È meglio il trasloco e poi una bella asta

Elisabetta Trenta stamattina dovrebbe contattare una ditta per fare un trasloco urgente dalla sua casa di San Giovanni. L’alternativa sarebbe quella di restare inquilina di un appartamento dello Stato assegnato ad aprile a lei come ministro e mantenuto dal marito grazie a un provvedimento del ministero che lei ha diretto in passato. Con l’aggravante un domani di poter rendere definitiva questa situazione ambigua quando il marito potrebbe comprare con lo sconto da inquilino quella casa, se e quando sarà messa in vendita. Non c’entra il rispetto delle norme. Si tratta del rispetto dei cittadini e del partito che l’hanno eletta e indicata come ministro.

Anche se suo marito, in qualità di maggiore con incarico di prima fascia, avesse avuto diritto a quella casa nell’estate del 2019, ciò non toglie che lui e la Trenta vi sono entrati ad aprile in virtù della carica di lei. Se lui oggi ne ha titolo potrà benissimo fare domanda. Per un altro appartamento però non per quello assegnato allora a sua moglie.

Anche perché, in caso di vendita, come tutti gli inquilini, il maggiore potrebbe acquistare con lo sconto. Così, dopo avere pagato un canone ridicolo (540 euro al mese) la famiglia dell’ex ministro potrebbe diventare legittima proprietaria di un appartamento di 180 metri a un prezzo scontato. Il M5S ha predicato per anni contro la Casta per la trasparenza e la lotta agli sperperi.

L’ex ministro non può difendersi con i cavilli dell’Ordinamento Militare. Gli elettori M5S l’hanno mandata a fare il ministro per usare al meglio il patrimonio dello Stato.

Davvero l’onorevole Trenta pensa che il migliore uso di un appartamento pubblico di 180 metri a San Giovanni sia l’affitto per 540 euro a un maggiore? Davvero pensa che sia bello assegnarlo a un militare che vi è entrato grazie alla ex moglie ministro? Non sarebbe stato meglio ingaggiare una battaglia politica per mettere all’asta gli appartamenti sfitti di valore come ‘casa Trenta’ e quelle simili?

“Assegnazione dubbia”. Casa Trenta, pm al lavoro

Prima la danno alla moglie ministro, poi quando lei lascia il governo l’assegnano al marito ufficiale. Elisabetta Trenta e il consorte Claudio Passarelli giurano che è tutto regolare. Intanto però ci sono due esposti e tre Procure (militare, ordinaria e contabile) interessate all’abitazione di 180 metri quadri al secondo piano di un bel palazzo a due passi dalla Basilica di San Giovanni a Roma, zona di pregio nel I Municipio; un alloggio di servizio della Difesa di quattro camere, doppio salone, doppi servizi e terrazzino assegnato al maggiore Passarelli per un modesto canone di 540 euro – l’ha detto l’ex ministra a Radio Capital – mensili, quando sul mercato appartamenti simili costano tra i 1.400 e i 1.700 euro al mese.

“Quantomeno dubbi i criteri di assegnazione seguiti alla luce della vigente normativa”, si legge nell’esposto di Luca Marco Comellini, segretario del Sindacato dei Militari, che scrive di “circostanze che parrebbero non conformi alla vigente normativa”. Si riferisce “alla veridicità delle informazioni rilasciate circa la titolarità di immobili nella stessa circoscrizione alloggiativa” (artt. 323 e 348 Tuom, Testo unico ordinamento militare, Dpr 90/2010)” perché la Trenta è proprietaria di un appartamento a Roma nel meno centrale quartiere Prenestino; alla “fedele successione degli aventi diritto in graduatoria” e alla “ragione di eventuali forzature, qualora riscontrate”

La vicenda è stata portata alla luce domenica dal Corriere della Sera, a cui Trenta ha risposto lunedì con un’intervista che ha chiarito alcuni aspetti e confermato, per il resto, di essere scivolata in una vicenda che, se non ha i crismi dell’illegalità, ha il sapore del privilegio inopportuno, specie in casa M5S. Al Corriere dice infatti che la casa così grande le serve, anche oggi che non è più ministra, “per la vita di relazioni” e che suo marito comunque “ha diritto” per via dell’incarico ricoperto. I fatti certi e riconosciuti sono che l’appartamento di San Giovanni era stato assegnato a lei come ministro, perché quello al Prenestino non era adatto alle esigenze di rappresentanza, ma anche di sicurezza (è in una strada senza uscita). E quando lei ha lasciato la Difesa, è stato assegnato al marito maggiore in quanto “aiutante di campo”, dice lei, di un generale di Segredifesa (Segretariato generale della difesa/Direzione nazionale degli armamenti). Avrebbe dovuto lasciarlo in tre mesi, che scadono il 5 dicembre, ma invece è stato subito dato al marito, così secondo Trenta la Difesa ha risparmiato sul trasloco in un’altra abitazione a cui il marito avrebbe diritto.

