L’indotto in bilico: “Ci devono milioni, non sopravviveremo”

Operai con stipendio decimato dalle commesse ridotte e dagli ammortizzatori sociali che ancora non arrivano, titolari di aziende con i conti in rosso e in mano fatture da milioni di euro che Arcelor Mittal non paga da mesi, i salari dei dipendenti e la sopravvivenza delle imprese a rischio: a Taranto, ieri, imprenditori e lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva hanno puntato il dito contro la multinazionale franco-indiana, affinché onori i debiti, e anche contro il governo affinché scongiuri la chiusura dell’acciaieria.

Dalle prime oredel mattino una schiera di camion si è piantata davanti ai cancelli dello stabilimento, attorno picchetti di decine di persone. La Confindustria del capoluogo ionico ha fatto i conti: l’indotto del siderurgico, tra ditte della manutenzione e autotrasportatori, conta 150 società che occupano 6mila addetti. Non tutte lavorano con un unico cliente, ma quando il gigante minaccia di andarsene è l’intero settore a finire con le gambe per aria. I crediti verso Arcelor Mittal superano i 60 milioni di euro e si aggiungono ai 150 milioni dovuti a quelle imprese dall’amministrazione straordinaria. La rabbia, finora tutto sommato contenuta, potrebbe esplodere a momenti. Quando l’anno scorso è arrivato il colosso a prendersi la fabbrica, la speranza di tutti era che si potesse stabilizzare una situazione resa ballerina dai continui cambi di proprietà. È successo l’esatto contrario.

Lo sanno i venti dipendenti della Abl. L’azienda ha sede a Bergamo, ma loro sono distaccati a Taranto per manutenzioni sugli impianti dell’ex Ilva. Da maggio sono in cassa integrazione, che però ancora non arriva. Lavorano una settimana o dieci giorni al massimo ogni mese e sono costretti a vivere con quanto guadagnato in queste poche ore di servizio. “Il 22 scadono le tredici settimane di cassa – dice un delegato della Uilm – e non sappiamo se sarà rinnovata”.

Ansia anche per i 74 della Peyrani, che finora ha resistito ma con difficoltà. “Già si faceva fatica a vincere gli appalti – dice Antonio Palma, anche lui della Uilm – con Arcelor Mittal che preferisce risparmiare rivolgendosi alle aziende multiservizi, mentre noi abbiamo il contratto da metalmeccanici. Ora siamo ancora più preoccupati”. Luca Palma è un imprenditore che guida la Ferplas, specializzata in carpenteria metallica e montaggi: 150 lavoratori su 250 impegnati direttamente nello stabilimento. “Arcelor Mittal – spiega – ci deve 2,5 milioni, più di metà già scaduti, e si aggiungono i 3,8 milioni di crediti dall’amministrazione straordinaria”.

Anche il presidente della Confindustria Taranto Antonio Marinaro è direttamente coinvolto con Quadrato Divisione Industria, che fa manutenzione: “A fine settembre – dice – avevo 330 dipendenti, oggi sono 150”. Mancano 6,5 milioni di euro da Arcelor Mittal, 3,5 scaduti. “Dal 2012, nonostante la crisi dell’Ilva, i nostri dipendenti hanno comunque sempre preso lo stipendio, con fisiologici giorni di ritardo a volte, ma non hanno mai rischiato di non prenderlo. Questa volta il rischio c’è tutto”.

Il governatore pugliese Michele Emiliano ha detto di essere pronto a far pagare questi debiti alla Regione per poi rivalersi contro l’Arcelor Mittal: “Sconsiglio loro di trasformarci in creditori, perché poi li perseguiteremo legalmente”.

Timida apertura di Mittal, ma Conte sonda già Cdp

Nonostante le “minacce” e i “danni agli impianti”, denunciati dai commissari, il governo non ha ancora chiuso alla possibilità che l’Ilva resti ad Arcelor Mittal. Dopo i tentativi disperati portati avanti nelle scorse settimane da Giuseppe Conte, depositario unico della trattativa, il colosso in fuga da Taranto ha aperto uno spiraglio, chiedendo un incontro al premier.

Il segnale arrivato dalle Procure di Milano e Taranto e dall’offensiva legale dei commissari ha sortito l’effetto. Il vertice doveva essere oggi, ma è slittato a venerdì alle 18:30 a Palazzo Chigi: col premier ci sarà il ministro dello Sviluppo Patuanelli. È il secondo incontro da quando Mittal ha annunciato l’addio e verosimilmente sarà l’ultimo: “Hanno aperto a qualche concessione, ma andrà verificata”, filtrava da ambienti di governo. In pochi ci credono.

Si riparte dalla mano tesa dall’esecutivo la scorsa settimana, prima che la multinazionale comunicasse il cronoprogramma di spegnimento dell’area a caldo, ieri sospeso dal Tribunale di Milano in attesa dell’udienza civile del 27 novembre. Il primo passo è la reintroduzione di una garanzia giuridica chiesta da Mittal: se non proprio lo scudo penale, eliminato in Senato, almeno un norma interpretativa che – appoggiandosi all’articolo 51 del codice penale (nessuno è punibile per atti commessi adempiendo alla legge, che nel caso sarebbe il piano ambientale) – si applichi a tutte le aziende strategiche. È la versione sostenuta da Patuanelli, ma bocciata dai parlamentari 5Stelle pugliesi (di cui 13 al Senato) nell’incontro con il ministro e lo stesso premier martedì scorso. Anche se i senatori hanno dato un’apertura di massima a discuterne nel caso arrivi una proposta articolata. Anche perché, secondo Conte, una qualche forma di garanzia servirà a chiunque finirà a gestire l’impianto.

