È noto, ce ne siamo già occupati, che esiste un virus che costringe i media italiani – quando c’è un contenzioso tra lo Stato e una grossa impresa – a correre in soccorso di quest’ultima. Il caso dell’ex Ilva non fa eccezione. Cogliendo fior da fiore. Lo scudo penale (che non è citato nel contratto d’acquisto): “C’era un patto” e Mittal “aveva chiesto e ottenuto di non temere conseguenze penali per reati ambientali” (Sole 24 Ore); “Nell’accordo c’è il diritto di recesso in caso di modifica del quadro normativo, come lo scudo penale” (La Verità). L’altoforno 2 non è spento, né verrà spento: “Dopo la chiusura dell’altoforno 2, la produzione dell’acciaio a Taranto finisce fuori mercato” (CorSera). Non pagano i fornitori? Sono loro che non presentano “le certificazioni richieste dal revisore PriceWaterhouse” davanti alle cui “richieste stringenti” le ditte hanno “storto la bocca” (Repubblica). Il contenzioso? Già perso: “È stata violata una condizione base del contratto” (aridaje) e Mittal “ha potuto svincolarsi senza penali” e ora potrà “rivalersi sullo Stato” (CorSera). L’azienda maramaldeggia? “Siamo al paradosso: se Mittal fa quello che gli ha imposto la Procura di Taranto, la Procura di Milano procede all’iscrizione di un fascicolo” (Il Sole e la favola dell’altoforno 2). Ora i Mittal non fanno più i bulli? Ma no, è stata un’incomprensione, colpa di Lucia Morselli, “che secondo gli indiani non avrebbe gestito nel migliore dei modi le comunicazioni col governo” (CorSera). Ma pensa ’sti Mittal che ancora pagano gli avvocati, che tonti…
Un miracolo laico in tempi di cinismo
La questione del reddito di cittadinanza, oltre ai suoi aspetti politici ed economici, rappresenta un caso sociologico di estremo interesse perché consente di osservare, come sotto una lente di ingrandimento, il rapporto culturale che il Paese intrattiene nei confronti dei suoi cittadini poveri.
Vale la pena di ricordare alcuni dati essenziali della questione. Su 196 Paesi al mondo, l’Italia è all’ottavo posto per Pil e al 32° posto per Pil pro-capite: è, dunque, un paese molto ricco. Però la ricchezza vi è distribuita con disuguaglianza crescente.
Negli ultimi dieci anni il patrimonio dei 6 milioni di italiani più ricchi è cresciuto del 72% mentre quello dei sei milioni più poveri è diminuito del 63%. Secondo l’Istat 1,8 milioni di famiglie, circa 5 milioni di persone pari all’8,3% della popolazione residente, è in condizione di povertà assoluta, cioè priva dei mezzi necessari per vivere con dignità.
La povertà non va confusa con la disoccupazione perché non tutti i poveri sono disoccupati, né tutti i disoccupati sono poveri. Nel nostro caso, il 40% è interessato a trovare un lavoro perché disoccupato o sottopagato, ma il 60% non è in grado di lavorare. Si tratta di minorenni, vecchi, inabili, per i quali non può essere il lavoro lo strumento per uscire dalla povertà, ma solo un sussidio per sopravvivere decorosamente.
Se povertà e disoccupazione sono fenomeni distinti, tuttavia restano strettamente interconnessi e non possono essere affrontati senza tenere conto di questa interconnessione. La dimensione “povertà” impone il problema del tempo; la dimensione “occupazione” impone il problema dell’organizzazione. Questa volta mi occupo della questione tempo; in una prossima occasione affronterò quella dell’organizzazione.
I neo-liberisti (e tutti quelli che lo sono senza sapere di esserlo) non tengono conto della questione tempo e criticano il reddito di cittadinanza predicando che la povertà non si combatte con i sussidi elargiti dallo Stato in forma assistenziale ma investendo nella crescita economica del Paese. Da questa deriverebbe un’espansione della ricchezza che, prima o poi, finirebbe per avvantaggiare anche i poveri. Il problema sta tutto in quel “prima o poi”.
Nel 1955 il premio Nobel per l’economia Simon Kuznets sostenne che ogni sviluppo economico causa crescenti disuguaglianze in una prima fase, ma poi genera uguaglianza. Nel 1974 Arthur Laffer, membro dell’Economic Advisory Board di Reagan, convinse il presidente che occorreva abbassare le tasse ai ricchi, altrimenti essi avrebbero evaso le imposte e avrebbero smesso di investire; di conseguenza furono ridotte dal 70 al 28%. Secondo il pensiero neoliberista, ormai imperante, l’applicazione congiunta di queste due teorie avrebbe portato al trickle-down, cioè al progressivo sgocciolamento della ricchezza dai ricchi ai poveri e, come dirà un altro presidente, George W. Bush, “allo sradicamento della povertà, all’estensione della libertà umana e alla pulizia del pianeta”.
Come sono andate realmente le cose, lo certifica la rivista Forbes con le sue classifiche annuali: nel 2010 le 388 persone più ricche del mondo scandalosamente possedevano una ricchezza pari a quella di mezza umanità, cioè 3,5 miliardi di poveri; nel 2019 bastano le sole prime 8 per eguagliare la ricchezza di mezza popolazione mondiale, che ormai è composta da 3,6 miliardi di persone. Già il 26 novembre 2006 Warren Buffett, oggi il terzo uomo più ricco del mondo, poteva dichiarare senza mezzi termini al New York Times: “Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe ricca che la sta conducendo, e noi stiamo vincendo”. Vinti sono tutti i piccoli borghesi retrocessi a proletari e tutti i proletari retrocessi a sottoproletari, sballottati tra “povertà assoluta” e “povertà relativa”, come si diverte a classificarli quella stessa statistica che distingue, con pari cinismo, i migranti politici da quelli economici, i morti per armi chimiche dai morti per armi convenzionali.
