Mister Mittal: tutti i successi e i disastri del re dell’acciaio

Nato il 15 giugno 1950 nel villaggio senza elettricità e acquedotto di Sadulpur, nello stato indiano del Rajasthan, chiamato dai suoi genitori Lakshmi come la dea indù della ricchezza, Lakshmi Narayan Mittal è presidente e amministratore delegato di ArcelorMittal, il gigante della siderurgia attivo in 14 Paesi. Anche in Italia, dove poco più di un anno fa ha preso in gestione l’ex Ilva di Taranto che in questi giorni ha però deciso di abbandonare. La scusa è la revoca dello scudo penale (che la Consulta ha rimandato al giudice di merito) ma la vera causa è la sovrapproduzione mondiale di acciaio: ArcelorMittal nel 2018 ha guadagnato di 5,1 miliardi netti di dollari ma nel primo semestre di quest’anno ha perso 33 milioni per il crollo dei prezzi. Oltre a Taranto, ArcelorMittal sta chiudendo impianti in Usa, SudAfrica e Polonia.

Ma chi è Lakhsmi Mittal? Suo padre, Mohan Lal Mittal, gestiva un’azienda siderurgica, Nippon Denro Ispat. La famiglia si trasferisce a Calcutta dove Mittal studia economia nel noto St. Xavier’s College. Dopo la laurea con il massimo dei voti, a 26 anni Lakshmi separa il suo destino da quello dei due fratelli Pramod e Vinod, che continuano a gestire l’azienda di famiglia, e si trasferisce in Indonesia dove con l’aiuto del padre acquista l’acciaieria Ispat Indo. Da lì parte alla conquista del mondo ripetendo lo stesso schema: acquista società statali in perdita e le rilancia.

Nel 1989 rimette sul mercato l’acciaieria di Stato di Trinidad e Tobago che perde un milione di dollari al giorno. Nel 1992 conquista Sircasta, terzo produttore siderurgico del Messico, nel 1994 la Sidbec in Canada. Nel 1995 fa il grande salto: Mittal acquista dal governo di Astana la Karmet Steel a Temirtau, in Kazakistan, per 400 milioni di dollari. Il Paese confina con la Cina, dove la domanda di acciaio sta per esplodere: Mittal decolla tra i maggiori produttori mondiali e costituisce Ispat international e Ispat Shipping. Nello stesso anno conquista in Germania la Hamburger Stahlwerke alla quale nel 1997 appaia la Thyssen Duisburg. Nel 1998 è la volta della Inland Steel negli Usa, l’anno dopo della Unimetal in Francia. Nel 1999 mette le mani sulla Sidex in Romania e nel 2001 sulla Annaba in Algeria. Nel 2003 è il turno della Nova Hut (Repubblica Ceca). Nel 2004 tocca a Bh Steel (Bosnia), Balkan Steel (Macedonia), Phs (Polonia) e Iscor (SudAfrica), ma soprattutto la Ispat International si fonde con l’americana International Steel Group e diviene Mittal Steel. Nell’occasione la holding Lnm stacca a Mittal un dividendo personale di 2 miliardi di dollari. L’anno dopo conquista Kryvorizhstal (Ucraina) e una quota nella cinese Hunan Valin Steel. Nel 2006 Mittal Steel si fonde con la lussemburghese Arcelor e diventa leader mondiale dell’acciaio, con output da 100 milioni di tonnellate l’anno.

La famiglia Mittal con il 43,6% è il primo azionista della nuova società. Dal 2008 Mittal siede nel consiglio di amministrazione di Goldman Sachs e di Eads (Airbus). Nel 2018, la sua offerta di 5,9 miliardi di dollari per il fallimento dell’indiana Essar Steel viene accettata dai creditori di Essar ma dà il via a una dura battaglia legale. Il tycoon, che è lattovegetariano, dal 1995 vive a Londra con la moglie Usha e i figli Vanisha e Aditya. Come scoperto da Angelo Mincuzzi per Il Sole 24 Ore la famiglia Mittal, attraverso una ragnatela di società offshore, controlla il gruppo grazie a sei trust costituiti nel 2010 sull’isola di Jersey nella Manica con i nomi di Platino, Argento, Titano, Cromo, Osmio e Americio. Un modo per ridurre le tasse. Eppure il denaro non manca. Nel 2004 Mittal acquista dall’ex boss della Formula 1 Bernie Ecclestone per 128 milioni di dollari quella che all’epoca è la casa più costosa al mondo: il sontuoso palazzo ai Kensington Palace Gardens 18-19 di Londra, decorato con marmo proveniente dalla stessa cava usata per costruire il Taj Mahal, viene ribattezzato “Taj Mittal”. Nel 2008 fa il bis e compra con 70 milioni di sterline per la figlia Vanisha il numero 9 di Palace Greens, Kensington Gardens, che prima ospitava l’ambasciata delle Filippine. Quando lei si sposa, a dicembre 2013, per la festa di 5 giorni tra la Francia e Barcellona Mittal spende più di 55 milioni di dollari. D’altronde nel 2011 era l’uomo più ricco del Regno Unito e il sesto del mondo, con una patrimonio di 31,1 miliardi di dollari. Nell’ultimo decennio però il patrimonio di Mittal è calato di 17,5 miliardi.

Ma la facciata di successo nasconde disastri sociali e ambientali. Nel 2001 Mittal Steel chiude un’acciaieria in Irlanda e mette per strada 400 lavoratori: il Governo di Dublino fa causa chiedendo che l’azienda risani con 70 milioni di euro i danni ambientali a Cork, ma perde l’azione legale. L’anno dopo nel Regno Unito esplode “l’affaire Mittal”: per le elezioni politiche britanniche del 2001 il magnate ha staccato un assegno da 125mila sterline al Partito laburista, poi chiede l’appoggio del premier Tony Blair per acquistare l’industria siderurgica di Stato della Romania e Blair scrive una lettera al Governo di Bucarest suggerendo che la vendita a Mittal potrebbe aiutare la Romania a entrare nell’Unione Europea.

Quando acquista l’acciaieria polacca Phs, Mittal usa il lobbista Marek Dochnal: in seguito Dochnal viene arrestato per aver corrotto funzionari polacchi per conto di agenti russi in una vicenda separata. A dicembre 2004, 23 minatori muoiono in esplosioni nelle miniere di Mittal in Kazakistan per difetti nei rilevatori di gas e, a settembre 2006, migliaia di lavoratori si uniscono allo sciopero dei minatori della Arcelor Mittal a Temirtau contro le condizioni di lavoro e l’inquinamento. Ma Mittal il 25 aprile 2007 compra la quota del gigante petrolifero russo Lukoil in una società energetica del Kazakistan per 980 milioni di dollari: le proteste finiscono sotto silenzio. Vicende che ricordano da vicino quella che in questi giorni sta andando in scena a Taranto.

La cocaina vien dal mare. Livorno è il porto-chiave

Il 5 maggio 2017 a Livorno era una giornata grigia. Quella foschia mista a libeccio a cui i livornesi non sono abituati, almeno nelle prime giornate calde. Eppure Alessandro aveva deciso lo stesso di affrontare il vento e la mareggiata e portare fuori il suo labrador alla Terrazza Mascagni alle prime luci del mattino. Ma dopo poco si accorge che in mare c’è qualcosa di difficile da identificare, sembrano grosse boe scure ma la vicinanza tra loro lo insospettisce: sono sette borsoni di plastica galleggianti. Dentro, la cocaina. Duecento chili di droga purissima proveniente dalla Colombia dei narcos che sarebbero dovuti entrare nel porto di Livorno il giorno prima per essere distribuita, illegalmente, in tutta Italia. Ma qualcosa deve essere andato storto e, per evitare i controlli, qualcuno ha deciso di buttare la droga in mare.