L’ex ministra, docente a contratto alla Link University, ha una casa di proprietà a Roma, dove il marito lavora. E lui ne ha un’altra in Campania, dove risulta residente. I nomi di entrambi sono sul citofono dell’abitazione di lei, al Prenestino. Non è chiaro se nella documentazione presentata dal maggiore sia stata menzionata quella casa. Secondo l’articolo 318 del Tuom “gli alloggi” di quel tipo “non possono essere concessi al personale che sia proprietario o usufruttuario o assegnatario in cooperativa, ancorché indivisa, di una abitazione idonea, disponibile e abitabile, ubicata nell’ambito del presidio ovvero circoscrizione alloggiativa ove presta servizio”, come è senz’altro l’immobile del Prenestino, “ovvero che abbia un familiare convivente nelle stesse condizioni”. La norma prevede però una “eccezione per i titolari degli incarichi, compresi nella prima fascia”. È il caso del maggiore Passarelli? Chi gli ha dato l’incarico e quando? Altri ufficiali paragonabili per grado e incarico hanno abitazioni di quel pregio? E le ottengono così rapidamente? Com’è che nel palazzo in questione ci sono soprattutto generali e qualche colonnello? Purtroppo gli uffici del ministro della Difesa, dello Stato maggiore dell’Esercito e di Segredifesa ieri hanno preferito non rispondere al Fatto Quotidiano. Come l’ex ministra Trenta. Del resto, l’opacità è tradizione degli Stati maggiori, anche in materia di gestione del patrimonio immobiliare: in Italia si contano circa 3.000 appartamenti occupati senza titolo e 4.000 militari aventi diritto all’alloggio che però non ce l’hanno.

Infuria la polemica, contro Trenta si schierano anche i Cinquestelle, da Luigi Di Maio in giù. Secondo il leader che la portò al governo deve “lasciare l’alloggio” e “poi se il marito ha diritto all’alloggio come ufficiale dell’Esercito, farà domanda regolare e lo avrà”.

Del caso si discuterà alla Camera, gli stessi 5stelle vorrebbero conoscere anche le spese sostenute per i lavori nell’appartamento e per le utenze.

Lega, 14 operazioni sospette: “Attività finanziaria anomala”

Denaro che arriva agli uomini vicini alla Lega Nord, fondi che passano da una società all’altra. Un’operatività “finanziaria anomala”. È quanto scrive il Nucleo di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza che ha svolto un’analisi pre-investigativa “in ordine a 14 segnalazioni di operazioni sospette” riguardanti alcuni soggetti in orbita leghista. L’appunto – riversato poi in un’informativa del Nucleo di Polizia economico-finanziaria del 14 maggio 2019 – è agli atti dell’indagine della Procura di Roma su Giulio Centemero, anche se le operazioni di cui si parla non sono oggetto di alcuna inchiesta. Il tesoriere della Lega è accusato invece di finanziamento illecito per 250 mila euro che la onlus leghista “Più Voci” ha ricevuto tra dicembre 2015 e febbraio 2016 dalla Immobiliare Pentapigna Srl, società che in passato era riconducibile all’imprenditore Luca Parnasi. Centemero ha sempre respinto le accuse spiegando che mai un centesimo è arrivato al partito di Matteo Salvini. Per i pm romani però la “Più Voci” è un’associazione riconducibile alla Lega Nord. L’indagine è stata chiusa: i magistrati nei prossimi giorni decideranno se chiedere il processo o meno.

I soldi da Radio Padania alla Sdc Srl e poi ai leghisti

Agli atti di questa inchiesta vi è quindi l’analisi pre-investigativa del Nucleo Valutario, riversata in un’informativa dei colleghi del gruppo investigativo criminalità economico-finanziaria. Si comincia dunque dai 250 mila che la “Più Voci” riceve in passato dalla Immobiliare Pentapigna. Parte di questo denaro – 50 mila euro – “è stato a sua volta bonificato sul conto corrente” di Radio Padania. “Quest’ultima – continuano i finanzieri – tra il 2016 e il 2017 ha trasferito 368.565 euro (provenienti principalmente della dismissione delle frequenze radiofoniche) alla Sdc srl a titolo di pagamento fatture”.

Poi i soldi dalla Sdc srl arrivano “tramite bonifici con causale riferita a fatture” a diversi soggetti: Centemero, Alberto Di Rubba (estraneo all’indagine romana) e Andrea Manzoni, revisori legali della Lega alla Camera e al Senato. Secondo un altro documento della Banca d’Italia, a Di Rubba sono arrivati 198 mila euro, a Manzoni 171 mila, a Centemero circa 62 mila. Dalla Sdc Srl partono anche due bonifici verso società in orbita leghista: la Studio Dea Consulting srl (poi divenuta Partecipazioni Srl, con amministratore unico Di Rubba), e la Studio Cld srl, ora cancellata ma di cui era unico socio la Partecipazioni Srl.

