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Soundreef, sono opportune alcune precisazioni

Egregio Direttore, in riferimento alla lettera pubblicata in data 19 novembre 2019 e dal titolo “Siae e Soundreef complicano la vita ai musicisti”, ci terrei a segnalare alcune imprecisioni riportate da Costantino Ladisa. In particolare, segnaliamo che non è previsto un obbligo per i musicisti nel conoscere anticipatamente i brani che suoneranno. Inoltre non ci sono importanti aggravi di costi o di tipo amministrativo per l’organizzatore di eventi. Quest’ultimo infatti dovrà semplicemente richiedere due permessi (uno a Siae e uno a Lea/Soundreef) due giorni prima dell’evento. Il tempo di richiesta di un permesso online sul sito di Lea e su Soundreef è inferiore ai due minuti. Dopo l’evento, l’organizzatore consegnerà il borderò Siae digitale anche a Lea per Soundreef. Quindi un unico borderò. Non ci saranno aggravi di costi rispetto al passato in quanto il prezzo finale sarà al massimo quello che era dovuto a Siae. Sono le collecting, Siae e Lea/Soundreef, che ripartiranno il costo di licenza pro-quota. Infine, ricordiamo che sia Soundreef sia Siae riscuotono per conto dell’autore e/o dell’editore. Se l’autore preferisce non essere iscritto a una delle due collecting l’organizzatore dell’evento non dovrà effettuare pagamenti a Siae e Soundreef (sempre che l’autore suoni brani di sua completa titolarità).

Davide d’Atri, AD Soundreef

 

Il “Fatto” non è mancato un giorno nella nostra casa

Da quando sono rimasto senza il mio grande amore Romana, dopo 59 anni insieme, non vi avevo più scritto, ma il giornale non è mancato un solo giorno nella nostra casa. Quando era ancora viva Romana in tv guardavamo, ai vecchi tempi, solo Rai3 e Il fatto di Biagi e, in questi anni, al 90 per cento La7, Crozza sul Nove, il vostro Accordi e disaccordi e le interviste del dottor Gomez, direttore del vostro mensile Millennium.

L’aria che tira della presentatrice Myrta Merlino mi piace molto: in special modo quando tratta dei lavoratori che hanno perso il lavoro o lo stanno perdendo, è molto brava, ma non mi piace affatto quando invita gente come Minzolini (tra parentesi, molto spesso), Cirino Pomicino e simili, che non dovrebbero più farsi vedere specie alla tv. Fino a che la mia testa risponde il Fatto Quotidiano non mancherà mai nella mia casa. Sempre avanti così.

Carlo Acciari

 

Ius culturae, se ne parla come se fosse l’unica urgenza

Condivido l’articolo di Marco Travaglio circa l’opportunità o meno di iniziare l’attività governativa con provvedimenti divisivi come lo ius culturae.

Alcuni ritengono che non bisogna astenersi dal fare le cose giuste per paura di regalare voti a Salvini, perché le cose giuste vanno fatte a prescindere. Ora, a parte il fatto che il parere su cosa è giusto e urgente da fare o meno è soggettivo (e secondo me lo ius culturae non è tra queste), in linea di principio anche io lo penso, soprattutto in vista di un probabile ritorno di Salvini.

Tuttavia credo che ci sia un enorme problema di comunicazione, perché non si può dare la sensazione di trascurare tutto il resto per dedicarsi a provvedimenti che interessano solo alcuni. Sono 3 mesi che parlano di ius culturae come se non pensassero ad altro, dando la sensazione che quella sia l’unica urgenza.

Credo che con un po’ di furbizia potrebbero anche fare questa riforma se la si ritiene indispensabile, ma pubblicizzandone nel contempo delle altre, che tocchino gli svariati altri problemi che ci sono. Poi altrimenti non ci stupiamo se la maggioranza delle persone decide di credere a chi gli dà la sensazione di risolvere i loro problemi.

Valentina Felici

 

Il marito violento di Rimini finalmente arrestato

Stanca dei continui maltrattamenti del marito, una donna, a Rimini, fingendo di ordinare una pizza, ha avvisato il 112. L’operatore, comprendendo l’urgenza della chiamata dalla voce strozzata della donna, ha inviato una pattuglia all’indirizzo fornitogli. All’arrivo dei militari l’uomo, che anche quella sera di agosto aveva barbaramente picchiato la moglie, ha cercato di gettarsi dal quarto piano, ma è stato fermato da un carabiniere.

In vicende come questa vengo infastidito da due cose: la piccolezza di certi uomini e l’omertà dei vicini: escludo infatti nessuno avesse mai sentito nulla. Comunque sia l’uomo è stato arrestato per maltrattamenti e lesioni personali nei confronti della moglie. La galera è il posto che merita.

