Ingorghi provocati per protesta: cittadini in rivolta per il caro benzina

Gli ingorghi nelle strade già caotiche di Teheran questa volta non sono stati provocati dalla nevicata che ha imbiancato la capitale iraniana. “Li provochiamo volutamente e ci accordiamo mandandoci messaggi via internet attraverso indirizzi proxi per non farci intercettare”, dice al Fatto un commerciante di Teheran che chiede l’anonimato. Da tre giorni migliaia di persone sono scese nelle strade delle principali città dell’Iran per protestare contro la decisione del governo di aumentare il prezzo della benzina. “Vi potrà sembrare strano perché la benzina iraniana è la meno costosa al mondo, ma per noi del ceto medio basso già provato dal carovita, dall’inflazione e dalla disoccupazione questa è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Molte persone hanno interpretato questa scelta come il segnale di un nuovo giro di vite economico“, ci dice via social una studentessa universitaria. Le voci di chi protesta a costo di morire – un manifestante è già stato ucciso dagli agenti, ma i dati non ufficiali parlano di numerose vittime – da ieri sera non riescono più a diffondersi attraverso la messaggistica dato che internet è stato bloccato. Ieri è comparso sulla tv di Stato Ali Khamenei, Guida Suprema della teocrazia islamica sciita, per sostenere la misura: con il solito dito indice alzato, ha minacciato che “i banditi sobillati da agenti esterni verranno perseguiti e consegnato alla giustizia”. Khamenei è il politico nonchè religioso più ricco del paese.

Le recenti nuove sanzioni americane stanno soffocando l’economia del paese nel tentativo di costringere il popolo a ribellarsi al regime. Ma gli ayatollah hanno già dimostrato nel 2009 , quando montó “l’Onda Verde” , più pacifica di quella attuale , di essere disposti a reprimere le rivolte nel sangue.

“Più sei ricco, più Dio ti ama”: la pastora personale di Trump

“Più sei ricco, più Gesù ti ama”. Il Dio di Donald Trump parla con voce di donna. È quella di Paula White, Paula la candida, nuova consigliera spirituale del presidente Usa. Così si descrive: “Pastore evangelista del centro cristiano Nuovo Destino di Orlando”, nonna amata, personalità televisiva, mentore, scrittrice che “superando la tragedia, ha trovato ristoro in Cristo, la sua missione è mostrarlo agli altri”.
Sommersa dal dolore di un destino sfortunato, arriva dalle viscere d’America. Figlia di madre alcolizzata e padre suicida, cresciuta tra miseria e servizi sociali, è stata vittima di abusi sessuali. La fede a arriva a 18 anni, col suo primo marito e le prime messe davanti alle telecamere. Poi diventa sempre più credibile, seguita e vittoriosa. La telepredicatrice evangelista oggi ha una comunità capace di raccogliere 150 milioni di dollari in donazioni.

Nel 2007 fu investigata dal Senato per le sue richieste di fondi ai fedeli, ma tutto si concluse senza prove. È una vecchia Barbie bionda che parla di sacro e di moneta. Vorticosa, prolifera e mirabolante. Alle sue prediche cita poco i salmi: “Dio ha detto che intesterete i vostri assegni a Paula White, se Dio vi chiede di donare 12 dollari fatelo, anche con carta di credito, in cambio avrete ricchezza, se non lo fate, i vostri sogni moriranno”.

Dio chiede, Dio vuole, Dio è d’accordo con lei. Braccia ed occhi al cielo, con il suo dito indice puntato al soffitto, è la star dei prosperity gospel americani, qualcosa a metà tra una preghiera cantata e un manuale d’istruzioni per diventare ricchi, mentre Paula convince tutti che le sfere celesti augurano ai fedeli una vita “abbondante”: “Non dovete avere paura, ansia, la mentalità della povertà”.

Convergenze gelatinose. Ci sono croci, sospetti e critiche bibliche. Per molti cristiani a stelle e strisce è un’eretica e i suoi sermoni sono interventi da convegno sul materialismo eccessivo e smisurato d’America, ma il microfono rimane il suo scettro del comando. Dall’altare di uno schermo televisivo o del suo sito web – dove le icone sono i suoi ritratti o la copertina del suo ultimo libro, Something greater, “qualcosa di più grande”- predica con molti punti esclamativi, ricorda i milioni di dollari che ha fatto destinare ai più bisognosi d’America, (quelli che lei ama ma il suo Dio, evidentemente, non abbastanza). Paula ha sentito la voce di Dio e Trump ha sentito la sua durante un tour per la folla adorante dei suoi discepoli. Comincia allora il richiamo divino tra i due. Trump la invita a predicare la sua particolare versione della Bibbia ad Atlantic city nel 2002. Poi alla cerimonia inaugurale dell’insediamento del presidente nel 2016 lei lo benedice con molti dei suoi proverbiali amen. Paula è “bellissima dentro e fuori” ha detto il presidente. Lei ha ricambiato: “Trump è come un diamante che svela una nuova faccia ogni volta che è esposto alla luce”. Lei è certa che lui “abbia una relazione con Dio” e promette il voto degli evangelici alle elezioni del 2020. Spesso è ospite della Fox. L’ultimo sermone riguardava le “potenze demoniache dei network”, i media che si “sono allineati contro Trump”.