 

La parecchio attiva Dea Consulting

C’è altro. Per i finanzieri la Studio Dea Consulting ha versato il capitale sociale di altre due società “nonostante la sua formale estraneità alla compagine societaria di entrambe”. Si tratta della Sdc srl e della Vadolive srl. Di quest’ultima è amministratore unico Davide Franzini, presidente del Cda di Radio Padania Società cooperativa (anche questi estraneo all’indagine romana). È scritto nell’informativa del 14 maggio che “l’operatività finanziaria sia della Sdc Srl che delle società riconducibili a Studio Dea Consulting Srl evidenzia come su tali società siano confluiti flussi finanziari provenienti dalla Lega o comunque da altri soggetti collegati al partito (tra cui Radio Padania)”.

 

I fondi pubblici della Regione Lombardia

La Sdc Srl, come ricostruito dai finanzieri, ha ricevuto anche soldi pubblici. I fondi sarebbero transitati tramite la Immobiliare Andromeda Srl che dopo aver ricevuto 800 mila euro “derivanti da un contributo erogato dalla Regione Lombardia di un milione di euro” da parte dalle Fondazione Lombardia Film Commission, “ha elargito 178.450 euro alla Sdc srl” e per il tramite di due società altri 100mila alla Taac (amministratore unico Di Rubba). “I fondi – è scritto – sono stati impegnati per l’acquisto di un immobile concesso in locazione alla Dea Consulting”.

Le società partecipata dalla nipote di B.

Le Fiamme gialle notano anche altro. Ossia che presso la Partecipazioni Srl (già Studio Dea Consulting) hanno sede anche alcune società partecipate dalla fiduciaria italiana Seven Fiduciaria Srl “controllata dalla Sevenbit srl, a sua volta partecipata dalla Blue Srl riconducibile ad Alessia Berlusconi, nipote di Silvio”.

 

Il contratto per la promozione social

Al vaglio dei finanzieri è finito anche il contratto del maggio 2018 della Vadolive Srl con il gruppo Lega in cui per 480 mila euro l’anno la società si impegnava a gestire la promozione social. “La provvista derivante dalle rate di 36 mila euro accreditate sino al 4 dicembre 2018” sul conto della Vadolive – è scritto nell’appunto del Nucleo Valutario – “è stata utilizzata per bonifici diretti a soggetti titolari di incarichi di fiducia conferiti” da Salvini. Tra questi si citano: Luca Morisi, l’ex capo dell’ufficio stampa del Ministero dell’Interno Matteo Pandini, alcuni titolari di incarichi di collaborazione stampa, come Leonardo Foa, figlio del presidente Rai Marcello.

Dopo queste analisi finanziarie, il Nucleo Valutario conclude: “L’operatività finanziaria di Studio Dea e delle altre società oggetto delle segnalazioni appare finalizzata alla ricezione di consistenti fondi dalla Lega Nord e da soggetti collegati a tale partito, sottoforma di pagamento di servizi e di prestazioni professionali e alla successiva distribuzione di una parte rilevante dei medesimi fondi in favore di beneficiari diversi”. E concludono: “Alcune delle suddette società si pongono come mero tramite rendendo conseguentemente dubbia l’effettività oggettiva e soggettiva delle prestazioni resa da o nei confronti delle stesse e delle giustificazioni causali sottese ai relativi pagamenti”.

E a Sorrento sbarcano le “fravaglie”

“Non ti scordar di me… Sorrento non si Lega a te… Io amo sempre più… Nel voto mio non ci stai tu… Non ti scordar di me… Surriento nun se Lega a te… Scuordate ca m’attacche pure a me… Non ti scordar di me….”.

Ecco la canzone adottata dalle sardine di Sorrento per accogliere Matteo Salvini, che giovedì mattina sarà qui per annunciare l’adesione alla Lega del sindaco ex berlusconiano Giuseppe Cuomo. Sulle famose note di Ernesto De Curtis – autore anche di Torna a Surriento – la soprano Emma Innacoli ha inventato qualche ritocco e ha cantato il tutto in un video ormai virale sui social. Da un paio di giorni la musica e il testo impazzano tra i fan delle pagine Facebook di “Sorrento non si Lega” e #Sorrentononabbocca, le piazze virtuali di preparazione della protesta. Fino a essere diventata di fatto l’inno ufficiale dell’evento, ancora in preparazione: i dettagli verranno decisi in una riunione convocata all’English Inn, il pub degli oppositori al centrodestra che governa Sorrento.