Cristian Carbognani

 

Taranto, lo Stato reinvesta i soldi sequestrati ai Riva

Forse sono un sempliciotto o un sognatore. Se è vero che lo Stato ha incassato 1,5 miliardi dai Riva io penso sarebbe giusto venissero impiegati per iniziare la bonifica e la messa in sicurezza dell’ex Ilva.

I tre o quattro miliardi che mancano dovrebbero essere spalmati su un contratto di affitto di azienda. Così si prenderebbero due piccioni con una fava.

Lo Stato farebbe la sua parte, proteggendo i cittadini e i lavoratori. Noi, popolo, saremmo lieti (penso e me lo auguro) di aver risolto una penosa e annosa situazione, prestando soldi con la certezza di aver fatto la cosa migliore.

Paolo Benassi

Rivoluzione digitale? Selfie, influencer e foto dei piatti: ci stiamo rincretinendo

Gentile redazione, forse perché sono vecchio, certe volte intercetto delle notizie e penso che siano bufale, tanto mi sembrano impossibili. Tre giorni fa ho letto quanto segue: due amici (una delle quali si definisce “influencer”) sono passati in auto davanti al sagrato del Duomo di Milano. Non una ma ben due volte. I due geni, non contenti della bravata (il giornale la definiva così, ma a me pare troppo gentile come definizione) per dimostrare che loro “possono fare tutto” hanno ben pensato di condividere le loro memorabili “res gestae” sui cosiddetti social network. Morale, la seconda volta sono stati beccati dai carabinieri, a cui era stata segnalata l’auto la notte precedente. A bordo c’erano la sedicente influencer di 21 anni, e alla guida un 49enne! (che dovrebbe avere un po’ più di sale in zucca). E due ragazzi. Ma non è finita: è stato ricostruito che lei, dovendo rincasare da un locale, ha chiamato lui per farsi portare a casa e lungo la strada il conducente – denunciato per esercizio abusivo della professione di taxista – ha deciso di caricare anche i due che aspettavano un’auto pubblica al parcheggio. Mi chiedo: ma l’umanità sta rincretinendo?
Prof. Alberto Morandi

 

Caro Alberto, la sua lettera fa davvero sorridere. Per la scanzonata amarezza con cui è scritta, in primis. E poi per la domanda che pone alla fine. Alla quale non possiamo che rispondere: certamente sì, stiamo rincoglionendo. Su questo non ci sono dubbi. E gli episodi che possiamo portare a suffragio della nostra tesi sono innumerevoli. E non tutti estremi come quelli delle persone che muoiono per farsi un selfie dentro la gabbia del leone o sporgendosi da un precipizio.

Chissà se anche lei ha notato che ormai non esiste luogo pubblico – caffè e ristoranti, non solo discoteche – dove non ci sia, costantemente, musica ad alto volume. La gente non sa più cosa dirsi, perché non ha più nulla da dire: i piatti non si mangiano, si fotografano. E via così per tutto il resto. Il fatto è che la tecnologia non è affatto neutra e non sempre contribuisce a progressi. Anzi, forse sì: siamo noi, che peccando di hubrys più di Prometeo, sottovalutiamo l’impatto di questa incredibile rivoluzione digitale nelle nostre vite individuali e nella nostra convivenza sociale (per intenderci: la burocrazia è intasata di documenti a tutela della privacy, mentre la gente pubblica qualunque cosa su Internet). Forse questa regressione intellettuale (che ormai è visibile a occhio nudo) ce la meritiamo. Paghiamo il conto di un’imperdonabile ignavia.
Silvia Truzzi

La tardiva scoperta di Corradino

Dopo tanti passi falsi, il sindaco di Biella è giunto a una conclusione: “Sono stato un cretino”. In effetti il sospetto era venuto: il leghista Claudio Corradino è il genio che ha negato la cittadinanza onoraria biellese a Liliana Segre e l’ha proposta invece a Ezio Greggio. Come ignorare le affinità tra questi due giganti della società e della cultura italiana? Il brillante piano è stato rovinato dallo stesso Greggio, che si è rifiutato di accettare l’onorificenza al posto di una senatrice a vita superstite di Auschwitz. Corradino, per eliminare ogni residuo dubbio sulla sua intelligenza, ha provato a spiegarsi con queste indimenticabili parole: “Si tira fuori la signora Segre adesso, evidentemente, perché c’è un tentativo di minare la libertà di espressione. Ma la signora ha subìto quello che ha subìto 70 anni fa”. Ieri, infine, qualcuno deve avergli detto che stava facendo una figura di palta da guinness dei primati. E il sindaco di Biella ha provato a fare ammenda: “Sono stato un cretino”. Ecco. Poteva chiuderla qui. Invece ha continuato: “Su questa cosa però è stata fatta una speculazione indegna da parte di tutti quanti e mi dispiace. È ingiusto, una grandissima sciocchezza che è diventata una cosa nazionale. La signora Segre non ha bisogno che arrivi il sindaco di Biella a darle la cittadinanza, è un patrimonio dell’umanità”. Corradino, faccia meno.