Il fatto è che i poveri, a differenza dei ricchi, non hanno la possibilità di attendere che la ricchezza sgoccioli. Secondo una storiella indiana, l’elefante vive cento anni e la farfalla vive un’ora. Dunque l’elefante non può dire alla farfalla: “Aspettami dieci minuti”. Il ricco sta al povero come l’elefante sta alla farfalla. L’uno può consentirsi il lusso dell’attesa e del rinvio per soddisfare i suoi bisogni voluttuari; l’altro è condannato a morire se non risolve immediatamente i suoi bisogni primari.
Woody Allen dice che tre sono le grandi domande dell’umanità: da dove veniamo, dove andiamo e con cosa ceniamo questa sera. I ricchi possono consentirsi il lusso di cincischiarsi intorno alle prime due domande; i poveri sono costretti a concentrarsi sulla terza e trovare una risposta immediata. Un povero privo di lavoro e di risorse quanto tempo può attendere per sfamare se stesso e la propria famiglia, per sottoporsi alla diagnosi e alle cure di una malattia grave, per assistere i suoi vecchi, per mandare i propri figli a scuola? Il ricco-elefante, quando anche introduce un beneficio di welfare, lo progetta parametrandolo sui propri lunghi tempi di solido elefante, non su quelli brevissimi della fragile farfalla.
Che, finalmente, il governo italiano si sia messo nei panni e nei tempi dei poveri, come del resto già fanno molti altri governi europei, e che questa volta il suo intervento sia stato rapido ed efficace, mi sembra un miracolo. Le azioni legislative poste in atto, su stimolo diretto o indiretto del Movimento 5 Stelle, sono state quattro: un progetto di legge del 2013 (prima firmataria la senatrice Catalfo), il decreto legislativo del settembre 2017 con cui il governo Gentiloni introdusse il Reddito d’Inclusione, il decreto legislativo del gennaio 2019, convertito poi in legge nel marzo scorso, con cui il primo governo Conte ha introdotto il Reddito di cittadinanza.
Grazie al Rei, dal gennaio 2018 fino a tutto settembre 2019 hanno percepito almeno una unità di sussidio 508.000 nuclei familiari, coinvolgendo 1,4 milioni di persone con un importo medio mensile di 293 euro e una spesa complessiva preventivata in 2 miliardi.
Di tutt’altro livello ed effetto è stato il Reddito di cittadinanza: in base ai dati Inps aggiornati all’8 ottobre 2019, oggi la platea complessiva dei beneficiari effettivi è di 2.334.000 persone, di cui 597.000 minori e 199.000 nuclei familiari con invalidi. La spesa per il 2019 sarà di 6 miliardi: meno di quanto stanziato per la Quota 100 che riguarda una platea inferiore a 200.000 persone occupate e stipendiate.
Come si vede, quelle del Reddito di cittadinanza sono cifre imponenti: milioni di poveri assoluti, centinaia di migliaia di bambini e invalidi che fino a ieri non avevano la certezza del cibo e dell’alloggio, oggi possono contare su un minimo di sopravvivenza. Insomma, un miracolo laico compiuto in tempi record da uno Stato ricco e sedicente cattolico (cioè caritatevole per fede) che prende finalmente atto dell’esistenza dei poveri e li soccorre in base alle loro urgenze e non ai tempi ripugnanti di Kuznets e Laffer. Di fronte a questo miracolo, solo l’inguaribile cinismo neo-liberista e l’incapacità comunicativa dei 5Stelle può far dire spudoratamente ai detrattori che “il Reddito di cittadinanza è fallito”.
Mail Box
Ilva, si salvino i posti di lavoro ma in un ambiente sano
Il commissariamento dell’Ilva di Taranto è al tavolo delle trattative governo-sindacati. Si discute, giustamente, sulla salvaguardia dei posti di lavoro di tutti i dipendenti. Non si è mai discusso però, guarda caso, del problema relativo al risanamento ambientale, cosa che non è stata mai fatta neanche per la Montedison di Bussi (Pescara).
Intanto l’inquinamento ambientale, atmosferico e del suolo, continua a dilagare al punto tale che è diventato irrisolvibile per entrambi i due colossi industriali a causa di sostanze organiche composte da catene molecolari talmente pesanti che non riescono a degradarsi nel suolo.
In Italia, guarda caso, si comincia a costruire sempre partendo dal tetto, e mai dalle fondamenta. Ma se problemi di questo genere, fondamentalmente, non interessano a chi ha il compito di risolverli, perché poi i vertici al potere ne parlano con tanta convinzione e cognizione di causa? Solo per accaparrarsi i voti?!
Mantenere i posti di lavoro ai dipendenti è importante. Ancora più importante è mantenere i posti di lavoro in un ambiente salubre per i dipendenti e per gli abitanti. Di morti sul lavoro ce ne sono stati già a bizzeffe, e già troppi sono i disastri ambientali causati dalla noncuranza, anzi dal menefreghismo.
