L’Alitalia ha l’acqua alla gola, ma dà premi d’oro ai dirigenti

L’Alitalia con il cappello in mano chiede di essere salvata dagli americani di Delta o dai tedeschi di Lufthansa, perde un milione di euro al giorno, costringe i lavoratori alla cassa integrazione e per non morire succhia a tutto spiano soldi dei contribuenti (900 milioni di euro ottenuti come prestito dallo Stato e quasi tutti bruciati, altri 400 milioni che dovrebbero essere concessi con la legge di Bilancio in discussione). E che fanno i tre commissari straordinari a cui il 2 maggio 2017 è stata affidata la compagnia dopo il crac dei Capitani coraggiosi di Berlusconi e degli arabi di Etihad? I commissari premiano i dirigenti. Un milione di euro gentilmente elargito a fine 2018 per i buoni risultati di gestione. Quali risultati? Con tutta la buona volontà si fa fatica a immaginare che ce ne siano.

Con la stessa prodigalità i commissari Enrico Laghi, Stefano Paleari e Daniele Discepolo (subentrato quest’ultimo a Luigi Gubitosi nel frattempo diventato amministratore di Tim), hanno nominato in questi mesi 48 dirigenti: 43 presi dall’esterno, 5 promossi da quadri a dirigenti. Ad essi hanno concesso stipendi tarati non sulle miserrime condizioni della compagnia di Fiumicino, ma facendo finta che Alitalia sia un modello di gestione. Ce n’è uno tra questi dirigenti gratificato con 300 mila euro lordi l’anno, a un altro gli hanno dato 270 mila euro, più l’auto di servizio, più un paracadute di 12 mensilità pagate nel caso in cui le circostanze gli avessero imposto di lasciare il lavoro. Sono livelli spropositati se confrontati con quelli di dirigenti di primo livello di aereolinee che scoppiano di salute; la media mondiale è sui 120 mila euro circa.

Tra gli assunti ce ne sono alcuni a cui Alitalia paga perfino la retta della scuola per i figli e pure l’alloggio, da un minimo di 2 mila euro a un massimo di 2.500 al mese. Un bengodi per tutti, compresi i commissari che hanno già incassato circa 10 milioni di euro tra remunerazioni e percentuale (7 per cento) sulle somme recuperate dal fallimento, nonostante ci sia un limite di legge di 240 mila euro annui valido per “chiunque riceva a carico delle finanze pubbliche emolumenti o retribuzioni”.

Rispetto a quando Alitalia era tutta privata, con i commissari le cose non sono cambiate granché. Il costo del carburante e del leasing (affitto) degli aerei è rimasto fuori mercato. I preziosissimi slot (diritti di decollo e atterraggio) dell’aeroporto di Heathrow a Londra praticamente regalati a Etihad non sono stati ripresi nonostante ci fossero le condizioni per farlo. Il coefficiente di impiego degli aeromobili è rimasto basso mentre Sabre, il nuovo sistema di prenotazione dei voli che i commissari si sono ritrovati come eredità, non ha mai funzionato a dovere. Alcune novità introdotte appaiono strampalate. Come l’inserimento nella flotta di un Boeing 777/300 voluto a tutti i costi dal commissario Gubitosi. Che cosa ha di particolare questo aereo? Secondo gli esperti è un ottimo velivolo, ma è un pezzo unico, nel senso che tra i 113 aerei Alitalia non ce n’è un altro di quel tipo. L’unicità all’interno di una flotta non è sinonimo di preziosa rarità, anzi, è un prodromo di inefficienza perché moltiplica i costi di manutenzione. Oltretutto per quell’aereo fu patteggiato un leasing fuori mercato: 650 mila dollari al mese quando oggi per quello stesso tipo di aeromobili si paga un affitto tra i 320 e i 400 mila dollari.

I leasing sono un punto molto dolente di Alitalia. Nell’estate di un anno fa i commissari pagarono l’Iba (International Bureau of Aviation) per avere il quadro della situazione. In 40 pagine di tabelle Iba specificò quanto Alitalia paga per ogni aereo, quanto è il livello giusto di mercato e di quanto i lessor (le società che affittano gli aerei) erano disposti a diminuire le rate mensili. Ma non risulta che poi i commissari abbiano preso decisioni a riguardo ingenerando il dubbio che la consulenza sia stata inutile. Con i commissari ne frullano moltissime di consulenze. Qualche esempio: Boston Consulting 716 mila euro, Ernst & Young 348 mila, Leonardo 475 mila, Rotschild 20 mila al mese, studio legale Bonelli Erede 8 mila al mese, studio legale Annoni 10 mila al mese, studio legale Gianni Origoni 30 mila al mese, studio legale Zoppini 15 mila al mese, studio legale Lombardi Segni 5 mila a pratica. E infine Sullivan & Cromwell ingaggiato con un anticipo di 1 milione e mezzo di dollari per risolvere il contenzioso collegato al sistema di prenotazione Sabre.

Ma mi faccia il piacere

L’arma segreta. “In Campania il Cav lancia Caldoro: ‘Avevamo un altro nome, ma ha rifiutato…’” (il Giornale, 14.11). Era Raffaele Cutolo.

Modello Atlantide. “Il sindaco Brugnaro, con il Cav., lancia il modello Venezia” (Il Foglio, 15.11). “C’è già l’effetto Venezia. Spunta Brugnaro come leader Altra Italia. Berlusconi lancia il sindaco-imprenditore. ‘Lui sarà il mio successore? Me lo auguro…’” (il Giornale, 15.11). Complimenti vivissimi per la scelta. Soprattutto dei tempi.

