elargizioni effettuate a titolo di pagamento di consulenze del gruppo Toti”. Per il Gip “Sia Mariani sia Bardelli risultano interessati al pagamento da parte dell’imprenditore della consulenza il cui ammontare è di 50 mila euro al mese”. In quella prima fase dell’inchiesta il reato ipotizzato era l’articolo 319, cioé la corruzione, poi i pm hanno cambiato idea. L’avvocato Mariani è stato interrogato a giugno dai pm e ha negato anche questa contestazione minore sostenendo che non c’era nessuna induzione e che il suo incarico di assistenza legale è stato reale. Al Fatto dice: “Io ho lavorato un anno e mezzo, come ho documentato quando sono stato sentito dai pm, e le dico anche che pretendo di ricevere quel che mi spetta dal committente”.
I Toti si configurano negli interrogatori come vittime appunto di un’induzione indebita a cui hanno ceduto. Pierluigi Toti ha raccontato “conosco il prof. Valori (non indagato e estraneo all’inchiesta, ndr) da circa trent’anni (…)ci incontravamo spesso e gli avevo confidato, tra Novembre e Dicembre del 2016 la mia preoccupazione per le sorti del progetto dei Mercati Generali, la cui mancata approvazione avrebbe certamente condotto il gruppo al fallimento. Ho chiesto a Valori di potere capire le ragioni del silenzio dell’amministrazione comunale e lui mi ha proposto di rivolgermi a Bardelli, quale persona molto influente nel mondo dei Cinque Stelle”. Bardelli è titolare di una grande officina Jaguar e Land Rover a Roma ed è un influencer M5S ma più che con i commenti su Twitter sembra influenzare con le sue relazioni. Dice Pierluigi Toti ai pm: “in occasione di un incontro programmato con mio fratello Bardelli ha fatto trovare a sorpresa De Vito nella sua officina”. Secondo Toti, Bardelli fu chiaro: “con diffide e ricorsi non saremmo mai andati avanti nel progetto e le nostre società sarebbero fallite (…) avremmo invece dovuto dare un incarico all’avv. Mezzacapo”. Quando i Toti chiedono di non rinnovare l’incarico a Mezzacapo, secondo loro, si sentono dire da Bardelli che però avrebbero dovuto rivolgersi all’avvocato Mariani. La versione dei Toti è tutta da verificare. Alla fine non è chiaro nemmeno se questa indagine porterà a un processo. Di certo svela che il potere in Italia dalla prima alla terza repubblica non è cambiato molto.
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Corte dei Conti: “Galan risarcisca Venezia”
Era meglio di un prestigiatore, l’ex governatore veneto e ministro Giancarlo Galan. Tra il 2004 e il 2005 aveva dato prova di come fosse possibile prendere 26 milioni di euro, destinati al disinquinamento della Laguna di Venezia, e dirottarli su altri capitoli di spesa, estranei alle finalità della Legge Speciale sotto il cui ombrello lo Stato aveva concesso il finanziamento.
Dal cilindro, ecco spuntare 24 milioni per il Patriarcato di Venezia, per lavori di ristrutturazione della Curia, del seminario, della Basilica della Salute, e altri due per la Comunità ebraica, per una casa di riposo per anziani. Come fanno i bravi illusionisti, tutto era avvenuto alla luce del sole con una spericolata partita giocata su quattro tavoli, fino alla Presidenza del Consiglio, dove all’epoca stava Silvio Berlusconi. Ma adesso arriva la condanna della Corte dei Conti, proprio nei giorni successivi all’acqua altissima del 12 novembre. Galan dovrà risarcire 764 mila euro alla Regione Veneto. E gli è andata ancora bene, perché la prescrizione ha sanato la fetta più imponente del danno erariale. L’invito a dedurre è datato ottobre 2018, i pagamenti contestati non hanno potuto andare a ritroso nel tempo se non fino all’autunno 2013. Nella rete è rimasto solo un milione 274 mila euro e su questa somma è stato calcolato un “quantum” pari al 60%. Il resto cancellato.