Dio ti benedice, la stampa quasi mai. “La pastora personale del presidente”, come la chiama il New York Times, è adesso diventata ufficialmente consigliera dello Studio Ovale per la Faith and Opportunity Initiative. Non è più certo che domani agli ultimi apparterrà il Regno dei Cieli, oggi è sicuro solo che a Paula appartiene un ufficio alla Casa Bianca.

Iraq in rivolta: 15 anni di errori sulla pelle dei cittadini

La rivolta degli iracheni si svolge in un contesto economico segnato da 40 anni di conflitti. La storia economica del paese è una lenta discesa agli inferi che ha messo in ginocchio il paese e lo ha ridotto a uno stato di dipendenza nocivo ai redditi da petrolio e ai finanziamenti internazionali. È la storia di un paese devastato dalla violenza, dalla corruzione, dalle pressioni di milioni di rifugiati, incapace di garantire la sicurezza degli iracheni e di fornire i servizi pubblici necessari nella sanità o l’educazione. In questo contesto, il paese, molto giovane, la cui popolazione ha un’età media di 21 anni e dove, su 40 milioni di abitanti, 20 milioni sono sotto i 25 anni, reclama un’azione concreta che metta fine a lunghe sofferenze per il bene delle generazioni future. Ma non sarà facile uscire da questa trappola infernale. Di fronte a uno Stato paralizzato dalla corruzione e dalle divisioni etnico-religiose, il Fondo Monetario Internazionale e tutta la comunità internazionale non fanno altro che raccomandare all’Iraq uno “shock competitivo” e di aprire i mercati. La rivolta del popolo iracheno è anche un riflesso di questa impasse.

Per capire la situazione, bisogna fare un passo indietro nel tempo. Negli anni ’70, il regime ba’thista di Saddam Hussein, uno dei più sanguinosi del Medio Oriente all’epoca, insieme al “cugino” siriano, avviò una politica di modernizzazione dell’economia irachena. L’idea era di utilizzare la manna del petrolio, principale fonte di ricchezza dagli anni ’50, per sviluppare il paese. Il motore di questo sviluppo fu lo Stato, che reinvestì in modo massiccio i redditi del petrolio, iniettandoli soprattutto nel settore pubblico. Un metodo tipico dei regimi autoritari: per pervenire al potere economico bisognava essere membro del partito Ba’th e le politiche economiche erano determinate dall’interesse del regime. Con l’impennata del prezzo del barile, questa politica ottenne notevoli successi, che erano ancora visibili all’inizio degli anni ’90, malgrado la terribile guerra contro l’Iran.

Nel corso degli anni ’90, però, l’economia irachena crollò vertiginosamente. Dopo l’invasione del Kuwait e la prima guerra del Golfo (1990-1991), il paese subì sanzioni economiche tra le più severe della storia recente. Il commercio estero dell’Iraq fu sottomesso al controllo delle Nazioni Unite, i fondi esteri del paese furono congelati e gli investimenti in Iraq praticamente vietati. Solo nel 1997 la pressioni si allentarono con il famoso programma Onu “petrolio contro cibo”. Ma gli effetti su un’economia già gravemente messa alla prova dalla guerra contro l’Iran furono disastrosi. Si apriva dunque una nuova fase di crisi per l’economia irachena. L’Autorità provvisoria della coalizione (Cpa), che prese il controllo del paese dal 2003 al 2005 sotto la guida del diplomatico statunitense Paul Bremer, applicò una doppia politica ideologica. In primo luogo, avviò un’intensa fase di “de-ba’thificazione” del paese, escludendo tutti i membri del partito dai posti di responsabilità nelle imprese statali e nei ministeri. Questa politica contribuì a svuotare le autorità economiche delle loro competenze, mentre gli esclusi andarono a alimentare i ranghi degli insoddisfatti e le milizie che più tardi manterranno il paese in un’instabilità cronica.

In secondo luogo, il Cpa tentò di dinamizzare l’economia irachena con una terapia neoliberale d’urto, basandosi sull’idea che la liberalizzazione economica pone per forza di cose le basi della democrazia. Il paese si aprì quindi alle importazioni. Le conseguenze di queste scelte furono disastrose. La produzione nazionale, in mancanza di adeguate competenze, non fu in grado di far fronte alla concorrenza straniera. Ciò che restava dell’industria, nei settori del cemento o nella chimica, fu spazzato via dalla concorrenza e la domanda interna, compreso in materia di sicurezza, fu quasi interamente soddisfatta dalle importazioni. Per finanziare queste spese, una sola sembrava essere la soluzione: il petrolio, di cui il paese è il quarto produttore mondiale. Era dunque necessario estrarne di più. Da allora, l’economia irachena è sempre più dipendente dal petrolio.