Forza Pd. “La prescrizione? Ci batteremo con tutte le nostre forze contro questa follia. Indegna della civiltà giuridica dell’Italia” (Silvio Berlusconi, presidente FI, prescritto in 9 processi, il Foglio, 16.11). “Giustizia, il Pd minaccia di boicottare la riforma Bonafede. Alta tensione sulla prescrizione: ‘O cambia o siamo pronti ad approvare la proposta di Forza Italia’” (Repubblica, 14.11). E poi dicono che il Pd è senza identità.

Il terzo Matteo. “Via i decreti sicurezza e si allo ius culturae” (Matteo Orfini, deputato Pd, Corriere della sera, 17.11). I tre Matteo sono fatti così: marciano divisi per colpire uniti.

Paura eh? “Manette agli evasori? Un delirio. Così finiremo tutti alla sbarra” (Catello Vitiello, deputato espulso dai 5Stelle perchè massone e passato a Italia Viva, Il Riformista, 15.11). Sta confessando qualcosa?

La Casa di carta. “Il piano shock di Renzi: ‘120 miliardi per il Pil e per abbassare l’Irpef’” (Il Messaggero, 16.11). Ha svaligiato la Zecca dello Stato?

Notizie, che fare? “Lara Comi, manette recapitate a mezzo stampa. Quello che più colpisce è che già ieri Fatto quotidiano e Repubblica avessero due pezzi fotocopia parlando di una ‘svolta’ non meglio precisata. Era forse un’anticipazione dell’imminente arresto?” (Il Riformista, 15.11). No, era una notizia: quell’oggetto misterioso da cui il Riformista, non essendo un giornale, si tiene ben alla larga.

Le parole per dirlo. “Quella col Pd, a livello nazionale, non è un’alleanza, ma un governo che mette insieme i voti perché non abbiamo raggiunto il 51 per cento dei consensi“ (Luigi Di Maio, capo politico dei 5Stelle e ministro degli Esteri, Corriere della sera, 8.11). Quindi è un’alleanza.

Tutto d’un prezzo. “La posizione tua, di Carra e altri è rispettabile, ma dovevate avere il coraggio di dimettervi dal Pd e dal Parlamento, perché non si sta in Parlamento coi voti presi dal Pd per andare contro il Pd. È ora di finirla con chi viene eletto con qualcuno e poi passa di là. Vale per quelli di là, per quelli della sinistra, per tutti. Se c’è l’astensionismo è anche perché se io prendo e decido di mollare i miei, mollo i miei – è legittimo farlo, perché non me l’ha ordinato il dottore – però ho il coraggio anche di avere rispetto per chi mi ha votato, perché chi mi ha votato non ha cambiato idea” (Matteo Renzi a Paola Binetti, appena passata dal Pd all’Udc insieme a Enzo Carra e Dorina Bianchi, Porta a Porta, Rai1, 14.1.2010). “Se uno smette di credere in un progetto politico, non deve certo essere costretto con la catena a stare in un partito. Ma, quando se ne va, deve fare il favore di lasciare anche il seggiolino” (Matteo Renzi, 22.2.2011). “Porte aperte a chi vorrà venire non da ospite, ma da dirigente in Italia Viva. Vale per Mara Carfagna e per gli altri dirigenti del suo partito” (Matteo Renzi, passato dal Pd a Iv con decine di parlamentari ex-Pd, ex-FI ed ex-M5S, 11.1.2019). E mi raccomando: portatevi il seggiolino.

Il titolo della settimana/1. “Truffe e corruzione, la Comi ai domiciliari. I legali: spropositato” (il Giornale, 15.11). Se arrestano persino i truffatori e i corrotti, dove andremo a finire.

Il titolo della settimana/2. “La visita segreta di Salvini a Ruini” (Corriere della sera, 17.11). Talmente segreta che il giorno dopo è già sul Corriere della sera.

Il titolo della settimana/3. “Per i tecnici la lotta al contante aumenta il nero” (Libero, 13.11). Uahahahahahahah.

Il titolo della settimana/4. “Il Carroccio è diventato il partito di chi vuole lavorare” (Libero, 17.11). In controtendenza col suo segretario.

Il titolo della settimana/5. “La vera emergenza non è la fame, ma i cessi” (Filippo Facci, Libero, 13.11). Vabbè, qui la battuta fatela voi.

Adieu Lucette, lo “scoiattolo” di Céline che le “ruppe il vetro dentro al cuore”

Quando la invitava a cena, Louis-Ferdinand Céline non diceva una parola. Divorava una bistecca, poi proponeva un film, ma dopo i primi fotogrammi la trascinava fuori dal cinema. Faceva lo stesso coi libri: leggeva la prima pagina, poi una nel mezzo. Quindi richiudeva l’opera e le diceva: “Ho capito”. A raccontarlo, nel libro di memorie Céline segreto (Lantana Editore, 2012), è la sua vedova, Lucette Destouches, morta a Meudon l’8 novembre a 107 anni.

Ballerina 23enne dell’Opéra quando incontra Céline, 41nenne e reduce dall’amore fatale con la ballerina americana Elizabeth – alla quale è dedicato Viaggio al termine della notte –, Lucette ne condivise la vita, la fuga, l’esilio in Danimarca per l’accusa di antisemitismo e collaborazionismo.

Dell’imperdonabile Céline, del suo misto di genio e degenerazione, si è scritto molto. Ma fu Lucette a fare luce sulla tensione costante in lui tra sentimento e nevrosi, nichilismo e lirismo. Chiamava Lucette “scoiattolo” mentre scriveva la celebre, feroce invettiva contro tutta la questione dell’amore detto e scritto, un “bidet lirico” che “ci confeziona più rincoglioniti, più servi e pazzi fastidiosi, maniaci ottusi e sordi che tutte le sifilidi di un secolo messe insieme”.

