Il capetto toscano che sta col dem Giani

Tre anni fa, quando arrivò al Quirinale in giacca e cravatta, era emozionato. Poi davanti al “nonno d’Italia” Sergio Mattarella che lo stava nominando “Alfiere della Repubblica”, lui decise di tirare fuori il cellulare e farsi un selfie con il presidente.

La foto parla da sola: il giovane Bernard Dika sciolto e sorridente che tiene in mano il cellulare e dietro l’inquilino del Quirinale impacciato, quasi imbarazzato. L’episodio dice tutto del giovane 21enne fiorentino: chi lo conosce lo descrive come un ragazzo dalla “spiccata personalità”. È lui l’organizzatore del “popolo delle sardine” toscane che arriverà a Firenze il prossimo 30 novembre per rovinare il lancio della campagna elettorale di Matteo Salvini. Il leader del Carroccio ha organizzato una cena con 1000 sostenitori al Tuscany Hall in cui lancerà il candidato del centrodestra alle prossime regionali – nelle ultime ore è spuntato il nome del sindaco di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna – ma in quel momento le “sardine” guidate da Dika saranno in Piazza della Repubblica per dimostrare “che un’altra Italia c’è” e si riconosce nei “valori della pace, della giustizia e della libertà”.

Dika è nato in Albania ma si è trasferito coi genitori in Italia dopo pochi mesi e per questo si sente italiano, anzi fiorentino, a tutti gli effetti. Studente di Giurisprudenza a Firenze, Dika dal 2015 al 2017 è stato Presidente del Parlamento degli Studenti toscani ma non ha mai nascosto le sue simpatie politiche: “Non sono mai stato un renziano della prima ora – dice – ho sostenuto Renzi alle primarie del 2017 e sono stato uno dei 20 millennials del Pd che Matteo nominò durante la sua segreteria ma ho sempre detto quello che pensavo”. Il giovane ventenne infatti è diventato famoso dopo il suo discorso sul palco della Festa dell’Unità romana del 2018 quando fece un durissimo attacco al Pd, reo di “non avere una linea politica soprattutto sull’immigrazione” lasciando così “spazio alla destra”: “Dobbiamo cercare di capire perché la nostra gente non ci vota più e vota M5S” disse in quell’occasione il giovane Bernard. Da allora, tra ospitate in tv e inviti pubblici in cui porta per l’Italia i valori della Costituzione, è diventato uno dei volti più noti dell’impegno civico in Toscana e per questo ha deciso di lanciare il movimento delle sardine anche qui. Eppure, Dika è anche collaboratore del presidente del consiglio regionale e prossimo candidato dem nel 2020, Eugenio Giani, ma lui ci tiene a specificare che “le due cose non c’entrano niente”: “Io sono stato iscritto al Pd fino al 2018, poi nel 2019 non ho rinnovato la tessera – spiega – e il mio incarico in Regione non è di natura politica ma solo istituzionale: per lui mi occupo di politiche giovanili”. Le sardine quindi di politico non devono avere niente, sostiene lui: “Io ho lanciato l’idea – continua – ma per evitare strumentalizzazioni ho lasciato che siano gli altri ragazzi, che non hanno esperienza politica alle spalle, a organizzare praticamente la manifestazione”. Che piazza sarà quella di Firenze? “Non vogliamo né partiti né movimenti e il popolo del 30 non rappresenterà solo la sinistra ma tutti coloro che credono nei valori della Costituzione. L’importante sarà stare insieme senza dover ascoltare un capetto”. All’evento su Facebook hanno aderito già in 30mila e arrivano richieste di partecipazione da tutta la Toscana.

“Non chiamateli Girotondi: le Sardine sono l’anticorpo”

“Questo è un movimento nuovo. C’entra poco con i Girotondi o col Popolo Viola. È diverso dal punto di vista politico, sociale, generazionale”. Lo storico Marco Revelli ha osservato con sollievo le piazze piene delle “sardine” anti-Salvini: “È la dimostrazione che il sistema immunitario di questo Paese non è ancora collassato, la risposta della fantasia a questo clima di piombo. Sono un farmaco. Come si era diffuso il contagio del partito dell’odio, sembra si stia diffondendo l’esercito degli anticorpi”.

Già in passato i movimenti avevano illuso la sinistra per poi sciogliersi al sole. Non sarà questo il caso?

