Attivisti in fuga dall’assedio con le funi

Lo chiamano stand-off. Una situazione di stallo fra i giovani asserragliati dentro il Politecnico di Hong Kong e la polizia che ha circondato gli attivisti pro democrazia. A 40 ragazzi feriti è stato permesso di uscire per ricevere cure, ma è probabile che saranno arrestati subito dopo. Una fonte della polizia ha affermato chi si arrende senza combattere potrà aspettarsi “punizioni indulgenti”.

In questo contesto si inserisce Pechino: “Abbiamo sufficiente determinazione e potere per mettere fine ai disordini”. La Cina sta facendo il conto alla rovescia per intervenire e spegnere una volta per tutte la rivolta dei movimenti. I segnali ci sono; le voci di un allontanamento nei primi mesi del 2020 della governatrice Carrie Lam, i soldati delle forze antiterrorismo che sabato sono usciti dalla caserma per aiutare i residenti a pulire le strade dai detriti dopo gli scontri, e ieri la dichiarazione dell’ambasciatore Liu Xiaoming per cui la protesta che prosegue ormai da maggio “nulla a che fare con la cosiddetta democrazia, vuole solo minare il modello ‘un Paese, due sistemì”. Xiaoming aggiunge: “Pechino non resterà con le mani in mano se lo scenario diverrà incontrollabile”. Per gli standard di Pechino, probabilmente lo è già.

Nella storia della rivolta di Hong Kong avviata contro il governo di Carrie Lam dai movimenti pro democrazia, gli ultimi giorni saranno ricordati come “la battaglia del Politecnico” con immagini drammatiche di studenti che, per sfuggire all’accerchiamento dei poliziotti, si sono calati su un tratto di autostrada con funi e corde di fortuna. Almeno 100 sarebbero riusciti ad allontanarsi in questo modo. Le versioni su quello che è accaduto sono, ovviamente, discordanti: i giovani che sono dentro al Politecnico denunciano che, chi fra loro ha provato ad uscire, è stato picchiato e arrestato dagli agenti, seppur in assenza di atteggiamenti violenti. “Non hanno attaccato nessuno” e “la maggioranza degli studenti vorrebbe solo andarsene a casa” ha detto Ted Hui, consigliere legislativo del Partito democratico di Hong Kong, che fino a ieri era all’interno del campus assediato. A chi gli chiedeva delle bottiglie incendiarie e di altre armi in mano ai dimostranti, ha replicato che sono state preparate solo per “difendersi” da un assalto della polizia. Se la polizia avesse lasciato ai dimostranti la possibilità di allontanarsi dal campus pacificamente, i ragazzi lo avrebbero fatto, ha aggiunto Hui.

Le forze di sicurezza invece sostengono che i giovani usciti dalla struttura hanno avuto l’intenzione di rompere il cordone degli agenti in modo violento.

Le proteste contro il governo prendono origine dalla norma, poi ritirata, che prevedeva l’estradizione verso Pechino di chi fosse stato arrestato a Hong Kong. Carrie Lam ha fatto marcia indietro ma i movimenti pro democrazia hanno messo sul tavolo cinque richieste ben precise, fra cui le sue dimissioni, elezioni democratiche e una inchiesta indipendente sugli abusi della polizia in questi sette mesi.

Bimbi, trappola in corsia. L’“orco” era il chirurgo

Le giovani vittime del chirurgo potrebbero essere anche 250. Se tutti i casi fossero accertati, si tratterebbe della vicenda di pedofilia più importante che abbia mai conosciuto la Francia, martellavano ieri i media francesi. Bisogna dire che l’annuncio del procuratore di La Rochelle, Laurent Zuchowicz, è stato uno choc per il Paese: una storia che – conclusa l’inchiesta – ha dell’incredibile.

Tra il 1989 e il 2017, il dottor Joël Le Scouarnec, oggi 68 anni, chirurgo gastroenterologo in pensione, ha prestato servizio negli ospedali di Vannes e Lorient, in Bretagna, e poi a Loches, sulla Loira, e a Jonzac, presso La Rochelle, ovest della Francia. In ognuno di questi luoghi avrebbe abusato di diverse decine di giovani pazienti durante le visite, passando inosservato per anni. I casi “non prescritti” potrebbero essere anche 250, ha spiegato il procuratore. Già 209 ex pazienti sono stati contattati e hanno potuto testimoniare.

Molti di loro hanno “ricordi precisi”: 184 (di cui 181 erano minorenni al momento dei fatti) hanno sporto denuncia. Nel 2005 l’ex dottore era stato condannato una prima volta dal Tribunale di Vannes a cinque mesi di prigione (con la condizionale) per essere stato trovato in possesso di materiale pedopornografico. Ma l’inchiesta all’epoca era stata limitata all’analisi dei computer e rapidamente chiusa. Ed è quindi solo a partire dal 2017 che l’orrore comincia a venire a galla.

