Caso Segre: campionati di cittadinanza onoraria

Si stanno svolgendo da qualche settimana i campionati nazionali di cittadinanza onoraria, specialità in cui i Comuni italiani si fronteggiano con una non trascurabile dose di agonismo, dando un ben misero spettacolo della nostra povera patria. Da Biella a Sesto San Giovanni, a Cento e Ferrara, prima città a guida leghista ad aver dato l’onorificenza a Liliana Segre, è una gara a chi dice più sciocchezze. Il sindaco di Biella per esempio: prima ha detto no alla cittadinanza alla senatrice, poi sì a quella a Ezio Greggio, che però a sorpresa ha declinato (“mio padre è stato tre anni in un lager tedesco”). Allora il primo cittadino ha pensato bene di ammettere: “Sono stato un cretino”. Intanto a Cento, che ha votato a favore della cittadinanza alla signora Segre, i dem rilanciano: via quella a Benito Mussolini, per dio. Peraltro, quella di levare la cittadinanza onoraria al Duce (conferita da moltissimi Comuni italiani nel 1924 per l’anniversario della Rivoluzione fascista) è un’idea non proprio nuova. Già in tanti l’hanno revocata con pomposi comunicati, ignorando che l’effetto è quello di passare il cancellino sulla memoria: non è un bel servizio alla Storia.

Quanto alla senatrice Segre, proposta perfino per il Quirinale 2022 (oggi ha 89 anni), sta diventando una specie di bandierina, sventolata a caso in ogni contesto, con ben poco rispetto per la storia collettiva di cui è testimone e per la sua vicenda personale: ancora porta i segni di quell’ignominia chiamata Olocausto sul braccio sinistro. Un tatuaggio che, ha detto recentemente lei, è la vergogna di chi l’ha fatto non certo di chi lo ha subìto. Ma non è rimuovendo il passato, non è portando il nome della senatrice Segre in giro come la Madonna pellegrina, che si favorisce un radicamento autentico dei valori antifascisti su cui si fonda la Costituzione.

“Azione”! Anche Calenda ha il suo partito

Prima di diventare una pop star nazionale, Tommaso Paradiso ha suonato a lungo in piccoli locali semideserti, il pezzo forte in scaletta era una ballata melensa e malinconica: “Io non esisto”. Carlo Calenda – di professione politico – non arriverà a riempire di persone il Circo Massimo, a differenza di Paradiso. Ma proprio come lui ha un disperato bisogno di esorcizzare l’irrilevanza. Così, per dimostrare di esistere, Calenda ha fondato un partito.

Si chiama “Azione”. Il logo ha una grafica che occhieggia alla politica americana – e quindi somiglia a quelli di Renzi: una scritta bianca in campo blu (colore dei Democratici) e all’interno della “A” una piccola freccia che punta significativamente verso destra. Il partito è stato presentato con una conferenza nella sede della Stampa estera di Roma. A fianco del leader, l’altro ex renziano Matteo Richetti, primo e per adesso unico parlamentare “azionista”.

È difficile definire la creatura di Calenda. Anche per Calenda stesso: “È un partito o un movimento? Non lo so. Non mi interessa”. Intanto però gli iscritti avranno la libertà di sottoscrivere una doppia tessera: potranno essere contemporaneamente calendiani e non calendiani. Domanda cruciale: “Azione” è di centrodestra, di centrosinistra, di centro e basta? Calenda non sa nemmeno questo: “Non credo nella topografia politica tradizionale. Siamo di destra perché crediamo nell’iniziativa privata e di sinistra per la scuola e la sanità pubblica. Mi considero un liberalprogressista”. Di partiti liberali e moderati – tutti ovviamente progressisti – ce n’è già una marea (Renzi ha allungato la legislatura solo per avere il tempo di far nascere il suo). Lo spazio elettorale del centro, al contrario, non è mai stato tanto esiguo.

Calenda non pare preoccupato. Anzi, sembra aver messo in conto una rapida autocombustione: “Se questo sarà un partitino, avrà fallito. Se valiamo il 2% ci sciogliamo prima delle elezioni”. Ma è convinto di andare in doppia cifra. In Emilia Romagna “Azione” ci sarà? Boh. “Solo se Bonaccini non va con i grillini”. Calenda guarda più avanti: rappresenta una proposta unica nel panorama italiano. “Siamo l’unico Stato occidentale dove gli elettori sono costretti a scegliere tra sovranisti e populisti”. Rientrano nella categoria tutti i partiti italiani, tranne quello di Calenda. Insomma: il 21 novembre a Roma, in via dell’Umiltà (sic!), si è manifestato un astro nuovo nella già affollata galassia della nostra politica provinciale. Il leader di Azione però lo conoscevamo già.

È presenza solida su Twitter: viaggia alla media di 5,7 messaggi ogni 20 minuti (a spanne). Ha preso la tessera del Pd dopo le elezioni del 2018 e ha subito detto di essersene pentito. Poco dopo però si è candidato col Pd alle Europee, da capolista: eletto, un trionfo. Ma lui aveva un progetto per l’Italia, così dopo pochi mesi si è scisso dal Pd e s’è fatto un partito suo.