Insisto: penso che le Sardine siano differenti. Intanto per il rapporto che hanno – anzi non hanno – con i partiti della sinistra. I Girotondi erano ancora legati ai partiti, anche se li consideravano un referente negativo, da criticare. Oggi invece i partiti sono fuori dallo sguardo di questo movimento. Ed è un segno di sanità mentale. Le Sardine stanno da un’altra parte, guardano da un’altra parte. Poi sono diverse anche dal punto di vista socio culturale, rispetto ai movimenti del passato: la stratificazione sociale di questa moltitudine di ragazzi è trasversale. E i promotori sono giovani, giovanissimi, poco più grandi della generazione di Greta. Le Sardine intercettano quella fascia generazionale dai 25 ai 40 anni che era stata la grande assente nella politica di questi anni. E poi su, fino agli ultrasessantenni, i portatori di memoria storica. È una struttura multicolore e multigenerazionale.

Questo movimento però dovrà darsi una struttura prima o poi. O no?

“Struttura” è un termine impegnativo, forse anche pericoloso. Le strutture politiche sono una condizione per durare nel tempo, ma sono anche le gabbie in cui ci si chiude e dentro cui si diventa ostaggi. Credo che la forza delle sardine sia la tecnica del contagio. Penso sarebbe un errore se si ponessero il problema sin da subito di darsi una struttura formalizzata. Gli organizzatori di queste iniziative fino a ieri erano sconosciuti. Essere sconosciuti significa essere innocenti, non essersi mai bruciati con le volgarità che la politica ha prodotto trasversalmente negli anni passati.

Uno dei “leader”, Mattia Santori, è già andato in tv.

L’ho visto. Ha una faccia pulita, un linguaggio non gergale, molto comunicativo, in cui si possono identificare in molti. Non ha l’aspetto, la postura e il linguaggio dell’aspirante leader.

Ma la tv e l’esposizione mediatica rischiano di sporcare “l’innocenza” di cui parla, no?

È vero che la televisione intossica quasi tutto. Frequentarla è un’operazione da fare con mille avvertenze e indossando mille strumenti protettivi. È un enorme rischio a cui invece la piazza non ti espone.

I partiti di sinistra come si devono muovere rispetto alle Sardine?

Molto difficile dirlo. Dovrebbero rispettarli, non pretendere di annetterseli, mantenere un minimo di rigore. In quel caso la sinistra potrebbe persino trarne un vantaggio elettorale.

Salvini ha risposto alle Sardine con i gattini…

Un’idiozia totale, da asilo infantile, che dimostra la crisi di controllo del linguaggio e della comunicazione della sua propaganda, che un tempo era una macchina da guerra.

“Piazze piene, urne vuote”, si dice. Davvero le sardine possono fargli male?

C’è già una ferita oggettiva alla sua immagine e alle sue speranze egemoniche: quelle piazze piene mettono in scena un popolo che sta da un’altra parte. Nemmeno con i partiti avversari di Salvini: proprio da un’altra parte.

“Fronte del porto” e Hoffa: una storia americana

“Ti sei scavato la fossa con le tue mani! Tu sei finito in questo porto e in tutti i porti della costa da Boston a New Orleans! Tu non porterai mai più un camion, non spingerai più un carretto, non troverai più un lavoro! Sei finito!”, grida Johnny Friendly a Terry Malloy, dopo che ha testimoniato contro di lui in tribunale. È una delle scene cruciali di Fronte del porto (regia di Elia Kazan, 1954). Sono parole che nascondono profonde implicazioni sociali e politiche, che al di là dell’enfasi melodrammatica rivelano un mondo corrotto, sporco, violento. Il volto oscuro del sindacato made in Usa. Terry è un pugile fallito. Lo interpreta un grandioso Marlon Brando. Il fratello è uno dei capi di una gang che controlla il sindacato dei portuali di New York. A un testimone tappano la bocca. La scena di padre Barry, accanto al cadavere di Dugan, che si rivolge alla folla degli scaricatori, è potente: “Adesso Dugan è morto. È stato l’unico che ha avuto il coraggio di ribellarsi, però adesso l’hanno sistemato, sistemato per sempre! (…) Uccidere Doyle per non farlo testimoniare è una crocifissione! E far cadere un carico su Dugan perché si sapeva che domani avrebbe vuotato il sacco… è una crocifissione! E ogni volta che i prepotenti fanno del male a chi tenta di compiere il suo dovere verso i fratelli è una crocifissione! E quelli che stanno a guardare e non parlano quando sono interrogati, sono colpevoli come il soldato che piantò la lancia nel costato di Gesù per vedere se era morto!”.