Tra i promotori del tam tam informatico ci sono Luca Paladino, Francesco Mauro, Fernando Maresca, Michele Esposito, un gruppo di trentenni animatori dei comitati civici sul sistema trasporti. Ai quali si sono uniti attivisti molto noti in costiera sorrentina, come la preside anticamorra Nora Rizzi e le professoresse Mariella Nica e Maria Teresa Fiorentino. “Non porteremo simboli di partito e più che sardine vorremmo essere definiti ‘fravaglie’ come le fravaglie gialle, figlie di sardine, più piccole, ma anche più buone e croccanti, gialle come il limone di Sorrento”.

Firenze: è già boom di richieste per il 30

Il motto dell’evento è sempre lo stesso: “La Toscana non si Lega”. Ed è bastato un post su Facebook dopo la manifestazione di piazza Maggiore a Bologna per far partire il tam tam delle richieste di partecipazione.

A lanciare l’idea è stato il 21 enne presidente del Parlamento degli Studenti toscano, Bernard Dika, e la data è già stata scelta: il 30 novembre prossimo quando a Firenze sbarcherà Matteo Salvini per una cena con 1000 sostenitori al Tuscany Hall per lanciare ufficialmente la campagna elettorale in vista delle regionali 2020. Sul social network i partecipanti, ancora indicativi, sono settemila, ma agli organizzatori stanno già arrivando richieste da tutta la Toscana – da Livorno a Pisa passando per Lucca e Massa – per organizzare gli autobus alla volta di Firenze.

Oltre a Dika, un passato nel Pd e nominato ad aprile Alfiere della Repubblica da Sergio Mattarella, il “popolo delle sardine” sarà guidato da due giovani studenti dell’Università di Firenze: il ventenne napoletano Danilo Maglio e Matilde Sparacino, 20 anni, studentessa di Psicologia. Si stanno occupando della parte operativa e delle pratiche burocratiche: hanno avviato i rapporti con la Questura e il Comune di Firenze per capire dove organizzare la manifestazione senza rischi per la sicurezza dei partecipanti.

“Non sarà una manifestazione di partito – ci tiene a specificare Dika –, ma servirà a mettere insieme, contro l’arroganza di Salvini, una comunità che non si riconosca nei valori della sinistra ma in quelli della Costituzione”.

Il “nonno nobile” continua a sussurrare al centrosinistra

Sostiene il vecchio ex governatore Agazio Loiero, in un’intervista al Corriere della Calabria, che Romano Prodi lo abbia chiamato chiedendogli di risolvere il grande pasticcio del candidato del Pd alle prossime Regionali calabresi. Che sia più o meno vero – chi conosce il Professore ritiene che sia stato piuttosto Loiero ad alzare il telefono – è la conferma di un fatto: Prodi c’è. Ancora. Nel semi-deserto del centrosinistra, l’ex premier non ha mai smesso di esercitare la sua influenza.

Per capire quanto ancora si senta centrale nel dibattito politico è stata illuminante la sua partecipazione alla festa dell’Unità della scorsa estate a Ravenna. Il 29 agosto il Professore si presentò abbronzatissimo e tirato a lucido di fronte alla sala piena. Non nascose, anzi rivendicò, la paternità della nascita del governo Conte 2. E si definì, se non padre nobile, almeno “nonno nobile” di questo Pd. Era noto peraltro il suo intervento persuasivo sul recalcitrante Nicola Zingaretti: il segretario dem voleva andare a votare, Prodi lo convinse che non era proprio il caso. Allora come oggi, il Professore è interlocutore di tante persone a vari livelli istituzionali, dentro e soprattutto fuori l’Italia. Mentre scriviamo, per esempio, è in Cina per l’ennesimo ciclo di incontri.

È portatore, si sa, di una spiccata “sensibilità” europeista: se la sua voce ha pesato molto nella nascita del governo è stato anche perché ritenuta molto credibile nel rappresentare le preoccupazioni di Bruxelles sulla minaccia di Salvini premier.

Ora che il governo giallorosa rischia di morire d’inedia e la Lega torna a dominare i sondaggi, quelle preoccupazioni sono ancora attuali e urgenti. E con esse la discreta sollecitudine di Prodi nelle cose del centrosinistra.

Prodi scrive le sue ricette negli editoriali sul Messaggero, chiama molti (non solo Loiero) e da molti è chiamato (non solo dalla Calabria). La destra lo infila in ogni trama più o meno oscura: la stampa salviniana ha provato a infilare lo zampino del Professore nella manifestazione di Bologna contro il leghista, poiché uno dei “fondatori” delle sardine, Mattia Santori, scrive per la rivista di divulgazione scientifica Energia, fondata anche da Prodi. E perché la moglie dell’ex premier, Flavia, era in piazza tra i manifestanti.

