Il “sistema” Barbarin. Sesso, potere, bugie e protezioni a destra

Il cardinale Philippe Barbarin ha mentito molto: alla giustizia francese, ai lionesi, al Vaticano, al Papa e forse anche a se stesso. L’arcivescovo di Lione è attualmente il più potente cardinale francese e si ritrova al centro di un tentacolare affaire che ha cambiato il volto del cattolicesimo in Francia. Il film Grazie a Dio, su di lui e sullo scandalo che lo ha investito, realizzato da François Ozon, è stato visto da più di un milione di francesi. Il complesso “sistema Barbarin” si fonda su una serie di segreti gelosamente custoditi: un cocktail in cui si mescolano politica, denaro, potere, sesso, che non avrebbe nulla di straordinario se non fosse che in questo caso diventa esplosivo.

L’estrema destra prima di tutto. La famiglia e gli anni della giovinezza del cardinale presentano delle zone d’ombra. Suo padre aveva aderito all’estrema destra cattolica e Philippe Barbarin è vicino a questa corrente, come ha confermato di recente la sua partecipazione da guest star a un seminario di ICHTUS, associazione cattolica conservatrice, in presenza di personalità vicine a Marion Maréchal Le Pen e della candidata di estrema destra al comune di Lione. Barbarin, che ha preso i voti molto tardi, deve al cardinale Lustiger di Parigi e soprattutto all’entourage del papa Giovanni Paolo II in Vaticano, in particolare a Angelo Sodano e a Stanislaw Dziwisz, entrambi molto a destra, la sua promozione prima come vescovo, poi come arcivescovo di Lione. Alcuni sostengono che il cardinale Barbarin è oggi uno degli uomini chiave di papa Francesco, ma non è così. Su tutte le questioni di fondo, il biblista Barbarin si oppone apertamente a Jorge Mario Bergoglio: sul clericalismo, sugli abusi sessuali, la questione della povertà, le unioni civili degli omosessuali, i migranti, i cristiani d’Oriente e più in generale sulla politica.

“Barbarin è un uomo di Giovanni Paolo II”, riassume il sacerdote Pierre Vignon. In poco tempo è diventato megalomane e, secondo diversi testimoni, ha anche cominciato a immaginarsi papa. Il progetto oggi appare delirante, dal momento che ha una condanna, anche se fosse contestata in appello, e questo l’ha escluso definitivamente dalla corsa.

All’inizio del 2010, si è saputo che Barbarin si era mobilitato contro i matrimoni gay in Francia ed era anche sceso in strada a manifestare. All’epoca però non si sapeva che il principale artefice di quelle manifestazioni era proprio lui. “Il centro di tutto era Lione”, ha confermato Frigide Barjot, cofondatrice di La Manif pour tous, la principale associazione anti nozze gay, vicina a Barbarin.

“Grazie a Dio, c’è la santa prescrizione”

Il 7 marzo 2019, Philippe Barbarin è stato condannato dal Tribunale di Lione a sei mesi di prigione con sospensione della pena per non aver denunciato gli abusi sessuali commessi da padre Bernard Preynat su quasi 70 minori. Il cardinale ha negato tutto e ha fatto appello. Che tipo di legami ci fossero con Preynat non è ancora del tutto chiaro. Barbarin ha cercato in ogni modo di minimizzarli. Ha dichiarato di essere stato informato dei crimini sessuali di padre Preynat solo nel 2014. Poi ha confessato che invece sapeva dal 2007. Ma l’inchiesta della polizia e le diverse testimonianze che ho raccolto fanno pensare piuttosto che fosse al corrente dei fatti sin dal suo arrivo a Lione, nel 2002. Posso inoltre affermare che Barbarin aveva conosciuto Preynat nel 1991, quindi più di dieci anni prima. In ogni caso, la sentenza contro Barbarin ha avuto l’effetto di una bomba in Francia, dove una petizione, firmata da oltre 100 mila persone, tra cui una stragrande maggioranza di sacerdoti, chiede le sue dimissioni immediate e definitive.

Dopo l’incontro con il Papa a Roma, a pochi giorni dal verdetto, Barbarin ha annunciato che Bergoglio aveva rifiutato di accettarle. Non è corretto. Di fatto Francesco non è stato messo in condizione di poter prendere una tale decisione.

Padre Pierre Vignon spiega: “In realtà, Barbarin non ha mai avuto l’intenzione di dimettersi. Ha presentato le cose in modo tale che il papa non potesse dimetterlo. Francesco non avrebbe mai confermato Barbarin se gli fosse stato dimostrato con chiarezza che la situazione era diventata insostenibile”. Bisogna dire che a Lione altre vicende di abuso sessuale contaminano la diocesi. Una lunga serie di scandali si sono susseguiti: gli affaire Billioud, Pepino, Finet, Desperon, Roucy, Gerentet, Houpert, Morand e, naturalmente, l’affaire di padre Marie-Dominique Philippe, morto nel 2006 e che Barbarin ha promesso di “canonizzare” anche se era già informato delle dozzine di abusi sessuali commessi dal sacerdote su delle suore. Per molti di questi casi, il cardinale Barbarin ha dichiarato, soprattutto durante il suo colloquio di dieci ore con la polizia, di aver agito sempre con prontezza e decisione. Ma è stato raramente così. Quasi sempre, Barbarin ha invece preferito proteggere l’istituzione piuttosto che difendere le vittime. Ha fatto in modo che i preti “con problemi” raggiungessero la diocesi o fossero trasferiti da una parrocchia all’altra. Quasi sempre, come se la legge francese passasse in secondo piano rispetto alla regola del Vaticano, ha aspettato da Roma delle istruzioni che solo raramente sono arrivate.