È la spia di un’emergenza che crescerà sempre di più nei due anni successivi: nel 2018 gli uomini della Guardia di Finanza e della Polmare, coordinati dalla Procura di Livorno e dall’Agenzia delle Dogane, hanno sequestrato 327 chili di droga arrivati in porto (+134% rispetto all’anno prima), mentre nei primi dieci mesi di quest’anno siamo già a quota 1.100 chili (quasi quattro volte tanto). L’aumento del traffico non riguarda solo lo snodo di Livorno ma il fenomeno è europeo: secondo Europol, quest’anno nelle dogane del Vecchio Continente saranno intercettati carichi per circa 200 tonnellate, il 30% in più rispetto alle 150 del 2018 e alle 140 dell’anno precedente. Se ci riferiamo ai soli porti italiani, invece, la crescita del traffico (e quindi dei sequestri) è ancora più ampia: dal primo gennaio al 31 ottobre, rilevano i dati del consorzio giornalistico Eic (European Investigative Collaborations), negli scali italiani sono state intercettate più di cinque tonnellate di droga: +168% rispetto allo scorso anno. Dalle inchieste in corso aperte delle Procure di Genova, Livorno e Reggio Calabria, emerge come il traffico di stupefacenti sia in mano soprattutto alla ‘ndrangheta che “assolda” i camalli, gli scaricatori di porto, per far passare la cocaina e suddividerla nei principali scali italiani ed europei.

A Livorno la parola chiave è “crocevia” e ad usarla è il Procuratore capo, Ettore Squillace Greco, che prima da pm a Reggio Calabria e poi da procuratore distrettuale antimafia a Firenze di processi per traffico di droga ne ha fatti parecchi: “Il porto di Livorno ormai è diventato uno snodo importante del traffico di internazionale di droga messo in piedi dalle organizzazioni mafiose – dice al Fatto – queste, visti i controlli incisivi in porti come Gioia Tauro, hanno creato rotte alternative che prevedono punti di sbarco come Livorno e Genova, ma anche nel Nord Europa e in Spagna. In passato il nostro hub era sottovalutato, i sequestri di droga degli ultimi anni hanno fatto emergere questa realtà”.

Poi c’è tutta quella droga – hashish e cocaina su tutti – che gli investigatori non riescono a intercettare e quindi attracca lo stesso sulla banchina per entrare nel mercato illegale o per ripartire per altri lidi, dalla Spagna al Marocco. “Negli ultimi anni abbiamo fatto tanto perché abbiamo capito che boss e narcotrafficanti usano Livorno come snodo fondamentale per i loro traffici – dice a mezza bocca un investigatore – ma noi non riusciamo a fermare tutto e potenzialmente la droga che passa da qui potrebbe essere fino a cinque/sei volte tanta rispetto a quella sequestrata”. Ovviamente, finendo nel mercato nero, queste sono solo stime, ma che gli stupefacenti riescano a superare i controlli e ad arrivare nel continente, lo ammette anche Squillace Greco: “Sì è così – continua – per una parte di droga che riusciamo a sequestrare, ce n’è una ancora maggiore che invece passa”.

Se Livorno, terzo porto italiano dopo Trieste e Genova, è diventato il nuovo punto di riferimento per i traffici di droga nel Mediterraneo, le tecniche per celarla sono diventate sempre più sofisticate: nell’aprile 2018 i finanzieri trovarono le palline di cocaina tra un vano accanto alla ventola di areazione e un carico di banane, mentre due mesi dopo i narcos colombiani avevano indirizzato la coca a Luigi Ciarelli, capo del clan di etnia rom di Latina Ciarelli-Di Silvio e molto legato a Vittorio Casamonica, nelle intercapedini di un grosso container che ufficialmente avrebbero dovuto portare una partita di trota salmonata. Oppure ci sono i 650 chili di cocaina divisi scientificamente in 582 panetti nascosti in sacchi del caffè dall’Honduras e diretti a Barcellona, fino all’operazione del 6 novembre scorso che ha portato gli investigatori a scoprire 300 chili di polvere bianca sotto 36 bancali di legno.

Le organizzazioni mafiose e i narcotrafficanti sudamericani si sono inventati tecniche sempre più sofisticate per nascondere la droga: quello che va per la maggiore è il cosiddetto “doppio fondo” che consiste nel nascondere il carico di cocaina nelle intercapedini metalliche dei container delle navi. In apparenza, quindi, il carico sembra tutto in regola ma spesso i panetti vengono ritrovati tra le pareti. Se le mafie si specializzano nei nascondigli della droga, sono aumentati anche i controlli e le tecniche per intercettarla: spesso non bastano più i cani che fiutano gli stupefacenti ma vengono effettuati controlli su tutti i carichi sospetti attraverso la “scannerizzazione”, la modalità che permette di individuare tonnellate di cocaina anche se nascosta nelle intercapedini di metallo delle navi. “Negli ultimi tempi sono aumentati e migliorati i controlli – conclude il Procuratore di Livorno – e spesso gli investigatori e gli organi di controllo, come Finanza e Agenzia delle Dogane, trovano la droga nascosta con la stessa tecnica utilizzata per i carichi che arrivano a Gioia Tauro e che sono gestiti dalla ‘ndrangheta”.

Spari e boss in fuga, Roma ora è di Senese

Tor Bella Monaca, San Basilio, Romanina, Quarticciolo, Corviale, Primavalle, Ostia e Acilia, Tufello, Val Melaina, Quadraro. Sono alcune delle venti “piazze di spaccio” di Roma, quelle considerate chiuse, spesso con tanto di vedette alla Scampia di Gomorra, che da oggi lo Stato proverà a scardinare con l’invio, annunciato in pompa magna dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, di 250 agenti in attesa per il 2020 di altri colleghi per arrivare a un piccolo esercito di 550 uomini e donne in divisa. Perché Roma è inondata di droga, con 572 chili di polvere bianca sequestrati nel 2018 degna capitale di un’Italia al secondo posto mondiale, rileva il Global drug survey, per consumo di cocaina, dietro solo agli Stati Uniti e davanti al Canada.