Libri e cinema hanno sollevato il velo delle vergogne sindacali americane che oggi riemergono dal caso Gm-Fca, ne hanno rivelato i legami con la mafia (caso Hoffa) e coi padroni. Negli anni Cinquanta dettavano legge: un terzo degli americani, infatti, aveva la tessera del sindacato. In cambio, chi assecondava la politica dei dirigenti godeva di stipendi e retribuzioni più alte della media e poteva sfruttare benefit. Oggi la quota degli iscritti al sindacato si è ridotta al 10,5%. È indubbio che il grande successo dei sindacati Usa nella prima metà del secolo scorso sia stato legato alla compattezza delle lotte contrattuali e sia stato favorito dal boom economico. Però, proprio questo loro potere e la loro influenza politica è stata anche la ragione per cui certi grandi leader sono caduti nella trappola della corruzione. Nel recentissimo film The Irishman di Martin Scorsese, Robert De Niro interpreta un sicario della mafia (ma è anche un patriota, veterano della Seconda guerra mondiale) che rievoca un passaggio cruciale della storia americana: la scomparsa di Jimmy Hoffa (Al Pacino), il più controverso dei leader sindacali, ras degli autotrasportatori. Giovane street fighter, Hoffa sfruttò le conoscenze della malavita per gestire la sua scalata ai vertici sindacali, utilizzandola per intimidire o reprimere chi gli si opponeva. Nel 1957, a 44 anni, diventa presidente del sindacato degli autotrasportatori degli stati medio-occidentali e in 7 anni riesce a unificare tutte le organizzazioni sindacali del settore nazionale. Ma si scontrò con la Casa Bianca e con i Kennedy. Nel 1964 venne condannato a 15 anni per corruzione, ma tornò in libertà nel 1971. Quattro anni dopo scomparve nel nulla. L’ultima volta fu visto parcheggiare al Machus Red Fox di Bloomfield. Era il 30 luglio 1975. Frank Sheeran, il sicario di The Irishman, disse di avergli sparato due volte, in una casa di Detroit, dove l’aveva portato. L’Fbi indagò, su indicazioni di Sheeran, senza trovare il cadavere.

Le accuse alla Fiat: “Mazzette sindacali per danneggiarci”

È un’accusa pesante e infamante, ma proviene da una fonte a suo modo autorevole. La General Motors, infatti, non solo fa causa a Fca, accusata di averla danneggiata con la corruzione del sindacato dei metalmeccanici Usa, Uaw, ma sostiene che la “figura centrale” nello schema di tangenti pagate da Fca fosse Sergio Marchionne. Schema che viene definito “racket federale”, insomma una cosa seria. L’ex ad del gruppo automobilistico è scomparso nel 2018 e alla “conquista” della Crhysler negli Usa, fusa con la Fiat per creare Fca, deve la sua collocazione nell’olimpo del management industriale.

La vicenda era già nota, il processo che aveva visto accusati e condannati il dirigente Fca Alphons Iacobelli, e l’ex vicepresidente della Uaw, responsabile delle trattative con la società, General Holiefield, si è concluso nel 2017.

Ma ora General Motors accusa Fca di essersi impegnata nel portare avanti un disegno di corruzione che ha “minato l’integrità del processo di contrattazione collettiva e causato sostanziali danni a Gm”. Aiuta a comprendere la tempistica anche il fatto che lo Uaw ha deciso di cominciare la vertenza per il contratto proprio con Gm, adottata come modello delle relazioni sindacali che poi saranno estese anche alle altre aziende. L’azienda ha perso sei settimane di produzione e ha stimato che il costo dello sciopero è di quasi 3 miliardi di dollari. “Puntiamo a ottenere sostanziali danni”, dicono i legali della Gm e i fondi recuperati saranno investiti negli Stati Uniti “a beneficio dei dipendenti di Gm e della creazione di posti di lavoro”, spiega Craig Glidden, il responsabile legale del costruttore.

