Operazioni sospette. Accertamenti GdF sui soldi della Lega

La Guardia di Finanza di Genova sta svolgendo accertamenti su “14 segnalazioni di operazioni sospette” riguardanti alcuni soggetti in orbita leghista. Sono tutte contenute in un’annotazione del Nucleo Valutario della Guardia di Finanza che ha analizzato i flussi finanziari tra una serie di società. L’annotazione è agli atti della procura di Roma che ha indagato Giulio Centemero per finanziamento illecito. Il tesoriere della Lega è finito sotto accusa per i 250 mila euro che la Immobiliare Pentapigna (società che era riconducibile all’imprenditore Luca Parnasi) ha versato nel 2015 alla onlus leghista Più Voci.

Nulla a che vedere quindi con le operazioni sospette. L’informativa della Finanza però è stata inviata dai magistrati capitolini ai colleghi di Genova, che da mesi danno la caccia ai 49 milioni spariti dai conti della Lega. È nell’ambito di questo fascicolo che lo scorso 10 dicembre la Finanza ha perquisito gli uffici dei commercialisti bergamaschi Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba (non indagati), revisori legali del Carroccio al Senato e alla Camera.

Di Rubba è amministratore unico di alcune delle società citate nell’analisi pre-investigativa del Nucleo Valutario, riversata poi in un’informativa dei colleghi del gruppo investigativo criminalità economico-finanziaria. Per esempio ricopre questa carica nella Studio Dea Consulting srl (poi divenuta Partecipazioni Srl). Questa società viene citata sia tra i soggetti sui quali la società Sdc srl, “ha girato i fondi provenienti da Radio Padania, tramite bonifici con causale riferita a fatture”. Poi nell’annotazione è scritto: “A tal proposito si rappresenta che la Studio Dea consulting risulta aver versato il capitale sociale della Sdc srl (costituita a febbraio 2016) e della Vadoline Srl, nonostante la sua formale estraneità alla compagine societaria di entrambe”.

In un altro passaggio invece è scritto che l’operatività finanziaria delle società riconducibili a Studio Dea Consulting “evidenzia come su tali società siano confluiti flussi finanziari provenienti dalla Lega Nord o comunque da altri soggetti collegati a tale partito (tra cui radio Padania)”.

Intanto altre novità emergono dalle carte depositate nell’inchiesta romana su Centemero. Dalle chat estrapolate dal cellulare di Parnasi – anticipate ieri da L’Espresso – vi sono i messaggi scambiati con Giulio Centemero. È il 9 dicembre e Parnasi scrive al tesoriere della Lega utilizzando l’applicazione Telegram: “Sto organizzando il 19 a casa mia. Che ne dici?”. “Direi ottimo”, risponde Centemero. Che il giorno dopo scrive di nuovo: “Viene anche Giancarlo ok?”. E ancora: “Per Iban et similia facciamo de visu o vuoi tutto in anticipo?”. Non è chiaro a cosa si riferisse.

Qualche giorno dopo i due si sentono di nuovo. “Alle 20.30 siamo da te, ok? – scrive Centemero – è ok se c’è (Andrea) il ragazzo che segue Matteo in campagna. Scusami davvero l’agenda di Salvini è sempre in divenire”. Il 20 dicembre il tesoriere ringrazia l’imprenditore: “Ciao Luca, volevo ringraziarti molto per la cena. (…) Hai messo al tavolo delle persone di valore e sono contento Matteo ci si sia confrontato”. Chi siano le persone presenti alla cena non lo dicono. Ma in quello scambio di messaggi a un certo punto Parnasi chiede: “Grazie a te di cuore. Ma come fa Francesco Storace a sapere della cena con Matteo?”. “Storace? – risponde Centemero – O glielo ha detto Matteo o l’addetta stampa di Matteo. Indago… oppure Storace ha contatti in questura (Matteo gira con la scorta)”.

Lo stesso giorno Centemero parla anche di altro con Parnasi. Ad un certo punto infatti scrive: “Ieri ho capito che Banca Igea sta costituendo un fondo immobiliare per i tuoi progetti. Se ti può interessare posso sondare una paio di famiglie emiratine con cui lavoro per investirci. Pensaci, nel caso mi muovo volentieri”.

Una cricca delle finte consulenze al Cnr

La cricca delle false consulenze al Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) guidata dall’ex direttore generale Massimiliano Di Bitetto, da ieri agli arresti domiciliari per associazione a delinquere e peculato insieme ad altre cinque persone gravitanti intorno alla gestione del più grande ente pubblico di ricerca, era riuscita a spillare quasi 40.000 euro per tre paginette scaricate da Wikipedia. Tre fogli camuffati da “analisi ed elaborazione dati per la realizzazione di un bilancio sociale nel settore Marino Costiero”.

In un altro caso, per un progetto “assistenza ai Pon con elementi innovativi di project management” retribuito quasi 49.000 euro, è stata presa dal web una tesi di laurea presso l’Università di Padova.

Due esempi di un modus operandi collaudato e simile in 46 consulenze fasulle dell’Istituto Ambiente Marino Costiero (Iacm) di Napoli, per un totale di circa 2 milioni e 225 mila euro. Progetti dai nomi roboanti, scelti apposta per duplicare o frazionare un unico lavoro sotto all’importo che avrebbe reso obbligatoria una gara, e così farsi pagare più volte; notiziole raccattate qua e là per infilare qualcosa nel dossier e pittarne una parvenza di utilità; procedure ultrarapide, inferiori ai 30 giorni standard, tra la preparazione delle determine e dei contratti e la liquidazione degli importi.