Proprio Flavia, paradossalmente, è stata una delle massime sostenitrici del fatto che suo marito non dovesse andare al Quirinale nel 2013. Poi ci hanno pensato i famosi 101 franchi tiratori nascosti nel Partito democratico, tra coloro che lo riempivano di applausi. Ma le voci su Prodi presidente della Repubblica sono carsiche: ci sono, poi non si sentono più, infine riaffiorano. Ed è noto che una delle poche ragioni concrete, allo stato attuale, a incoraggiare la sopravvivenza del governo giallorosa è proprio l’elezione del capo dello Stato nel 2022.

Lui pubblicamente – e pure privatamente – dice di non considerare nemmeno l’ipotesi. Sandra Zampa, sua storica collaboratrice (e oggi sottosegretaria alla Salute) sostiene sia sincero: “Al Quirinale non ci pensa proprio. Vuole dare una mano al centrosinistra come sta facendo adesso, contribuendo con le sue competenze e le relazioni che coltiva”.

Insomma, pare che a Romano Prodi stiano bene le vesti di padre nobile (o nonno che sia). Magari il Professore non ha alcun desiderio di protagonismo politico, ma allora dev’essere la politica che si impossessa di lui, suo malgrado. Oggi è ancora presto per pensarci, nessuno ha la minima idea di come sarà il quadro politico nel 2022. Ma quando sarà il momento, di certo Prodi non chiamerà nessuno. Però se dovessero chiamarlo…

Sardine, gran bis a Modena: “Sfida a Salvini in tutta Italia”

Non sempre il pesce grande mangia quello piccolo. Almeno in Emilia-Romagna dove il “movimento” spontaneo delle sardine rischia seriamente di intralciare la campagna elettorale del “capitone” Matteo Salvini. Dopo Bologna, un altro pienone anche a Modena. Nonostante una pioggia fitta e intensa, in 7mila (almeno) si sono radunati sotto la Ghirlandina al grido di “Modena non si lega”. Un successo capace di “sconfiggere il populismo e il sovranismo, loro queste cose non le sanno fare” gridano gli organizzatori.

Parte “Bella Ciao”, il rumore della pioggia viene coperto dal coro, la gente ride e scherza, la voglia di piazza è palpabile. “Non ho mai manifestato in tutta la mia vita, ma questa sera volevo esserci” sintetizza una cinquantenne. Abituato alle “zecche rosse”, per sua definizione, e ad amplificare mediaticamente ogni scontro con i centri sociali, il leader della Lega si ritrova per la prima volta circondato dal silenzio. A Modena lui e Lucia Borgonzoni, candidata a governatore della Regione, hanno scelto di cancellare l’appuntamento in strada previsto un’ora prima delle sardine e chiudersi in un ristorante. La motivazione ufficiale è stata il maltempo, ma il dubbio è che i militanti del Carroccio non volessero confronti sulla partecipazione. Una scelta inusuale per un partito che ha sempre amato il confronto con la pancia degli elettori.

Dopo il successo di Modena il rischio, concreto, è che le sardine diventino un “brand”, un esperimento esportabile e ripetibile come testimoniano i diversi appuntamenti nati su Facebook, non ultimo quelli convocati per sabato prossimo a Perugia e per lunedì 25 a Parma. “Non si torna indietro, in tutta l’Emilia-Romagna e presto in tutta Italia, sarà una rivoluzione ittica”. Una grande community che dal virtuale sta diventando reale.

Le sardine modenesi, bardate di k-way colorati, striscioni impermeabili e stivali, hanno raddoppiato le stime iniziali costringendo i pesci a emigrare in piazza Grande. Inizialmente il flash-mob avrebbe dovuto essere di fronte alla sinagoga, in piazza Mazzini. Una scelta precisa, “dopo che anche la Lega Modena, in consiglio comunale, ha scelto di non rendere omaggio alla senatrice Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di sterminio”.

Jamal Hussein e Samar Zaoui, gli organizzatori della tappa sotto la Ghirlandina, sono due studenti universitari ventunenni. Jamal è nato e cresciuto nelle Marche e vive a Modena da tre anni per seguire le lezioni di Ingegneria meccanica. La famiglia è libanese. Samar studia Storia e Filosofia, è impegnata nell’Unione degli universitari, associazione dichiaratamente di sinistra: in occasione della sua candidatura scrisse un post contro Salvini usando una foto del leader leghista a testa in giù. Post divulgato dallo stesso ex ministro ieri mattina.

Per evitare ulteriori polemiche, Samar è poi uscita ufficialmente dall’organizzazione. Dopo lo strepitoso successo delle sardine bolognesi i due hanno lanciato sui social l’invito a replicare: “Non ci interessa il corpo a corpo con Salvini, ma il messaggio. E cioè che siamo stufi della politica dell’odio”.