Fca si è sempre detta estranea ai fatti, non al corrente della cospirazione fra tre suoi ex manager con funzionari dello Uaw. Gli ex manager erano stati condannati per aver pagato funzionari sindacali così da mantenerli “grassi, stupidi e contenti”. I dirigenti sindacali, infatti, hanno accettato pagamenti di oltre 1,5 milioni di dollari in cambio dell’inserimento di clausole pro-azienda nei contratti sindacali. Da qui il danno che ora General Motors denuncia.

L’inchiesta di corruzione all’interno del sindacato si è poi allargata arrivando fino al presidente Gary Jones, al momento in aspettativa. Fca ritiene “senza merito” le accuse e assicura che si difenderà con tutti i mezzi legali a disposizione, dicendosi “stupita per i contenuti e la tempistica” dell’azione legale: “Possiamo solo presumere che punti a fermare la proposta di fusione con Psa e le trattative con il Uaw”. A Wall Street si sono comunque registrate immediate perdite con Fca scesa del 3,4% e Gm del 2,4%.

Ma la vicenda potrebbe avere risvolti molto più scottanti. I pagamenti di Fca ai funzionari della Uaw sono stati fatti “per ottenere benefici, concessioni e vantaggi nella negoziazione, implementazione e amministrazione” dei contratti tra il 2009 e il 2015. Il periodo è molto significativo perché il 2009 è l’anno in cui la cosiddetta Auto Task Force di Obama, lavorando a stretto contatto con la Uaw, organizza la ristrutturazione delle aziende automobilistiche fallite, Gm e Chrysler, preparando il terreno per la cessione, senza che questa sborsi un euro, alla Fiat. Quando sigla l’accordo con Obama, Marchionne riceve il 20% dell’azienda, grazie ai “trasferimenti tecnologici”, ma il 12% appartiene ai governi statunitense e canadese, che hanno prestato 9 miliardi di dollari, mentre il 67% è nelle mani dello Uaw, tramite il proprio fondo sanitario Veba.

È grazie al sindacato, quindi, che l’operazione si compie ed è ancora l’Uaw che nel 2015, sceglie Fca per i nuovi accordi di lavoro con una politica salariale decisamente di favore per l’azienda. Decisione che ha condizionato il mercato dell’automobile negli Usa, che ha senz’altro favorito il gruppo italo-americano – oggi pronto al salto con la francese Psa – è che ha scatenato la reazione di General Motors.

Gualtieri guida quelli del “sì in ogni caso”

La riforma del fondo salva-Stati non piace a molti esperti – anche europeisti a 24 carati come Cottarelli o i dem Marcucci e Pittella e preoccupa persino Banca d’Italia (ma tutti stanno attenuando le loro critiche per non sembrare “leghisti”) – ma di sicuro tra i dubbiosi non c’è Roberto Gualtieri.

Dopo l’ennesima audizione in Parlamento contraria al nuovo Meccanismo europeo di solidarietà (ieri è toccato al Centro Europa Ricerche), il ministro dell’Economia ha voluto mostrare tutto il suo sostegno al testo che – sostiene – sarà approvato a dicembre: “C’è molta confusione nel dibattito pubblico italiano – scrive in una nota Gualtieri – L’innovazione fondamentale riguarda la possibilità che il Mes svolga la funzione di backstop, cioè di supporto, per il Fondo di Risoluzione Unico: una linea di credito pari a circa 70 miliardi di euro che permetterà una gestione più efficace delle crisi bancarie e senza condizioni a carico dei paesi interessati”.

Quanto al resto, “le condizioni per l’accesso di un paese ai prestiti del Mes non sono cambiate, anzi, per una fattispecie specifica, sono state sia pur solo parzialmente alleggerite. Soprattutto è bene chiarire come la riforma non introduca in nessun modo la necessità di ristrutturare preventivamente il debito per accedere al sostegno finanziario”. Cosa che in realtà non sostiene nessuno ed è di sicuro ben chiara tanto a Ignazio Visco e a Banca d’Italia che a economisti come Galli o Cottarelli.

Le cose rilevanti dell’intervento di Gualtieri sono due. La prima è che il suo solo apparire ha fatto cambiare idea al presidente dell’Abi, Antonio Patuelli: di mattina sosteneva che, vista la riforma del Mes, “le banche italiane sottoscriveranno meno debito pubblico”; letta la nota del ministro ci ha ripensato. La seconda è segnalare, in vista del vertice di maggioranza di domani, la presenza di uno schieramento per l’approvazione della riforma com’è e senza dubbi: una posizione che non è nemmeno di tutto il Pd visto che in Senato ieri il gruppo chiedeva “ampio confronto” e “di votare sì solo con precise garanzie a tutela degli italiani”.