In questo modo, il Cnr era diventato il bancomat della cricca che agiva come una catena di montaggio. L’ordinanza chiesta dal pm di Napoli Ida Frongillo e firmata dal Gip Giovanna Cervo ne spiega il funzionamento con le parole di Vittorio Gargiulo, l’ex segretario amministrativo dell’Iacm di Napoli.

Gargiulo, dopo essere stato arrestato due anni fa col sorcio in bocca di 25.000 euro del Cnr utilizzati per l’acquisto di castelli gonfiabili per la sua ludoteca (il suo secondo lavoro), ha confessato e ha riempito pagine di verbali. Raccontando di mazzette conservate nel borsello e consegnate di nascosto in appuntamenti clandestini al termine dell’orario d’ufficio. Secondo Gargiulo, ricostruzione riscontrata dalle indagini dei finanzieri agli ordini del colonnello Domenico Napolitano, “queste consulenze erano in realtà inesistenti e costituivano una modalità attraverso la quale Massimiliano Di Bitetto e Ennio Marsella si appropriavano dei fondi dell’Ente per fini esclusivamente privati. Di Bitetto chiamava Marsella per dirgli che occorreva procedere a stipulare delle consulenze, Marsella mi chiamava e mi diceva che mi avrebbe chiamato Simone Morganti per avviare queste consulenze; quindi venivo chiamato da Simone Morganti il quale mi inviava tramite mail l’opus (e cioè l’oggetto) della consulenza; quindi predisponevamo la determina nella quale veniva indicato l’oggetto della consulenza, il responsabile del procedimento e le modalità del lavoro. Il responsabile del procedimento era il ricercatore che chiedeva la consulenza che molte volte era Marsella e la determina veniva firmata da Salvatore Mazzola”.

Marsella, Mazzola e Morganti, messi ai domiciliari, sono rispettivamente il dirigente di ricerca dell’Iacm, il direttore dell’Iacm e il rappresentante legale di alcune società beneficiate dal fiume di denaro. Morganti è l’anello di congiunzione tra Di Bitetto e un personaggio chiave della cricca, Paolo D’Anselmi, anche lui ai domiciliari (completa l’elenco il commercialista Michele Cilli). D’Anselmi è il titolare di diritto o di fatto di 16 società affidatarie delle false consulenze. Conosceva bene Di Bitetto: hanno scritto libri insieme.

“Mia figlia morta per causa loro. I condannati saranno prescritti”

“Un ergastolo. Da quando è morta la mia unica figlia la vita è una pena senza fine. Invece chi è stato condannato (in primo grado, ndr) per aver causato la sua morte non farà un giorno di carcere. Prescrizione”, Franca Murialdo non si arrende, ma la sua voce è sottile. Il 28 novembre ad Arezzo ci sarà l’appello per la morte di Martina. Ma la prescrizione scatterà il 3 dicembre. Per la morte della ventenne genovese Martina Rossi, avvenuta il 3 agosto 2011, non ci saranno quasi certamente condanne. Secondo i giudici di primo grado, Martina è precipitata dal terrazzo di un albergo di Palma di Maiorca per sfuggire a un tentativo di stupro. Due ragazzi di Arezzo – Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi – sono stati condannati per tentata violenza sessuale di gruppo (tre anni a testa) e morte come conseguenza di altro reato (tre anni ciascuno). Ma il secondo capo d’accusa pare destinato a prescriversi; resta in piedi la tentata violenza. Ma se anche questa porzione di condanna fosse confermata, teme Franca, “non faranno un giorno di galera”.

Agosto 2011: Martina è con due amiche in Spagna. I giudici la descrivono “contenta” e “spensierata”, “intelligente”, “timida”, “priva di un atteggiamento provocatorio con gli uomini”. Una studentessa brillante e carina. La sera del 3 agosto, poi, è felice: in discoteca ha conosciuto un ragazzo delle Marche, si sono dati un bacio. Ma ciò che accade al ritorno in albergo è mistero. Martina e le sue amiche avevano conosciuto quattro ragazzi di Arezzo. Quella notte le amiche salgono in camera con due giovani toscani. Martina non sa dove andare e decide di salire nella stanza degli altri ragazzi di Arezzo. I testimoni confermano: Martina non era interessata ad Alessandro e Luca. Ma alle 6:55 si sente l’urlo di una donna. Albertoni si presenta “lacrime agli occhi” dalle ragazze genovesi: “Martina è impazzita… mi è saltata addosso dicendo frasi senza senso”, racconta mostrando graffi sul collo. Martina, però, non è più nella stanza. È volata dal terrazzo sfracellandosi sei piani più in basso. Una manciata di ore e le autorità spagnole concludono: suicidio.

