Le colonie diventano Stati Uniti d’Israele

Dopo aver ridotto i budget dell’Autorità Palestinese e dell’Unrwa – l’agenzia delle Nazioni Unite per aiutare i rifugiati palestinesi – riconoscendo poi Gerusalemme come capitale di Israele e le alture del Golan come territorio sovrano israeliano, rimaneva solo un’altra carta nella manica americana e l’Amministrazione Trump ha deciso di giocarla adesso annunciando che gli insediamenti in Cisgiordania non sono necessariamente “illegali” agli occhi degli Stati Uniti, con buona pace del diritto internazionale. Un annuncio che arriva una settimana dopo la sentenza della Corte Europea che impone una etichettatura differenziata per i prodotti importati dalle colonie in Cisgiordania perché “non” provenienti da Israele. Come l’annuncio sulla sovranità israeliana su Gerusalemme e sulle alture del Golan, anche quest’ultima dichiarazione è in gran parte simbolica ed emotiva, anche se non priva di implicazioni. Oltre ai palestinesi – che hanno denunciato la posizione Usa come “priva di fondamento e inaccettabile” – la maggior parte della comunità internazionale considera illegali gli insediamenti. Questo si basa in parte sulla Quarta Convenzione di Ginevra, che impedisce a una potenza occupante di trasferire parti della propria popolazione civile nel territorio occupato e non riconosce il diritto della potenza occupante ad estendere alle colonie il proprio diritto interno e l’apparato amministrativo.

Israele, tuttavia, sostiene che la Cisgiordania non è un territorio occupato, ma una terra contesa che fu catturata dalla Giordania in una guerra difensiva nel 1967. Come nel caso del trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme e del recente voto delle Nazioni Unite sul rinnovo del mandato dell’Unrwa, sembra che i governi israeliano e americano siano saldamente uniti, ma il resto del mondo – compresi i nuovi “amici” di Israele nell’Europa centrale e orientale, in Russia, Asia e Africa – sono ancora uniti contro queste decisioni unilaterali.

Gli israeliani che vivono negli insediamenti oltre la Linea Verde, nelle terre oggetto del negoziato sui “due Stati”, sono oltre 500.000. I “settlement” sono circa 190. Alcuni sono cresciuti fino diventare vere città con 50.000 abitanti come Ariel o Maale Adumin, altri (la maggioranza) sono invece “avamposti” di dieci-dodici roulotte in una campagna aspra e pietrosa.

Il momento dell’annuncio di Mike Pompeo non poteva essere migliore per Netanyahu, nonostante il freddo nei rapporti dopo l’esito dell’ultimo voto. La sua popolarità ha ritrovato subito vigore. Un giorno prima della scadenza del suo mandato per formare un governo, il leader di Kahol Lavan Benny Gantz ancora non riesce a mettere insieme una coalizione e spera che la paura di un’altra elezione a breve spinga i suoi potenziali partner a trovare un compromesso. Le carte che ha in mano non sono promettenti, difficilmente sarà in grado di presentare accordi di coalizione firmati dal numero necessario di deputati (61) entro stasera a mezzanotte.

Se non si registrano progressi nei colloqui con il premier uscente Netanyahu e se Avigdor Lieberman rimane irremovibile nel suo rifiuto di unirsi a un governo sostenuto dalla Lista araba, Gantz dovrà rimettere il suo mandato. Ieri sera un ultimo match fra Gantz e Netanyahu. È chiaro che Gantz preferirebbe un accordo con il Likud ma non con Netanyahu, compromesso dalle accuse di frode e corruzione, come ha ripetuto durante la campagna elettorale: “Con tutti tranne che con Bibi”.

Il Likud rilancia e denuncia che un governo di minoranza guidato da Gantz, sostenuto dalla sinistra e dai partiti arabi sarebbe un “attacco nazionale allo stato di Israele”.

Stasera scade il mandato di Gantz e tutti gli scenari sono ancora aperti, ma un terzo voto consecutivo comincia a diventare concreta possibilità.

Assange, il caso è archiviato. Ma rimane la minaccia Usa

A Julian Assange resta ora un’unica, grande paura: quella di finire i suoi giorni nelle prigioni degli Stati Uniti. Quelle svedesi, da ieri, possono lasciare i suoi incubi: il vice procuratore capo di Stoccolma, Eva-Marie Persson, ha chiuso le indagini per stupro contro il fondatore di Wikileaks. Non che non fossero credibili o affidabili le prove e le testimonianze delle accusatrici, tutto il contrario. Il punto è che “dopo un decennio i ricordi sono sbiaditi”, ha spiegato Persson. “Dopo una valutazione di ciò che è emerso nel corso delle indagini preliminari, ho considerato che le prove non sono abbastanza forti da costruire la base di un atto d’accusa”, ha chiarito il vice procuratore.

