“Ho fatto arrestare Bagarella. Temo che esca e si vendichi”

Il telefono trilla e, in modalità anonima, un signore si presenta così: “Buonasera, sono Pasquale Di Filippo, ha presente?”.

Lei è il pentito di mafia?

Esattamente. La sto chiamando perché ho visto che il Fatto ha lanciato la campagna contro le sentenze che vogliono dare i permessi ai condannati all’ergastolo della mafia, è giusto?

Sì è così. Abbiamo raccolto più di 100 mila firme, tra queste quella di Maria Falcone, perché sia approvata una legge dopo le due sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte costituzionale. I giudici in pratica hanno stabilito che i boss mafiosi non devono pentirsi per uscire dal carcere. Anche chi sta all’ergastolo, pure per condanne definitive per le stragi o gli omicidi, potrebbe ottenere permessi premio, anche se non collabora con la giustizia. Lei cosa vorrebbe dire?

Voglio che registri e faccia ascoltare quello che le sto dicendo: io ho paura.

Di cosa ha paura?

Io nel 1995 ho collaborato con la giustizia. Appena mi hanno arrestato, io mi sono pentito e ho fatto arrestare subito Leoluca Bagarella che era l’unico vero capo di Cosa Nostra. Poi ho indicato uno a uno i membri del gruppo di fuoco che aveva fatto le stragi contro Falcone e Borsellino e quelle del 1993 a Milano, Firenze e Roma. Non avevano finito. Era pronto un missile da lanciare contro il Tribunale di Palermo. Non fosse stato per me, mi creda, Bagarella avrebbe ucciso molti giudici e pure giornalisti. Non aveva più niente da perdere.

Bene. Lei è stato un collaboratore importante e attendibile. Qual è il punto?

Queste persone si stanno facendo l’ergastolo, mi riferisco a Bagarella, Nino Mangano, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro, Fifetto Cannella. Io ho paura perché lo so che Bagarella si è fatto 24 anni di carcere al 41-bis e non ha pensato ad altro che a me. Come Nino Mangano. Come gli altri. Non c’è stata una notte che non hanno pensato a me. Io li ho fatti arrestare. Spatuzza e Grigoli non mi pensano perché hanno collaborato. Se uno come Bagarella sa che deve uscire in permesso, si organizza prima e prepara non uno ma sei omicidi.

Lei però è protetto.

Vero è. Ma io so che Bagarella e altri come Graviano hanno sempre avuto agganci con soggetti strani che gli raccontano le cose. Con quelle amicizie un domani mi potrebbero trovare. Mi dice come facevano a sapere che Falcone doveva partire a quell’ora con l’aereo da Roma?

Cosa chiede allo Stato?

Lo Stato italiano finora è stato serio e ha dimostrato di essere capace di sconfiggere la mafia. Perché per me la mafia “pesante”, quella capace di fare le stragi, non c’è più. Io chiedo di stare attenti e di esaminare le conseguenze delle sentenze. Chiedo di fare una legge che impedisca a un boss non pentito di uscire.

La Corte sostiene che i mafiosi, anche se non pentiti, potrebbero essere cambiati. Ci spiega perché non sarebbe possibile per lei?

Ma chi? Bagarella e gli altri si sarebbero rieducati in carcere? Ma di cosa stiamo parlando? Vogliamo davvero dargli il permesso di uscire perché ce lo dice Strasburgo? Ma cosa ne sa Strasburgo della mafia? Strasburgo si è documentata su queste persone? Come fa uno che ha ammazzato Falcone e Borsellino e i bambini a essersi rieducato? I giudici di Strasburgo non hanno avuto rispetto dei morti: di Falcone, di Borsellino, dei bambini. Non hanno avuto rispetto di niente. Come fanno loro a dire che Bagarella è rieducabile. Si rieduca Bagarella? Nino Mangano si rieduca?

Perché la prospettiva di una legge che permetta ai boss non pentiti di uscire la tormenta?

Io ho perso la mia terra. Io sogno di tornare a Palermo a respirare un limone e Strasburgo vuole far tornare a Palermo uno come Bagarella a respirare la sua aria?

Se lei avesse davanti i giudici di Strasburgo e gli potesse spiegare perché un boss che non si è pentito non potrebbe essere cambiato, cosa gli direbbe?

Intanto, uno che non si è pentito vuol dire che fa parte ancora di Cosa Nostra e gli pagano gli avvocati e gli mantengono la famiglia. Come fa la Corte di Strasburgo a pensare che si riabiliti solo perché in carcere fa il bravo?

Lei cosa farebbe?

Se questa legge passasse, io me ne andrei dall’Italia perché qui mi troverebbero.

Lei non conosce un mafioso non pentito che ha tagliato davvero i legami con l’associazione?

Non lo vede che sono sempre le stesse persone che arrestano? Li liberano, passano due anni, e li riarrestano. Io li ho conosciuti.

Lei ha conosciuto i capi di Cosa Nostra. Ci spiega la loro psicologia?

Io sono entrato nel 1994 e ho conosciuto Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella, Nino Mangano. Tutti i giorni ci incontravamo e ogni giorno parlavano solo di chi dovevamo uccidere prima o dopo. Solo qualche volta si parlava di soldi ma per il resto ogni mattina come lei si alza e pensa all’articolo che deve scrivere loro pensavano solo se dovevano uccidere uno prima ad Alcamo o a Palermo. In Cosa Nostra c’è una lista di 50 persone, non sono chiacchiere. Sono numerati. Non si può fare il quinto se prima non si ammazza il primo. C’è una scaletta e si va in ordine di uno, due, tre. Talvolta Bagarella arrivava e diceva, c’è un’urgenza sparate al quindicesimo, poi ricominciate dal primo che è rimasto. E ora mi parlano di rieducazione? Ma non mi facciano ridere.