Ci sono altri dati ancora più inquietanti: parliamo del caso dei fratelli Quettier. I due giovani monaci, Benoît e Romain Quettier, si erano rivolti a Barbarin per essere ordinati sacerdoti. In poco tempo sono diventati dei seminaristi modello, a cui il cardinale è apparso subito molto legato. “Barbarin mi convocava regolarmente a casa sua, per chiedermi dei dettagli”, ricorda Benoît Quettier. A volte però la discussione prendeva una piega molto strana: Barbarin bombardava il giovane di “domande a sfondo sessuale”, voleva sapere chi frequentava e spesso affrontava con lui il tema dell’omosessualità. Voleva anche conoscere i nomi dei preti gay della diocesi. “Durante il seminario a Lione – afferma Benoît Quettier – ero circondato da omosessuali. Avevo fatto la scelta del celibato ma in quel momento non ci capivo più niente. Cominciavo persino a rimpiangere di non essere come loro! Ma ero eterosessuale, e questo era diventato un problema. È per questo che sono stato mandato via”. Barbarin aveva capito che Benoît Quettier avrebbe rifiutato i giochi di seduzione e di potere della diocesi? Benoît ha rivisto più volte Barbarin. “I suoi metodi, le sue allusioni, le sue domande sul sesso, mi hanno sempre messo a disagio. Era molto destabilizzante per me”. Oggi Benoit è sposato e lavora nel settore privato. Il comportamento del cardinale continua a sollevare molte domande. Per Benoît Quettier: “Non si trattava solo di vessazioni morali, ma anche di molestie sessuali”.

Traduzione Luana De Micco (l’integrale oggi è pubblicato su LeNouvel Observateur)

Trump e il ricatto all’Ucraina, Sondland: “Lo sapevano tutti”

Se ci fu quid pro quo? La risposta è sì”. Gordon Sondland, il rappresentante degli Usa presso l’Ue, teste chiave nell’inchiesta sull’impeachment del presidente Donald Trump, non usa perifrasi. Ma aggiunge: “Trump non mi ha mai detto direttamente che gli aiuti militari a Kiev erano subordinati all’apertura di una indagine per corruzione sui Biden, padre e figlio”. Però, era chiaro a tutti che c’era un legame; lui lo aveva intuito in base a una sua deduzione, come “due più due fa quattro” e lo sapevano pure il vice-presidente Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo.

Linguaggio poco diplomatico – del resto, lui non lo è di carriera – Sondland spiega di avere deciso di deporre, “nonostante il divieto della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato”, perché “riconosco la gravità del momento”. Poi dice alla Commissione Intelligence della Camera che Rudy Giuliani, l’avvocato del presidente e l’artefice della diplomazia parallela con l’Ucraina, parlava per conto di Trump. E conferma quanto già asserito da altri testimoni: di avere chiamato il presidente da un ristorante di Kiev per dirgli che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “è un lecca culo, farà qualunque cosa tu voglia”. Proprio così? “E il modo in cui io e Trump comunichiamo. Un sacco di parole di quattro lettere “tipo ‘fuck”, risponde ridendo. Quella telefonata, dopo la quale Sondland disse a chi era con lui che al presidente dell’Ucraina interessava solo l’indagine sui Biden, avvenne il giorno dopo la conversazione del 25 luglio tra Trump e Zelensky: non era classificata e, quindi, non importava granché se fosse stata intercettata. Intanto, sono quasi pronti i rapporti sui presunti abusi compiuti nel 2016 ponendo sotto sorveglianza la campagna di Trump e sugli eccessi del Russiagate, di potere e di spesa. Michael Horowitz, ispettore generale del Dipartimento della Giustizia, presenterà il suo lavoro mercoledì 11 dicembre, alla Commissione Giustizia del Senato.

La Große Koalition traballa e Akk non si sente tanto bene

Appena un anno fa, Akk (acronimo di Annegret Kramp-Karrenbauer) era riuscita in un’impresa impossibile: vincere al congresso della Cdu tedesca come delfina di Angela Merkel nonostante l’insofferenza del partito conservatore verso la lunga leadership della cancelliera. Da outsider della politica berlinese, con alle spalle pochi mesi da segretaria generale della Cdu e un’esperienza da ministro-presidente del minuscolo Saarland, Akk aveva riscosso la fiducia del partito promettendo un cambiamento nella continuità. In 12 mesi quella fiducia si è polverizzata.