Con il cuore in mano, a ottobre, aveva fatto pubblica ammenda per le antiche certezze: “Per 30 anni ho creduto al liberismo, ma erano cazzate”. Ieri ha fondato un partito liberista. Ma non è una cosa seria. La carriera di Calenda è una vignetta di Altan: “Mi vengono in mente opinioni che non condivido”.

Il Pd adesso fiuta il colpo: “mangiarsi” i Cinque Stelle

Porte aperte ai grillini, presentino le loro liste e mi appoggino”. A caldo, dopo il voto della piattaforma Rousseau che dà il via alla presentazione delle liste Cinque Stelle in Emilia-Romagna e in Calabria (contro la volontà di Luigi Di Maio), Stefano Bonaccini, governatore uscente dell’Emilia-Romagna, la vede così: “I Cinque Stelle sono ovviamente liberi di scegliere che cosa fare, ma rinunciare ad assumersi responsabilità significa precludersi la possibilità di contare e lavorare per i propri obiettivi”. Il tentativo è quello di convincere i grillini locali a non seguire l’indicazione di Di Maio di andare da soli, ma ad appoggiarlo. Sa che è un’operazione molto difficile, ma ci prova lo stesso.

A livello nazionale la pensano in maniera simile, partendo da un’osservazione. “Il dato politico è che Di Maio è stato travolto”. Dunque, le sue volontà valgono meno. Il Pd deve seguire il processo che si è aperto nel Movimento e puntare nel tempo con loro a un’alleanza sempre più organica. Si sta tornando al bipolarismo e questo sarebbe l’esito più naturale. È il ragionamento che si fa al Nazareno.

D’altra parte, l’aveva detto nel pomeriggio Andrea Orlando all’Huffington: “Sbaglieremmo a sottovalutare quello che ha annunciato Grillo nel suo blog, convocando i cosiddetti Stati Generali del Movimento. È un fatto politico, frutto anche dalla nostra iniziativa”.

Traducendola, la strategia dem, in realtà, consiste nel “cannibalizzare” il più possibile il Movimento, nell’assorbirlo, nel provare a guidare un percorso politico dagli esiti imprevedibili. “Chi ha detto che in Cinque Stelle si presenteranno contro di noi? Il quesito di Rousseau su questo non è chiaro. E poi, secondo i sondaggi che abbiamo, è meglio comunque che le liste le presentino, piuttosto che non le presentino affatto”, commenta a caldo un dirigente di peso del partito. Qualcuno, va detto, è più preoccupato: se i Cinque Stelle si presentano con delle liste e con un candidato Governatore contro i candidati del Pd, c’è anche la possibilità che sottraggano ai dem esattamente i voti che servono per vincere.

Ma la debolezza di Di Maio e le divisioni nel Movimento, a questo punto, non sono un problema per il governo? “L’esecutivo è talmente fragile che potrebbe cadere, non per volontà di qualcuno, ma per l’intervento di Matteo Salvini. Che a un certo punto potrebbe promettere a una decina di senatori M5s un seggio, in cambio di un voto contro il governo”. La valutazione, ai piani alti del Nazareno, si sente da qualche giorno. Perché più passano le settimane, più il Pd lega la crisi del governo a quella del Movimento.

Questa,però, è solo una parte della storia. Anche nel Pd le divisioni aumentano, con relative posizioni sulle elezioni anticipate. Data cerchiata eventuale, la primavera. Nella tre giorni di Bologna si è consumata la spaccatura tra l’asse Nicola Zingaretti-Orlando e Dario Franceschini. E nello stesso tempo, anche la saldatura del capo delegazione Dem con la corrente di Luca Lotti e Lorenzo Guerini. La competizione interna è aperta: se Bonaccini perde in Emilia, la sconfitta può trascinare con sé anche la legislatura. Se vince, le opinioni divergono: Franceschini punta ad andare avanti, cercando di consolidare il ruolo del Pd. Zingaretti e Orlando sono sempre più tentati dal voto, tanto più davanti alla possibile dissoluzione del Movimento: nella loro visione sarebbe il momento di conquistare porzioni importanti di elettori e di mettere il cappello su parte di M5S.

E adesso il Capo rischia di essere “congelato” dai big

Èstato Davide Casaleggio, che con la politica ha poca dimestichezza, a insistere perché fosse il blog a decidere sulle Regionali. Luigi Di Maio ne avrebbe volentieri fatto a meno. Lo aveva scritto, del resto: tutti quelli che “da sempre portano sulle spalle il peso del Movimento” sono d’accordo con me. E ancora ieri sera, dopo la batosta che gli iscritti gli hanno riservato bocciando con il 70 per cento dei voti la sua linea, continua a ripetere che Beppe Grillo è dalla sua parte. Anche per il fondatore, si fa scudo Di Maio, serviva lo “stand by”, la “riflessione”, la “pausa elettorale”. “Ma decidiamo insieme”, aveva chiosato annunciando il voto, più rassegnato che convinto, affidandosi alla rodata tecnica di confondere gli attivisti chiedendo di votare “sì” se non volevano presentarsi e di cliccare il “no” se invece preferivano dire di sì.