Ilva, la conferma dei commissari: “Le riserve sono al minimo”

Le riserve di materie prime dentro l’Ilva di Taranto sono “al minimo”. È quanto appurato ieri mattina dai commissari dell’Ilva che sono riusciti a compiuto una l’ispezione nello stabilimento siderurgico negata sei giorni fa da Arcelor Mittal. I depositi minerali svuotati possono consentire alla fabbrica di andare avanti per “un raggio di azione molto ridotto”, hanno denunciato ieri i commissari. La stessa accusa messa nel ricorso ex articolo 700 depositato al Tribunale civile di Milano e nell’esposto ai magistrati di Taranto. L’ispezione è avvenuta all’indomani delle perquisizioni e dei sequestri compiuti dalla Finanza nell’ambito dell’inchiesta avviata sulla base dell’esposto. E che mira ad appurare se sia in corso un “depauperamento” del ramo d’azienda che la multinazionale franco-indiana vuole retrocedere e come mai nel giro di un anno il “buco” nei conti di ArcelorMittal sia più che raddoppiato rispetto a quello dell’ex Ilva. Il sospetto è che l’acquisto delle materie prime sia stato effettuato a prezzi gonfiati da società riconducibili sempre a Mittal. I reati ipotizzati sono distruzione di mezzi di produzione e appropriazione indebita. L’inchiesta viaggia parallela a quella per aggiotaggio informativo, evasione fiscale e distrazione di fondi avviata dalla procura di Milano.

Intanto ieri Mittal ha sbloccato l’impasse sull’indotto. I lavoratori delle imprese minacciavano di bloccare da oggi il siderurgico, ma in serata il colosso, secondo fonti sindacali, ha comunicato di aver pagato i fornitori che da giorni presidiano le portinerie e chiedono il ristoro dei crediti, circa 60 milioni . I 163 fornitori degli autotrasportatori, invece, hanno ricevuto un acconto del 70% tra pregresso e in corso.

Intanto continua la trattativa tra il governo e Mittal. Domani è previsto l’incontro tra i vertici. Nel frattempo Fiom, Fim, Uilm hanno chiamano alla mobilitazione fino allo sciopero generale a difesa dell’intero settore.

Il vertice a giugno sul Mes Conte: “Useremo il veto”

Èbastato aprire un dibattito onesto sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) – il vecchio fondo salva-Stati tristemente noto in Grecia, Spagna, etc. – perché il sistema politico e di potere esplodesse nel più classico dei “tutti contro tutti”: posizioni diverse, a volte opposte, sono emerse nella maggioranza e dentro lo stesso Pd, all’interno del mondo bancario e intellettuale, ma lo scontro più rilevante e meno decoroso (“sovranismo da operetta” vs “bugiardo e smemorato”) è quello tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini, peraltro su fatti accaduti mentre i due erano premier e vice “gialloverdi”.

Dice il primo: “Il delirio collettivo sul Mes è stato suscitato dal leader dell’opposizione, lo stesso che qualche mese fa partecipava ai tavoli discutendo di Mes, perché abbiamo avuto vertici di maggioranza coi massimi esponenti della Lega”. Dice il secondo: “Se fosse onesto direbbe che a quei tavoli, così come a ogni dibattito pubblico, compresi quelli parlamentari, abbiamo sempre detto di no al Mes”. Nessuno dei due, come ricostruito dal Fatto, sta mentendo: ci sono stati incontri, ad uno dei quali ha partecipato Salvini in persona; la posizione della Lega è sempre stata negativa, come del resto quella dei 5 Stelle. È dunque sorprendente, oltre che falso, quanto detto nei giorni scorsi dal capo leghista: “Pare che nei mesi scorsi Conte abbia firmato di notte e di nascosto un accordo in Europa per cambiare il Mes”. Anche il premier, però, pare dimenticare qualcosa.