In effetti, non era difficile immaginare queste conclusioni già a maggio, quando la Svezia si era affrettata a riaprire le indagini per stupro – archiviate una prima volta nel 2017 – un mese dopo che l’hacker veniva “scaricato” dal- l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, che gli aveva concesso asilo dal 2012. Ed è solo grazie all’accoglienza ecuadoriana che Assange è scampato per ben due volte all’estradizione in Svezia. Per ora, l’hacker sta scontando 50 settimane di carcere nella prigione di Belmarsh, a sud-est della Capitale londinese per aver violato le condizioni della cauzione. Ma ancora non è detta l’ultima parola: la chiusura delle indagini potrebbe essere impugnata dalle presunte vittime, fa sapere la Svezia. Di fatto, ora la strada per l’estradizione resta una, e porta negli Usa. E proprio su questa minaccia i legali di Wikileaks hanno chiesto di “concentrarsi”. Per Kristinn Hrafnsson, caporedattore del sito di Assange “fin dall’inizio delle indagini preliminari da parte di Stoccolma, la paura di Assange è stata quella che dietro ci fosse in realtà una richiesta di estradizione degli Usa”. Timori confermati dalla richiesta di riportarlo negli Usa da parte del presidente Donald Trump a maggio, perché potesse essere processato per quello che i suoi compagni e colleghi ritengono sia “un attacco al suo lavoro giornalistico”. Il “rammarico di Assange”, ha chiarito Hrafnsson è che “anche il processo in Svezia, con il quale si è sempre detto pronto a collaborare perché dichiaratosi innocente e le donne consenzienti, sia diventato così eccezionalmente politicizzato”. Gli Stati Uniti hanno formalizzato l’incriminazione per Assange di 17 capi d’accusa, tra cui quella di aver ricevuto e pubblicato illegalmente i nomi di fonti classificate e quella di “pirateria informatica” in relazione alla pubblicazione nel 2010 di centinaia di migliaia di documenti segreti compresi i rapporti militari in Afghanistan e in Iraq, oltre a note diplomatiche. La teoria Usa è che l’hacker avrebbe collaborato con l’ex analista dell’intelligence Chelsea Manning per ottenere l’accesso alla rete del Pentagono mettendo a rischio la sicurezza nazionale. Per costruire queste accuse gli Usa utilizzano l’Espionage Act, legge del 1917 pensata per le spie che passavano informazioni al nemico.

La condanna per l’hacker australiano in questo caso potrebbe arrivare fino a 170 anni di carcere. Ma si tratta di un’accusa controversa perché di fatto per la prima volta nella storia degli Usa si equipara il giornalismo a un atto di spionaggio, come suggerito anche dai legali di Assange. E apre la strada all’incriminazione per lo stesso reato di tutti i giornali che hanno pubblicato negli Usa con Wikileaks i file segreti del governo americano.

Al quadro giuridico c’è da aggiungere quello clinico. Secondo il relatore speciale dell’Onu sulla tortura, Nils Melzer, le condizioni di Assange sono preoccupanti. “La sua vita è ormai in pericolo” e a detta di suo padre, “rischia di morire in prigione”. In un’udienza, lo scorso 21 ottobre a Londra, Assange è apparso confuso e balbettante. L’udienza sulla richiesta di estradizione si terrà a febbraio.

Morte Epstein, incriminati i due secondini: dormivano

Jeffrey Epstein, il miliardario in carcere per abusi sessuali, sfruttamento della prostituzione e traffico di minori, è morto in cella lo scorso agosto. Le guardie che avrebbero dovuto controllarlo ogni mezzora, dormivano. Questa è l’accusa rivolta ai due agenti federali del Bureau of Prison, che erano in servizio la notte della morte di Epstein al Metropilitan Correctional Center di Manhattan. Toval Noel e Michael Thomas sono stati incriminati perchè venuti meno al loro dovere di controllare il detenuto sotto sorveglianza speciale e poi si sarebbero messi d’accordo per raccontare una versione falsa. Il caso Epstein dunque riserva ancora notizie di cronaca, mentre l’intervista rilasciata dal principe Andrea d’Inghilterra alla Bbc giorni fa, invece di buttare acqua sul fuoco, ha avuto un effetto boomerang sullo scandalo dell’amicizia tra il terzogenito di Sua Maestà e il miliardario pedofilo. Gli sponsor economici del principe – tra cui Kpmg, una delle maggiori società di revisione contabile del mondo – hanno annunciato il ritiro del sostegno alle sue iniziative di beneficenza e la stampa britannica ha invitato il principe Carlo a prendere le distanze dal fratello scomodo. Per di più, una nuova vittima di Epstein protetta dallo pseudonimo “Jane Doe 15” ha raccontato in una conferenza stampa di essere stata portata sull’isola privata del finanziere americano; alla festa era presente anche il Duca di York. Jane Doe all’epoca aveva 15 anni; oggi ne ha 31 e ha invitato il principe “a testimoniare sotto giuramento le cose di cui è a conoscenza”.

Omicidio Daphne: il pentito, il mandante e l’affare 17 Black

La possibile svolta nelle indagini sull’omicidio avvenuto il 16 ottobre 2017, della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia è anticipata nelle prime ore di ieri dal quotidiano Times of Malta: il governo maltese sarebbe pronto a garantire l’immunità al presunto intermediario fra mandanti ed esecutori dell’attentato alla giornalista. Si tratta di un personaggio arrestato giovedì scorso nel corso di una operazione anti-riciclaggio non collegata all’inchiesta su Daphne. Ha paura di essere ammazzato in carcere: per salvarsi sarebbe disposto a rivelare l’identità del mandante, ancora sconosciuto dopo due anni di indagini.

Poche ore dopo, in conferenza stampa, il primo ministro maltese Joseph Muscat conferma di aver firmato una lettera che garantisce un colpo di spugna su qualsiasi reato commesso dal collaboratore di giustizia. Una grazia condizionata, però, a una effettiva collaborazione che superi il vaglio di una Corte. È comunque un impegno nero su bianco, pubblico, da cui non si può fare marcia indietro.