E il blog ha deciso: il 26 gennaio sulle schede elettorali di Emilia Romagna e Calabria il simbolo M5S ci sarà. Un risultato quasi scontato, visto che ancora prima che finisse lo spoglio era esplosa la protesta degli esponenti M5S di Calabria ed Emilia Romagna: avvelenati perché Di Maio aveva promesso che si sarebbero rivisti, che avrebbe comunicato per primi a loro ogni decisione e invece ha “scaricato la responsabilità” sugli iscritti, senza nemmeno avvertirli. Ma a protestare erano stati anche alcuni volti noti del Movimento, come Roberta Lombardi. E pure fedelissimi di Di Maio come la vicepresidente della Camera Maria Edera Spadoni, emiliano-romagnola, convinta – scrive in una chat – che sia “politicamente uno sbaglio, perché la gente non prenderà questa ‘pausa’ per un momento di riorganizzazione, ma per una deposizione delle armi a favore di un governo vacillante”.

Così, il voto sulle Regionali rischia di diventare la slavina che si porta giù una leadership già assai precaria. Quella del giovane di Pomigliano che ha portato i Cinque Stelle al 33 per cento, su cui un tempo nessuno osava fiatare (in pubblico) e che adesso viene palesemente criticato perfino da quelli che erano i suoi più fidati consiglieri. “Sicuramente il Movimento è in un momento difficoltà e lo ammetto prima di tutto io”, ha detto ieri, ancora prima di sapere della sconfitta. Perché oggi come oggi al Movimento mancano “obiettivi, organizzazione, identità”. Che è un po’ come confessare che quella che porta in mano è una scatola vuota. Poi, come nel suo stile, ha affrontato la débâcle davanti alle telecamere, provando a trasformarla nell’ennesima “prova di democrazia”. Nessun accenno alle conseguenze, pesanti, che potrà avere sulla tenuta dell’esecutivo giallorosa. Piuttosto una minaccia: “Andremo da soli”.

E adesso che si fa? I ragionamenti sulla fine dell’era Di Maio sono ormai arrivati ai tavoli più importanti, hanno fatto capolino perfino nelle riunioni ristrette dei big, sono oggetto delle telefonate tra Beppe Grillo e i maggiorenti del partito. Un “congelamento” è la via più indolore che al momento sembra farsi strada. E se, da regolamento, al posto di Di Maio dovrebbe andare il presidente del collegio di garanzia, che in questo caso è il senatore Vito Crimi, la logica vuole che il posto da reggente – se davvero Di Maio non riuscisse a reggere l’onda d’urto – vada a un leader forte, riconosciuto dalla base, come Paola Taverna o Alessandro Di Battista, che però è pronto a ripartire per l’Iran.

Il 15 dicembre, tra tre settimane, si insedia “il team del futuro”, ovvero la squadra di referenti tematici con cui Di Maio ha tentato di arginare le richieste di collegialità dei grillini che contano, ancora convinti che sia necessaria una vera e propria segreteria politica. Ieri, dopo la botta di Rousseau, anche chi crede che Di Maio sia tuttora l’unico capo possibile, commentava la sconfitta con amaro sarcasmo: “Una più o una meno, per Luigi cosa volete che cambi?”. Tradotto: un’era è finita, con lui o senza di lui.

“Lotta spietata ai vertici, ma imbarchiamo acqua”

La valanga dei no ha appena sconfessato la linea di Luigi Di Maio e di quasi tutti i big a 5Stelle, quasi tutti contrari al presentarsi alle Regionali Calabria e soprattutto in Emilia Romagna. Ma il veterano Max Bugani, bolognese, membro dell’associazione Rousseau e capo staff della sindaca di Roma Virginia Raggi, non cambia idea: “In certi momenti andare in battaglia non è sinonimo di coraggio, ma può esserlo di incoscienza”.

Gli iscritti hanno scelto in modo quasi plebiscitario. Avete sbagliato la lettura politica, si potrebbe dire.

Trovo questo risultato facilmente prevedibile. È naturale che gli iscritti abbiamo sempre voglia di correre. Ed è sempre un valore che le persone possano esprimersi e votare.

Ma?

Ora è fondamentale che il Movimento rifletta. Siamo in un momento molto difficile, ogni giorno ci sono retroscena da guerriglia interna su tutti i quotidiani.

Falsi?

Io vedo una lotta spietata per i posti di comando, per guidare la nave. Ma intanto imbarchiamo acqua. Quindi prima di tutto bisognerebbe chiudere le falle, per poter continuare a navigare.