Le piazze aperte e i narco-albanesi

La preoccupazione maggiore per l’Antidroga della polizia, però, sono le “piazze di spaccio” aperte, spesso coincidenti con i luoghi della movida nottura e più vicine al cuore della città: Pigneto, San Lorenzo, Centocelle, Trastevere, Ponte Milvio, la centralissima Campo de’ Fiori. È tanta parte del business criminale, qui non ci sono famiglie mafiose storiche che perpetuano il controllo del territorio e l’intimidazione. Qui ci sono cani sciolti e bande di diverse nazionalità. Il ruolo centrale lo hanno via via assunto i narco-albanesi, col dissolversi della pax mafiosa e degli equilibri garantiti dal Mondo di mezzo di Massimo Carminati (detenuto, ma non più al 41bis dopo la sentenza della Cassazione che ha cancellato Mafia Capitale). La banda dei narco-albanesi – molti di loro vivono ad Acilia, agglomerato urbano tra i confini sud occidentali della città e Ostia – è suddivisa in quattro o cinque gruppi criminali. Devono le loro fortune, i narco-albanesi, a Arben Zogu, detto Riccardino, che fu capace di accreditare la “batteria di Ponte Milvio” nel gotha del narcotraffico internazionale, quando in carcere ad Avellino conobbe nel 2013 Rocco Bellocco, uno dei capi della ’ndrangheta di Rosarno. Zogu, ora in carcere, amico storico del narco-ultrà Diabolik Fabrizio Piscitelli (ammazzato lo scorso agosto al Parco degli Acquedotti), è stato capace di avere ottime relazioni sia con Massimo Carminati, sia con il clan di Afragola, sia con il clan Pagnozzi, sia con Michele Senese ’o Pazzo, e questo ha garantito l’ascesa dei suoi eredi, oggi imbattibili come rivenditori di droga all’ingrosso per spacciatori più o meno organizzati e cani sciolti, che si possono rivolgere ai narco-albanesi pagando la cocaina 28 mila euro al chilo. Ai narco-albanesi piace la bella vita, le fuoriserie sportive e il lusso sfrenato, tallone d’achille non da poco. È ritornato sul ring, tra Italia e Albania, Orial Kolaj, nel curriculum svariati titoli da campione di pugilato e il “rispetto” di chi ha usato i suoi pugni per intimidire tra Acilia e Ponte Milvio, nel 2013 arrestato proprio perché al servizio del clan Iovine dei Casalesi. Un altro pezzo del puzzle, perché Roma è una grande mangiatoia: accoglie criminali e mafie da ogni angolo d’Italia e non solo.

Saltato il tappo del “Samurai”

Dal 2 dicembre 2014, con gli arresti per la Mafia Capitale derubricata solo a Mondo di mezzo dalla Cassazione, molto è cambiato. Massimo Carminati rappresentava l’alfa e l’omega teso a garantire la pax mafiosa, la tranquilla spartizione di traffici e territorio. In ultima istanza la Cassazione della strada era rappresentata dal Samurai di Suburra. Dopo cinque anni il terremoto criminale sta generando una corsa al trono. E questo provoca una guerra tra le vecchie storiche famiglie di mafia e di malavita. L’ultimo episodio soltanto qualche giorno fa a Boccea alle 19,30: in pieno traffico, con le auto incolonnate, una moto affianca la vettura di Leonardo Bennato, un tempo tra i fedelissimi di Diabolik, già latitante in Spagna e già arrestato in passato; nipote di Mario Maida, che fu ucciso nel 2012 con un colpo di pistola alla tempia a Torrevecchia, parente del narcotrafficante Walter Domizi. La pistola giovedì sera a Boccea ha sparato. Bennato, colpito all’addome, è sopravvissuto. Nel periodo, 2013, in cui si nascondeva a Barcellona la città catalana era rifugio di un altro latitante romano, Alessandro Falciani, nipote del super boss di Ostia Carmine Falciani, al 41bis da anni. Sempre giovedì sera Falciani, precedenti per omicidio, è stato arrestato mentre si stava recando a Fiumicino: avrebbe preso un volo per Cancun, Messico, e di lì una “base” americana gli avrebbe garantito protezione in Belize. L’arresto è stato rocambolesco, Falciani non ha risposto allo stop e, anzi, ha tentato di investire un agente. Ma le manette ai suoi polsi sono scattate. Nelle stesse ore un altro grosso arresto veniva eseguito a Tor Bella Monaca: Giuseppe Moccia dell’omonimo clan camorristico di Afragola è stato fermato con addosso 124,8 grammi di cocaina già suddivisi in 197 pratiche dosi. Il giorno seguente, venerdì, l’antidroga della polizia guidata dalla dirigente Mariangela Sciancalepore è riuscita ad arrestare altri nomi che evocano clan dall’enorme caratura criminale, questa volta ’ndrangheta: Antonio Pelle, ’ndrina di San Luca, e Sebastiano Pizzata, ’ndrina di Bovalino, con loro un siciliano, Domenico Arigò. Avevano adibito la stanza di un albergo a Ostia Antica come centro di raffinazione e smercio di cocaina. Gli agenti sono entrati in azione dopo aver visto il siciliano allontanarsi con uno zaino, “i due calabresi hanno cercato invano – si legge nel comunicato della Questura – di lavare una pentola che stavano utilizzando per cuocere la cocaina ed un frullatore e, successivamente, hanno cercato di gettare dalla finestra interi bustoni contenenti cocaina e di darsi alla fuga”. Cinque i chilogrammi di polvere bianca ritorvati a Ostia Antica venerdì.

Il trono non è vacante, c’è il fratello di ’o Pazzo

Ostia oggi è quindi orfana dei Fasciani come degli Spada – di qualche giorno fa la condanna a sei anni per la famosa “testata” con metodo mafioso di Roberto Spada – ma i vicerè della borgata di mare romana sono Roberto De Santis detto Nasca e Roberto Giordani detto Cappottone: già responsabili nel 2007 della gambizzazione del “padrino” Vito Triassi, colpo che garantì sul Litorale la pax mafiosa – come emerso dall’indagine Nuova Alba della squadra mobile di Roma nel 2013 – tra i Fasciani e i Senese. Già i Senese. Gli unici di questi protagonisti della storia criminale romana ancora col vento in poppa, dominatori incontrastati dei traffici nel quadrante est, anche senza il capo storico Michele ’o Pazzo, detenuto da anni ormai. È suo fratello Angelo Senese oggi a svolgere quel ruolo di paciere, risolutore delle controversie, dispensatore di buoni consigli che un tempo ’o Pazzo ha diviso con Massimo Carminati. Compito che don Angelo assolve nel suo regno e al quartier generale di famiglia, un bar nella zona vicina alla fermata della metro Porta Furba. Un gradino sotto i Senese ci sono i celeberrimi Casamonica. Il folklore delle case pacchianamente lussuose non ne restituisce bene il reale spessore criminale. Intere strade sono assoggettate alla forza di intimidazione della famiglia sinti e anche loro spesso si preoccupano di metter le mani nel business principale della città, il commercio di droga. Se lo scorso gennaio un’operazione della Guardia di finanza bloccò l’arrivo a Roma di sette tonnellate di cocaina organizzato proprio dai Casamonica insieme con la criminalità slava, altri traffici sono rimasti aperti in questi ultimi mesi. Sotto l’occhio vigile del primus inter pares Guerino Casamonica, detto Pelè, in passato capace di mediare con i narcos colombiani.

La droga, la maledetta cocaina soprattutto, famiglie e spacciatori, criminali e boss, piste che si intrecciano e portano sempre al narcotraffico, come l’omicidio di Diabolik appunto; secondo la strada che stanno prendendo le indagini della pm Nadia Plastina il 53enne ultrà della Lazio avrebbe avuto l’ambizione di scalare il mondo criminale, così come anni fa provò senza riuscirci a scalare la società biancoceleste ai danni di Claudio Lotito utilizzando l’ex campione, poi morto in Florida, Giorgio Chinaglia; clan e narcotrafficanti avrebbero addirittura stretto un patto per frenare queste ambizioni in modo irreversibile: l’omicidio al Parco degli Acquedotti.