Gli imputati raccontano di una scena folle di Martina. C’è chi ipotizza che forse usasse psicofarmaci, si parla di “droga”. Tutto falso, affermano i giudici: “Martina non soffriva di patologie psichiatriche, non assumeva psicofarmaci, non era in cura da psicologi”. E non si era uccisa: la traiettoria del suo corpo non era compatibile con “un gesto volontario”. Qui emergono dettagli che per i giudici sono decisivi: Martina viene trovata in mutande, ma non c’è traccia dei calzoni e delle ciabatte che indossava. Non ha gli occhiali da cui non si separava mai perché era molto miope. E c’è Alessandro che presenta graffi al collo. Di qui la ricostruzione dei giudici: Martina avrebbe subito un tentativo di violenza, sarebbe scappata sul terrazzo per passare nella stanza vicina. Ma non vedendo bene sarebbe precipitata giù. Lo confermerebbero alcune frasi registrate. Un compagno degli accusati che sostiene di aver “svignato” le domande della polizia e agli agenti risponde con 47 “non ricordo”.

I magistrati sono convinti: l’imputato ha sostenuto che Martina era “impazzita… perché doveva trovare una spiegazione ai graffi sul collo”. Un punto della ricostruzione viene giudicato “non verosimile, né in alcun modo credibile”. Gli imputati respingono ogni accusa. Innocenti o colpevoli? Forse non si saprà mai. “Io non ho più niente, speravo almeno di avere una verità”, allarga le braccia Franca, assistita dall’avvocato Stefano Savi. Accanto c’è suo marito, Bruno Rossi, storico leader Cgil nel porto di Genova: “Mi sono battuto tutta la vita per dare un mondo migliore ai giovani. Continuerò a farlo. Ma proprio mia figlia mi è stata tolta per sempre”.

I Vip “salvati”: una cuccagna che (forse) finisce tra un mese

Leggi ad personam, scudi, depenalizzazioni, insolite concessioni di attenuanti, la ex Cirielli e anche la legge Severino. In attesa dell’entrata in vigore della tanto discussa riforma della prescrizione a gennaio, ecco come grandi processi e inchieste sono andate in frantumi. A essere avvantaggiati dal sistema giudiziario più lento del mondo e con la prescrizione più breve sono soprattutto i potenti. Alcuni dei personaggi qui descritti sono stati condannati in primo grado o in appello e hanno incassato la sentenza di non luogo a procedere in Cassazione. Alcune inchieste non sono arrivate neanche davanti al Tribunale: per fare un esempio, tra indagini e rinvii a giudizio il processo denominato “Tangentopoli 2” ci ha impiegato 10 anni. Difficile avere giustizia anche nei grandi processi collettivi: come quelli sul G8 di Genova del 2001 sui picchiatori e i devastatori.

 

Umberto Bossi Il caso dei 49 milioni

La Cassazione il 6 agosto 2019 dichiara prescritta la truffa che permise alla Lega di ottenere milioni di rimborsi elettorali non dovuti. Non luogo a procedere anche per Belsito

 

Claudio Scajola Mancata Scorta a biagi

Il 12 maggio 2015 il Tribunale dei ministri chiude l’inchiesta per cooperazione colposa in omicidio del professor Marco Biagi.Prescritto anche l’ex capo della Polizia De Gennaro

 

Silvio Berlusconi Dal lodo mondadori all’ex senatore De Gregorio

L’ultima prescrizione per B. il 2 luglio 2018, nel caso De Gregorio. Ma è stato prescritto altre 8 volte, per corruzione di giudici, frode e falso in bilancio

 

Giulio Andreotti Mafia

Il 2 maggio 2003 Giulio Andreotti viene assolto e prescritto per associazione a delinquere commessa “fino alla primavera del 1980″. Il 416 è stato introdotto nell‘82

 

Valter Lavitola Compravendita dei senatori

Con alcune condanne definitive, Lavitola ha scontato oltre 4 anni di reclusione. Salvato dalla prescrizione nel processo sulla compravendita dei senatori e in quello sulle tangenti a Panama

 

Scuola Diaz Violenze G8

Prescritti i capisquadra dei picchiatori dopo la sciagurata irruzione nella scuola Diaz: il reato di lesioni è evaporato. Condannati invece i dirigenti per le false prove, ma è prescritta la calunnia. Prescritti i devastatori della città e quasi tutti i reati dei carcerieri di Bolzaneto

 

Stephan Schmidheiny Amianto ed eternit

Il 23 febbraio 2015 la Cassazione prescrive il reato perché ritiene che sia cessato quando l’azienda fallì nel 1986. Il magnate svizzero condannato a 18 anni non deve più neanche versare un euro degli 89 milioni di euro per le parti civili: 2.889 persone

 

Alberto Tedesco La sanità pugliese

L’ex senatore finì indagato con l’accusa di essere a capo di un sodalizio che gestiva nomine e appalti nella sanità in Puglia. La sentenza di primo grado arriva dieci anni dopo: tutto prescritto

 

Francesco Colucci Processo G8

Ex questore di Genova, accusato di falsa testimonianza per le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo per l’irruzione alla scuola Diaz. Prescritto

 

Giorgio Orsoni Mose

L’ex sindaco di Venezia fu coinvolto nell’inchiesta Mose. Accusato di finanziamento illecito, è stato in parte assolto con formula piena, in parte prescritto

 

Luciano Moggi Calciopoli

L’ex dg della Juve fu coinvolto nell’indagine che nel 2006 travolse il calcio. Il caso arriva in Cassazione solo a marzo 2015: l’associazione a delinquere contestata è prescritta

 