Nel 2018 l’Iraq è stato anche il paese del mondo più dipendente dall’oro nero, con una quota del settore petrolifero del 61% del Pil e una quota nelle esportazioni del 99,6%. Le nuove autorità irachene, che si sono sbarazzate della tutela politica del Cpa, si ritrovano ad affrontare emergenze economiche a breve termine. Gli investimenti sono scarsi o nulli e i posti di lavoro sono mantenuti pur di sostenere il reddito della popolazione. L’Fmi e la Banca mondiale denunciano un sistema che impedirebbe, a loro avviso, lo sviluppo del “settore privato”. Ed è vero che il sistema si basa soprattutto sulla corruzione e anzi la incoraggia. L’Iraq è al 161mo posto per corruzione nella lista di 168 paesi stilata da Transparency International. Gran parte della popolazione soffre per la corruzione e l’assenza di politiche sociali. La povertà colpisce quasi il 22% degli iracheni. Secondo la Banca mondiale, gli effetti delle politiche pubbliche favoriscono i ricchi. In dieci anni, il Pil pro capite (per metà costituito dal petrolio) è stagnante.

Ma costruire un sistema economico nuovo, bisogna riconoscerlo, è molto complicato per le autorità. La prima cosa da fare sarebbe investire sul capitale umano, nell’istruzione, nella salute e nell’acqua, oltre che nelle infrastrutture. Solo dopo si potrà anche ricostruire l’economia del paese. Senza questo lavoro di fondo, senza un investimento sulla popolazione, il paese continuerà a dipendere dal reddito fragile e asfissiante del petrolio. Ma questo tipo di politica resta per ora un’utopia. Dopo la fine del regime, sarebbe stato necessario investire in modo massiccio. La ricostruzione è stata invece molto lenta e, a dir la verità, non è mai davvero iniziata.

Non c’è stato nessun “piano Marshall” per l’Iraq. Se gli Stati Uniti hanno versato 60 miliardi di dollari a Baghdad dopo la guerra, 25 miliardi di dollari sono stati di fatto spesi per la sicurezza del paese. Una buona parte di questi fondi è ritornata del resto a società statunitensi di forniture d’armi o di servizi legati alla sicurezza. Il tutto con un effetto disastroso, dal momento che non c’è stato alcun miglioramento reale nelle condizioni di sicurezza del paese, cosa che ha allontanato gli investitori stranieri. Per il resto, la comunità internazionale si è accontentata di cancellare l’80% del debito detenuto dai creditori pubblici del Club di Parigi, mantenendo gli altri 40 miliardi di euro di debito ereditati dal paese. Le altre promesse sono state per lo più ignorate.

Per il governo federale di Baghdad, la doppia crisi del 2014-2017 è stata un disastro finanziario. La regione occupata rappresenta il 15% della produzione di petrolio e quindi delle entrate fiscali, mentre le autorità devono farsi carico dei 5 milioni di rifugiati in fuga dalle violenze dei jihadisti. Tutto questo succede mentre il prezzo del barile crolla. Logicamente la crisi continua a scavare vertiginosamente il debito pubblico, salito al 12,8% del Pil nel 2015 e al 13,9% nel 2016. Questo deficit è stato finanziato dalla Banca centrale, che ha attinto alle riserve valutarie. Ma poiché questo sistema è limitato dalla dipendenza monetaria al dollaro, alla fine è stato necessario l’intervento del Fmi che, nel 2016, ha prestato 5,3 miliardi di dollari al paese. Il prezzo da pagare è stato pesante per il governo iracheno, dal momento che il Fondo di Washington ha imposto le sue consuete condizioni: priorità a rimborsare il debito, misure di austerità e liberalizzazione dell’economia. Gli anni 2016-2018 sono stati di conseguenza anni di grandi tagli in un paese già esangue. In quattro anni, la spesa pubblica è stata tagliata del 6%, passando dal 43,4% al 32% del Pil. La situazione sociale ha continuato a deteriorarsi con questa nuova crisi e la politica di austerità che ne è seguita. La povertà riguardava nel 2017 il 22% della popolazione, contro il 18% nel 2014.

Il bilancio 2019, negoziato a fatica lo scorso inverno al Parlamento iracheno, era sembrato più favorevole. Dopo quattro anni di austerità, nel 2018 era stato annunciato un avanzo di bilancio del 7,9% del Pil, grazie a una ripresa degli introiti da petrolio. Quest’anno, Baghdad ha annunciato un ritorno a un disavanzo del 4,1% del Pil a causa dell’aumento del 27% della spesa pubblica. Ma metà di questo surplus della spesa era destinato a remunerare i combattenti della regione autonoma del Kurdistan che hanno affrontato il gruppo Stato islamico e non ricevono alcuna remunerazione da due anni. Questo finanziamento ha una valenza politica: si tratta di ripristinare delle relazioni pacifiche con questa regione del Kurdistan iracheno che, nel 2017, ha organizzato un referendum sulla sua indipendenza. Per il resto, il governo ha previsto di creare 60.000 nuovi posti di lavoro nel settore pubblico, perseguendo la sua strategia di redistribuzione delle risorse venute dal petrolio che aveva permesso di ridurre la povertà dal 2012 al 2014. La situazione è comunque molto diversa oggi, considerando il numero di rifugiati e il disinvestimento sul periodo 2014-2018.