Ma cosa è rimasto, quindi, di quel Mondo di mezzo – dopo la sentenza della Cassazione non si può più chiamare Mafia Capitale – che garantiva la pace, faceva riposare le pistole nelle fondine (quasi sempre), calmava gli animi? Poco o niente, però Riccardo Brugia, detto er Boro, considerato il numero 2 di Carminati, l’amico a cui Carminati stesso confidava il manifesto programmatico del Mondo di mezzo è uscito dall’Alta sicurezza del carcere di Agrigento ed è già tornato nell’abitazione di Formello. Grazie a un’istanza di scarcerazione presentata dall’avvocato Giosuè Bruno Naso e andata a buon fine la scorsa settimana, dopo 5 anni già passati dentro.

Aise, 360mila euro per la “cimice” mai usata

Poco più di 300 mila euro per il contratto, più altri 60 mila per manutenzione e aggiornamento. È la cifra sborsata dall’Aise, i servizi segreti esteri, per la sperimentazione di Exodus, un software in grado di trasformare un cellulare in una cimice.

Nulla di male se non fosse che quel software – secondo l’Aise mai neanche utilizzato – è finito nel mirino dei pm di Napoli, che sospettano sia stato usato (non dai servizi) per registrare dati e comunicazioni senza il consenso dell’autorità giudiziaria, intercettando anche persone estranee alle inchieste penali, per poi conservare il materiale in un cloud in Oregon (Usa).

La storia inizia nella città partenopea dove i magistrati mettono i sigilli alla E-Surv, una società di Catanzaro “sviluppatrice di piattaforme informatiche e di software per lo svolgimento di intercettazioni telematiche mediante captatore informatico”, proprietaria di Exodus. I pm scoprono che oltre da molte procure italiane (come Benevento e Catanzaro), il software era stato acquistato anche dall’Aise. Per chiarire questo aspetto, un filone d’indagine viene trasferito da Napoli a Roma. Qui la Procura iscrive due reati (frode nelle pubbliche forniture e intercettazioni illegali, senza però indagare nessuno) e inizia gli accertamenti per capire se e come i servizi abbiano usato Exodus. Dall’amministrazione dei servizi quindi arrivano i primi chiarimenti. In una memoria ai magistrati capitolini gli 007 spiegano che il contratto di sperimentazione tra Aise e E-Surv è stato stilato tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017. I servizi però hanno subito riscontrato difficoltà ad inoculare il software sui dispositivi da intercettare. In parole povere, Exodus non funziona. Per questo pochi mesi dopo, nell’estate del 2017, viene stipulato un secondo accordo con la società calabrese per la manutenzione e l’aggiornamento del software, per altri 60 mila euro.

A fornire chiarimenti agli investigatori è stato Luciano Carta, generale della finanza oggi numero uno dell’Aise. Ai magistrati Carta ha inviato una prima documentazione ricostruendo la vicenda in base a quanto riferitogli da altri: quando è iniziato il contratto di sperimentazione infatti era vice direttore, numero due di Alberto Manenti (a cui succede nel novembre 2018). Ai pm Carta ha spiegato che per tutte le intercettazioni (con altri software) vi erano i decreti autorizzativi dell’ex procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, cercando di fugare sospetti su intercettazioni illegali. In ogni modo Exodus non è mai stato usato.

Ma allora perchè fare un secondo contratto e spendere altri soldi? Per effettuare una sorta di manutenzione del software, hanno risposto dall’Aise. Su questo la procura di Roma sta continuando a indagare. Bisogna capire se la versione dei servizi segreti (Carta fornisce chiarimenti su circostanze che gli vengono riferite da terzi) corrisponda alla realtà. Anche se non ci fossero conseguenze giudiziarie per l’amministrazione dei servizi, resta la beffa di aver speso circa 400 mila euro per un software alla fine mai utilizzato.

Calabria, suicidio in casa giallorosa

La Calabria è irredimibile. Senza speranze. Tra pochi mesi si vota per scegliere il nuovo governatore della regione e i partiti si lacerano. Soprattutto quelli che sono al governo e che annunciano di voler cambiare l’Italia. Frantumato è il Pd, libanizzato in piccole correnti che si combattono senza esclusione di colpi, i Cinquestelle, divisa la destra. Un tritacarne che a sinistra ha già macinato importanti nomi della società civile calabrese. Prima Pippo Callipo, il re del tonno”, Poi Florindo Rubbettino, giovane editore di successo. Zingaretti, che vuole rinnovare il suo partito e mandare a casa l’attuale governatore Mario Oliverio, lo aveva convinto a candidarsi. Lui ci aveva anche pensato, ma le divisioni dentro il Pd e tra Pd e Cinquestelle, lo hanno indotto a desistere. “Purtroppo – ha detto ieri in una nota – non ci sono le condizioni. Il campo del centro sinistra è molto più diviso di quello che mi sarei aspettato. Da quanto si legge già dai primi segni sarei stato coinvolto in una lotta dilaniante in cui non si vede volontà di ragionare superando le divisioni tra partiti e all’interno degli stessi”.

E allora il film che verrà si è già visto il 10 novembre scorso a Lamezia Terme al primo turno delle elezioni comunali. Una sonora sconfitta causata dalle divisioni tra Pd, M5S e sinistra. Che nella terza città della Calabria sono andati divisi al voto per il Comune e sono stati travolti dal centrodestra che ora ha due suoi candidati al ballottaggio. Risultati: il Pd è sotto il 19%, la Sinistra al 10, il movimento Cinquestelle si inabissa e dal 36,68 delle politiche, non arriva al 5%, superato finanche da Casapound. Se la politica fosse mera aritmetica, sommando i voti i partiti della coalizione di governo sarebbero arrivati al secondo turno. Così non è e la catastrofe politica lametina annuncia la sconfitta alle regionali e la vittoria della destra a trazione salviniana. Un Titanic sul quale ballano allegramente i dirigenti del Pd e i movimentisti pentastellati. “Noi, come Pd nazionale andiamo avanti. Qui stiamo facendo una operazione di rinnovamento mai vista prima”. Parla Nicola Oddati, membro della segreteria del Nazareno e responsabile Sud del partito. “Da mesi – afferma – e ben prima della formazione del governo abbiamo detto a Oliverio che non sarebbe stato il nostro candidato. Continueremo a lavorare per questo obiettivo”.