Merlo ha Trovato l’assassino

Francesco Merlo – ci si consenta la licenza – è un passivo-assertivo. Dispensa verità con le domande retoriche. Maschera la bile con eleganza affettata. Si chiede nel suo mini-editoriale: “Verrà la morte e avrà 5 stelle?”. La firma di Repubblica la vive così: più che l’egemonia di Salvini, lo angoscia l’apocalisse grillina. Lo scrive nella sua rubrichetta “Cucù”, proprio accanto al cruciverba di Bartezzaghi: “La sinistra non rilancia i diritti civili (gay) né sociali (operai insegnanti…). Non smonta i decreti razzisti di Salvini-Di Maio. (…) Governa con una destra – non c’è solo Salvini – che degrada Roma e Torino, chiede ‘un Parlamento di cittadini selezionati a sorte’, ma dice che sinistra e destra non esistono più”. E poi conclude con la domanda retorica di cui sopra: “Verrà la morte e avrà 5 stelle?”. La tesi di Merlo è affascinante e assai generosa (anche nei confronti di Merlo stesso): trent’anni di asfissia mortale della sinistra italiana – a quanto scrive – sarebbero il risultato di questi pochi asfittici mesi di governo. Colpa di Grillo e i suoi nipoti, certo. Nel nostro piccolo, ci sentiamo di rassicurarlo: dopo il governo gialloverde e il governo giallorosa non c’è la morte. C’è il governo neronero.

Schiavi dell’autolavaggio e colf, il lato nascosto del caporalato

Erano quasi in lacrime Sadiq, Namir, Luqman e Rami quando, nel maggio scorso, i carabinieri del Nil sono andati a “liberarli”. Loro sono quattro dei dieci ragazzi egiziani “costretti” a lavorare senza sosta, per 14 ore al giorno, sabato e domenica compresi, in alcuni autolavaggi di Firenze, di quelli che da qualche anno si vedono nelle grandi città, organizzati in spazi sul piano strada solitamente adibiti a negozi.

“Il caporalato è un po’ come una schiavitù, sfrutta situazioni di forte indigenza e annulla le vite delle persone”, racconta al Fatto Quotidiano il colonnello Leonardo De Paola, del Nucleo Ispettorato del Lavoro. Proprio i vertici del Nil e quelli dei Nas, guidati rispettivamente dai generali Gerardo Iorio e Adelmo Lusi, ieri mattina hanno presentato i numeri di quasi due anni (gennaio 2018 – ottobre 2019) di lavoro della task force sul lavoro nero.

Sfruttando la piena applicazione della legge 199/2016 sul caporalato, i militari hanno potuto applicare quasi il triplo delle sanzioni rispetto agli anni precedenti, denunciando 756 persone (di cui 164 arrestate) e verificando la posizione di quasi 100 mila lavoratori in 28 mila aziende in tutta Italia. Il risultato è che quasi il 30% dei dipendenti controllati aveva una situazione contrattuale irregolare, il 15% era addirittura in nero.

Dietro i freddi numeri ci sono le storie di tante persone, per oltre il 10% italiani, che i carabinieri hanno verificato essere stati sottoposti a sfruttamento lavorativo. Nel capoluogo toscano, come a Napoli, i nordafricani impiegati negli autolavaggi sono stati trovati a lavorare in condizioni disumane, per importi che difficilmente superavano i 3 euro l’ora. “I caporali li organizzavano anche in strutture sovraffollate dove potevano essere meglio controllati”, spiegano dall’Arma. Quando sono arrivati i militari per loro è stata una sorta di liberazione.

Il cosiddetto settore “terziario” si è scoperto vasto incubatore del fenomeno. Superando ormai anche l’industria e l’edilizia. Oltre il 28% dei casi riguardano addetti alla logistica, ovvero facchini, riders, trasportatori ma anche badanti e operai del settore tessile.

A Bologna, nel settembre scorso, sono stati arrestati i titolari di una cooperativa che si occupava di assistenza domiciliare a casa di anziani e malati: una ventina di persone, donne e uomini, principalmente romeni, costretti a fare turni no-stop anche di 24 ore, giorno e notte, a una paga che non superava i 2-3 euro l’ora. “La condizione non dignitosa dei lavoratori aveva ripercussione anche sulle persone assistite”, confessa il tenente colonnello Luca Stegagnini. A Pistoia, nel maggio 2019, i Nil hanno invece arrestato 2 cinesi, titolare di un’azienda di confezionamento di abbigliamento, che sfruttavano 9 connazionali.

Nonostante i numeri del terziario siano in crescita, trascinati anche da turismo e ristorazione, il caporalato resta un fenomeno tipico dell’agricoltura: il 51% dei casi “risolti” dall’Arma riguarda infatti braccianti e contadini. Come i 20 casi di sfruttamento rinvenuti in provincia di Viterbo, che hanno portato in manette 4 persone. Fra loro, alcuni tagliaboschi romeni, impiegati a tutte le ore e, soprattutto, a tutte le condizioni climatiche, per una paga da fame: i militari della Tuscia, conclusa l’operazione, hanno portato gli operai a pranzo e, attraverso una colletta, hanno fornito loro derrate alimentari per sostenere le loro famiglie.

