Dopo aver ridotto i budget dell’Autorità Palestinese e dell’Unrwa – l’agenzia delle Nazioni Unite per aiutare i rifugiati palestinesi – riconoscendo poi Gerusalemme come capitale di Israele e le alture del Golan come territorio sovrano israeliano, rimaneva solo un’altra carta nella manica americana e l’Amministrazione Trump ha deciso di giocarla adesso annunciando che gli insediamenti in Cisgiordania non sono necessariamente “illegali” agli occhi degli Stati Uniti, con buona pace del diritto internazionale. Un annuncio che arriva una settimana dopo la sentenza della Corte Europea che impone una etichettatura differenziata per i prodotti importati dalle colonie in Cisgiordania perché “non” provenienti da Israele. Come l’annuncio sulla sovranità israeliana su Gerusalemme e sulle alture del Golan, anche quest’ultima dichiarazione è in gran parte simbolica ed emotiva, anche se non priva di implicazioni. Oltre ai palestinesi – che hanno denunciato la posizione Usa come “priva di fondamento e inaccettabile” – la maggior parte della comunità internazionale considera illegali gli insediamenti. Questo si basa in parte sulla Quarta Convenzione di Ginevra, che impedisce a una potenza occupante di trasferire parti della propria popolazione civile nel territorio occupato e non riconosce il diritto della potenza occupante ad estendere alle colonie il proprio diritto interno e l’apparato amministrativo.
Israele, tuttavia, sostiene che la Cisgiordania non è un territorio occupato, ma una terra contesa che fu catturata dalla Giordania in una guerra difensiva nel 1967. Come nel caso del trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme e del recente voto delle Nazioni Unite sul rinnovo del mandato dell’Unrwa, sembra che i governi israeliano e americano siano saldamente uniti, ma il resto del mondo – compresi i nuovi “amici” di Israele nell’Europa centrale e orientale, in Russia, Asia e Africa – sono ancora uniti contro queste decisioni unilaterali.
Gli israeliani che vivono negli insediamenti oltre la Linea Verde, nelle terre oggetto del negoziato sui “due Stati”, sono oltre 500.000. I “settlement” sono circa 190. Alcuni sono cresciuti fino diventare vere città con 50.000 abitanti come Ariel o Maale Adumin, altri (la maggioranza) sono invece “avamposti” di dieci-dodici roulotte in una campagna aspra e pietrosa.
Il momento dell’annuncio di Mike Pompeo non poteva essere migliore per Netanyahu, nonostante il freddo nei rapporti dopo l’esito dell’ultimo voto. La sua popolarità ha ritrovato subito vigore. Un giorno prima della scadenza del suo mandato per formare un governo, il leader di Kahol Lavan Benny Gantz ancora non riesce a mettere insieme una coalizione e spera che la paura di un’altra elezione a breve spinga i suoi potenziali partner a trovare un compromesso. Le carte che ha in mano non sono promettenti, difficilmente sarà in grado di presentare accordi di coalizione firmati dal numero necessario di deputati (61) entro stasera a mezzanotte.
Se non si registrano progressi nei colloqui con il premier uscente Netanyahu e se Avigdor Lieberman rimane irremovibile nel suo rifiuto di unirsi a un governo sostenuto dalla Lista araba, Gantz dovrà rimettere il suo mandato. Ieri sera un ultimo match fra Gantz e Netanyahu. È chiaro che Gantz preferirebbe un accordo con il Likud ma non con Netanyahu, compromesso dalle accuse di frode e corruzione, come ha ripetuto durante la campagna elettorale: “Con tutti tranne che con Bibi”.
Il Likud rilancia e denuncia che un governo di minoranza guidato da Gantz, sostenuto dalla sinistra e dai partiti arabi sarebbe un “attacco nazionale allo stato di Israele”.
Stasera scade il mandato di Gantz e tutti gli scenari sono ancora aperti, ma un terzo voto consecutivo comincia a diventare concreta possibilità.