Ci si domanda perché la realizzazione del Mose vada così a rilento. Questo caso, anche se non direttamente legato, è la dimostrazione di quanto la discrezionalità politica possa sviare l’uso dei fondi dalla loro finalità originaria. Non tangenti, ma comportamenti compiacenti. Evidentemente, 15 anni fa il potentissimo Galan se lo poteva permettere. Nel 2004 era alla fine del suo secondo mandato, poi ci sarebbe stato il terzo. Dallo Stato la Regione aveva a disposizione tanti milioni per Venezia. Lui – scrivono i giudici contabili – decise “di distrarre fondi stanziati per la realizzazione di interventi di disinquinamento o di prevenzione, in favore di un soggetto privato per il restauro di immobili”. Nell’elenco c’erano l’acquedotto del Cavallino, le Valli di Chioggia, le fogne di Venezia, una vasca “prima acqua” a Gazzera-Mestre e interventi di prevenzione dell’inquinamento.
Agì giocando su quattro tavoli. Innanzitutto il Patriarcato del cardinale Angelo Scola, che nel 2011 sarebbe diventato arcivescovo di Milano, con una spesa importante e onerosa. Poi il Comitato per la Legge Speciale, che doveva sovrintendere ai soldi stanziati e a cui Galan chiese inizialmente l’assenso per cambiarne destinazione. Ricevette un diniego e pensò di rivolgersi al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, all’epoca Gianni Letta. Il 30 dicembre 2004 una nota di Palazzo Chigi “aveva espresso condivisione alla volontà della Regione”. Ma, scrivono i giudici, “il sottosegretario non aveva alcun ruolo nel procedimento, la sua nota non poteva entrare ad alcun titolo nella determinazione causale sulla deviazione dei fondi”. Quarto tavolo, la giunta regionale che votò per due volte le proposte di Galan, che ne fu il relatore. Nel 2004 annullò la destinazione a fini ambientali. Nel 2005 approvò il finanziamento dei restauri per il Patriarcato e la Comunità ebraica. Nessuno obiettò, qualcuno era assente. Per gli assessori nemmeno la citazione in giudizio per danni, eccetto Renato Chisso (poi arrestato per lo scandalo Mose). Ma è stato assolto perchè anche lui si limitò a recepire le direttive del nuovo Doge di Venezia.
Prescrizione all’ultima curva. La Camera voterà a dicembre
La proposta di legge di Enrico Costa per abrogare la norma che – a partire dal primo gennaio 2020 – elimina la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, potrebbe arrivare in aula alla Camera in dicembre. Di certo arriverà un voto sull’urgenza di questa proposta: se passa, Montecitorio si esprimerà prima dell’entrata in vigore della norma Bonafede. Enrico Costa, l’autore della proposta, ha depositato la dichiarazione d’urgenza a nome del gruppo Forza Italia – Berlusconi. Dunque, il 27 novembre la conferenza dei capigruppo dovrà votare su tale urgenza. E se non ci sarà l’unanimità, come è probabile, toccherà all’aula di Montecitorio esprimersi sull’urgenza a sua volta. Se passa, la legge si vota l’11 dicembre. Come dice lo stesso Costa, “il Pd dovrà decidere da che parte stare”. L’accelerazione di Forza Italia arriva dopo il vertice di martedì notte sulla giustizia, finito con un muro contro muro tra il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, che non ha alcuna intenzione di tornare indietro sulla prescrizione e i Dem, che chiedono di rimandare l’entrata in vigore della norma, senza garanzie sulla durata dei processi. Se la maggioranza non trova un accordo politico, l’aula si troverà a esprimersi comunque sulla questione. Il Pd minaccia di votare la proposta Costa. Che in questo momento, dunque, funziona come un’arma di pressione sui 5Stelle.
Ieri sui giornali italiani sono andati all’attacco dello stop alla prescrizione quelli che per il Pd stanno seguendo il dossier: Alfredo Bazoli, Michele Bordo, Andrea Giorgis, Franco Vazio. Mentre Andrea Orlando è intervenuto prima su Repubblica e poi sull’Huffington nel pomeriggio: “Senza un accordo su come accelerare il processo, diventa inevitabile il rinvio della legge di Bonafede sulla prescrizione. Se la prescrizione viene bloccata dopo la sentenza di primo grado, lo Stato si deve assumere l’onere di garantire ai cittadini tempi certi del processo”, ha detto l’ex Guardasigilli. E poi, ancora: “Si sapeva che c’erano difficoltà e si stanno facendo delle proposte che mirano a ridurre le distanze. E credo che sia interesse di Bonafede trovare un accordo, altrimenti in aula quel punto sarà cambiato inevitabilmente”. Ma “non salterà il governo”, assicura. Sarà.