Eppure solo poche settimane fa, ai primi di ottobre, il primo ministro si era detto scettico sull’opportunità di offrire immunità in cambio di collaborazione. Si riferiva a Vincent Muscat, uno dei tre presunti esecutori insieme ai fratelli Alfred e George Degiorgio, in carcere dal dicembre 2017. Anche lui, secondo il Sunday Times of Malta, disposto a fare rivelazioni importanti in cambio dell’immunità. Allora, il ‘no’ del governo aveva suscitato reazioni molto critiche, fra cui la condanna di Pieter Omtzigt, relatore speciale del Consiglio d’europa sull’omicidio di Daphne e sullo stato di diritto a Malta: “Le rivelazioni di oggi pongono una questione molto seria: davvero le autorità non hanno lasciato nulla di intentato nella loto risposta all’omicidio di Daphne Caruana Galizia?”

Cosa è cambiato? Si parla di un dibattito molto serrato fra governo, avvocatura dello Stato e investigatori. E hanno certamente pesato le pressioni di una parte dell’opinione pubblica maltese e internazionale. Domenica Muscat aveva dichiarato di voler arrivare alla verità anche se ciò avesse comportato per il governo “decisioni difficili”.

Secondo il Sunday Times of Malta l’inchiesta si sta concentrando su un uomo d’affari maltese, di cui Daphne Caruana Galizia aveva scritto nei mesi precedenti alla morte. L’omicidio sarebbe stato commissionato all’inizio del 2017 e poi rimandato, con la decisione definitiva presa in agosto.

Da una ricerca sul blog di Daphne nei mesi fra il 2016 e il 2017 spicca, fra le altre, l’inchiesta su Electrogas, consorzio energetico privato creato per la costruzione di una terza centrale maltese e controllato in parte dallo stato azero e dalla società Tumas Energy Co Ltd holds, il cui Ceo, l’uomo d’affari maltese Yorgen Fenech, è proprietario anche di 17 Black, società con sede a Dubai. Un affare su cui Daphne aveva indagato a fondo, fino a scrivere di collegamenti fra 17 Black e importanti politici maltesi. In seguito si è scoperto che 17 Black è una delle due società da cui sarebbero partiti bonifici mensili di 150mila euro destinati ai conti panamensi del ministro del Turismo maltese Konrad Mizzi e del capo dello staff del primo ministro, Keith Schembri. Corruzione ai massimi livelli, insomma.

Il 29 marzo 2017, sul suo blog Running Commentary Daphne scriveva: “L’affare con Electrogas è corrotto non necessariamente perché Electrogas ci ricaverà guadagni sproporzionati, ma perché questa società privata diventerà di fatto la principale fonte di energia a Malta, a prezzi superiori alle alternative già disponibili. Per dirla in modo brutale, Konrad Mizzi, […], Keith Schembri e Joseph Muscat hanno dato a [Electrogas] un ritorno garantito di centinaia di milioni di euro”.

Secondo una fonte riservata del Fatto Quotidiano, l’uomo arrestato e disposto a parlare sarebbe vicino a Fenech.

Ma Schembri e Mizzi sono ancora al loro posto, l’indagine sul loro conto sembra trascinarsi e appena due giorni fa, Joseph Muscat ha difeso pubblicamente la scelta di Schembri di non rispondere alle domande del giudice. Fino a quando?

Lezioni dal disastro Ilva. All’Italia serve il nuovo Iri

Un tempo, l’Italia era conosciuta come il Paese delle crisi bancarie. Oggi è il Paese delle crisi aziendali. Alitalia, Whirlpool, Pernigotti, sono tutti casi saliti alla ribalta. Ma il principale problema industriale italiano rimane il destino della siderurgia ex Ilva.

Non si può comprendere la vicenda dell’Ilva di Taranto senza considerare la dinamica del settore. La produzione di acciaio non suscita più la meraviglia delle genti, come quando era l’attività produttiva per eccellenza della Seconda rivoluzione industriale a fine Ottocento. In un mondo catturato dal successo ipnotico dell’elettronica di consumo, l’acciaio continua silenziosamente a costituire la spina dorsale dei nostri sistemi produttivi. Fondamentale nelle costruzioni di edifici, infrastrutture, veicoli, elettrodomestici, macchinari industriali, con l’eccezione delle plastiche, nulla di ciò che è materiale è originata da un prodotto che non sia fatto di acciaio. Ad oggi, nessun paese al mondo può veramente definirsi industrializzato se non utilizza almeno 250 kg di acciaio pro capite. La media mondiale è intorno ai 235 kg, l’Italia ne consuma 318.

Negli ultimi 30 anni, il settore siderurgico ha subito delle trasformazioni epocali. Nel 1979 si producevano circa 750 milioni di tonnellate di acciaio a livello mondiale, nel 2018 il valore era salito a 1808 milioni. Ma mentre quarant’anni fa la Cina contava per circa 35 milioni di tonnellate, oggi, con 928 milioni di tonnellate all’anno produce il 51,3% dell’acciaio mondiale. La produzione cinese è orientata al consumo domestico, ma l’offerta eccede i bisogni in misura tale da riversare sui mercati mondiali oltre 50 milioni di tonnellate l’anno in esportazioni nette di prodotti finiti e semi-finiti. In parte, questo si scarica sui prezzi mondiali dell’acciaio, minacciando i produttori occidentali.