Cosa chiede allo Stato?

Io sono sicuro che se il presidente Sergio Mattarella fosse stato lì non avrebbe mai firmato una sentenza del genere. Il presidente è palermitano, sa cos’è la mafia perché gli ha ucciso il fratello. Io gli chiedo di non fare mai passare questa legge.

Lega Calcio, il presidente Miccichè si è dimesso

La Serie A è di nuovo senza presidente. Probabilmente non avrebbe mai dovuto averlo, perché la ragione per cui ieri Gaetano Miccichè si è dimesso dalla Lega Calcio sta proprio nella irregolarità della sua elezione. Sarebbe meglio dire acclamazione: a marzo 2018 il voto segreto si trasformò in palese, sotto la responsabilità dell’allora commissario Giovanni Malagò. Una forzatura, forse un illecito, come raccontato l’11 ottobre scorso da Paolo Ziliani sul Fatto: in seguito la Figc ha aperto un’inchiesta. Un terremoto con un anno e mezzo di ritardo dimostra che gli equilibri del calcio si sono rotti. Per i soliti motivi: i tanti nemici di Malagò e i diritti tv del pallone. Così Miccichè, il presidente-banchiere della Serie A, si è dimesso: “Le indiscrezioni relative alla chiusura dell’istruttoria sulla mia nomina avvenuta venti mesi fa mi impongono questa decisione”.

I fatti sono noti da tempo, tutti sapevano come fu eletto: lo statuto fu modificato per aggirare il suo conflitto d’interessi (è pure n.1 di Banca Imi e consigliere di Rcs); le squadre dichiararono a voce il voto, così da non aprire le schede, ancora sigillate in sede. Allora nessuno si oppose. Adesso qualcuno (in particolare il presidente del Genoa Preziosi) ha deciso di rispolverare quella brutta storia. È venuto fuori il verbale dell’assemblea, le pressioni di Andrea Agnelli della Juve e di Baldissoni della Roma, il silenzio di chi avrebbe dovuto vigilare. Abbastanza per aprire un’indagine e far saltare il presidente.

Per Miccichè le dimissioni sono forse il modo per anticipare eventuali provvedimenti della giustizia: la relazione del procuratore Pecoraro evidenzierebbe un problema di ineleggibilità, visto che lo statuto modificato al momento del voto non era stato ratificato dalla Figc.

Se l’indagine fosse andata avanti sarebbe stato delegittimato; avrebbero potuto esserci conseguenze imbarazzanti anche per il suo amico Malagò, commissario di quell’assemblea, il vero obiettivo dell’attacco. Così invece, essendo venuta meno la carica, l’indagine potrebbe fermarsi, ma c’è anche chi spera di riuscire a coinvolgere il n.1 del Coni (che comunque non può essere perseguito dalla giustizia federale). Di sicuro ci vorranno nuove elezioni: trovare un altro presidente non sarà semplice, l’ultima volta la Lega impiegò mesi; il rischio di commissariamento dalla Figc di Gravina è altissimo. Il tutto mentre si gioca l’unica partita che sta a cuore ai padroni della Serie A: i diritti tv per il 2021-2024. In ballo c’è l’offerta di MediaPro per il famoso canale della Lega, che toglierebbe il business a Sky. Non a caso al momento dell’addio Miccichè (in passato pro pay-tv) non ha risparmiato una frecciata agli spagnoli, ricordando la loro inaffidabilità. Ora la battaglia si ripropone. Lunedì è in calendario l’assemblea decisiva, ma Miccichè non ci sarà (e senza un presidente è improbabile che possa essere presa una decisione). A guidare la Lega resta l’amministratore delegato De Siervo, sostenitore del canale. La faida è appena cominciata.

Google, Fastweb e i farmacisti: ecco i bancomat di Eyu

C’i sono associazioni dei farmacisti e quelle delle imprese ferroviarie associate, ma anche Google, Lottomatica Spa e Fastweb Spa. È l’elenco di chi in passato ha disposto bonifici nei confronti della Eyu, la fondazione legata al Pd al tempo di Matteo Renzi, ora in liquidazione. A fronte dei bonifici in entrata ci sono eventi, convegni e incontri organizzati. Si tratta insomma di versamenti regolari sui quali la Procura di Roma non ha rilevato irregolarità. Tuttavia scorrere l’elenco dei conti è interessante per capire con chi la Fondazione intratteneva rapporti.

I conti della Eyu sono finiti in un’annotazione del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza e depositati agli atti dell’indagine su Francesco Bonifazi, che della fondazione è stato presidente. Bonifazi è accusato a Roma di finanziamento illecito ma solo per i 150 mila euro pagati dalla Immobiliare Pentapigna Srl (che era di proprietà dell’imprenditore Luca Parnasi, a giudizio per corruzione anche in relazione alle vicende dello stadio dell’As Roma) a cavallo delle elezioni politiche di marzo 2018 per uno studio di ricerca. Il progetto, dal titolo “Case: il rapporto degli italiani con il concetto di proprietà”, viene pagato, a fronte di una fattura emessa dalla alla Fondazione Eyu il 22 febbraio 2018, con due bonifici. Per i pm però il contratto di consulenza tra Eyu e la Immobiliare Pentapigna era “fittizio”.

