Daniela, che perse Emanuela a Viareggio: “Il tempo che scorre è il nostro nemico”

“Se non ci fosse stato anche l’incidente sul lavoro, la morte di mia figlia Emanuela sarebbe rimasta senza responsabili”. Dal 29 giugno 2009, Daniela Rombi ha dedicato tutte le sue forze alla ricerca della verità sulla strage ferroviaria di Viareggio. Ma lei e l’associazione Il mondo che vorrei – che riunisce i familiari delle vittime – devono vedersela con un nemico: “Il tempo, che scorre inesorabilmente e porta verso la prescrizione”. In parte le accuse sono già state prescritte: “Gli imputati non devono più rispondere di incendio colposo e lesioni. E se, appunto, non fosse stato riconosciuto l’incidente sul lavoro, che allunga i termini della prescrizione, anche l’omicidio colposo sarebbe destinato alla prescrizione. Insomma, la morte di mia figlia e di altre trentuno persone resterebbe senza responsabili. Senza una causa. Ma all’estero non è così, la prescrizione si ferma dopo il primo grado o in alcuni casi addirittura al termine delle indagini”, sostiene Rombi.

Ma come è potuto succedere? “La Procura di Lucca ha lavorato senza sosta, ci ha messo tutte le energie possibili. Ma gli imputati erano 42 e, ovviamente, dovevano essere ascoltati tutti”.

Non solo: si trattava di un’inchiesta straordinariamente complessa per l’accertamento dei fatti e l’analisi degli elementi tecnici. Questo richiedeva energie, mezzi e competenze.

Marco Piagentini in quel giorno di dieci anni fa riportò ustioni di secondo e terzo grado sul novanta per cento del corpo. Perse la moglie e due dei tre figli. “Rivedo l’esplosione, il momento che ho trattenuto il fiato e mi sono trovato coperto di macerie. E dentro il corpo sentivo un caldo terribile. Un forno che mi bruciava”, ricorda Piagentini. E spiega così la sua battaglia: “Senza un processo non c’è attribuzione delle responsabilità, ma nemmeno verità. E scoprire quanto è successo aiuta a evitare che una tragedia si ripeta di nuovo”. Questo chiede la gente di Viareggio: “Non si può rinunciare alla verità sui disastri colposi, pensate anche al Vajont, alla Moby Prince e al caso Eternit”.

Una battaglia che Daniela e Marco non fanno per se stessi, né per i loro cari: “La nuova disciplina della prescrizione – racconta Piagentini – non sarà applicata alla strage di Viareggio. E nemmeno, per dire, a quella del Ponte Morandi. Vale per chi si troverà a soffrire in futuro. Ma noi ci battiamo lo stesso”.

La non-desistenza emiliana che fa paura a Zingaretti

La paura, Nicola Zingaretti, ancora la camuffa bene. Parla di “alleanze competitive” da costruire “intorno a un candidato”, si fa scudo della “voglia di autodeterminarsi” dei territori, che non vogliono essere “strumentalizzati dalla politica romana”. Pensa all’Emilia-Romagna e alla terribile ipotesi che i Cinque Stelle, alla fine, possano decidere non solo di non sostenere Stefano Bonaccini, ma perfino di sfidarlo con un loro candidato alternativo. Un’idea “inaccettabile” per i dem, che usano una metafora piuttosto azzeccata per descrivere lo stato d’animo dei giallorosa alle prese con le Regionali: “È come se ad agosto avessimo deciso di andare insieme in vacanza in Antartide e poi, al primo weekend sul Gran Sasso, fossimo tornati indietro perché faceva freddo”.

Il voto del 26 gennaio – oltre all’Emilia si voterà anche in Calabria – per il Nazareno è il sintomo più evidente dell’“anima” che manca al secondo governo Conte, come ha detto ieri via Repubblica il segretario dem: l’unione nata sulle ceneri della crisi del Papeete si è sfilacciata alla prima grandinata, quella sconfitta in Umbria che ha fatto fare a Luigi Di Maio immediata retromarcia sulle alleanze locali.

Ecco, sarebbe quasi facile se fosse tutto qui: invece la riunione di lunedì sera tra il capo politico e gli esponenti emiliano-romagnoli del Movimento ha ulteriormente allargato la crepa. I referenti locali vogliono presentarsi alle elezioni, ovviamente contro Bonaccini, visto che di fatto – un paio di lustri fa – i Cinque Stelle sono nati a Bologna e dintorni, proprio in opposizione alla “ditta” che lì ha sempre governato. Così Di Maio, che sa che “sull’Emilia il governo rischia”, è dovuto arrivare a minacciare di togliere l’uso del simbolo, se qualcuno volesse correre comunque. Quel qualcuno esiste: tant’è che in consiglio regionale hanno già verificato che basterebbe formare adesso un nuovo gruppo consiliare per evitare la grana della raccolta firme.