Alle prossime elezioni regionali Jamal non potrà nemmeno votare, eppure la volontà di manifestare “contro quest’aria che si respira e che non mi piace” è stata più forte. Al suo fianco i quattro ideatori di Bologna: “L’Italia intera ci sta guardando, l’Europa ci vede”. Sono quasi 24 mila gli studenti che fanno riferimento al polo Modena-Reggio Emilia: mescolati ad anziani e famiglie, una parte considerevole dei manifestanti è composta proprio da loro. A differenza delle madamine, le ultracinquantenni professioniste della Torino bene che l’anno scorso riempivano le pagine con i cortei pro Tav, tra le sardine l’età media è sui 30/40 anni, una o più lauree brevi in tasca, tanti lavori precari, un cuore che batte a sinistra. Jamal sul tema non si sbilancia. “Non voterei sicuramente Salvini perché il suo programma e i suoi discorsi non corrispondono ai miei. Modena è una città stupenda e con un sistema sanitario invidiato in tutto il mondo. Non vedo perché si dovrebbe cambiare, non vorrei direi chi ho votato, tendenzialmente sono di sinistra, ma con le sardine non c’entra, la manifestazione è apartitica”.

Grillo sconcertato per il marasma 5S. E rilancia il sorteggio per il Senato

Il passo di lato è realtà da tempo. Eppure, anche se non è più la voce ufficiale del Movimento, il blog di Beppe Grillo può ancora regolare umori e temi all’interno della scalcinata truppa dei 5 Stelle, alle prese con dissidi interni, accuse dei fuoriusciti e una ormai sterminata trattativa sui nuovi capigruppo.

Chi ha sentito “l’Elevato” riferisce un certo sconcerto per il marasma di queste settimane, tanto che nei prossimi giorni Grillo potrebbe intervenire in prima persona per richiamare i suoi alla compattezza in vista anche dei prossimi appuntamento elettorali – a gennaio ci sono le Regionali in Emilia-Romagna e in Calabria – che non possono trasformarsi in una roulette russa per il governo. Come già avvenuto quest’estate, quando fu proprio Grillo a sdoganare l’alleanza con il Pd e a rifiutare le elezioni anticipate, potrebbe allora essere il blog a mettere ordine, irrobustendo in un colpo solo sia il fronte interno dei 5 Stelle sia la salute dell’esecutivo.

Nel frattempo, è proprio sul suo sito che Grillo lascia spazio a progetti a ben più lungo termine. L’idea gli gira in testa da un po’, ma adesso il fondatore del Movimento la ripropone forte di un caso concreto nel Nord Europa: può esistere un parlamento – o almeno una Camera – formato soltanto da persone estratte a sorte? Grillo è convinto di sì, pubblica il post a suo nome (abbandonando la dicitura “Beppe Grillo e il suo neurologo”, dopo la scomparsa improvvisa dell’amico medico Marco Sarà) e cita l’esempio di Eupen-Malmedy, regione del Belgio al confine con la Germania che da settembre sta sperimentando un consiglio di cittadini formato da 24 membri scelti in maniera casuale e in carica per 18 mesi. Tra i loro compiti, quello di riunirsi e redarre proposte che il Parlamento degli eletti sarà obbligato a discutere. A fianco del consiglio dei cittadini c’è poi l’assembla dei cittadini, che invece è composta da un massimo di 50 persone – anche qui, scelte a caso nel rispetto delle quote di genere, di età e di istruzione – che resta in carica molto meno tempo e si concentra su singoli temi, fornendo poi suggerimenti al Consiglio. La partecipazione è aperta a tutti i cittadini con più di diciassette anni e non è obbligatoria, funzionando in maniera molto più snella rispetto alle Camere degli eletti, tanto che l’unico compenso previsto è un gettone per ogni seduta.

Un modello che a Grillo piace fin da quando restò affascinato dal suo ispiratore, ovvero lo storico belga David Van Reybrouck. Qualche anno fa Van Reybrouck ha pubblicato l’emblematico Contro le elezioni – Perché votare non è più democratico, teorizzando come la democrazia rappresentativa fosse ormai un’illusione di libertà che si esaurisce il giorno stesso delle elezioni. Da lì la proposta radicale, ovvero abolire il voto e affidarsi al sorteggio, in modo da responsabilizzare i cittadini, favorirne il senso civico e aumentare la partecipazione della società al processo decisionale. Parole e musica fatte proprie da Grillo: “Sembra assurdo, ma pensateci un attimo. La selezione dovrebbe essere equa e rappresentativa del Paese”. E ancora: “Mentre le istituzioni della democrazia liberale occidentale si sbriciolano (vedi Brexit) potrebbe emergere come possibile rimedio la soluzione adottata da settembre nel Belgio orientale: un parlamento di cittadini selezionati a sorte”.