Louis pensava che i sentimenti non dovessero essere detti, che spiegarli fosse “volgare e grossolano”. In una lettera le scrisse: “È con te che voglio finire la mia vita, ti ho scelta per raccogliere la mia anima dopo la mia morte”. Credeva che il sesso fosse uno “choc fisico” da evitare. A Montmartre, tra il ’41 e il ’43, curava i poveri gratuitamente nel suo dispensario. Aveva delle amanti, di cui parlava a Lucette: “Per creare aveva bisogno di quei fantasmi sessuali”. Nella stanza di rue Lepic aveva appeso al muro citazioni di Shakespeare e Baudelaire: “Questo mondo ha acquistato uno spessore di volgarità che dà al disprezzo dell’uomo spirituale la violenza di una passione”.

La casa di Meudon, raggiunta nell’agosto del ’51, richiama l’immagine dell’arca, stabile e quasi serena in una minacciosa bonaccia dopo il diluvio: quando muore Bébert, il gatto tigrato protagonista delle fughe nelle fogne di Berlino e per i tetti di Copenaghen (raccontata in Da un castello all’altro), a tenere compagnia a Louis “ormai abitato dall’odio” è il pappagallo Toto. A chi eludendo i controlli fosse riuscito a entrare e chiedeva del padrone, Toto rispondeva “Monsieur Céline est absent!” e aggiungeva: “La littérature est morte”. Poi svolazzava nello studio da cui Lucette sentiva uscire litigi e dialoghi. “Mi rifiutavo di dargli del tu”, dice, e ancora innamorata: “Era di una bellezza incredibile, gli occhi azzurri con dentro un solo puntino nero”.

Cucinava lui per entrambi una specie di ragù, negando a Lucette qualsiasi attività che non fosse la danza, di cui guardava le lezioni favoleggiando sui corpi alati. Nel ’54, tormentato da un ronzio all’orecchio, “un treno che passa senza sosta” regalo della guerra del ’14, scrisse Normance e lo dedicò a Plinio il Vecchio, con cui si identificava: “Morto asfissiato per aver voluto vedere il Vesuvio troppo da vicino”. Negli ultimi anni urlava e le impediva di uscire di casa. Di notte le dettava pezzi di Rigodon, che uscirà con una dedica agli animali. Il 30 giugno del ’61 scrisse “FIN” in fondo alla pagina e l’indomani era morto per emorragia cerebrale.

Due anni fa Lucette concesse a Gallimard i diritti per la pubblicazione degli scritti antisemiti di Céline, Bagatelle per un massacro, La scuola dei cadaveri e La bella rogna. Le polemiche che ne sono seguite hanno indotto la casa editrice a ripensarci.

Lucette ha raccolto e custodito per 59 anni l’anima di un uomo paranoico e di un artista epocale, pari di Rabelais: “Durante tutta la mia vita con lui, è come se mi avessero rotto del vetro dentro al cuore”.

“Milleluci” spente: è morto Falqui, il padre del varietà

Chi avrebbe mai immaginato che il patriarca del varietà televisivo, genere giurassico di un mezzo anzianotto, avrebbe scelto la bacheca di Facebook per annunciare la propria uscita di scena? Ma quando si ha nel sangue il gusto di servire il pubblico, lo si ha fino all’ultimo, e così Antonello Falqui, nato a Roma 94 anni fa, visto e considerato il pensionamento delle “signorine buonasera”, ha fatto da sé. “Sono partito per un lungo, lungo, lungo viaggio, potete venire a salutarmi lunedì 18 novembre alle 11 alla chiesa di Sant’Eugenio a viale Belle Arti a Roma…”.

Ora, dite un po’ voi se questo annuncio non poteva non cadere di sabato mattina da parte di chi con il sabato sera firmò un patto di ferro 62 anni fa. Nel 1957 Falqui realizza la regia del Musichiere condotto da Mario Riva; il programma fondativo della serata dedicata all’evasione nella austera, paludata programmazione del Programma Nazionale. Figlio del grande critico letterario Enrico Falqui, Antonello aveva intuito che, contrariamente a quanto ipotizzato dai più, la regia televisiva non è un ossimoro. E lo dimostrerà. Nel 1958, un anno dopo la prima stagione del Musichiere, nasce Canzonissima, super gara canora abbinata alla Lotteria di Capodanno, come dire la nascita ufficiale del varietà del sabato sera. Paolo Panelli, Nino Manfredi, Delia Scala, Alberto Lionello, Lauretta Masiero, Sandra Mondaini, il Quartetto Cetra… basta confrontare questi nomi con quelli odierni per dedurre se la nostalgia sia o no quella di un tempo.

Tra una canzone, uno sketch, un balletto e un monologo brillante Falqui pensa a un varietà dove la regia acquisti maggiore presenza, impronta autoriale. “È stato negli Stati Uniti, ha visto spettacoli nuovi, in particolare è stato colpito da una pratica ormai consueta nei network; non c’è più bisogno di scenografie sfarzose, gli artisti si muovono su fondali fatti di grandi spazi bianchi” scrive Aldo Grasso nella Storia critica della televisione italiana (Il Saggiatore). Nel 1961 debutta Studio Uno, dove il destino è nel titolo. Datemi uno studio, e vi inventerò il varietà all’italiana. Il luogo principe del linguaggio televisivo non va depresso ma potenziato, all’occorrenza esibito quale centro di un racconto mitico, presente ma irraggiungibile. Accanto alle celebrità conclamate si può osare il debutto di volti nuovi: per esempio, quello della ventunenne Anna Maria Mazzini, in arte Mina. Basta saper fiutare il carisma, e Falqui oltre agli occhi ha naso.