Sarebbe tuttavia sbagliato credere che la crisi della siderurgia americana ed europea dipenda totalmente dall’emergere dei produttori asiatici. A livello di produzione nazionale, essa patisce la scarsa dinamicità della domanda interna, legata a processi decennali di deindustrializzazione e di dematerializzazione delle produzioni. A livello dei singoli produttori, le qualità tecniche e la diversificazione del prodotto contano quasi di più dei vecchi vantaggi di costo-prezzo legati alle dimensioni di scala. A queste difficoltà la siderurgia europea ha risposto con investimenti per innovare prodotti e processi. Ma soprattutto attraverso concentrazioni produttive: Arcelor, il risultato della fusione delle siderurgie francesi, lussemburghesi e spagnole, era il principale produttore mondiale anche prima dell’acquisizione di Mittal.

In Italia tutto ciò non è avvenuto. Questo è molto significativo per un Paese privo di materie prime che è riuscito a industrializzarsi tramite l’acciaio, arrivando a diventare il secondo produttore europeo (ancora oggi il decimo mondiale). Nel 1900, l’Italia produceva meno dello 0,5% dell’acciaio mondiale. Nel 1975 si era raggiunto il 3,5%, di cui più di metà era prodotto dagli stabilimenti della Finsider, appartenente all’Iri. Nel mezzo ci fu la lungimirante scelta della siderurgia Iri di puntare sul ciclo integrale ad altoforno, attraverso il Piano Sinigaglia del dopoguerra e la costituzione dello stabilimento di Taranto nei primi anni Sessanta. Espandere la produzione negli anni Settanta fu certamente un errore, ma di più ancora lo furono le privatizzazioni spezzatino degli anni 90, proprio mentre i concorrenti europei concentravano. I Riva godettero della ripresa del ciclo mondiale, grazie alle economie di scala di Taranto, ma hanno lesinato investimenti e tutele ambientali.

Oggi, si deve partire da una considerazione fondamentale. Oltre ai destini dei 10.000 lavoratori dell’Ilva, la questione rimane di natura strategico-industriale. Il sistema produttivo italiano non può permettersi l’azzeramento del principale produttore nazionale, l’unico che ha ancora dei grossi altiforni attivi, che produce essenzialmente tutto: laminati, coils, grossi tubi saldati. I prodotti siderurgici necessitano di mercati di sbocco vicini, data la difficoltà di trasporto. Chiudere Taranto vorrebbe dire tornare alla dipendenza estera pre-industrializzazione, dato il già esistente disavanzo strutturale nella bilancia commerciale siderurgica (3 milioni di tonnellate).

Se ArcelorMittal non è disposto a fornire al sistema italiano una produzione domestica adeguata e di buona qualità, risanando lo stabilimento pugliese, la soluzione della nazionalizzazione diventa l’unica percorribile. Si potrebbe giustificare l’investimento di 2,4 miliardi di euro in 5 anni (quanto voleva spendere ArcelorMittal) in un’ottica di efficienza dinamica, per risolvere il problema ambientale e innovare la produzione. Bisogna evitare che lo Stato metta i soldi senza ricavarne un valore in termini di esternalità. Per i risultati finanziari si può aspettare, disposizioni Ue sugli aiuti di Stato permettendo. Persino l’Ad di Intesa San Paolo ha aperto alla prospettiva. Bisogna tuttavia scongiurare il rischio di una nazionalizzazione pasticciata. Condannerebbe l’azienda a una dipendenza finanziaria perpetua o alla chiusura dilazionata nel tempo. L’urgenza di intervenire a Taranto dovrebbe essere inscindibile da quella di ricostituire una tecnostruttura pubblica che supervisioni le imprese partecipate dallo Stato (e non), con competenze tecnico-industriali e una visione strategica. Serve un meccanismo istituzionale che allunghi l’orizzonte temporale di operatività delle imprese, orientandone le decisioni di investimento, valorizzando le interrelazioni sistemiche e fornendo utili strumenti finanziari per realizzare missioni industriali strategiche. La lezione dell’Ilva ci ricorda quanto al sistema produttivo italiano servirebbe un moderno Iri.

Ossessione debito, sindacati e aziende contro Merkel

“Noi tedeschi ci siamo adagiati troppo comodi sul nostro divano negli ultimi anni”, ha detto il presidente della Confindustria tedesca (Bdi), Dieter Kempf. La Germania è diventata un “paese che russa”. Per svegliarlo la Bdi e la confederazione dei sindacati tedeschi (Dgb), insolitamente uniti nella lotta, hanno chiesto al governo un massiccio intervento di rilancio degli investimenti pubblici e una riforma sul vincolo del pareggio di bilancio.

È una richiestada 450 miliardi entro il 2030, 45 miliardi all’anno per 10 anni, cifra individuata sulla scorta di uno studio presentato lunedì a Berlino dall’Iw, l’Istituto tedesco di economia di Colonia, e dall’Imk, l’Istituto di ricerca macro-economica della Fondazione Hans Boeckler. Secondo Confindustria, il deficit degli investimenti pubblici è pari allo 0,5% per cento del Pil, circa 17 miliardi di euro. Il 90% degli investimenti arriva dal settore privato e, sostiene Kempf, là dove per le imprese non è remunerativo mettere soldi dovrebbe farlo lo stato. Quindi infrastrutture digitali (banda larga), trasporti (strade e ferrovie), transizione energetica (uscita dal carbone), educazione e formazione.