Intanto in Emilia-Romagna dovrete navigare per forza.

A 50 giorni dal voto non sappiamo chi voglia candidarsi presidente per il M5S, e quali saranno i nostri punti di programma. Molti dicono che parleremo di ambiente, ma le autostrade sbloccate dall’ex ministro Toninelli non ce lo permettono, se non vogliamo renderci ridicoli.

Rischiate di far vincere la Lega presentando una vostra lista?

Questo è un grave rischio per il Paese. Ma il vero problema per il Movimento è capire cos’è adesso e dove deve andare.

Con Di Maio? Il voto su Rousseau rappresenta una sconfessione del capo politico?

Il risultato esprime la voglia di esserci, sempre. Ma quando Gianroberto Casaleggio decise di non correre in Sardegna lo fece per rafforzare il Movimento sardo, non per indebolirlo. Tante persone molto riconosciute nel M5S sentivano la necessità di fermarsi. Ma nel Movimento votano e decidono gli iscritti. La speranza è di poterne fare ancora tanti di voti, in futuro…

Ecco, lei prima accennava alla lotta interna. Ora che succederà?

In questi ultimi due anni sono stato spesso accusato di essere pessimista, ma sono semplicemente realista. In questo momento la politica non premia le strategie, mi sembra evidente che non paghino.

Tradotto, il Movimento rischia di morire di troppa strategia?

Se non apriamo un nuovo ciclo con nuovi obiettivi e nuovi temi, nel M5S rischia di aprirsi un regolamento di conti. Era e resta necessario confrontarsi, al di là delle elezioni regionali.

Sinceramente, lei si sente a rischio?

Io come sempre ho espresso la mia opinione, liberamente. Spero ci sia sempre spazio per farlo. Rispetto la volontà della maggioranza, e mi auguro davvero che le cose vadano meglio di come immagino, innanzitutto in Emilia-Romagna.

Pochi minuti fa Di Maio ha precisato: “Andremo da soli”. Condivide? Alcuni dei sostenitori del no vorrebbero un confronto con i dem.

È evidente che quello in Emilia-Romagna sarà un voto estremamente polarizzato, quindi il rischio concreto è che il Movimento rimanga schiacciato tra il Pd e la Lega.

E Beppe Grillo? Cosa farà adesso?

Beppe è la persona più imprevedibile che io conosca, non so cosa farà. Ma so che ha dato 15 anni della sua vita al M5S, senza mai risparmiarsi, per tutti noi. E io mi sento di dirgli sempre e solo grazie.

@lucadecarolis

Ribaltone M5S: no a Di Maio e sì alle liste per le Regionali

Alle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria il Movimento 5 Stelle ci sarà. Lo hanno deciso gli iscritti, votando contro la linea del capo politico Luigi Di Maio con percentuali nette: il 70,6% (19.248 preferenze) ha deciso per la corsa alle Regionali, solo il 29,4% (8.025 iscritti) si è espresso in favore della desistenza. Con buona pace anche di un quesito che, secondo molti attivisti, era fuorviante e poteva trarre in inganno, perché oltre a chiedere di votare “No” per dire “Sì” alle Regionali e viceversa, addolciva la rinuncia definendola una “pausa elettorale fino a marzo”. A “urne” chiuse, dopo le 20, Di Maio passa sopra le polemiche: “Il mandato è chiaro e fortissimo. Parteciperemo al voto con tutte le nostre forze. In Emilia Romagna e in Calabria ci presenteremo e i parlamentari e i consiglieri regionali mi hanno chiesto di correre da soli”.

Per la verità, gli esponenti locali – che ieri hanno attaccato Di Maio anche per aver spinto pubblicamente per il “Sì” a voto aperto – chiedevano innanzitutto di non rinunciare alla corsa, segno di resa alla prima batosta dell’alleanza giallorosa in Umbria e ai cattivi sondaggi. Nelle ultime settimane, poi, le crescenti difficoltà sia nel trovare un candidato comune con il centrosinistra sia nel puntare con decisione su un proprio esponente, avevano lasciato in sospeso il tema della candidatura, fino all’improvvisa consultazione online. E rispetto a due mesi fa, quando Rousseau aveva dato il via libera al patto civico in Umbria, il numero di voti è ben più basso: 35 mila allora, 27 mila oggi su 125 mila aventi diritto (dunque, meno del 22% di affluenza). Di Maio dovrà perciò accantonare la pausa che aveva invocato per promuovere al meglio gli stati generali del Movimento, ovvero la riorganizzazione di uomini e strutture locali che i 5S hanno annunciato da tempo, ma che ancora non è partita: “Avevo detto che per fare gli Stati Generali serviva un po’ di tempo e non eravamo in grado di correre alle Regionali. Gli iscritti evidentemente non hanno questa urgenza. La prossima settimana individueremo i candidati presidenti”.