E poi, il bianco e nero sgranato di quegli anni di apprendistato, “lo spigato siberiano” di Fantozzi che diventa la materia prima dello stile. “La vita è a colori, ma il bianco e nero è più realistico” dice Samuel Fuller nello Stato delle cose di Wim Wenders. Verissimo, eppure Falqui ha dimostrato che il bianco e nero può farsi visione, sogno, eros. Il Dadaumpa inventato da Don Lurio per le Gemelle Alice ed Ellen Kessler, primo e insuperato esempio di sex symbol nazionale e popolare (non a caso sono in due), mai avrebbe conquistato i tinelli degli italiani senza le calze nero pece centomila denari sparate contro il bagliore degli sfondi e degli strass.

Mina e Antonello continueranno a darsi appuntamento il sabato sera fino a Milleluci (1974): per festeggiare i primi vent’anni della televisione il genere varietà riflette su se stesso in un gioco di specchi, coreografie e inquadrature affidato alla coppia di conduttrici Mina-Raffaella Carrà. Il catastrofico tentativo di riprovarci con Heather Parisi e Lorella Cuccarini nel recente Nemica amatissima fa sospettare che in Milleluci ci fosse qualcosa di irripetibile, ma anche di terminale. Nella sigla di chiusura Mina cantava Non gioco più. Così sarebbe stato per le sue apparizioni pubbliche, e forse non soltanto. Sarebbe bello fermare per un attimo Falqui e chiedergli se dopo gli anni Settanta anche la televisione italiana non abbia smesso di giocare, ma forse non è il caso. Buon viaggio, Antonello.

“Hanno ragione Ricci e Fiorello a prendermi in giro sull’età”

Voce: profondissima, invariabilmente profondissima; modi: garbati, attenti, borghesi; stile: garbato, attento, borghese. Aspetto: a 52 anni la forbice tra un atteggiamento adulto – troppo adulto al tempo dei suoi venticinque e passa anni – e l’età reale si è riequilibrata e “magari finirò con secchiello e paletta. Ma forse quella di allora era solo una forma di difesa”. Quella difesa, in Gianluca Guidi, è rimasta sotto altre forme: “Sto sempre sul chi va là, temo perennemente la fregatura e spesso ci colgo”; così quando parla, di frequente, non guarda negli occhi, e non è una forma di scortesia, monitora tutto ciò che avviene attorno, tra una sigaretta accesa e una attesa, e un autocontrollo che lo porta a lottare contro se stesso, la gola, e i dolci più volte offerti dal barman.

In questa stagione Guidi è nuovamente in scena con Aggiungi un posto a tavola, sold out ovunque, applausi da diverse stagioni teatrali, “per uno spettacolo che ho ammirato sin dal giorno del suo debutto del 1974, e a forza di vederlo l’ho imparato a memoria”. Con un però: “La prima domanda che mi pongono i giornalisti quando vado nelle varie città è sempre la stessa: non teme il paragone con suo padre?”

Il paragone con Johnny Dorelli non lo teme, e anche qui il tempo sta riequilibrando le prospettive: “Con le ultime generazioni non si pone la questione”.

Quindi da ragazzo recitava a memoria “Aggiungi un posto a tavola”…

Oltre alla prima, poi sono andato a Londra con papà, ho visto in video la versione messicana, argentina, cilena, tedesca…

Aveva già deciso il suo futuro.

No, o meglio: in parte lo speravo. Poi è capitato nell’età giusta, non tanto per il personaggio, più giovane di me, ma l’età scenica mi consente di evitare paragoni.

La preoccupano?

In realtà me ne sono sempre fottuto, magari parte del pubblico credeva imitassi mio padre.

Invece.

È proprio Dna.

Il paragone scema con gli anni.

Ogni volta che mi pongono la domanda su mio padre, dentro di me penso: che due palle.

Insomma, sta scemando.

Per le ultime generazioni è così, poi tra me e mio padre c’è stata un’edizione con Giulio Scarpati, e una volta con lui mi uscì una battuta: “Anche George Lazenby interpretò uno 007” (Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà del 1969

).

Feroce.

Era solo una battuta, e poi stimo molto Giulio, forse quello non era il suo ruolo ottimale in quanto a indole scenica e canto; comunque per il mio senso dell’umorismo ho perso molti amici.

A sua madre chiedeva dei film in cui ha recitato?

Qualcosina mi raccontava, come quando ha girato con Totò Sua eccellenza si ferma a mangiare, e secondo mamma il principe manifestava un debole per lei, ma lei era una donna molto fedele, con le sue storie, però fedele; “Giangio”, mi chiamava così, “lui era molto più anziano di me e non era mica Sean Connery”.

Com’era sua mamma?

Una donna moderna, simpatica, grande humour, buona di carattere, e come tutti i buoni molto fessa: in tanti se la sono fatta fritta, compresa la vita, visti i dieci anni di Alzheimer.

Un dramma.

È una malattia che toglie dignità.

Si è mai controllato sul piano genetico?

Non voglio sapere un cazzo: se per caso un giorno me lo diagnosticano, allora mi chiudo in un ristorante, ostriche e champagne, per poi dirigermi in Svizzera e addio.

La Svizzera la conosce bene.

Da ragazzo suonavo il piano e le maracas in un night, giusto per guadagnare due soldi mentre frequentavo l’università, dopo essere fuggito alle superiori dal Classico di Milano…

Un liceo “bene”…

Talmente bene da tramutarmi prima in una sorta di Renato Curcio, e poi diventare ateo come reazione ai “fratelli delle scuole cristiane”, e alla loro manfrina cattolica.

Troppo.

Un giorno il preside, evidentemente disperato, convoca mia madre: “Signora, se mi assicura che lo porta via, noi lo promuoviamo”.

Addirittura. Cosa combinava?