È lo scenario peggiore, sia per il Pd che per i Cinque Stelle. E la conferma di un altro dei timori che agitano Zingaretti e il capo delegazione Dario Franceschini: “Di Maio non controlla più i suoi, vi rendete conto?”, ragionano nell’attesa che arrivi un post di Beppe Grillo che metta fine al “marasma” in cui sono finiti i Cinque Stelle. E visto che il sostegno a Bonaccini è escluso, al Nazareno si accontenterebbero pure della desistenza, che comunque li lascia perplessi: “Che partito è un partito che non si presenta neanche alle elezioni?”.

Rieccoci all’“anima” che non c’è e che tanto fa penare il segretario del Pd. Significa, nei ragionamenti dei democratici, che il progetto comune non si vede, si va avanti a piantare “bandierine” e i Cinque Stelle pretendono che il Pd digerisca tutto: dal taglio dei parlamentari alla revoca allo scudo per Ilva, fino alla riforma della giustizia di cui hanno discusso ancora ieri sera. “Ne abbiamo già ingoiate troppe”, è il refrain che ripetono Zingaretti e i suoi.

Ma il discorso sull’“anima” parla soprattutto al nemico comune, Matteo Salvini. Se in Emilia- Romagna vince lui, è ancora la riflessione in corso al Nazareno, viene giù tutto, a prescindere dalle volontà di Pd e Cinque Stelle: “Alla Lega basta promettere la ricandidatura a qualche incerto del Movimento: alla prima occasione parlamentare, finiamo sotto. E se non ci lavoriamo da adesso, non avremo uno straccio di progetto alternativo da offrire: saremo impotenti di fronte alle sirene di Salvini e dei suoi”.

Tanto più che il nemico adesso ha già quasi un oppositore in meno. Ieri sera, a Porta a Porta, Matteo Renzi ha portato all’estremo la sua teoria per cui Italia Viva possa “prendere da destra e sinistra”: “Salvini cercherà di spostarsi al centro – ha detto – Allearci con lui? Mai dire mai”.

Prescrizione, Bonafede non si piega. Ma “offre” a Pd-Iv appelli più brevi

Il tempo è poco e i rischi parecchi, per le sue riforme e per il governo tutto. Perché la prescrizione potrebbe essere la miccia perfetta per i non pochi giallorossi che ne cercano una. Così prima della riunione serale a Palazzo Chigi il Guardasigilli a 5Stelle invoca, quasi pretende una soluzione: “Spero che il vertice di serale sulla riforma della giustizia sia risolutivo, sarà l’ennesimo momento di confronto ma ora è il momento di partire”.

Bisogna chiudere, scandisce Alfonso Bonafede prima di incontrare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i rappresentanti dei partiti della maggioranza. Ma per uscire dalla palude dei veti incrociati bisogna superare l’unico, quanto ingombrante ostacolo, la prescrizione.

Ed è per questo che Bonafede si presenta alla riunione per la prima volta per delle controproposte per Pd e renziani, uniti dal dire no all’entrata in vigore da gennaio della nuova prescrizione, quella già approvata in via definitiva con la legge Spazzacorrotti. Il ministro della Giustizia non voleva e non vuole fare passi indietro: lo stop alla decorrenza dei termini dopo la sentenza di primo grado deve diventare operativo con il nuovo anno, “e no totale anche alla prescrizione del processo”, precisano fonti del ministero prima della riunione, come a rintuzzare subito un’idea degli altri partiti già finita sul tavolo.

Però prova a concedere qualcosa Bonafede, innanzitutto ai dem che chiedono un decreto con cui rendere certi i tempi dei processi. E così al tavolo a Palazzo Chigi propone “una corsia preferenziale” per gli assolti in primo grado, cioè l’obbligo di svolgere con urgenza i processi di appello rispetto agli altri procedimenti. Di fatto un meccanismo premiale, studiato da Bonafede con i tecnici di via Arenula alla vigilia del vertice. La carta con cui il ministro prova a scalfire il muro del Pd, da cui in giornata tirano in ballo bruscamente Conte: “È tempo che si sporchi anche lui le mani su questa vicenda, ci aspettiamo che faccia finalmente delle proposte”. Insomma vogliono che faccia da mediatore, convincendo Bonafede a fare qualche vero passo indietro. Magari indicando tecnicamente la via d’uscita, da avvocato qual è.