Il concetto, come detto, non compare adesso per la prima volta sul blog. Già nel giugno 2018 Grillo aveva citato il libro di Van Reybrouck, stuzzicato dall’idea oggi sperimentata – seppur in parte – in Belgio: “Se date alle persone la responsabilità, agiscono in modo responsabile. Non fraintendetemi, non dico che è perfetto. La domanda giusta è: funziona meglio? Per quanto mi riguarda, sì”. Con tanto di proposta, come “primo passo”, di una “seconda camera nel nostro Parlamento piena di persone scelte a caso”, una sorta di “senato dei cittadini”.

E così un’antica battaglia diventa oggi ideale per Grillo per intervenire sulla politica e mettere di nuovo a fuoco l’identità del Movimento, dilaniata dai troppi scossoni. Evitando di buttare all’aria gli sforzi della scorsa estate.

Pd neoveltroniano: sostegno a Conte, ma-anche alle urne

Ma anche: formula coniata all’epoca del veltronismo dominante che si propone di tenere insieme, dialetticamente, cose di natura diversa che nella realtà insieme non possono stare. Ma anche, come per esempio Nicola Zingaretti quando all’assemblea dem di Bologna rilancia lo Ius culturae e lo Ius soli, per estendere il diritto di cittadinanza agli immigrati già integrati. Riforma di sinistra-sinistra (così come la modifica dei decreti Sicurezza Salvini) che infatti sono un dito nell’occhio dei 5Stelle e che fanno dire a Luigi Di Maio: questi vogliono far cadere il governo.

Ma no, spiega serafico Paolo Gentiloni, con lo stridore del gessetto sulla lavagna: “Siamo i campioni di sostegno al governo, ma abbiamo le nostre priorità”. Un esemplare ma anche di chi gioca sui due tavoli: sfruttare il meglio dell’alleanza giallorossa ma anche prepararsi al peggio. Lasciamo ai valenti notisti politici l’analisi del perché e del percome, per segnalare i danni incalcolabili che possono scaturire dall’incesto politico tra le due congiunzioni: una avversativa, l’altra concessiva.

Stefano Bonaccini chi lo sente? Non conosciamo personalmente il presidente uscente (e forse rientrante) della regione Emilia-Romagna, ma a occhio la “svolta” del fratello di Montalbano non deve averla presa benissimo. Ipotizziamo alcune esclamazioni (debitamente edulcorate dal vernacolo modenese). Corbezzoli, l’Italia è sott’acqua e questi qui riesumano lo Ius soli (l’ha detto Di Maio, ma lo hanno pensato tutti). Santa paletta, io che mi smazzo su e giù per convincere la gente che la sinistra non desidera l’invasione dei disperati e questi qui che annunciano più immigrati per tutti. Poffarbacco, dopo il mezzo flop del PalaDozza, Salvini e Borgonzoni erano in palese difficoltà e adesso questi qui li rianimano con la respirazione bocca a bocca. Oppure: mi ero tanto raccomandato di non farsi vedere in giro Zinga, Renzi e i grillini. Li avevo scongiurati, niente autogol tipo foto di Narni, purtroppo se solo vi vedono corrono subito a votare per la destra ed eccoli che entrano come un Tir in una cristalleria. Ma anche vadano a scopare il mare. I soliti sotterfugi. I giornali attribuiscono al segretario Pd considerazioni del tipo: dobbiamo chiarire che non saremo noi a far cadere l’esecutivo. Insomma, se la maggioranza deve saltare che salti per il veto dei grillini sulle priorità irrinunciabili del Pd. È la vecchia storia del cerino acceso che brucia le dita dell’ultimo a cui viene passato. Ma anche la vecchia politica delle trappole che incastrano chi le ha preparate. E poi, pensano davvero che, con il vento che soffia, l’introduzione dello Ius soli e lo smantellamento dei decreti Sicurezza convoglierà sul Pd masse di elettori festanti. A chi vogliono togliere voti: a Liberi e Uguali?

Ma anche non funziona. Nell’ormai lontanissimo 2008, quando Walter Veltroni guidava la gioiosa macchina del Pd, si scrisse che il ma-anchismo non era una furbata, ma una visione del mondo che cercava di smussare gli angoli, di tenere tutto insieme, di placare, sopire. Forse, ma non portò fortuna e la visione del mondo dem s’infranse contro la corazzata Berlusconi, seppure già con le crepe in mostra. Più di dieci anni dopo, la visione sopravvive a un mondo profondamente mutato nella comunicazione politica. Anche nell’uso dei verbi. A Salvini che si esprime con l’arroganza dell’imperativo presente, i dem contrappongono la mollezza del congiuntivo esortativo: una sfilza interminabile di serve, occorre, bisogna. Piaccia o no, l’elettore oggi pretende identità precise: voglio sapere chi sei e che vuoi. Il partito indefinito non funziona più. Figuriamoci se vuole restare al governo, ma anche dove capita.