“È nato anche un rapporto di amicizia fra i carabinieri e queste persone”, racconta Stegagnini.

La battaglia della task force si concentra soprattutto al meridione. Dei quasi 60 mila lavoratori controllati nel 2019, circa 21.600 lavorano nelle regioni del Sud: la percentuale di lavoro nero in questo caso è pari a circa il 47,5%.

Ma attenzione, perché i dati aggregati relativi a tutto il settentrione evidenzia un preoccupante 31,5%, sintomo di una pratica generalizzata. Pratica che in alcuni casi è rischiosa anche per i datori di lavoro.

Esemplificativo è quanto accaduto nel febbraio 2019 a Siena, dove il Nil ha arrestato una donna, italiana, che aveva messo su una sorta di “nido domiciliare” – una specie di baby sitter con più bambini – e che era arrivata a compiere maltrattamenti non solo nei confronti dei piccoli presi in custodia, ma anche dei loro familiari.

Greta in Laguna: parta da qui la conversione ecologica

Dopo ciò che è accaduto, una possibile agenda di un governo: invitare Greta Tumberg a visitare Venezia per lanciare un appello urbi et orbi affinché i potenti della Terra fermino le emissioni di gas climalteranti. Approvare un nuovo, esemplare Piano nazionale per azzerare le emissioni di gas a effetto serra, in linea con l’accordo di Parigi. Inserire, nella legge di bilancio, la Laguna di Venezia tra i Parchi naturali di interesse nazionale. Incaricare un gruppo di esperti internazionali di ingegneria idraulica che constatino le malformazioni congenite vitali del feto-Mose, così da evitare inutili e costosi accanimenti terapeutici. Conseguentemente, sciogliere il Consorzio di imprese (fantasma, dopo gli interventi della magistratura) Venezia Nuova.

Realizzare delle opere provvisionali alle quattro bocche di porto con sbarramenti removibili di immediata installazione. Vietare la escavazione e il dragaggio di qualsiasi canale interno alla laguna. Approvare un piano di ripristino morfologico della laguna, con il rialzo dei fondali delle bocche di porto. Riaprire ai flussi di marea le casse di colmata, le valli da pesca e rimuovere ogni sbarramento. Tutto con l’obiettivo di dimezzare la capacità di invaso delle acque in Laguna. Affidare la elaborazione di un piano di difesa della laguna a una commissione internazionale (dove, per ovvie ragioni di credibilità, vi dovranno essere quei tecnici che per primi hanno visto i difetti del Mose, come il prof D’Alpaos, la prof Zitelli, la prof. Vittadini). Infine, il capo dello Stato dovrebbe chiedere scusa a Venezia (come ha recentemente fatto con i superstiti del Vajont) per le gravi responsabilità dei governi che, dal 1982 a oggi, hanno approvato e inaugurato, reiteratamente, un progetto sbagliato, con procedure criminogene (Concessione unica De Michelis/Zanda, Legge Obiettivo Lunardi/ Berlusconi).

Venezia ringrazia.

413 milioni pronto cassa: il Mose scopre un tesoro

Venezia

Il Mose ha un “tesoretto” da 413 milioni di euro. Una cifra enorme, frutto di risparmio sugli interessi bancari pagati nell’arco di una quindicina di anni, a suo tempo stanziata dal Cipe. Adesso i commissari del Consorzio Venezia Nuova hanno chiesto al ministero delle Infrastrutture di poter entrare in possesso della somma che lo Stato ha trattenuto, non essendo stata spesa. Intendono usarla per risolvere le numerose criticità dell’opera, per concludere i lavori e mettere in moto la fase di avviamento.

La notizia è nuova, visto che è stata scritta per la prima volta nel bilancio d’esercizio 2018, firmato a settembre dai commissari Francesco Ossola e Giuseppe Fiengo. E dimostra che i soldi per finire il Mose ci sono tutti. Perchè oltre ai 413 milioni ora oggetto di una trattativa (ma è prevedibile un braccio di ferro) con il ministero, il programma finanziario già prevedeva lo stanziamento (dal 2017 al 2024, in tranches diverse) degli ultimi 221 milioni per arrivare a quota 5 miliardi 493 milioni di euro, la somma ufficiale, il costo, “chiuso” di tutta l’opera. Se il Mose non verrà terminato nei tempi indicati (fine dicembre 2021) non sarà, quindi, per una questione economica.

Da quale cilindro escono quei 413 milioni di euro ancora virtuali? I commissari Cvn hanno avviato l’istruttoria per ottenere dal Mit “l’utilizzo di somme residuali derivanti da contributi pluriennali a suo tempo già assegnate dal Cipe al Sistema Mose: tali somme, attualizzate, ammonterebbero a circa 413 milioni di euro”.