Perché il ragionamento di partenza dei dem resta quello: “Abbiamo accettato cose come il taglio dei parlamentari, e ora è tempo che i 5Stelle facciano qualche rinuncia”. Tradotto, il Pd ha urgenza di qualche trofeo da esibire, per sostenere poi di non aver donato troppo sangue al patto di governo con il M5S. E figuriamoci i renziani di Italia Viva, che in queste settimane “non hanno mandato una riga di proposta”, come ha lamentato lo stesso Bonafede nel difficile vertice della scorsa settimana, dove si era parlato unicamente di prescrizione. Quasi nulla sulle riforma del processo penale e di quello civile, e neppure sulle nuove norme per il Csm, su cui il ministro ha già mostrato voglia di trattare, rinunciando quasi subito al sorteggio per l’elezione dei suoi membri. “C’è una buona convergenza sulla riforma dei processi e del Csm” assicurava ieri, ed è sostanzialmente esatto. Il vero imbuto è la decorrenza dei termini. Con i dem che rilanciano un’altra proposta, rinviare l’entrata in vigore della nuova prescrizione legandola al varo dei decreti attuativi. In sintesi, un modo per farla slittare di almeno un anno.

D’altronde è con scetticismo reciproco e cattivi pensieri che i delegati dei partiti entrano nel vertice attorno alle 21.30, dopo il rientro di Conte da Berlino. “Non vedo come si possa colmare la distanza” sussurra uno dei partecipanti. Perché i giallorossi sono sfilacciati e la giustizia è uno specchio, delle differenze.

Ghostbusters

Fermi tutti, che nessuno si muova. Dopo Ezio Mauro, Folli, Gramellini e De Angelis, anche Nicola Zingaretti ha perso il sonno perché il governo non ha l’anima. Il grido di dolore del segretario-ghostbuster del Pd è così straziante che Repubblica ha aperto la prima pagina con la sua conversione all’animismo: “Il governo trovi l’anima”. Il che è già un passo avanti rispetto agli allarmi dei quattro suddetti teologi, convinti che il Conte2 sia irrimediabilmente sprovvisto di anima, diversamente dai feti che ne hanno una fin dal concepimento, figurarsi dopo due mesi di vita. Invece quell’anima in pena di Zinga è più ottimista: “La manovra finanziaria ha un’anima. Il governo ancora no. E se non la trova rischia”. Quindi questa benedetta anima da qualche parte c’è: lui, per dire, l’ha intravista per un attimo nella legge di Bilancio, poi più nulla. Qualcuno l’ha sentita sussurrare: “Scendo a comprare le sigarette” e ciao. Si sa come sono queste anime governative: vanno e vengono, oggi qui domani là, fanno un po’ come pare a loro. Forse è fuggita, o è solo in vacanza, o è finita sotto l’acqua alta con Brunetta, magari l’ha sequestrata l’Anonima Anime in cambio di un riscatto. Ora bisogna trovarla a ogni costo. Anche con una caccia al tesoro, un safari, un’operazione di soul searching con i cani sanbernardo.

Si potrebbero affidare le ricerche a quell’essere inanimato di Conte, che però è piuttosto indaffarato a rintuzzare i 5 mila emendamenti alla legge di Bilancio (di cui 1700 della sua maggioranza, di cui 900 del Pd), a far ragionare i sedicenti alleati (tipo il Pd) che vogliono riesumare la prescrizione e lo Ius soli (fuori dal programma di governo) e a risolvere quisquilie tipo Ilva, Mose, Alitalia (eredità dei governi Pd). Però il premier, se gli resta tempo, un’occhiatina nei cassetti di Palazzo Chigi potrebbe darla. Se poi proprio non saltasse fuori, potrebbe prenderla a prestito da chi sicuramente ce l’ha, e da vendere. Tipo la giunta Zingaretti che governa il Lazio dal 2013. È vero che nessuno aveva mai preteso un’anima da una giunta o da un governo. Ma chi la esige dagli altri avrà almeno verificato di averne una in casa. Noi, potendo scegliere, preferiremmo che la giunta Zinga barattasse l’anima con un piano rifiuti, essendo ferma a quello della Polverini del 2012, quand’era ancora aperta la discarica di Malagrotta, il che spiega l’emergenza continua nella Capitale. Ma non si può avere tutto dalla vita. Piuttosto: se l’anima del Conte2 non si trova, bisognerà fabbricarne una nuova di zecca. Ma chiederlo al Pd, che esprime 9 ministri su 21, pare brutto: ha già troppi problemi col corpo. Elettorale.

Subsonica, vent’anni e tanti giovani eredi

A vent’anni di distanza Microchip emozionale resta uno dei dischi fondamentali degli anni Novanta. La band di Samuel, Boosta, Max, Ninja e Vicio non si è lasciata travolgere dalle consuete banalità di edizioni deluxe, ma ha deciso di risuonare le canzoni, tenendo conto dell’evoluzione apportata in tanti anni di live, con l’ausilio delle figure artistiche più affini, la cui formazione è strettamente legata all’ascolto dei primi album dei Subsonica. Microchip temporale esce il 22: ecco Willie Peyote cimentarsi in Sonde, aggiornando gli strumenti di controllo nella società già anticipati nel 1999. E Cosmo, il cui linguaggio sonoro deve molto al gruppo torinese, rileggere nel suo stile Discoteca Labirinto, quasi un manifesto generazionale: nata in una nottata magica – in modo del tutto casuale – con i Bluvertigo. E ancora, Il mio Dj – attuale singolo –, con l’effervescente presenza dell’istrionico Achille Lauro, anch’egli una cellula uscita dal dna della band. In totale quattordici artisti tra i quali Coma_Cose, Coez, Gemitaiz, Motta, Nitro, Lo stato sociale e molti altri. “Anche noi abbiamo scazzi fisiologici” incalza Boosta, “ma la nostra formula alchemica è un miracolo. Ognuno porta una visione e un indizio, ma il risultato è sempre qualcosa di diverso”. Conta molto la provenienza da Torino, città simbolo della club culture italiana: “Siamo nati nella Camelot della musica elettronica. Oggi la tecnologia permette a ciascuno di avere accesso a mille software e campionamenti, noi preferiamo trasformare in loop i nostri stessi strumenti e farli diventare suoni nuovi”.