La richiesta di investire sulla spesa pubblica non sono una novità per il governo di Berlino: appelli simili sono arrivati anche dalla neo-direttrice del Fmi, Kristalina Georgieva, e dalla neo-presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde. Di nuovo c’è, invece, che di fronte a un’economia che rallenta sfiorando la recessione (crescita dello 0,1% del Pil, secondo i dati del terzo trimestre 2019 dell’Ufficio federale di Statistica) e davanti a previsioni per il futuro fosche anche da parte della Bundesbank, che prevede una stagnazione in Germania nel prossimo trimestre, il richiamo a investire arrivi proprio dal cuore del sistema produttivo tedesco: industria, sindacato. “Solo un ampio programma di investimento pubblico a lungo termine assicura il futuro dell’economia e buoni posti di lavoro futuri” ha detto Reiner Hoffmann, presidente della confederazione dei sindacati. Se non investiamo “mettiamo in gioco il benessere delle future generazioni” gli ha fatto eco il presidente di Confindustria. Già, ma come?

In Germaniadal 2011 sono state introdotte regole federali per imporre un limite alla possibilità di fare nuovo debito. In particolare l’articolo 109 prevede che il governo federale, i Laender e i comuni siano obbligati ad avere un bilancio in pareggio. È possibile investire senza fare nuovi debiti? Qualche scappatoia c’è. Il governo federale per esempio può in tempi normali fare nuovi debiti per un massimo dello 0,35% del Pil, che equivale rispetto al 2018 a circa 11,86 miliardi di euro, spiegano fonti del Ministero delle Finanze. In ogni caso “il vincolo sul debito deve essere riformato” ha detto Hoffmann, sostenuto anche da Kempf. Ma visto che non si tratta di una cosa né semplice, né immediata, si può creare un “fondo di investimenti federale extra-bilancio” e finanziare gli investimenti con il credito, sfruttando l’opportunità offerta dai tassi di interesse a zero o negativi disponibili al momento, sostengono gli economisti di Iw e Imk. Un investimento da 45 miliardi l’anno, pari all’1,3% del Pil, è “sopportabile dal punto di vista economico”, scrivono gli analisti. Ma quello che è interessante è la “regola d’oro” a cui si fa riferimento: “Per fornire la necessaria continuità – si legge nel documento – i ricercatori raccomandano che il freno al debito e il patto di stabilità e crescita siano integrati da una “regola d’oro”. Questa dispenserebbe gli investimenti – almeno fino a una certa soglia – dal nuovo limite sul debito”. Che possa essere la base di una nuova intesa anche tra Germania e Italia?

Lo Stato non vuole “garantire” la sicurezza di strade e binari

Passare dall’essere “garante” della sicurezza sulla rete ferroviaria e autostradale all’esserne solo “promotore” nel giro di un emendamento: è l’assurda storia dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali (Ansfisa) che, introdotta dopo il crollo del ponte Morandi, con l’urgentissimo decreto Genova per rispondere all’emergenza e alla necessità di una vigilanza costante e indipendente, non solo ancora non esiste, ma è anche già stata azzoppata usando la mano di quegli stessi 5Stelle che l’avevano voluta.

La modifica, che di fatto scarica qualsiasi responsabilità dai vertici della nascente agenzia, è stata portata in commissione Affari costituzionali al Senato dalla relatrice del M5s, Laura Mantovani. L’emendamento, il 4.200 è stato approvato la settimana scorsa durante la discussione per la legge di conversione del decreto che riordina i ministeri, poi approvata rapidissimamente lunedì alla Camera con la fiducia. Si legge nella modifica: “Al comma 1, il secondo periodo è sostituito dal seguente: ‘Fermi i compiti, gli obblighi e le responsabilità degli enti proprietari e dei soggetti gestori in materia di sicurezza, l’Agenzia promuove e assicura la vigilanza… sulle condizioni di sicurezza del sistema ferroviario nazionale e delle infrastrutture stradali e autostradali’. L’articolo che viene modificato è il 12 del decreto Genova, che istituisce l’agenzia per volere dell’ex ministro Danilo Toninelli su suggerimento di alcuni membri della dirigenza di Ansf, la già esistente Agenzia per la sicurezza Ferroviaria, da cui si sarebbe dovuti partire. In esso, non solo si istituiva l’agenzia “dal 1° gennaio 2019”, ma si stabiliva anche che avrebbe avuto “il compito di garantire la sicurezza del sistema ferroviario nazionale e delle infrastrutture stradali e autostradali”.

“L’agenzia deve verificare che i concessionari a cui vengono date in uso le opere e le infrastrutture agiscano con tutta la sicurezza stabilita nei contratti – spiega al Fatto la senatrice Mantovani –. La sua funzione deve essere di verificare, imporre adeguamenti ed eventualmente le sanzioni. Non deve certo farsi carico di essere garante. Quello tocca ai concessionari”. L’obiettivo della super agenzia, però, era proprio evitare i cortocircuiti messi in atto dai concessionari per eludere la catena del controllo e aumentare la stretta. L’emendamento, spiega la senatrice, arriva direttamente dal ministero dei Trasporti. Già qualche settimana fa la ministra dem Paola De Micheli aveva annunciato la necessità di smussare le nuove responsabilità assegnate all’agenzia per la quale, oltretutto, sono previste integrazioni con le strutture ministeriali e anche un concorso per assumere cinquecento “tecnici” (il decreto Genova ne prevedeva poi una rapida istituzione con 60 unità). La De Micheli ne ha assicurato l’imminente avvio, ma ancora non si sa neanche che fine abbia fatto e se sarà confermato il direttore (a costo zero) nominato da Toninelli, Alfredo Mortellaro, che ha di fatto redatto statuto e regolamento. “L’agenzia dopo un anno non era ancora partita – spiega la Mantovani – c’è stato bisogno di una semplificazione. L’allargamento del perimetro dei controlli di Ansf anche a strade e ponti potrebbe essere più facile se messo in questi termini”.