Mario Oliverio, 66 anni, solide radici nel vecchio Pci, nella sua vita politica ha fatto di tutto. Da 40 anni è eletto dovunque. Consigliere regionale, deputato, presidente della Provincia di Cosenza, e dal 2014 governatore della Calabria. Obbligato dai giudici a “dimorare” per tre mesi nel suo paese, San Giovanni in Fiore, è sommerso da inchieste giudiziarie. Riassumendo: richiesta di rinvio a giudizio per corruzione e abuso d’ufficio, in attesa di difendersi dall’accusa di associazione a delinquere, corruzione e peculato. Curriculum giudiziario a parte, Oliverio è il terminale del “sistema” che fa capo ad altri due big del Pd, Nicola Adamo (ex deputato già numero due della Giunta regionale ai tempi di Agazio Loiero) e sua moglie Enza Bruno Bossio, ex dalemiana e deputata, a Cosenza e dintorni chiamata la zarina. Un ferreo politburo del potere fatto di carriere politiche, presenza nelle istituzioni che contano e dove si decidono gli affari, che si intreccia con uomini e pezzi della destra. Ancora Oddati: “Il nostro sforzo per rinnovare il partito in questa regione martoriata è netto, lo vedrete nella composizione delle liste. Spero che anche gli altri, i 5 Stelle prima di tutti, lo capiscano e lavorino con noi alla costruzione di uno schieramento nuovo e vincente”. Il Pd aveva puntato le sue carte su Florindo Rubbettino, classe 1971, di mestiere editore. Un “civico” a tutto tondo gradito a Zingaretti. Si sono visti a Roma, hanno parlato a lungo, definito obiettivi e strategie. Ma è servito a poco, la linea del rinnovamento è stata schiacciata sotto il tallone di ferro del sistema di potere e di interessi che domina il partito calabrese. “Il Pd non ha altra scelta che rinnovarsi – dice il deputato dem Antonio Viscomi, docente universitario di Diritto del lavoro, sponsor di peso della candidatura di Rubbettino – Certo, a Lamezia abbiamo perso, ma tra i più votati ci sono una donna avvocato di 29 anni e un ingegnere di 35. Dobbiamo puntare sui giovani e rompere con certi mondi”. Parole e ansia di rinnovamento che devono fare i conti con i padroni delle tessere e dei voti che dominano il Pd calabrese, e che al professor Viscomi sono costate care. “Gratteri (Nicola, il procuratore di Catanzaro, ndr) ha ordinato a Zingaretti di non ricandidare Oliverio. E noi abbiamo il cavallo di Troia in casa, è Antonio Viscomi, emissario della Cei (nel senso dei vescovi italiani) e dei pm”. Firmato la zarina, Enza Bruno Bossio. Una dichiarazione di guerra che anticipa le mosse di Oliverio e del “politburo”: Pd o non Pd, loro presenteranno liste e candidato presidente. O Mario o morte.

Se nel Pd è lotta all’ultimo sangue, nel M5S è guerra aperta tra i notabili. Quasi il 44% alle ultime politiche, 18 parlamentari sui 31 eletti in Calabria, una totale assenza nei Comuni e alla Regione, i luoghi privilegiati del potere e della spartizione dei soldi. Quattro linee per le regionali: andiamo da soli, non andiamo, io comunque mi candido, e l’evergreen chiediamo a Rousseau, nel senso della piattaforma. Sullo sfondo il disastro delle comunali a Lamezia, dove nella lista pentastellata spiccava il nome della dottoressa Carla Lucia Anania, moglie dell’onorevole avvocato Pino D’Ippolito, che ha portato a casa il deprimente risultato di 53 voti, tredicesima nella lista stellata. Il Pd fa fuori Oliverio e vuole rinnovare? “Non mi interesso di cose calabresi che non siano il 416 bis (reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, ndr), e credetemi ho tanto da lavorare”. Nicola Morra è il Presidente della Commissione parlamentare antimafia. È eletto in Calabria e ci liquida così. Insistiamo parlandogli del tentativo di rinnovamento del Pd. “Il Pd calabrese è quanto di peggio ci possa essere. Personalmente, è dalla primavera del 2018 che insisto per un percorso che coinvolga i calabresi tutti su programmi e nomi, non si è fatto nulla. Non c’è unanimità al nostro interno, e allora dico stiamo fermi, bisogna accettare di non essere stati all’altezza del ruolo. Siamo fuori tempo massimo, io non ho il potere di decidere, appelliamoci alla piattaforma”. Previsioni? “Qui stravincerà il candidato sostenuto dalla Lega”. Insomma, sul ponte sventola bandiera bianca. Ma non per Paolo Parentela, deputato e coordinatore per le elezioni regionali del Movimento. “Se il Pd fa scelte nette potremmo cominciare a parlare”, aveva detto appena il 4 novembre scorso. Oggi ha cambiato idea. “Non avevamo nessuna voglia di dialogare col Pd in Calabria e non abbiamo nessuna voglia neanche ora. Il Pd spieghi perché fa fuori Oliverio, non basta scaricarlo all’ultimo momento. Non faccio nomi ma stiamo valutando una rosa di possibili candidati”.

Se c’è una Rosa sono io. La giovane deputata Dalila Nesci (alla seconda legislatura), è irremovibile. Mi candido ha annunciato da mesi. “E lo ribadisco – conferma in queste ore – Ci sono e mi dissocio dalla linea irresponsabile di Di Maio e Morra che dicono di non presentarci. Anzi, chiedo ufficialmente il simbolo del Movimento”. Auguri! Luigi Di Maio le ha detto no più volte. Il capo politico del Movimento aveva puntato le sue carte su Pippo Callipo, l’imprenditore del tonno conosciuto in tutto il mondo. “Aspetta che i miei si scannino tra di loro e poi interverrò io imponendo il tuo nome”, raccontano fonti interne ai Cinquestelle rivelando il contenuto degli incontri avvenuti a Roma lo scorso giugno tra il ministro degli Esteri e l’imprenditore. Non se ne è fatto nulla e Callipo ha mollato: “Non ho mai pensato di candidarmi, si è trattato solo di pour parler”.

E la destra? Sente la vittoria in tasca, ma è divisa. Giorgia Meloni vuole la Calabria ed ha un nome certo. È quello di Wanda Ferro, già sconfitta nel 2014. Ma la candidatura della senatrice di Fratelli d’Italia è a rischio per l’affaire Mark Caltagirone, il marito virtuale di Pamela Prati. Anche la senatrice fu irretita dal duo Perricciolo- Michelazzo nella storia del finto sposo, e tutto finì in denunce. “Sono stata tirata in ballo da un coacervo di falsità e menzogne, i miei legali sono al lavoro da tempo”. Gossip a parte, c’è la questione più seria di Sandro Nicolò, capogruppo della Meloni in consiglio regionale e coordinatore del partito a Reggio Calabria, arrestato per associazione mafiosa e per i rapporti con la cosca Libri. Per i pm è un politico al servizio del clan, per la Ferro “un valore aggiunto”. Così scriveva in un comunicato il 30 marzo 2018, quando Nicolò abbandonò Berlusconi per lanciarsi nelle braccia di Giorgia Meloni. “Il suo ingresso, condiviso con i vertici nazionali, rappresenta per il nostro partito un importante valore aggiunto per l’esperienza, l’autorevolezza, la serietà dimostrata da Sandro Nicolò”. “Cazzu io”, avrebbe sottolineato il mitico Cetto La Qualunque nel suo ultimo film dove primeggia la piattaforma “Pileau” a sostegno della sua candidatura al trono del “Regno delle due Calabrie”.

Berlusconi, invece, vuole Mario Occhiuto, il sindaco di Cosenza. Rinviato a giudizio la settimana scorsa per bancarotta fraudolenta, e indagato dalle procure di Cosenza, Catanzaro e Roma, la sua discesa in campo fa storcere il naso alla Lega. Salvini punta le sue carte su Sergio Abramo, imprenditore ed ex sindaco di Catanzaro, già candidato alla carica di governatore nel 2005 e sconfitto da Agazio Loiero.

Insomma, grande è la confusione sotto i cieli del Tirreno e dello Jonio. Della Calabria ce ne strafottiamo sembrano rispondere in coro notabili e capi elettori, rivoluzionari per gioco, signori delle tessere e padroni dei finanziamenti pubblici. Mentre la loro terra muore.