Stefano Ceccanti, Base Riformista, per dire, è un po’ meno convinto sul punto: “Il terreno più esplosivo nella maggioranza resta quello della giustizia. È evidente che se il ministro Bonafede insiste sulla non negoziabilità dell’entrata in vigore del blocco della prescrizione dopo il primo grado, varata a suo tempo dal precedente governo, il governo rischia”.
Lo stesso Costa, però, denuncia: “Il Pd abbaia ma non morde. Minaccia tuoni e fulmini sulla prescrizione, ma è destinato a calare le braghe accucciandosi ai piedi di Bonafede. Gli esponenti del Pd, visto che il Guardasigilli terrà duro, si accontenteranno di qualche pannicello caldo per dimostrare di esistere, e non otterranno nessun rinvio”. Una visione interessante. Quanto realistica?
Difficile capirlo a questo punto della storia. Quello che è vero è che il Pd sta cercando di convincere il ministro della Giustizia a introdurre una variabile, nel secondo grado di giudizio: ovvero introdurre un termine indipendente dalla prescrizione, oltre il quale il processo si estingue. Il tentativo, insomma, è quello di introdurre un limite massimo alla durata dei processi. Il Pd sta ragionando anche su diversi termini per diverse tipologie di reato. E sarebbe pronto a rinunciare allo sconto di pena davanti a processi che durano troppo, un’altra delle proposte fatta durante il vertice. Finora Bonafede ha detto di no. E ha proposto per gli assolti in primo grado una corsia preferenziale in appello e una più facile agevolazione per la possibilità di accedere all’indennizzo, che già esiste, qualora ci sia uno sforamento dei termini”. Il Pd ha detto no. Chi lo sa se la minaccia della legge cambierà qualche equilibrio?
Quando Casellati voleva il vincolo di mandato
Era il 15 marzo del 2013, il Movimento 5 Stelle era appena dilagato in Parlamento, dopo la vittoria delle elezioni di febbraio, e al Senato veniva presentato un disegno di legge costituzionale (Ddl) di modifica dell’articolo 67 della Costituzione, quello sul mandato imperativo. Quella modifica si limitava a sostituire una parola, una preposizione con un’altra: “All’articolo 67 della Costituzione, la parola senza è sostituita dalla seguente con”. Di fatto, l’introduzione del mandato imperativo, cioè la rispondenza diretta tra il rappresentante degli elettori e gli elettori stessi. A presentare il ddl non era un estremista “grillino” né qualche buontempone, ma colei che dopo una legislatura sarebbe diventata la presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. In solido con alcuni colleghi del suo partito, Forza Italia, come Anna Bonfrisco e Nitto Palma, oggi capo di gabinetto della stessa Casellati. I proponenti presentarono anche un ulteriore articolo per aggiungere all’articolo 94 della Costituzione un nuovo comma secondo il quale “Il presidente del Consiglio dei ministri si dimette qualora la fiducia sia stata ottenuta con il voto determinante di parlamentari non appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni”. La classica norma “anti-ribaltone”.
Come ha rilevato il professor Fulco Lanchester, docente di Costituzione italiana e comparata alla facoltà di Scienze politiche della Sapienza di Roma, in un saggio intitolato Crisi della rappresentanza in campo politico e divieto di mandato imperativo, l’argomento è “ricorrente e spalmato tra i gruppi e i partiti”. E ha riguardato il centrodestra e il centrosinistra in egual misura.
Negli ultimi 25 anni si sono avuti almeno quattro progetti di legge di revisione costituzionale in materia. Nel 1999 è Paolo Armaroli, di Alleanza nazionale, a proporre con l’Atto Camera 5923 la riforma del mandato imperativo proponendo di dichiarare decaduti dal presidente della Camera cui appartenevano “i parlamentari che comunque [avessero alterato] i rapporti di forza tra maggioranza e opposizione espressi dal corpo elettorale, o passando ad altro gruppo o modificando il voto di fiducia inizialmente espresso nei confronti del governo”.
Prima di quello a firma dell’attuale presidente del Senato un ddl costituzionale, il numero 1127, era stato presentato dal senatore della Lega Nord, Piergiorgio Stiffoni, che prevedeva l’imperatività del mandato senza mediazioni.
