Ius Sòla

Ogni tanto Salvini si sveglia nel cuore della notte tutto sudato. L’incubo ricorrente è che il governo Conte 2 faccia poche cose importanti e popolari, apprezzate anche dai suoi elettori, smetta di litigare, duri tre anni e mezzo e lo costringa a girare l’Italia per altri 40 mesi ululando alla luna fake news tipo le elezioni subito e l’invasione straniera. Cioè ad arrivare spompato alle urne del 2023. Poi però pensa alla sinistra italiana, la Salvinistra, che lavora indefessamente (anzi fessamente) per lui; ai 5Stelle, che si sparano sui piedi un giorno sì e l’altro pure; a Renzi, che si agita come un ossesso per un misero 3-4%. E si riaddormenta sereno: il brutto sogno non si avvererà mai perché i suoi avversari sono i suoi migliori alleati. Siccome era un po’ che non si parlava di migranti, per il calo degli sbarchi e l’aumento delle espulsioni (Lamorgese zitta zitta ne fa più di lui, e ci vuol poco), ci ha pensato il Pd riesumando lo Ius soli. Cioè la legge che risponde a una domanda giusta con una soluzione sbagliata: infatti fu lo stesso Pd ad accantonarla ai tempi di Gentiloni. Già oggi i figli di immigrati diventano cittadini a 18 anni e, prima, godono dei diritti dei figli di italiani. Lo Ius soli viene abbandonato in tutto il mondo perché, con questi livelli migratori da un paese all’altro (anche dentro l’Ue), fa più danni che altro. Quanto allo Ius culturae, per diventare italiani non basta un ciclo di studi, cioè 5 anni di elementari: ci vuole di più.

Ma il vero problema è quello segnalato da Prodi: le sinistre perdono ovunque perché la gente s’è convinta che tutelino più i gay che gli operai. Molti gli han dato dell’omofobo, ma voleva dire una cosa di buonsenso: le minoranze sono le più bisognose di tutele, ma in democrazia si vince con le maggioranze, altrimenti si perde e non si tutela nessuno. Sta alla politica decidere i momenti giusti, dopo aver persuaso le une e le altre. È assurdo, come fa Di Maio, dire no allo Ius soli perché l’Italia è sott’acqua. Ma lo è pure negare che oggi le priorità sono una legge di Bilancio con meno tasse possibile (Conte e Gualtieri ci stanno lavorando), una toppa all’Ilva, all’Alitalia e al Mose, qualche vittoria alle Regionali. L’ha detto pure Bonaccini, altro uomo concreto, che con la gente deve parlarci per forza. Discettare ora di Ius soli senza poterlo fare (il Parlamento è occupato fino a Capodanno con la Finanziaria) è solo un assist al Cazzaro Verde per lanciare un referendum abrogativo, arraffare altri voti, vincere le Regionali, rovesciare il governo e andarci lui con pieni poteri. Così chi voleva aumentare i diritti ai migranti li condannerà a perderne qualcun altro. Ma chi li scrive i testi al Pd? Salvini?

La nuotatrice vanitosa che fa incetta di medaglie

In un tema delle elementari sulla sua famiglia, una piccola Simona Quadarella scrive: “Ho una sorella che fa nuoto agonistico ed è molto forte, io voglio diventare forte come lei, anzi più forte”. È difficile immaginare che sia nato tutto da lì, che Simona abbia allora iniziato a nuotare solo per un misto di imitazione e ammirazione per la sorella Erica, più grande di lei di cinque anni, che oggi fa l’ingegnere e ha cambiato vita. “Da piccola era lei il mio mito”, confessa nella pausa pranzo che stacca l’allenamento della mattina da quello del pomeriggio. Una buona dose di responsabilità, però, ce l’ha anche il padre che, da sempre appassionato di mare e di barche, voleva che imparassero a stare in acqua.