Nel maggio del 2017, l’ex dottore si tradisce e aggredisce sessualmente la figlia di vicini di casa, a Jonzac, dove lavorava dal 2014. La bimba di 4 anni dice tutto ai genitori, che sporgono denuncia. Da allora, l’uomo è in prigione e in attesa di essere processato, il prossimo marzo, per esibizionismo e aggressione sessuale su minore di meno di 15 anni. Dovrà rendere conto anche di altri tre casi accertati di aggressione e violenza sessuale, sempre su tre bimbe, di cui due sono le sue nipoti.

È solo quindi a partire dal 2017, che gli inquirenti di Poitiers, indagando sull’uomo in modo più approfondito, hanno scoperto che l’orrore era molto più vasto e andava molto al di là dell’immaginabile.

Durante le perquisizioni della casa di Jonzac sono stati trovati chiusi a chiave in un armadio diversi oggetti come bambole di gomma, sex toys, parrucche. Nel computer erano salvate centinaia di immagini e film pedopornografici. Ma soprattutto gli inquirenti hanno trovato diversi quaderni coperti di appunti in cui l’ex chirurgo descriveva anche nei dettagli gli abusi che faceva subire alle sue piccole vittime. L’uomo accompagnava i testi con disegni molto espliciti. Scriveva: “Queste sono le mie petites filles”.

Per il legale dell’ex medico, che non riconosce la totalità delle accuse che gli sono rivolte, erano solo “fantasie”. In tutto sui quaderni sono annotati i nomi di circa 200 bambini.

Oltre cento di questi abusi si sono consumati a Vannes e Lorient ed è per questo motivo che l’inchiesta ora viene trasferita alla Procura di Lorient. Ma la vicenda potrebbe non essere neanche chiusa qui. Gli inquirenti continuano a indagare e ora si stanno interessando agli anni in cui l’ex medico ha effettuato delle sostituzioni in altri ospedali. Si sa per esempio che, tra il 2004 e il 2007, il dottor Le Scouarnec ha lavorato all’ospedale di Ancenis, un comune presso Nantes.

Non si esclude dunque che altre potenziali vittime del medico degli orrori possano emergere nei prossimi mesi. Per iniziare, l’uomo dovrà comparire in ribunale davanti alla Corte d’assise di Saintes dal 13 al 17 marzo prossimi per i casi accertati, ma a giudicare dai risultati delle indagini, potrebbe non essere l’unico processo a suo carico.

Il “ricatto” del Cremlino. Bielorussia, il cappio al collo del gas di Mosca

Torte di patate al buffet allestito alle urne. In alcuni seggi visite dentistiche, in altri lotterie per vincere regali. Si conoscevano già i risultati delle elezioni parlamentari in quell’enorme villaggio Potemkin che è la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko, dove hanno trionfato i candidati vicini al presidente.

Già al suo quinto mandato, il batiushka (padre della nazione, appellativo che fu già di Stalin) ha annunciato ieri che è pronto a ricandidarsi nel 2020. Una notizia che non sorprende nessun osservatore delle politiche dell’est. L’unico oppositore che può intralciare Lukashenko è oltre confine ed è già presidente. Il gas russo e il suo basso prezzo sono il guinzaglio che Vladimir Putin persistentemente tira dal 2004 per frenare le mire del leader che regna su quasi 10 milioni di bielorussi dal 1994, e che ora tenta di ritardare o annullare il progetto della “Confederazione degli Stati slavi”.

“Quest’uomo sta vendendo il nostro Paese”. Tuonava così alla folla sotto il cielo grigio topo di Minsk lo scorso ottobre Mikalay Statkevich, oppositore di Lukashenko, al raduno del gruppo “azioni per l’indipendenza” che combatte contro il processo di sovrapposizione con Mosca. In realtà per lo stesso Lukashenko, tormentato dallo spettro dell’annessione della Crimea, “i termini dell’integrazione sono inaccettabili”: la Russia ha un programma ambizioso, richiede la condivisione delle stesse politiche energetiche, fiscali, commerciali. Inoltre moneta e legislazione unica.

Sotto ricatto perenne di cessazione o aumento dei prezzi delle forniture di gas russo, la strategia adottata da Lukashenko è come i suoi baffi neri sotto gli ultimi capelli bianchi: va sempre in due direzioni opposte. Prima a ovest e poi a est: la sua vera capacità politica è saper oscillare.

Per la prima volta dal 2016 Lukashenko settimane fa è tornato in Europa per trovare leve che lo aiuterebbero a scongiurare il progetto di Putin. Per uscire dal cono d’ombra russo ha rimandato i suoi ambasciatori a Washington e ha permesso il ritorno di quelli americani a Minsk dopo dieci anni. Se la Bielorussia tenta di accrescere la sua distanza da Mosca, Kiev tenta di accorciarla. Torna il formato Normandia – Russia, Germania, Francia, Ucraina – a Parigi il prossimo 9 dicembre, ma “non bisogna nutrire troppe aspettative” ha detto il portavoce di Putin, Dimitry Peskov ieri a Mosca, mentre il ministro degli Esteri Heiko Maas passeggiava nei corridoi del potere di Kiev per colloqui preliminari. I presidenti tutti dovranno promettere l’applicazione degli accordi di Minsk e della “formula Steinmer” – dal cognome dell’ex ministro degli Esteri tedesco – che prevede elezioni in Donbass, allineamento nell’asse di Kiev delle zone in conflitto, concessione dello statuto speciale a Donetsk e Lugansk. Contro il codice di Steinmer le piazze si sono riempite in Ucraina. A Maidan le destre, con il leader Oleh Tyahnybok a fare da testa d’ariete, hanno fatto risuonare un violento niet alla scelta dell’amministrazione Zelinsky, perché a rischio c’è la svobodauna parola che significa la stessa cosa a Kiev, a Minsk e a Mosca: libertà.