La regione ha il Pil più basso d’Italia, poco più di 17mila euro ad abitante. Da qui si fugge, in 10 anni sono andati via in 300mila. La situazione sociale è drammatica, su quasi 2 milioni di residenti ufficiali ci sono 750mila pensionati, e per ogni giovane fino a 25 anni tre ultra 65enni. In questa terra non arrivano neppure le briciole dei piccoli accenni di ripresa. Un recente rapporto di Bankitalia traccia una statistica deprimente: sui 306mila nuovi posti di lavoro creati in Italia nel 2018, solo 40mila sono al Sud, appena 612 in Calabria. Meno di una elemosina, “il segnale più vistoso del deserto occupazionale”, scrivono gli analisti. E la meglio gioventù fugge con nella mente le parole del poeta Franco Costabile… “Un giorno anche tu lascerai queste case, dirai addio, Calabria infame…”.

Zinga tenta la carta Ius soli Di Maio: “È sconcertante”

“Ci battiamo perché al più presto si rivedano i decreti Salvini. E per far approvare lo ius culturae e ius soli”. Sono le 15, la platea del Pd, riunita al Centro congressi di Fico a Bologna, è estenuata da una mattinata di dibattito senza pause, quando Nicola Zingaretti nel suo intervento prova il rilancio. In origine la tre giorni di Bologna doveva essere l’avvio del congresso. E invece non ci sono annunci né svolte definitive. C’è però una presa di posizione rispetto al governo: non un attacco esplicito, ma il tentativo di guidare l’agenda. O al limite una provocazione, una premessa per chiudere l’esperienza.

L’Assemblea vota il cambio dello Statuto. Modifica più significativa: fine della coincidenza automatica tra segretario e candidato premier. Che significa l’idea di un partito “aperto” (perno di una coalizione) e la conferma della strategia dell’alleanza strutturale con M5s. Lo spostamento dell’asse politico a sinistra c’è stato con la netta scelta di parte degli interventi di “Tutta un’altra storia”. E lo Statuto – che mette nero su bianco la natura “antifascista” del Pd – prevede pure la nascita della Fondazione guidata da Gianni Cuperlo. Un laboratorio per dare linfa, idee e direzione.

Il Pd dunque è in fieri. E il governo pure. La nuova strategia di Zingaretti pare ricordare quella di Salvini, che insisteva sui punti programmatici della Lega. Nella nuova agenda Dem c’è pure più equità fiscale e nuova politica industriale, ma i diritti fanno saltare Luigi Di Maio: “È sconcertante parlarne ora. C’è mezzo paese sotto l’acqua e pensa allo ius soli?”.

L’ultima giornata di Bologna porta comunque in sé un effetto straniante. Dopo Maurizio Landini, accolto dalle ovazioni, ieri arriva come ospite d’onore Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria. E poi un fuoco di fila di interventi, che chiariscono come in realtà Zingaretti (e Orlando) siano abbastanza soli. Sia sulla scelta di portare il partito a sinistra, sia nell’approccio al governo, che è presente in prima fila con tutti i ministri dem: critico, ma non fino alle scelte estreme; di sostegno, ma senza entusiasmo, con le perplessità di chi preferirebbe che fossero gli altri a staccare la spina interrompendo un’esperienza vissuta come una difficoltà più che un’opportunità.

E allora, tocca al sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che già si muove come candidato futuro di Base Riformista (la corrente di Lotti e Guerini), rivendicare l’anima liberal: “Vogliamo abiurare il Jobs Act, i governi Letta, Renzi, Gentiloni? Porta voti? Non credo. Né porta crescita e occupazione”. Tocca a Maurizio Martina invocare un cambio di nome (Democratici), nonostante la contrarietà del segretario. Ed è Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, a chiedere unità del partito a sostegno del governo. Mentre Elly Schlein e Pierfrancesco Majorino parlano da sinistra di opposizione. Zingaretti galleggia, non decide, non rompe. Ma prende sempre più le distanze da Dario Franceschini, primo custode dell’esecutivo.

Stefano Bonaccini, Governatore uscente e candidato, offre la sua sfumatura: “Se mi vuole sostenere, il governo smetta di litigare”.

Nel frattempo c’è chi dentro Br cerca di far saltare il voto sullo Statuto, facendo mancare il numero legale. L’accordo si trova: in settimana Zingaretti dovrebbe varare la segreteria unitaria. E il congresso a tesi non sembra dietro l’angolo: un bene per chi si deve organizzare. Accolti anche i 5 odg di Matteo Orfini (abrogare i decreti sicurezza, approvare lo ius culturae e la parità salariale tra donne e uomini, combattere i tirocini gratuiti, no al giustizialismo). Il dibattito vero è rimandato, c’è la campagna dell’Emilia-Romagna, con una piazza convocata il 7 dicembre. Il 26 gennaio resta lo spartiacque: Zingaretti potrebbe giocare per far cadere prima il governo. Ma se vince lì, invece, potrebbe consolidarsi. Se perde, dimissioni dietro l’angolo.

Un clochard nel gelo: la “debolezza” umana di offrire aiuto e riparo

Vagava solitario, come sperso, tra le strade e le case di un minuscolo comune della provincia di Cuneo, Celle di Macra, nemmeno cento abitanti, in val Maira. Alto con certezza più di 1.70, i capelli grigi e la barba incolta, camminava lento e trasognato, apparentemente senza meta, forse cercando stelle in lontananza per capire da che parte andare. Perché la Francia è vicina, ma di lì passaggi per la Francia proprio non ve ne sono. Nulla sapeva del tempo in arrivo. Prevista sui monti di Cuneo una nevicata fitta e abbondante, di quelle da cui nascono fiabeschi i pupazzi dei bambini ma che gelano il sangue a chi debba avventurarsi per tornanti sconosciuti senza un giaciglio al caldo. Qualcuno lo avvistò tra le borgate del paese, arrampicate tra gli 800 e i 2000 metri. Ma chi sarà quell’uomo dalle scarpe sfondate, dagli abiti leggeri, con giacca e cappuccio impermeabile? Chi si sta avventurando verso il confine insuperabile con la Francia in quelle condizioni? Ma sa qualcosa, quell’uomo, dei divieti e dei muri posti dalla natura e dagli uomini? Sa qualcosa del gelo in arrivo?

Così si chiesero i due o tre che, in un lampo di umanità, lo avvicinarono dopo averlo avvistato. Andarono verso di lui con quell’amore per i poveri senza dimora che non si trova più, e che sembra ridiventare cosa buona e giusta solo nella notte di Natale. Gli chiesero i documenti, cercarono di capire chi fosse.

Ma il viandante che andava verso la Francia non ne aveva, di documenti. Tirò fuori solo carte che parlavano di lui, compilate da carabinieri sconosciuti, che ne certificavano l’estraneità all’ordinamento ben custodito delle leggi. Constatazioni, intimazioni, firme. Verbali stilati in stazioni lontane, alcuni ormai laceri, raccolti – girovagando – in una busta di plastica bagnata dall’umidità. Allora quel mirabile gruppo pensò di fare qualcosa. Chiamarono a Cuneo una funzionaria pubblica, di un qualche prestigio, di cui sapevano che avrebbe preso a cuore questa storia odorosa di Dickens e le chiesero se per caso potesse indicare loro qualche struttura o qualche luogo a cui appoggiarsi. In particolare le chiesero, per la forza evocativa del nome, se avrebbe potuto dare ospitalità provvisoria a quel viandante la casa di accoglienza temporanea aperta in maggio a Cuneo e intitolata a don Aldo Benevelli, mitico prete della Resistenza cuneese, da poco scomparso.