Classe 1998, il fenomeno Quadarella esplode ai Campionati del Mondo di nuoto a Budapest nel 2017 – e pensare che soltanto l’anno prima, dopo non essersi qualificata per Olimpiadi di Rio, stava iniziando a dirsi di non essere poi un granché –, quando nemmeno ventenne conquista la medaglia di bronzo nei 1.500 m stile libero. “Quando vinci, quando tocchi il bordo della piscina e azioni tra i primi il rivelatore di pressione che prende il tuo crono, ci sono dieci secondi in cui non capisci niente, ed è bellissimo. Compi una routine di gesti automatici: tiri fuori la testa dall’acqua, togli la cuffia, gli occhialini”. Se è vero, però, che il mondo si è accorto di lei in quell’occasione, Simona ha sempre avuto grandi sogni e grandi obiettivi, anche se è un po’ scaramantica e riguardo ai venturi Giochi Olimpici di Tokyo 2020, si nasconde dietro un largo sorriso e butta lì un “io non dico niente” con gli occhi a forma di medaglia.

Romana, 1,72 cm di altezza, Simona ha i capelli lunghi e un simpatico neo sopra le labbra, a destra: mentre parla nel suo accento romano, schietta e luminosa, si capisce perché in francese i nei si chiamino grains de beauté (grani di bellezza). Non stupisce, adesso che non c’è competizione in cui non arraffi medaglie – ai Campionati europei di Glasgow nel 2018 vince la medaglia d’oro nei 400 m, negli 800 m e anche nei 1500 m stile libero; e ai Mondiali di Gwangju in Corea di quest’anno è campionessa nei 1.500 m e medaglia d’argento negli 800 m – che, proprio come la sua più navigata collega Federica Pellegrini, pure lei sia diventata il volto di un noto shampoo (non lo stesso, un altro, però più facile da pronunciare). La cosa non le dispiace, anzi, Simona rivendica con orgoglio femminile la sua simpatica vanità: “Sì, sono vanitosa, lo sono sempre stata sin da piccola”.

Tuttavia, di tempo e occasioni per esserlo Simona ne ha ben poche: la sua giornata inizia prestissimo, si alza alle 6,50 del mattino, dopo la colazione si mette in macchina, mette un po’ di musica (“mi piace molto Zucchero” precisa) e alle 8,30 è già in piscina (“a mollo” spiega lei) dove tornerà anche il pomeriggio, alternandola alla palestra; poi cena leggera e a letto presto, poiché il giorno dopo – domenica esclusa – tutto inizia da capo.

Stare “a mollo” è importante per l’esercizio, il respiro, la bracciata, per allenare la resistenza dato che in gare lunghe come i 1.500 m sai che a un certo punto, verso metà gara o giù di lì, arriverà il morso del dolore. E in quel caso, che si fa? “Resisti”, spiega Simona, “al dolore sono abituata, mi alleno tutti i giorni con i dolori. E continui a spingere”. Il quotidiano contatto con l’acqua è fondamentale per non perdere quella peculiarità così necessaria chiamata “acquaticità”. A sfogliare il dizionario, si legge: “La disposizione di un individuo a trovarsi a suo agio nell’acqua”. Simona parla di rapporto con l’acqua, di “sensibilità”. L’acqua è, infatti, la seconda pelle del nuotatore.

Ad addentrarsi così tanto nel mondo del nuoto, in questo ukiyo-e (mondo fluttuante) direbbero i giapponesi, si nota come ci sia un che di primordiale, anzi di prenatale in tale fluttuare. E non tanto per dare ascolto a Freud e le sue teorie sui bambini che proverebbero nell’immergersi in acqua il piacere surrogato di rientrare dentro la propria madre, ma perché l’acqua è l’elemento che meno spaventa i bambini poiché lo riconoscono come amico. A ben osservare la Quadarella – nuotatrice dagli occhi grandi, spalancati e fissi verso l’acqua che l’accoglierà per gli allenamenti pomeridiani, e ancora domani e i giorni dopo a venire – si scorge la piccola Simona, sempre amata e sostenuta dalla famiglia, con il naso tuffato dentro al suo tema, intenta a scrivere: “Da grande voglio diventare una campionessa di nuoto”.