Alla vigilia dal nuovo congresso Cdu di domani a Lipsia la sua posizione è più debole che mai, e lei lo sa. La crisi “non mi è passata inosservata”, ha ammesso in un’intervista con Ard, commentando i sondaggi in picchiata. Una lunga serie di passi falsi ha costellato l’anno di Akk da presidente della Cdu, a partire dagli stati generali di febbraio sulla politica migratoria, che voleva segnare la fine della politica dell’accoglienza dell’era Merkel e si è risolta in un nulla di fatto. A carnevale, Akk ha preso in giro il terzo genere, definendolo “latte-macchiato”: una battuta percepita come un ritorno al passato in un paese dove il terzo sesso è riconosciuto anche dalla Corte costituzionale. Poi è arrivata la batosta elettorale alle europee, dove la Cdu ha perso il 6,4 % rispetto al 2014 scendendo al 28,9%, e Akk se l’è presa con il giovane youtuber dal ciuffo blu Rezo che aveva postato un video nel quale invitava i millennials a non votare per Cdu e Spd. In quell’occasione Kramp-Karrenbauer aveva tirato fuori l’argomento della necessità di una sorta di “regolamentazione” di Internet, posizione che a molti era suonata come un attacco alla libertà di espressione.

A inizio luglio la presidente del partito, già in calo di consensi, era stata salvata dalla cancelliera che l’aveva spinta ad accettare il posto di ministro della Difesa, liberato da Ursula von der Leyen, in partenza per Bruxelles. Si sperava che un ruolo fatto al 90% di parate militari e strette di mano la mettesse al riparo da ulteriori scivoloni. Speranza vana. A fine settembre, al termine di un’estate incentrata sui temi della sostenibilità ambientale e culminata con il varo delle misure salva-clima, Akk viene immortalata in una foto mentre aspetta di partire per Washington su un A310 dell’areonautica tedesca semi-vuoto da 200 posti.

Il dettaglio è che a pochi metri da quel velivolo, Merkel e la sua delegazione di 55 persone è in partenza a bordo dell’aereo di stato A340 che li porterà alla vertice sul clima dell’Onu a New York. Con buona pace delle 335 tonnellate di Co2 disperse in aria per andata e ritorno, secondo quanto riferisce Bild. Scoppia il caso, ma ormai la foto di Akk fa il giro del mondo. L’ultima gaffe in ordine di tempo però è la più seria. Il 22 ottobre, a pochi giorni dall’operazione militare turca nel Nord della Siria, Akk in qualità di ministra della Difesa tedesca annuncia che la Germania vuole una zona di sicurezza controllata dalle forze internazionali. La misura è concordata con Merkel e gli alleati di governo, dice la nota. Passa qualche ora ed arriva la smentita degli alleati del Spd che, particolare non da poco, guidano il dicastero degli Esteri: la posizione della ministra della Difesa “non era concordata con noi”. Si scoprirà che Akk aveva mandato il giorno prima un sms al ministro degli Esteri Heiko Maas dicendo “che avrebbe fatto una proposta” senza specificare quale. Errori da neofita, forse. Certo in questi mesi il suo futuro da candidata alla cancelleria è messo in dubbio un po’ da tutti, dentro e fuori il partito. E la debolezza della sua leadership potrebbe far temere anche per il futuro della Grosse Koalition. Intanto al Congresso non ci dovrebbero essere rese dei conti. Ma c’è molta attesa per il discorso dell’eterno rivale di Merkel, Friedrich Merz, l’unico che ha già promesso battaglia.

Socialisti europei in fibrillazione, il capo del governo ha peso anche a Bruxelles

Ritrovarsi, il 12 e 13 dicembre, fra tre settimane, con il mandante di un omicidio seduto al tavolo del Consiglio europeo è una prospettiva che inquieterebbe tutti i capi di Stato o di governo dell’Ue, per quanto pelo sullo stomaco possano avere. Ma non è una preoccupazione che trapela dai palazzi delle Istituzioni comunitarie, in queste ore. Gli sviluppi delle indagini sull’uccisione della giornalista Daphne Caruana Galizia chiamano finora in causa il capo di gabinetto del premier maltese Keith Schembri, ma non direttamente il premier Joseph Muscat. L’atteggiamento che prevale nell’Ue è sostanzialmente ricalcato sulla reazione del figlio di Daphne, Matthew, alla notizia che Muscat ha offerto l’immunità al presunto ‘mediatore’ tra mandanti ed esecutori del delitto: “È un’opportunità di giustizia. Adesso, bisogna vedere come Malta e Muscat la gestiranno”. Non è la prima volta che l’uccisione di un giornalista chiama in causa le autorità di un Paese dell’Ue: anche l’assassinio di Jan Kuciak, un giornalista slovacco di 28 anni ucciso con la fidanzata Martina Kusnirova il 22 febbraio 2018, ebbe eco politica e finì col travolgere il governo slovacco. Dopo settimane di pressioni e polemiche, il premier Robert Fico offrì le dimissioni, denunciando una campagna per destabilizzare la Slovacchia, presentata sui media come “il buco nero dell’Europa”. Il partito di Fico fa capo al Partito socialista europeo, come quello di Muscat. Eventuali scricchiolii all’interno del gruppo, il secondo per numero di deputati del Parlamento europeo, dietro quello del Partito popolare europeo, potrebbero condizionare la prossima settimana in sessione plenaria il voto di ratifica della Commissione europea, il cui insediamento dovrebbe avvenire il primo dicembre.