Nell’ambito di questa indagine quindi la Finanza deposita un’annotazione sui conti della Eyu. La Fondazione è titolare di due conti correnti “alimentati rispettivamente dalla raccolta di erogazioni liberali e da proventi di natura commerciale”. “La Fondazione – continuano i finanzieri – affianca alla propria attività istituzionale di promozione sociale, realizzata con le donazioni dei sostenitori, anche l’esercizio di un’attività commerciale che consiste nell’elaborazione di studi e ricerche. I ricavi di tale attività commerciale confluiscono sul conto corrente che risulta ‘dedicato’ all’incasso dei medesimi, per essere poi periodicamente trasferiti sull’altro conto corrente della Fondazione su quale pervengono inoltre i contributi e le erogazioni liberali dei sostenitori” della Eyu. Tra i committenti degli studi, come detto, nel 2018 c’era anche la Immobiliare Pentapigna di Parnasi.

Scorrendo quindi i conti della Eyu si trova un bonifico in entrata di 100 mila euro della Msc Cruises sa, un altro da 63 mila del Consiglio nazionale del Notariato. La Federfarma, che raggruppa i titolari di farmacie, versa 40 mila euro, la Gamenet spa – che opera invece nel settore del gioco pubblico – 25 mila. Sullo stesso conto arrivano anche 20 mila euro della Fondazione architetti e ingegneri iscritti a Inarcassa e 10 mila della Federcargo, che fondata nel 2009 riunisce 17 Imprese Ferroviarie.

La finanza poi passa alla disamina di un secondo conto della Eyu, anche qui elencando i bonifici in entrata. Nel 2016 si trova quindi un bonifico da 30 mila euro della Fb associati srl, società di consulenza specializzata in public affairs e lobbying, nel 2017 invece arrivano 54.900 dal fondo Algebris Uk limited, fondata dal renziano Davide Serra. Il fondo nel primo semestre del 2018 versa altri 80 mila euro. Ma tornando al 2017, si trovano ancora: 40 mila euro di Fastweb, 30.500 di Google e 24.400 di Lottomatica che l’anno dopo versa altri 30.500 euro.

Nel primo semestre dello scorso anno la più generosa resta la Immobiliare Pentapigna con i suoi 150 mila euro per lo studio di ricerca. Poi ci sono 61 mila euro della Società Cattolica di assicurazione e 115 mila della Octo Telematics Spa.

Come detto questi versamenti non sono ritenuti illeciti e quindi Bonifazi non ha dovuto giustificare alcunché quando è stato interrogato dai pm. Su Parnasi ha spiegato di aver ribadito più volte all’imprenditore cosa fosse Eyu e “la sua autonomia dal partito”. Dopo l’interrogatorio però, l’ex tesoriere del Pd ha depositato alcuni documenti, in cui si spiega l’attività della Eyu: dall’attività editoriale (“della rivista trimestrale Eyu sono stati pubblicati 5 numeri”) a quella per convegni e ricerca (cinque i progetti di ricerca citati nella memoria). Bonifazi ha consegnato anche alcune locandine dei vari convegni organizzati in passato quasi a giustificare alcuni dei bonifici in entrata nelle casse dalla Fondazione. Con la Fondazione Architetti è stato per esempio organizzato un incontro nel 2016 dal titolo “Il lavoro autonomo ai tempi della crisi”, con Federfarma un altro a ottobre dello stesso anno su prospettive e opportunità delle farmacia in Italia. A novembre del 2017 ce n’è stato un altro con Federcargo e poi con Google più di uno: eventi dal titolo “Human-Machine: new policies for the future of work” organizzati in cinque diverse città europee, come Roma o anche Lisbona.

Ortomercato Milano, tangenti senza fine

Ancora. Ancora tangenti. Ancora tangenti all’Ortomercato. Da decenni i mercati all’ingrosso di Milano sono teatro di corruzioni e preda di insediamenti mafiosi. Questa volta è toccato a Stefano Zani finire agli arresti domiciliari, con l’accusa di corruzione. Zani è il direttore generale della Sogemi, la società controllata al 99 per cento dal Comune di Milano che gestisce i mercati agroalimentari della città, quello ortofrutticolo e quello ittico, il floricolo e quello delle carni. È tra i più grandi d’Italia per estensione (650 mila metri quadrati) e movimentazione merci (600 mila tonnellate di prodotti l’anno), con 11 mila utenti accreditati con tessera d’ingresso e giro d’affari di 2,5 miliardi di euro l’anno.

Con il direttore generale di Sogemi sono finiti agli arresti domiciliari anche due soci di una cooperativa che fornisce attività di facchinaggio all’Ortomercato, la Ageas Impresa Consortile Lombarda: l’imprenditore Giorgio Gnoli, amministratore di fatto della coop, e il suo collaboratore Vincenzo Manco, dipendente della stessa cooperativa. “Ma quanto guadagni tu in Sogemi? Dai dimmelo. Quando vai in pensione? Vieni a fare consulenze da noi. Al tuo uomo quanto gli dobbiamo dare, 1.500 euro? Dicci tu. Sei l’imperatore del mercato, quello che dici, noi facciamo”: così Gnoli e Manco dicevano a un ispettore dell’Ortomercato addetto al controllo delle cooperative di facchinaggio. Era l’11 gennaio 2018. Il Fatto Quotidiano e altri giornali ne scrissero nel gennaio 2019, quando affiorò l’inchiesta coordinata allora da Ilda Boccassini per corruzione e turbativa d’asta. Ora l’indagine della pm Cristiana Roveda, condotta dalla Squadra mobile della Polizia, è passata sotto la guida del nuovo coordinatore del pool che si occupa dei reati contro la pubblica amministrazione, Maurizio Romanelli. E il giudice dell’indagine preliminare (gip) Carlo Ottone De Marchi, su richiesta della Procura, ha disposto i tre arresti, ipotizzando che i due soci della coop abbiano tentato di corrompere l’ispettore (senza riuscirci) e il direttore generale Zani (riuscendoci).