Uomini, gasdotti e le loro guerre: tutto accade alla vigilia del vertice ma sottoterra. La vera partita politica in corso nelle ultime ore è quella economica degli oleodotti. Basta gas russo. La Pgning, compagnia di Stato polacca, non rinnoverà il contratto con la Gazprom, firmato nel 1996 e in scadenza nel dicembre 2022, per i quasi 10 miliardi di metri cubi annui del gasdotto Yamal. Se Varsavia chiude, Berlino apre dopo il ‘sì’ della Danimarca, che ha approvato il passaggio sul suo territorio del Nord Stream 2. Inascoltate le sirene d’allarme delle capitali baltiche, di Varsavia e di Washington per l’eccessiva dipendenza da idrocarburi russi in Europa. Però la via di Kiev non diventerà marginale, gli impianti Naftogas non saranno trascurabili, – il transito verso l’Europa frutta 3 miliardi di dollari l’anno – perché è la condizione posta dalla Merkel per la costruzione del secondo nuovo oleodotto: l’Ucraina non rimarrà esclusa. Il ramoscello d’ulivo lo ha teso ieri Aleksey Miller, amministratore delegato Gazprom, proponendo “l’estensione del contratto esistente o la firma di un nuovo accordo all’Ucraina”, a patto che si chiudano i polverosi fascicoli giudiziari aperti dagli arbitrati internazionali contro la sua compagnia.

A Parigi, Putin e Zelinsky si incontreranno per la prima volta: due capi di Stato di Paesi in guerra, entrambi soggetti di due dossier di impeachment oltreoceano riguardanti il convitato di pietra assente: Trump. Nell’inverno francese potrebbe cominciare il disgelo tra Ucraina e Russia, tra il comico e lo zar, e si riuscirà a stabilire una volta per tutte di chi è Donetsk, di chi Sebastopoli o Minsk, di chi è Kiev. Di chi è Mosca lo sanno già tutti.

Mail Box

 

Le sciagure mostrano che dobbiamo unire le forze

In questa Italia le uniche cose capaci di rendere umili, uguali e vicine le persone sono le disgrazie.

Fin quando capitano agli altri non ci accorgiamo effettivamente della vera disperazione che causano. Anzi, la prima reazione è quella che viene dalla pancia a seconda della zona dell’Italia dove capita la disgrazia. A ogni disgrazia una richiesta di aiuto. Che sia per il sud, che sia per il nord, è una richiesta di aiuto da parte di cittadini italiani. Quindi? Cosa vuol dire questo? Vuol dire che la sofferenza non ha confini né colori, soli siamo disperati, mentre assieme siamo una nazione.

Abbattiamo le ideologie che dividono e uniamo le nostre forze.

Non ascoltiamo chi grida più forte. Alla fine abbiamo sempre bisogno del nostro vicino che come noi soffre in silenzio e non grida. Siamo un popolo con una dignità che ci viene strappata dal malaffare e non dalla natura. Io continuerò nel mio piccolo ad ascoltare e aiutare chi chiede senza gridare. Impariamo ad essere una vera nazione.

Gianni Dal Corso

 

I media massacrano il M5S, ma dimenticano il passato

È da tempo ormai che sia sui giornali sia alla tv (quasi a reti unificate) assisto quotidianamente a un massacro verbale e lessicale nei confronti del M5S. Ovviamente ognuno la pensa a modo suo e questo è giusto; quello che invece mi intristisce è il modo con il quale si tratta un movimento con la mancanza di rispetto di coloro i quali li hanno votati sino a raggiungere la maggioranza relativa in Parlamento. Le varie emittenti mobilitano opinionisti per annientare il lavoro di questi ragazzi che cercano in tanti modi di cambiare l’Italia in meglio; spesso non ci riescono, ma la volontà di tutti i politici M5S, in tal senso, è notevole.

Gli italiani dimenticano facilmente il passato e si affidano, loro malgrado, a politici che hanno portato il nostro Paese al declino e alla deriva democratica. Dai recenti sondaggi risulta che solo il M5S perde consensi mentre tutti gli altri aumentano settimanalmente, questo vuol dire che fra 10 settimane circa lo stesso movimento, praticamente, sparirebbe dalle evidenze nelle tv sia di Stato che private. In definitiva il M5S, a giudizio di politici e opinionisti, è il male assoluto dell’Italia. Siamo in crisi di lavoro, di tenuta sociale ed altro, e tutto questo è colpa dei grillini, ritenuti incompetenti ed incapaci di governare il nostro Paese, che in parte potrebbe essere vero, ma di competenti e capaci ne abbiamo avuti in passato, e oggi si vedono i risultati in Italia. Per quanto sopra, dopo tutto quello che stanno rappresentando i giornali e la tv, io sarei per “abbandonare” il governo attuale immediatamente, in modo da consentire a Salvini e soci di trovare le soluzioni; anche perché vorrei vedere, in questo caso, cosa farebbero il Pd e Italia Viva che dicono di combattere la destra di Salvini ma in effetti combattono il M5S. Così come nel precedente governo giallo-verde la sinistra diceva di combattere la destra di Salvini e invece uccideva politicamente il M5S.