La rivolta sociale irachena non ha dunque nulla di sorprendente. È il risultato di 15 anni di gestione caotica dell’economia del paese. Il governo preferisce proteggere lo status quo e i suoi interessi politici: il trasferimento della ricchezza proveniente dal petrolio alle imprese statali e l’allentamento delle tensioni con il Kurdistan. Questa politica non lascia alcun margine di manovra a una vera politica, non solo di ricostruzione, ma anche di investimento in settori trainanti, in particolare nell’immenso potenziale agricolo del paese. Così si riducono sempre di più i mezzi per combattere la povertà.

 

Rivincita dell’inutile: milioni di “clienti” per le app superflue

Le usiamo per spostarci in maniera ecologica e razionale, controllare le previsioni meteo, studiare le etichette dei prodotti sullo scaffale: le applicazioni sono ormai sinonimo di utilità, efficienza, progresso. Non è del tutto vero, però: esiste infatti un mondo parallelo di app completamente inutili, bizzarre, assurde, anche se scaricate da milioni di persone. Spesso create dagli applicatori per farsi dare un po’ di dati, o piazzare pubblicità, però a volte sinceramente divertenti, proprio nella loro insensatezza. “Nothing”, ad esempio, è la parodia della app funzionale. Infatti dentro non c’è proprio niente, non ci si può fare nulla. Lo stesso vale per “There is no game”, un gioco-non gioco: c’è solo una voce che invita a uscire o guardare la tv, in un crescendo di ironica provocazione. Poi c’è la serie di app che imitano alcune funzioni, senza essere in grado di produrre l’effetto. Ad esempio “Accendino virtuale” (scaricato da 10 milioni), che trasforma lo schermo in un accendino che si apre e si accende senza fare una fiamma reale, o “Ventilatore”, che fa lo stesso ronzio del ventilatore senza fare aria, oppure “Hair clipper”, che imita la forma e il rumore di un rasoio senza tagliare i capelli. Ma c’è anche “Virtual Beer” (scaricato da un milione), che simula, se si inclina il cellulare e lo si avvicina alla bocca, una birra il cui livello scende, senza alcun effetto rinfrescante. Esiste poi il filone “splatter”: come “Pimple Popper”, che “serve” a spremere brufoli virtuali, o “Milk the Cow”, dove si può mungere in diretta una mucca vera; o ancora le app che consentono di controllare i propri escrementi, come “Poop Log” o “Poop Tracker”: si indica colore, forma, consistenza e si ottiene una sorta di diario intestinale.

Infine ci sono le app apertamente deliranti, come “Tamago”, dove l’obiettivo è rompere un guscio d’uovo ma si può farlo solo con un milione di tocchi col dito sul display; oppure “Lick the Icicle”, in cui lo scopo è leccare con la lingua un ghiacciolo a forma di stalattite sullo schermo fino a farlo scomparire; o “Send me to heaven” – 500 mila download – che prevede una gara per chi lancia più in alto il cellulare; o ancora “Ghost Detector”, una specie di sensore che sale se ci sono fantasmi vicini. Vince forse la palma dell’app farneticante “Hold on”: unica attività prevista è tenere il dito su un pulsante per più tempo possibile. Nel mare di queste app insensate, però, ce n’è qualcuna che un risvolto pratico ce l’ha, come ad esempio “Fake Call”, che consente di far comparire sullo schermo una telefonata inesistente, fornendo magari la scusa per defilarsi. Ma forse il filone più utile dell’inutile è quello delle app a tema morte. Ce ne sono di vario tipo, come “WeCroack”, che ti ricorda varie volte al giorno che dovrai morire. Oppure il calcolatore della data di morte: chi scrive l’ha provato e dopo una raffica di informazioni dettagliatissime ha avuto una prognosi fin troppo fausta. Ma con un monito: vuoi vivere di più? Smetti di bere. Fin troppo saggia, per essere un’app senza senso.