Poi è la volta del centrosinistra. Nella XVI legislatura viene presentato il ddl 2497 (13 dicembre 2010) a firma dei senatori Roberto Della Seta, Francesco Ferrante e altri che sostituiva l’articolo 67 nel seguente modo: “I membri del Parlamento rappresentano la Nazione senza vincolo di mandato. Decade dal mandato il parlamentare che s’iscrive a un gruppo parlamentare, diverso dal misto, che non rappresenti il partito per cui è stato eletto”.
Non si trattava di un intervento diretto sul mandato imperativo in senso stretto, ma si recuperava una modalità che negli anni 20 era stata prerogativa della Costituzione cecoslovacca contrapposta a quella di Weimar (studiata da Costantino Mortati, padre della Costituzione) e che prevedeva il vincolo di partito per garantire l’aderenza tra il rappresentante e il rappresentato, tra “l’agente e il principale” come scrive lo stesso Lanchester nel saggio citato.
“Tutti i ddl citati – aggiunge il costituzionalista – costituiscono indici empirici di concezioni contrastanti con la previsione costituzionale del libero mandato, risentono palesemente dell’esperienza dell’ultimo ventennio e si collegano in sostanza con le posizioni poste in evidenza – con altre motivazioni – dal M5S”. Basta confrontare questi testi con lo scandalo che pervade politici e illustri editorialisti (recentemente contro il mandato imperativo si è scagliato con molta accuratezza Ernesto Galli della Loggia) per cogliere la schizofrenia del dibattito pubblico. Ma per fortuna c’è Casellati.
Palazzo Giustiniani, le regole della reggia di “Queen Elizabeth”
C’è una riforma del Senato che la politica, con grave colpa, ignora da tempo. Una riforma che va svelata ai cittadini e poi esportata con orgoglio perché ha ripristinato, evviva, un adeguato decoro istituzionale. È la riforma, e qui la penna trema, dell’ascensore di Giustiniani, il cosiddetto “piccolo Colle”, un palazzo del XVI secolo che conserva la facciata del Borromini, nel ‘47 accolse la firma della Costituzione, adesso ospita gli uffici di senatori a vita, ex alte cariche della Repubblica e ha l’onore di fungere da appartamento del presidente Elisabetta Casellati. Orbene la riforma ha scardinato la pulsantiera dell’ascensore per introdurre un tasto con chiave – cioè a disposizione degli addetti più discreti – che conduce al secondo livello, alla residenza privata di Casellati. Si tratta di un piccolo accorgimento, per fortuna non affogato nelle lungaggini burocratiche, che consente un rapido trasbordo delle pietanze, dei commensali e del medesimo presidente. Il tasto con chiave ha ridotto l’andirivieni di piatti dalle cucine di Palazzo Madama, spesso respinti perché troppo freddi, e ha imposto il necessario riserbo agli spostamenti di Casellati, e pazienza che al secondo livello siano ubicati i saloni della Costituzione o del Ventaglio, luoghi della Repubblica che la Repubblica, per esempio, mostra agli studenti in gita. Ai più distratti può sfuggire il valore della riforma, per delucidazioni più ampie si possono raccogliere le testimonianze degli altri inquilini di Giustiniani, i senatori, anche anziani, costretti ad attendere l’ascensore al solito bloccato, in orario di pranzo, al piano di Casellati.
Per rendere più agevole l’afflusso a Giustiniani, la riforma ha previsto un ingresso laterale per avventori o collaboratori e riservato il principale ai senatori e al presidente Casellati che, per l’appunto, con il tasto con chiave, può raggiungere con maggiore serenità la residenza privata. Questo doppio accesso, in realtà, garantisce massima segretezza agli invitati di Casellati: imprenditori, dirigenti, politici e diplomatici che affollano le cene sempre ipocaloriche e sempre galanti che vengono servite dai camerieri in livrea. Così la riforma ha cancellato le spiacevoli tensioni tra i dipendenti del Senato e gli assistenti di Casellati, con i primi a chiedere il nome – il nome! – dei banchettanti e gli altri a pretendere un po’ di garbo per carità di patria. Per lo scorso otto marzo, festa della donna, Casellati ha offerto la condivisione del pasto alle colleghe senatrici. All’inizio ha limitato l’accesso alle senatrici di centrodestra, poi ha compreso che l’otto marzo non fosse la festa delle donne del centrodestra e ha allargato la platea alle senatrici di centrosinistra. Non ha riscosso il meritato consenso, e però le ha procurato l’epiteto di Queen Elizabeth. Tra i successi di Giustiniani va menzionata la cena per festeggiare l’82esimo compleanno di Silvio Berlusconi con l’amico Fedele Confalonieri e l’avvocato Niccolò Ghedini. Casellati definì “colpo di Stato” la condanna in Cassazione dell’ex Cavaliere. La riforma dell’ascensore, invece, è un bel colpo di status.