A luglio, le fibrillazioni politiche e nazionali nei tre gruppi che formano la maggioranza ‘europeista’ dell’Assemblea di Strasburgo, Popolari, S&D, Liberali, fecero sì che l’investitura di Ursula von der Leyen a nuova presidente dell’Esecutivo comunitario passò per appena nove voti, rendendo decisivi i suffragi del M5S.

Fra i socialisti europei, Muscat ha un peso superiore a quello del suo Paese. Così come fra i popolari il premier ungherese Viktor Orban conta più del suo Paese. Muscat, 45 anni, è stato per quattro anni parlamentare europeo ed è premier dal 2013, avendo vinto delle elezioni a due riprese, nel 2013 e nel 2017, entrambe le volte con margini molto ampi. È stato per alcuni anni il più giovane capo di governo dell’Ue – lo privò del vanto Matteo Renzi – e ha guidato Malta durante il suo primo turno semestrale alla presidenza del Consiglio dell’Ue, nel primo semestre 2017. Fra i 28, Malta è forse quello che conta di meno, il più piccolo e il meno popolato. Ma, per l’Italia, è interlocutore importante, talora spinoso, comunque ineludibile, sul fronte dell’immigrazione, dove, a settembre, è stato determinante nell’innescare, con una riunione proprio alla Valletta, un accordo sulla redistribuzione dei migranti fra un gruppo di Paesi di buona volontà. Se è improbabile che, almeno per il momento, il tema degli sviluppi dell’inchiesta sull’omicidio di Caruana Galizia sia evocato nel Consiglio dei Ministri dell’Ue, è invece possibile che sia sollevato nel Parlamento europeo. A marzo, era stata una deputata portoghese, Ana Gomez, a porre il problema. Ora annuncia l’intenzione di farlo Sabrina Pignedoli, eurodeputata M5S, che prende l’iniziativa di un appello alle autorità maltesi perché si faccia “piena luce”: “Ci sono ancora ombre, coperture e segreti in questa vicenda. Le autorità maltesi vadano fino in fondo, ne va della dignità dell’Europa e della libertà di stampa”.

“Il premier Muscat è coinvolto quanto Mizzi e Schembri”

Corinne Vella, la sorella di Daphne Caruana Galizia, combatte da quel 16 ottobre 2017 per ottenere giustizia, e denuncia da allora reticenze, mancanze, omissioni e responsabilità delle istituzioni maltesi.

Qual è la sua reazione all’accelerazione dell’inchiesta, con l’arresto di Yorgen Fenech ieri mattina?

È positivo che l’inchiesta stia facendo progressi e, per quanto sia di dominio pubblico, ci sono prove solide che potrebbero portare a una incriminazione di Fenech. Ma questa storia non finisce qui. Finirà solo quando giustizia sarà fatta: giustizia per Daphne e verità sui criminali su cui stava indagando. E che questo accada è ancora tutto da vedere.

Cosa le fa dubitare che venga fatta giustizia?

Della centrale energetica Daphne si era occupata molto, fin dall’ottobre 2013. Ma in tutti i suoi articoli c’è una sola menzione di Yorgen Fenech, solo un riferimento. Una semplice domanda: perché un uomo d’affari affermato come Fenech, con una società di successo e perfettamente legale, quindi non un criminale, dovrebbe volere la morte di una giornalista che indaga sui politici?

Perché la giornalista sta per scoprire i suoi rapporti oscuri con quei politici?

Certo, se guardiamo al flusso di denaro dietro la costruzione della centrale scopriamo che c’è molto di più. I giornalisti del Daphne Project, che ha portato avanti le inchieste interrotte dall’omicidio, hanno scoperto che Fenech, oltre a essere l’amministratore delegato di una delle società coinvolte nell’appalto per la centrale, era il proprietario di 17 black, la società i Dubai da cui sarebbero transitati dei soldi diretti alle società panamensi del capo di gabinetto di Jospeh Muscat Keith Schembri e dal ministro del Turismo Konrad Mizzi. Soldi in cambio di cosa? Si ricordi che l’affare Electrogas è stato il cavallo di battaglia della campagna elettorale di Muscat nel 2013: pagheremo meno per l’energia, prometteva. Sono stati spesi centinaia di milioni di euro e ora paghiamo di più, come aveva previsto mia sorella. E dietro, a quanto pare, c’era un intero sistema di corruzione. Il Daphne Project ha seguito la traccia di quel denaro, scoprendo che aveva origine da un prestanome in Azerbaijan tramite una shell company alle Seychelles, passando per una banca in Lettonia… È un gioco molto complicato, con molti protagonisti, e non si può davvero pensare che finisca con questo arresto. Alle origini di questa storia c’è un intreccio molto complesso di politica, affari e criminalità, con molti protagonisti.

Negli ultimi giorni il premier Muscat sempre essersi attivato in modo molto deciso per arrivare ai responsabili.