Tra le mie varie imprese, ricordo un professore che mentre parlava sistematicamente sputava. Io per punizione ero perennemente al primo banco. Un giorno porto in classe l’ombrello e durante la sua spiegazione l’apro come forma di protezione; e questa è probabilmente la più sobria delle mie.

Quindi…

Mamma decise che dovevo trasmigrare al collegio dei Gesuiti a Lodi, ma lì avrei rischiato di tramutarmi in Giusva Fioravanti; papà risolse la questione proponendomi l’Istituto internazionale di Ginevra: dopo mezz’ora ero già sul treno per la Svizzera.

Suonava.

Durante i due anni di università con un repertorio vasto, ma principalmente concentrato su Frank Sinatra, poi un giorno papà lo scoprì, venne, e dovetti smettere.

Rimorchiava.

Non andava male, però nella vita sono sempre stato un uomo abbastanza fedele.

Abbastanza…

Non potrebbe essere altrimenti: sono sbadato, dimentico sempre tutto, e soprattutto non so dire le bugie.

Basta recitare.

Non è la stessa cosa; l’unica volta che ho fatto sega a scuola, per andare a baciare la fidanzata di allora, i miei se ne sono accorti.

Le controllavano i compiti?

Fino a una certa età, poi la situazione in casa è mutata, anche per i dissapori tra i miei, e mamma doveva lavorare: ero lasciato a me stesso, e non tanto sotto il profilo della forma, ma per quanto riguarda l’aiuto a crescere. E l’ho capito dopo essere diventato genitore.

E suo padre?

Presente, ma di fatto viveva a Roma, io a Milano, e il mondo, per un periodo, è stato Dorelli-centrico, un po’ come allora era anche Gassman-centrico, Tognazzi-centrico; alla fine le storie dei “figli di” sono tutte simili.

Cambia la reazione.

A un certo punto ho iniziato a farmi scivolare addosso molte situazioni; negli anni ho compreso la necessità di tornare indietro e affrontare le questioni centrali, i classici “conti con la vita”.

Non si scappa.

No, se vuoi diventare un uomo.

Prima di diventare uomo, ha presidiato un albergo solo per vedere Patsy Kensit.

Come lo sa?

Succede.

Avevo un gruppo di amici ed eravamo tutti pazzi di lei, sogno erotico assoluto; un giorno scopriamo in quale albergo di Milano avrebbe dormito, ci presentiamo lì ma era impossibile entrare e prendere una stanza; alla fine abbiamo affittato l’intero piano, quello sotto a lei.

Obiettivo raggiunto?

No, l’ascensore era presidiato da tre gorilla e noi tutta sera a giocare a briscola. (Ci pensa). Ora la mia passione è Emily Blunt, per me il nuovo Mary Poppins è paragonabile a un porno, visto quattro volte.

(Arrivano altri dolci, soffre ma non cede).

L’attore è disciplina.

Soprattutto quando hai in scena una spettacolo di tre ore.

Gioca sempre al Superenalotto?

Tutte le settimane e a ogni concorso; una volta ho vinto 17 euro e ho chiesto ai miei figli come li dovevamo impiegare, e loro: “Investiamoli in mozzarella di bufala”. Così è andata.

Com’è da padre?

Il più presente possibile.

Scaramanzie?

Nessuna.

Riti prima del sipario?

Mica sono matto, tutte cazzate.

I suoi colleghi li hanno.

Problemi loro.

Mondanità?

Ho avuto la fortuna di potermene fregare di salotti, feste e sorrisi forzati.

Per contrapposizione alla vita da bambino?

No, e da piccolo arrivavano a casa Marcello Mastroianni, Nino Manfredi, Paolo Villaggio, Alberto Lupo e Paolo Ferrari: ho vissuto situazioni meravigliose, spettatore-partecipe di una scuola inconsapevole di arte (ride), magari aprivo la porta e mi trovavo davanti Rossella Falk, donna della quale ero perdutamente innamorato.

Una lezione che ha ancora nella testa?

In assoluto, la più importante, è quella ricevuta da Gigi Proietti, maestro enorme soprattutto per l’apertura mentale rispetto a questo mestiere; professionalmente parlando è stato un secondo padre, gli devo la carriera, grazie a lui ho ottenuto il ruolo da primo attore (gli brillano gli occhi). Con lui era un classico restare a tavola, post-spettacolo, fino alle cinque del mattino.

Questa lezione…

Una sera, proprio alle cinque, entrambi avvolti dagli effetti del vino, mi fissa e con voce bassa, labbra serrate, mi lancia la perla: “Ricorda, in questo mestiere devi essere maniacale, altrimenti non andrai da nessuna parte”.

E…

Lo sono diventato, mentre non trovo lo stesso atteggiamento nelle nuove generazioni: i ragazzi sono ossessionati da se stessi, passano la vita ad affrontare i loro cazzi.

L’attore è una professione di autoanalisi?

Questa storia ha rotto, come i vari metodi di recitazione che ultimamente sono emersi: è un mestiere di tecnica, e come ho sentito recentemente “la tecnica preserva dai guru e dalla mode”.

Quando ha scoperto Proietti?

Nel 1992 andai con mia mamma a vederlo recitare il Kean, ne rimasi folgorato e ci sono tornato trenta volte; dopo lo spettacolo Gigi voleva andare a mangiare, poi suonare, bere vino e grappa; finivamo sempre in orari improbabili; il giorno dopo mi svegliavo rintronato, lui andava a teatro e non sbagliava una virgola.

Fenomeno.

Lì realizzi chi è un fuoriclasse, e simile a Proietti è Massimo Popolizio.

È fondamentale il dopoteatro?

Fino a qualche anno fa partecipavo, ora mangio e subito a letto.