Suicidio assistito

Di Maio ammette ciò che tutti vedono: il M5S è “in un momento di difficoltà” (pietoso eufemismo). E Buffagni evoca la possibile “estinzione del Movimento”, nato dalla fantasia di Grillo e Casaleggio come forza “biodegradabile”, ma nel senso opposto alla scomparsa per mancanza di idee e di elettori. Intanto gli iscritti votano su Rousseau per presentare le liste alle Regionali del 26 gennaio in Emilia Romagna e in Calabria. E già soltanto la decisione di interpellarli, a prescindere dall’esito, era un sintomo della profonda crisi dei 5Stelle. Quand’era vivo Gianroberto Casaleggio, era lui insieme all’allora capo politico Beppe Grillo ad assumersi la responsabilità di concedere o negare il simbolo alle liste dei meetup nelle regioni e nei comuni al voto: quando i meetup litigavano o non erano pronti o non trovavano candidati all’altezza, diceva no e morta lì. Ora invece il capo Di Maio è talmente debole che affida la decisione agli iscritti, anche se tutti i volti più noti del M5S – da lui a Fico, da Di Battista a Taverna, da Bugani a Patuanelli, da Fraccaro a Bonafede – concordavano sull’idea di saltare un giro nelle due regioni.

Consultare la base è sempre un’ottima cosa, ma c’è modo e modo di farlo: qui l’annuncio è arrivato a sorpresa l’altroieri e non è stato minimamente preparato. Nessuno ha spiegato agl’iscritti i motivi di quell’opzione: la carenza di candidati nuovi (a parte i consiglieri regionali a caccia di secondo mandato); la necessità di una profonda (ri)organizzazione non solo al vertice ma anche alla base, sui territori, dopo l’esaurirsi della spinta dei meetup; la priorità – almeno in Emilia Romagna – di non danneggiare inutilmente Stefano Bonaccini, unico antidoto al salvinismo montante, la cui sconfitta potrebbe portare alla morte prematura del governo Conte. Così quell’opzione è apparsa ai più una fuga dall’ennesima sconfitta regionale annunciata dopo quelle dell’ultimo biennio culminate nella débâcle in Umbria (l’ultima vittoria, ancorché mutilata dal sistema elettorale, è quella del novembre 2017 in Sicilia). Così ieri gli iscritti si sono ritrovati a votare al buio e, com’era prevedibile, ha prevalso il patriottismo di partito. Col risultato che i 5Stelle si sono sparati un’altra volta nei piedi, come da copione. Un caso di suicidio assistito. La linea Di Maio, chiaramente suggerita nel quesito suggestivo su Rousseau e ribadita incautamente dal capo politico a urne telematiche aperte, è stata platealmente sconfessata dalla base. E, anche se era quella di tutto il vertice M5S, a uscirne vieppiù indebolito sarà solo lui. Oggi e ancor più domani.

Perché ora le liste vanno presentate: e con quali candidati, visto che sul territorio i militanti senza cariche sono quattro gatti e nessun leader s’è ancora affacciato per fare scouting e campagna elettorale, mentre Salvini e in parte il Pd sono in giro da un pezzo? Ma soprattutto: se Bonaccini, dato ora in lieve vantaggio sulla Borgonzoni, sulle ali anzi sulle pinne delle Sardine, dovesse perdere per pochi voti e i 5Stelle raccoglierne pochi in più di quelli mancanti al governatore uscente, tutti darebbero la colpa a loro. Li accuserebbero di aver “fatto il gioco della destra”: accusa assurda, perché difficilmente i “grillini” duri e puri votano Pd (i più si astengono). Ma il crollo della roccaforte rossa innescherebbe un cataclisma politico tale da spazzare via il governo Conte2. E con esso l’ultima occasione per il M5S di governare da posizioni di forza (hanno pur sempre un terzo di seggi in Parlamento). In ogni caso, anziché contemplarsi l’ombelico e parlare delle proprie rogne, da oggi il Movimento deve mettersi in movimento e fare ciò che gli iscritti gli hanno chiesto: impegnarsi tutti, nessuno escluso. A partire da Grillo, che non può tirarsi indietro dopo aver spinto il M5S in direzione centrosinistra. Candidare uomini di partito non avrebbe senso: perché non ce ne sono e nessuno capirebbe una scelta così lontana dallo spirito dei tempi.