Ma questi featuring dovranno strizzare l’occhio a Spotify? “Probabilmente non ci saremo! Ci stiamo abituando a una contemporaneità in cui si raccolgono frutti maturi, niente più praterie selvagge. Un tempo avevi tempo per farti conoscere, oggi con un singolo rischi di bruciarti. Da parte nostra c’è la voglia di confrontarci con il mercato, anche se il palco resta il nostro punto di forza”. Il nuovo tour partirà il 5 marzo da Padova per proseguire in altre dodici città.

Spietato, sensuale: Leonard Cohen, il monaco maturo

Salì sul Monte Baldy ed entrò nel monastero buddista. Era il 1994, restò lassù sei anni, alla ricerca della Verità. Scelse per sé il beffardo nome di “Jikan”, il Silenzioso. Ma il suo genio non tacque allora, né può farlo oggi. L’anima errante di Leonard Cohen (che non ripudiò mai l’ebraismo) trovò riparo nelle spoglie stanze dove – da “monaco inutile”, come si autodefiniva – intraprendeva match dialettici con il Maestro Roshi, fatti di due sillabe e un mezzo sorriso. Dal ritiro spirituale californiano Leo produsse poesie folgoranti, quelle che componevano Il libro del desiderio (pubblicato in Italia nel 2007) e quelle di The Flame, che verrà presto tradotto nel nostro Paese. È in gran parte da quelle mormorazioni liriche di abbacinante bellezza che è scaturito il prodigio postumo di Cohen. A tre anni dalla scomparsa del suo corpo fisico, Leonard torna a parlarci in un album, Thanks for the dance, in uscita venerdì, assemblato come in un’opera d’amore dal figlio Adam, che ha riaperto i cassetti colmi di tesori inediti nello studio di Los Angeles, e dalle registrazioni della voce cupamente luminosa del padre ha tratto delle canzoni di suggestione quasi ultraterrena. Per riuscire in questa sorta di seduta spiritico-edipica, Cohen Jr. (nato dalla relazione con Suzanne Elrod, una delle giovani adoratrici di Leo nel tempo tumultuoso della bohème hippy al Chelsea Hotel) ha chiamato attorno a sé musicisti d’eccellenza come Javier Mas, il virtuoso della chitarra catalana che accompagnò Leonard nei sontuosi neverending tour dell’ultimo periodo (quando, una volta terminata l’esperienza claustrale sul Monte Baldy, scoprì che la manager gli aveva sottratto milioni di dollari, riducendolo sul lastrico), la cantautrice veterana Jennifer Warnes, il superproduttore Daniel Lanois, Beck, Damien Rice, Richard Reed Parry (Arcade Fire), Leslie Feist, Bryce Dessner (The National). In Thanks for the dance trovano posto cose che erano state escluse da You want it darker, il disco che nel 2016 anticipò di tre settimane la morte del canadese, come in una già disincarnata commemorazione socratica. Qui, in questo nuovo capolavoro germinato dalla cura di Adam, Leonard ritrova l’essenzialità della sua arte più matura e persino bagliori di una spietata, irredimibile sensualità accanto a una conquistata saggezza: non c’è perdita ma bilancio, e l’accettazione del proprio destino, senza rinnegare cos’è stato nel percorso umano.

Non si può restare a ciglio asciutto ascoltando l’eterea meraviglia di Happens to the heart o di The goal (“Sto qui sulla mia sedia/Guardo la strada/Il vicino mi ritorna/Il mio sorriso di sconfitta/Mi muovo con le foglie/Risplendo con le cromature/Sono quasi vivo/sono quasi a casa”, declama Cohen). O quando ti spalanca le porte dell’Ade in It’s torn: “Le storie sono state scritte/Le lettere sigillate/Mi hai dato un giglio/Ma ora è un campo”.