Niente liturgia.

Ne ho condivise troppe, molte delle quali sbagliate: si finisce a parlare delle stesse cose, e a un certo punto si straparla; un tempo non comprendevo mio padre che cenava da solo in camera d’albergo, oggi lo capisco.

A 25 anni sembrava un uomo con un viso da ragazzo.

Sono diventato grande troppo presto, magari è stata una difesa; c’è un commediografo inglese che sostiene: “Non vado in analisi perché ho il terrore di scoprire che a quattro anni ero innamorato del mio cavallo a dondolo”. Oggi sono una persona centrata.

Da bambino la seducevano in quanto figlio di Dorelli?

Credo di no, mai avuta la sensazione, o forse non me ne sono accorto. E il carattere di mio padre non prevedeva alcuna forma di seduzione traslata da me; papà con il suo carattere ha lasciato parecchi cadaveri in carriera.

Secondo Antonio Ricci lei “è il padre di Dorelli”.

Sì, e ha aggiunto: “Quando canta sembra perdere il catetere”; su di me hanno inventato due battute geniali, una è questa di Antonio, poi c’è Fiorello che in radio ha dichiarato: “Gianluca è entrato in un negozio di antiquariato e per sbaglio è stato venduto”.

Lei ha definito Fiorello “un talento inarginabile anche da se stesso”.

Ora è diventato adulto ed è più cosciente.

Per lei molto teatro, poco cinema e tv…

Non mi chiamano, magari assomiglio troppo a mio padre.

Con Sorrentino è in “The young pope”.

Dopo un provino.

Teso?

Per niente, mi fumo una sigaretta e via.

Lei da attore: giudizio.

Non lo so.

Come regista?

Mi piace, e credo di realizzare spettacoli che raccontano delle storie, senza tanti ghirigori, più dalla parte del pubblico.

Durante la recita è mai squillato un cellulare?

Lì mi incazzo proprio, a volte ho interrotto lo spettacolo.

Chi è lei?

Senz’altro un soldato che si è smazzato da solo gran parte delle questioni.

Da piccolo leggeva le favole?

Poche, ho recuperato da adulto.

Pregio.

Non ho rimpianti né invidie.

Proprio nessun rimpianto?

Forse l’unico è di non aver dedicato maggior tempo al mare, il mio sogno era di vivere in barca con i miei figli e accompagnarli a studiare a Londra entrando in città attraverso il Tamigi.

Ateo o agnostico?

Entrambi, per questo interpreto bene il ruolo del prete.

I figli li ha battezzati?

Sì, almeno quello. Poi sceglieranno loro.

Jacopo Fo ha pubblicato una biografia della sua famiglia…

Davvero? Certe situazioni vanno tenute per se stessi, non scriverò mai un libro su di noi, meglio di no…

 

Obama avverte i democratici: “Non andate troppo a sinistra”

Barack Obama rompe il silenzio e scende in campo. Non nomina nessuno degli aspiranti democratici alla Casa Bianca ma il suo messaggio è chiaramente diretto a loro. Li avverte di non spingersi troppo a sinistra e dice: “Il compito del candidato, chiunque sia, è essere eletto”. Calmo e pacato, Obama non risparmia critiche velate ai candidati cercando, allo stesso tempo, di imprimere una svolta nella campagna elettorale. Agli aspiranti alla Casa Bianca, l’ex presidente consiglia di non spingersi troppo a sinistra perché l’americano medio “non pensa che dobbiamo buttare giù l’intero sistema e rifarlo”. Molti elettori – aggiunge – non sono spinti al voto dalle opinioni espresse ‘da alcuni feed Twitter di sinistra’ e dalla frangia attivista del partito”. Messaggio che pare diretto ai ‘rivoluzionari’ Bernie Sanders e Elizabeth Warren, la senatrice in testa ai sondaggi. Gli elettori “non vogliono vedere cose folli” dai candidati democratici.

Bill, l’ex speculatore che combatte il cerchio magico dello zar Putin

Il nome del nemico pubblico numero uno di Vladimir Putin in Italia lo conoscono in pochi e la ragione è che lui, Bill Browder, in Italia non ci viene: “Con Matteo Salvini al governo non era prudente per me, meglio lasciar passare qualche tempo ancora”. Browder non ha dimenticato cosa è successo ad Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, rapita a Roma nel 2013 con la complicità delle autorità italiane e rispedita in patria dal dittatore Nazarbayev. Browder sa cosa rischia: a fine maggio 2018 è stato arrestato in Spagna su richiesta dell’Interpol che aveva la settima richiesta di arresto da parte della Russia. Dall’auto della polizia, che lo portava in questura, Browder è riuscito a denunciare la sua situazione su Twitter e il capo in persona dell’Interpol è intervenuto per farlo rilasciare. Era la settima volta che Putin cercava di fermarlo con mandati basati su accuse false.

Italia a parte, da dieci anni Browder è considerato in tutto il mondo uno degli attivisti per i diritti umani di maggiore successo. Lo abbiamo incontrato a Chicago, dove è venuto a ricevere l’ennesimo riconoscimento da quella che è stata la sua università. Il nonno di Browder era il segretario del partito comunista degli Stati Uniti, il padre un professore dell’università di Chicago. Lui si è laureato, ha fatto un master a Stanford e poi è andato a lavorare in Polonia per Boston Consulting Group, una società di consulenza. Era il 1989.

Negli anni della Russia post-sovietica, Browder osserva nascere una versione selvaggia del capitalismo e quando Mosca deve lanciare le prime grandi privatizzazioni, Browder ci lavora da consulente: “Ma ho capito quali erano le prospettive di rendimento e ho deciso che io volevo investirci, non dare consigli”. Lancia il suo fondo di investimento Hermitage, parte con 25 milioni di capitale, diventerà il più grande investitore straniero in Russia con oltre 4 miliardi di asset in meno di dieci anni.