Manovra, sicurezza e giustizia: Zinga scioglie le briglie ai dem

“Il governo non funziona”, “non possiamo essere sempre noi a portare la croce”. Dalle parti di Nicola Zingaretti, i ragionamenti che si fanno sono questi. Che questo significhi che il segretario del Pd è pronto a tirarsi fuori è tutto un altro discorso. “Io escludo che Nicola abbia una strategia chiara da qui ai prossimi due mesi”, dice uno dei fedelissimi di Dario Franceschini. Eppure Zingaretti ha già individuato il pretesto per un eventuale incidente, da far scattare dopo la manovra, magari dopo l’Emilia-Romagna.

 

Elezioni in primavera?

Ma a questo punto della storia, i dem – come da migliore tradizione – sono divisi. “Si vota in primavera”. In molti hanno sentito Andrea Orlando fare questa profezia. Perché il vicesegretario (insieme a Gianni Cuperlo) è il maggior tifoso delle elezioni. In tutta la fase della formazione del governo, Zingaretti ha parlato praticamente solo con Dario Franceschini, il più governista di tutti, anche adesso. Tanto è vero che se Conte dovesse cadere, farà il tentativo di formare un altro esecutivo. Zingaretti, invece, si sta ormai convincendo che – se il Pd vince in Emilia-Romagna – potrebbe rilanciare con le elezioni in primavera, capitalizzando il risultato e sfruttando le difficoltà di M5S. Il ministro della Cultura la vede in maniera opposta: vincere l’Emilia è la prima tappa del consolidamento del governo. E il segretario rinsalda l’asse con Paolo Gentiloni. Il percorso (eventuale) verso il voto non prevede uno strappo definitivo, ma una strategia tipo quella di Matteo Salvini nel Conte 1: piantare le proprie bandierine e non mollare. O il M5S si adegua e allora per il Pd stare al governo non è in perdita, o l’incidente arriva da sé.

 

Caos sulla legge di Bilancio

Complessivamente la maggioranza ha presentato quasi 2000 emendamenti (rispetto ai 2500 dell’opposizione) a Palazzo Madama. Un’enormità. Il Pd da solo 921. E pensare che Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia, in una riunione a porte chiuse giovedì con i senatori del Pd li aveva pregati: “Per favore, non esagerate con gli emendamenti. Concentratevi su pochi temi”. Ecco la risposta. E se Italia Viva con la richiesta di stop a Quota 100 è il partito più aggressivo, le principali richieste dem riguardano l’abbassamento della plastic tax e della sugar tax, oltre al ripensamento della tassa sulle auto aziendali. Tutte richieste in origine di Iv. Il capogruppo in Senato è Andrea Marcucci e il relatore per il Pd in Commissione Bilancio, Dario Stefàno, due vicinissimi a Renzi. Difficile che il governo cada sulla manovra ma il rischio caos è altissimo.

 

Vertice sulla prescrizione

C’è una data che il Pd aspetta con terrore: il primo gennaio 2020, quando entrerà in vigore la legge sulla nuova prescrizione (che si fermerà dopo il primo grado). Una riforma che il Pd non si può permettere ma che per il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, non si tocca. Stasera è previsto un vertice di maggioranza. I dem a Bonafede presenteranno una serie di richieste. Primo: ridurre i tempi delle indagini, fatta eccezione per gli omicidi e i reati di mafia. Secondo: superare la prescrizione, ma solo quando saranno certi e brevi i tempi dei processi. Terzo: rivedere il decreto legislativo correttivo del riordino delle carriere delle forze di polizia, all’esame del Parlamento. In particolare sul punto che riguarda l’organizzazione carceraria: la norma propone di modificare l’attuale sistema gerarchico e dare maggiori poteri ai vertici della polizia penitenziaria. Cosa che sottrarrebbe ai direttori sia la superiorità gerarchica, sia la decisione finale in ambito disciplinare e di uso delle armi. Riforma voluta da Bonafede che, secondo il Pd, cambia la filosofia del carcere.

 

Ius culturae e Ius soli

La riformulazione dei decreti Sicurezza, secondo le indicazioni di Sergio Mattarella, è nel programma di governo. Punto sul quale Zingaretti ha già più volte richiamato l’attenzione. Quando e come se ne parlerà? Presumibilmente, la discussione entrerà nel vivo dopo la manovra. Scontro garantito. Ma soprattutto, domenica il segretario dem ha rilanciato ius soli e ius culturae (che non sono nel programma). Proposte di legge per entrambi i provvedimenti sono depositati in commissione Affari costituzionali alla Camera. Il Pd intende andare diritto sullo Ius culturae: era un percorso già iniziato, ma a questo punto paradossalmente si potrebbe complicare, vista la valenza politica che ha assunto. Sullo Ius soli (che neanche i governi Renzi e Gentiloni riuscirono ad approvare) si aprirà una discussione, spiegano al Nazareno. Dopo l’Emilia potrebbe diventare la priorità numero uno del Pd. Incidente garantito.