I due della coop Ageas sono indagati anche per minacce. Dopo le blandizie e le promesse di soldi, infatti, Gnoli e Manco passavano a modi più bruschi. L’ispettore che aveva rifiutato la mazzetta aveva ricevuto a casa una busta con un proiettile e un foglietto con su scritto: “I bastardi si castigano. Tocca te”. L’inchiesta ha coinvolto anche un quarto personaggio: Adolfo Balestreri. Secondo i pm della Procura di Milano, è l’“intermediario occulto per conto di Ageas nei rapporti con Zani”; e un anno fa, a fine novembre 2018, ha “turbato il procedimento amministrativo” del “bando di gara Ageas per l’assegnazione dei servizi di facchinaggio per il 2019”. Ma l’ipotesi di turbativa d’asta non ha convinto il gip, che non ha accolto la richiesta d’arresto dei pm per Balestreri.

L’Ortomercato è un luogo-simbolo di Milano, a lungo tenuto in ostaggio dalle organizzazioni mafiose. Fin dai primi anni Novanta si erano trovate tracce della presenza dei Morabito, il clan di Africo alleato con le ’ndrine dei Palamara e dei Bruzzaniti che all’Ortomercato si era via via liberato della concorrenza di Cosa nostra e della Camorra, diventando il monopolista criminale della piazza.

La Sogemi in un comunicato conferma che il direttore aveva ricevuto un’informazione di garanzia già nel dicembre 2018 (dunque, malgrado fosse sotto indagine, è stato lasciato al suo posto, pur con “responsabilità circoscritte”) e “risulta indagato per responsabilità personali”, con “Sogemi parte lesa”.

“Da Toto ai renziani via Bianchi. Nascosti 400mila euro per il Sì”

Il gruppo Toto ha compiuto operazioni “dissimulatorie” per finanziare la Fondazione Open, allora cassaforte del renzismo. Lo scrive il Tribunale del Riesame di Firenze confermando il sequestro del settembre scorso a carico di Alberto Bianchi, avvocato fiorentino ed ex presidente di Open. Bianchi è indagato a Firenze per traffico di influenze: al centro delle indagini c’è un incarico per un contenzioso con Autostrade affidato al suo studio legale dalla Toto Costruzioni Generali. Secondo i giudici tra i Toto e l’avvocato nel 2016 c’erano “rapporti molto intensi”.

L’ordinanza ricostruisce che “a fronte della fattura numero 4 del 2 agosto 2016 emessa nei confronti della Toto Costruzioni Generali” Bianchi “aveva ricevuto la somma di 801.600 euro”. Secondo quanto spiegato al Fatto in passato da fonti vicine all’avvocato, Bianchi ne tiene un terzo per sé e due terzi li versa al suo studio associato. Poco più di un mese dopo l’incarico, il 12 settembre 2016, osservano i giudici, però Bianchi versa due contributi: uno alla Fondazione Open da 200.838 e un altro al Comitato per il Sì al referendum costituzionale per altri 200 mila euro. “Sempre nel 2016 – è scritto nell’ordinanza – ‘Alberto Bianchi e associati studio legale’ aveva ricevuto dalla Toto Costruzioni Generali, la somma di 1.612.000 oltre a Iva al 22 per cento per 354.640, totale fatturato 1.966.640 quale pagamento di prestazioni professionali”.

Dunque, secondo i giudici, Bianchi ha “girato” alla Fondazione i soldi del gruppo Toto (che nel 2016 aveva versato in chiaro 25 mila euro alla Fondazione tramite la Renexia). “I contributi volontari alla Fondazione Open e al Comitato referendario (entrambi orientati all’appoggio dell’attività politica di Matteo Renzi) – scrive il Riesame – erano stati elargiti utilizzando la provvista esistente nel conto di Bianchi, che dal settembre 2016 mostrava un saldo attivo pari a 1.095.550, formatosi proprio grazie al versamento effettuato dalla Toto Costruzioni”. Queste operazioni, “tenuto conto – scrivono i giudici – del loro peculiare profilo temporale e dell’entità delle somme versate alla Open, appaiono dissimulatorie di trasferimento di denaro da Toto Costruzioni Generali” alla Open.

Al Fatto, fonti vicine all’avvocato renziano avevano spiegato che quei 200 mila euro erano stati versati alla Open perché era in difficoltà, salvo riprenderne circa 190 mila euro quando la Fondazione stava per chiudere. I giudici sottolineano invece che Bianchi aveva fatto i suoi bonifici come “contributo volontario”, mentre la restituzione è avvenuta “nel periodo dicembre 2017-febbraio 2018 con causale ‘restituzione parziale prestito’”. Se per gli avvocati di Bianchi le prestazioni professionali giustificavano i versamenti a suo favore, per i giudici invece dissimulavano finanziamenti alla Open. Ma ora saranno i pm a decidere se condividere o meno questa impostazione.