Nostalgia Gazzetta e lettori masochisti

Quand’ero studente leggevo La Gazzetta dello Sport a scuola tenendola sotto il banco; lo facevo alle medie, ho continuato a farlo al liceo. Poi nella vita ho fatto il giornalista sportivo, ho unito l’utile al dilettevole e la “rosea” ha proseguito ad essere una presenza costante nella mia vita. Ricordo tutti i direttori che si sono succeduti durante i miei anni giovanili e non solo: Gualtiero Zanetti, Giorgio Mottana, Gino Palumbo e Candido Cannavò, il più longevo di tutti con una direzione durata quasi vent’anni, dall’83 al 2002. Quand’ero giovane, e anche dopo, leggevo sempre la Gazzetta; era un arricchimento ed è per questo che m’impressiona, oggi, constatare la crescente difficoltà ad accostarmi alle sue pagine. Perchè l’impronta educativa che sempre l’ha contraddistinta sembra sia andata completamente persa, e il giornale ha smesso di essere quel che sempre era stato: non un semplice giornale, ma una bussola.

Per chi è cresciuto alla scuola di Candido Cannavò, per non parlare di Gianni Brera, di Emilio De Martino, di Emilio Colombo, sfogliare oggi la Gazzetta, giornale o sito web, è diventato un atto autolesionista, una pratica destabilizzante. Ogni giorno un colpo al cuore. Se l’Atalanta sgraffigna un rigore contro il Manchester City perché Ilicic va di proposito a sbattere contro il portiere Bravo (che incolpevole viene espulso), la rosea non trova di meglio che uscirsene col seguente “dilemma”: “Caso Ilicic: meglio un gol o 10 minuti col difensore in porta?”, in cui passa il messaggio che un attaccante in grado di far gol possa decidere invece di infliggere all’avversario il danno dell’espulsione del portiere provocandola con la più dichiarata antisportività. Un “dilemma”, per dirla coi gazzettieri di oggi, che avrebbe fatto rabbrividire i direttori di una volta.

Se CR7 gioca male e Sarri lo sostituisce come successo in Juventus–Milan, e lui esce dal campo pronunciando contumelie, fiondandosi negli spogliatoi e andandosene a casa senza nemmeno attendere la fine della partita, del tutto disinteressato all’esito del match (e quindi agli sforzi dei suoi compagni), la Gazzetta all’indomani se ne esce parlando in prima pagina di “Post distensivo di CR7”, che poi sarebbe questo: “Partita difficile, vittoria importante”, senza l’ombra di una scusa, senza un accenno di autocritica; quasi fosse lui ad aver subito un torto, “un segnale di distensione lanciato per cercare di buttare acqua sul fuoco”, CR7 che diventa pompiere per spegnere le fiamme accese da altri. E a dispetto dell’infantilismo cronico palesato dal 34enne campione portoghese, ecco la rosea lanciare “a 12,99 euro oltre il prezzo della Gazzetta” “Ronaldo supereroe! Da oggi diventa anche un fumetto. Salverà il nostro pianeta grazie a una sfera”. Il Grande Maleducato che diventa supereroe. E se la voce di Ibrahimovic possibile acquisto del Napoli comincia a farsi largo, la Gazzetta ne conferma la plausibilità in questo modo: “Napoli. Città bellissima da visitare, difficile da vivere nella quotidianità. Ibra però è cresciuto a Rosengard, il ghetto di Malmoe che ha poco da invidiare a certi quartieri napoletani malfamati. Nell’adolescenza in Svezia si è vaccinato quanto basta per fronteggiare gli eccessi di Napoli”.

Napoli, malavita, ghetto, vaccino. Scritti per davvero. C’era una volta La Gazzetta dello Sport.