Sul piano occupazionale il governo è pronto a concedere gli ammortizzatori sociali per circa 2500 operai, ma niente esuberi, tantomeno i 5 mila chiesti da Mittal insieme a un forte sconto sull’affitto pagato dal colosso (180 milioni l’anno) e quindi sul prezzo finale d’acquisto (nel 2021) da 1,8 miliardi. Su quest’ultimo punto la trattativa è ancora più difficile. Uno sconto è possibile, ma solo in cambio di impegni concreti su ulteriori investimenti ambientali e produttivi, per ora assenti.

La via è assai stretta, specie alla luce dei comportamenti di Mittal. L’alternativa è la gestione commissariale e un prestito ponte pubblico in attesa di un nuovo gestore. Conte preferirebbe l’intervento di Cassa Depositi e Prestiti insieme a un partner industriale, anche lasciando Mittal con una quota del capitale. Ipotesi discussa ieri in un colloquio di 40 minuti col ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e coi vertici di Cdp a margine delle celebrazioni per i 170 anni della Cassa. I sindacati chiedono di trattare con Mittal e ieri in serata sono saliti al Quirinale per parlare di Ilva con Mattarella. Tra il Colle e Palazzo Chigi c’è un filo diretto: “È un grande problema nazionale, che va risolto con impegno e determinazione”, ha detto il capo dello Stato.

“Puntano a chiudere, come fecero a Bucarest”

C’è ancora in gran parte della maggioranza e del governo l’idea che si possa tornare al tavolo con ArcelorMittal per convicerla a gestire il gruppo ex Ilva come s’era impegnata a fare. Una speranza che non pare condividano i commissari governativi, almeno a leggere gli atti presentati alle Procure di Milano e Taranto. Il primo ad esempio, oltre a citare la sparizione di materie prime per 500 milioni di euro ricevuti al momento dell’affitto (1° novembre 2018), racconta il “preordinato illecito disegno di ArcelorMittal” che, se non fosse bloccato subito, “condurrà inevitabilmente al perimento degli altiforni, alla distruzione dell’avviamento e alla dispersione del know-how aziendale: in pratica alla morte del primo produttore siderurgico italiano e di uno dei maggiori d’Europa”.

Da cosa si evince questo “preordinato illecito”? La multinazionale, scrivono i commissari, “1) ha interrotto qualsiasi ordine ed acquisto di materie prime; 2) ha rifiutato i nuovi ordini dei clienti; 3) ha interrotto i rapporti con i subfornitori; 4) ha interrotto l’avanzamento del Piano Ambientale e sta interrompendo la manutenzione degli impianti (da mesi eseguita – ora si comprende perché – con modalità non corrette e poco diligenti)”.

Questo comporterà senza interventi l’immediato spegnimento della cosiddetta “area a caldo” – quella più di valore a livello industriale – e Arcelor avrà se non altro eliminato la possibilità che la più grossa acciaieria d’Europa, quella di Taranto, possa finire a un suo concorrente (com’era auspicabile qualche anno fa e, idealmente, se si riuscisse a risanare la fabbrica): “Un quadro generale che non può evidentemente che dare fiato a chi, al momento del contratto, aveva prognosticato che sarebbe rapidamente emerso che ArcelorMittal aveva stipulato il contratto al solo fine di uccidere un proprio importante concorrente sul mercato europeo”. Non che le voci contrarie all’epoca furono molte, ma questo passaggio dell’atto milanese dovrebbe far saltare sulla sedia vecchi commissari, ex ministri e presidenti del Consiglio.

Anche perché il passaggio successivo è ancora più rivelatore: “Una situazione purtroppo non nuova per ArcelorMittal: la vicenda (di Ilva, ndr), spiace dirlo, sta infatti assumendo un inquietante parallelismo con la strategia che ha posto in essere alcuni anni fa rispetto a quello che avrebbe dovuto essere il rilancio del siderurgico di Hunedoara in Romania”.

La storia merita di essere ricordata. La grande acciaieria statale in Transilvania ancora nel 1993 dava lavoro a 20mila operai; quando i Mittal – all’epoca non ancora “sposati” con la franco-lussemburghese Arcelor – ci mettono gli occhi erano circa 8mila, all’ingrosso come oggi a Taranto: dal 2011 sono poche centinaia. Quell’impianto, di fatto, è uscito dalla mappa della siderurgia mondiale portandosi dietro quella che fu, negli anni del comunismo, una città industriale.

Interessante e istruttivo pure come l’operazione si concretizzò. Siamo nel 2001 e Mittal, che aveva appena chiuso una acciaieria a Cork in Irlanda, inizia a muoversi per Hunedoara, impianto che sembrava destinato ai francesi. L’imprenditore indiano (residente a Londra) riuscì però a spuntarla anche grazie a una lettera che il 23 luglio 2001 l’allora premier britannico Tony Blair inviò al suo omologo rumeno Adrian Nastase, lettera in cui lasciava intendere che l’affare avrebbe aiutato Bucarest a entrare nell’Unione Europea. Si seppe poi che, in vista delle elezioni politiche in Gran Bretagna del giugno 2001, Mittal aveva finanziato con 125mila sterline il Partito laburista di Tony Blair.