C’è poi la vicenda di Patrizio Donnini, fondatore della Dot Media, società di comunicazione che ha lavorato anche per la Leopolda. In un’altra inchiesta a Firenze, Donnini è indagato per appropriazione indebita e autoriciclaggio. Si indaga sulle compravendite tra la Immobil Green Srl dell’imprenditore e la Renexia dei Toto, relative al settore dell’energia eolica. “Nella massima trasparenza”, assicuravano i suoi legali.

I giudici del Riesame gli dedicano un passaggio evidenziando che “nello stesso periodo di tempo, anche Donnini (tramite la società Pd Consulting, Dot Media, Immobil Green), legato alla Open da rapporti economici (Open aveva corrisposto a Dot Media per prestazioni, nel periodo 2012-2016 somme per 289.592 euro), aveva ricevuto dal gruppo Toto una consistente somma di denaro (Donnini 4,3 milioni, Bianchi 2,9 milioni), in parte per operazioni di compravendita di quote societarie effettuate dalla società Immobil Green prive di valide ragioni economiche e, in effetti, dissimulatorie di un mero trasferimento di denaro”. E anche la Dot Media, rilevano i giudici, aveva elargito al Comitato per il Sì 122 mila euro.

Il “rischio enorme” del Mes: cos’è e chi vuole approvarlo

È solo “una tempesta in un bicchier d’acqua”, come l’ha definita in tv il ministro Roberto Gualtieri? In realtà no, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) – il vecchio Fondo salva-Stati visto all’opera in Grecia, etc. – che sarà approvata a dicembre è una tempesta, ma certo non in un bicchier d’acqua: basti dire che il governatore di Bankitalia Visco l’ha definita “un enorme rischio”. Prima di passare alla cronaca politica, serve però un breve riassunto.

L’inizio. Il primo articolo del Fatto sulla riforma del Mes data al novembre del 2018, il secondo a un mese dopo, quando il Consiglio europeo formalizzò la proposta di Francia e Germania. Titolo: “Euro, il cordone sanitario anti-crisi intorno all’Italia”. Da allora ce ne siamo occupati varie volte (l’ultima mercoledì scorso), ma il cuore della riforma nel corso di quest’anno non è cambiato, almeno non in meglio. In sostanza, questo Trattato prova a predisporre attorno al nostro Paese una cortina di ferro finanziaria che ne riduca, isolandolo, il potere negoziale.

Funzionerebbe così. Quando ci sarà un nuovo choc nell’area dell’euro, il vero dominus della situazione sarà appunto il Mes, un organo tecnico con 160 dipendenti a solida guida tedesca, che sovrasterà tanto la Bce quanto la Commissione: per essere chiari sull’irresponsabilità totale di questa tecnostruttura, nella riforma è prevista pure l’immunità penale. Di fatto, l’Eurozona rinuncia a comporre politicamente i propri malfunzionamenti e crea, absit iniuria verbis, un campo di concentramento finanziario gestito da una burocrazia legibus soluta.

Tecnicamente, il Mes sarà abilitato a concedere prestiti precauzionali a Paesi colpiti da choc esogeni il cui debito è “sostenibile” (a suo insindacabile giudizio) o linee di credito a Paesi che non rispettino tutti i requisiti a fronte della sottoscrizione di un Memorandum of understanding (cfr. Troika). Problema: anche questo prestito condizionato non potrà essere concesso a chi sia in procedura per deficit o negli ultimi due anni non abbia rispettato il Patto di Stabilità. Tradotto: molti Paesi tra cui l’Italia, che è il terzo contributore, non potrebbero accedere ai prestiti. O meglio, per avere i soldi del Mes prima dovrebbero ristrutturare il debito per renderlo “sostenibile”. Per semplificare la procedura, in cui verrà coinvolto “il settore privato”, il Trattato prevede l’introduzione di clausole (dette Cac single limb) che renderanno più facile gestire il default coi creditori. È più chiaro, ora, a cosa serva un fondo che garantisce liquidità a chi ha i conti in ordine: una rete di sicurezza per evitare il contagio rispetto al Paese costretto a ristrutturare.

I pareri. Così ne ha parlato Visco (Bankitalia) venerdì: “I piccoli e incerti benefici di un meccanismo per la ristrutturazione dei debiti sovrani devono essere soppesati considerando l’enorme rischio che il semplice annuncio della sua introduzione inneschi una reazione a catena. Dovremmo tutti tenere a mente le terribili conseguenze dell’annuncio del coinvolgimento del settore privato nella risoluzione della crisi greca a Deauville”. Il riferimento è alle parole con cui Sarkozy e Merkel nel 2010 assassinarono la Grecia e l’idea stessa di solidarietà europea.

Questo invece è il parere consegnato al Parlamento da Giampaolo Galli dell’Osservatorio sui conti pubblici: per l’Italia “una ristrutturazione sarebbe una calamità immensa, genererebbe distruzione di risparmio, fallimenti di banche e imprese, disoccupazione di massa e impoverimento della popolazione senza precedenti nel Dopoguerra”. Questa riforma, in sostanza, è “un pericolo per l’Italia e gli italiani”.