Lo scarico di responsabilità arriva anche a poche settimane dalla richiesta di rinvio a giudizio per l’incidente di Pioltello del 2018 (3 vittime e 50 feriti) degli ex numero uno e due dell’Ansf per il loro ruolo nella vigilanza e dopo le molteplici segnalazioni, anche ai vertici del ministero, del rischio che corre l’intera mobilità su rotaia italiana per le mancanze documentali ed effettive rilevate da Ansf sulle cosiddette “reti isolate”. Per fare solo un esempio: poco più di un mese fa, l’Ansf ha segnalato la mancanza di requisiti di sicurezza per la tratta Roma Lido e Roma Viterbo, in gestione ad Atac. Ha dato 15 giorni di tempo per mettersi in pari. Poi, visto che come si legge nella nota, “allo stato si ritiene improbabile che pervengano risposte soddisfacenti nel tempo assegnato”, ha stabilito delle restrizioni sulla tratta Roma-Lido (riduzione della velocità di circa 30 km/h) e la soppressione della tratta extraurbana della Roma-Viterbo.

All’Italia piace anche fossile: fondi e motivi per cui vogliamo più gas

Decarbonizzare, eliminare le fonti fossili, emissioni zero. I più attenti, negli ultimi anni, si sono accorti che nella dialettica italiana ed europea per la lotta in difesa del clima e per la guerra alle fonti fossili, c’è stato un intoccabile: il gas. Il motivo è semplice: nella transizione energetica rappresenta un passaggio fondamentale in assenza di una copertura adeguata delle fonti rinnovabili che sono discontinue per natura mentre per l’Italia è la principale fonte di approvvigionamento energetico, nutre la quasi totalità delle centrali elettriche ed è al centro di grandi interessi industriali di cui Tap, la Trans Adriatic Pipeline, è l’emblema.

La decisionedella Banca europea per gli investimenti (Bei), che la settimana scorsa ha annunciato lo stop dal 2022 dei fondi pubblici alle fonti fossili, gas incluso, è stata il frutto di una trattativa per un compromesso al ribasso durata mesi, durante la quale anche l’Italia si è messa di traverso. “La bozza originaria della Bei era molto ambiziosa – spiega Luca Bergamaschi esperto del think tank europeo E3G – prevedeva un nuovo target di riduzione dal 2020 anche con lo stop a caldaie a gas, ma ha trovato la resistenza di due gruppi. Il primo, formato da Germania, Italia e commissione Ue in difesa degli interessi industriali legati al gas (leggi Eni, Snam, Edison per l’Italia, Uniper e Wintershall per la Germania, con Nordstream2 e Tap, ndr). Il secondo, composto dai paesi del blocco di Visegrad che, dipendenti ancora molto dal carbone, vedono il gas come fonte di transizione”. Anche la seconda bozza, infatti, in ottobre viene bocciata: ancora troppe restrizioni. Il compromesso arriva a metà novembre. Lo stop inizierà dal 2022. Non solo restano i soldi per le infrastrutture già avviate, ma c’è anche spazio di manovra per prevederne nel bilancio comunitario 2021-2027.

Solo in Italia, dal 2009 a oggi, sono stati finanziati 28 progetti legati al gas per un totale di fondi assegnati pari a 5,5 miliardi di euro. Il 31 ottobre, la Commissione Ue ha pubblicato una lista di 32 (o 55 per gli ambientalisti) progetti Ue sul gas che potrebbero essere rifinanziati in tutta Europa e che comprendono rigassificatori in Irlanda, Croazia, Polonia, Cipro e Grecia oltreché il Corridoio Sud del gas, incluso il Tap. Sono progetti che hanno accesso al cosiddetto fondo “Connecting Europe Facility”, che sostiene programmi infrastrutturali di interesse comune e che possono essere co-finanziati dalla Bei. Se il nuovo budget dedicherà soldi a questo fondo, la Commissione potrà decidere se assegnarli o meno al gas. Ed è probabile che lo faccia. “Il budget europeo, insomma, sarebbe una buona opportunità per capire se il cambio di passo c’è davvero”, dice Bergamaschi.