A livello industriale, Mittal se la giocò così: forte dell’appoggio di Londra, prima di prendere possesso degli impianti (nel 2004) pretese il licenziamento di 6mila operai su 8mila promettendo però che sotto quella soglia non si sarebbe mai scesi e semmai – data attuazione al promesso “pieno rilancio del centro siderurgico” – si sarebbero creati nuovi posti di lavoro: nel 2011 i dipendenti dell’acciaieria di Hunedoara erano scesi sotto quota 700.

Bonifiche e riparazioni: “È tutto fermo da mesi”

Arcelor Mittal “non ha neppure eseguito il programma di manutenzione degli altiforni concordato nell’ambito del contratto” e “molte delle attività programmate per il periodo novembre 2018-aprile 2019 non erano state eseguite o erano state effettuate solo in parte”. Lo mettono nero su bianco i commissari: la multinazionale dell’acciaio che gestiva la fabbrica di Taranto ha stoppato le operazioni di manutenzione e impedito il completamento del Piano ambientale che avrebbe dovuto garantire a operai e cittadini meno rischi per la salute.

Negli atti depositati alla magistratura, i commissari fanno addirittura l’elenco: spiegano ad esempio che tra i tanti ritardi vi sono la “molatura mescolatore secondario” che non risulta ancora eseguita, la “manutenzione nastro t35” indicata come “sospesa” oppure che la “manutenzione gruppo motori diesel continuità raffreddamento forni in calce” risulta “non effettuata”.

Senza contare che “a partire dal giugno 2019 Arcelor Mittal ha deciso di fare ricorso a frequenti fermate degli impianti (in particolare, dei tre altiforni, ne è stato fermato uno, a rotazione, per 24-48 ore in modo da averne sempre due in produzione)”, operazione che “ha ridotto notevolmente la vita tecnica dei tre altiforni”. Un danno che prefigura, in piccolo, quello di uno spegnimento prolungato: “Un riavviamento (…) innescherebbe un processo graduale di riscaldamento dei mattoni refrattari precedentemente raffreddati foriero di gravissimi rischi non solo dal punto di vista tecnico ma, anche, sul piano della sicurezza del personale preposto e dell’impatto ambientale”.

Rischi che sembrano temporaneamente scongiurati da quanto comunicato ieri sera dall’ad di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli, ai sindacati: in una nota, infatti, Fim, Fiom e Uilm hanno spiegato che la manager ha comunicato “sia la regolare ripresa delle attività e degli ordini commerciali, a partire dal Treno Nastri 2, che la prosecuzione della marcia dell’Altoforno 2 in attesa di una definitiva decisione della Procura di Taranto”. L’Altoforno 2 che, sosteneva Arcelor, andava spento per forza per ordine dei pm.

Ieri peraltro, con la delega per accertare i fatti alla Guardia di Finanza, è entrata nel vivo l’indagine avviata dalla Procura tarantina con l’esposto presentato dai commissari. Un documento di 18 pagine che farebbe ipotizzare la commissione di almeno due reati: la distruzione di prodotti industriali o di mezzi di produzione che danneggerebbe l’economia italiana e l’appropriazione indebita.

L’esposto in sostanza ripercorre i punti salienti della vicenda e sottolinea come le azioni definite “senza ritorno” della multinazionale franco-indiana abbiano l’obiettivo di “danneggiare irreparabilmente gli impianti industriali, e, di conseguenza, portare, in maniera repentina ed irreparabile, alla sostanziale distruzione dei complessi aziendali”, penalizzando quindi, non solo Ilva, ma anche l’Italia e persino l’Ue.

I commissari hanno pure ricordato come nei giorni scorsi avessero comunicato l’intenzione di effettuare una visita ispettiva nell’impianto di Taranto e di come Arcelor, attraverso una nota del 14 novembre, abbia negato questo accesso spiegando che “essendo stato risolto il contratto con la comunicazione del 4 novembre 2019” non era più tenuta rispettare l’obbligo di garantire l’accesso ai commissari.

In sostanza, dagli atti legali presentati dai commissari si evince che ritengono quello di Arcelor Mittal un comportamento “preordinato” e “doloso”. È il caso della sparizione del “magazzino (le materie prime, ndr) del valore di circa 500 milioni di euro” passato alla multinazionale “al momento della presa in consegna dei rami d’azienda” e oggi scomparso, come dimostrano le foto scattate dagli operai di Taranto, senza che l’azienda si sia preoccupata “di procedere ad alcun ulteriore acquisto”.

Altra storia esemplare è quella dei cosiddetti “Beni esclusi”, cioè non inseriti nel contratto del 2018: i commissari ad aprile accettarono l’offerta di Arcelor per 100 milioni, ma l’azienda da giugno iniziò a tergiversare rifiutandosi in tre occasioni di firmare il contratto e pagare la somma dovuta. In sostanza, la multinazionale ha usato i “beni esclusi” come fossero i suoi, rifiutandosi di pagarli nei mesi in cui valutava (o progettava) di andarsene dall’Italia