Come è possibile che una cifra del genere sia stata stanziata e non spesa? Dal 2003 al 2018 il Cipe aveva previsto lo stanziamento pluriennale di contributi per 3 miliardi 390 milioni di euro. Una cifra spalmata in 15 anni. Il che ha comportato problemi di liquidità e di anticipi, risolti con affidamenti da parte di Cassa Depositi e Prestiti, Banca Europea per gli Investimenti bancari e Dexia, un gruppo finanziario franco-belga. Il volume degli investimenti (quota capitale) era previsto in 2 miliardi 547 milioni di euro, gli interessi in 842 milioni di euro. Questo dimostra come il Mose si sia rivelato un affare non solo per le imprese costruttrici, ma anche per chi ha concesso mutui o prestiti.

La realtà è stata però meno onerosa dei preventivi. In questo arco di tempo gli interessi pagati sono stati molto inferiori, raggiungendo quota 323 milioni. E quindi si è determinata una differenza pari a 520 milioni di euro. Il tesoro è questo. Nel bilancio i commissari indicano 413 milioni perchè anche in questo caso c’è un’incidenza della quota interessi.

La scoperta dei soldi tenuti nelle pieghe dei bilanci dello Stato non altera il monte totale del costo del Mose. Ma come verranno spesi quando Cvn riuscirà a incassarli? La risposta è contenuta nel bilancio 2018. “Nel corso degli ultimi anni sono state evidenziate criticità che richiedono la realizzazione di interventi di sistemazione, adeguamento, riprogettazione e rifacimento, oltre alla manutenzione delle parti realizzate”. I capitoli sono diversi. Si va dalla ruggine riscontrata sulle cerniere delle paratoie, ai sedimenti portati dalle maree che hanno impedito la sollevazione totale delle dighe mobili. Dall’adeguamento di una nave per la posa delle paratoie, all’umidità nei locali subacquei e nelle gallerie per mancanza degli impianti di condizionamento. Naturalmente, le cause alle imprese negligenti dovranno accertare il diritto ad eventuali rivalse. “Nell’ambito delle finalità dell’atto di completamento sottoscritto nel 2017 e del piano a finire da esso delineato, il Provveditorato e gli amministratori straordinari hanno individuato una serie di attività e di interventi strettamente correlati con il completamento dell’opera che richiederebbero immediata copertura finanziaria”.

Per ultimare il Mose manca circa il 6% dei lavori. Come ha spiegato l’ingegnere Alberto Scotti, il progettista, la quota è costituita in parte da impiantistica elettromeccanica. Su questo fronte si sta operando con gli appalti messi in gara, anche per ordine dell’Unione Europea che a suo tempo aveva contestato (per mancanza di concorrenza) l’affidamento diretto alle tre imprese principali del Mose, Mantovani, Condotte e Fincosit, uscite di scena per gli scandali e per crisi gestionali.

Ma c’è una buona parte (valore 300 milioni di euro) che, avvalendosi dell’affidamento diretto, nel dicembre 2018 i commissari hanno assegnato a due consorzi composti da ditte locali, soprattutto venete, che già avevano una quota parte in Cvn. Si tratta di Kostruttiva (sorta sulle ceneri della coop rossa Coveco, coinvolta nello scandalo e rinnovatasi) e di San Marco. Ad entrambi progettazioni e realizzazioni per circa 150 milioni. “A noi spettano opere edili e compensazione ambientale. – spiega Devis Rizzo, presidente di Kostruttiva – Il commissariamento è stato un punto di svolta, una cesura rispetto alle condotte illecite, un presidio di legalità a fronte della ‘cupola’ che agiva in precedenza”. Un esempio? “Siamo tornati alle marginalità lecite, che sugli appalti pubblici sono del 4-5%. Le grandi aziende del Cvn guadagnavano anche il 40-50, con fatture false e bilanci fasulli”.

E la politica? “Dovrebbe approfittare del tempo che manca all’ultimazione del Mose per progettare, con la stessa logica di rigore e trasparenza, la fase di gestione futura su cui ci sono già tanti appetiti…”. Infatti si calcola che far funzionare il Mose possa costare 100 milioni di euro all’anno.

Bankitalia sapeva dal 2016 della truffa Mps sui diamanti

Già a gennaio 2016 Banca d’Italia conosceva le irregolarità sui diamanti venduti tramite le banche a decine di migliaia di risparmiatori. Lo dimostra un esposto che un anonimo “onesto impiegato di Mps” l’8 gennaio 2016 inviò al servizio tutela clienti della Vigilanza e alla filiale di Firenze di Banca d’Italia, alla Procura di Siena e all’ufficio reclami della stessa Monte dei paschi di Siena. Ma Via Nazionale lanciò l’allerta solo due anni più tardi.