La diatriba sui dazi tra States e Cina: il divide et impera di Donald Trump

La diatriba sui dazi tra le due maggiori economie mondiali (che da mesi determina buona parte delle oscillazioni sui mercati finanziari) deriva da un movimento tettonico nel commercio mondiale. Nei tempi antichi le transazioni internazionali riguardavano principalmente i prodotti finiti, vestiti, auto, cemento, cibo e quant’altro. Ma nel XXI secolo, per gli effetti del Wto, gli scambi si incentrano principalmente sulle catene del valore (supply -chain trade o Sct). In sostanza le imprese hanno re-ingegnerizzato la loro produzione su scala globale onde sfruttare i vantaggi comparati di ogni paese o regione in un particolare segmento del ciclo produttivo. Emblematica è la combinazione di know-how tecnologico nei paesi avanzati e basso costo del lavoro in quelli emergenti (esempi noti sono Apple o Nike). In settori complessi (computer, autovetture o velivoli) le catene del valore abbracciano – in un’intricata rete logistica – aziende localizzate in decine di paesi, ciascuna specializzata in uno o più segmenti. Ne conseguono due implicazioni: 1) Con le svalutazioni del cambio non si acquisiscono quote di mercato, come blaterano gli illusi retrogradi fermi agli anni ’70; 2) occorre un nuovo quadro istituzionale internazionale molto più articolato di quello imperniato sul Wto e concepito per il commercio tradizionale. In altri termini, i dazi sono un aspetto secondario rispetto all’armonizzazione degli standard di sicurezza, le certificazioni di qualità, la protezione della proprietà intellettuale, la tutela dei dati, il commercio digitale, gli aiuti di stato alle aziende, eccetera.

Pertanto è emersa prorompente la necessità di scrivere regole adeguate per il Sct e si sono messi in cantiere (e talora firmati) i cosiddetti Trattati di Seconda Generazione a livello regionale (ad esempio la Tpp o il Ttip) o bilaterale (il Ceta con il Canada, l’Ape Ue-Giappone). Fino all’arrivo di Trump gli Usa perseguivano un approccio tendenzialmente multilaterale che mirasse in primo luogo al coinvolgimento dei paesi chiave per poi eventualmente estenderne i principi a livello globale.

Trump, invece, intende sfruttare appieno la potenza americana in negoziati bilaterali separati. In sostanza un divide et impera che al quadro normativo del Wto sostituisca l’assioma America First. Trump ha colpito prima il Nafta (che è stato rinegoziato), ora è intento a imbrigliare l’espansione cinese, infine intende affrontare l’Unione Europea (la ritorsione sui sussidi all’Airbus è un’avvisaglia). Le altre economie invece di subire l’attacco dovrebbero puntare a ridefinire le regole istituendo una sorta di Wto 2.0. Altrimenti si rischia di creare un sistema frammentato e inefficiente di accordi bilaterali o regionali in cui le imprese maggiori (non di rado oligopolistiche) godranno i vantaggi e quelle minori affogheranno in un gorgo di regole e codicilli.

Tv digitale, si cambia: ecco il programma e i contributi

Fatti più in là. La vecchia tv digitale, che ha una tecnologia datata, deve lasciare spazio ai nuovi sistemi di trasmissione digitale. Il governo ha così deciso di cambiare gli standard di trasmissione della tv per liberare frequenze nello spettro di banda dei 700 Mhz alla nuova rete di telefonia mobile 5G, quella che porterà al web potenziato, all’internet delle cose (IoT) ma forse anche, come temono molti, a una società dove sarà possibile realizzare strumenti di sorveglianza di massa. In ogni caso, tra il primo settembre 2021 e il 20 giugno 2022, a seconda della zona di residenza, chi intenderà ricevere i segnali televisivi con il nuovo digitale terrestre 2.0 dovrà possedere televisori o decoder che utilizzino lo standard Dvb T-2, che sostituirà il vecchio standard Dvb T-1 introdotto 10 anni fa. Il “trasloco” in una porzione di spettro più ristretta dei canali tv obbligherà a passare al sistema di trasmissione video Hevc: migliore qualità dell’immagine e minore spazio di banda usata. Molti apparecchi dovranno essere sostituiti. Ecco perché l’esecutivo ha inserito nella legge di bilancio 2019 un fondo da 151 milioni che erogherà bonus per cambiare televisore o decoder.

La transizione durerà nove mesi ma non scatterà nello stesso momento su tutta Italia: il ministero dello Sviluppo nei giorni scorsi ha reso nota la geografia del passaggio che avverrà in tempi diversi sulla base di quattro macroaree. L’obiettivo comunque è quello di completare la transizione su tutto il territorio nazionale entro il 20 giugno 2022 perché dal primo luglio successivo le frequenze attualmente in uso al digitale terrestre dovranno essere cedute alla nuova telefonia mobile con tecnologia 5G. Si partirà tra il primo settembre e il 31 dicembre 2021 da Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia (tranne Mantova), provincia di Piacenza, Trentino Alto Adige. Si cambierà nello stesso periodo anche in Veneto, provincia di Mantova, Friuli Venezia Giulia, resto dell’Emilia Romagna. Tra il primo gennaio e il 31 marzo 2022 la toccherà a Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania e Sardegna, mentre dal primo aprile al 20 giugno 2022 si finirà con Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata Calabria e Sicilia.

Sono due le strade per continuare a vedere la tv con il digitale terrestre: cambiare il decoder con uno che supporta lo standard Dvb T-2 o acquistare una nuova tv. Fino al primo settembre 2021, comunque, basterà risintonizzare gli apparecchi, ritarare gli amplificatori e riorientare le antenne. Nella prima fase del passaggio, i canali del digitale terrestre lasceranno lo standard Mpeg-2 e passeranno all’Mpeg-4, che oggi viene usato solo dai canali Hd in alta definizione, quelli dal 500 in su. La transizione definitiva invece avverrà a luglio del 2022 con il passaggio al nuovo standard Hevc. Per verificare se i propri apparati sono già in grado di ricevere il nuovo standard basta sintonizzarsi sui canali tv dal 501 in su. Se si vede l’immagine, fino al 2022 non ci saranno problemi. Se invece non si vede niente o si sente solo l’audio, allora la tv non supporta nemmeno l’attuale formato Mpeg4 e dal primo settembre 2021 non si vedranno più nemmeno i canali oggi visibili.