L’unica strada è quella civica e ambientalista: quella che riempie le piazze sotto le insegne delle Sardine in Emilia e del movimento dei Balconi in Calabria. Nel poco tempo che c’è, bisogna aprire le liste a quei mondi, tentando di aggregare attivisti senza bandiera, professionisti ed esponenti della società civile su pochi punti che stiano a cuore agli elettori di due regioni tanto diverse. E, su quel programma d’emergenza, proporre un patto al Pd, come quello sperimentato in Umbria, cioè nella regione meno indicata: in Emilia Romagna il M5S appoggia Bonaccini e in Calabria il Pd sostiene un candidato governatore “civico” indicato dai 5Stelle. Si dirà: ma come può un grillino emiliano-romagnolo digerire l’alleanza col Pd dopo averlo combattuto per 10 anni? Può se Bonaccini rivede la sua legge urbanistica mangia-suolo e accetta un vicepresidente-assessore all’Ambiente indicato dai 5Stelle che: privilegi il traffico su rotaia e penalizzi quello su gomma (sblocco dei fondi sui tram urbani per abbattere lo smog da autotrasporto e raddoppio dei binari ferroviari in una regione dominata da treni a binario unico); fermi le tre nuove autostrade-camere a gas, sciaguratamente sbloccate da Toninelli per compiacere il Partito del Pil Lega-FI-Pd; dirotti il traffico fuori da Bologna; riapra i reparti ospedalieri chiusi per penuria di medici; finanzi il cablaggio in fibra ottica della regione, digitalizzando e sveltendo la burocrazia; cose in linea col piano di innovazione e green economy di Conte e soprattutto dalla nuova Commissione Ue. Se poi Bonaccini rifiutasse, la sconfitta sarebbe tutta sua, senza scuse né alibi. Ma, se accettasse, i 5Stelle potrebbero intestarsene il merito. Recuperare l’identità delle origini. E persino qualche voto.

“Noi, imperdonabili” e il pensiero inverso

Pubblichiamo il manifesto letterario promosso da Veronica Tomassini, cui hanno già aderito scrittori ed editor.

Questo è il movimento del pensiero inverso, presumo. Dove c’è chi vuole normalizzare, consolare, indottrinare l’affare più antidemocratico e autodeterminato insieme che governi il mondo, cioè il talento, il pensiero inverso intende piuttosto renderlo regola. La regola di un gruppo di visionari, riflettevo, bisogna chiamarsi così, giustificare un metodo libero e libertario di intendere le arti e il modo stesso di vivere. Io la chiamerei semplicemente onestà, persino quando si tratta di letteratura, arte, genio o un suo prossimo sodale. Talento, basterebbe. È arrivato il momento di alzare la testa, mi ha detto l’editore e scrittore Giulio Milani, tempo fa, in merito alla vicenda legata al critico e poeta Davide Brullo e al suo allontanamento da Linkiesta.

È arrivato il momento. Per chi scrive, perlomeno. Sentiamo di muoverci dentro ranghi, spazi limitati, già sotto assedio, irrimediabilmente ci vogliono far credere; dobbiamo appartenere senza identità, maschere di lattice, conformarci, in un assenso pavido o vitreo; è un sistema che ha prodotto frutti, i frutti marci sono caduti dall’albero. Questo pensiero inverso è la traduzione di quel che mi ha detto Milani: è il momento di alzare la testa. Vuole diventare un movimento, “Gli imperdonabili”, quelli sui quali un editor imberbe eccepirebbe sempre qualcosa; vuol diventare finanche una collana omonima, “Gli imperdonabili”. Questo nome deve risuonare come un contagio, il desiderio franco e ardimentoso di un reale colpo di reni. Gli slogan li abbiamo già sussurrati o issati come uno scudo, spesso con frustrazione, quasi mai con compiacimento, “il talento non è democratico”, non deve diventarlo, non è nella sua natura esserlo. Il movimento è un discrimine, non alza muri, ma precisa, segna un tragitto, c’è un bivio, l’importante è che si sappia. Esistono individui che vi appartengono. Bisogna dare un nome alle vicende che ingenerano mediocrità nel risultato compiuto e mortificazione supina in chi lo riceve (un tale risultato compiuto e medio), non temere la superbia (non ci coglierà impreparati) e non è più pericolosa della modestia vile, che omette, rinnega, tradisce. Il tragitto arriva verso il bivio: qua per la via della Letteratura, qui vai non so dove, seguirai la fila davanti lo Store di libri del tale influencer che scrive, del tale rapper che scrive, dell’attore, del personaggio caricaturale, che scrive. E dello scrittorino, indottrinato a tutte le cause giuste, lo scrittorino che scrive. E così via.

Gli imperdonabili non sono migliori di altri, se preferite. Nella loro poetica c’è una individualità che può aspirare a un canone, in un secondo momento. Ma ciò che conta è che ci sia una specificità in ognuno, e non deve essere contenuta, normalizzata, restituita simile a qualcos’altro perché non rompa le righe, non induca a un pensiero nuovo e affrancato da un altro che diventa consesso povero, inibitorio, conventicola.

Gli imperdonabili non accetterebbero mai il defenestramento di un critico libero che osa le stroncature: provocazione sfrontata al sistema di cui sopra? Ci domandiamo.

La letteratura è un mistero libero, audace, non conosce colonie. Il mio manifesto cerca adesioni o al limite lettori.

È il tempo che lo decide, il frutto marcio caduto dall’albero è il segno.