L’esposto di cui Il Fatto Quotidiano è in possesso spiega nel dettaglio la “convenzione che Mps ha stipulato con Dpi (Diamond private investment) per pubblicizzare la vendita di diamanti alla propria clientela” e che coinvolge “anche altre banche” tra le quali la “Popolare di Milano”. “La direzione ci chiede di chiamare la clientela e di consigliare i diamanti, rassicurandola che sono un bene rifugio che cresce costantemente come dimostrano le quotazioni pubblicate sul Sole 24 Ore”.

“Al cliente che abbocca fissiamo un appuntamento allo sportello. Gli presentiamo un rappresentante di Dpi che gli illustra il prodotto, lo abbindola con grafici sulla crescita delle quotazioni e lo convince a comprare diamanti. Gli viene anche offerto uno sconto rispetto alle quotazioni ‘ufficiali’. Al cliente si assicura che se vorrà disfarsi dei diamanti sarà Dpi stessa a curarne il ricollocamento”, scrive l’esposto.

Quale vantaggio ricavava Mps? L’esposto spiega quello che si scoprirà solo tre anni dopo: “Dpi gira a Mps il 12 per cento del venduto. Come può essere se la vendita è effettuata al valore delle quotazioni del Sole 24 Ore dedotto un 10 per cento? Appare incredibile che Dpi compri sul mercato i diamanti e li ceda rimettendoci il 22 per cento”. Ecco il trucco: “Un rappresentante di Dpi mi ha rivelato che i dati al Sole sono forniti dalla stessa Dpi e non sono frutto di contrattazioni sul mercato”. Per capirlo basta “dare uno sguardo al bilancio di Dpi: la società dichiara che il prezzo pagato per l’acquisto dei diamanti è pari al 30 per cento del valore al quale le pietre sono collocate”.

“L’utile di Dpi è pari al 30 per cento del fatturato” che nel 2013 era stato di 23 milioni di euro, ma ci sono margini anche “per i politici e i bancari che hanno stipulato la convenzione (si parla tra il 2 e il 5 per cento l’anno del venduto)”.

Lo stesso funzionario di Dpi “in vena di confidenze” rivela al dipendente di Mps che “gli acquisti di Dpi sono effettuati tramite una società londinese che prende commissioni di rilievo”, dietro la quale sono “nascosti gli stessi proprietari” di Dpi: “si aggira il fisco”, sostiene l’anonimo, che solleva i rischi di “riciclaggio di denaro di dubbia provenienza”.

“Il risparmiatore paga 10 mila euro un oggetto acquistato a meno di 2.000 e l’80 per cento dei suoi risparmi è diviso tra banche, Dpi e sponsor. Quando vorrà vendere o troverà un altro risparmiatore cui passare la patata bollente o rimarrà con il suo oggetto inutile, il cui valore effettivo è molto meno della metà di quello pagato”, denuncia l’esposto.

Un dato confermato dal- l’Antitrust nelle sanzioni del 30 ottobre 2017 a Intesa Sanpaolo, UniCredit, Mps e Banco Bpm e ai broker Idb e Dpi, che per 15 anni hanno gestito il business da oltre 2 miliardi di fatturato: “Le modalità di offerta dei diamanti da investimento” ai clienti erano “gravemente ingannevoli e omissive. Il comportamento delle banche nella prospettazione dell’investimento in diamanti ha leso l’affidamento riposto dai clienti sulla loro competenza riguardo alla diversa rischiosità e convenienza di varie forme di impiego”, spiegava l’Autorità. “Mps è stata oggetto di numerose ispezioni della Banca d’Italia, come altre banche convenzionate con Dpi. Gli ispettori non hanno visto nulla?”, chiede l’esposto secondo il quale in Dpi ci sono “Massimo Santoro, ex alto funzionario della Banca d’Italia dove ha passato trent’anni di carriera e dalla quale è uscito volontariamente a 57 anni nel 2002”, ma anche “Mario Baldassarri, professore alla Sapienza, senatore, ex viceministro del governo Berlusconi”. Né Santoro né Baldassarri sono indagati a Milano.

L’esposto fu ritenuto valido dalla Procura di Siena che delegò le indagini alla polizia valutaria della Guardia di finanza di Roma. Le fiamme gialle raccolsero una serie di annotazioni e i magistrati toscani il 2 marzo 2017, con una nota molto articolata, trasmisero per competenza il fascicolo d’indagine alla Procura di Roma. Di quegli atti non si sa più nulla. Il 31 gennaio 2017, la Consob aveva lanciato l’allarme ai risparmiatori sui rischi dell’investimento nelle pietre vendute allo sportello.

Ad aprile 2017 una circolare della Vigilanza di Bankitalia spiegava alle banche che “la segnalazione della possibilità di acquistare diamanti non costituisce di per sé attività finanziaria. A essa non si applicano né le disposizioni né i controlli della Banca d’Italia” ma “comporta comunque per le banche l’esposizione a rischi di natura legale e reputazionale”.