Io, la grande sceneggiatrice del bus 446

Ogni tanto prendo il 446, l’autobus che mi porta a lezione di danza, sempre pieno di gente accalcata, oggi anche accaldata con conseguente fluttuare di odori. Sono una sceneggiatrice del mezzo pubblico, osservo persone, ne decifro i pensieri e gli umori anche se stanno in silenzio, oppure gli assegno delle battute se conversano tra loro. Immagino le loro vite al di fuori, in casa, al lavoro, anche nell’intimità amorosa. Ognuno viaggia con la propria storia inventata da me. Per esempio quella signora lì potrebbe fare una spia russa, quell’altro ragazzo invece lo vedrei in un film western all’italiana, anzi no, è troppo basso! Mentre questo signore seduto davanti a me con occhi neri e uno sguardo sicuro, avrà sessanta anni circa. Devo dire che ha delle belle orecchie, con dei lobi cicciotti, il busto grosso di chi fa poco sport e le giunture delle mani esprimono una certa finezza. Lo guardo attentamente per cercare di capire i segni, analizzare i gesti, per dirigerlo meglio, fargli recitare la parte così come voglio. Ma sì, ha la faccia tipica di un cassiere dell’Upim. Nel mio film io potrei fargli fare un cassiere che viene coinvolto in un furto, però dimostra la sua innocenza, apre un supermercato tutto suo e diventa milionario. “Salve lo sa che lei ha la faccia di un cassiere dell’Upim?” – “Upim? Non conosco questa parola!”. Oddio, ho toppato alla grande. Ma allora che mestiere gli faccio fare a questo? Un ragazzo di lato lo saluta: “Maestro Bertolucci, un onore incontrarla qui, sa, ho appena visto il suo film Io ballo da sola, un capolavoro”. Escono dall’autobus parlando cordialmente di cinema, il maestro è compiaciuto oltremodo. Io rimango a osservarli e a immaginare per loro il mio film, che naturalmente non vedranno mai. Non sanno cosa si perdono…

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Stranieri, la caduta massi del nuovo nazionalismo

In un piccolo, importante libro appena pubblicato da Laterza ( “Nazionalisti e Patrioti “) Maurizio Viroli, storico e filosofo della politica che i lettori del Fatto conoscono bene (ma gli studenti di Princeton conoscono bene anche in America), coglie e indica con esattezza il punto in cui si forma il tempo amaro e squallido in cui viviamo, e che a volte, colpiti dalle incredibili analogie, chiamiamo fascismo. “ Nazionalisti e Patrioti” è prima di tutto una guida per non perdersi nel vuoto che adesso si chiama politica, dobbiamo ricordarci che il nuovo è nato o sta nascendo, sia sul versante apparentemente mite di chi sembra soltanto volersi liberare dalle ideologie (perchè il mondo nuovo comincia nel computer), sia sul versante violento di chi vuole lo sgombero di coloro che si oppongono all’idea che il mondo nuovo comincia quando hai chiuso e sbarrato la porta allo straniero, che è persona, idea, lingua, libro, origine e pensiero. Poichè lo sbandieramento apparentemente infantile e festoso del mondo che rinasce nel computer sta evaporando da solo, Viroli si dedica a coloro (molti, purtroppo) che vogliono sbarrare le porte come precauzione sanitaria contro l’infezione di persone “diverse” o la contaminazione di una razza impura.

Nel suo ruolo di bracconiere dei cacciatori di esseri umani travestiti di patriottismo, Viroli pubblica un documento nel quale dimostra che coloro che si propongono come patrioti, indossando per buona misura, anche i talismani della religione del posto in cui sostengo di avere esclusive radici, sono in realtà nazionalisti che hanno fedelmente riempito e stanno riempiendo lo spazio di coloro che, a suo tempo, hanno cercato di distruggere un popolo e sono riusciti a distruggere un mondo. “Nazionalisti e Patriotti” in sole 83 pagine rivela l’inganno. I nazionalisti, che si presentano come difensori, sulla porta chiusa d’Italia, sulle sue frontiere armate progettate in fretta per la prima volta dopo il fascismo (l’orrore dei porti chiusi e rispettati come tali da burocrati e colleghi politici) sono in realtà l’opposto, portano violenza e guerra, fedeli alla loro idea ottusa della razza pura (in questo caso la razza bianca, ma non ci sono limiti in questo sporco gioco) dell’autarchia, della caccia al diverso, del culto esclusivo del potere, che deve essere sempre e tutto nelle loro mani. Ricordate la richiesta di Salvini di avere “tutti i poteri” per poterci garantire i privilegi del suo governo? Ma la vera contrapposizione tra nazionalismo e patriottismo, nel libro di Viroli, risiede non tanto delle citazioni dei grandi italiani come Croce, che rigetta come uno stato mentale e morale inferiore il nazionalismo, ma nella esaltazione del pensatore nazista Herder, che attribuisce al nazionalismo lo status di passione, dunque sentimento naturale e incontenibile a meno di tradirlo. E definisce il patriottismo “ragione, elaborazione a freddo che porta alla morte spirituale”. Maurizio Viroli sta avvertendo i suoi lettori (e, speriamo, molti italiani) di mettersi al riparo dalla caduta massi del nazionalismo che annuncia un tremendo ritorno.

