Operai con stipendio decimato dalle commesse ridotte e dagli ammortizzatori sociali che ancora non arrivano, titolari di aziende con i conti in rosso e in mano fatture da milioni di euro che Arcelor Mittal non paga da mesi, i salari dei dipendenti e la sopravvivenza delle imprese a rischio: a Taranto, ieri, imprenditori e lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva hanno puntato il dito contro la multinazionale franco-indiana, affinché onori i debiti, e anche contro il governo affinché scongiuri la chiusura dell’acciaieria.
Dalle prime oredel mattino una schiera di camion si è piantata davanti ai cancelli dello stabilimento, attorno picchetti di decine di persone. La Confindustria del capoluogo ionico ha fatto i conti: l’indotto del siderurgico, tra ditte della manutenzione e autotrasportatori, conta 150 società che occupano 6mila addetti. Non tutte lavorano con un unico cliente, ma quando il gigante minaccia di andarsene è l’intero settore a finire con le gambe per aria. I crediti verso Arcelor Mittal superano i 60 milioni di euro e si aggiungono ai 150 milioni dovuti a quelle imprese dall’amministrazione straordinaria. La rabbia, finora tutto sommato contenuta, potrebbe esplodere a momenti. Quando l’anno scorso è arrivato il colosso a prendersi la fabbrica, la speranza di tutti era che si potesse stabilizzare una situazione resa ballerina dai continui cambi di proprietà. È successo l’esatto contrario.
Lo sanno i venti dipendenti della Abl. L’azienda ha sede a Bergamo, ma loro sono distaccati a Taranto per manutenzioni sugli impianti dell’ex Ilva. Da maggio sono in cassa integrazione, che però ancora non arriva. Lavorano una settimana o dieci giorni al massimo ogni mese e sono costretti a vivere con quanto guadagnato in queste poche ore di servizio. “Il 22 scadono le tredici settimane di cassa – dice un delegato della Uilm – e non sappiamo se sarà rinnovata”.
Ansia anche per i 74 della Peyrani, che finora ha resistito ma con difficoltà. “Già si faceva fatica a vincere gli appalti – dice Antonio Palma, anche lui della Uilm – con Arcelor Mittal che preferisce risparmiare rivolgendosi alle aziende multiservizi, mentre noi abbiamo il contratto da metalmeccanici. Ora siamo ancora più preoccupati”. Luca Palma è un imprenditore che guida la Ferplas, specializzata in carpenteria metallica e montaggi: 150 lavoratori su 250 impegnati direttamente nello stabilimento. “Arcelor Mittal – spiega – ci deve 2,5 milioni, più di metà già scaduti, e si aggiungono i 3,8 milioni di crediti dall’amministrazione straordinaria”.
Anche il presidente della Confindustria Taranto Antonio Marinaro è direttamente coinvolto con Quadrato Divisione Industria, che fa manutenzione: “A fine settembre – dice – avevo 330 dipendenti, oggi sono 150”. Mancano 6,5 milioni di euro da Arcelor Mittal, 3,5 scaduti. “Dal 2012, nonostante la crisi dell’Ilva, i nostri dipendenti hanno comunque sempre preso lo stipendio, con fisiologici giorni di ritardo a volte, ma non hanno mai rischiato di non prenderlo. Questa volta il rischio c’è tutto”.
Il governatore pugliese Michele Emiliano ha detto di essere pronto a far pagare questi debiti alla Regione per poi rivalersi contro l’Arcelor Mittal: “Sconsiglio loro di trasformarci in creditori, perché poi li perseguiteremo legalmente”.