Flavio Briatore Il megayacht Force Blue

Prescrizione del reato, ma confisca della barca. Si conclude così l’appello bis a Genova sullo yacht Force Blue. L’accusa: omesso versamento Iva all’importazione

 

Denis Verdini Scuola dei Marescialli

Accusato di corruzione per il suo interessamento per la nomina di De Santis, il caso si prescrive dopo 4 mesi dalla condanna di primo grado a due anni di reclusione

 

Claudio Lotito Calciopoli

Il patron della Lazio fu accusato di una frode calcistica. Condannato a un anno e tre mesi in primo grado, il caso si è prescritto già in appello

 

Josefa Idem L’ex ministra e il marito

Josefa Idem: contributi erogati dal Comune di Ravenna per essersi fatta assumere dal marito, poi diventò assessore allo sport nel 2006. Prescritta

 

Alfredo Romeo La tangentopoli napoletana

Nei primi anni 90, accusato di aver pagato una tangente all’ex parlamentare Vito, condannato in appello a 2 anni e mezzo, prescritto in Cassazione

 

Pacini Battaglia Tangentopoli 2

Per il banchiere italo-svizzero Pierfrancesco Pacini Battaglia è stata dichiarata la prescrizione il 7 gennaio 2007 dalla Cassazione

 

Renato Squillante Tangentopoli 2

L’ex capo dell’ufficio gip di Roma, tra i personaggi di Imi-Sir e Sme, viene prescritto in terzo grado. Dieci anni tra indagine e rinvio a giudizio

“È andata male: se non si cambia, si rompe”

“Io sono sempre per le mediazioni. Anche in questo caso. Ma sulla prescrizione, se non c’è un’apertura da parte del ministro Bonafede, si va allo scontro frontale”.

Alfredo Bazoli (corrente Base Riformista), bresciano, cattolico, avvocato, capogruppo Pd in Commissione Giustizia, per carattere e per formazione è tutto tranne che un amante dello scontro. Ma sull’entrata in vigore dello stop alla prescrizione, dopo il primo grado di giudizio, il 1º gennaio 2020, è drastico: “Senza intervenire sui tempi dei processi, per noi è inaccettabile”. Martedì notte c’è stato l’ennesimo vertice sulla giustizia. Bazoli insieme ad Andrea Giorgis (responsabile Giustizia dem) e Franco Mirabelli (capogruppo in commissione Giustizia in Senato) segue il dossier dall’inizio.

Onorevole, com’è andata?

Abbastanza male.

Perché?

Il ministro non accetta le nostre proposte di mediazione sulla prescrizione.

Che sarebbero?

Riguardano il secondo grado di giudizio. Se un processo dura troppo tempo, deve scattare proporzionalmente una riduzione della pena. E se davvero la durata diventa eccessiva, il processo si estingue: ovvero c’è un termine indipendente dalla prescrizione che non può essere superato.

Con quale durata dovrebbero scattare queste misure?

Non abbiamo quantificato i tempi. Su quelli, ci sono margini di discussione: ma prima vogliamo capire se Bonafede accetta il principio. Cosa che per ora non è.

La prescrizione è tradizionalmente la salvezza dei colpevoli. Non le pare un po’ forte parlare di riduzione della pena?

In realtà con questa misura noi trasformiamo l’assoluzione per prescrizione in una condanna con uno sconto commisurato all’eccessiva durata. Misure come questa ci sono in Francia e in Germania, ovunque in Europa. E sono indicate e suggerite da tutti coloro che sostengono l’interruzione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio.

Bonafede, per esempio, ha proposto una corsia preferenziale in secondo grado per chi è stato assolto. E un’agevolazione per accedere all’indennizzo per i processi troppo lunghi. Non vi basta?

No, perché la corsia preferenziale riguarderebbe una quota minima dei giudizi. E l’indennità è già prevista dalla legge Pinto e un eventuale aumento non mette al riparo dalla durata eccessiva dei processi.

Che succede se non ci sono aperture da parte del ministro?

Non esistono altre strade, se non lo scontro duro e puro sull’entrata in vigore della prescrizione.

Fino alla crisi di governo?

Non si può escludere, voglio sperare di no. A quel punto, toccherà al premier Conte trovare un punto di mediazione nella maggioranza, insieme ai capi delegazione.

Parla a titolo personale o è la posizione del Pd?

Con qualche distinguo, siamo tutti d’accordo sul fatto che lo stop alla prescrizione non può scattare senza dei correttivi adeguati.

Enrico Costa (FI) ha presentato una proposta di legge per abrogare la norma sullo stop alla prescrizione. Se arriva in aula, che farà il Pd?

Non posso prevedere e controllare il comportamento dei nostri senza un accordo politico preventivo.

Non le sembra una dichiarazione di guerra la sua?

No, io sono per arrivare a una soluzione. Spes contra spem.

La minaccia dem: “Votiamo con B. sulla prescrizione”

Aun certo punto della notte, nel vertice di martedì a Palazzo Chigi che è tutto uno scontro, il Pd e i renziani di Italia Viva indicano il bottone rosso, quello che potrebbe far saltare tutto: “Ministro, se la situazione rimane questa, noi potremmo anche votare la proposta di Forza Italia per bloccare la tua riforma della prescrizione”. E il Guardasigilli a 5Stelle Alfonso Bonafede rilancia: “Se volete, fate pure, vi assumerete le vostre responsabilità. Sappiate che così mettete a rischio il governo”.