I progetti italiani sono sei: Tap, tra Grecia e Italia per portare in Europa il gas dall’Azerbaijan; il corridoio per le interconnessioni del gas nord-sud tra Malta e Italia (Gela); il corridoio nord-sud per le interconnessioni nell’Europa centrale e del sud-est Ungheria-Slovenia-Italia (Gorizia); la pipeline “Poseidon” che connette Grecia e Italia a Otranto; il rafforzamento delle capacità di trasmissione in Italia inclusi l’Adriatica Line e il rafforzamento delle capacità Matagiola-Massafra; la Transalpine pipeline tra Trieste e Ingolstadt (Germania). “Indirizzare fondi e capitale politico sulle infrastrutture del gas – conclude Bergamaschi – ci rende ancora più dipendenti dall’importazione. È una diversificazione, certo, ma che crea una nuova dipendenza e promette continui finanziamenti a regimi altrettanto autoritari. La si sposta dalla Russia alla Turchia e all’Azerbaijan. Una dipendenza che oggi si può risolvere con più rinnovabili, efficienza energetica, interconnessioni elettriche e sistemi di stoccaggio e di gestione della domanda intelligenti”.

Se da un lato è vero che l’Italia importa circa il 90 per cento del gas per soddisfare il suo fabbisogno, dall’altro è utile guardare bene l’andamento della domanda in questi anni: i dati Ispra mostrano, ad esempio, che a parità di consumi totali e nel contesto di una complessiva riduzione del consumo di fonti fossili, dal 1990 al 2016 il ricorso al gas naturale è aumentato sì di quasi 20mila ktep ma è diminuito di 12 mila rispetto al 2005 e di 10 mila rispetto al 2010. Nel 2016, il consumo finale di energia per gas naturale è più basso del valore del 1995, ma anche di quello dei quinquenni successivi. Certo, contano il calo dei consumi e l’arrivo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, ma è anche vero che sono gli anni in cui il gas diventa giustamente il mezzo di transizione per eccellenza, la rete arriva in tutte le case. Il carbone, in Italia, è da tempo confinato alla sola industria pesante. Per le associazioni ambientaliste e la lobby delle rinnovabili, quindi, ora l’Italia non ha bisogno di ulteriori infrastrutture, soprattutto visto che ci sono almeno tre rigassificatori sottoutilizzati: “Se necessario – si legge in uno studio di E3G – possono soddisfare significative esigenze di importazione aggiuntive: la capacità totale è di circa 15 miliardi di metri cubi con l’infrastruttura attuale, circa il 30% del consumo annuale”.

Dalla sua, il gas è sicuramente meno inquinante delle altre fonti fossili. Ormai è però il primo responsabile di emissioni a gas serra in Italia: quasi 7 mila tonnellate sono fuggitive, cioè gas metano che fuoriesce dalle infrastrutture a gas. Nel secondo semestre del 2019, il gas per la produzione di elettricità è stato la causa principale dell’aumento di emissioni a effetto serra in Italia con una percentuale, solo nel ramo della produzione di energia, di quasi l’8% a un punto di distanza dal carbone. E a discapito delle rinnovabili. “L’incremento delle emissioni – scrive infatti l’Ispra – è dovuto principalmente all’incremento dei consumi di combustibili fossili per la produzione di energia collegata a una riduzione della produzione di energie rinnovabili”.

Il mondo esiste solo se Google è d’accordo

Quando cercate informazioni su Google, lo avrete notato, non vi compare più soltanto la solita lista di siti in cui trovare informazioni, ordinata secondo il mitico algoritmo che non vi dovrebbe offrire la verità, ma semplicemente il risultato a cui, sulla base di un calcolo probabilistico, siete più interessati. Quello era il passato, archiviato con tutte le illusioni sul motore di ricerca che si limita ad amplificare l’intelligenza collettiva di tutti i suoi utenti. Oggi Google vi offre anche una lista di domande, con le risposte, e una scheda laterale che riassume informazioni prese da Wikipedia. Spesso non c’è più bisogno di cercare altro, Google ha tutte le risposte. Questo recente “servizio” svela il bluff di Google: la scelta di cosa mostrare è discrezionale, gli algoritmi potenziano la capacità di controllo sulla rete, ma non garantiscono alcuna divina imparzialità. Una importante inchiesta del Wall Street Journal ha dimostrato che anche la parte in teoria automatica della ricerca è manipolabile e manipolata. Google può decidere di suggerire all’utente alcune ricerche correlate a quello che sta cercando. E capite quanta differenza può fare, su grandi numeri, se a “Silvio Berlusconi” viene associata la parola “Mediaset” o la parola “mafia”: l’utente di Google vede due mondi diversi e si forma opinioni diverse. Il Wall Street Journal ha dimostrato che Google ha manipolato in modo sistematico i suoi risultati, favorendo per esempio Amazon contro eBay, grandi aziende a scapito delle piccole. Google ha potere di vita o di morte sulle imprese, basta un piccolo declassamento nei risultati di ricerca e il fatturato collassa. E ha il potere di stabilire cosa le persone hanno il diritto di sapere. Il Wall Street Journal è di proprietà della NewsCorp di Rupert Murdoch, in guerra con Google proprio perché il motore di ricerca aveva iniziato a penalizzare le testate che mettevano un paywall a proteggere i propri articoli. Ma dovrebbe essere interesse di tutti ridurre questo ingiustificabile potere di Google.

Il politico che si fece banchiere: Patuelli e il declino dell’Abi

Una volta era un posto ambito, uno degli snodi cruciali del capitalismo di relazione italiano. Oggi non c’è piu competizione per la guida dell’Associazione delle banche italiane (Abi), il potere è altrove, gli interessi delle grandi banche sono lontani dall’Italia e quelle medio-piccole hanno come massima ambizione la sopravvivenza, non certo la guida del Paese. La Confindustria delle banche è talmente spompata da aver chiesto il quarto mandato consecutivo al suo presidente, Antonio Patuelli, ultimo superstite della schiatta liberale, passato indenne alle macerie della Prima Repubblica facendosi banchiere.