Secondo uno studio della Fondazione Ugo Bordoni, a oggi solo il 74,5% delle famiglie possiede un apparecchio televisivo abilitato almeno alla decodifica Mpeg-4 prevista nel 2021. Gli apparecchi in grado di ricevere trasmissioni Dvb T-2 sono invece molti meno, solo il 17,9%. Sono sicuramente in linea con i nuovi standard solo le tv acquistate dal gennaio 2017 in poi, perché le norme li obbligano a integrare al proprio interno un decoder con lo standard Dvb T-2. Per controllarlo, si può andare alla ricerca della scatola e del manuale di istruzioni (nel caso non siano stati smarriti o gettati) e verificare che riportino un bollino con la scritta Dgtvi Platinum. Chi comunque non ricordasse quando ha comprato la tv potrà verificarlo sul web inserendo il nome del modello di televisione che possiede e la scritta Dvb T-2 Hevc. Per poter godere del bonus fiscale per cambiare tv, oltre alla residenza, occorre ricadere nella prima o seconda fascia dell’Indicatore della situazione economica equivalente (Isee), ovvero avere redditi inferiori a 10.632,94 e 21.265,87 euro. Il contributo unico per tutti coloro che ne avranno diritto sarà piuttosto contenuto, pari a 50 euro, e verrà scontato direttamente dal rivenditore durante la fase di acquisto del nuovo apparecchio. Le risorse messe a disposizione sinora non sono molte ma l’erogazione dei contributi per l’acquisto dei decoder e delle smart tv partirà dal mese prossimo dopo che sarà stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale. Nei giorni scorsi il sottosegretario Mirella Liuzzi ha dichiarato che “è nostro obiettivo incrementare gli attuali 151 milioni richiedendo un nuovo finanziamento della misura per allargare la platea dei cittadini ammessi al contributo”.

Purosangue: il cavallino diventa Suv dal 2022

In Formula Uno ci sarà ancora da lavorare per colmare il gap coi tedeschi di Mercedes, ma sul fronte prodotto non si può certo dire che dalle parti di Maranello si risparmino. La nuova nata, la Ferrari Roma di cui parliamo qui accanto, dopo F8 Tributo, F8 Spyder, 812 Gts e SF90 Stradale è la quinta novità dell’anno: un anno fecondo, come raramente si è visto nella storia del Cavallino. Che sull’onda di ricavi e utili in crescita, come testimonia l’ultima trimestrale presentata una decina di giorni fa, si appresta a concludere il 2019 puntando al traguardo (psicologico, ma non solo) di diecimila vetture vendute. E pazienza se il Drake, fosse qui, storcerebbe un pò il naso da paladino dell’esclusività qual’era.

Ma non è finita. Perché fino al 2022 stando al piano Ferrari sono in rampa di lancio altre dieci primizie, pronte a comporre una gamma almeno per il 60% ibrida. E se quella che sta per arrivare, per dirla come il direttore marketing e vendite Enrico Galliera, dopo tanto attivismo sarà una “stagione di consolidamento”, l’attesa non può che essere per quella successiva: nel 2021 vedremo infatti lo sport utility Purosangue, concorrente numero uno di “colleghe” come la Lamborghini Urus e modello destinato ad essere il blockbuster del mercato delle Rosse, con le prime consegne previste per il 2022. A meno che, naturalmente, visto il boom delle ruote alte anche nel super lusso, i vertici di Maranello non decidano di stringere i tempi. Sarebbe una sorpresa, in linea col new deal Ferrari di Elkann e Camilleri.

McLaren Elva, leggera come l’aria

Sicuramente sarà più leggera della superleggera Senna. Di quanto non si sa, ma McLaren ci mette la faccia. Si parla della nuova Elva, la stradale senza parabrezza né tetto che non poteva che richiamare, nel nome, le “vecchie” sportive da competizione degli anni Sessanta: interamente personalizzabile e prodotta in appena 399 unità, avrà un prezzo di partenza di 1,7 milioni di euro. L’hypercar con telaio e carrozzeria in fibra di carbonio nasconde un dirompente motore V8 biturbo da 4 litri che fa 815 cavalli di potenza ed è accoppiato a un cambio automatico a 7 rapporti: lo scatto da 0 a 100 km/h è in meno di 3 secondi, per arrivare a 200 km/h in appena 6,7 secondi. Nella nuova Elva tutto è a favore di leggerezza, dall’impianto frenante con dischi carboceramici e pistoni a pinze in titanio, fino allo scarico (in titanio e Inconel) e al sistema di gestione dell’aria Active Air, che crea una vera e propria bolla aerodinamica intorno all’abitacolo. Alle alte velocità, infatti, l’aria viene incanalata in un condotto presente sul frontale e poi convogliata al di sopra del cockpit grazie alla presenza di un deflettore che, a seconda della velocità, si alza verticalmente fino a 150 mm, rendendo così accessorio l’uso del casco. Internamente c’è un touchscreen per l’infotainment da 8 pollici a prova d’acqua, così come i tasti al volante; l’impianto audio, invece, è stato sfilato via, sempre per limare il peso. Si può richiedere, però, insieme alle altre infinite personalizzazioni messe a disposizione dal programma McLaren Special Operations, chiaramente con sovrapprezzo.