Nel 1998 la Russia va in default, nel 2000 arriva al potere Vladimir Putin, un gruppo di 22 oligarchi si è preso quelle che una volta erano le imprese di Stato: sono ricchi, pericolosi, potenti e corrotti. Browder in questa situazione pericolosa e violenta vede un potenziale. Il suo fondo di investimento raccoglie notizie sulla corruzione, scopre le incredibili rapine perpetrate dagli oligarchi e dai loro sodali ai danni di aziende quotate in Borsa come il gigante dell’energia Gazprom o la banca Sberbank, poi passa le notizie ai giornali internazionali. “Una volta il mio capo della ricerca ha comprato un intero database da un ambulante in strada e così siamo riusciti a ricostruire tutti i nomi e i cognomi di chi aveva rubato asset da Gazprom”, racconta Browder. Storia bella, magari anche vera, chissà.

Di sicuro il metodo del fondo Hermitage funziona: accumula enormi quantità di informazioni sugli scandali consumati nelle le aziende in cui ha quote azionarie, le centellina a Financial Times, Washington Post e altri grandi giornali. Farle uscire sui giornali locali non avrebbe avuto lo stesso effetto: nessuno credeva (allora e in parte anche oggi) a quello che scrivono i giornali russi. Le notizie invece che deprimere il valore di Borsa delle società lo fanno salire: in quel mercato i prezzi erano depressi dall’incapacità degli investitori internazionali di fidarsi, di sapere dove stavano mettendo i loro capitali. Fare pulizia, spazzare via i manager corrotti e i loro sponsor, creava le condizioni per far emergere il potenziale di società come Gazprom. La lotta alla corruzione puo’ anche essere un ottimo investimento.

In una prima fase va tutto bene: Browder combatte gli oligarchi per fare soldi, Putin per accentrare potere. “Molti pensavano che io agissi su mandato di Putin e io mi guardavo bene dallo smentire, altrimenti mi avrebbero ammazzato subito”, ricorda oggi Browder. Nel 2003 però le cose iniziano a cambiare: Putin fa arrestare Michail Khodorkovskij, l’uomo più ricco di Russia, proprietario del gruppo petrolifero Yukos. Tutto il Paese lo vede in tribunale, nella gabbia riservata agli accusati: “Se io fossi stato diciamo il diciassettesimo degli oligarchi, vedendo il primo in quelle condizioni, avrei iniziato a pensare a come evitare di ritrovarmi nella gabbia. E così è iniziata la processione di oligarchi da Putin, all’improvviso assai propensi a trovare un’intesa che garantisca il quieto vivere a tutti. Il presidente ha fatto un accordo con loro: tregua in cambio del 50 per cento di tutti i profitti e di tutte le ricchezze, non per lo Stato, ma per se stesso”, racconta oggi Browder.

Da un momento all’altro il finanziere di Chicago si trova a essere un ostacolo per i disegni di Putin: gli oligarchi ora sono alleati del presidente, non più nemici da tenere sotto pressione. Browder capisce il cima quando nel 2005 non riesce a tornare in Russia, il governo lo ha messo sulla lista delle “minacce per la sicurezza nazionale”. Con grande discrezione vende tutte le quote azionarie detenute dal suo fondo (il mercato era ai massimi, gli investitori hanno incassato milioni), chiude Hermitage e lascia la Russia. Realizza profitti ingenti su cui paga 230 milioni di dollari di tasse al fisco russo. Ma non è finita.

Nel 2007 succede una cosa strana: funzionari del ministero dell’Interno perquisiscono gli uffici ormai vuoi di Hermitage, a Mosca, dove è rimasto solo qualche impiegato amministrativo. Sequestrano timbri e documenti ufficiali. Si capirà presto perché: qualcuno apre, a nome di Hermitage, nuove società intestate a noti criminali che fanno da prestanome.

Queste società chiedono al fisco russo il rimborso di quei 230 milioni di tasse versati, con sorprendente solerzia la pratica viene eseguita nel giro di 48 ore. “Si trattava di un furto ai danni dei contribuenti russi, non di Hermitage, ma chiaramente ho capito che rischiavo conseguenze, e così il mio personale rimasto a Mosca”, spiega Browder, che in breve tempo riesce a ricostruire lo schema della truffa grazie al suo consulente fiscale, l’avvocato Sergey Magnitsky. Quando però nel 2008 Magnitsky va a denunciare tutto alle autorità, invece che diventare il testimone dell’accusa viene arrestato e detenuto. Dopo undici mesi di prigione, le condizioni di Magnitsky si aggravano e il 16 novembre 2009, a 37 anni, Magnitsky muore.

Da finanziere, Browder diventa un attivista: usa la sua fortuna per assoldare investigatori che riescono a scoprire i responsabili della truffa da 230 milioni e della morte di Magnitsky. E, soprattutto, in tre anni riesce a far approvare dal Congresso americano una legge che prende il nome dall’avvocato ucciso, il Magnitsky Act: gli Stati Uniti, per la prima volta nella storia, possono sanzionare cittadini russi che si sono macchiati di violazioni dei diritti umani, negando loro il visto di accesso e soprattutto congelando i loro patrimoni.

L’effetto è dirompente, spiega Browder: “Se il governo degli Stati Uniti mette qualcuno sulla lista nera, tutte le banche del mondo lo sanno. E nessuna banca, soprattutto se basata in qualche paradiso fiscale, vuole inimicarsi il ministero del Tesoro Usa. Perché se il Tesoro nega il permesso di fare transazioni in dollari, una banca può anche chiudere. Non possiamo sottrarre ai criminali russi le loro ricchezze accumulate all’estero, ma possiamo impedire che riescano a utilizzarle”.