La storia. Come detto, tutto inizia a dicembre 2018, ma il testo ha assunto la sua connotazione attuale nel Consiglio europeo del 16 giugno (epoca gialloverde) e può considerarsi sostanzialmente chiuso con l’Eurogruppo del 7 novembre (epoca giallorosa). Da inizio giugno, però, sarebbe vigente una mozione parlamentare approvata da M5S e Lega che impegna il governo “a opporsi ad assetti normativi che finiscano per costringere alcuni paesi verso percorsi di ristrutturazione predefiniti e automatici” e sul Mes “a non approvare modifiche che prevedano condizionalità”. Giuseppe Conte e Giovanni Tria, all’epoca, non ritennero però di porre veti o chiedere modifiche come, implicitamente, gli imponeva il Parlamento: fonti tanto italiane che Ue sostengono che il sostanziale via libera italiano alla riforma fu “il prezzo” per evitare la procedura di infrazione a luglio.

Oggi. Matteo Salvini, di cui l’archivio Ansa non riporta una sola dichiarazione sul Mes in passato, parla di “tradimento” di Conte e di modifiche “approvate in segreto”. Vero che il dibattito – come sempre in sede Ue – è tutto fuorché trasparente, ma la Lega sapeva esattamente di cosa si stava parlando: fanno fede le antiche posizioni pubbliche (contrarie) dei suoi economisti Alberto Bagnai e Claudio Borghi.

In ogni caso, tanto più dopo la presa di posizione di Bankitalia, la maggioranza ha il dovere di prendere una posizione nel merito e Conte quello di spiegare cosa intende fare, come chiedevano ieri i deputati grillini in commissione Finanze e pure Salvini. Ce n’è bisogno. Gualtieri, che sarà audito tra una settimana, sostiene che il Trattato “sarà firmato a dicembre” e “non penalizza l’Italia”. Palazzo Chigi lunedì ha ricordato “che il Parlamento ha potere di veto” e ieri ha fatto sapere che (forse) “punta ad un rinvio”. Insomma, nell’attuale maggioranza le posizioni sono al solito variegate: fare chiarezza davanti alle Camere e al Paese è l’unica soluzione.

A casa Librandi, il cimitero dei partiti: da B. a Monti a Renzi. E ora ospita i Calenda boys

Via Poli a Roma va iscritta di diritto nei luoghi della Repubblica. E pure del malocchio. Questa strada che taglia il Tritone e porta a Trevi custodisce le spoglie di numerosi partiti che qui, al civico 29, vi presero sede con entusiasmo e poi perirono con mestizia: Futuro e Libertà di Gianfranco Fini, Scelta Civica di Mario Monti, Alleanza liberal popolare per le Autonomie di Denis Verdini. E qui un giovane Francesco Rutelli lanciò la Margherita.

In un appartamento che fa angolo col Tritone, invece, sull’altro lato di via Poli e di proprietà dell’onorevole Gianfranco Librandi, lo scorso settembre s’è tenuta una cena estiva con champagne a mezzanotte per festeggiare Italia Viva di Matteo Renzi. Neanche due mesi e l’imprenditore Librandi, patron di Tci Telecomunicazioni di Saronno, assiste da locatario alla creazione del movimento politico di Carlo Calenda, che in via Poli è in affitto da febbraio. Cioè il partito di Calenda nasce dove Renzi ha brindato a Italia Viva. Per i più temerari, si può aggiungere che Librandi fu tesoriere di Scelta Civica. “Non si riduca via Poli o casa mia a un gioco di sfiga”, scherza un po’, non troppo, l’onorevole.

Sfiga a parte, Librandi è in mezzo a Calenda e Renzi che con le parole si martellano che è un piacere: “All’inizio chiesi un parere a Renzi, allora come me nel Pd. Ho fatto subito il contratto a Calenda, un amico, perché non era un finanziamento alla politica e io adesso, tra l’altro, finanzio Italia Viva e darò una mano alle liste del governatore Bonaccini in Emilia Romagna”. Librandi è al secondo mandato alla Camera e al quarto partito. In principio fu Forza Italia. Berlusconi: “È un uomo capace, però a volte confonde i problemi personali con quelli dell’Italia”. Calenda: “È molto bravo, ci siamo conosciuti in Scelta Civica, mi sembra perfetto come ministro. Non ero d’accordo con Carlo sulle elezioni anticipate: in estate non si poteva votare e spingere Salvini in carrozza verso Palazzo Chigi”. Il Pd di Nicola Zingaretti è al governo, perché ha seguito Renzi? “Semplice: il governo Conte 2 è merito soltanto di Matteo, un fuoriclasse, uno che segna a ogni partita”. Il politichese stanca, Librandi ha un cruccio: “Non si dica che via Poli porta sfiga”. Cin cin.

Il leghismo freudiano di Lucia, pecora nera nella famiglia “rossa”

La donna che potrebbe regalare l’Emilia a Salvini è una leghista al cubo. La bolognese Lucia Borgonzoni è sovranista ortodossa, del vangelo della nuova destra ha imparato a memoria ogni singolo brano: contraria alle unioni civili, truce su centri sociali e occupazioni, spietata con migranti e rom, entusiasta della legittima difesa e ambigua persino sulla pena di morte.

Per vaghe affinità estetiche l’hanno definita la “Boschi” della Lega, ma l’intensità dei due personaggi non è paragonabile: se la Boschi è stata un’educata replicante della versione renziana, Borgonzoni è una profeta spiritata dell’ultimo leghismo nazionalista. Verace, a suo modo carismatica, cattivissima. Andatevi a ricercare su YouTube il video che l’ha resa famosa: nel 2014, quando era consigliera comunale, è stata schiaffeggiata da una donna sinti in un campo nomadi di Bologna. Guardate il sorriso sardonico, quasi paralizzato, con cui fissa la persona che la colpisce e la minaccia, senza arretrare di un passo. Da brividi. Da dove arriva tutta quella cazzimma?