Il giudice ferma Mittal. Si indaga per bilanci truccati e bancarotta

Arcelor Mittal vuole lasciare l’ex Ilva di Taranto. Il progetto del colosso siderurgico franco-indiano non sembra però di facile attuazione. Soprattutto per il fronte giudiziario aperto a Milano. Due ambiti: quello civile e quello penale. Iniziamo con il secondo. La Procura diretta da Francesco Greco venerdì ha aperto un fascicolo a livello conoscitivo (modello 45) senza indagati né capi d’imputazione. Ieri, a distanza di tre giorni con una più che giustificata velocità vista la rilevanza pubblica della vicenda, il fascicolo è passato a modello 44, ovvero senza indagati, ma con precisi capi d’imputazione. La decisione è arrivata dopo un lungo vertice tra i pm titolari del fascicolo, il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e lo stesso Francesco Greco. Secondo qualificate fonti giudiziarie, l’indagine segue due filoni precisi: il primo riguarda l’ambito delle false comunicazioni sul mercato internazionale dell’acciaio, il secondo affronta il settore dei reati fallimentari, ipotizzati dopo l’affitto dei rami d’azienda da parte di Mittal e incardinati su una società, l’ex Ilva, già fallita e affidata a un’amministrazione commissariale. Tra le ipotesi vagliate dalla Procura c’è anche la bancarotta. Qui la barra investigativa punta anche sugli acquisti di materie prime effettuate da Mittal da società (estere e non) del gruppo e a prezzi fuori mercato come ipotizzato dal ministro degli Affari regionali Francesco Boccia la scorsa settimana.

Nei prossimi giorni, la Finanza farà accertamenti su una società olandese del gruppo franco-indiano da cui Mittal si servirebbe per l’approvvigionamento di materiali. Società che, oltre a vendere all’ex Ilva a prezzi che però parrebbero più alti rispetto a quelli di mercato, godrebbe di un regime fiscale più vantaggioso. Il punto è segnalato anche nelle 70 pagine di ricorso depositate dai commissari al tribunale civile di Milano. Qui si sottolinea come Mittal “ha arrestato l’approvvigionamento delle materie prime necessarie alla produzione siderurgica” e “ha interrotto i rapporti con i subfornitori”. Un quadro che promette di allargare il campo delle indagini anche ai reati tributari. Intanto, ieri, in Procura a Milano i pm hanno ascoltato i primi testimoni. Tra questi anche un dirigente dell’amministrazione commissariale. Il campo civile e quello penale restano dunque legati per quanto riguarda i fatti ricostruiti nel ricorso dei commissari di governo all’attenzione anche della Procura. Settanta pagine durissime nei confronti della citazione di Mittal per arrivare alla rescissione del contratto. Dopo che venerdì il tribunale civile ha ricevuto l’atto di Arcelor e il ricorso d’urgenza dei commissari, ieri il presidente della sezione specializzata in materia d’impresa Claudio Marangoni ha fissato la prima udienza al 27 novembre. Il giudice ha anche invitato il colosso franco-indiano “a non porre in essere condotte (…) pregiudizievoli per la piena operatività degli impianti, differendo lo sviluppo delle operazioni già autonomamente prefigurate per il limitato tempo necessario allo sviluppo del presente procedimento”. Nessun blocco degli altiforni. In un comunicato Mittal ha fatto sapere che sospenderà le procedure di spegnimento in attesa della sentenza. L’alt del giudice è arrivato dopo la lettura del ricorso depositato dai commissari dove si legge come l’iniziativa di Arcelor “è strumentale alla dolosa intenzione di forzare con violenza e minacce un riassetto contrattuale già negoziato”. E ancora: “Le vere ragioni dell’iniziativa di Arcelor sono da ascrivere (…) all’incapacità” di Mittal “di gestire l’operazione o alla pervicace volontà di eliminare dal mercato un concorrente distruggendone l’organizzazione aziendale”.

Uno dei cardini della volontà di Mittal di rescindere il contratto è quello del venire meno dello “scudo penale”. Elemento che il ricorso dei commissari smonta totalmente. Lo scudo penale è legato solo all’attuazione del Piano ambientale e non all’attività della fabbrica. Lo scudo, secondo il contratto firmato da Mittal, poteva essere prorogato fino al 29 marzo scorso. A pagina 35 del ricorso si legge: “Lo scudo penale non ha ad oggetto l’attività produttiva, bensì l’esecuzione degli interventi previsti dal Piano Ambientale”. La posizione di Arcelor per i commissari è pretestuosa, anche perché “Mittal non è un turista passato per caso a Taranto: è il maggiore player mondiale nella produzione dell’acciaio che, dopo oltre un anno di verifiche tecniche, sopralluoghi ed esami tecnici, ha stipulato un contratto vincolante per l’acquisto dei complessi aziendali che rappresentano il cuore della industria siderurgica italiana”. L’uscita di Mittal dall’ex Ilva riguarda dunque un impianto industriale di “interesse strategico” e determinerebbe “danni incalcolabili all’economia nazionale” creando “una crisi occupazionale” e lasciando “irrisolte problematiche ambientali e di sicurezza”.

I predoni ambientali e la cavia San Marco

Quel che sta accadendo a Venezia è una tragedia, ma non è una sorpresa. L’onda di marea ha invaso la basilica di San Marco, che John Ruskin vedeva quasi come l’orologio o il termometro del mondo, tanto immenso e prezioso è il patrimonio d’arte e di memorie che essa racchiude.

Ma il malato che invoca la cura non è San Marco, è Venezia in ogni sua pietra, in ogni sua fibra, con l’ineguagliabile tesoro di civiltà e di monumenti che ci offre. Ogni “acqua alta” ci rivela quel che sapevamo già: ciascuno di questi eventi potrebbe parere una febbre passeggera, ma è invece il sintomo di una malattia mortale. Per quanto dica l’irresponsabile partito dei negazionisti (capeggiato da Trump), l’incuria delle imprese e dei governi ha già modificato in modo forse irreversibile il clima di alcune aree del mondo, e il Mediterraneo è tra queste. Tra venti o trent’anni la condizione patologica di questi giorni sarà permanente. Venezia, e con essa molte città costiere, verranno sommerse dalle acque, e se vorremo visitarle dovremo indossare lo scafandro del palombaro. Ma Venezia è un caso speciale, perché qui l’allarme acqua-alta è arrivato decenni prima della crisi ecologica globale degli ultimi anni, e l’emergenza clima non fa che aggravare un problema preesistente a cui non si è saputo porre rimedio.