“Una grande piazza gioiosa a cui il Pd non sa parlare”
“Quanti aspettavano questo momento per scendere in piazza? Parecchi, a vedere i numeri. E tra questi parecchi anche coloro che erano targati 5stelle. Ex elettori o militanti ancora devoti. Esaurita la prima sorgente, hanno trovato in questo nuovo corso il piacere dell’immersione. Si chiamano sardine, mi pare. Quindi fanno il loro dovere di pesci”.
Un grande e improvviso moto ondoso. Ovunque sardine. Improvvisamente sardine. Professor Gianfranco Pasquino, questo è un movimento politico o un fenomeno ludico?
Tutti i movimenti alla loro nascita sono effervescenti, giovanili, disinvolti con la politica. È la loro natura.
E se fosse solo un tormentone? Un grande e chiassoso intermezzo della noia quotidiana? Il piacere di andare in piazza, scherzare, bere una birra e, trovandosi, esibire il pesciolino antiSalvini.
Incontestabile che la miccia sia la protesta alla temuta invasione salviniana. Un movente locale, in questo caso limitato all’Emilia Romagna. Però come considera che dopo qualche giorno questi pesciolini siano giunti fino a Sorrento, città non nota per il suo movimentismo? E credo che il fiume avanzi ancora, raggiunga anche Palermo.
Un movimento nazionale a sua insaputa.
Nato per disturbare Salvini. Ha centrato l’obiettivo.
Che ha dovuto riparare in fretta e convertire il bersaglio della propaganda: da tre giorni sono l’Unione europea, gli Stati servi, i risparmiatori in pericolo.
Il disturbo è stato enorme e credo che conserverà una sua spinta propulsiva. Un secondo traguardo, da segnalare, è che non ci sono soltanto giovani e giovanissimi, ma anche signori attempati e un gran numero di donne.
Un regalo per il Pd.
Oscurando così potentemente Salvini, il regalo si è fatto anche molto generoso. Infatti il Pd guarda con estremo interesse ma non ha i mezzi per collegarsi, connettere questo popolo così estraneo alla vita politica tradizionale.
Al Pd manca la reputazione pubblica.
La sinistra manca di quei soggetti intermedi che, ai tempi del Pci, costruivano in forme pulviscolari ma efficienti il tessuto connettivo con la società più popolare. Si sfornavano proposte, si avanzavano critiche. Era il perno sociale, e ora non c’è più. Esiste il Palazzo e il popolo. Nel Palazzo è rintanato il Pd. Il popolo se l’è preso Salvini.
Adesso le sardine saranno sempre in televisione, e i bravi ragazzi, nominati leader, saranno trasformati in opinionisti. Il grande teatro della comunicazione aggiorna con disinvoltura i ruoli di protagonista della scena. Li esalta e poi li tritura.
Andare in tv e stare sui giornali è fondamentale per farsi conoscere. Se non fossero stati in tanti a Bologna non avrebbero avuta l’eco che poi ha trascinato Modena e via via tutta l’Italia.
Lei non pensa che la televisione sia pericolosa per questi ragazzi?
Non dico di no. Ma considero che questo Mattia, uno dei leader bolognesi, mi è sembrato piuttosto scafato nella sua prima e impegnativa apparizione pubblica.
I girotondi, il popolo viola, quello del Vaffa, il No alla Costituzione. Aggregati temporanei, luoghi che si riempiono e poi si svuotano.
È nella natura dello spontaneismo, è la sua forza e il suo limite.
Il limite è la coalizione dei No. L’opposizione è una federa che contiene i diversi e le differenze ma non esprime una direzione di marcia.
È la grande questione, ammettiamolo. Anche se questo movimento sembra più ricco e più numeroso di alcuni altri che l’hanno preceduto.