È questo il burrone sopra cui si agitano i giallorossi. Perché la giustizia, anzi la prescrizione, può essere davvero il crepaccio che un pezzo di maggioranza cerca per precipitare nel voto in primavera. Basterebbe appoggiare la proposta di legge del forzista Costa già depositata in commissione Giustizia, che andrà in votazione a metà dicembre. “Con la pdl di Costa si tornerebbe all’attuale normativa, quella prevista dalla riforma Orlando” ricorda Maria Elena Boschi, subito imitata dai dem. Ossia a uno stop della decorrenza dei termini per un massimo di un anno e sei mesi dopo le sentenze di primo e secondo grado. Molto meglio del congelamento totale della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, quello che arriverà da gennaio con la legge Spazzacorrotti.

Prima dello scontro finale, però, il Pd rimette sul tavolo un limite massimo per la durata dei processi, cioè una prescrizione per i procedimenti. E propone anche uno sconto di pena per i condannati in caso di processo che sfori determinati tetti temporali. Il ministro però non ci sta: “Mi state dicendo che devo uscire da quella porta e dire che volete sconti per i colpevoli?”. Sguardi preoccupati, poi interviene di nuovo la Boschi: “Vorrei ricordare che quella sullo sconto di pena non è una proposta di Italia Viva”. Una piccola presa di distanza, ma tanto “dem e renziani parlano la stessa lingua” accusa una fonte grillina. Di certo sono compatti nel respingere la proposta dei 5Stelle, che chiedono di rinviare al nuovo anno il voto sulla proposta di legge di Costa. “Così da gennaio la nuova prescrizione partirebbe comunque”, ribattono. Certo, Bonafede tenta qualche passo. Offre una corsia preferenziale ai processi di appello per gli assolti in primo grado. E ventila “un’agevolazione per l’accesso alla procedura della legge Pinto”.

Ovvero una via più semplice per arrivare a un risarcimento per chi sia stato sottoposto a un processo troppo lungo. Ma non può bastare a Pd e Italia Viva. Non serve il tentativo di mediazione diPietro Grasso (Leu), l’unico non 5Stelle favorevole alla norma di Bonafede. E a mettere assieme gli opposti non riesce neanche il presidente del Consiglio, l’avvocato Giuseppe Conte. Nella notte ordina pizze e bibite per tenere bassa la temperatura, esorta al dialogo. Ma la giustizia penale è una palude da cui non sa uscire neppure lui, almeno per ora. “Forse aspetta il momento giusto per fare una sua proposta” è la convinzione diffusa.

Nell’attesa Bonafede, il numero due del M5S, tiene la sua trincea. “Io sono vittima-centrico, sto con le vittime della prescrizione” rivendica nella riunione. Non può cedere. E lo ripete ieri alla Camera, nel question time. “La riforma della prescrizione non avrà nessun effetto devastante dal 1° gennaio, non ci sarà nessuna apocalisse. Gli effetti si avranno semmai dopo qualche anno”.

Ad ascoltare c’è innanzitutto il forzista Costa, che dal microfono infierisce: “La maggioranza sta andando in tilt sulla prescrizione, il ministro deve fare dietrofront”. Pochi minuti dopo, lo stesso Costa insegue Bonafede mentre esce dall’aula. Scambiano qualche battuta e sorrisi di circostanza. Poi il ministro si infila il cappotto. Arrivano i giornalisti: “Ministro, si è dato una tempistica?”. Pausa, risposta: “La tempistica la devono rispettare gli altri”. Saluti, dalla trincea.

L’anima de li mortacci

Scusate se rompo ancora l’anima con la storia del governo senz’anima (se non l’abbia mai avuta o l’abbia persa per strada, non si è ben capito). Ma ci sono sviluppi succulenti. L’altra notte, al vertice di maggioranza sulla Giustizia presieduto da Conte, s’è rischiata la crisi di governo perché il Pd e Forza Italia Viva pretendono di cancellare il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, che da un anno è legge dello Stato (la Spazzacorrotti) e vale per i reati commessi dal 1° gennaio 2020. Ufficialmente si dicono preoccupati perché, senza prescrizione, i processi non finiranno mai, ma sanno benissimo che è esattamente il contrario: è grazie alla prescrizione che i colpevoli, almeno i ricchi e potenti che possono mantenere l’avvocato a vita, allungano i processi per farla franca. Senza quell’aspettativa, i processi dureranno molto meno. Specie se, come previsto dalla riforma Bonafede, i giudici rischieranno l’azione disciplinare se sforeranno i termini di ogni grado di giudizio. Il bello è che chi teme processi eterni – il Pd e i renziani – sta bloccando la riforma della giustizia che li accorcia, con la scusa che prima bisogna bloccare la blocca-prescrizione accusata di allungarli. Roba da Comma 22.