Siamo in un contesto opaco, un gioco di specchi in cui ci sono interessi tali che è difficile capire a chi e cosa credere. E io sono sempre sospettosa delle intenzioni di Joseph Muscat, perché è ovvio che, anche se non è implicato direttamente, ha la responsabilità politica di quello che è successo, perché è successo quando lui era già primo ministro. Mia sorella si occupava di politica maltese, non di criminalità, e il fatto che da un certo punto in poi si siano sovrapposte ci deve aprire gli occhi. Chiunque sia stato ha potuto ucciderla perché, in un sistema di confini sfumati fra poteri, di compromissioni, di totale impunità per i politici coinvolti lei è rimasta sola, l’unica a opporsi, e questo l’ha resa vulnerabile. Ed è un sistema creato da Muscat, dal suo costante supporto ai suoi collaboratori più stretti, Schembri e Mizzi. Come è possibile che, malgrado accuse così gravi, non si siano dimessi? E se loro non si dimettono spontaneamente, perché Muscat non li costringe a farlo?

Il primo ministro però ieri nella conferenza stampa sull’arresto di Fenech ha detto che “per ora” non sono emersi collegamenti con politici…

E io mi chiedo perché a riferire ai giornalisti sull’indagine sia lui e non il capo della polizia. Ha detto che gli ultimi sviluppi dimostrano che le istituzioni maltesi funzionano. Se questo è vero, è malgrado lui, non grazie a lui, e il fatto che stia tentando di prendere il controllo di una inchiesta che tocca da vicino i suoi più stretti collaboratori ne è la prova. Dovrebbe starne fuori, o prendere le distanza da Schembri e Mizzi, Perché non lo fa? perché è compromesso con loro. Li ha sempre protetti.

Omicidio Daphne, la cricca alla fine molla il re del gas

Lo hanno arrestato alle 5:30 di ieri mattina, mentre era sul suo yacht, ancora in acque territoriali maltesi ma diretto in Italia. Aveva lasciato l’attracco di Portomaso all’alba, Yorgen Fenech, l’uomo d’affari su cui da settimane si stava chiudendo il cerchio degli investigatori. Arrestato “in connessione con l’omicidio di Daphne Caruana Galizia”, e pronto alla fuga solo dopo 24 ore che il primo ministro Joseph Muscat aveva promesso ufficialmente la grazia a Melvin Theuma, 41 anni, ufficialmente tassista, con precedenti per usura e riciclaggio, identificato come il possibile intermediario fra mandanti ed esecutori, pronto a rivelare l’identità della mente dell’omicidio in cambio di immunità. È Fenech dunque la mente dell’esecuzione di Daphne? È stato lui ad averla ordinata, nei primi mesi del 2017? È presto per dirlo con certezza. Il capo di imputazione non è ancora noto, la polizia ha tempo fino a domattina per convalidare il fermo, l’avvocato di Fenech non ha, per ora, rilasciato dichiarazioni. E quindi la fuga interrotta è un’ammissione di colpevolezza o il tentativo di sfuggire ad una trappola, in cui Fenech è il capro espiatorio per menti più raffinate?

Yorgen Fenech è il rampollo di un’importante famiglia maltese e, fino almeno alla scorsa settimana, l’amministratore delegato di Tumas Group, colosso con interessi in diverse industrie maltesi, dagli hotel al gioco, dalle imprese immobiliari all’energia. Nonché uno dei responsabili al consorzio Electrogas per la costruzione della terza centrale energetica maltese, progetto faraonico sulla cui realizzazione Joseph Muscat, nel 2013, aveva incentrato la sua prima, vittoriosa campagna elettorale, con la promessa non mantenuta di sostanziali riduzioni delle bollette maltesi.

Del consorzio fanno parte anche gruppi internazionali, fra cui la compagnia energetica di stato dell’Azerbaijan e la tedesca Siemens. Una commessa da centinaia di milioni di euro che Daphne, nel suo blog, aveva scarnificato denunciandone per anni modalità e reali finalità e mettendo in luce opachi intrecci di affari e politica dietro l’appalto.

Secondo documenti ufficiali pubblicati dal blogger Manuel Delia, il posto di Yorgen nel consiglio di amministrazione di Tumas sarebbe passato ufficialmente allo zio Roy Fenech la scorsa settimana. Un licenziamento, insomma, in previsione della caduta. Quale sarebbe stato il movente di Fenech per far uccidere Daphne? L’ipotesi, che il Fatto ha ricostruito ieri, ha a che fare con una inchiesta a cui la giornalista stava lavorando prima di saltare in aria. Daphne aveva individuato il rapporto fra alcuni politici maltesi e collaboratori di primo piano del primo ministro Joseph Muscat, il capo di gabinetto Keith Schembri e il ministro del Turismo Konrad Mizzi, e una allora misteriosa società con sede a Dubai, la 17 Black. Dopo il suo omicidio, i giornalisti del Daphne Project hanno scoperto che era Yorgen Fenech il vero proprietario di 17 Black, dai cui conti sarebbero transitate centinaia di migliaia di euro destinati alle società panamensi di Mizzi e Schembri. Va chiarito che questa ricostruzione è stata sempre negata dai diretti interessati e che la prova conclusiva, per quel che ne sappiamo, non è ancora stata ottenuta. Daphne è stata messa a tacere perché non scoprisse questo giro di denaro a pubblici ufficiali? Malgrado i suoi rapporti strettissimi con Mizzi e Schembri, che ha sempre protetto e di cui non ha mai preteso le dimissioni, ieri Muscat si è intestato i meriti della svolta nelle indagini. È stato lui, non il capo della polizia, a informare i giornalisti: una ingerenza molto criticata, in un Paese in cui la separazione fra poteri è notoriamente sfumata, per usare un eufemismo, e l’esecutivo nomina giudici e investigatori. E ora Muscat è in una posizione scomoda: ieri ha dichiarato che “nulla fa pensare a un coinvolgimento di Mizzi e Schembri nell’omicidio”, ma ha riconosciuto che è legittimo porsi domande sulla natura dei loro rapporti d’affari con Fenech. Li scaricherà? Salgono alte le voci che chiedono che sia lui a dimettersi, date le ombre sui motivi del suo costante supporto ai due collaboratori, malgrado le accuse su di loro pesino sul governo da anni. “Non sto proteggendo nessuno”, ha replicato.