Polanski “Resterà nella storia. Le polemiche no”

Gran Premio della Giuria a Venezia e gran pieno di polemiche in Francia. A ridosso dell’uscita, l’ex modella e attrice Valentine Monnier ha preso il film in parola, J’accuse, e ha incolpato Roman Polanski di averla brutalmente stuprata in uno chalet di Gstaad nel 1975. L’ufficiale e la spia, titolo italiano, arriva nelle nostre sale giovedì 21 novembre, ad accompagnarlo è l’interprete Emmanuelle Seigner, da trent’anni moglie del regista e musa, da Frantic a Luna di fiele e Venere in pelliccia.

Madame Seigner, che cosa si aspetta dall’Italia?

Il film è uscito cinque giorni fa, ha già fatto 400 mila spettatori, un grosso risultato: spero qui possa avere lo stesso successo. Mi chiedo anche quanto il caso Dreyfus sia conosciuto, da noi J’accuse ha portato in sala i giovani, che ne intendono l’attualità: l’odio, la paura del diverso.

Non è piuttosto il caso Polanski il segreto del successo?

No, lo penso davvero.

(Interviene il produttore Luca Barbareschi: “In Italia del caso Polanski non fotte niente a nessuno, siamo il paese migliore del mondo, siamo sani”.)

Seigner, siamo il paese migliore del mondo?

C’est vrai, è il solo paese che resiste a tutte queste stupidaggini, al gossip.

Il cosiddetto “maccartismo femminista” di cui Polanski sarebbe vittima in Francia e Oltreoceano non c’è in Italia?

No, la gente qui è più rilassata, si sta meglio.

L’interpretazione di Pauline Monnier, l’amante del protagonista Picquart (Jean Dujardin), che cosa porta alla sua carriera?

Mi affidano sempre ruoli provocanti, molto sensuali e sessuali, donne diaboliche, viceversa, qui per la prima volta interpreto una donna d’epoca, del tutto normale, molto borghese. Finalmente non sono la solita femme fatale.

Donna, attrice, madre, moglie di Roman Polanski, che cosa le è più difficile oggi?

Dimentica rockstar: ho un gruppo rock, L’Épée. Siamo in tour mondiale, tra poco andiamo in Inghilterra, dove siamo in classifica all’ottavo posto.

Però non ha risposto.

Lo sa benissimo che cosa mi è difficile, ma non ho nessuna intenzione di parlarne.

Non vuole parlare di fatti privati, va bene, ma qui si tratta di questioni pubbliche, di più, di libertà d’espressione. Come i suoi colleghi Louis Garrel (Alfred Dreyfus) e Dujardin, anche lei ha dovuto soprassedere alla promozione di J’accuse: inevitabile?

Ho un grosso problema con il meccanismo della denuncia. Mi ricorda ore molto buie del nostro passato, quando si diceva “C’è un ebreo nascosto al primo piano!” e si usava la denuncia per ammantarsi di gloria. Trovo che oggi nel mondo questo problema esista e mi fa molto paura.

E il #MeToo?

Porta avanti una battaglia giusta, ma il problema delle molestie non è tanto nel cinema quanto in altri ambienti: le attrici sono protette, le donne che lavorano nei supermercati no.

A che film sta lavorando?

C’è un progetto, ma ancora campato per aria. Però posso dirle quali sono i miei quattro criteri per accettare una parte: ruolo rilevante, grande regista, causa importante, tanti soldi.

Tutti e quattro?

(Ride) No, non servono tutti, basterebbe soddisfarne uno o due. Appunto, in J’accuse ne ho centrati due: grande regista e grande causa.

Lei che lo conosce bene, come Polanski è diventato grande?

Il cinema gli ha permesso di sopravvivere all’Olocausto, gli ha salvato la vita. Poi Roman ha fatto un’ottima scuola di cinema, quella di Łódz: questi due elementi insieme, credo, l’hanno reso un eccellente regista. Ma è difficile dire perché, come lo è per un grande chef, c’è qualcosa di complesso e misterioso che li fa diventare persone particolari. Ah, anche in Italia avete ottimi registi.

Faccia i nomi.

Be’, ieri dico Fellini, oggi Garrone, Sorrentino e Guadagnino.

Torniamo a Polanski, che di fonte a “storie assurde di donne mai conosciute che mi accusano di cose accadute, in teoria, più di mezzo secolo fa” ha asserito di non volersi difendere: “Per fare cosa? Sarebbe come combattere contro i mulini a vento”. Seigner, concorda?

Non sono il suo portavoce, ma no, non sono d’accordo: dovrebbe difendersi.

La sua Pauline e l’ultima accusatrice di suo marito condividono il cognome, Monnier: uno scherzo del destino?

Oui, c’est bizarre. Ma questo film resterà nella storia del cinema, il resto no.

“Quei 365 bicchieri di vino che mi hanno reso una star”

Anticipiamo stralci di un racconto di Michel Houellebecq, tratto dalla raccolta “Cahier”, in libreria da giovedì 21 con La nave di Teseo.