Forse si ispira a Franklin Delano Roosevelt: il presidente americano decise di violare la regola non scritta stabilita da George Washington di non superare i due mandati (ne fece quattro anche lui). Patuelli aggira la regola stabilita da lui stesso nel 2012 (il “lodo Patuelli”) di alternare alla guida esponenti delle grandi e piccole banche. Avrebbe dovuto lasciare a fine anno, invece resterà fino al 2022 grazie alle modifiche allo Statuto decise nei giorni scorsi. Un grande classico in casa Abi. Il numero uno di Palazzo Altieri aveva già fatto il terzo grazie a un’altra modifica. Adesso si torna alle regole precedenti al regno di Giuseppe Mussari, l’ex padre padrone di Mps eletto alla guida dell’Abi nel 2010 per acclamazione e confermato nel luglio 2012 nonostante lo scandalo Anonveneta. Anche allora fu modificato lo statuto per lasciare alla guida dell’Abi un banchiere disoccupato. Patuelli, suo avversario, divenne vicepresidente vicario.

Quando nel gennaio 2013 Mussari viene travolto dall’inchiesta, ne prende il posto, grazie al lodo da lui inventato, e sempre “per acclamazione”. “Crediamo e operiamo per banche indipendenti, distanti e distinte dalla politica e da ogni interferenza”, esordì il giorno dell’elezione. E chi meglio di un politico poteva dirlo? Nel secolo scorso, Patuelli, classe 1951, avvocato e imprenditore agricolo, fu enfant prodige del Pli: già negli anni 70 guidava la Gioventù liberale e nel 1983, a soli 32 anni, approdò a Montecitorio. Viene rieletto nel 1992, quando diventa pure sottosegretario alla Difesa del governo Ciampi. Un anno prima era diventato vicesegretario vicario dell’ultimo leader, Renato Altissimo, poco dopo condannato per la maxi-tangente Enimont.

Pautelli s’era già fatto banchiere nel 1991, agli albori della lottizzazione del credito avviata con la nascita delle fondazioni bancarie. Diventa vicepresidente della Cassa di risparmio di Ravenna, nel 1995 sale alla presidenza, carica che ricopre da 24 anni per cui prende uno stipendio di 170 mila euro, che si somma al vitalizio parlamentare. Siede in una decina di società, tra cui diverse controllate della banca. Negli anni è stato in una ventina di cda. Oggi rivendica di non avere legami con la politica, né sponsor a cui render conto: s’è dimenticato la tessera del Pli e la Prima Repubblica in cui la Dc deteneva il potere politico e lasciava a laici e massoni un po’ di spazio nel mondo della finanza (pubblica).

Difficile trovare un banchiere che parli male di Patuelli, stimato pure dai sindacati. La sua forza è l’assenza di alternative. È considerato il meno peggio del mondo bancario di provincia, il più danneggiato dai nuovi criteri sul patrimonio (a partire da Basilea 2) e dall’ipertrofia normativa dell’Unione bancaria europea contro cui la lobby del credito capitanata da Patuelli ha combattuto, con pochi successi.

Oggi Patuelli denuncia i pericoli del bail in, la normativa Ue che impone di far pagare la crisi ad azionisti, obbligazionisti e correntisti più ricchi. Ma quando fu recepita nel 2015 spiegò che sarebbe stata “l’eccezione estrema, non la regola”. Indimenticabile il depliant a fumetti distribuito dall’Abi nelle filiali per rassicurare i risparmiatori (“Tu e il tuo bail in”). La vicenda di Etruria&C. ha mostrato l’errore di valutazione. Oggi Patuelli sostiene che il bail in vìola la tutela del risparmio sancita dalla Costituzione (art. 41). Mai una parola, però, sull’altrettanto grave violazione compiuta dalle banche piazzando miliardi di obbligazioni subordinate alle famiglie (anche CariRavenna lo fece per oltre 150 milioni). Patuelli è il simbolo di questa contraddizione. Ripete sempre che il “debito pubblico è la palla al piede del Paese”, però difende “il contributo per stabilizzare la Repubblica” che danno le banche acquistando i Btp. E infatti la sua Cassa di Ravenna ne ha in pancia per 1,6 miliardi su un patrimonio netto di 450 milioni, quattro volte il rapporto di Intesa o Unicredit.

Ha predicato per anni che la crisi bancaria fosse finita, mentre vari istituti di credito saltavano. Si è scagliato contro la stretta della Bce sui crediti deteriorati per poi festeggiare ogni volta i risultati delle banche nello smaltimento delle sofferenze, ignorando gli effetti sui debitori. Quando nell’estate 2017 lo Stato ha salvato Mps, per mesi ha chiesto di pubblicare la lista dei grandi debitori degli istituti salvati. La filastrocca che avrebbero ingannato gli ingenui banchieri facendosi prestare denaro commettendo mendacio bancario si è poi scontrata col fatto che nessun banchiere aveva mai presentato denuncia.

Il risultato migliore lo ha raggiunto nella battaglia contro le nuove norme sui requisiti di onorabilità dei banchieri, a suo dire troppo severe. La direttiva Ue che le prevede risale al 2013, ma da sei anni il ministero dell’Economia si scorda di emanare le disposizioni che decimerebbero i consigli di amministrazione.