Lei telefonò subito, chiese e richiamò felice: si poteva, c’era posto. Un clochard, dev’essere un clochard della Senna, spiegò qualcuno, per rendere romantica la disperazione o la solitudine estrema. Il clochard venne dunque accompagnato nel capoluogo con umana pietà. Quando comparve, qualcuno spiegò con profondo rispetto che era semplicemente “un gran poveraccio”. Fu sfamato e vestito. Quando ebbe assaporato il caldo del luogo e del cibo venne però allontanato. Le autorità di polizia informate del suo arrivo fecero giungere infatti il discreto avvertimento. Due notti sì, perché rispondono al criterio dell’accoglienza urgente. Ma se lo ospitate oltre i due giorni siete passibili di denuncia. Favoreggiamento di immigrazione clandestina. È la legge: la nuova legge che chiamano “Salvini”, dal nome dell’ex ministro dell’Interno. Allora un signore di nome E. si impietosì e lo portò alla Caritas per fargli avere un altro pasto. E poi al dormitorio per l’emergenza freddo del Comune, dove non vige l’obbligo di denunciare alla questura. Anche lì una notte. Dalla casa di don Aldo Benevelli seguirono il trasloco col cuore in gola, piangendo e sognando di poter pagare al loro ospite il viaggio per la Francia; pensate che debolezze ancora albergano nell’animo di certi umani. Diedero al clochard abiti pesanti e piccoli scarponi da neve, memoria di un’anziana madre scomparsa. “Lei lo proteggerà”, commentarono, come si usa presso i pii.

Lui scomparve. Non chiedete come si chiamasse e quanti anni avesse, perché dalle sue dichiarazioni ai carabinieri trovereste nomi ed età cangianti. Alla Caritas dichiarò di essere del ’67, ma si adirò quando lo vide scritto sul tesserino della mensa. L’avevano fatto più vecchio, protestò. Riprese la sua strada in direzione della montagna. Forse conosceva qualche misterioso passaggio verso le armonie delle colline e dei dialetti francesi. Da attraversare senza documenti. Come in una favola dove il cuore degli uomini ogni tanto si accendeva. Più spesso restava impassibile.

Tutela del paesaggio. La lezione del Tar sardo

“Venezia ha bisogno di una politica nuova e di un modello diverso di sviluppo. Deve ritornare una ‘polis’, una città per gli uomini. Non può restare una Disneyland svenduta ai turisti. Anche in queste ore registro un drammatico scollamento tra le istituzioni e il Paese reale”. Le durissime parole del patriarca Francesco Moraglia sono il primo vero segno che qualcuno, ai vertici dell’establishment veneziano, sta finalmente capendo che l’alluvione che ha messo in ginocchio Venezia non è un fenomeno naturale, e non si combatte se non cambiando modello di sviluppo. Ad essere malato è il nostro rapporto con l’ambiente: che come ogni altro rapporto del nostro tempo (a partire da quelli che consegnano umani ad altri umani) è governato dalla logica del massimo profitto privato. Per salvare Venezia, per salvare Matera (piegata negli stessi giorni da un disastro non meno grave, ma assai meno telegenico), per salvare la forma e il corpo dell’Italia, che ad ogni autunno si sfascia un altro po’, è dunque vitale una lezione recente che arriva dalla Sardegna.

Il 14 ottobre scorso la Sezione Prima del Tar sardo ha pronunciato una sentenza esemplare. Tanto più esemplare se si guarda all’apparente irrilevanza del caso rispetto alle devastazioni di cui abbiamo parlato: oggetto del contendere era la realizzazione di un campo di boe stagionale nello specchio di mare antistante alla costa di Su Pallosu, presso la Marina di San Vero Milis. Siamo a nord di Oristano, nell’incanto naturalistico e paesaggistico della penisola del Sinis: una zona costiera che la Soprintendenza di Cagliari e Oristano ha dichiarato di notevole interesse pubblico per “il suo paesaggio spiccatamente desertico, con lande spogliate all’interno ed imponenti sistemi di dune altissime”, e perché, sulla costa si allineano “ampie spiagge bianchissime, che si estendono a perdita d’occhio, insieme agli altri cordoni di sabbia che si estendono alle spalle”, dove “è presente un sistema di stagni di importanza rilevante”. Per queste ragioni il locale circolo nautico si era visto bocciare dalla Soprintendenza il progetto di mettere a mare durante l’estate quelle boe, che avrebbero trasformato Su Pallosu in un parcheggio di barche, con la conseguenza di modificare indelebilmente quel paesaggio unico (e proprio nel periodo in cui la maggior parte dei cittadini può goderselo), e anche le condizioni per viverlo. Una delle motivazioni con cui il Circolo aveva motivato il suo ricorso al Tar contro questo vincolo era il fatto che, purtroppo, quel tratto di cosa non è esente dal degrado che colpisce tanta parte del paesaggio italiano: insomma, visto che abbiamo fatto 30, facciamo 31 e mettiamoci anche un porticciolo turistico stagionale. Sembra (ed è) una motivazione quasi grottesca, ma da membro del Comitato tecnico scientifico per le Belle Arti mi sto rendendo conto di quanto venga usato dagli avvocati di coloro che si oppongono agli atti di tutela: in una corsa irresponsabile verso la distruzione totale. E del resto, la stessa amministrazione dei Beni Culturali è talvolta tentata di utilizzarla: come quando, di fronte al Tar del Veneto, ha argomentato che siccome l’Accademia di Venezia ha dato in prestito varie opere che non avrebbe mai dovuto prestare, allora si poteva far uscire anche l’Uomo Vitruviano. La logica della minor tutela possibile. Stavolta, però, i giudici del Tar sardo si erano letti la Costituzione, e hanno scritto una sentenza da incorniciare: “Devono essere poi disattese anche le censure basate sulla preesistente compromissione del territorio (presenza nel medesimo spazio acqueo di diverse boe, presenza di edifici e dei detriti delle vecchie abitazioni dei pescatori), posto che da tempo si è affermato che la situazione di degrado di una determinata zona soggetta a vincolo paesaggistico non giustifica il sostanziale abbandono degli obiettivi di tutela ma, anzi, impone all’autorità preposta un maggiore rigore nella valutazione della compatibilità di ulteriori interventi”. Accanto a questa motivazione, il Tar ha fatto sua l’argomentazione della soprintendenza circa l’indivisibilità del mare dalla costa tutelata, affermando che si deve sempre difendere “lo scenario naturale del mare che, con le sue innumerevoli gradazioni di colore, costituisce elemento rilevantissimo ed inscindibile per la stessa percezione del paesaggio tutelato”. Non inganni l’accento posto sul valore estetico: il principio che si afferma è quello di una tutela contestuale dell’ambiente, che non può essere fatto a fette e piegato a ragioni di profitto. La Sardegna non può essere ridotta a Disneyland, se vogliamo usare le parole che il suo patriarca usa per Venezia. La possibilità di una comunità di decidere sul proprio ambiente è una grande questione di democrazia: e questo è particolarmente evidente in Sardegna, dove si concentra il 60% del demanio militare Italia-Nato, che sottrae ai sardi e a tutti gli italiani non solo 35.000 ettari di territorio, ma spazi di mare enormi, più vasti della stessa Sardegna. Con conseguenze spesso terrificanti per la salute dell’ambiente, degli animali e degli uomini: come si è compreso a Quirra negli ultimi anni. Il profitto e la guerra: salvare l’ambiente significa sottrarlo a questi padroni, e costruire un’idea di progresso che rinunci all’idea stessa di ‘crescita’ economica e ad ogni prospettiva di morte. Prima che sia troppo tardi.