 

Dev’essere successo, penso, nella primavera del 1992. La mia prima raccolta di poesie, La ricerca della felicità, è appena uscita. Pranzo con Jean Ristat in una pizzeria di Ivry-sur-Seine. Mi serve dell’altro vino, poi, con un sorrisetto timido, mi annuncia che fa parte della giuria di un premio. Un premio letterario, sì, è così. Il premio Tristan Tzara, per essere precisi. Accetterei, all’occorrenza?… La cerimonia è molto simpatica, si tiene a Aubigny-sur-Nère, nello Cher: ci saranno dei vignaioli, dei consiglieri provinciali, il sindaco di un partito minore di destra… insomma, la vita vera. Ci sarà persino un senatore, se è libero. Ma, se dovessi rifiutare, sarebbe molto imbarazzante; tanto vale allora non parlarne più. A ogni modo, non cambierà affatto i nostri rapporti, in un senso come nell’altro. Ma naturalmente, Jean, ma naturalmente. Un premio letterario? Finalmente. Addirittura evviva!

Quattro anni dopo. La mia seconda raccolta di poesie, Il senso della lotta, è uscita in marzo o aprile. La scena deve svolgersi in ottobre, ma non ne sono sicuro (che mi stia rimbambendo?). Una certezza: sono al telefono, e il ruolo di Jean Ristat è interpretato stavolta da Frédéric Beigbeder. Ha voglia di votare per me, si sente; tuttavia si preoccupa. Ottenuto il premio, non andrò mica fuori di testa? Metterò fine alla mia carriera letteraria, brucerò i miei manoscritti, andrò a rinchiudermi in un monastero in Cile? Ma no, Frédéric, ma no. Ho il controllo su tutto, la situazione in mano; del resto, sono seguito da Lydie Salvayre, autrice della Puissance des mouches e psichiatra di professione. La mia mente è chiara, lucida…

Il premio Tristan Tzara ammonta a cinquemila franchi (offerti dalle Éditions Belin), a cinquanta bottiglie di Sancerre (bianco e rosso) e a un bottiglione da tre litri di sancerre bianco con inciso il mio nome. Il premio Flore a quarantamila franchi (offerti da chi?) e a trecentosessantacinque bicchieri da venticinque centilitri di Pouilly fumé (stavolta è il bicchiere a recare inciso il mio nome). Lo si vede, anche senza tenere conto dei benefici immateriali, il premio Flore è meglio. È vero che nel frattempo ho pubblicato un romanzo, Estensione del dominio della lotta, divenuto un libro-culto (nessuno lo compera, tutti lo leggono).

Scrittore riconosciuto, suscito tuttavia sempre delle inquietudini. Invitato a un convegno a Grenoble, chiacchiero con uno degli organizzatori una domenica mattina, a colazione, prima della mia partenza. Tutto è andato bene; mi confessa il suo sollievo. “Houellebecq… buona idea… gli avevano detto, ma bisogna stare attenti… evitare che si spogli in pubblico. Insomma, cerca…”. Non so, non so che cosa rispondergli. Devono circolare notizie false.

Quel giovedì 7 novembre, dunque, telefono a Flammarion. Capito direttamente su Valérie Taillefer. Ho vinto il Flore. Sembra felice. E (lo segnalo per mostrare alle generazioni future che non ero del tutto cattivo), davvero, ciò che mi fa più piacere in quel momento è sentire dalla sua voce che Valérie è felice. Distesa. Benché un po’ preoccupata verso la fine: “Viene, vero, Michel? Non ci tirerà mica un bidone?”.

Torniamo indietro. Stabiliamo le cose con chiarezza. Dall’inizio degli anni Novanta, le mie pubblicazioni si susseguono con regolarità. Invitato alla televisione, ho chiacchierato, pieno di pertinenza, con svariati presentatori. Presente alle fiere del libro, mi sono prestato con buonumore al gioco delle firme e delle dediche. Non ho mai insultato un fotografo, anzi, mantengo con alcuni di loro eccellenti rapporti. Non capisco. Che cos’ho che non va? Di che cosa mi sospettano? Accetto i riconoscimenti, gli onori, le ricompense. Sto al gioco. Sono normale. Scrittore normale. Talvolta mi alzo di notte e mi guardo allo specchio; osservo il mio volto, cerco di vedere ciò che gli altri vedono, e che li inquieta. Non sono molto bello, questo è certo, ma non sono l’unico. Dev’essere qualcos’altro. Lo sguardo? Forse lo sguardo. L’unica cosa che non si vede nello specchio è il proprio sguardo…

Ho un ottimo ricordo del premio a Aubigny-sur-Nère. Tutto il paese si era spostato, ammassandosi nella sala delle feste, per quello che costituiva evidentemente l’evento culturale dell’anno. Sembravano contenti di vedermi, sembravano soprattutto contenti di essere là; un’occasione come un’altra di ritrovarsi, non peggiore del 14 luglio o dell’11 novembre. Mediatore necessario delle loro festività locali, mi sentivo, a quel titolo, giustificato. Ebbene, stasera, nella sala del Café de Flore, è un po’ la stessa cosa: tutto il paese si è spostato. È stato verso le venti che tutto è cambiato radicalmente, in maniera probabilmente definitiva. Mi ricordo benissimo di quel momento. Chiacchieravo, in maniera distesa e in certo qual modo illanguidita, con Raphaël Sorin. Eravamo appoggiati con i gomiti alla balaustra, al primo piano del Flore. Un fotografo si è avvicinato. Senza interrompere la conversazione ho leggermente rivolto lo sguardo verso di lui abbozzando un sorriso; non mi disturbava affatto. Da un pezzo ero alla ricerca di una maniera di vivere. Ed ecco fatto, avevo trovato: sarei diventato una star.