Siccome però la blocca-prescrizione è già in vigore e scatta dal 1° gennaio, per bloccarla ci vuole un’altra legge, da approvare entro il 31 dicembre alla Camera e al Senato, fra l’altro impegnate sino a Capodanno con la legge di Bilancio. È già pronta quella del forzista Enrico Costa che ci riporta al vergognoso sistema precedente, quello che falcidia 200 mila processi e salva 3-400 mila colpevoli all’anno (gli innocenti che vogliono essere assolti nel merito rinunciano alla prescrizione e si fanno giudicare oltre i termini). Tra i quali guardacaso c’è il capo di Costa, Silvio B., nove volte prescritto per corruzione di giudici e di senatori, falso in bilancio e frode fiscale. Ora tenetevi forte: Pd e renziani annunciano che, se il M5S non ripristina la prescrizione fino alla Cassazione, voteranno la legge forzista. Per Costa sarà un momento epico: sono 13 anni, da quando il figlio d’arte albese entrò in Parlamento con FI, che il centrosinistra lo attacca per la produzione industriale di leggi ad personam. Nel 2009, per meriti acquisiti sul campo, fu relatore del “lodo Alfano” che bloccava i processi a quattro alte cariche dello Stato (soprattutto una). Poi purtroppo la boiata incostituzionale fu cancellata dalla Consulta. Lui ne partorì subito una nuova, con altri giuristi del calibro di Brigandì (il leghista appena condannato in primo grado a 26 mesi per patrocinio infedele e autoriciclaggio).

Cioè il presunto Legittimo impedimento che sospendeva i processi al premier e ai suoi ministri: anche quello, purtroppo, incostituzionale. Poi, non contento, fabbricò il bavaglio sulle intercettazioni. Poiché – come diceva Totò – il talento va premiato, Renzi se ne assicurò i servigi nel suo primo e fortunatamente unico governo, nominando Costa (nel frattempo trasvolato da FI a Ncd) viceministro della Giustizia. Gli elettori mostrarono di gradire, infatti nel 2014 il giovine Enrico si candidò a presidente del Piemonte e rastrellò un ragguardevole 2,98%. Il trionfo gli valse la promozione a ministro degli Affari regionali, delle autonomie e pure della famiglia. Poltrona che mantenne anche nel governo Gentiloni, che purtroppo lasciò dopo otto mesi per l’irrefrenabile richiamo della foresta forzista. Grande però fu la delusione quando B. pose il veto, costringendolo ad aderire a un altro movimento di massa: “Fare! (col punto esclamativo, ndr) -Pri- Liberali”, poi tramutatosi in “Noi con l’Italia”, detto anche la “quarta gamba del centrodestra” e popolato di altri noti frequentatori di se stessi tipo Fitto, Lupi, Zanetti e Tosi. A quel punto B., in vista delle elezioni 2018, decise che non si buttava via niente e si riprese la compagnia della buona morte. Così il Costa fu rieletto deputato. Un mese dopo mollò Noi con l’Italia (ormai ridotto a Lui per l’Italia) per tornare all’ovile forzista. E ricominciò a sfornare leggi salva-ladri e anti-giudici. Quando la Lega ingoiò e votò obtorto collo la Spazzacorrotti, con tanto di aumenti di pene, certezza del carcere, Daspo ai corrotti, confische più facili, trojan, agenti infiltrati e blocca-prescrizione, col contorno del fermo alla Svuotacarceri e al bavaglino di Orlando e del nuovo reato di voto di scambio, rischiò l’ictus (per empatia con B.): in un colpo solo cadevano come birilli 25 anni di Codice Silvio al servizio della criminalità e dell’impunità.

Ma non si diede per vinto e, battendo sul tempo anche i primatisti mondiali di leggi ad personam come Ghedini e Schifani, piazzò il colpaccio: un ddl che riporta la prescrizione ai fasti del passato. Ma in cuor suo temeva che non se lo sarebbe filato nessuno: Lega e M5S l’avevano appena cancellata e il Pd l’aveva sempre osteggiata. Ancora nel 2015, per dire, i dem volevano fermarla addirittura prima della sentenza di primo grado: discutevano se fosse meglio al rinvio a giudizio o alla richiesta del pm. E Renzi, quando finirono prescritti e impuniti i manager-killer di Eternit, tuonò: “Se la vicenda Eternit è un reato ma prescritto, vuol dire che bisogna cambiare le regole del gioco sulla prescrizione: non ci deve mai più essere l’incubo della prescrizione” (20.11.14). Insomma, il ddl Costa pareva mestamente avviato sul binario morto. Ma mai disperare nel Pd e nei renziani. Da quando si son messi a caccia dell’anima del Conte 2, hanno pensato bene di trovargliela loro. E, non avendone una prêt-à-porter l’hanno presa in prestito direttamente da B. e dal sottostante Costa. Un caso di trapianto d’anima che ricorda paurosamente le possessioni diaboliche. Qualcuno chiami l’esorcista.

“È grazie a lei se io sono qua”: Fossati è tornato, Mina la sua musa

Dobbiamo essere grati a Mina: senza la sua richiesta – irrifiutabile – difficilmente avremmo goduto di undici nuove canzoni firmate Ivano Fossati, dopo l’addio alle scene di otto anni fa. È stato lo stesso cantautore, intervenuto alla presentazione del nuovo album Mina Fossati – in uscita il 22 – ad ammetterlo con disarmante sincerità: “Già qualche anno fa ci abbiamo provato, ma per disaccordi tra le case discografiche tutto restò nel limbo. Poi, un giorno, mi arriva la telefonata di Mina: ne parlo con mia moglie la quale minaccia il divorzio in caso di un mio rifiuto. Da quel giorno abbiamo iniziato a lavorare, con tutta la difficoltà e l’impegno che richiede la più grande cantante italiana. Ho dovuto stare sveglio diverse notti per armonizzare le mie intonazioni e farle combaciare con le sue. Lei scannerizza la musica, ha una cura maniacale dei dettagli e la esprime modulando le parole con totale autorevolezza”.