Asili nido gratis? Sarebbe meglio aumentare i posti

Immaginate di essere fan di Bruce Springsteen e che il “Boss” faccia un’unica data in Italia nel 2020 per sole 500 persone. Il suo staff lo informa che sui social monta la protesta di migliaia e migliaia di ammiratori esclusi. Springsteen vuole ridurre il malcontento, ma come? Cancellare il concerto farebbe soltanto aumentare la rabbia. La soluzione più ovvia, gli dicono i manager, è aggiungere tre o quattro repliche, così da permettere a più persone di ascoltarlo. Immaginate che Springsteen scelga una terza opzione: “Se protestano, azzero il prezzo del biglietto, i 500 spettatori verranno gratis”. Di fronte a una simile scelta manager e fan penserebbero a un accenno di demenza senile: il problema era l’offerta limitata di posti, non il prezzo.

Passiamo dall’esperimento mentale alla realtà: il governo ha deciso di fare l’equivalente di regalare i biglietti per il concerto ristretto. “Asili nido gratis per tutti” è un bel messaggio. Ma con una postilla: per tutti quelli che già ora mandano i figli all’asilo nido. La legge di Bilancio 2020, come ha annunciato il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri, garantirà “la gratuità degli asili nido, una misura importante non solo dal punto di vista del welfare e dell’eguaglianza, ma anche per l’occupazione femminile e la mobilità sociale”. Nobili intenti, ma la legge di Bilancio risolve un problema che non c’era (il prezzo degli asili nido) per evitare di affrontare quello vero (l’offerta limitata di posti). Il presidente dell’Istat Giancarlo Blangiardo ha ricordato che solo il 12,5 per cento delle famiglie italiane con bambini trai zero e tre anni usa gli asili nido comunali. Un bel problema. Ma è colpa delle rette troppo care? In piccola parte: soltanto il 12,4 dei genitori che non mandano i figli all’asilo lo ha fatto per ragioni economiche. Questo significa, combinando le percentuali, che circa il 10 per cento di coloro che non mandano i figli all’asilo lo fa per il costo eccessivo. Gli altri devono tenere i figli a casa non ci sono abbastanza asili, soprattutto al Sud.

Tra gli effetti non dichiarati di una misura all’apparenza benemerita c’è quello di indirizzare risorse dove ce n’è meno bisogno, cioè nelle Regioni del centro-Nord che già ora offrono un welfare migliore. Come l’Emilia Romagna, eccellenza mondiale in tema di asili, e dove guarda caso si vota a gennaio, poche settimane dopo l’entrata in vigore (anticipata) del bonus maggiorato per gli asili nido. Le famiglie di elettori del Pd se ne ricorderanno alle urne quando si tratterà di decidere se consegnare o meno la Regione alla Lega.

Già ora i Comuni che offrono più asili nido hanno anche una maggiore domanda. Uno studio di Daniela Del Boca, Chiara Pronzato e Giuseppe Sorrenti osserva infatti che “le Regioni dove l’assistenza pubblica ai bambini ha una tradizione più lunga e una diffusione più capillare hanno anche un maggior numero di domande e più posti mentre le Regioni del Sud hanno meno posti e meno domande”. Questo è fisiologico: gli asili nido sono una invenzione moderna per permettere alle donne di tornare a lavorare poco dopo il parto, se ci sono poche opportunità lavorative sul territorio per la donna è meno costoso restare a casa (nel senso che rinuncia a redditi da lavoro inferiori o addirittura assenti). Qualunque intervento sugli asili nido, quindi, rischia di favorire le zone già più ricche. Ma mettere le risorse per aumentare l’offerta, invece che per ridurre i “prezzi”, potrebbe almeno permettere ad alcune donne che ora sono costrette a rimanere a casa di tornare al lavoro. Ridurre la progressività delle rette, come fa la legge di Bilancio, non ha ricadute sociali rilevanti se non sulle prospettive elettorali del governatore Pd dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini.

Poiché il bonus erogato dall’Inps che il governo aumenta può essere speso in qualunque tipo di asilo, gli altri beneficiari della misura saranno i privati che offrono una parte dei posti non garantiti dal pubblico. Aumentare la disponibilità economica di famiglie nella parte bassa del ceto medio non incentiva i privati ad aumentare l’offerta (se devono espandersi, lo fanno nella parte alta del mercato, quella per le famiglie abbienti) ma può spingere ad aumentare i prezzi proprio per quei genitori con una situazione patrimoniale e reddituale tale da renderli idonei al bonus pubblico.

Di buone intenzioni è lastricata la strada del debito pubblico. Ammesso che in questo caso le intenzioni siano davvero buone e non soltanto elettorali, visto che dall’esito del voto nella Regione degli asili nido migliori d’Italia dipende (forse) la sopravvivenza del governo.

Ilva, sciopero al contrario contro Mittal

Domani il premier Giuseppe Conte e il ministro dello Sviluppo Stefano patuanelli incontreranno i vertici Mittal dopo la raffica di iniziative giudiziarie degli ultimi giorni. E oggi potrebbe essere confermato lo “sciopero al contrario” annunciato dai lavoratori dell’ex Ilva di Taranto. Una nuova forma di protesta in cui, per opporsi allo spegnimento degli impianti deciso da ArcelorMittal, i lavoratori manifesteranno recandosi al lavoro e continuando a produrre acciaio. Almeno finché è possibile. Il calendario della multinazionale prevede le ultime fermate degli altiforni, delle cokerie e dell’agglomerazione, entro il 15 gennaio, ma tra gli operai c’è chi si oppone con forza. Come i gli addetti alle centrali elettriche che, con una nota di Filctem-Cgil, Flaei-Cisl Reti, Uiltec-Uil e Ugl-Chimici, annunciano che “non procederanno ad alcuna fermata degli impianti” e “rigettano al mittente la improvvida comunicazione aziendale”. Ma è tra i metalmeccanici che ha preso piede l’idea dello “sciopero al contrario”: stavolta per ribellarsi al “padrone” bisogna lavorare. “È un’idea già emersa nell’ultimo consiglio di fabbrica, l’avevamo proposta anche noi – spiega Francesco Brigati, Rsu della Fiom Cgil – Sì, pensiamo a uno sciopero al contrario. Non vogliamo essere complici della morte della fabbrica. Ogni decisione andrà condivisa con le altre sigle e i lavoratori”. Nel nuovo consiglio di fabbrica di oggi. Ma, per mantenere gli altiforni in marcia, è necessario tornare ad approvvigionarsi di materie prime. Senza materia prima non c’è produzione e quindi neppure “sciopero al contrario”. Un cane che si morde la coda. “Il governo – aggiunge Brigati – deve chiedere di garantire le materie prime per consentire il proseguimento delle attività. Senza, la produzione si ferma”. Ora gli impianti viaggiano al “minimo tecnico” per decisione di Mittal. Alcuni numeri aiutano a comprendere il quadro. Come la produzione di ghisa negli altiforni: i tre impianti attivi al momento (Afo1, Afo2, e Afo4) hanno una capacità produttiva giornaliera che supera di poco le 16mila tonnellate, ma in questi giorni i tre altiforni non raggiungono neppure le 10mila.

Per mancanza di materie prime: sotto la gigantesca struttura per coprire i parchi minerali, le montagne di materiali stoccati fino a qualche tempo fa, sono scomparsi. Così l’attività nei reparti sono ridotte al minimo. E senza una soluzione tempestiva anche quel minimo finirà presto.