Riti sentimentali per donne ambiziose: “Il diamante, Big Mac dei gioielli”

Come sugli attenti si sta su tutti gli eserciti del mondo, anche nemici tra loro – con l’identico saluto, lo stesso scatto e l’identico passo – così ovunque, e con la stessa malia, gli anelli trovano le dita di donne e uomini di ogni razza e di ogni storia. E dappertutto la gioielleria è la caserma di tutti gli erotismi e i carismi.

Il potere di seduzione è irresistibile, i gioielli sono l’alimento del sacrissimo fuoco dell’autenticità. Un libro di Wendy Doniger, L’Anello della verità (edizioni Adelphi), coglie l’espediente in assoluto di desiderio e responsabilità, di alibi e riconoscimento, di estasi e consunzione panica. Traduttrice del Kamasutra, docente di storia delle religioni, esperta di miti e riti, Doninger indaga il mistero seduttivo di un ben preciso canone: “Diamond’s are a girl’s best friend”, laddove l’autenticità impone il precipitato dei gioielli. Ed è quel che si sa: i loro gioielli dimostrano che hanno “molti amanti/mariti ricchi/famosi, e ratificano in tal modo il loro fascino e la loro bellezza”. In ogni brillio dell’oro è richiesta la genuinità della manifattura e il valore, insomma, è nell’altrove sentimentale: un diamante a forma di cuore stretto da pietre più piccole a formare due mani strette nel sempre trova alloggio nel castone d’oro.

Per ogni gioia che trova luce, un’altra scivola nell’ombra e nel mare grande del racconto, la serpe del divenire si fa rubino, topazio, opale, smeraldo, zaffiro, ambra. E sono i tanti nomi cui corrisponde la sincerità risplendente. Ecco, l’anello della verità, svela nel pegno la qualità dell’impegno. Mia zia, la signorina Lia – prendo a prestito un esempio familiare a me caro – impone l’imperio del suo charme degnando appena poco, e con un’occhiata peraltro distratta, il contenuto dell’astuccio offertole dal pretendente. Afferra quindi il gioiello, glielo getta ai piedi e come un Parvati avvolta nel sari, la signorina Lia – mia zia – abbagliate nella sua parure, col manto a pizzo, sibila al corteggiatore “mi scorderai e ti sposerai” mentre alle amiche, con l’occhio tutto femminile che sa dispiegare l’inventario di decostruzione del potere, spiega: “Non si devono permettere”. Il sottinteso è ovvio: non ci si abbassa a così bassa paccottiglia. Si mira a una lussuosa transazione per cementare l’unione.

I diamanti – scrive Robert N. Proctor – “fecero per i gioielli ciò che McDonald’s ha fatto per il pasto serale; il diamante è diventato una sorta di Big Mac delle gemme, benché assai costoso”. Così accade in tutte le civiltà e in qualunque epoca, presso ogni condizione sociale se Holly Golightly, in Breakfast at Tiffany’s, incantata davanti alla vetrine della gioielleria, pur scannata e senza soldi vi entra lo stesso e vi riceve l’accoglienza dovuta a una Principessa.