È anche troppo facile accusare Trump e i suoi accoliti di negazionismo, mentre noi ci sentiamo dalla “parte giusta”, crediamo di aver capito tutto. E se abbiamo capito, perché non riusciamo a far nulla per Venezia? Tutti i governi italiani, di ogni segno politico, si sono a parole schierati con chi vuol reagire ai cambiamenti di clima. Ma che cosa hanno fatto per Venezia, da 50 anni in qua? In questa città miracolosa, che – come una perla dentro un’ostrica – sorge su un reticolo di isole al centro della sua Laguna, la necessità di arginare l’invasione delle acque fu colta molto presto, tanto da lanciare il progetto MoSE (“Modulo Sperimentale Elettromeccanico”), una barriera pensata per difendere la Laguna e Venezia dalla crescita incontrollata delle acque. La storia del MoSE può servire come un apologo che ha molto da insegnare per il futuro, e a livello planetario. Venezia è infatti, ben prima dei recenti cambiamenti climatici, sommo esempio di un equilibrio profondamente turbato tra natura e cultura (tra città e Laguna); ma anche dell’avidità e della corruzione che trasformano i problemi ecologici in occasioni di profitto privato. È successo a Venezia, può succedere altrove. Vediamo perché.

Il MoSE fu lanciato con gran pompa come la risposta tecnologica alla fragilità di Venezia davanti alle maree, evidenziata dall’acqua granda del 1966. Ma doveva essere inaugurato entro il 1995, e invece più di trent’anni dopo il cantiere è ancora aperto, e nessuno sa quando (e se) verrà completato. Perché? È una storia di corruzione politica e di spreco di risorse pubbliche: le indagini hanno coinvolto un sindaco (Orsoni), un ex presidente della Regione Veneto ed ex ministro dei Beni culturali (Galan), il Consorzio di imprese Venezia Nuova, numerosi politici e professionisti. In un libro importante (Corruzione a norma di legge. La lobby delle grandi opere che affonda l’Italia, Rizzoli) Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri hanno mostrato che questa “grande opera” (costo previsto 2 miliardi) ha inghiottito 6,2 miliardi di denaro pubblico, e di questi almeno 2 miliardi dovuti all’affidamento dei lavori in monopolio, con conseguente corruzione. Queste sono finora le uniche certezze sul MoSE: problemi, speranze, finanziamenti, progetti, sprechi, dilazioni, corruzione. Non è certo, invece, né che verrà mai finito né che, se finito, funzionerà. Sappiamo però che uno dei fattori di fragilità della Laguna è il Canale dei Petroli (Malamocco-Marghera), che Luigi D’Alpaos ha definito “il più devastante misfatto idraulico del Novecento”, per la profonda escavazione che ha violato i bassi fondali propri della Laguna, fragilizzando l’intero ecosistema. Oggi si dovrebbe avere il coraggio di tornare indietro, di intervenire correggendo e limitando al massimo la massiccia erosione dei fondali, “ri-naturalizzando” la preziosissima Laguna: non ingombrante appendice di un parco a tema, ma parte essenziale di uno stesso insieme ecologico, che include le barene e le valli da pesca, le chiese e i palazzi, i canali e le isole. Nulla si è mai fatto in questo senso. In compenso non manca chi al Comune o all’Autorità Portuale, pur di salvare il traffico di “grandi navi” che inquinano e deturpano il bacino di San Marco, propone l’escavazione di un nuovo e più profondo canale, ampliando a dismisura quello di Contorta Sant’Angelo (da 6 a 100 metri!), moltiplicando l’innaturale flusso delle acque a profondità fino a 60 metri. Con la certezza di nuovi disastri, che non ferma i fautori di un degrado spacciato per progresso.

Questa vicenda dovrebbe darci un forte insegnamento. A Venezia un problema serio ha innescato l’intenzione, altrettanto seria, di trovarvi soluzione; ha generato enormi investimenti, ma con l’arrivo dei soldi è arrivata la corruzione, e l’acqua alta è diventata pretesto di illeciti guadagni. Il problema da cui si era partiti, sommerso nelle polemiche, è rimasto irrisolto. Nei prossimi anni lo stesso potrebbe accadere a livello planetario. La gravità della crisi ambientale provocherà l’affannosa ricerca di soluzioni tecnologiche, la corsa ai progetti e agli investimenti: e dunque aprirà ai corrotti di oggi e di domani un graditissimo terreno di caccia. Tutto, anche l’imminente catastrofe del mondo, può diventare una buona occasione per inseguire il più cieco profitto. Non basta capire che c’è un problema, non basta volerlo risolvere, non basta investire fondi adeguati. Non c’è buona politica senza garantita moralità e senza un funzionante sistema di garanzie. Venezia è stata ed è la cavia di un cinismo che per brama di enormi guadagni sfrutta a proprio vantaggio un gravissimo problema ambientale. Che cosa accadrà, e non solo in Italia, quando ci decideremo ad affrontare gli ancor più gravi problemi ambientali non di Venezia, ma della Terra?

Siamo sicuri che convenga finirlo?

La consueta ripetizione dell’acqua alta a Venezia è causata dal moto dell’Adriatico, dove le maree naturali spingono e accumulano temporaneamente verso nord le acque. Quando a questo fenomeno ciclico si somma la forza occasionale ma poderosa del vento di scirocco, la spinta insacca il mare dentro e contro la laguna innalzando in modo parossistico l’acqua alta.