Ferrari omaggia Roma. Granturismo e “Grande Bellezza”

Sembra che fra i suoi estimatori la nuova Ferrari Roma abbia già il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la Sindaca della Capitale, Virginia Raggi, fra le personalità politiche a cui l’ultima nata a Maranello è stata presentata. Trattasi di una granturismo con abitacolo 2+2 che si ispira alla bellezza della Città Eterna, che punta forte sulla purezza stilistica e che rappresenta un vero spartiacque fra le GT e le sportscar in rosso: “La linea delle granturismo deve rimanere ‘pulita’, priva di soluzioni tecniche e aerodinamiche che possano comprometterne l’eleganza. Le sportscar, invece, sono più estreme e incorporano elementi tecnici più vistosi”, spiega Flavio Manzoni, capo del Centro Stile Ferrari.

Lunga 4,65 metri, la Roma è costruita sulla piattaforma della Portofino ed è spinta da un V8 biturbo di 3,9 litri, installato in posizione anteriore-centrale: eroga 620 cavalli di potenza ed è accoppiato a un cambio doppia frizione a 8 marce, montato in blocco al differenziale posteriore. Esaltanti le prestazioni: 0-100 km/h coperto in 3,4 secondi, 0-200 km/h in 9,3 e velocità di punta superiore a 320 km/h. Il peso? 1.472 kg a secco. Per il prezzo, invece, siamo nell’ordine dei 200 mila euro.

Decisamente particolare ed inedito il design dell’anteriore: “Volevamo rendere l’effetto visivo del muso di uno squalo, dare il senso di una propensione in avanti. Parte dell’eleganza della Roma risiede nel dissimulare la bocca frontale all’interno di un volume pieno, seppur traforato per esigenze di raffreddamento”, dice Manzoni: “Inoltre, abbiamo conferito all’auto uno sguardo determinato, distinto dalle linee di luce orizzontali che dividono in due porzioni il faro, i cui elementi principali sono raccolti in due nicchie incassate, che di giorno sembrano due prese d’aria. Dietro, invece, si riconosce il classico concetto della ‘coda tronca’ che, però, diventa più avvolgente, con fanali essenziali, incastonati nel profilo dello spoiler”. Sempre al posteriore si nasconde l’ala mobile integrata nel lunotto, pensata per aumentare la downforce in velocità senza turbare il design della carrozzeria.

Il cambio di paradigma è forte anche nell’abitacolo, quasi del tutto privo di pulsanti fisici e dove spiccano due porzioni distinte, dedicate a driver e passeggero, divise dal ponte di comando verticale in cui è incastonato il display dell’infotainment da 8,4”.

Il quadro strumenti digitale da 16” – che visualizza pure le cartografie gps – e il volante con comandi touch derivano dalla SF90 Stradale. “Potremmo dire che l’abitacolo è più democratico. Lo abbiamo creato partendo dall’idea di avere due cockpit avvolgenti, dedicati a chi siede davanti”, conclude Manzoni.

Fondi Ue per l’agricoltura. Il feudalesimo della politica

Gli aiuti agricoli dell’Ue consolidano illecitamente il potere delle classi dirigenti nei paesi orientali, in particolare nell’Ungeria del despota Viktor Orbán. Lo rivela una recente inchiesta del New York Times. Il primo ministro Orbán avrebbe usato i fondi comunitari per l’agricoltura per ricompensare i suoi alleati politici. La tesi del quotidiano Usa è che l’agricoltura, ancora molto diffusa nell’Est Europa, avrebbe contribuito ad alimentare la corruzione statale attraverso l’uso improprio dei generosi finanziamenti erogati ogni anno da Bruxelles.