La favola triste, già romanzo di Truman Capote, quindi film con Audrey Hepburn e George Peppard, non ha lieto fine. Paul Variack non ha quattrini per comprarne uno, tra i tanti, un anello d’oro con diamante che celebri la notte appena trascorsa con Holly. Non può che porgere agli inappuntabili commessi del celebre negozio sulla Quinta Strada un anellino senza valore per farselo incidere, dopodiché piove, si canta Moon River, si va a recuperare il gatto di nome Gatto smarrito tra le pozzanghere e tutto torna a ninnoli, bracciali e perline: “Le donne” – spiega Doniger – “usano i gioielli per indurre gli uomini a comprare altri gioielli. È un circolo, com’è un circolo l’anello”.

Gli altri Cucchi. “Anche mio fratello è morto per droga. Il calvario di mamma e papà”

Cara Selvaggia, come Ilaria Cucchi anche io avevo un fratello tossicodipendente, e anche io mio fratello l’ho perso, tra tanta gente che giudicava. Tutto inizió all’eta di 19 anni, dopo un tragico incidente che lo segnó per sempre. Era rimasto traumatizzato, non aveva più la forza emotiva per reggere i minimi problemi della vita. Qualsiasi cosa gli capitasse sentiva che non ce l’avrebbe fatta, che non l’avrebbe superata. Lo vidi cambiare dal giorno alla notte. Non era più lui, la droga se lo prese, gli cambiò la faccia, gli occhi, il corpo e l’anima. Negli anni con la famiglia abbiamo cercato di essergli vicino, lo abbiamo trascinato prima dallo psicologo svenandoci per pagare sedute su sedute (forse più care della droga stessa) e poi al centro di recupero. L’abbiamo vista, la droga, e abbiamo visto anche gli spacciatori da cui si riforniva mio fratello. Non sai cara Selvaggia che mortificazione vedere i miei genitori, persone perbene, ridursi a trattare con questi delinquenti. Ridursi a parlare con i suoi spacciatori per rimediare i debiti che lui aveva contratto. Per implorarli di lasciarlo in pace. Esausta, arrabbiata, addolorata arrivai al punto di rinnegare mio fratello. Non potendo cacciarlo via di casa non gli rivolsi più la parola, appena potevo gli dimostravo tutto il mio disprezzo e non per la persona che era diventata ma perché odiavo che avesse permesso a qualcosa di rovinare quello che eravamo. Quello che potevamo essere. Quello che erano stati i nostri genitori. Ci aveva tolto il presente e ci stava privando anche del futuro.

Il destino ha voluto, poco dopo la mia tremenda decisione di non parlare più a mio fratello, che la morte se lo portasse via lasciandomi il cuore pieno di sensi di colpa e massacrando l’esistenza dei miei genitori.

Non dimenticherò mai il suo ultimo sguardo, prima di lasciarci, che voleva dire: “Sì, mi vergogno di essere quello che sono adesso. E di farvi quello che vi sto facendo”.

E non dimenticherò mai il suo sorriso quando ancora era lui. A chi giudica vorrei solo dire che arriva il momento in cui chi si droga non può essere più aiutato e a quel punto non c’è più nulla da fare: bisogna solo pregare che gli eventi non rotolino verso il peggio. Che dopo aver toccato il fondo, quella persona, che nel mio caso era mio fratello, decida che vuole vivere sopra ogni cosa. Certo, Stefano Cucchi non ha potuto decidere della sua vita perché lo hanno ammazzato prima, ma per il resto la barca su cui navighiamo noi familiari – che sia io, che sia Ilaria Cucchi – è la stessa. Una barca che galleggia ma che non si può guidare.
Valeria

Cara Valeria, le cose che hanno scritto e che continuano a scrivere e dire su Ilaria Cucchi e la sua famiglia anche dopo la sentenza sono disgustose. L’assenza di empatia nei confronti delle famiglie di tossicodipendenti e la presunzione di sapere come si gestisca un problema così enorme, fanno impressione. Certi commenti, in questi anni, sono state altre botte gratuite, altro dolore, altra miseria umana.