Com’è noto, quella riforma è in discussione dal dicembre 2018 e se in molti – e non certo solo la Lega – lo ritengono un “enorme rischio” (Ignazio Visco), “un pericolo per l’Italia e gli italiani” (Giampaolo Galli), “una riforma sbagliata a cui l’Italia si deve opporre” (Carlo Cottarelli), forse è il caso di ricostruire come si è arrivati all’attuale formulazione, pur migliore di quella iniziale (“i passaggi più pericolosi sono stati eliminati”, dice l’ex ministro Giovanni Tria, riferendosi alla proposta di rendere automatica la ristrutturazione del debito dei Paesi che chiederanno “aiuto” al Mes).

Durante il periodo gialloverde ci furono, come dice Conte, diversi incontri sul tema del Fondo salva-Stati: inizialmente si trattava di riunioni politiche a cui parteciparono, ad esempio, i sottosegretari grillini al Tesoro Castelli e Villarosa o i presidenti di commissione leghisti Bagnai e Borghi; in vista del Consiglio europeo del 20 e 21 giugno, però, si decise di tenere un vertice al massimo livello.

Il 12 giugno a Palazzo Chigi c’erano il premier e i due vice (Di Maio e Salvini), oltre ai ministri Tria e Fraccaro, al sottosegretario Giancarlo Giorgetti e altri. Secondo quanto ricostruito dal Fatto, il dg del Tesoro Alessandro Rivera aggiornò i presenti sullo stato dell’arte e tracciò un quadro problematico della situazione, nonostante qualche miglioramento peraltro rivendicato da Conte e Tria (“abbiamo trattato al meglio possibile”).

Il parere dei gialloverdi fu di bloccare la riforma, anche minacciando il veto, l’unica carta in mano all’Italia. Una possibilità su cui lo stesso premier si disse d’accordo, tanto più – spiegò – che il nuovo “salva-Stati” viaggiava (e viaggia) più veloce del completamento dell’unione bancaria e del bilancio comune dell’Eurozona, quindi sarebbe stato difficile ottenere modifiche all’interno di uno scambio tra le varie partite all’ordine del giorno (il contrario della “logica di pacchetto” rivendicata da Conte e peraltro disattesa, visto che a dicembre verrà approvato definitivamente solo il Mes).

Quel vertice si tradusse in una risoluzione parlamentare approvata il 19 giugno da M5S e Lega, che impegnava il governo “a opporsi ad assetti normativi che finiscano per costringere alcuni paesi verso percorsi di ristrutturazione predefiniti e automatici” e “a non approvare modifiche (del Mes, ndr) che prevedano condizionalità”. Quel voto obbligava il governo a non votare l’attuale testo di riforma del Mes e in sostanza a porre il veto su di essa: il premier, però, non lo fece allora, né oggi dice cosa intende fare. Forse lo farà il 10 dicembre alle Camere: due giorni prima dell’appuntamento decisivo.

Finalmente suso segna: Al cazzaro verde

Più o meno due anni fa, questo giornale ha pubblicato una mia intervista a Suso. Al suo massimo non è un campione, ma un buonissimo giocatore sì. Incontrandolo ebbi l’impressione, poi confermata dalle sue paturnie negli anni successivi, che avesse bel talento ma anche grandi insicurezze. Un bravo ragazzo, garbato e assai poco polemico. Ecco: solo il cazzaro verde poteva fare incazzare Suso. E solo lui poteva prendere uno schiaffone simile da un ragazzo così tranquillo (a volte pure in campo). Ieri il milanista Salvini, che quando c’è da non far niente è un campione, ha colto l’occasione del compleanno di Suso per scrivere un messaggio sarcastico sul profilo Instagram dell’ala iberica: “Auguri! Nella speranza che Babbo Natale ti porti un po’ di velocità, di grinta e di voglia di giocare”. Suso, finalmente non più mansueto, ha risposto con una blastata in piena regola: “Grazie Salvini. Nella speranza che Babbo Natale ti porti un po’ di velocità, di grinta, di voglia di amministrare meglio, molto meglio, un paese che amo”. Un gol all’incrocio, dopo una finta perfetta a rientrare (a sinistra, ovviamente). Ormai Salvini non ne indovina mezza da agosto, eppure nei sondaggi sta sempre in alto: complimenti, italiani! Il cazzaro verde conferma peraltro di avere neuroni dadaisti, perché non si capisce cosa c’entri il compleanno con i regali portati da Babbo Natale. Se da una parte il non più tenero Suso si iscrive con orgoglio – dopo il Gattuso pure lui antisalviniano – alla poco nutrita schiera di sportivi col coraggio di schierarsi (Marchisio, Zaytsev, Pozzecco), dall’altra Salvini continua a radicalizzare i pareri. O lo ami o lo detesti. E se cominciano a detestarlo pure quelli calmi come Suso, forse qualche problema per l’uomo che sussurra alla polenta taragna c’è.