Fissato questo, tutto si concatenava senza difficoltà. È arrivato Philippe Vandel e mi ha consegnato il premio. Philippe è un amico e un grande professionista che io rispetto. Più tardi, da Castel, faccio la prova del mio nuovo status. Dovunque attorno a me tutti ballano o chiacchierano. Sono seduto su un divanetto, con le mani tranquillamente posate sulle ginocchia. Ciascuno può avvicinarsi a me, toccarmi o parlarmi; non c’è problema. Per ciascuno avrò una parola gentile, corrispondente alla sua posizione. Mi troveranno molto semplice pur sapendo, beninteso, che le cose non si spingeranno oltre. Insomma, sarà un po’ come la mia vita di prima, ma con più calma. Poco dopo mi eclisso molto discretamente, in mia assenza la festa continuerà meglio.

Il generale iraniano che tiene in ostaggio l’Iraq

L’ingerenza militare iraniana nel confinante Iraq è risultata sempre più evidente dal 2014 quando le milizie sciite inviate da Teheran avevano coadiuvato il debole esercito di Baghdad a sconfiggere l’Isis a Mosul, la città dove il Califfo al-Baghdadi aveva tenuto il suo discorso programmatico nella moschea principale. Ma che anche il governo iracheno fosse già allora diventato un’appendice del regime teocratico islamico diretto dalla Guida Suprema Ali Khamenei è ora del tutto certificato da centinaia di rapporti secretati dell’intelligence iraniana ottenuti e pubblicati dal sito investigativo The Intercept e dal New York Times. I cablogrammi inviati a The Intercept forniscono ora le prove degli sforzi di Teheran di penetrare negli affari iracheni. Si tratta di 700 pagine di rapporti, verificati, scritti nel 2014 e 2015 dal ministero dell’intelligence e della sicurezza dell’Iran. Vanessa Gezari, giornalista della piattaforma di investigazione, ha dichiarato di aver ricevuto i documenti da una fonte irachena sconosciuta: “Non sappiamo ancora da chi siano stati trafugati”.

Sebbene risalgano a cinque e quattro anni fa , i documenti “offrono un ritratto dettagliato di quanto l’Iran abbia lavorato in modo aggressivo per influenzare gli affari iracheni e del ruolo cruciale del generale Qassem Soleimani”, scrive il quotidiano newyorchese. Soleimani è il comandante delle brigate al-Quds, il corpo speciale delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane – Pasdaran – che si occupano di tutto ciò che ha a che fare con le questioni estere. La presenza del generale iraniano in Iraq era divenuta costante durante la crisi scoppiata nel 2017 tra la regione autonoma del Kurdistan iracheno e il governo centrale di Baghdad in seguito al referendum indipendentista indetto dalle autorità curde di Erbil. Furono le milizie sciite Ashd al Shabi agli ordini di Soleimani a cacciare i peshmerga curdi dalla provincia contesa di Kirkuk, la più ricca di petrolio e gas di tutto l’Iraq.

Nelle ultime settimane il generale ha presieduto numerose riunioni nella capitale irachena e nella città meridionale di Najaf nel tentativo di convincere i partiti politici a serrare le fila attorno al primo ministro sciita iracheno Adel Abdul Mahdi, sottoposto a forti pressioni da parte delle migliaia di manifestanti soprattutto sciiti – dunque correligionari di Soleimani e dello stesso Mahdi – che dall’inizio di ottobre sono scesi in strada per protestare contro la corruzione, la disoccupazione di massa e la mancanza di infrastrutture e servizi pubblici efficienti . In uno dei cablogrammi, Mahdi viene descritto come il politico che ha un “rapporto speciale” con Teheran da quando era ministro del petrolio iracheno nel 2014.

Teheran, secondo i rapporti trapelati, ha sfruttato il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq e, inoltre, ha avuto strettissimi rapporti con gli ex primi ministri Haider al-Abadi e Ibrahim al-Jafari nonché con l’ex presidente del parlamento Salim al-Jabouri. Dopo il ritiro delle truppe degli Stati Uniti dall’Iraq nel 2011, le spie legate alla Cia sono rimaste disoccupate e si sono rivolte all’Iran, offrendo informazioni sulle operazioni dell’intelligence statunitense in Iraq in cambio di denaro.