Ines e Antonio Di Gregorio
Silvia Romano non deve finire come Giulio Regeni
Silvia Romano, la volontaria che lavorava in Kenya per aiutare i più bisognosi e rapita un anno fa, sarebbe ancora viva ma ostaggio di un gruppo islamista in Somalia. Paese dilaniato da guerriglie interne. Questo secondo le indagini della Procura di Roma. Si sta infatti valutando di inviare una rogatoria internazionale alle autorità somale. Quella della Romano è una vicenda che presenta ancora molti punti oscuri e punta il dito, anche se solo a livello di “sospetti”, contro qualche suo collega che cooperava con lei in Kenya. Spero vivamente che questa brutta storia si risolva nel migliore dei modi possibili e Silvia torni a casa presto. Non abbiamo bisogno di altri casi come quello del povero Giulio Regeni. Rispetto al quale, da parte delle autorità egiziane, stiamo ancora aspettando risposte. Anche se appare ovvio ci siano chiare collusioni governative.
Silvia Romano deve tornare a casa. A costo di inviare uomini dei Reparti Speciali a liberarla. I cittadini italiani non devono assolutamente essere abbandonati.
Cristian Carbognani
Incarichi della Spitz, quando arriverà il turno dei giovani?
Salve, vi compro e vi ricompro, il primo amore non si scorda mai.
Ho letto, anzi direi “trangugiato” lo “spritz” con questa moltitudine di ingredienti… ops! di incarichi rivestiti e che riveste tuttora wonder woman dott.ssa Architetto Spitz.
Compreso l’ultimo assegnatole, sono e sono stati ben 14. Tutta la mia stima, per carità, all’architetto Elisabetta Spitz ma se provo a leggerli mi sembra di andare in apnea mentale. Nel 1999 Direttore Generale del Demanio, poi rinnovato; nel 2004 con Tremonti entra nel cda di Patrimonio Spa; dal 1992 al 1999, come da su cv, Presidente consorzio di progettazione salvaguardia aree abitate di Venezia; dal 2001 al 2004 nel cda di EUR Spa, una chicca per chi vi ambisce; tra il 2009 e il 2010 consulente dell’Autorità portuale di Venezia; nel 2008 componente Commissione per il futuro di Roma Capitale; 2010-2012 di Beni Stabili Sgr nonchè Advisor per la riorganizzazione e gestione del patrimonio immobiliare del Gruppo Knos; incarichi nella Commissione per la valutazione delle buone pratiche amministrative e nella Commissione del MIUR che fissa le linee guida per l’edilizia scolastica. E, ancora, presidente del Comitato valorizzazione del patrimonio immobiliare degli Enti locali di Assoimmobiliare-Confindustria; ad di INVIMIR Sgr che si occupa della gestione di fondi immobiliari di patrimoni immobiliari di Enti pubblici, territoriali e statali. Ecco, tanti auguri all’architetto Spitz per questo po’ po’ di mansioni. Ma dico: i giovani laureati e plurilaureati italiani staranno sempre a guardare che possa arrivare il loro turno?
Gaetano La Manna
L’acqua alta ha causato disastri anche sul delta del Po
Un’acqua alta da record ha martoriato Venezia, ma ha fatto disastri anche nel delta del Po, soprattutto nella Sacca degli Scardovari.
Accadde anche nel novembre 1966 e, in quel tempo, a Venezia si aggiunse Firenze. Tutto il mondo, giustamente, rivolse l’attenzione ai nostri due tesori dell’arte. Ma anche allora il delta del Po subì danni enormi. E anche allora, come oggi, del delta e delle sue genti ridotte alla disperazione, nessuno si prese cura.
Luciano Ferrarese
I NOSTRI ERRORI
Nell’articolo pubblicato ieri “Grillo sconcertato per il marasma 5S e rilancia il sorteggio per il Senato”, per una ingiustificata distrazione ho dato un contributo non richiesto alla lingua italiana, inventando il verbo “redarre”. L’infinito di “redatto” resta ovviamente “redigere” e dell’errore mi scuso con tutti i lettori.
L. Giar.
Calcio. La Nazionale continua a vincere, ma non facciamoci troppe illusioni
Buongiorno, sono felice che la Nazionale di calcio guidata da Roberto Mancini continui a vincere, segnando anche qualche record: 10 vittorie su 10 nelle qualificazioni a Euro 2020 e addirittura 9 gol all’Armenia nell’ultima partita di lunedì sera. Ma quanto durerà l’idillio? Non sarà il solito fuoco di paglia? Temo infatti che alla prima gara difficile, o al primo imprevisto, la squadra torni a deluderci, come al solito, da oltre dieci anni a questa parte.