La democrazia diretta può salvare la rappresentanza

In questo studio abbiamo cercato di capire quali sono gli antefatti storici e culturali della democrazia diretta, cercato di analizzare le ragioni della crisi della democrazia rappresentativa. Nel primo capitolo, muovendo dalle lezioni di Norberto Bobbio negli anni Novanta, abbiamo affrontato le differenze tra i richiami all’integrazione possibile tra le due forme di democrazia, prima e dopo l’avvento delle forze populiste.

Nel secondo capitolo abbiamo affrontato più direttamente il tema della crisi della democrazia liberale, rintracciandone le ragioni sin nei suoi momenti costitutivi e dunque svolgendo un’analisi di quali siano le contraddizioni strutturali di questo modello di organizzazione della vita politica e di come le tesi della democrazia diretta abbiano avuto sempre piena cittadinanza nel dibattito storico e filosofico.

Nel terzo capitolo, infine, abbiamo passato in rassegna il dibattito parlamentare italiano che si è svolto sulle due proposte di revisione costituzionale, l’Atto Camera 1173 promosso dai deputati Francesco D’Uva e altri, e l’A.C. 726 promosso dal deputato Pd, nonché costituzionalista, Stefano Ceccanti.

Due proposte di legge che hanno come oggetto lo strumento del referendum propositivo anche nella forma di un rafforzamento dell’iniziativa legislativa popolare già prevista, seppure in forma limitata, dalla Costituzione italiana e che, nel testo licenziato dalla Camera, diventa invece uno strumento rilevante di democrazia diretta o partecipativa.

Questo dibattito si è svolto anche mediante l’audizione di una ricca schiera di costituzionalisti italiani, evenienza che ha così messo a disposizione della riflessione un materiale prezioso che in parte ripubblichiamo con i tre contributi in appendice di Fulco Lanchester,Massimo Villone e Elisabetta Palici di Suni.

La conclusione è quella di una integrazione possibile, e anche necessaria, tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, se della democrazia diretta vengono utilizzate le strutture più efficaci, a partire dal referendum, e a patto di raccordarsi con forme, magari più avanzate, di democrazia rappresentativa.

L’integrazione possibile, infatti, dovrebbe servire a innervare le attuali istituzioni di nuova linfa e a rispondere alle pressioni impellenti che provengono dal “basso” della vita politica, da una richiesta di partecipazione che i cittadini sempre più spesso fanno propria. Ma che può, anche inconsapevolmente, in un contesto di destrutturazione istituzionale e, soprattutto, di scarsa solidità del sistema partitico che ha fondato il pilastro della democrazia rappresentativa, facilitare esiti di tipo plebiscitario con torsioni verso forme di democrazia autoritaria e plebiscitaria nella quale il rapporto diretto tra le masse e “il capo”, nelle varie forme in cui questo si presenti, torna a rappresentare il fulcro del sistema politico.

Si verificherebbe in questo caso il curioso paradosso di ispirarsi al filosofo della democrazia diretta, Rousseau, per poi approdare, come capita sempre più spesso nella vita istituzionale, a Bonaparte (Napoleone III) e all’impronta plebiscitaria che egli ha conferito alla democrazia francese.

Anche il dibattito sul mandato imperativo o vincolo di mandato, escluso dall’articolo 67 della Costituzione e stabilmente messo sotto attacco dal Movimento 5 Stelle, andrebbe depurato dalla acritica elegia della democrazia liberale. Quando il politologo Ernesto Galli della Loggia scrive che il divieto di mandato imperativo rappresenta la soluzione “logica” al problema di preservare la “sovranità del popolo” egli stesso deve subito ricordare che tale espediente rappresenta “una pura funzione”. Che serve “a mantenere in piedi un principio fondamentale (il principio della sovranità popolare) evitando che tale principio possa essere manipolato a fini politici di parte, ad esempio decretando che la sovranità popolare sia rappresentata esclusivamente dalla maggioranza parlamentare”.