“Silvia è in Somalia”. L’inchiesta di Roma e i misteri africani

Domani sarà un anno da quando Silvia Romano, la 24enne volontaria milanese che si occupa dei bambini diseredati in Kenya, è stata rapita a Chakama, un povero villaggio a un’ottantina di chilometri da Malindi. E domani, nel giorno dell’anniversario del sequestro, in Kenya riprenderà anche il processo. Ma ad andare avanti è anche, finalmente, l’inchiesta delle procura di Roma. I tasselli dell’indagine dei carabinieri del Ros, coordinati dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, sono legati all’analisi del documenti messi a disposizione dei nostri inquirenti dalle autorità kenyote nell’agosto scorso, in particolare verbali e tabulati telefonici: la ragazza – questa ormai è la certezza – si trova in Somalia nelle mani di un gruppo legato ai terroristi di Al Shabaab che ritenevano la ragazza colpevole di “proselitismo religioso”. E a provarlo sarebbero anche i contatti telefonici captati tra gli autori materiali del rapimento, un commando di almeno 8 persone (sotto processo in 3) e la Somalia, nei giorni subito successivi al 20 novembre, giorno del sequestro.

Un sequestro su commissione quindi, vista la quantità “sproporzionata” di armi e moto a disposizione della banda criminale, e con un “trasferimento lampo” di Silvia, in direzione della Somalia.

Sono stati gli stessi tre presunti rapitori a processo (Ibrahim Adhan Omar,libero su cauzione, scappato e ora irreperibile; Moses Lwali Chembe, a piede libero per aver pagato la garanzia; Abdullah Gababa Wario, in carcere) a confessare com’è nata la vicenda. Reclutati da Said Adhan, l’uomo che avrebbe pianificato il sequestro, con lui hanno pattuito un compenso di 100 mila scellini (più o meno 890 euro). Said Adhan è stato per ben tre volte a Chakama e ha dormito nella guest house Togo, di fronte a quella dove abitava Silvia. Said Adhan, keniota di etnia somala orma, è attivamente ricercato dallo scorso gennaio, ma risulta scomparso. Una delle sue mogli, Rukia, abita in un villaggio poco a nord di Malindi, Gersen, verso il confine con la Somalia: dice che il marito non si fa vedere da più di un anno. Proprio a Garsen hanno soggiornato prima del rapimento due volontari italiani colleghi di Silvia.

Gli imputati hanno poi raccontato che a prelevare Silvia sarebbero stati in sette. Said Adhan, il capo, avrebbe caricato la ragazza in spalla e tutti assieme hanno guadato a piedi il fiume Galana, al di là del quale avevano lasciato due motociclette. Quattro sono saliti in sella assieme a Silvia e si sono allontanati, dando appuntamento agli altri tre per l’indomani, e assicurando che avrebbero pagato il pattuito. Invece sono scomparsi, lasciando i tre complici a bocca asciutta.

Secondo fonti vicine al governo somalo, esisterebbe un video che mostra Silvia prigioniera in un villaggio. Nel video si vedrebbe un villaggio somalo, ma non è detto che sia in Somalia, giacché i somali vivono a cavallo del confine, e non c’è traccia di una conversione forzata all’Islam della ragazza né tantomeno di un suo matrimonio musulmano.

Gli inquirenti stanno valutando l’ipotesi di inviare una rogatoria internazionale alle autorità somale. Ma il governo di Mogadiscio, va ricordato, a malapena controlla Villa Somalia, il palazzo presidenziale. La Somalia è un Far West impazzito dove imperversano bande armate di tutti i generi e dove nessuno controlla niente.

Piuttosto, voci più insistenti – ma occorre sottolineare ancora una volta che sempre di voci si tratta – concordano nel sostenere che Silvia sarebbe stata portata nella foresta di Boni al confine tra Kenya e Somalia, una giungla impenetrabile frequentata da bande di criminali, bracconieri (tra l’altro Moses Lwali Chembe, uno dei tre sotto processo, ha precedenti proprio per bracconaggio), integralisti islamici kenioti e somali, fuorilegge in fuga, piccoli plotoni dell’esercito e guardie forestali asserragliate nei loro fortini. Non esistono villaggi civili. Lì, a cavallo tra i due Paesi, si può attraversare il confine quotidianamente.

Altre voci parlano di un suo trasferimento nell’arcipelago delle isole Bajuni, di fronte al porto somalo di Chisimaio, dove però solo un paio di isole hanno pozzi d’acqua.

Ma è difficile cercare il bandolo della matassa quando continuano a circolare false informazioni e depistaggi.

E intanto di lei, di Silvia, da quel 20 novembre di un anno fa, non si sa più niente. Bocche cucite dei carabinieri, i diplomatici italiani tacciono, e continuano i misteri che si moltiplicano, via via che passa il tempo.