E al settimo giorno Giordano diventò Funari

Sarà che farsi sentire fuori dal coro non è facile, ma certo Mario Giordano strilla come un’aquila della Patagonia per tre ore di seguito, una performance polmonare prima che televisiva. Per il resto Fuori dal coro (martedì, Rete4) è l’ennesima mara-talk in cui si conferma la riscoperta di Gianfranco Funari, primo e forse insuperato telepopulista a cui in sempre più si ispirano (una volta c’era la Tribuna politica, ora ci sono i tribuni politici). Giordano sta dentro il coro degli opinionisti sei giorni su sette, ma il settimo abbandona ogni freno inibitore e si cala in Funari come fosse a Tale e quale show. Deve averlo studiato alla moviola. Va e viene tarantolato, urla, strepita, grida Vergogna! in loop, damme la uno, damme la due, terrorizza i cameramen sbattendo il volto contro gli obbiettivi. Gli argomenti non gli mancano, in verità; quando smette di dirigere il traffico immaginario come un pizzardone impazzito, affronta temi scomodi, come i compensi milionari dei liquidatori delle aziende decotte (da Alitalia ad Astaldi, l’elenco è lungo). Il suo guru Gianfranco non avrebbe saputo fare di meglio. Ma ecco arrivare in studio Matteo Salvini, il classico politico fuori dal coro (anche lui sei giorni su sette è in tv). Miracolo! Giordano si calma di colpo, appare folgorato, come Brosio a Medjugorje. Si siede, sorride al Capitano, gli offre dei popcorn forse avanzati da Renzi, le convulsioni di poco prima sono solo un brutto ricordo. Eh già, quando si è fuori dal coro…

Ambrogino d’oro a Borrelli e Penati: equilibrismi di Sala

Nel paradiso delle toghe, Francesco Saverio Borrelli chiacchiera amabilmente con il collega Walter Mapelli. Il procuratore di Milano scambia qualche idea sul mondo con il procuratore di Monza. A Borrelli è arrivata la notizia che giù, nella Milano dove per tanti anni ha fatto il magistrato, hanno deciso di assegnargli, il 7 dicembre, l’Ambrogino d’oro alla memoria. La medaglia che premia i milanesi illustri è un riconoscimento che fa piacere agli umani. Borrelli, che non era vanitoso in vita, ora che va a cavallo e ascolta musica nei cieli ha aumentato il suo distacco dalle lusinghe del mondo.

L’Ambrogino d’oro non gli era stato concesso, quando era vivo, perché la politica comunale che decide i premi civici con il bilancino della lottizzazione non era riuscita a perdonargli di aver fatto e lasciato fare ai suoi magistrati Mani pulite. Ora che ascolta Wagner nelle praterie celesti, il veto è caduto. Ma con una strana compensazione: che lo stesso premio sia riconosciuto anche a un politico a lungo indagato. La par condicio postuma della giustizia: il procuratore premiato insieme all’imputato, Borrelli accanto a Filippo Penati.

Il procuratore di Milano ne sorride con il procuratore di Monza, che Penati l’ha mandato a processo. Mapelli, al pari del collega milanese, considera gli avvenimenti di cui è stato protagonista con il distacco di chi vede ormai dall’alto le cose del mondo. E risponde con la sua consueta ironia alle domande dell’amico, che gli chiede come andarono davvero le vicende giudiziarie del politico con cui si troverà a dividere il premio civico che ricompensa i cittadini la cui vita è da indicare come esempio per chi resta ad agitarsi laggiù, nelle nebbie sempre più rare di Milano.

Mapelli racconta all’amico, con il suo solito sorriso, la lunga indagine sul “Sistema Sesto”. Nel 2011 Penati schivò l’arresto, soltanto perché il gip non lo concesse, pur riconoscendo “gravi indizi di reato”. Era accusato di aver intascato una supertangente di 5 miliardi e 750 milioni di lire, pagata da un imprenditore come anticipo di una mazzetta complessiva di 20 miliardi di lire, per ottenere di poter costruire sull’area dove sorgevano le acciaierie Falck, a Sesto San Giovanni, dove Penati era sindaco. Il processo per concussione non si fece, perché arrivò la prescrizione. L’ex sindaco aveva giurato che l’avrebbe rifiutata, ma poi si assentò dall’aula proprio nel momento cruciale e la prescrizione scattò. Non sapremo mai, dunque, se le accuse dell’imprenditore a Penati erano false. Nessun giudice ha potuto valutare le prove dell’accusa e gli argomenti della difesa.