Il Mose è stato immaginato “a freddo” e non tiene conto delle dinamiche naturali. La laguna comunica con il mare attraverso alcune cosiddette bocche di porto. È evidente che in corrispondenza delle bocche il flusso dell’acqua abbia una maggiore energia, come quando strizzando la manichetta dell’acqua in giardino si aumenta la forza del getto. Le paratoie del Mose devono per forza stare in corrispondenza delle bocche. Ora il fondo della laguna non è fermo, solido e liscio come una superficie di cemento. È un organismo mobile, plastico, in continuo divenire. È fatto di materiali eterogenei: sabbie, limi, fanghi che sono in continuo impercettibile movimento; a seconda delle correnti, verso il mare o l’interno della laguna. Lo spessore dei sedimenti è un habitat di varie specie, organismi dallo scheletro in prevalenza calcareo, che tendono a colonizzare gli oggetti solidi disponibili. Quindi quando immaginiamo le paratoie del Mose dobbiamo vederle non solo nella loro vulnerabilità alla ruggine, che è comunque inevitabile, ma soprattutto nel ripetitivo, costante confronto con i sedimenti del fondale marino-lagunare. Le paratoie sono e saranno sempre, senza interruzione alcuna, smerigliate dalla dinamica dei sedimenti e colonizzate dalle specie locali. E non è affatto detto che la dinamica sia sempre uguale a se stessa: cicli naturali potrebbero modificare in modo apparentemente insensibile la direzione e la forza dei flussi.

I cassoni delle paratoie, logorati dalla ruggine, possono richiedere complicate cure e sostituzioni. In particolare le cerniere che permettono il movimento delle paratoie sono allo stesso tempo l’elemento più essenziale e il più esposto al danno, sia per il movimento standard dell’alza-abbassa, sia per la risposta al moto ondoso, che per definizione è sì ritmato ma irregolare e sorprendente (appare già così in Omero). Che cosa accadrà quando concrezioni calcaree irrigidiranno la rotazione delle cerniere? O, nell’ipotesi più elementare, quando per puro caso l’impaccio sarà più insidioso in un punto qualsiasi determinando un’asimmetria del movimento?

Si legge nell’intervista di Alberto Zorzi su Corriere.it che l’ingegner Francesco Ossola dichiara il timore nei confronti del moto ondoso. Viene da chiedersi se progettisti e gestori abbiano mai considerato che cos’è l’onda marina. Pensavano forse che le paratoie non dovessero fronteggiare il moto ondoso? E che cosa allora? Perfino la laguna in movimento può essere temibile, figurarsi il mare…

Lunghi anni di gestazione e pacchetti di miliardi spesi non hanno prodotto ancora neanche la possibilità dei collaudi. Spudoratamente ci viene detto che l’opera è compiuta al 93-95% e quindi va finita. Non crediamo che la previsione corrisponda a verità. E non sappiamo se augurarci che l’opera venga finita. Non è imprudente immaginare che se sarà terminata la sua vita normale sarà una continua, costosissima attività di manutenzione e arrangiamento. Candidamente Ossola dice al Corriere che non si poteva fare il tentativo manuale di muovere le paratoie in tutte le bocche perché gli uomini attivi potevano coprire solo una bocca; e garantire la copertura di tutte l bocche è un costo alla stato attuale impossibile. Aspettiamoci il peggio e speriamo che quando l’opera sarà finita le paratoie non debbano fronteggiare la veemenza del moto ondoso. Chiederemo clemenza al mare?

Sul Mose pende una scure da mezzo miliardo di euro

Stuoli di ingegneri, tecnici, progettisti e dopo 16 anni il Mose non è completato. Ma anche stuoli di avvocati, consulenti, giudici per un’altra incompiuta, che darà lavoro a molti per i prossimi vent’anni. È una Babele di cause giudiziarie da mezzo miliardo di euro. Un labirinto di carte. Anche a questo faceva riferimento nell’intervista al Fatto di domenica l’ingegnere Alberto Scotti, ad Techint, il progettista del Mose. Sosteneva che, per finire l’opera si debbano dare pieni poteri al nuovo commissario straordinario, Elisabetta Spitz. Che dovrà poter distinguere tra spese operative per ultimare il 6% di impianti che mancano e il contenzioso infinito tra gli attori di questa opera tragica, lo Stato, il Consorzio Venezia Nuova (Cvn, suddiviso tra vecchi amministratori e commissari nominati nel 2014) e le imprese.

Lavori mal fatti. Il documento più recente per dissertare di Mose è il bilancio 2018 firmato a settembre dai commissari Francesco Ossola e Giuseppe Fiengo. Nel 2018 la produzione è stata di 74 milioni di euro. Le lungaggini dei pagamenti sono dovute anche a ritardi nelle liquidazioni per “carenze nei progetti redatti dalla precedente gestione”. Inoltre, sono elencati “adeguamenti, ripristini, rifacimenti di parti d’opera che negli ultimi anni hanno subito danneggiamenti e criticità”.

Un contenzioso da mezzo miliardo. Il Consorzio deve affrontare azioni giudiziarie imponenti. In quattro filoni: danni causati dagli amministratori indagati, rivalsa dello Stato per danni erariali, ricorsi delle imprese del vecchio Consorzio per essere state estromesse e ricorsi di imprese riferiti a singoli appalti o pagamenti.