Marta Polli
“Fiato alle trombe Turchetti” diceva Mike Bongiorno al via di “Rischiatutto”, il quiz che imperversava in tv negli anni 70. Ebbene, onde evitare spiacevoli sorprese, quando i prossimi Europei di calcio prenderanno il via, il 12 giugno 2020 a Roma, sarà il caso che trombe e tromboni di Casa Italia vengano silenziati: perché il rischio è che i peana alzati in questi giorni in lode dell’Italia di Mancini, reduce dal filotto-record di 11 vittorie nelle ultime 11 partite, svelino di colpo tutta la loro insussistenza lasciando il posto alla più atroce delle delusioni (e delle disillusioni). Dopo la catastrofe della mancata qualificazione all’ultimo Mondiale firmata dalla Premiata Ditta “Tavecchio & (S)Ventura”, un secondo flop avrebbe effetti disastrosi; e tuttavia sarà il caso di ricondurre l’esaltazione di questi folli giorni alle più giuste e modeste proporzioni ricordando che dopo lo stiracchiato successo contro gli Usa (1-0) nell’amichevole di un anno fa a Genk, l’Italia ha vinto le 10 partite del suo girone spezzando le reni due volte alla Bosnia, 48° nel Ranking mondiale Fifa, due volte alla Finlandia (55°), due volte alla Grecia (58°), due volte all’Armenia (99°) e due volte al Liechtenstein (181°). Per capirci, l’Armenia cui abbiamo appena rifilato 9 gol arranca in classifica alle spalle di Vietnam (97°), Kirghizistan (94°), Oman (84°) e Capo Verde (77°), non proprio Brasile o Argentina; mentre il Liechtenstein cui abbiamo appioppato un 6-0 e un 5-0 insegue affannosamente nazionali tipo Sao Tomé e Prìncipe (180°), Santa Lucia (177°), Vanuatu (163°) e Myanmar (147°) che alzi la mano chi mai le ha sentite nominare. E insomma: Mancini sta lavorando bene, l’Italia è in bella risalita, nel Ranking mondiale è 15ª, ma la notizia è che ci sono nove nazionali europee che continuano a starle davanti: Belgio (1°), Francia (2°), Inghilterra (4°), Portogallo (6°), Croazia (7°), Spagna (8°), Olanda (12°), Svizzera (13°) e Danimarca (14°). Ecco: battiamone tre di seguito, anche prese a caso, e poi riparliamone. Per il momento: tappi alle trombe Turchetti!
Paolo Ziliani
Legge e Giustizia, dall’Olimpo alla Grecia di oggi
Metti Massimo Cacciari e Natalino Irti di fronte a un famosissimo saggio di Werner Jaeger, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1948 e riproposto all’inizio di questo omonimo volumetto, Elogio del diritto, da poco in libreria per La Nave di Teseo. I due, un filosofo e un giurista, dialogano sulle orme del tedesco, ragionando l’uno attorno a Dike, la giustizia, l’altro a Nomos, la legge codificata. Dike, la giustizia come ideale, e Nomos, la norma giuridica che dovrebbe (ma non sempre accade) tradurre i principi di Dike in regole di convivenza sociale, in quali rapporti sono? Di simbiosi, di interdipendenza, di subalternità? Può l’individuo appellarsi alla legge a prescindere, solo in quanto e perché data? E viceversa: che succede se obbedisce all’idea di giustizia, senza rispettare la legge? Il termometro delle controverse nozze tra Dike e Nomos – la cui prole s’incarna nella tragedia greca – registra le febbri più violente della Storia. La bilancia (anche se è il simbolo dell’equità della giustizia) non dovrebbe pendere troppo da una parte e o dall’altra. Ci sono rischi, sembrano dirci gli autori, sia nel votarsi a una vaga idea di giustizia che a una legge a cui si obbedisce ciecamente, senza prendersi la responsabilità di misurarne l’equità.
Dike e Nomos possono entrare in conflitto: un cortocircuito di cui le rivoluzioni, i rovesciamenti di regimi e apparati statali, si nutrono. Vengono in mente le nostre non lontane e vergognose leggi razziali naturalmente, ma anche le più recenti discussioni attorno al diritto di famiglia (chi è genitore, chi coniuge) o ai diritti di disposizione del corpo che tanto faticano a tradursi in nuove regole. Per questo leggendo i due saggi, che ripercorrono insieme a Jeager le origini del diritto (dal mito greco al suo divenire pensiero e poi norma positiva) non si può non pensare al nostro presente smarrito, in cui – e qui vale la sempre più inverata profezia di Emanuele Severino sulla destinazione della tecnica al dominio – il legislatore diventa un tecnocrate del diritto (il linguaggio della legge ne è la più lampante prova). Scrive Irti: “La immane coalizione fra economia e tecnica mira a impadronirsi delle procedure normative, e a innalzare il nuovo Nomos della ‘conquista’ mercantile. Intorno a questo Nomos divampa il conflitto; la posta in gioco è nel possesso delle procedure normative. Avanzano pretese d’egemonia le competenze tecniche, padrone degli scambi planetari; resiste la struttura del vecchio Stato, e la politica si dichiara custode d’un cammino comune, che volge oltre l’utilità degli affari individuali e la somma quantitativa degli interessi particolari”. Massimo Cacciari – accompagnandoci con una scrittura densa e chirurgica alla scoperta di Dike – ce la fa incontrare nell’Olimpo del padre Zeus, così potente da essergli quasi superiore. Così sfuggente da rendere davvero ardua una definizione: giustizia è volere il bene dell’altro? E’ il neminem laedere, è quel ius suum cuique tribuendi con cui gli studenti ricordano le massime di Ulpiano? Ma oltre l’identità di Dike, alla fine del viaggio ci siamo domandati che fine abbia fatto nella macelleria sociale (sempre in Grecia, 2010-2019) o nel conflitto disumano dell’Ilva. Ci siamo risposti che chi governa Nomos non riesce più a rispondere alla domanda di verità che Dike, da millenni, pone ai popoli. Ed è qui che risiede il valore di questo solo apparentemente piccolo libro.