Per altre imputazioni minori – relaziona Mapelli a Borrelli – arrivarono assoluzioni. Anche se con sentenze che affermano che il “Sistema Sesto” esisteva, come “luogo di incontro tra gli interessi di imprenditori spregiudicati e le esigenze di finanziamento della politica” e, in particolare, “degli eredi del Pci, che da sempre amministravano Sesto San Giovanni”. Da ultimo, la Corte dei conti nel luglio 2019 ha condannato Penati a risarcire, insieme a undici coimputati, un danno di 44,5 milioni di euro per aver comprato, da presidente della Provincia, un pacchetto di azioni dell’autostrada Milano-Serravalle, facendo realizzare al gruppo Gavio una plusvalenza di 176 milioni.

Penati, che riposa in pace come il suo accusatore Mapelli, non si curerà di quel che succede quaggiù. Se ne cura invece il sindaco che distribuirà gli Ambrogini d’oro, Giuseppe Sala, che si è già dichiarato felice per il premio all’ex sindaco di Sesto San Giovanni: “un giusto risarcimento”. Chissà se il 7 dicembre spiegherà ai milanesi e ai familiari di Borrelli e di Mapelli che cosa quell’Ambrogino d’oro risarcisce.

Più dell’odio dobbiamo temere la paura

Chi sono gli istigatori all’odio? La destra o la sinistra? I fascisti o gli antifascisti? Gli italiani non sanno dove sbattere la testa e il dibattito gli offre qualche (ulteriore) muro. Dunque?

Punto uno: non perdiamo il senso della realtà. Per quanto sia aberrante che nell’Italia 2019 una sopravvissuta all’Olocausto sia costretta alla scorta per le minacce subìte, sia indubbio che negli ultimi tempi siano aumentati gli episodi di antisemitismo, discriminazione, razzismo (lo dicono tutti gli studi e la cronaca: solo la scorsa settimana a Milano sotto la targa dedicata a un antifascista morto in lager è comparsa una svastica con simbolo delle SS) e i social facciano da volano, alimentando un clima d’odio per il quale dobbiamo tenere gli occhi ben aperti, non perdiamo il senso della realtà. Siamo un paese in cui “solo” 40-50 anni fa la gente veniva gambizzata per strada, si andava alle manifestazioni armati e saltavano in aria banche, stazioni e treni: non saranno i tweet di qualche imbecille a riportarci a quei tempi. È solo la “prevalenza del cretino” (Fruttero e Lucentini docent).

Due: non evochiamo fascismo e squadrismo, non ci sono. La storia va maneggiata con cura e il dramma del fascismo è stato l’annientamento reale di nemici, oppositori, indesiderati (leggi razziali, distruzioni di sedi di partito, sindacati, giornali, omicidi politici). Per quanto sia inquietante l’inchiesta di Report sui rapporti della Lega con oligarchi russi finanziatori di partiti di estrema destra europei e ultracattolici americani anti-omosessuali, i cimeli nazisti di Savoini e la vicinanza di CasaPound, non scomodiamo tragedie storiche, Hitler e Mussolini, per Salvini e Meloni. Abbiamo delle leggi, facciamole rispettare: colpiamo l’apologia di fascismo – non solo reato, ma negazione dei valori costituzionali su cui si fonda la nostra democrazia – e prendiamo esempio dagli altri paesi, che hanno commissioni su razzismo, discriminazioni e antisemitismo e prevedono il reato di negazionismo della Shoah.

Tre: gli “istigatori” sono diffusi. Critichiamo Salvini e Meloni nel merito di quello che fanno, non c’è bisogno di insulti né di parallelismi storici che – lo ripeto – non c’entrano nulla. Evitiamo i toni e le parole di Chef Rubio, ma anche di Saviano (“ci fate schifo”). Con un’avvertenza però: un conto è se certi termini li usano un opinionista, uno scrittore, uno chef, altro è la responsabilità– ben più grave – di un rappresentante delle istituzioni. Quando Salvini, da ministro, apostrofò Carola Rackete come “fuorilegge”, “delinquente”, “complice dei trafficanti di esseri umani” che “ha provato ad ammazzare militari italiani”, le scatenò contro l’odio social dei suoi sostenitori (“puttana”, “vacca”, “asfaltatela”), e questa è irresponsabilità istituzionale.

Quattro: il vero pericolo della destra italiana, di Salvini e Meloni, non è il fascismo ma – per citare ancora Report – la “fabbrica della paura”: la promozione di una guerra tra poveri attraverso l’intolleranza e la propaganda anti-immigrati. È più difficile dare risposte concrete ed efficaci agli italiani sulla crisi economica che incolpare qualcun altro, è più difficile trovargli un posto in una casa popolare che dirgli “te l’ha presa lui”: indicare un nemico è sempre la via più facile.

Questo sì è pericoloso: incattivire un paese, negando la nostra tradizione di migranti, accoglienti, tolleranti, perché non si è in grado di migliorare le cose. Più dell’odio dobbiamo temere la paura; più di ciò che si dice (o si scrive) ciò che non si è in grado di fare.

