La rivolta degli iracheni si svolge in un contesto economico segnato da 40 anni di conflitti. La storia economica del paese è una lenta discesa agli inferi che ha messo in ginocchio il paese e lo ha ridotto a uno stato di dipendenza nocivo ai redditi da petrolio e ai finanziamenti internazionali. È la storia di un paese devastato dalla violenza, dalla corruzione, dalle pressioni di milioni di rifugiati, incapace di garantire la sicurezza degli iracheni e di fornire i servizi pubblici necessari nella sanità o l’educazione. In questo contesto, il paese, molto giovane, la cui popolazione ha un’età media di 21 anni e dove, su 40 milioni di abitanti, 20 milioni sono sotto i 25 anni, reclama un’azione concreta che metta fine a lunghe sofferenze per il bene delle generazioni future. Ma non sarà facile uscire da questa trappola infernale. Di fronte a uno Stato paralizzato dalla corruzione e dalle divisioni etnico-religiose, il Fondo Monetario Internazionale e tutta la comunità internazionale non fanno altro che raccomandare all’Iraq uno “shock competitivo” e di aprire i mercati. La rivolta del popolo iracheno è anche un riflesso di questa impasse.
Per capire la situazione, bisogna fare un passo indietro nel tempo. Negli anni ’70, il regime ba’thista di Saddam Hussein, uno dei più sanguinosi del Medio Oriente all’epoca, insieme al “cugino” siriano, avviò una politica di modernizzazione dell’economia irachena. L’idea era di utilizzare la manna del petrolio, principale fonte di ricchezza dagli anni ’50, per sviluppare il paese. Il motore di questo sviluppo fu lo Stato, che reinvestì in modo massiccio i redditi del petrolio, iniettandoli soprattutto nel settore pubblico. Un metodo tipico dei regimi autoritari: per pervenire al potere economico bisognava essere membro del partito Ba’th e le politiche economiche erano determinate dall’interesse del regime. Con l’impennata del prezzo del barile, questa politica ottenne notevoli successi, che erano ancora visibili all’inizio degli anni ’90, malgrado la terribile guerra contro l’Iran.
Nel corso degli anni ’90, però, l’economia irachena crollò vertiginosamente. Dopo l’invasione del Kuwait e la prima guerra del Golfo (1990-1991), il paese subì sanzioni economiche tra le più severe della storia recente. Il commercio estero dell’Iraq fu sottomesso al controllo delle Nazioni Unite, i fondi esteri del paese furono congelati e gli investimenti in Iraq praticamente vietati. Solo nel 1997 la pressioni si allentarono con il famoso programma Onu “petrolio contro cibo”. Ma gli effetti su un’economia già gravemente messa alla prova dalla guerra contro l’Iran furono disastrosi. Si apriva dunque una nuova fase di crisi per l’economia irachena. L’Autorità provvisoria della coalizione (Cpa), che prese il controllo del paese dal 2003 al 2005 sotto la guida del diplomatico statunitense Paul Bremer, applicò una doppia politica ideologica. In primo luogo, avviò un’intensa fase di “de-ba’thificazione” del paese, escludendo tutti i membri del partito dai posti di responsabilità nelle imprese statali e nei ministeri. Questa politica contribuì a svuotare le autorità economiche delle loro competenze, mentre gli esclusi andarono a alimentare i ranghi degli insoddisfatti e le milizie che più tardi manterranno il paese in un’instabilità cronica.
In secondo luogo, il Cpa tentò di dinamizzare l’economia irachena con una terapia neoliberale d’urto, basandosi sull’idea che la liberalizzazione economica pone per forza di cose le basi della democrazia. Il paese si aprì quindi alle importazioni. Le conseguenze di queste scelte furono disastrose. La produzione nazionale, in mancanza di adeguate competenze, non fu in grado di far fronte alla concorrenza straniera. Ciò che restava dell’industria, nei settori del cemento o nella chimica, fu spazzato via dalla concorrenza e la domanda interna, compreso in materia di sicurezza, fu quasi interamente soddisfatta dalle importazioni. Per finanziare queste spese, una sola sembrava essere la soluzione: il petrolio, di cui il paese è il quarto produttore mondiale. Era dunque necessario estrarne di più. Da allora, l’economia irachena è sempre più dipendente dal petrolio.
Nel 2018 l’Iraq è stato anche il paese del mondo più dipendente dall’oro nero, con una quota del settore petrolifero del 61% del Pil e una quota nelle esportazioni del 99,6%. Le nuove autorità irachene, che si sono sbarazzate della tutela politica del Cpa, si ritrovano ad affrontare emergenze economiche a breve termine. Gli investimenti sono scarsi o nulli e i posti di lavoro sono mantenuti pur di sostenere il reddito della popolazione. L’Fmi e la Banca mondiale denunciano un sistema che impedirebbe, a loro avviso, lo sviluppo del “settore privato”. Ed è vero che il sistema si basa soprattutto sulla corruzione e anzi la incoraggia. L’Iraq è al 161mo posto per corruzione nella lista di 168 paesi stilata da Transparency International. Gran parte della popolazione soffre per la corruzione e l’assenza di politiche sociali. La povertà colpisce quasi il 22% degli iracheni. Secondo la Banca mondiale, gli effetti delle politiche pubbliche favoriscono i ricchi. In dieci anni, il Pil pro capite (per metà costituito dal petrolio) è stagnante.