Fare, fare, fare: ma cosa? Lo spettacolo d’arte varia del partitino privato
Non so se siete pronti alla Rivelazione e spero che ciò non sconvolga troppo le vostre vite, ma domani nasce il nuovo partito di Calenda Carlo, come il countdown sulle sue home page fa intuire (meno tre! Meno due!, tipo razzo nordcoreano). Non ci soffermeremo sull’evento, programmi, statuto, leadership, simboli e nomi, ma sul vezzo italiano di farsi un partito quando la situazione si fa confusa (cioè sempre). Onore a Calenda che almeno ha un suo percorso politico (simile al labirinto di Shining, peraltro), ma in generale si sente un intenso profumo di proporzionale e c’è chi pensa di contare tanto contando poco, un classico dai tempi di Bettino buonanima.
Va detto che ne abbiamo visti un bel po’, passare sotto i ponti, e la questione dei nomi da dare ai partiti si fa complicata. Sembra passato un secolo, ma era solo il 2011 quando Montezemolo sventolava il suo programma per salvare l’Italia, (“il foglio del fare”, lo chiamava), annunciando sue liste alle elezioni, che poi non fece. Era una specie di liberismo operoso, un volenteroso lasciate-fare-a-chi-ha-la-Ferrari, smart, futurista, poi si aggregò al carro di Monti e se ne persero le tracce. Si chiamava Italia Futura, non risulta nemmeno una lapide da nessuna parte.
Siccome “futura” aveva portato un po’ sfiga, Corrado Passera si inventò Italia Unica, sembra un altro secolo, ma era l’altro ieri: 2015. L’ambizione era di fare “un grande partito, anzi il più grande partito italiano”. Ministro di Monti, gran capo di Banca Intesa, anche Passera aveva un sogno efficientista-liberista, anche lui parlava molto di fare, di sbloccare, di agevolare, con quel virile su-le-maniche-e-lavorare che ha reso famosi i lombardi, specie nelle barzellette. Dopo il pomposo varo, della nave si perse traccia, fino al momento del naufragio, nemmeno due anni dopo, un dignitoso autoscioglimento, erano tristi pure le tartine.
E poi, diciamolo, il partito è una specie di status symbol, un po’ sopra lo yacht di lusso, la villona col molo privato, il jet personale. Così abbiamo Flavio Briatore che si mette “al servizio degli italiani” con il suo Movimento del Fare. Tutti vogliono fare, fare, fare, ma le cose si complicano quando si cerca di spiegare che cosa cazzo fare. Se ho ben capito dalla laboriosa spiegazione del leader, si tratterebbe di mettere in rete alcuni talenti (mia supposizione: imprenditori), per fare delle cose. Un po’ vago, diciamo, a parte il sogno di Briatore più volte ripetuto: fare della Sardegna una specie di Ibiza e della Puglia un cronicario per pensionati ricchi europei (come la Florida, infatti). Trattandosi di imprenditore turistico, direi che siamo più vicini al Movimento del Fatturare.
Più preciso il disegno di Noi italiani, il movimento di Della Valle, fondato e annunciato nel 2015, poi scomparso dai radar, recentemente tornato a galla, forse causa invito televisivo. Dice il leader e fondatore Della Valle che lui la pagherebbe anche, una patrimoniale, ma poi non sa dove vanno a finire i soldi. E allora propone di pagare questa patrimoniale telefonando al sindaco e chiedendo se c’è da mettere a posto un’aiuola, o da pitturare il soffitto del Comune. Facessero così tutti gli imprenditori…
Eccellente proposta politica che teorizza, in pratica, il ritorno alle Signorie, con il miliardario di zona che elargisce welfare e manutenzione. A quei tempi i signorotti gareggiavano a chi aveva la torre più alta, ora si inventano un partito, sempre, sia chiaro, improntato al buon senso e soprattutto al fare, fare, fare, qualunque cosa voglia dire. Diciamo che tra banchieri, imprenditori, grandi manager, questa faccenda di fare i salvatori della patria torna periodicamente di moda, nel nome c’è sempre Italia, o Italiani, o futuri, o unici, o a tempo perso. Insomma, suggerirei di lasciar perdere, per decenza.
Le miserabili parole di Salvini su Cucchi
“Se qualcuno lo ha fatto è giusto che paghi, sono vicinissimo alla famiglia e ho invitato la sorella al Viminale, questo testimonia che la droga fa male sempre e comunque”.
Quando Matteo Salvini parla, non racconta mai nulla oltre quello che gli sta più a cuore, e cioè se stesso. In questo caso era stato invitato a commentare la sentenza Cucchi – dodici anni di carcere ai due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro – e ancora una volta non ci ha detto nulla sulla tenacia di Ilaria, sulla irremovibile perseveranza dei suoi genitori, sulla morte insensata di Stefano, sull’immonda storia di omissioni e depistaggi. No, ci ha tenuto a farci sapere molto su chi sia lui e nulla di ciò che rappresenta questa sentenza. Questa frase che ha fatto irritare tanti e che ha spinto Ilaria Cucchi a querelarlo, a me invece ha quasi messo di buon umore perché nessuna narrazione sul personaggio Salvini sarebbe stata tanto efficace. È una pennellata meravigliosa, un selfie coerente della sua miseria umana. Un riassunto perfetto dei macro-temi che lo definiscono. Soprattutto, è un’impagabile analisi logica e grammaticale della sua ipocrisia. Basta osservare con meticoloso disgusto il suo sapiente utilizzo di sostantivi, complementi oggetti, sinonimi e congiunzioni, per capire cosa stia dicendo, mentre finge umana comprensione per Stefano Cucchi e sua sorella. Per chi non fosse esperto in sottotesti, vado a spiegare.