La tragedia dell’Ilva diventata Medea

“Adesso mi chiedo come mai questi adulti non sono riusciti a risolvere il problema? E come mai siamo stati chiamati noi bambini che di queste cose non dovremmo sapere niente?”. Dieci anni fa, queste domande sul disastro ambientale, poste da un coro di bambini di Taranto (F. Colucci – G. Alemanno, Invisibili, Kurumuny 2011, p. 73), ebbero minore fortuna di quelle oggi seguite da applausi e telecamere nei pellegrinaggi planetari di Greta Thunberg.

Non slogan, a Taranto, ma la tragedia del quotidiano: la pediatra Grazia Parisi parla di un “infanticidio” che va avanti da 25 anni, come se l’Ilva fosse diventata un’insaziabile Medea incistata nella colonia greca più ricca dell’Occidente (gli ori e i vasi del rinnovato Museo Archeologico, peraltro costretto ad aprire i piani a ore alterne per carenza di personale). Nelle tragedie, per definizione, ogni scelta è sbagliata: qui forse già quella iniziale, che negli anni 50 volle rimediare tramite il “Pianeta acciaio” al declino della cantieristica navale e di un’agricoltura asfittica: “Perché Taranto non muoia” (come recitava lo slogan di quegli anni) si fece tabula rasa di un paesaggio “rimasto immobile e intatto dai tempi della Magna Grecia” (Dino Buzzati). La genesi, la scelta del luogo, il raddoppio del ’70: tutto è narrato ora con lucido equilibrio da Salvatore Romeo (L’acciaio in fumo, Donzelli 2019). Un collega di Romeo, rapito dagli dèi nel fiore degli anni, Alessandro Leogrande, sosteneva che tra i padroncini dell’indotto e quelli che Walter Tobagi chiamò “metalmezzadri” non si era mai creata a Taranto né una vera classe imprenditoriale né una duratura coscienza operaia (Fumo sulla città, Fandango 2013).

Dagli anni 70 in poi, mentre il centro storico si spopolava e decadeva, l’acciaio tirava di meno e s’iniziava a parlare di So2 e di diossina, iniziò a covare una sorda sfiducia. Allignarono (e fu profezia per il Paese) soluzioni miracolistiche: la lunga sbornia per l’ineffabile sindaco Giancarlo Cito, poi travolto dalla giustizia, la fede talora acritica nella magistratura contro la classe politica, l’ascesa effimera dei Cinque Stelle, magari domani (le bandiere spuntano, in Puglia) quella di un Salvini.

“Ora un’alternativa non c’è perché è stata fatta terra bruciata” dice da anni lo storico Roberto Nistri, interpretando il sentimento dello scacco – il secondo scacco, dopo l’asservimento della città al dirigismo della Marina Militare nell’età post-unitaria. A fronte dell’annoso dibattito ambientalista (chiudere, e bonificare; tenere aperto bonificando e riducendo la produzione; tenere aperto incrementando la produzione – anche in perdita! – e, senza fretta, bonificare), Leogrande – a differenza di Nistri – credeva nella reale possibilità di una riqualificazione dell’impianto, purché guidata e partecipata dai lavoratori. Il bel progetto di rigenerazione e riforestazione di una parte del rione Tamburi varato quest’estate dallo studio Land (A. Kiper) è stato concepito a Ilva aperta. Ma nella realtà, mentre il completamento del Piano ambientale previsto nel 2016 è stato via via spostato nel tempo dal giugno 2017 al dicembre 2018 all’agosto 2023 (e ancora il 29 ottobre scorso infuriavano polemiche e ricorsi per l’attuazione dell’Aia, mentre – accusano ora i commissari – Mittal era inadempiente; più in generale, siamo in gravissimo ritardo sulle prescrizioni della legge 349/1986!), nessuno è in grado di smentire che ogni giorno, ogni minuto di produzione nelle condizioni attuali significhi tra 15, 20, 25 anni un altro picco di bambini malformati, di sarcomi, di leucemie.

L’università s’insedia in un chiostro del centro storico, dinanzi a un elegante caffè letterario; s’inaugura il padiglione “Nadia Toffa” all’ospedale Ss. Annunziata; si difende l’allocazione a Taranto di un Corso di Laurea in Medicina; si stipulano protocolli d’intesa con Rosatom e la Federazione Russa per tecnologie di medicina nucleare oncologica. Ma la ricerca sui tumori infantili, lo studio dei prati al berillio, le analisi sui formaggi alla diossina, sono ergastoli perpetui? Dopo decenni di promesse tradite (da ultimo, la sconfitta della cordata concorrente di Mittal, che prometteva più risanamento in tempi ben minori; e poi il rifiuto di una valutazione dell’impatto sanitario del piano degli Indiani), chi può credere che davvero l’ambiente e la salute possano diventare una priorità?

Taranto “ebbra di vino”, ferace di armenti, noci, olive e cozze, Taranto dal “benefico ciel” e dall’“aer dolce” come cantava nel 600 Niccolò d’Aquino (Delle delizie tarantine). Il filosofo pitagorico Archita, reggitore di Taranto al tempo di Platone, creò una celebre colomba volante, il più antico drone della storia: di essa, dicono le fonti, “una volta fermata, non si rialzava più”. Ecco: è tempo, per la deliziosa Taranto, di fermare i motori, e di tornare a volare con piume nuove, e tutte sue; “voglio per la mia città nuvole bianche come quelle dei cartoni animati”, scriveva, dieci anni fa, uno di quei bambini.