Agostino Culiolo

 

Siae e Soundreef complicano la vita ai musicisti

Scrivo ancora sui diritti d’autore in Italia. Ora siamo al paradosso: oltre alla Siae ci si mette pure Soundreef a creare il panico per chi già si deve destreggiare in un mondo sconclusionato come quello della musica dal vivo.

In breve: Soundreef è una nuova società che tutela i diritti d’autore dei propri soci. Quindi un’opera (che sia musicale o no) può essere depositata in Italia con Soundreef o con la Siae. Hanno anche da poco stretto un accordo tra di loro in modo tale – dicono – da tutelare tutti gli autori italiani. Ma ora arriviamo alla bizzarria italiota! Cito testualmente dai loro siti: “Almeno 3 giorni lavorativi prima del live, l’organizzatore sul suo account Soundreef crea un nuovo evento, scarica la licenza e la inoltra all’indirizzo mail dell’ufficio Siae di riferimento, procedendo alla richiesta del permesso online sul portale Siae. Dopo l’evento: l’organizzatore si assicura che venga compilato il programma musicale online con tutti i brani Siae. Poi devono iscriversi a Lea (che gestisce i diritti Soundreef in Italia) pagando un altro abbonamento annuale – come se solo quello Siae non bastasse – e compilare un altro bollettino ma solo con brani Soundreef”.

Quindi io musicista devo sapere quali brani sono Siae e quali Soundreef e poi il gestore deve comunicare tutto entro quattro giorni.

Io adesso mi chiedo quali menti contorte riescano a partorire simili procedure. Già la musica live ha tanti problemi tra il pubblico inebetito dagli show televisivi e fagocitato dai divani casalinghi e mille cavilli burocratici per i gestori. Ora ci si mettono pure questi. Da tutto ciò deduco, in conclusione, che il musicista e il gestore del locale lavorano per Siae e Lea (pagandoli profumatamente!) svolgendo un lavoro di loro competenza. E se non lo facciamo ci multano pure!

Non sarebbe più onesto far pagare un unico bollettino e che poi voi vi mandiate le mail coi programmi e decidiate quali sono i diritti di uno e quali del’altro?

Ricordo a tutti che la Siae ha 11 mila impiegati.

Costantino Ladisa

Pubblicità. Quanti pregiudizi e cattivo gusto sul corpo delle donne: a chi giova?

 

Caro Fatto, ho visto in tutta Roma la pubblicità dell’azienda per taglie forti Pitran. Molti cittadini hanno chiesto alla sindaca Virginia Raggi di rimuovere i cartelloni, i proprietari dell’azienda hanno risposto che la malizia è negli occhi di chi guarda. Insomma, la toppa è peggio del buco.

Frida Lalli

 

Gentile Frida, ho chiesto di rispondere a questa lettera perché sono di parte, ma anche perché mi piace pensare che il buon senso vada oltre l’empatia e l’ironia. Da potenziale cliente del negozio che ha deciso nelle scorse settimane di tappezzare Roma con lo spot nella foto, mi sono chiesta se funzioni sul target a cui si rivolge, ovvero donne che – parlando per fatti e non per commenti – abbiano bisogno di vestiti di una taglia anche di molto superiore alla 46 e a un prezzo abbordabile. Solo io lo trovo di cattivo gusto, oppure c’è davvero qualcosa che non va? Ci ho dovuto pensare un po’. In questo caso, infatti, non credo sia utile per pubblicizzarsi il “purché se ne parli”. Molte cose non vanno. Non va quel riferimento all’abbacchio (per i non laziali, è la carne di agnello protagonista della grigliata), non va il gioco di parole che richiama alla tristezza e alla depressione in vista del Natale (perché è difficile vestirsi o perché si mangia e si ingrassa? mistero), non va quel corpo esposto e vestito da coniglietta nel tentativo di un confronto con ciò che le ‘conigliette’ sono nell’immaginario collettivo. C’è un grossissimo, e secondo me strategicamente consapevole, errore di ‘presupposizione’ che oltretutto rischia di nuocere agli affari in un momento in cui si lotta per il superamento del giudizio sul corpo: si presuppone che ci si ‘abbacchi’ per i vestiti a Natale, si presuppone che ci si voglia indignare o che ci si riconosca nello spot, si presuppone – come ha fatto il proprietario del negozio in una sua recente risposta – che sia necessario “ironizzare” e che non lo si faccia perché “non c’è un clima sereno nella nazione”. Lui lo fa e dice che pesa 107 kg. Dunque? Perché si sente il bisogno di una catalogazione, una definizione, un pregiudizio per ogni cosa? I luoghi comuni quasi sempre bollinano e dileggiano, la polemica è una loro conseguenza, la visibilità un premio o un boomerang. Evitarlo, però, è semplice: vendi bei vestiti? Mostrali. Vesti fino alla 68? Scrivilo. Costano poco? Dillo. In un frangente – come la moda prêt-à-porter italiana – dove trovare abiti decenti oltre una certa taglia è quasi impossibile, se si ha un buon prodotto a prezzi accessibili basta mostrarlo. I clienti correranno, anche io.