Un’immagine da 76 milioni di euro. A giugno il Cdm e il ministero delle Infrastrutture hanno avviato una causa per danno d’immagine da 76 milioni di euro, a seguito delle vicende penali, a carico del Consorzio. In realtà esisteva una precedente causa del Consorzio verso le stesse aziende per le sovrafatturazioni che avevano creato le commesse delle tangenti. Ma la causa non era stata riassunta per la messa in amministrazione straordinaria di Condotte Acqua. Ora Cvn viene citato dal governo per la stessa cifra, ma prepara contestazioni mirate ad aziende e persone fisiche.

Danno erariale da 21 milioni. È in corso un giudizio per danno erariale contro Giovanni Mazzacurati (ora deceduto) e Alessandro Mazzi, presidente e vicepresidente Cvn, a causa delle tangenti. Già sequestrati 21 milioni di euro. Il Consorzio, citato in solido, replica: prendetevela con i vecchi amministratori.

7 milioni per Mazzacurati. Mazzacurati aveva chiesto con decreto ingiuntivo il rispetto della transazione da 7 milioni di euro quale buonuscita. La causa è in corso, anche se Mazzacurati è morto.

Le aziende vogliono 150 milioni. Grandi Lavori Fincosit (in concordato) e il gruppo Mantovani (in crisi) hanno impugnato l’atto aggiuntivo del 2017 con cui fu deciso di mettere in gara gli appalti e di non assegnarli alle imprese fondatrici. La richiesta Fincosit (150 milioni) è stata dichiarata inammissibile. Respinta quella di Mantovani. Le cause rimangono.

Comar. La società fu costituita dalle imprese Cvn. Commissariata, è ora il braccio operativo del Consorzio per eseguire i lavori. Fincosit si è opposta al commissariamento, ma ha perso al Tar. Poi ha impugnato i bilanci 2016-17 di Cvn. Udienza nel 2020.

Co.Ve.La. vuole 196 milioni. La Società Consortile Venezia Lavori a marzo ha chiesto 196 milioni da amministratori straordinari, Provveditorato, Presidenza del consiglio e Consorzio, nonché l’annullamento dell’atto aggiuntivo del 2017. Il motivo? “Il danno derivato dall’aggravio dei risultati di gestione del bilancio del Consorzio e il mancato riconoscimento del valore dell’adeguamento dovuto”. 8,5 milioni di euro di utile accantonato. Il Consorzio contesta la richiesta.

Disinquinamento milionario. Il Consorzio acquistò l’area Mulini Pagnan a Marghera per farvi il deposito delle paratoie. Il Tar ha già stabilito che le spese di bonifica sono a carico di Pagnan Finanziaria e del proprietario. Spesa non quantificata, ma dell’ordine di qualche milione di euro. Pende il ricorso.

CCC all’assalto. Cantieri Costruzioni Cemento chiede 2,8 mln per mancati pagamenti di lavori. Il Consorzio replica chiedendone 5 mln.

Soldi ai croati. La società Brodogradevna Industrija Split ha notificato un atto ingiuntivo da 2 milioni 150 mila euro per crediti sugli appalti delle paratoie. Il giudice ha sospeso il pignoramento. La causa prosegue.

“Ambrosini e Astaldi? Un passo indietro oggi e poi tanti avanti”

Luciano Panzani è uno dei magistrati più esperti e stimati d’Italia. Presidente del Tribunale di Alba, poi di Torino, poi presidente di sezione in Cassazione ora è Presidente della Corte di Appello di Roma. E’ l’uomo giusto per parlare delle conseguenze del caso Astaldi. Due commissari liquidatori su tre (Stefano Ambrosini e Francesco Rocchi) della maggiore procedura di crisi d’Europa sono indagati dai pm romani per corruzione in atti giudiziari. Rocchi si è dimesso, Ambrosini no. Panzani è stato membro illustre delle commissioni di riforma, è il co-direttore del Trattato di Diritto Fallimentare, presiede il Consiglio Giudiziario di Roma e conosce il protagonista principale.

Presidente, non so se ha avuto modo di vedere le 17 pagine dei decreti di sequestro, ma leggendole si scopre che i commissari di Astaldi potrebbero prendere 7 milioni a testa e, per i pm, qualcuno puntava a 12 milioni di euro. Non le sembra una cifra eccessiva?

Io ho avuto le carte di cui lei mi parla e ovviamente non le parlo dell’indagine. Sui compensi però dovrebbe andare a vedere i compensi riconosciuti prima agli amministratori di una società come Astaldi perché i commissari sostituiscono gli amministratori. Non si può andare sotto un certo livello altrimenti arrivano professionisti di serie B e poi il compenso ci deve mettere al riparo dal rischio corruzione. Le cifre possono sembrare alte ma se si suddividono per tre commissari e si calcola l’impegno che può giungere fino a sette anni. Poi mi pare di avere letto che il Tribunale alla fine ha previsto i minimi.

Stefano Ambrosini, ha scritto testi giuridici con lei. Lo conosce bene?

Io conosco Stefano Ambrosini da quando aveva i calzoni corti. Il padre Giangiulio è stato un grande giudice ed è un mio amico, apparteniamo alla stessa matrice culturale, la corrente di Md. Il figlio Stefano appartiene alla mia stessa scuola di diritto commerciale, quella di Gastone Cottino. Ambrosini ha curato una parte del Trattato che dirigo con il professor Cagnasso. Io ho scritto delle parti dei volumi di Ambrosini che era membro come me della commissione di riforma della legge fallimentare Rordorf. Sabato scorso Ambrosini doveva essere tra i relatori del convegno di Alba che organizziamo ogni anno e ha fatto un passo indietro.