La sua biografia pare un piccolo trattato di psicanalisi freudiana. Da ragazza la turbolenta Lucia è stata punk, dark, metallara: indossava i pantaloni strappati e le camicione di flanella alla Kurt Cobain. Frequentava i centri sociali e i locali della sinistra alternativa, è stata cameriera al Link di Bologna.

Una vecchia condomina, vagamente inacidita, ha regalato ai giornali alcune perle sul tragico rapporto di vicinato con la giovane leghista: dalla mansarda della Borgonzoni arrivava musica alta fino a tardi, un via vai continuo di persone e pure di cani: i profumati ricordi dei quadrupedi venivano lasciati a languire sul pianerottolo, la ribelle padana non si curava di pulire.

Prima di diventare un rottweiler da talk show, Bergonzoni è stata una pittrice – alcune sue opere sono state anche esposte, non si sa bene con quali riscontri – e poi un’arredatrice di interni. Ha studiato all’Accademia delle belle arti, tesi in “Fenomenologia degli stili”, ma nei vivaci anni della gioventù aveva iniziato all’istituto tecnico aeronautico: sognava di diventare pilota militare. Ha scoperto presto che non faceva per lei.

Meglio la pittura, è nel dna familiare: il nonno paterno Aldo era artista militante, ha diviso una stanza anche con Renato Guttuso. Un comunista: le sue opere e i suoi ritratti (Anna Kuliscioff, Filippo Turati…) si possono ancora ammirare, tra gli altri luoghi, in alcune sezioni della Cgil e nelle Camere del Lavoro emiliane. Quando lavorava per i compagni, Aldo Borgonzoni si faceva pagare a giornata come un operaio. Anche il nonno materno era comunista e partigiano: Virginio Marchionneschi, combattente nella brigata Garibaldi vicino Cecina, Livorno.

La famiglia Borgonzoni è tutta rossa. Il papà Giambattista, architetto, da anni non perde occasione – tra interviste, tessera del Pd e manifestazione delle “sardine” – per gridare urbi et orbi che lui sua figlia non l’ha votata e non la voterà mai. Forse nasce qui la frattura di Lucia: il padre divorzia quando lei ha 6 anni, la bambina resta a vivere con la mamma e il compagno. Erano bossiani convinti sin dal 1989, racconta lei. L’ultimo tentativo di riconciliarsi col padre fallisce a 18 anni.

La giovane che vestiva grunge e frequentava le belle arti e i centri sociali si trasformerà in una ruspante – è il caso di dirlo – dirigente del Carroccio. Fa tutto l’excursus politico: le sezioni locali, il consiglio provinciale, quello comunale e poi il Senato. Candidata sindaco di Bologna, è arrivata fino al ballottaggio contro il sindaco Virginio Merola. Salvini le riconosce i gradi: quando nasce il governo gialloverde è sottosegretaria ai Beni culturali. Per festeggiare, dichiara: “Non leggo un libro da tre anni”. Dissociazione pura. Del suo lavoro al ministero si ricorda soprattutto la battaglia per negare il prestito delle opere di Leonardo al Louvre di Parigi (orientamento ideologico: “Ridateci la Gioconda”).

Ora Lucia Borgonzoni può fare il colpaccio: la nipote di partigiani e comunisti rischia di diventare la prima governatrice di destra dell’Emilia Romagna. Quel giorno, immaginiamo, il primo messaggino sarà per il caro papà.

Piovono sardine in tutta Italia: 40 piazze vs. Salvini

Secondo le leggi della natura, lo squalo dovrebbe fare delle sardine un sol boccone. Ma stavolta non sarà così. E in questo caso, il branco dei piccoli pesci che si muovono in massa sta diventando un’onda in grado di mettere paura al temibile predatore.

Fuor di metafora, adesso il popolo delle sardine nato in piazza Maggiore a Bologna sta provando seriamente a contrastare Matteo Salvini, il quale, ovunque va, che sia per la campagna elettorale in Emilia o per altri comizi, si vede rovinare la festa dai giovani in piazza. E, dopo i 12mila a Bologna e i 7mila di Modena, nei prossimi giorni le sardine proveranno a replicare sia nella regione che andrà al voto a gennaio sia in tutto il resto d’Italia. Giovedì 21 i “fravagli” saranno a Sorrento, in piazza Veniero, dove arriverà Salvini per annunciare l’adesione alla Lega dell’ex sindaco berlusconiano Giuseppe Cuomo. Poi nel fine settimana riempiranno le piazze di Perugia (sabato in occasione della festa della Lega) ma anche Reggio Emilia, Rimini e Parma in concomitanza del tour elettorale di Salvini.