Virginia Della Sala

Impeachment, Trump show: “Potrei anche testimoniare”

Donald Trump non vuole che i suoi collaboratori depongano davanti alla Commissione Intelligence della Camera, nell’indagine sull’impeachment, ma è pronto a farlo in prima persona. Il presidente la mette sul sarcastico: “La nervosa Nancy Pelosi pietrificata dalla sinistra radicale, suggerisce una mia audizione nella caccia alle streghe dell’impeachment. E dice che potrei farlo anche per iscritto. Non ho fatto nulla di sbagliato, e non mi va di dare credibilità a questa bufala, ma l’idea mi piace e la valuterò”. Il presidente è forse convinto che la platea televisiva gli gioverebbe. Resta da sapere che cosa ne pensino i suoi avvocati, terrorizzati, nell’indagine sul Russiagate, dall’ipotesi di un suo faccia a faccia con il procuratore speciale Robert Mueller: per questo, gli imposero risposte scritte. Nelle quali, Trump potrebbe avere mentito, ad esempio negando di essere a conoscenza di contati tra la sua campagna e Wikileaks: lo afferma il team degli avvocati della Camera, che vuole ottenere materiale finora coperto da omissis. I legali rilevano contraddizioni tra dichiarazioni del presidente e dell’ex capo della sua campagna Paul Manafort. Se sarà acquisito, il materiale potrebbe venire utile anche per l’impeachment.

L’inchiesta non lascia sereno Trump, che se la sarebbe presa col segretario di Stato Mike Pompeo, perché i suoi funzionari sono “sleali” e gli testimoniano contro. È un fatto che diplomatici e agenti dell’intelligence sono stati finora i testi d’accusa migliori. Oggi, tocca al colonnello Alexander Vindman, a una collaboratrice del vice-presidente Mike Pence, Jennifer Williams, e a due esperti di Ucraina e Russia, Kurt Volker e Timothy Morrison. La star, domani, sarà il rappresentante degli Usa presso l’Ue, Gordon Sondland, un teste chiave.

Pioggia e fiumi: il terrorismo s’è fatto meteo

In questi giorni tutti i media, televisioni e giornali, hanno gridato all’allarme rosso per l’“emergenza tempo”. Scegliamo random alcuni titoli di prima pagina. “Acqua e neve paralizzano l’Italia” La Stampa, “La grande paura” Il Gazzettino, “L’Italia fa acqua” Il Resto del Carlino, “Povera Italia indifesa” Repubblica, “Arno e Reno fanno paura. Scuole chiuse per maltempo” Il Corriere della Sera.

A me pare che in Italia siamo in preda a vari terrorismi. Uno è il terrorismo internazionale di cui abbiamo parlato recentemente dopo il ferimento di cinque soldati italiani a Kirkuk, altri sono terrorismi, per così dire, “interni” che nascono da un eccesso di paura e dall’ossessione, tutta moderna, che si possa controllare tutto. C’è il terrorismo diagnostico per cui le persone, anche giovani, dovrebbero fare sei controlli medici l’anno per prevenire future e del tutto ipotetiche patologie. Insomma dovremmo vivere da vecchi fin da giovani. Poi c’è il terrorismo meteorologico che si divide in terrorismo estivo e terrorismo dell’autunno-inverno. D’estate i media si esercitano e martellano sulle temperature, normalissime data la stagione, e non contenti si accaniscono sulla cosiddetta “temperatura percepita” mettendo in allarme soprattutto gli anziani. Emilio Fede era specializzato nel dare il numero degli anziani che, a suo dire, erano morti per il caldo. Così uno che se ne stava tranquillo sopportando temperature che aveva sempre affrontato, sapendo che la massima non era, poniamo, di 36 gradi, ma “percepita” saliva a 45, si allarma sul serio e muore non per il caldo, ma di spavento. Nell’autunno-inverno succede il contrario. Scegliamo anche qui, sempre random, alcune notizie di questi giorni: “Toscana, molte scuole non apriranno i portoni”, “in diverse regioni le scuole resteranno chiuse a causa delle piogge e del rischio idrogeologico”, “ad Albano Laziale è caduto un albero ferendo in modo serio un automobilista”, “a Pisa in alcune chiese si è pregato sino a notte San Ranieri, il patrono della città” (non so quanto il buon San Ranieri abbia potuto intercedere perché a Pisa, la città del mi babbo, si dice di lui che “a parte il viziaccio di rubare era un gran Santo”), a Bolzano pare che sia caduta la neve.