Quando lei era presidente del Tribunale di Torino, la Sezione fallimentare ha dato incarichi a Ambrosini?

Io sono stato presidente per 5 anni. Non glielo saprei dire con certezza. Guardi sicuramente ha avuto degli incarichi ma non mi pare che ci sia qualcosa di rilevante. Tenga presente che Ambrosini ha avuto incarichi in tutta Italia. A Imperia, è stato nominato in Veneto, in Emilia, a Roma.

Effettivamente è il più ‘scelto’ d’Italia. Nominato commissario nelle amministrazioni straordinarie Alitalia e Tirrenia con governi di destra e di sinistra, lei ha mai incrociato Ambrosini nella sua veste di presidente della Corte d’Appello di Roma?

Se vuole sapere se io mi sia occupato della nomina in Astaldi di Ambrosini, la risposta è no. Io non intervengo in nessun modo nelle nomine che fa la sezione fallimentare. Ho rapporti continui con i colleghi, in particolare con il presidente della sezione Antonino La Malfa ma non intervengo sulle nomine. Il presidente La Malfa mi inviò copia del decreto di nomina pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Così scoprii che era stato nominato Ambrosini.

Maria Antonietta Tanico condivide l’ufficio, anche se i due studi sono separati, con Ambrosini a Roma. Quali sono i suoi rapporti con lei?

È un’amica che io conosco dal 2001 ci siamo incontrati a Pechino perché entrambi seguivamo uno stage di diritto cinese poi ci siamo incontrati molte volte e più spesso da quando io sono qui a Roma, dal settembre 2014. Poi ho pubblicato in appendice agli atti del Convegno di Alba più di dieci anni fa la sua traduzione italiana della legge fallimentare cinese.

Come ha saputo che il suo amico Ambrosini e la sua amica Tanico avevano messo su un ufficio con i due studi?

Lo ho saputo da Ambrosini che lui doveva aprire lo studio a Roma e lei cercava una sistemazione più prestigiosa. Lui le ha offerto di entrare ma non mi risulta siano associati. L’avvocatessa Tanico mi ha detto qualche volta di qualche incarico dalla sezione fallimentare. Sono procedure normali niente a che vedere con quelle di Ambrosini.

Li ha presentati lei?

Non ricordo ma penso di averla presentata io anche perché l’avvocato Tanico da diversi anni viene ad Alba e Ambrosini è stato relatore più volte.

Se lei fa una ricerca con il suo nome (‘Luciano Panzani’) su Google, dopo aver digitato nome e cognome, il sistema le suggerisce – dopo termini scontati come ‘presidente’ o ‘corte d’appello’ – anche ‘Maria Antonietta Tanico’, evidentemente è una ricerca abbastanza frequente.

Guardi io non so come funzioni Google. Forse questa curiosità nasce dal fatto che l’avvocato Tanico ha il nome insieme a Ambrosini e io ho fatto un mucchio di cose insieme a lui. Comunque non voglio dare valutazioni sull’azione penale che è stata esperita. Non mi compete e non posso. Posso però dire quel che ho scritto al professore Ambrosini quando lui mi ha comunicato via mail che non sarebbe venuto al convegno di Alba. Gli ho scritto che mi auguro che oggi lui debba fare un passo indietro ma che in futuro lui ne possa fare molti in avanti. Queste sono quelle disgrazie che capitano nella vita. Se lui ha commesso dei reati è giusto ma se non li ha commessi paga un prezzo enorme.

Lei che consiglio darebbe ad Ambrosini?

In una vicenda del genere non si possono dare consigli. Lui ritiene di poter spiegare o di avere già spiegato e ora sta aspettando l’esito degli accertamenti in corso.

E il maggiore rassicura la consorte: “Fatti una passeggiata, ci penso io”

“La casa mi spetta? Eh, be’, lei che dice?”. Il maggiore dell’Esercito, Claudio Passarelli, sembra divertito quando esce dalla sua Bmw bianca parcheggiata nel garage e fila di corsa sulle scale inseguito dalle telecamere, sbagliando perfino porta di casa, mentre ripete: “Non posso parlare, sono un militare: mi puniscono”. Quando rientra dal lavoro, intorno alle 17, la sua abitazione da 180 mq nel quartiere San Giovanni di Roma è buia. La moglie, l’ex ministra Elisabetta Trenta, non c’è.

Ad aspettarlo solo la cagnetta, con cui scende poco dopo. “Vi ringrazio della compagnia, ma mia moglie ha già detto tutto”, ripete mentre il suo cane si azzuffa con quello di una signora di passaggio. Di domande ne avremmo tante. Quella che proviamo a fargli, sfidando il suo silenzio, e se avesse dichiarato che la moglie possiede un appartamento a un paio di chilometri di distanza da quello ottenuto dal ministero della Difesa: lui ci guarda, sorride un po’ beffardo, allarga le braccia e ripete: “Non le posso rispondere”. Poco dopo riceve una telefonata. Potrebbe essere l’ex ministra. Lui la tranquillizza e in napoletano le dice: “Fatti un’altra passeggiata, che qua ci penso io”.

Le telecamere assediano anche l’abitazione di proprietà dell’ex ministra, quella al Prenestino. Il più gettonato è il portiere, che dopo qualche resistenza assicura: “La casa è vuota, non l’hanno affittata”. Poi difende la coppia: “Sono brave persone, evidentemente qualcuno vuole la casa e ha alzato il polverone”.