Quando Salvini afferma: “Se qualcuno lo ha fatto è giusto che paghi”, utilizza quel tono dubitativo perché dopo anni a sbraitare con la bava alla bocca “marcite in galera!”, “buttate la chiave!” nel caso in cui uno straniero venga sorpreso a rubare una melanzana viola al supermercato, si riscopre improvvisamente garantista. Se i condannati sono due uomini con la divisa anziché due donne rom col gonnellone, Salvini lascia intendere con una commovente premura che si tratta di una sentenza di primo grado, mica siamo in Place de la Révolution con boia e ghigliottina. Ma andiamo avanti con l’analisi grammaticale. “Se-qualcuno-lo-ha fatto”, dice. L’utilizzo del “QUALCUNO” gli consente di omettere i reali soggetti della frase e cioè “i due CARABINIERI”. È davvero commovente il rispetto per la privacy dei picchiatori, la delicatezza con cui omette di citare anche la loro professione. Strano, perché solitamente Salvini è piuttosto preciso e colorito nel definire chi alza le mani sugli altri. Per dire, quando tre persone picchiarono due coniugi per derubarli (coniugi sopravvissuti, al contrario di Stefano), lui scrisse su twitter: “Coniugi massacrati a Lanciano, in manette tre rumeni che stavano fuggendo. Grazie alle nostre Forze dell’Ordine, queste bestie devono marcire in galera! #tolleranzazero”. Insomma, i rumeni sono bestie che devono marcire in galera prima ancora di un processo e grazie agli eroi delle forze dell’ordine, due rappresentanti delle forze dell’ordine dopo una sentenza di primo grado che li condanna sono “qualcuno che se ha sbagliato è giusto che paghi”. Passiamo a “sono vicinissimo alla famiglia Cucchi”. Secondo la prossemica, la vicinanza di Salvini a Ilaria Cucchi è sempre stata più o meno quella tra il pianeta Terra e la protogalassia. Le era molto vicino quando dichiarava: “Mi sembra difficile pensare che ci siano stati poliziotti e carabinieri che abbiano pestato Cucchi per il gusto di pestare” o quando difendeva il povero carabiniere perché Ilaria aveva postato una sua foto al mare: “Quel post mi fa schifo. Un carabiniere non può andare al mare e mettere su facebook una sua foto in costume da bagno? Fa bene a querelarla”. Un po’ come gli stranieri che non possono sedersi su una panchina perché poi Salvini li fotografa e li mette sulla sua pagina, dando loro delle sanguisughe nullafacenti, insomma. E ancora, sempre tornando all’analisi della frase, si passa a “Ho invitato la sorella al Viminale”. Il suo concetto di vicinanza si consuma a favore di telecamera. Ilaria combatte contro l’omertà e le bugie mentre Salvini per 10 lunghi anni è dalla parte dei carabinieri, quando Ilaria vince, la foto ricordo con Ilaria – suggerisce il fido Morisi – fa bene alla propaganda. Infine, il passaggio capolavoro: “Questo testimonia che la droga fa male sempre e comunque”. Per Salvini, dunque, la morte di Cucchi a seguito del pestaggio dei carabinieri dimostra che la droga fa male. Se ne deduce quindi che se uno va in carcere per aver truffato l’assicuratore e un carabiniere lo riempie di botte, le truffe agli assicuratori facciano male. Un’intuizione, un guizzo, una logicità degni di un picchetto dei carabinieri.
Ve lo dico io cosa voleva dire con quella frase l’alunno Salvini: “Non è ancora detto che i carabinieri siano colpevoli, la Cucchi mi sta sulle balle, se suo fratello non si fosse drogato sarebbe ancora vivo”. Non è intelligente, ma si applica. Per sembrare quello che è: un miserabile.
Una tessera da spedire sulla luna
Sono anni che cerchiamo di aiutare il Pd gratuitamente con consigli e critiche. Domenica abbiamo capito che è una missione disperata. La nuova tessera del Pd, lanciata al suono di fanfare per recuperare i 500mila iscritti persi dal 2009 (erano 800mila), ritrae un’immagine photoshoppata della Terra ripresa dall’orbita. Un raggio di sole lambisce l’atmosfera annunciando un’alba cosmica. Lo slogan bianco in campo blu-spazio siderale recita: “Oggi per un domani”. Chissà quanti esperti di comunicazione ci hanno lavorato. Il logo “PD 2020” si staglia in alto a sinistra nello spazio profondo, ricordando la sigla di Star Wars e la grafica primitiva di Ai confini della realtà: il Pd ha vinto le forze del male e ha finalmente colonizzato l’iperuranio.
Forse la soggettiva dalla luna è una risposta implicita a chi accusa i suoi dirigenti di essere lontani dalla gente e dalle sofferenze dell’umanità. Devono essersi chiesti cosa ha successo sui social se si escludono Salvini e Chiara Ferragni: Greta Thunberg, i tweet dallo spazio di Parmisano, Nespoli e AstroSamantha (che già Renzi tampinò con un collegamento Palazzo Chigi-Stazione orbitante Iss e un invito poi declinato alla Leopolda).