A parte il picco di acqua alta a Venezia nella notte tra martedì e mercoledì, 187 cm (ma i veneziani sono attrezzati per queste situazioni, in fondo vivono su una laguna e casomai se c’è qualcosa da dire e da accusare è il mitico Mose che non è servito a nulla) tutti gli altri sono eventi abituali che conosciamo benissimo. Da che mondo è mondo, o almeno da quando io sono al mondo, cioè da parecchio, si sa che novembre è la stagione delle piogge. Ma basta un temporale, come ne abbiamo vissuti mille volte, perché sia classificato “bomba d’acqua”. Basta che il vento sibili un po’ forte ed è subito una “tromba d’aria”. Basta che un fiume superi non gli argini ma qualche soglia gialla, verde, arancione e, dio non voglia, rossa e la raccomandazione accorata delle Autorità ai cittadini è di starsene chiusi in casa (se è domenica naturalmente, sennò tutti a lavorare, non scherziamo). Le scuole restano chiuse per giorni. A me piacerebbe molto essere uno studente oggi, perché a noi ci cacciavano fuori di casa a pedate qualsiasi tempo facesse.

Ai nostri giorni, almeno in Italia, si ha paura di tutto, già uno spiffero ci manda in catalessi, e “chi non terrorizza si ammala di terrore” come canta De André.

Ehi, vuoi diventare Salvini? Parla a caso e fai qualche rutto

La vita è solo dolore, come ci ricordano Matteo Renzi e Alessandro Morelli. Avete avuto la sfiga di nascere con idee tutt’altro che di destra e avete pure buona memoria: insomma, avete sbagliato di brutto paese. Per questo non vi spiegate come, stando ai sondaggi e non solo, la maggioranza degli elettori straveda per quella sagoma involontaria di Capitan Reflusso. Io ne conosco i segreti e, volendo molto bene tanto a lui quanto a voi, intendo insegnarvi come diventare Matteo Salvini in dieci mosse. Seguitemi passo passo e sognate indefessamente con me.

Passo 1. Parlate di tutto senza avere la minima contezza di nulla: da noi, si sa, la competenza vale appena meno di Tabacci in Parlamento.

Passo 2. Buttate la palla in tribuna ogni volta che siete in difficoltà, cioè (nel caso di Salvini) sempre. Se per esempio vi chiedono “Come risolverebbe la situazione a Venezia?”, rispondete così: “Posso dire che dare 35 euro ai migranti è una vergogna?”. Cosa c’entra con la domanda? Nulla. Quindi è perfetta per l’italico pubblico, così misericordioso da credere persino a uno come Salvini.

(Se poi, dopo la risposta, piazzerete pure un bel rutto in si bemolle, il messaggio arriverà più forte).

Passo 3. Tirate la volata alla vostra candidata in Emilia Romagna, notoriamente esperta di amministrazione e buon governo, promettendo ospedali aperti al sabato e alla domenica. Se poi volete proprio esagerare, aggiungete che con voi al governo si passerà pure i semafori quando c’è il verde. Roba forte.

4. Trangugiate ogni cosa come se non ci fosse un domani, prendete 27 chili al giorno e fatevi fotografare per ogni morso dato al bolo di riferimento, sia esso un arancino alla sugna, una lasagna cesellata con l’alchermes fatto in casa da Borghezio o un genuino tiramisù al napalm.

(Anche qui, se dopo la foto sparerete un bel rutto, i sondaggi schizzeranno alle stelle).

5. Se vi chiedono del Mose, prendetevela a caso con Toninelli per poi chiedervi sgomenti “perché diavolo il Mose non è ancora finito?!?”, benché la regione in oggetto sia governata dai tempi di Badoglio dalla Lega (cioè da voi). E benché e al governo nazionale di “Roma ladrona”, al tempo, ci fossero gli stessi che ancora oggi quello lì chiama eufemisticamente “alleati”.

6. Pregate che Saviano, Murgia e derivati assai minori tipo “Maria Antonietta” Aprile o “Fascino Vivido” De Angelis, continuino a tirarvi la volata. Gli amici sono preziosi.

7. Se ti interpellano su cose tremende come la morte di Stefano Cucchi, fai battutacce sul buco nell’ozono: in qualsiasi altro paese ti inseguirebbero col badile, ma da noi no. Anzi.

8. Se ti interpellano su questioni complesse (ancor più per Salvini) come Ilva o Arcelor Mittal, prenditela con chi ha cancellato quella porcata dello scudo penale. Anche se quel qualcuno, per quanto controvoglia, eri tu.

9. Quando vai in tivù, scegli Porro e non Floris. Col primo, e non solo con lui, è come parlare da soli. Col secondo, e non solo con lui, è un po’ più dura.

10. Manda tanti bacioni a Renzi, perché un fiancheggiatore come lui mica lo ritrovi. Prega il cuore immacolato della Vergine Maria che sia così saturo d’amore da perdonarti tutte quelle citazioni a caso. E soprattutto guardati bene dall’interrompere questa spaventosa erosione di neuroni e buon senso, perché se un bel giorno tale pestilenza intellettiva cessasse, quelli come Salvini varrebbero d’un tratto meno di una tellina morta. E farebbero ridere anche solo a guardarli.