Via Nazionale chiedeva comunque a tutti gli istituti di fornire entro 60 giorni informazioni sui volumi di pietre venduti, i controlli e i contenuti degli accordi con i broker. Ma solo il 14 marzo 2018 Bankitalia avvisava i clienti dei diamanti che “le banche, oltre a considerare le caratteristiche finanziarie dei clienti cui è rivolta la proposta, devono assicurare adeguate verifiche sulla congruità dei prezzi e predisporre procedure volte a garantire la massima trasparenza su commissioni applicate, effettivo valore commerciale e possibilità di rivendita delle pietre”.

Il 28 settembre il pubblico ministero Grazia Colacicco della Procura di Milano, dopo aver messo sotto sequestro a metà febbraio 700 milioni di euro delle società coinvolte, ha chiuso le indagini per truffa, riciclaggio, autoriciclaggio, corruzione tra privati a carico di 87 manager e dipendenti bancari e sette società (i due broker e i quattro istituti sanzionati dall’Antitrust oltre a Banca Aletti) mettendo nero su bianco che dai diamanti Dpi ha realizzato profitti per almeno 165,5 milioni e Mps per altri 35,5 milioni. Per Bpi e per Banca Aletti sono indagati anche i vertici; per Mps, Intesa Sanpaolo e UniCredit solo manager di seconda fascia.

L’istituto senese, contattato dal Fatto, risponde “no comment perché c’è un procedimento giudiziario in corso”. Banca d’Italia assicura di aver avviato “verifiche” su quanto avvenne dopo la ricezione del circostanziato esposto anonimo del gennaio 2016.

“Un nome da Luigi in Calabria per M5S e Pd”

“Ma lei ha visto in tv Mattia Santori, il ragazzo leader del movimento delle sardine? È strepitoso”. Primo colpo. Secondo. “Al punto in cui siamo arrivati, nella mia Calabria squassata dalle divisioni politiche interne al Pd e ai Cinque Stelle, sia il Movimento a proporre un candidato. Di Maio scelga un nome forte della società civile calabrese e si vada uniti alle elezioni”. Ad assestare i due colpi al cronista è un politico della Prima Repubblica. Stiamo parlando di Agazio Loiero, classe 1940, calabrese di Santa Severina, democristiano a tutto tondo, già deputato, quindi sottosegretario nel governo D’Alema nel 1998, ministro per due volte, eletto governatore della Calabria nel 2005 col 60% dei voti, tra i 45 padri fondatori del Pd.

Presidente, quindi lei simpatizza con le “sardine” e il loro movimento?

Certo, stanno risvegliando le piazze italiane, pongono all’attenzione questioni serie, parlano della qualità della nostra democrazia e dei pericoli di derive autoritarie, ma…

Ma?

A quel ragazzo eccezionale e ai suoi amici non affiderei il governo del Paese. Governare è operazione complessa, è fatica, conoscenza dei problemi drammatici che affliggono l’Italia.

Per le Regionali calabresi lei invita i 5S a proporre al Pd un nome forte della società civile.

Ho tifato perché Zingaretti facesse l’alleanza di governo con il M5S, anzi, ero per questa soluzione già dopo le Politiche. Oggi sono convinto che quella di Di Maio di non presentare liste in Calabria e in Emilia, sia una scelta sciagurata. Se si perde arriva l’apocalisse sul governo e lui stesso si deve dimettere. Ma Di Maio ha capito cosa è successo alle ultime Europee? I numeri parlano di un travaso di voti dal suo movimento al partito di Salvini, in Umbria il M5S ha racimolato un 5%, davanti a dati del genere come si fa a rimanere inerti? Allora rassegnatevi e fate governare Salvini, così il leader della Lega sperimenterà il conflitto drammatico tra promesse e realizzazioni di cui parla Michele Salvati.

Per la Calabria un nome di alto profilo c’era, quello dell’editore Florindo Rubbettino. Lei era uno degli sponsor di questa candidatura.

Nelle settimane passate ho registrato quanta preoccupazione c’era nel Pd e in altri ambienti, e mi sono attivato. Rubbettino mi sembrava la scelta più adatta, un profilo di imprenditore e uomo di cultura che avrebbe rotto tutti gli stereotipi sulla Calabria. Si era reso disponibile, ma si è trovato da subito l’attuale governatore del Pd, Mario Oliverio, contro, i 5S divisi, Renzi che annuncia di non voler fare la lista. Cannonate ad alzo zero che lo hanno indotto a ritirarsi, ma ha sbagliato, perché il suo nome avrebbe travolto tutte le resistenze.

E ora avanza la candidatura di Mario Talarico, il re delle cravatte.

Credo che anche lui si ritirerà. Mi lasci dire, però, che mi colpisce tanta generosità, tante disponibilità a candidarsi, c’è qualcosa sul piano della logica che non quadra.

Cosa?