 

Chef Rubio opinionista social: “I giornali oscurano gli esperti”

Cara Selvaggia, ho letto il tuo articolo su Chef Rubio. Io non lo conoscevo finché i giornali non hanno iniziato a occuparsi di lui e delle sue opinioni in maniera quasi compulsiva, come se questo personaggio fosse in qualche modo un riferimento politico, sociale, intellettuale di questo nostro stanco Paese. Ma non è dello chef che voglio parlare bensì di questa sensazione che i giornali stiano delegando al nulla il ruolo dell’opinione e dell’opinionista. Alla fine questo Rubio scriveva le sue cose sui suoi social, bastava ignorarle. Invece sempre di più vedo che qualsiasi cosa provenga dal mondo dei social, scavalca il parere di intellettuali e menti illuminate che avrebbero cose più interessanti da dire ma a cui nessuno chiede più niente. Perché disturbare uomini intelligenti e riservati quando è così pieno di fessi urlanti che smaniano per dire la propria? Questo mi sembra il brutto vizio dei giornali oggi. Grazie per l’attenzione.
Roberto

Caro Roberto, ci pensavo proprio in questi giorni leggendo alcuni articoli sull’appassionante tema “gli hater contro Venezia”. Direi che se Venezia rischia di finire sott’acqua, un certo tipo di giornalismo è affogato già da un po’.

 

Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.

Il partito cattolico ancora non è nato e già si divide tra Lega, Pd e neo-Dc

Come chiedeva il profeta Isaia nell’Antico Testamento: “Sentinella, quanto resta della notte?”. Potremmo aggiungere, vista la gravità della questione: “Sentinella, quanto resta della notte del centro?”.

Terminato infatti il lustro di astinenza (2013-2018) imposto da Francesco alla Chiesa italiana sull’agire politico – dopo gli sconquassi dell’era Bertone, tragico epigono del ruinismo – adesso impazzano le geremiadi sulla mancanza e al tempo stesso sulla necessità del centro cattolico. In origine sembrava che la cabina di regia voluta da Cei, Avvenire e Civiltà Cattolica dovesse rigenerare l’impegno politico dei credenti in modo trasversale ma anti-sovranista. Poi però, qualche settimana fa, l’illustre economista Stefano Zamagni, a capo della Pontificia accademia delle scienze sociali, ha elaborato un manifesto per un nuovo partito e qualcuno (Repubblica) ha pensato che questa fosse la svolta attesa.

In realtà, grande è la confusione che sovrasta la voglia di centro dei cattolici italiani. Proprio ieri Avvenire ha pubblicato un’intervista a Roberto Rossini, presidente delle Acli, che ha liquidato così l’operazione “unitaria” di Zamagni: “Uno spazio per un partito di soli cattolici non c’è”. Dettaglio non secondario. Rossini è stato uno degli ospiti invitati a parlare da Nicola Zingaretti alla tre giorni rifondativa del Pd, a Bologna. Così come il gesuita Francesco Occhetta, analista politico (e severo anti-populista) della Civiltà Cattolica di padre Antonio Spadaro, influente consigliere di papa Francesco.

Insomma un discreto “movimentismo” attorno ai dem, cui corrisponde nell’altro campo, sovranista e anti-bergogliano, l’endorsement del cardinale Camillo Ruini per Matteo Salvini (ieri il Corsera ci ha informato che i due si sarebbero pure incontrati in gran segreto).

Ma non è finita. Nei giorni scorsi, si è costituita legalmente la Federazione popolare dei democratici cristiani, guidata da Giuseppe Gargani. Hanno aderito, ognuno in rappresentanza di un proprio partito o associazione: Cesa, Rotondi, Tassone, Paola Binetti, i redivivi Publio Fiori e Domenico Scilipoti Isgrò. Alla prossima puntata.