Il prossimo Mose sarà il Tav: fermiamolo

La prova del Mose doveva essere fatta contro l’imponente acqua alta del 12 novembre e giorni successivi, ma “la Ferrari senza freni” come è stata definita non si poteva nemmeno mettere in moto. Una grande opera di cui in questi giorni si è detto di tutto, ammettendo che non è tecnicamente adatta alle sfide poste dall’aumento del livello dei mari generato dal riscaldamento globale (potenzialmente superiore a 80 cm a fine secolo), e che presenta soluzioni costruttive critiche che richiederanno decine di milioni all’anno di costi di manutenzione.

Però il ritornello di tutti è stato: ormai è quasi finita, paghiamo quel che c’è da pagare e mettiamola in esercizio. Anche se non funzionerà come dovrebbe. Una vicenda che sembra una sfera di cristallo per immaginare cosa potrebbe accadere al Tav in Val di Susa tra una ventina d’anni. Anche il Mose prima della sua realizzazione fu infatti fortemente osteggiato sul piano tecnico- scientifico da molti autorevoli esperti del settore che proposero progetti alternativi ovviamente mai considerati. Oggi non resta che lo sconsolato “l’avevamo detto”, ma i 5,5 miliardi ormai gli italiani li hanno sborsati, mazzette incluse. Se si legge il circostanziato volume Il MOSE salverà Venezia? degli ingegneri Vincenzo Di Tella, Gaetano Sebastiani e Paolo Vielmo si ha una frustrante narrazione di tutte le proposte tecniche ignorate, lo studio commissionato nel 2008 dal Comune di Venezia allora retto da Cacciari alla società di ingegneria francese Principia che mostrava le debolezze strutturali, ignorato da governi che diventano decisionisti solo in questi casi, e il meschino processo per diffamazione che gli Autori subirono su denuncia del Consorzio Venezia Nuova, unico signore e padrone della laguna, contro il quale chiunque osava aprir bocca veniva ostracizzato e combattuto. Alle sagge voci dei tre valorosi ingegneri aggiungiamo Luigi D’Alpaos, professore emerito del Dipartimento di idraulica dell’Università di Padova e quella ormai spentasi per sempre nel 2017 di Paolo Pirazzoli, brillante dirigente di ricerca del CNRS francese che ci ha lasciato il pamphlet La misura dell’acqua. Come e perché varia il livello marino a Venezia (2011). Anche Pirazzoli fu querelato e poi fortunatamente assolto per aver combattuto il Mose a suon di equazioni! Ma che triste vicenda per un veneziano apprezzato all’estero e odiato dai poteri del gigantismo tecnologico annidatisi come mostri marini nel fango della laguna. Oggi possiamo dire che se quei docenti fossero stati ascoltati forse avremmo un dispositivo più efficace e meno costoso per mettere al sicuro Venezia. Il caso della nuova linea ferroviaria Torino-Lione manifesta molte analogie con la débâcle veneziana. Anche qui si tratta di un’opera faraonica, valutata in 9,6 miliardi di euro per il solo tunnel transfrontaliero e oltre 26 per l’intera tratta. Anche qui c’è un gruppo di tecnici che hanno mostrato le contraddizioni del progetto sul piano trasportistico, ambientale ed economico. Basti pensare alla celebre analisi costi-benefici voluta dal ministro Toninelli e affidata a Marco Ponti del Politecnico di Milano la quale, nonostante l’esito negativo, verrà poi ignorata mantenendo inalterato il lento, ma inesorabile avanzamento dell’opera. Eppure se l’imponente mole di dati che la Commissione Tecnica contro la Torino-Lione da decenni tenta di portare all’attenzione del governo (sia italiano, sia francese) venisse considerata, forse si potrebbe ancora evitare di gettare in un buco nero una gigantesca somma di denaro pubblico.

In questo caso, a differenza del Mose, l’opera è appena nei suoi primi passi realizzativi e si potrebbe sospendere senza che si arrivi tra qualche anno a dire “ormai è quasi finita, spendiamo quello che c’è ancora da spendere e mettiamola in esercizio”. Rammentiamo che in Val di Susa esiste già una ferrovia internazionale a doppio binario sotto il tunnel del Fréjus, ampiamente sottoutilizzata. Rammentiamo che non è mai stata fatta un’analisi certificata delle emissioni di gas serra per la cantierizzazione e il funzionamento, tale da assicurare che vi sia beneficio climatico entro gli stretti tempi richiesti dall’accordo di Parigi sul clima e dalla stessa politica ambientale europea, che dà per scontato che le linee ferroviarie siano tutte sostenibili mentre dovrebbe dimostrarlo con le misure. Rammentiamo che la politica europea dell’economia circolare dovrebbe ridurre i transiti di merci invece che aumentarli e che se l’opera non verrà utilizzata secondo le ottimistiche previsioni cartacee sarà spaventosamente antieconomica.

Tutti dati che si continuano a sottoporre ai ministri delle Infrastrutture e dell’Ambiente senza che vengano mai analizzati con profondità. Si liquida la questione con “le decisioni sono già state prese e dunque sono le migliori possibili”. Lo si disse anche per il Mose.

“Segui i soldi”: i Riva e la lezione milanese che spaventa Arcelor

La Procura di Milano che oggi interviene sull’Ilva gestita da Arcelor Mittal, cominciando a snocciolare i reati che potrebbero essere stati commessi, conosce bene l’impianto di Taranto e la sua storia. È già intervenuta sulla gestione precedente dell’Ilva, quella del Gruppo Riva.