Ma costruire un sistema economico nuovo, bisogna riconoscerlo, è molto complicato per le autorità. La prima cosa da fare sarebbe investire sul capitale umano, nell’istruzione, nella salute e nell’acqua, oltre che nelle infrastrutture. Solo dopo si potrà anche ricostruire l’economia del paese. Senza questo lavoro di fondo, senza un investimento sulla popolazione, il paese continuerà a dipendere dal reddito fragile e asfissiante del petrolio. Ma questo tipo di politica resta per ora un’utopia. Dopo la fine del regime, sarebbe stato necessario investire in modo massiccio. La ricostruzione è stata invece molto lenta e, a dir la verità, non è mai davvero iniziata.
Non c’è stato nessun “piano Marshall” per l’Iraq. Se gli Stati Uniti hanno versato 60 miliardi di dollari a Baghdad dopo la guerra, 25 miliardi di dollari sono stati di fatto spesi per la sicurezza del paese. Una buona parte di questi fondi è ritornata del resto a società statunitensi di forniture d’armi o di servizi legati alla sicurezza. Il tutto con un effetto disastroso, dal momento che non c’è stato alcun miglioramento reale nelle condizioni di sicurezza del paese, cosa che ha allontanato gli investitori stranieri. Per il resto, la comunità internazionale si è accontentata di cancellare l’80% del debito detenuto dai creditori pubblici del Club di Parigi, mantenendo gli altri 40 miliardi di euro di debito ereditati dal paese. Le altre promesse sono state per lo più ignorate.
Per il governo federale di Baghdad, la doppia crisi del 2014-2017 è stata un disastro finanziario. La regione occupata rappresenta il 15% della produzione di petrolio e quindi delle entrate fiscali, mentre le autorità devono farsi carico dei 5 milioni di rifugiati in fuga dalle violenze dei jihadisti. Tutto questo succede mentre il prezzo del barile crolla. Logicamente la crisi continua a scavare vertiginosamente il debito pubblico, salito al 12,8% del Pil nel 2015 e al 13,9% nel 2016. Questo deficit è stato finanziato dalla Banca centrale, che ha attinto alle riserve valutarie. Ma poiché questo sistema è limitato dalla dipendenza monetaria al dollaro, alla fine è stato necessario l’intervento del Fmi che, nel 2016, ha prestato 5,3 miliardi di dollari al paese. Il prezzo da pagare è stato pesante per il governo iracheno, dal momento che il Fondo di Washington ha imposto le sue consuete condizioni: priorità a rimborsare il debito, misure di austerità e liberalizzazione dell’economia. Gli anni 2016-2018 sono stati di conseguenza anni di grandi tagli in un paese già esangue. In quattro anni, la spesa pubblica è stata tagliata del 6%, passando dal 43,4% al 32% del Pil. La situazione sociale ha continuato a deteriorarsi con questa nuova crisi e la politica di austerità che ne è seguita. La povertà riguardava nel 2017 il 22% della popolazione, contro il 18% nel 2014.
Il bilancio 2019, negoziato a fatica lo scorso inverno al Parlamento iracheno, era sembrato più favorevole. Dopo quattro anni di austerità, nel 2018 era stato annunciato un avanzo di bilancio del 7,9% del Pil, grazie a una ripresa degli introiti da petrolio. Quest’anno, Baghdad ha annunciato un ritorno a un disavanzo del 4,1% del Pil a causa dell’aumento del 27% della spesa pubblica. Ma metà di questo surplus della spesa era destinato a remunerare i combattenti della regione autonoma del Kurdistan che hanno affrontato il gruppo Stato islamico e non ricevono alcuna remunerazione da due anni. Questo finanziamento ha una valenza politica: si tratta di ripristinare delle relazioni pacifiche con questa regione del Kurdistan iracheno che, nel 2017, ha organizzato un referendum sulla sua indipendenza. Per il resto, il governo ha previsto di creare 60.000 nuovi posti di lavoro nel settore pubblico, perseguendo la sua strategia di redistribuzione delle risorse venute dal petrolio che aveva permesso di ridurre la povertà dal 2012 al 2014. La situazione è comunque molto diversa oggi, considerando il numero di rifugiati e il disinvestimento sul periodo 2014-2018.
La rivolta sociale irachena non ha dunque nulla di sorprendente. È il risultato di 15 anni di gestione caotica dell’economia del paese. Il governo preferisce proteggere lo status quo e i suoi interessi politici: il trasferimento della ricchezza proveniente dal petrolio alle imprese statali e l’allentamento delle tensioni con il Kurdistan. Questa politica non lascia alcun margine di manovra a una vera politica, non solo di ricostruzione, ma anche di investimento in settori trainanti, in particolare nell’immenso potenziale agricolo del paese. Così si riducono sempre di più i mezzi per combattere la povertà.