Tante sardine in mare e nessun pescatore che se ne sia accorto. Sia il Palazzo che coloro che studiano, come lei, la politica non hanno avuto sentore.
Un segnale della difficoltà e della incapacità di lettura.
Magari le sardine non sono un movimento politico ma un grande, gioioso e provvisorio rito di piazza.
Il limite invece io lo vedo nell’identità sociale. Vanno in piazza solo i ceti più abbienti? Protestano solo coloro abituati al confronto, educati alla partecipazione? Ci sono le periferie lì dentro?
Salvini ha le periferie.
Ha realizzato una Lega di popolo. Se l’è cercato, l’ha messo su poco alla volta. La sua bravura è stata quella di divenire un grande fabbricatore della identità popolare. E Salvini può permettersi di perdere in Emilia Romagna, avrà comunque triplicato i consensi. Invece il Pd non ha questa chance. Deve solo augurarsi di essere capace di vincere ancora.
Però oggi ci sono in acqua le sardine.
E questa, come cantava Lucio Dalla, è la novità.
Sardine, manifesto anti-populisti
“Cari populisti, la festa è finita”. Inizia così, quasi minaccioso, il manifesto del “popolo delle sardine”, il movimento nato a Bologna che sta contagiando mezza Italia per rovinare la festa a Matteo Salvini. Ieri è nato ufficialmente il movimento convogliato nel gruppo Facebook “Seimila Sardine”. Il marchio sarà registrato nelle prossime ore.
A scrivere il manifesto fondativo del movimento sono stati Giulia Trappoloni, Andrea Garreffa, Roberto Morotti e Mattia Santori, gli organizzatori della prima manifestazione di Bologna. Sono loro a prendersela con quei “populisti” che “per troppo tempo” hanno “ridicolizzato argomenti serissimi” e affogato “i contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota”: “Adesso ci avete risvegliato – scrivono nel manifesto – e siete gli unici a dover avere paura. Siamo scesi in una piazza (…) Lo sapete cosa abbiamo capito? Che basta guardarsi attorno per scoprire che siamo tanti, e molto più forti di voi”. Le sardine si definiscono “persone normali” che amano “le cose divertenti, la bellezza, la non violenza, la creatività e l’ascolto” senza smettere di credere nella politica e nei politici con la “P maiuscola”: “Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie”.
Conclusione: “Siamo già centinaia di migliaia, e siamo pronti a dirvi basta. Lo faremo nelle nostre case, nelle nostre piazze, e sui social network. Benvenuti in mare aperto”. Nel primo post del gruppo, sono state ufficializzate le date delle prossime manifestazioni: al momento sono 11 – da Salerno a Reggio Emilia, passando per Milano, Firenze e Marsala – ma nelle prossime ore se ne aggiungeranno altre. Mattia Santori, uno delle quattro “sardine” bolognesi, spiega di essere “in stretto contatto con tutte le altre città italiane che organizzeranno manifestazioni”. Poi, precisa i riferimenti politici del manifesto: “Ci opponiamo a Salvini com’è successo a Bologna ma quando parliamo dei politici che fanno bene il loro lavoro non ci riferiamo a qualcuno in particolare: al momento c’è Salvini contro il resto del mondo, e tra questi ultimi ognuno deciderà chi lo rappresenterà meglio”.
Gli obiettivi quali sono? “Vogliamo che ritorni la politica seria, che agli insulti preferisca il rispetto, il dialogo e soprattutto i contenuti e i valori”. E lo stesso concetto viene ripetuto, quasi come un mantra dalle Alpi alle isole: “Siamo contro gli urlatori di odio come Salvini – spiega Danilo Maglio, lo studente di vent’anni che sta organizzando la manifestazione fiorentina del 30 novembre – ci riconosciamo solo nei valori della Costituzione. Al momento abbiamo 42mila adesioni, ma mi stanno chiamando da tutta la Toscana”.
E ieri sera a Piazzapulita è stato mostrato il primo sondaggio (di Index Researcher) sulle “sardine”. È lusinghiero: per il 43,6% degli intervistati le proteste di piazza rappresentano il principale nemico di Salvini. I partiti hanno percentuali infime: per il 14,4% è il Pd, per il 12,2% Italia Viva, per il 10,9% il M5S, per l’8,4% il premier Giuseppe Conte.