“L’industria culturale è ridotta al pianerottolo dei soliti noti”

“Ma come si può parlare di repubblica delle lettere e di democrazia dei lettori, se i lettori sono a conoscenza solo di una minima parte della produzione letteraria?”. A chiederselo è Giulio Milani, scrittore ed editore di Transeuropa, intervistato in merito al movimento di protesta capitanato dallo stesso e dalla scrittrice Veronica Tomassini, scatenatosi in seguito al licenziamento del critico Davide Brullo dal sito Linkiesta.

Brullo racconta alla rivista Pangea: “Mi hanno cacciato, licenziato. Colpa di Nadia Terranova, Veronica Raimo, Teresa Ciabatti”. L’affaire, secondo la ricostruzione di Brullo, è presto detto: giunto un nuovo direttore, la sua rubrica di stroncature è sospesa. Segue comunque a recensire libri. Tuttavia, dopo un pezzo su La morte di Penelope di Maria Grazia Ciani – in cui, dopo averla incensata, si chiedeva perché “sulle copertine dei giornali” ci finissero però “scrittrici meno capaci di lei, dal profilo televisivo, Nadia Terranova, Veronica Raimo, Teresa Ciabatti” –, viene messo alla porta.

Milani, cosa sta succedendo alla critica letteraria?

A leggere le recensioni sui giornali, non molto diverse dai pareri su Amazon, sembra di avere a che fare con uno scambio di favori tra manovratori, scrittori/critici che costruiscono quella che definisco “la specie letteraria protetta”. Tutto nasce nel 2011 con il TQ, il movimento della generazione TrentaQuaranta lanciato da Marco Cassini e la sua Minimum Fax, Nicola Lagioia, Cristian Raimo che voleva riformare il sistema editoriale. Poi, questa rete è nata quando Lagioia è diventato direttore del Salone del Libro di Torino e ha costruito la sua squadra con le persone che lavoravano con lui a Minimum. Operazione legittima, ma a mio avviso scorretta sul piano della libera concorrenza e della cosiddetta democrazia dei lettori. Ma il punto non è la specie letteraria protetta in sé, di cui comprendo anche la logica: l’editoria ha preso una piega industrialista con questi “libri del catodo”, oggettivamente brutti, che provengono dalla società dello spettacolo, e fare rete è necessario. Ma è che nel fare questo rischiano di escludere se non boicottare, come nel caso di Brullo, chi non ne fa parte, editori e scrittori più periferici che non hanno né meno competenze né meno passione, lontani dagli spazi e dai centri di potere da loro presidiati quali premi, trasmissioni, festival, fiere o classifiche di qualità sui giornali dove si votano tra loro.

Lei è dentro o fuori?

Io – che avevo anche aderito al TQ – insieme ad altri che fanno parte del mondo editoriale, come Veronica Tomassini e Gianpaolo Serino, sono un dissidente e mi trovo di lato. Per esempio, mi è capitato qualche anno fa di non poter presentare il mio libro La terra bianca (Laterza) al premio Viareggio o al Campiello perché, in una parte, attaccavo Philippe Daverio.

Chi c’è in questa specie letteraria protetta, come la definisce lei, oltre ai nomi già fatti da Brullo?

Emanuele Trevi, incensato come scrittore e temuto come critico; Loredana Lipperini, scrittrice, conduttrice e giurata di svariati premi; anche la stessa Elena Ferrante, che ha preso il posto di Garibaldi perché la sua casa editrice traduce in America qualche italiano della specie. Ne ho citati alcuni, ma sono molti. Il problema è che non sono più in grado di raccontare il Paese, quando lo fanno sono didascalici, favolistici, politicamente corretti, con anche della pedagogia sacerdotale. Per questo i lettori diminuiscono. Mentre invece ci sono giovani autori che sperimentano poetiche, tagliati fuori. C’è un vuoto di rappresentanza. Ecco, manca una spinta a voler cambiare linguaggi e prospettive capaci di raccontare il Paese.

Cosa propone lei?

Un po’ di aria fresca fa sempre bene. Alla fiera PiùLibriPiùLiberi noi di Transeuropa attueremo un bookcrossing per far conoscere dal basso le innovazioni letterarie della collana Wildworld: presteremo 1000 libri a 1000 persone. I movimenti di ribellione sono positivi per tutti i sistemi dell’industria culturale italiana, che ormai sembra un pianerottolo.

Nessuno tocchi Caino, è un uomo come noi

Tra le risposte che vengono così, senza essere pensate, c’è quella tipo – “che ne so?” – il fratello assassino che uccide Abele si chiama Caino e Andrea Camilleri che parla per lui, ripete: “Sono forse io il custode di mio fratello?”.

Ecco, dunque, Autodifesa di Caino. Doveva essere spettacolo, con Camilleri autore e attore di se stesso e da oggi è libro presso Sellerio.

È il primo titolo postumo, è il copione – anzi, il canovaccio – di quella che doveva essere la messa in scena prevista per il 15 luglio scorso.

Un ritorno alle scene dopo lo straordinario successo di Conversazione su Tiresia al Teatro Greco Antico di Siracusa, quando – con Roberto Andò alla regia, con Valentina Alferj curatrice e con la produzione di Carlo Degli Esposti – nel giugno dello scorso anno Camilleri fabbrica l’evento unico. Una vetta di bellezza fatta di racconto.