Le manifestazioni non si fermeranno qui: “Oggi sono circa 40 le piazze pronte a reagire spontaneamente alla retorica del populismo con la creatività e il sorriso sulle labbra” hanno scritto ieri gli organizzatori delle sardine bolognesi su Facebook. Per questo tra fine novembre e inizio dicembre, il movimento spontaneo sbarcherà anche nelle principali città italiane: il 28 sarà in piazza de Ferrari a Genova, il 30 a Firenze in occasione della cena elettorale del leader del Carroccio (ritrovo più probabile in piazza della Repubblica), il primo dicembre nella sua Milano (alle 17 in piazza Duomo), mentre una data ancora non c’è per Torino anche se l’evento ha già raccolto 24mila adesioni sui social. Oltre a Sorrento, il movimento arriverà al sud con il gruppo “AAA sardine Sannite cercansi” (Benevento) mentre in 39mila si sono già iscritti al gruppo “Arcipelago delle sardine” per far sbarcare il movimento anche in Puglia. Ma chi sono gli organizzatori? Per qualcuno è il nuovo “popolo della Costituzione”, altri si descrivono come “i nuovi girotondi”. Ma con due differenze fondamentali rispetto a quelli del 2002: stavolta il nemico numero uno non è più Silvio Berlusconi ma il suo compare leghista e poi oggi la differenza è soprattutto generazionale: a portare in piazza i manifestanti non sono più gli adulti (spesso erano volti noti della società civile) ma dei giovani che, tramite passaparola e pochi post su Facebook, sono riusciti a unire cittadini di tutte le età. Uniti, dicono loro, “dai valori della Costituzione”.

Le caratteristiche degli organizzatori, da Bologna a Firenze passando per Perugia e Sorrento, sono sempre le stesse: studenti o giovani lavoratori tra i venti e i trent’anni, con poca o nessuna esperienza politica alle spalle e quella voglia di partecipare pur senza scendere in politica con i partiti tradizionali: “Nella vita faccio il biologo e non ho mai fatto politica – spiega il 35enne Luca Paladino, tra i promotori dell’evento di Sorrento – e infatti siamo fortemente politici ma totalmente apartitici. La nostra piazza non avrà simboli o bandiere di partito”. E il messaggio è sempre lo stesso dalle Alpi alle isole: “Voglio dirlo con chiarezza, la nostra manifestazione non sarà contro qualcuno, ma per qualcosa – gli fa eco Danilo Maglio, studente napoletano di 20 anni che sta organizzando la manifestazione fiorentina – porteremo in piazza tutte le persone che vogliono difendere i valori della nostra Carta contro chi la sta calpestando: la condivisione, l’uguaglianza, la solidarietà e la tolleranza. Sono tempestato dalle richieste di partecipazione da tutta la Toscana”.

“Sul palco di Bologna mi ha colpito che non ci fosse un capo che parlava e sarà così anche a Firenze” continua Bernard Dika, 21 anni (ex renziano che non ha rinnovato la tessera del Pd), che insieme a Danilo, Matilde e Cristiano sta chiedendo al Comune di Firenze le pratiche per la manifestazione. “Ci ispireremo alla meravigliosa folla di Bologna” è il sogno di Chiara Vichi, promotrice dell’evento “7000 sardine Umbria” che sabato accoglierà Salvini a Perugia. Lo “squalo” adesso ha paura.

Rosina, mamma di Giuseppe (Thyssen): “Mai più processi lunghi senza giustizia”

Parla di una lotta delle famiglie delle vittime delle tante tragedie avvenute in Italia negli ultimi anni, una lotta che potrebbe arrivare a un risultato con la riforma voluta dal ministro Alfonso Bonafede, che blocca il decorrere della prescrizione dalla sentenza di primo grado. Rosina De Masi, madre di Giuseppe, uno dei sette operai morti nel rogo della ThyssenKrupp a Torino il 6 dicembre 2007, sostiene l’appello del comitato “Noi non dimentichiamo” a favore di questa riforma.

Signora De Masi, voi familiari delle vittime della Thyssen, insieme ai parenti di altre persone decedute in alcuni gravissimi incidenti, avete annunciato il sostegno al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Perché?

Abbiamo conosciuto di persona il ministro e ci sentiamo per parlare dei nostri processi. È dalla nostra parte e ha fatto bene perché un processo deve arrivare alla sentenza. Si sa già che questi processi sono lunghi e se c’è la prescrizione è ancora peggio. Abbiamo visto cosa è successo nel processo per i morti dell’Eternit.

Voi famiglie torinesi come siete arrivate al comitato?

Dopo la morte dei nostri figli ci ha contattato Gloria, la madre di un lavoratore morto sul lavoro pochi anni prima. Ci ha cercati e ci ha invitati ad andare a trovarla. Dovevamo unirci per lottare. Negli anni, poi, ci siamo trovati in tanti, ognuno con la propria associazione, e allora abbiamo formato il comitato. Ci sono troppe disgrazie e non possiamo sempre presenziare alle commemorazioni, purtroppo, ma siamo uniti dalla lotta per avere giustizia. Non dovrebbero più succedere queste disgrazie.

Alcuni politici e le associazioni degli avvocati non sono d’accordo.

Alcuni avvocati sfruttano la prescrizione apposta. I processi non devono essere così lunghi, ma più brevi.

Voi state ancora lottando affinché la Germania esegua la condanna dei due manager tedeschi.

Se questa gente ha sbagliato deve pagare. Gli italiani condannati sono già fuori dopo pochi anni. Italia e Germania dovranno dare conto alla Corte europea dei diritti dell’uomo sulla condanna non eseguita contro i due tedeschi. Non è giusto.

È fiduciosa?

Sono sicura che andranno in galera. Talvolta abbiamo perso la speranza. A febbraio, dopo il nuovo ricorso, mi stavo arrendendo, ma c’è sempre qualcuno dalla nostra parte che ci dà una spinta. Chi lavora non può avere paura e non può non denunciare per timore di essere licenziata. Bisogna lavorare in tranquillità.