Nel 2018, quasi il 38% del bilancio dell’Unione europea è andato all’agricoltura (58,53 miliardi di euro) di cui il 14,3% per misure di sviluppo rurale e 41,4% di sussidi diretti agli agricoltori. I criteri per la distribuzione degli aiuti sono stabiliti nella Politica agricola comune (Pac), istitutuita nel 1958 con la fondazione della Comunità economica europea (poi transformata in Unione europea). Lo scopo della Pac è quello di assicurare agli Stati membri l’approvvigionamento alimentare, importando il meno possibile derrate dal resto del mondo. I sussidi diretti agli agricoltori vengono erogati dal Fondo europeo agricolo di garanzia (Feaga) in proporzione all’esensione degli appezzamenti agricoli. Gli agricoltori ricevono 260 euro per ettaro, a patto che soddisfino tutti i requisiti ambientali e di sostenibilità. Ottengono, inoltre, per ogni ettaro un premio ecologico di 115 euro (se tutelano la biodiversità nella loro fattoria) e un contributo aggiuntivo di 50 euro se hanno età inferiore ai 41 anni. Un agricoltore riceve quindi fino a un totale di 425 euro per ettaro. Se, ad esempio, possiede un campo di medio da 30 ettari, lo coltiva nel modo giusto e lo intesta a una persona che ha meno di quarant’anni, può ottenere 13 mila euro all’anno di sussidi europei. Così le grandi aziende agricole ricevono molto più denaro di quelle piccole. I dati sulla distribuzione dei fondi durante esercizio di bilancio precedente sono pubblicati annualmente dalla Commissione europea. Secondo i dati del 2018, complessivamente, 6,5 milioni di agricoltori hanno ricevuto oltre 41 miliardi di euro nel 2017. Analizzando i dati, il team della piattaforma EU Factcheck, ha calcolato che il 24% degli agricoltori (ossia 1,6 milioni) ha ricevuto individualmente più di 5 mila euro. Ciò significa che questi pochi agricoltori hanno ricevuto, insieme, quasi l’85% di tutti i sussidi. La scheda statistica 2018 della Commissione europea non specifica la percentuale di agricoltori che corrisponde all’80% delle sovvenzioni. Tuttavia, afferma che il 74,4% delle sovvenzioni va al 14,6% di tutti gli agricoltori. Pertanto, facendo una media tra l’84,7 e il 74,4%, si può concludere che il 20% degli agricoltori riceve circa l’80% del denaro per il sostegno agricolo.

Lo scandalo della collusione tra Orbán e i proprietari terrieri che lo sostengono politicamente nasce dal fatto che la Pac non prevede regole in base alle quali l’Ue può controllare come gli agricoltori che beneficiano degli aiuti ottengano ogni singolo ettaro di terreno. I governi dell’Est, negli ultimi vent’anni, hanno privatizzato molti terreni agricoli precedentemente appartenenti allo stato, in tutti i paesi satelliti dell’URSS. Orbán è divenuto primo ministro per la prima volta nel 1998, più di vent’anni fa, col suo partito di centrodestra, Fidesz. Questo era inizialmente liberale ed europeista, membro del Partito Popolare europeo. Solo molti anni dopo Orbán e il suo partito hanno adottato una linea autoritaria, guidando una coalizione euroscettica di destra. Poco prima di lasciare il suo incarico, nel 2002, Orbán ha venduto a prezzo di saldo 12 aziende agricole statali (“la sporca dozzina”) a un gruppo di suoi alleati politici. Ad essi è stato garantito lo sfruttamento delle terre statali per 50 anni, oltre che il diritto di beneficiare dei sussidi europei che sarebbero giunti due anni dopo, quando nel 2004 l’Ungheria è entrata nell’Ue. Orbán ha seguitato a vendere e affittare terreni pubblici, una volta giunto al suo secondo mandato.

Il caso ungherese è solo l’esempio più eclatante. Quasi tutti i paesi che erano parte dell’ex-blocco comunista hanno replicato il medesimo sistema feudale dove un’elite di oligarchi raccoglie voti, in cambio di lavoro, da coloro che sono impiegati nelle loro terre a benficio delle classi dirigenti. Nella Repubblica Ceca, Andrej Babiš è stato indagato, ma poi assolto, per aver continuato a intascare i fondi europei anche quando era già in carica come premier, dopo aver accumulato decine di milioni di euro in tempi non sospetti, dal 2014 alla fine del 2018. In Slovacchia, il procuratore generale Jaromir Ciznar ha denunciato la sottrazione di terre agli agricoltori da parte di politici, e imprenditori loro alleati, per ottenere i fondi Ue. In Bulgaria l’Accademia delle Scienze di Sofia ha scoperto che che fra il 2007 e il 2013 il 75% dei sussidi agricoli sono stati spartiti tra sole 100 società e sono, inoltre, stati avviati processi giudiziari su malversazioni di fondi agricoli da parte funzionari corrotti a vantaggio di imprenditori.

Tuttavia, in futuro, i fondi agricoli sono destinati a ridursi. L’attuale Pac durerà infatti fino al 2020. Dal 2021 le regole sulla distribuzione degli aiuti cambieranno, rispondendo ai nuovi obiettivi dell’Ue e alle critiche degli ambientalisti. Obiettivo: far fronte a un mondo dove le mutazioni indotte dal cambiamento climatico e dal depauperamento delle risorse naturali è diventata la sfida principale, anche nel settore agricolo. Nella proposta di riforma presentata nel 2018, la Commissione europea intende rendere più equa la ripartizione dei fondi, orientarla maggiormente a supporto della sostenibilità e tagliare complessivamente i finanziamenti di circa il 5% .