Un appuntamento mancato, dunque, il Caino.

Col maestro che dopo un anno da Siracusa – dopo averci provato gusto a fare il “contastorie” da ultranovantenne, davanti al suo pubblico – si ammala per poi morire due giorni dopo la data fissata per il debutto alle Terme di Caracalla, a Roma. E c’è da immaginarselo, leggendo adesso il suo testo, per com’è lui sul palcoscenico. Tra le righe del copione, infatti, c’è l’ancor di più derivato dalla sua viva voce.

Si leggono le sue parole, appunto, e la sua stessa possanza, i suoi occhiali inerti e la sua coppola storta prendono forma. In questo libro trova vita il suo bastone ed è ben più, quel legno, che un mero segnapagina. È l’asta da cuntista con cui Camilleri, autore e attore di se stesso, accompagna gli spettatori alla rappresentazione.

Eccolo: quadro dopo quadro, nel telone dipinto, Camilleri – erto sul Carro di Tespi – indica ogni scena.

Ed ecco, nell’accenno della voce come restituisce al pubblico lo sguardo fosco e la faccia torva di Caino. Prestate attenzione, già nel nominare “Caino”, si sente lo stantuffo dello sputo.

Macchina teatrale per com’è, con questa sua seconda messa in opera, Camilleri torna al mestiere del raccontatore che ben volentieri va a soggetto. E ancor più ne elargisce di virtuosismi, Camilleri, quando un Caino – una specie di sottomarca di Satana, non certo un enigma tragico qual è Tiresia – di tutti i pupi spersi tra le pupiate è pur sempre il primo tra gli omicidi. Uccide il prossimo come se stesso; ma anche, col mondo che ci fa facilmente il callo rispetto ad assassini di ogni risma, Caino è attesa del peggio a compiersi.

È dunque empietà, Caino – la sua sordida voglia di affondare nelle carni di Eva, sua madre… – e comunque il seme che l’ha generato non è propriamente quello di Adamo ma del bellissimo Serpente: quello che con la mela offre alla donna anche l’irresistibile agguato tra le natiche per fecondarne – col sangue, nel Peccato originale – la radice del Male.

Lo stesso assalto che dopo, l’Arcangelo Stefano adopera su Eva ormai scacciata dall’Eden.

Mosso a commozione, l’angelo porge una cesta di frutta alla genitrice dell’umanità mentre quella, intanto – nuda, coperta da una sola foglia, giusto sulla natura – fa mostra del suo posteriore e la celeste creatura giustamente non ci vede più. Se la prende per i fianchi, la tiene a sé e nasce un altro bimbo: l’innocente Abele, radice del Bene.

Caino – puh!, torna lo sputo – è l’alterità insita nell’uomo. “Meritatamente uccise Abel suo fratello”, sentenzia dal rogo Giordano Bruno, “perché era un tristo carnefice d’animali”. Il tristo monaco – la testimonianza è raccolta da Camilleri – difende l’assassino. Anche Jorge Luis Borges ne trasfigura l’incubo descrivendo i due fratelli in un conciliabolo tutto di perdono. Nessuno tocchi Caino – manco a dirlo – ma sua è la Città del Male mentre la Città di Dio è quella di Abele sicché l’appetitosa verdura della felicità, per gli umani, non può avere altra pioggia che la redenzione celeste.

Una storia, questa di Caino, come mai si poteva immaginarne un’epica. È la sua autodifesa – le sue ragioni espresse innanzi al pubblico, come davanti a una corte giudicante – che ricalca, nella pratica teatrale, l’Apologia di Socrate.

Ogni cicuta ha una doppia valenza. Le radici religiose del capitalismo sono risolte in un solo nome, Caino, lo spiega – con Max Weber, Camilleri. E “inventore della vostra civiltà, la civiltà dell’uomo”, è Caino.

La Scrittura biblica – cui riferisce il racconto del fratricida – non porta in dote la tragicità d’Ellade, la potenza ctonia e aurorale dei titani, o la pietas di Zeus Padre e ci voleva il bastone del cuntista Camilleri a raccontare il fatto per come fu: intanto il primo uomo della storia non è Adamo. A precederlo ce ne sono ben undici, di suoi simili, sono nanetti da giardino – l’Eden – che Dio crea dal nulla per poi farli vivi con un sospiro, ma per assecondare il suo lato borghese, per decorare la Creazione. E la prima donna non è Eva, bensì Lilith, avvenente e maliziosa assai, desiderosa di cavalcare il maschio nell’amplesso e far al contrario, invece, mai: “Non mi faccio mettere sotto”, ringhia, pur seducente ma ad Adamo – cavalcato, subito dimenticato – tocca l’altra scelta. E comunque sì, si sa: “Non sempre dal bene nasce altro bene e non sempre il male genera altro male”.