Lo chiamano stand-off. Una situazione di stallo fra i giovani asserragliati dentro il Politecnico di Hong Kong e la polizia che ha circondato gli attivisti pro democrazia. A 40 ragazzi feriti è stato permesso di uscire per ricevere cure, ma è probabile che saranno arrestati subito dopo. Una fonte della polizia ha affermato chi si arrende senza combattere potrà aspettarsi “punizioni indulgenti”.
In questo contesto si inserisce Pechino: “Abbiamo sufficiente determinazione e potere per mettere fine ai disordini”. La Cina sta facendo il conto alla rovescia per intervenire e spegnere una volta per tutte la rivolta dei movimenti. I segnali ci sono; le voci di un allontanamento nei primi mesi del 2020 della governatrice Carrie Lam, i soldati delle forze antiterrorismo che sabato sono usciti dalla caserma per aiutare i residenti a pulire le strade dai detriti dopo gli scontri, e ieri la dichiarazione dell’ambasciatore Liu Xiaoming per cui la protesta che prosegue ormai da maggio “nulla a che fare con la cosiddetta democrazia, vuole solo minare il modello ‘un Paese, due sistemì”. Xiaoming aggiunge: “Pechino non resterà con le mani in mano se lo scenario diverrà incontrollabile”. Per gli standard di Pechino, probabilmente lo è già.
Nella storia della rivolta di Hong Kong avviata contro il governo di Carrie Lam dai movimenti pro democrazia, gli ultimi giorni saranno ricordati come “la battaglia del Politecnico” con immagini drammatiche di studenti che, per sfuggire all’accerchiamento dei poliziotti, si sono calati su un tratto di autostrada con funi e corde di fortuna. Almeno 100 sarebbero riusciti ad allontanarsi in questo modo. Le versioni su quello che è accaduto sono, ovviamente, discordanti: i giovani che sono dentro al Politecnico denunciano che, chi fra loro ha provato ad uscire, è stato picchiato e arrestato dagli agenti, seppur in assenza di atteggiamenti violenti. “Non hanno attaccato nessuno” e “la maggioranza degli studenti vorrebbe solo andarsene a casa” ha detto Ted Hui, consigliere legislativo del Partito democratico di Hong Kong, che fino a ieri era all’interno del campus assediato. A chi gli chiedeva delle bottiglie incendiarie e di altre armi in mano ai dimostranti, ha replicato che sono state preparate solo per “difendersi” da un assalto della polizia. Se la polizia avesse lasciato ai dimostranti la possibilità di allontanarsi dal campus pacificamente, i ragazzi lo avrebbero fatto, ha aggiunto Hui.
Le forze di sicurezza invece sostengono che i giovani usciti dalla struttura hanno avuto l’intenzione di rompere il cordone degli agenti in modo violento.
Le proteste contro il governo prendono origine dalla norma, poi ritirata, che prevedeva l’estradizione verso Pechino di chi fosse stato arrestato a Hong Kong. Carrie Lam ha fatto marcia indietro ma i movimenti pro democrazia hanno messo sul tavolo cinque richieste ben precise, fra cui le sue dimissioni, elezioni democratiche e una inchiesta indipendente sugli abusi della polizia in questi sette mesi.