In tal modo la rappresentanza vive solo della sua astrazione giuridica, priva di un rapporto concreto e fondante con la propria base elettorale che avrebbe una diretta interferenza nella cosa pubblica attraverso il vincolo di mandato. Inoltre, anche nel dispiegarsi della democrazia rappresentativa, il principio della rappresentanza della “nazione” non sarebbe negato se ogni singolo parlamentare rispondesse e avesse un rapporto con la propria costituency”, magari nella forma di un collegio elettorale di ridotte dimensioni in cui far vivere un rapporto diretto con i propri elettori.

Questo legame, che tra l’altro viene attivato nei singoli stati degli Stati Uniti d’America che adottano il meccanismo del recall, cioè la revoca del proprio parlamentare, non costituisce alcuna lesione del principio di sovranità popolare, anzi lo rafforza in direzione di quella volontà generale cara a Rousseau.

Il mandato imperativo, il rapporto diretto e indissolubile, tra rappresentanti e rappresentati, lungi dal rappresentare un viatico per uno Stato che stravolge la democrazia rappresentativa, potrebbe invece rappresentare un toccasana per forme democratiche consunte e deteriorate, tassello di una integrazione possibile che, ovviamente, va affrontata con perizia istituzionale e consapevolezza della fase in cui, negli anni Dieci del Duemila, vive la democrazia liberale.

“Soldi al Pd” nelle chat del telefono di Parnasi

Nel telefonino sequestrato a Luca Parnasi i carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma guidato dal colonnello Lorenzo D’Aloia ritengono di avere trovato riscontri alla tesi dell’accusa di finanziamento illecito da parte del costruttore Luca Parnasi nei confronti del senatore Pd Francesco Bonifazi.

Per l’esattezza c’è una chat del 19 febbraio 2018 trovata nel Samsung dell’imprenditore romano con la sua ex segretaria Elisa Melegari in cui “Parnasi – è scritto negli atti – chiede alla donna un riepilogo della programmazione dei finanziamenti elettorali”. La ex segretaria gli invia così un messaggio. In una riga scrive “200 Pd da Ipp”. Per i carabinieri Pd è “evidentemente il Partito democratico”, Ipp è l’abbreviazione di Immobiliare Pentapigna. Nello stesso messaggio la donna scrive anche: “50 pd da quarantana”, “riferendosi evidentemente a La Quarantana srl, società del gruppo Parnasi”. E ancora: nell’elenco c’è scritto anche “200 lega da Ipp”.

La chat è depositata agli atti dell’indagine romana sull’ex tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, finito sotto accusa per i 150 mila euro pagati alla fondazione Eyu dalla Immobiliare Pentapigna Srl (che era di proprietà dell’imprenditore Luca Parnasi) a cavallo delle elezioni politiche di marzo 2018 per uno studio di ricerca. Per i pm però il contratto di consulenza tra Eyu e la Immobiliare Pentapigna era “fittizio”.

Agli atti di quella indagine ci sono quindi anche parecchi messaggi estrapolati dal cellulare di Parnasi. Oltre quello con la segretaria, ci sono anche le chat con ‘tale Francesca Fiore’. Potrebbe essere l’attuale coordinatrice della Segreteria Generale di Italia Viva Gruppo Senato nonché il capo della Segreteria Particolare di Matteo Renzi, stando a Linkedin, dove si legge che dal 2012 al 2019 ha lavorato alla sede nazionale del Pd. La Fiore fissa a Parnasi “un appuntamento con Bonifazi per la mattina del 7 giugno 2018”, proprio presso la sede del Pd. I due invece “si vedranno presso la sede del Senato, in piazza Sant’Eustachio”, a Roma.

Scrive la Fiore il 2 giugno: “Ciao Luca, ti disturbo per chiederti se tu mercoledì 6 giu (giugno, ndr) mattina. Hai disponibilità per fissare incontro con Francesco”. E poco dopo: “fisso allora al Pd”.

Parnasi il 20 settembre 2015 ai pm Paolo Ielo e Barbara Zuin dice: “Mi sono incontrato diverse volte con l’onorevole Bonifazi anche presso la sede del Pd in via Sant’Andrea delle Fratte. Spesse volte presso la sede del partito altre volte, in un pranzo o una cena, è successo. Poi c’è un episodio. È successo anche che ci siamo visti in un edificio credo fosse proprio della Camera o del Senato, lì dove c’è …Largo Sant’Eustachio, non ricordo se fosse deputato o senatore perché io conosco Bonifazi da qualche anno”.