Le tessere del Pci e della Fgci dal 1945 al 1991, piccoli gioielli di arte grafica, raffiguravano uomini e donne, non in quanto individui (le “Marta” e le “Francesca” di Renzi), ma come allegorie stilizzate della collettività. La prima tessera del Partito comunista d’Italia, del 1921, riproduceva un lavoratore che spezza le sue catene con un martello. Quella del ’45, due mani che impugnano la falce e il martello e in alto la scritta “Proletari di tutti i Paesi unitevi”. Il retro della tessera della Federazione giovanile comunista del ’52 parlava di “avanguardia” dei giovani e di “miglioramento della società”. L’ultima, nel 45° anniversario della Repubblica, contiene per la prima volta la parola “futuro”: un ragazzino esulta per la strada proiettando sull’asfalto un’ombra arcobaleno. Lo slogan è: “Dalla Resistenza al futuro”.
Ecco, da quel momento la figura consolatoria, assolutoria, pretesa “sfidante” del futuro a scapito del presente trascurato e guardato con supponenza è la più abusata e fraintesa della (diciamo) sinistra post-comunista (e anticomunista). Il sol dell’avvenire sorge su aurore celesti che sarebbero perfetti sfondi dell’iPhone, non sugli esseri umani, invisibili e insignificanti.
Non a caso il futuro è un perfetto marchio renziano. Renzi l’ha infilato dappertutto, era lo slogan di quasi tutte le sue Leopolde. Il problema dei giovani attuali è proprio che la politica ha rubato loro il presente, non il futuro. Costretti a lavori miserrimi, subiscono l’illusione calata dall’alto che lo stiano facendo per il domani, per “crescere” professionalmente, per investire sul futuro, che – lo sappiamo – sarà atroce, se non si metterà mano alla questione delle negate pensioni per lavoretti, mini co.co.co, interinali e altre antiche angherie smaltate di nuovo.
Zingaretti apre all’universale e al globale: “Si apre una nuova stagione, tutta un’altra storia”; poi consegna la tessera alla Lorenzin. Lo zoom indietro da Google Earth non consente di distinguere i continenti, figuriamoci le persone con le loro biografie poco fotogeniche.
Allo stesso equivoco risponde il probabile cambio di nome del Pd: il simbolo è un logo, la politica è marketing
e comunicazione. Cambiare nome non è un atto di coraggio, ma la mossa della disperazione. Il Pd si autorottama, si vergogna di sé stesso, cerca di mimetizzarsi rispetto al proprio fallimento. I suoi dirigenti vanno sulla luna, ma non a recuperare il senno. Intanto, in agenda hanno solamente lo Ius soli: una legge per rendere italiano e sperabilmente conquistare i futuri voti di chi ancora non li conosce abbastanza (ah, ecco forse cosa significa “Oggi per un domani”).
Atlantia si sfila (ancora) da Alitalia. Ricatto al governo sulla concessione
La farsa del salvataggio di Alitalia continua senza che nessuno degli attori coinvolti prenda una decisione. Il governo è di fronte a un bivio: o concede garanzie totali ad Atlantia sulla concessione di Autostrade, sconfessando la linea tenuta dopo il disastro del ponte Morandi o la holding controllata dai Benetton farà saltare il soccorso all’ex compagnia di bandiera. È questa la situazione a due giorni dalla scadenza di giovedì, finora e dopo 5 rinvii considerata l’ultima per permettere al consorzio di salvatori – che al momento conta le Ferrovie dello Stato, il Tesoro, e la compagnia Usa Delta – di presentare un’offerta definitiva.
Ieri un uno-due micidiale ha distrutto l’ottimismo mattutino mostrato dal ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli (“Ci sono buoni passi avanti, non ci sarà una proroga”). Prima il capo mondiale di Lufthansa, Carsten Spohr ha ribadito che la compagnia tedesca non è interessata a mettere un euro nella nuova Alitalia senza una pesante ristrutturazione (leggi: 6mila esuberi su 11.500 totali), smentendo le ipotesi circolate di un possibile subentro a Delta, restia a investire più di 100 milioni e a concedere quanto chiesto da Atlantia sulle rotte europee per Alitalia. Poi è toccato al colosso controllato dai Benetton. Nel tardo pomeriggio, dopo una riunione fiume, il cda ha diffuso una nota laconica: “Facendo seguito a quanto comunicato il 15 ottobre, preso atto della mancanza di significative evoluzioni nelle problematiche rappresentate, la Società informa che non si sono ancora realizzate le condizioni necessarie per l’adesione al Consorzio. Resta in ogni caso ferma la disponibilità a proseguire il confronto per l’individuazione del partner industriale e per la definizione di un business plan condiviso, solido e di lungo periodo per Alitalia”.
Il 15 ottobre i Benetton avevano fatto sapere con una lettera a Patuanelli che senza garanzie sulla concessione non si poteva procedere, accusando poi Delta di non voler davvero rilanciare Alitalia. Una motivazione pretestuosa secondo chi segue il dossier. Pochi giorni dopo Luciano Benetton elogiò pubblicamente Lufthansa. Da allora Atlantia ha continuato a perdere tempo cercando di far procedere il dossier insieme a quello della revoca. Dove però non ha fatto aperture. La decisione del governo di chiedere ai Benetton di salvare Alitalia ha ribaltato i ruoli. I giallorosa hanno dismesso qualsiasi velleità di revoca, limitandosi a una “revisione” della concessione che riduca le tariffe. Alitalia si è seduta al tavolo, ma – complice anche il caos Ilva – ha chiuso a qualsiasi apertura. Lunedì scorso l’ad di Fs, Gianfranco Battisti ha scritto al premier Giuseppe Conte che il consorzio si può chiudere con Delta, a patto che Atlantia partecipi. Ma ciò che chiede è politicamente insostenibile. Ora le alternative sono due: nuova proroga o liquidazione di Alitalia. A meno che non si proceda alla nazionalizzazione (ci sono già emendamenti presentati alla Camera). A quel punto Altantia resterà senza arma di pressione sul governo.