Si corre a candidarsi in una regione che ha raggiunto livelli di crisi mai visti prima. Scappano i giovani, la sanità è a pezzi, il Pil sprofonda, Francesco Samengo, presidente dell’Unicef Italia, pubblica dati allarmanti sui Net (giovani che non studiano e non lavorano), in Calabria sono il 36,2%, un bambino su due da noi fa fatica a comprendere un testo scritto. Qui ci stiamo giocando anche il futuro, eppure si corre e ci si dilania per le candidature. Questi dati, insieme ai sondaggi, hanno spinto Zingaretti a chiedere ad Oliverio un passo indietro.

L’onorevole Enza Bruno Bossio, attaccando un altro parlamentare del Pd, Antonio Viscomi, ha detto che a convincere Zingaretti a sostituire Oliverio è stato il procuratore Gratteri.

Non bisognava fare affermazioni del genere, neanche se i fatti fossero stati veri, e non lo sono nel modo più assoluto.

Regionali, oggi decide la base Di Maio e Grillo sono per il no

Luigi Di Maio l’aveva detto: “Farò di tutto” per evitare che il Movimento 5 Stelle si presenti alle Regionali in Emilia-Romagna. Gli bastava poco, per la verità, visto che è lui a concedere l’uso del simbolo M5S. Ma il suo obiettivo era ottenere il risultato con una linea morbida, onde evitare ripercussioni in Parlamento. Così aveva avviato un faticoso pressing su parlamentari e consiglieri emiliano-romagnoli per convincerli che restare a casa fosse la soluzione più saggia in assoluto.

Ma il pressing si è rivelato più faticoso del previsto, perché la pattuglia di deputati, senatori ed eletti in regione è convinta esattamente del contrario: il simbolo dei Cinque Stelle sulla scheda elettorale deve esserci, quel che succede dopo non è un problema loro.

E allora Di Maio ha deciso di affidarsi alla base, che oggi voterà su Rousseau se partecipare o no alle competizioni in Emilia-Romagna e pure in Calabria. Un annuncio che arriva in coda al post che fissa per marzo l’apertura degli Stati generali del Movimento, che dovranno servire a ricostruire l’identità dei Cinque Stelle a dieci anni dalla fondazione. Non un dettaglio: perché, come spesso capita, la domanda alla base ha già mezza risposta dentro. E stavolta pure le firme: “Abbiamo consultato le persone che portano dalla prima ora sulle spalle questo Movimento, e tutti concordano che serva un momento di riflessione, di standby”, si legge nel post, come a dire che la riflessione sul non presentarsi è condivisa da tutti, Beppe Grillo compreso. “Ma decidiamo insieme”, aggiungono, chiedendo il voto (come già era avvenuto in Umbria) a tutti gli iscritti e non solo a quelli delle regioni coinvolte. Si dubita del fatto che l’organizzazione degli Stati generali sia “compatibile con le attività elettorali”, si ricorda lo “sforzo organizzativo” che richiedono entrambe le attività. Insomma, si dice chiaramente che è meglio lasciar perdere.

La riflessione ruota ovviamente intorno alla solita faccenda: dopo la batosta in Umbria il capo politico M5S ha deciso di abbandonare l’idea – che non lo aveva mai convinto – di un’alleanza strutturale con il Pd. Ma la sconfitta in Umbria non pesa come una ipotetica vittoria di Matteo Salvini in Emilia-Romagna: se il Pd perde a Bologna, dove governa con Stefano Bonaccini, le conseguenze sul governo posso essere molto più amare. Figuriamoci se a togliergli voti fosse una lista avversaria benedetta da Di Maio. Nicola Zingaretti lo ha detto chiaro e tondo al capo politico, e lui ha inteso il messaggio. Tanto più che una lista solitaria del Movimento andrebbe a certificare un altro risultato negativo per i Cinque Stelle (sotto al 10 per cento, secondo i sondaggi).

Torniamo al “territorio”, però. Che da settimane spinge per la direzione opposta. Tre giorni fa, i consiglieri regionali e i parlamentari emiliano-romagnoli hanno consegnato a Di Maio un report dettagliato per spiegargli che “i motori sono caldi”. Ovvero che è tutto pronto per fare una campagna come si deve, dagli eventi in programma alle persone che si potrebbero occupare delle varie questioni organizzative. Gli hanno illustrato le motivazioni per cui è importante che i Cinque Stelle siano in consiglio regionale nella prossima legislatura, gli hanno mandato l’elenco delle cose fatte in questi cinque anni e anche i resoconti degli incontri che hanno fatto in tutta la Regione: gli attivisti sono per presentarsi, perchè – dicono citando lo scrittore Paulo Coelho – “l’unica maniera di prendere la decisione giusta è sapere quale sia quella sbagliata”. E quella sbagliata è “avere paura” e compiere la “grave ingiustizia”, per dirla con il deputato Davide Zanichelli, di ragionare sulla base di “un calcolo lontano da questa terra”. La paura c’è: i lontani da quella terra diranno quanto vale.