In Mina Veritas, d’accordo, ma la differenza la fa il più grande autore contemporaneo nel nostro Paese: c’è una tale ricerca, una delicatezza nelle singole parole, nell’intensità calibrata e centellinata, una grande maestria nei temi affrontati e nelle sfumature presenti tali da proiettare tutta la statura del gigante Fossati. Una canzone, in particolare, toglie il fiato: Luna diamante – scelta anche come colonna sonora del nuovo film di Ferzan Ozpetek –, è la Caruso dell’album, iperbolica liaison d’amore straziante con la sofferenza di una donna colma di speranza (“E tu perché non parli? Una persona sospenderebbe il mio rancore. Io non so più quello che dico, umiliata e in silenzio, forse strappata dal mio sentimento. So che anche in piena luce saresti il mio primo pensiero”. È anche il brano nel quale risalta maggiormente il lavoro di arrangiamento di Massimiliano Pani e degli archi affidati al Maestro Celso Valli. “Dovete sapere che io di sentimenti non ho mai capito niente” incalza Fossati, “posso dire solamente di aver sempre ascoltato le donne, non solo le persone con le quali ho avuto una storia sentimentale ma tutte le donne che ho incontrato. E forse dall’ascolto che emerge qualche intuizione…”. L’altra canzone potente – soprattutto musicalmente – è Come volano le nuvole. Un pizzico di fado, un testo quasi sibillino e un refrain con arpeggi tra alto e basso, quasi a disegnare una marea immaginaria, fluttuante. C’è anche un lato scanzonato, volutamente giocoso e leggero: Farfalle ricorda l’ingenuità (e la genuinità) di Nessuno, diventando una piccola filastrocca. Tex Mex tra percussioni e organo Hammond è costruita su un tappeto sonoro a cavallo tra Havana di Camilla Cabello e Crudele di Mario Venuti. Ladro è forse l’unica grande hit del disco, tra l’incedere reggae e r’n’b trasformato in un tango moderno, con un finale sussurrato dai due artisti da brividi. Una guerra fredda è il ring delle recriminazioni di una coppia vissuta, quella che Bergman stigmatizzava in Scene da un matrimonio con la frase “l’arte di mettere la spazzatura sotto il tappeto”. Amore della domenica è armoniosa, con un ritmo incalzante simile a If I Ever Lose My Faith In You di Sting.

Il testo svela il fil rouge di tutte e undici le tracce: “quello che siamo è quello che vogliamo, ora”. È lo stesso Ivano a sottolineare: “È un album che ha come argomento portante il presente. Del qui e ora”. Forse avrebbero potuto osare ancora di più, uscendo se necessario persino dalla forma canzone come ha fatto l’ultimo Gino Paoli, ma non è detto che all’orizzonte non ci sia un prossimo capitolo.

Una storia semplice: Sciascia non se lo ricorda più nessuno

Chi si ricorda del pianeta Sciascia a trent’anni dalla morte? Sulla lapide spoglia del piccolo cimitero di Racalmuto, quell’epitaffio – “Ce ne ricorderemo di questo pianeta” – suona più come una domanda, che lo scrittore rivolge a chi oggi ripone un fiore per celebrarlo, salvo poi dimenticarlo domani.

Eppure Leonardo Sciascia (8 gennaio 1921 – 20 novembre 1989) aveva trasformato Racalmuto in un gioiello: un’eredità per i concittadini futuri che avrebbero potuto vivere e lavorare anche grazie alla sua storia. Il paese, invece, emerge dalle statistiche tra quelli in cui risultano meno nascite e meno matrimoni di tutta la Sicilia: qui vivere grazie al turismo culturale legato a Sciascia sembra impossibile. Se ogni angolo della vita dello scrittore vale una visita, oggi i turisti di Racalmuto se ne vanno a bocca quasi asciutta: in primis dalla Fondazione Leonardo Sciascia, voluta dall’intellettuale con lo scopo di valorizzare la cultura, ma oggi nota per le querelle del Cda più che per il suo valore storico-artistico.

La struttura conta pochissimi ingressi ogni anno: meno di duemila persone. Risibili sono infatti i progetti avviati e il lavoro di inventariato è svolto da un’unica dipendente, impegnata in un’operazione – quella di archiviare le lettere allo scrittore di oltre 4 mila persone – che sembra interminabile: dura da più di 25 anni e procede a rilento.