Il piano per chiudere Ilva partito già a giugno scorso
Sono puntati su Lucia Morselli i fari delle Procure di Milano e di Taranto che indagano sui 12 mesi di gestione di ArcelorMittal nell’ex Ilva. Un doppio fronte che vede al centro dei sospetti la manager che dal 15 ottobre la multinazionale dell’acciaio in Italia, e che al momento non è indagata. Il suo potrebbe essere stato per la procura di Milano un ruolo chiave nel filone di indagine aperto per il reato di aggiotaggio. Il motivo è legato alle sue dichiarazioni sul rilancio dell’ex Ilva, fatte il giorno del suo insediamento. “Non esiste forse oggi in Italia una sfida industriale più grande e più complessa di quella dell’ex Ilva. Sono molto motivata dall’opportunità di poter guidare ArcelorMittal Italia, e farò del mio meglio per garantire il futuro dell’azienda”. Dichiarazioni che per l’accusa contrastano con l’iter di chiusura della fabbrica ionica avviato poche settimane dopo proprio dalla stessa Morselli. La donna non è indagata perché la procura vuole prima capire se e come quell’ordine di “abbandono” dello stabilimento tarantino sia stato veicolato dai vertici di Mittal. Morselli, infatti, guida una società che appartiene a un gruppo ben più grande: in sostanza potrebbe non avere chiare responsabilità sulla dismissione e nulla esclude che presto si possa arrivare a un’iscrizione nel registro degli indagati di un manager straniero, ma tutto questo è però legato allo studio delle carte, degli atti e anche della corrispondenza interna della società che ieri la finanza ha acquisito perquisendo gli uffici di Mittal a Milano e a Taranto
L’operazione di “chiusura” dell’ex Ilva di Taranto è iniziata ben prima che l’emendamento del Movimento 5stelle cancellasse lo scudo penale reinserito nel decreto imprese ad agosto. È quanto emerso dall’analisi dei documenti sequestrati ieri alla società: carte che, secondo indiscrezioni, confermerebbero il “falso problema” dello scudo. Dai documenti, infatti, sarebbe chiaro come il blocco degli ordini di materie prime risalirebbe a giugno scorso, ma l’azienda avrebbe spiegato che quella scelta era frutto della congiuntura negativa e dell’incidente mortale nel quale il 10 luglio perse la vita il gruista Mimmo Massaro. In quello stesso periodo, l’allora vicepremier Luigi di Maio aveva annunciato la prima abolizione dello scudo con il decreto crescita: ArcelorMittal aveva risposto con una semplice nota nella quale pur sostenendo che l’entrata in vigore del decreto Crescita “non consentirebbe ad alcuna società di gestire l’impianto oltre il 6 settembre” si diceva “aperta al dialogo con il Governo” e speranzosa per “una conclusione soddisfacente che consenta all’Azienda di continuare a investire in modo significativo”. Eppure i documenti acquisiti ieri dai finanzieri guidati dal tenente colonnello Marco Antonucci, raccontano una storia diversa che sembra confermare o quel “disegno preordinato di chiusura della fabbrica” denunciato dai commissari straordinari.
Diverse sono le ipotesi di reato contestate dalle due procure: dall’aggiotaggio alla distruzione dei mezzi di produzione che avrebbe danneggiato l’economia nazionale fino all’appropriazione indebita per la “scomparsa” delle materie prime per un valore di 500 milioni. Per entrambi i filoni di indagine, però, c’è l’ipotesi della creazione da parte di Mittal di una crisi pilotata per arrivare alla dismissione del siderurgico di Taranto. Un concetto già scritto dai commissari nel loro ricorso sul quale la Procura di Milano concorda in pieno al punto da metterlo nero su bianco nell’atto d’intervento scritto che sarà presentato il 27 novembre nella prima udienza del processo civile che dovrà valutare l’istanza di recesso. E proprio i pm di Milano, nei giorni scorsi hanno ascoltato uno dei commissari e due dirigenti di Mittal che si occupano di acquisti di prodotti: dichiarazioni fondamentali per comprendere se l’approvvigionamento di materie prime è stato fatto a prezzi gonfiati, rivolgendosi a società riferibili direttamente al gruppo franco indiano. A questo si è aggiunta anche un’accusa per reati tributari legata a una società di Mittal in Lussemburgo.
Ieri intanto i commissari hanno inviato una lettera diffidando Mittal “a porre in essere ogni azione necessaria a garantire tutti gli impegni contrattuali” e “con essi la piena funzionalità dell’organizzazione produttiva” ribadendo come il diritto di recesso sia “privo di qualsiasi fondamento giuridico”. Mittal ha invece convocato i sindacati per venerdì ma Fim, Fiom e Uilm hanno rifiutato l’invito sottolineando di non riconoscere alcun diritto di recesso. Intanto il governo tratta col colosso. Venerdì il premier Conte vedrà i vertici. Nei giorni scorsi Morselli avrebbe già incontrato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.