La storia inizia nel 2012, quando lo stabilimento viene sequestrato. Allora a intervenire è la procura di Taranto. Il giudice per le indagini preliminari scrive che la fabbrica è fonte “di malattia e di morte”. Contesta i reati di inquinamento e danno ambientale. Dispone l’arresto di Emilio Riva e dei suoi figli, Nicola e Fabio. Quest’ultimo è all’estero e resta latitante fino al 2015.

Nel frattempo si muove anche la Procura di Milano, perché a Milano ha la sua sede societaria il Gruppo Riva (come pure la Arcelor Mittal italiana). L’ufficio del procuratore della Repubblica Francesco Greco vuole mettere il naso nella gestione dell’azienda e negli eventuali reati societari commessi dal gruppo e dai suoi proprietari.

Era un “rotamatt”, Emilio Riva: un raccoglitore di rottami. Aveva iniziato l’attività nel dopoguerra e in qualche decennio era diventato il quarto produttore di acciaio in Europa. Dalla sua villa di Malnate, non lontano da Varese, guidava un gruppo con 10 miliardi di euro di fatturato, 30 mila dipendenti, 38 stabilimenti in giro per il mondo. Con ricavi che consentivano una certa generosità: è stato Emilio a finanziare i viaggi apostolici nei cinque continenti di Papa Wojtyla, versando i generosi contributi direttamente nelle mani del papa polacco. Anche la politica ha beneficiato della generosità.

L’acciaieria di Taranto si aggiunge alla sua ricca collezione quando l’Italsider, controllata dallo Stato, arriva sull’orlo del fallimento. Riva la fa ripartire, ma fa ripartire anche i gravissimi danni all’ambiente e alla salute provocati dalle lavorazioni. Le ricerche mediche segnalano nell’area della fabbrica alti tassi di malattie tumorali e un’alta incidenza di tumori infantili. Per questo intervengono i magistrati di Taranto, con l’arresto dei Riva e il sequestro degli impianti. Nel giugno 2013 l’Ilva viene commissariata dal governo. Subito dopo arriva la Procura di Milano, che compie le sue verifiche e nel gennaio 2015 chiede l’intervento del Tribunale, che accerta l’insolvenza del gruppo Riva e lo colloca in amministrazione straordinaria.

La Procura milanese inizia la caccia al tesoro. Le casse dell’Ilva sono vuote, ma i conti all’estero dei Riva sono pieni. La Procura e la Guardia di finanza trovano i soldi della famiglia in Svizzera. Greco chiede il sequestro di 1 miliardo e 230 milioni di euro. Nel 2017 i soldi sono resi disponibili e 1 miliardo circa viene destinato al risanamento ambientale dello stabilimento di Taranto, alla sua decontaminazione e bonifica.

Oggi, due anni dopo, della cifra sequestrata sono stati spesi o almeno allocati 635 milioni, impiegati o da impiegare per la decontaminazione, la gestione e il trattamento di acque e rifiuti e la bonifica e messa in sicurezza delle discariche. In cassa sono rimasti circa 450 milioni, che dovranno essere destinati ad altri interventi di bonifica dell’area. A Taranto intanto, davanti alla Corte d’assise, parte il processo per disastro ambientale chiamato “Ambiente svenduto”, con imputati Fabio Riva e ad altre 46 persone e società. Contestata anche la corruzione in atti giudiziari, per una tangente che sarebbe stata versata a un consulente della Procura.

Mentre a Taranto si procede per i reati ambientali, a Milano si contesta alla famiglia Riva la bancarotta. Esce presto di scena il patriarca Emilio, che muore a 88 anni nell’aprile 2014. Suo fratello Adriano patteggia 2 anni e 6 mesi di pena, nel maggio 2017, e raggiunge un accordo con la Procura con cui rinuncia a tornare in possesso del tesoro sequestrato e poi fatto rientrare in Italia.

Restano i figli di Emilio, Fabio e Nicola. I due tentano un accordo nel febbraio 2017 e poi ancora nell’ottobre 2017: chiedono di patteggiare una pena di 5 anni (Fabio) e 2 (Nicola). Il giudice dell’udienza preliminare Chiara Valori respinge la richiesta, giudicando “incongrua” la pena a fronte della bancarotta contestata. Solo nel febbraio 2018 a Nicola è concesso il patteggiamento: a 3 anni di carcere. Fabio Riva viene invece processato con rito abbreviato dal giudice milanese Lidia Castellucci.

L’accusa, rappresentata dai pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, chiede 5 anni di carcere. Nel luglio 2019, la sentenza: l’imputato è assolto dal reato di bancarotta perché il fatto non sussiste. Soddisfatti i suoi avvocati, Salvatore Scuto e Gian Paolo Del Sasso. Incredula la pubblica accusa, che in attesa delle motivazioni (ancora non arrivate) annuncia che ricorrerà in appello.

Intanto, nel 2018, a Taranto è arrivata la Arcelor Mittal. Oggi l’ultima crisi. E la Procura di Milano torna a occuparsi dell’Ilva.