Qui c’è gente come Franco Nisticò, che lotta fino alla morte

Caro Coen, sono reduce da un soggiorno di due settimane in Calabria. Conosco quella realtà. So decifrare il chiaro e lo scuro di quella terra sfortunata e martoriata dall’indifferenza dei governi, da una mafia che è la più potente al mondo, e da una classe politica locale che, salvo rarissime eccezioni, è la causa principale dei mali che affliggono i calabresi. Ma la Calabria che amo è quella fatta di uomini e donne forti, gente che ogni giorno cerca di vivere con onestà, di resistere e di cambiare lo stato delle cose. Ho incontrato i figli di Franco Nisticò, e ancora una volta abbiamo parlato del padre. Franco, un combattente, un “capopopolo”. Parola che nel Sud non suona offensiva, ma è pronunciata con rispetto e affetto. Il “capopopolo” è un uomo che lotta, che si mette in prima fila, che si fa carico dei problemi della sua comunità anche sacrificando se stesso. Franco Nisticò era tutto questo. Alto, imponente, la voce da tenore che gli consentiva di tenere un comizio senza il fastidio di microfoni. Morì, ancora giovane e con i figli ragazzi, dieci anni fa, il 19 dicembre del 2009. Parlando a migliaia di persone calate in Calabria per dire il loro No al Ponte sullo Stretto. Franco si stava battendo contro quell’opera inutile e per il rinnovamento della Statale 106, la lunga arteria che congiunge la Calabria Jonica con la Puglia. La strada della ‘ndrangheta e della morte. Salì sul palco e parlò di unità. “Tutti noi, vecchi e giovani, siamo la speranza di questa Calabria abbandonata da tutti”, questo disse usando tutto il fiato che aveva nei polmoni. Scese dal palco e morì, stroncato da un infarto e dai colpevoli ritardi dei soccorsi. Dieci anni dopo, Franco sarà ricordato con dibattiti e cerimonie e con uno spettacolo teatrale, “Spartaco strit viù”, di Francesco Gallelli, Luca Michienzi e Annamaria De Luca. Perché Franco Nisticò per tutta la vita questo è stato, un moderno Spartaco, un uomo che aveva “fame e sete di giustizia”. Come la gente migliore della sua Calabria.

Altro che porti chiusi: i migranti aiutano l’Italia “a casa nostra”

Io non perdono, e non dimentico. Ma non odio. Faccio mie le parole di Primo Levi citate venerdì scorso dalla senatrice Liliana Segre, alla Bocconi di Milano. In troppi minimizzano l’antisemitismo italiano e voltano le spalle. In pochi si rendono conto che questa indifferenza è pericolosa, come l’insofferenza verso chi denuncia i rischi e le derive rappresentate dai razzisti, dagli xenofobi, dagli antisemiti. Mai abbassare la guardia, caro Fierro. Proprio a due passi da casa, mentre camminavo lungo il marciapiede di via Sabotino, a Porta Romana, ho ascoltato un bambino sui 10 anni rassicurare la madre preoccupata per una partitella di calcio, “tranquilla, mamy, siamo tutti bianchi…”. Bianchi, verrebbe da dire, come la prima neve che è arrivata a vestire le montagne: così, più belle, anche se sempre più deserte e abbandonate. Per fortuna che a ripopolarle un po’ ci pensano gli immigrati. Giovedì 14 novembre, al Plessi Museum del Brennero, è stato presentato Alpine Refugees – Immigration at the Core of Europe, un saggio a più voci che mette in evidenza il ruolo, spesso positivo, degli immigrati nelle aree montane e contribuisce a disegnare una diversa rappresentazione della questione migratoria in Europa, rispetto alla narrazione sovranista. Oh, non sono tutte rose e fiori. Talvolta, l’insediamento avviene liberamente, in altri sotto costrizione (vedi i profughi), affrontando “un difficile processo di adattamento reciproco con le comunità locali a loro volte coinvolte nelle dinamiche dell’accoglienza”, scrivono Ingrid Kofler, Andrea Membretti e Pier Paolo Viazzo, curatori di “Per forza o per scelta/l’immigrazione straniera nelle Alpi e negli Appennini” (2017). Ciononostante, capita che i “montanari per forza” si trasformino, sovente, in “montanari per scelta”: un cammino virtuoso che favorisce il rilancio della montagna, condiviso con gli autoctoni delle terre alte italiane. Le destre razziste e xenofobe urlano “aiutiamoli a casa loro”, quando si parla di immigrati. Pochi sanno che ci aiutano “a casa nostra”, nel cuore dei nostri monti.