A contribuire all’immobilismo della Fondazione anche la Regione, che lungi dal valorizzare la struttura taglia i fondi: nel 2017 sono state decurtate del 40 per cento le somme destinate all’ente per il 2018, per un totale di appena 31.500 euro, con cui è difficile anche solo mantenere accesi per tutto l’anno i condizionatori dell’ex centrale Enel. Per il 2019, invece, la Fondazione deve fare i conti con il blocco della “tabella H”, il documento per i finanziamenti di sagre, feste, strutture ed eventi in Sicilia, oggi impigliato nella matassa finanziaria della Regione, che non ha concesso ancora un euro alla struttura. Fortunatamente (ma il progetto è ancora in fase di discussione) il ministero dei Beni culturali darà una boccata d’ossigeno, finanziando, tra le altre cose, il lavoro di inventariato di circa 40 faldoni su 100 delle succitate lettere. Allo stesso scopo collabora, da molto più lontano, Milano con l’associazione “Amici di Sciascia”, che contribuisce a proprie spese ad analogo lavoro, pubblicando annualmente un volume – Todo modo – che ricostruisce l’elenco aggiornato delle missive in tutta Italia.

Ma tutto questo non basta: “Nonostante i passi avanti – racconta Linda Graci, archivista della Fondazione –, grazie anche agli studenti dell’alternanza scuola-lavoro, c’è sempre carenza di personale, senza contare il difficoltoso accesso alla città di Racalmuto”. Per quei pochi turisti che ci arrivano, inoltre, è impossibile anche vedere un’opera qualsiasi al teatro Regina Margherita, anch’esso voluto dallo scrittore e oggi visitabile solo su richiesta: dal 2011 non è più agibile a causa di un contenzioso tra amministrazione, sovrintendenza e vigili del fuoco. Per paradosso, i lavori per renderlo accessibile sono stati ultimati, ma il teatro continua a rimanere chiuso.

Oggi dunque verrà celebrato Sciascia, ma da domani nessuno ci penserà: persino le fantomatiche “Parrocchie di Regalpetra” dell’omonimo libro sciasciano, in cui si ricostruisce la vita dei racalmutesi dal Seicento al fascismo e al dopoguerra, sono chiuse o non visitabili. Uno di questi luoghi, un convento, legato anche alla storia di Fra’ Diego La Matina, è privato ed è diventato addirittura un granaio.

Se le amministrazioni precedenti hanno fatto ben poco per cercare di cambiare rotta, alla fine è stato sempre un privato cittadino a rilevare la casa dello scrittore, fino a pochi mesi fa in vendita, trasformandola in un museo, oggi visitabile. No, non ce ne ricordiamo di Sciascia.

“Quella sera in cui entrai a far parte dei Beatles”

Il musicista e illustratore Klaus Voormann, detto il “Quinto Beatle”, sarà oggi a Milano, in occasione della presentazione del nuovo Premio del Libro Musicale. Pubblichiamo in anteprima il racconto della sua esperienza con i Fab Four.

 

Mi piace essere chiamato il Quinto Beatle. In realtà, oltre ai noti quattro ragazzi, ce ne erano due “veri” – Stuart Sutcliffe e Pete Best – e alcuni contendenti che avrebbero potuto meritare questa etichetta. Soprattutto il meraviglioso George Martin.

Ma ci fu un primo momento della mia vita in cui anche io suonai con la band, un momento in cui realmente fui il Quinto Beatle. Nell’aprile del 1961, i Beatles suonarono al Top Ten di Amburgo e ogni sera trasformarono il club in un “calderone di streghe”, un luogo pazzesco. Talvolta per calmarsi, i ragazzi tenevano delle jam session fino all’alba del giorno seguente.

Una sera, Stuart mi mise il suo basso in mano: “Cosa ne dici di suonare?” – disse e si sedette accanto ad Astrid abbracciandola e mettendosi ad ascoltare la band che stava suonando.

Dev’essere stato a causa del mio consumo di whisky che in quel momento osai prendere in mano strumento e decidere di provarci veramente.

Mi sedetti su una sedia posizionandola proprio di fronte al palco, per suonare insieme agli altri membri della band. Paul – che allora era ancora il pianista – si voltò e gridò: “Vieni qui sopra a sederti con noi!”. Ma il mio livello di alcol non era abbastanza alto da superare la mia mancanza di autostima, quindi mi sedetti sul bordo del palco e iniziai a pizzicare il basso di Stuart, ricordo che una delle canzoni che suonammo quella sera era I’m in Love Again di Fats Domino.

Quasi cinquanta anni dopo, nel maggio 2008, Paul McCartney e io ci siamo incontrati nel suo studio The Mill nell’East Sussex per rivivere la scena. Ho dedicato a questa nostra esecuzione uno spazio nel mio album A Sideman’s Journey. Paul si sedette al piano e cantò “Yes it’s me and I’m in love again…”, ma questa volta mi sedetti sulla sedia accanto a lui imbracciando un basso Höfner-President. Questo basso era stato un regalo che Bernhard Paul, del direttore del Roncalli Circus, mi aveva fatto per il mio settantesimo compleanno ed era della stessa serie dello strumento di Stuart che avevo preso in mano nel 1961.

Ad aver incrociato la mia vita, non solo di musicista, ma anche come illustratore con quella della straordinaria band inglese c’è stata senza dubbio anche la cover dell’album Revolver. Pubblicato in Inghilterra il 5 agosto 1966 e tre giorni dopo negli Stati Uniti, Revolver fu il settimo album in studio dei Beatles. Li ha caratterizzati come veri leader dell’innovazione musicale.

Fu un’importante uscita per il gruppo di Liverpool: un anno dopo Rubber Soul e un anno prima di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. L’album ha trasportato i suoni della psichedelia progressiva a nuovi livelli, mescolati con varie influenze e tecnologia sperimentale in studio.