Il più preoccupato da questo deterrente, secondo Browder, è lo stesso Vladimir Putin: “È l’uomo più ricco del mondo ma quasi niente del suo patrimonio risulta intestato a lui. Sa benissimo, quindi, che se i suoi prestanome finissero sulla lista nera lui perderebbe l’accesso a tutto”.

Questo può spiegare perché Putin sia così ossessionato da Browder: nel 2016 un avvocato russo legato al Cremlino, Natalia Veelnitskaya, ha incontrato alla Trump tower Donald Trump jr, figlio dell’allora candidato, proprio per chiedere che l’allora candidato alla Casa Bianca si impegnasse a ritirare il Magnitsky Act. E a luglio 2018 Putin ha proposto uno scambio al procuratore speciale Robert Mueller che voleva interrogare 12 russi accusati di aver interferito con le elezioni 2016 a favore di Trump: accesso ai sospettati in cambio della consegna di Bill Browder.

Il finanziere di Chicago sa di essere in pericolo, gira sempre con almeno un uomo di scorta, ma è convinto che la migliore difesa sia l’attacco e quindi insiste con la sua campagna. Nel 2016 il Congresso Usa ha approvato anche il Global Magnitsky Act, che si estende anche a Paesi diversi dalla Russia. Altri Paesi, inclusi il Canada e la Gran Bretagna, hanno approvato il loro Magnitsky Act. Anche a livello di Unione europea ora si discute di un regime di sanzioni per chi viola i diritti umani. Il duello ormai decennale tra Browder e Putin continua.

Caso Epstein, Andrew è pentito solo a metà

Finalmente parla Andrew, il principe irregolare, il secondogenito della regina coinvolto in uno scandalo potenzialmente devastante per la monarchia: la sua lunga amicizia con Jeffrey Epstein, il miliardario finanziere americano sotto processo per abusi e sfruttamento sessuale di decine di ragazze minorenni, morto suicida in carcere a New York nell’agosto 2019. Ieri per la prima volta il principe ha dato la sua versione in una intervista andata in onda su Newsnight, programma di seconda serata di Bbc 2. E il semplice fatto che abbia concesso una intervista è il segnale della crisi in corso a Palazzo reale. Le trattative fra la Bbc e Buckingham Palace sono andate avanti per sei mesi, forse anche perché la giornalista che ha condotto l’intervista, lEmily Matlis, pare abbia chiarito da subito che non avrebbe fatto sconti. La versione ufficiale è che le domande non sono state comunicate al principe in anticipo e che lui non si è sottratto a nessuna. E quindi: “Perché ha continuato a frequentare casa di Epstein, un condannato per abusi sessuali?”. Risposta: “Era un posto comodo. Ci ho ripensato tante volte ma in effetti con il senno di poi è stata la scelta sbagliata. Ammetto che forse la mia valutazione è stata condizionata dalla mia tendenza a fare la cosa più onorevole”.

“Ha mai incontrato Virginia Roberts Giuffre, che l’accusa di aver abusato di lei quando aveva solo 17 anni, nel 2001, dopo una cena e qualche ora in un club, nella casa londinese di Ghislaine Maxwell, dove era stata mandata con il jet privato di Epstein?”.

“Non mi ricordo assolutamente di averla incontrata”. Per mesi, la foto di lui con un braccio attorno alla vita di Roberts, quasi certamente a casa di Maxwell, ha fatto il giro del mondo. Infine, Andrew ha ammesso che restare amico di Epstein anche dopo la sua condanna gli provoca qualche rimpianto: “Questo è il punto su cui in effetti mi tormento ogni giorno perché non è il genere di comportamento appropriato per un membro della famiglia reale…cerchiamo di osservare i più alti standard e io semplicemente non sono stato all’altezza”. “Un errore catastrofico” è il commento sul Guardian di Mark Stephens, avvocato di razza specializzato in media. “La strategia di venire allo scoperto funziona solo se hai una risposta soddisfacente ad ogni domanda, e qui restano troppe questioni aperte. Se fosse rimasto in silenzio ne sarebbe uscito, visto che è solo un testimone ed è protetto dall’immunità diplomatica. Ed è solo un privato. Con questa intervista quella privacy è venuta meno”.

Quanto alla sua principale accusatrice, Virginia Giuffre ha reagito con una rabbia che non fa presagire nulla di buono per gli sviluppi della vicenda “Vedere quel viscido tentare di sottrarsi agli artigli della giustizia è assolutamente disgustoso”.

I gioielli di Franco: meglio all’asta che ridarli a Madrid

La paura in questo caso fa 400 mila euro: tanto valgono i gioielli che i sette nipoti del dittatore spagnolo Francisco Franco stanno per far battere all’asta da Christie’s a Londra, il 27 novembre. Un modo come un altro per liberarsi del patrimonio del nonno prima che qualcuno lo richieda indietro e spartirsi il più comodo denaro. Si tratta di tre pezzi “spettacolari”, secondo l’esperto di gioielli antichi Ernesto Gutiérrez, parte della collezione di famiglia nella disponibilità della consorte del caudillo Carmen Polo, che li ha esibiti in varie occasioni, tra cui il matrimonio del nipote Luis Alfonso de Borbón con María Margarita Vargas Santaella nella Repubblica Domenicana. Un collier girocollo di art déco tempestato di smeraldi e diamanti del valore stimato tra i 93 e 140 mila euro e parte della parure con gli orecchini anch’essi intarsiati delle stesse pietre. Il tutto abbinato a una tiara, sempre di diamanti e smeraldi.

Ma il vero pezzo forte è un solitario di diamanti del valore di 21 mila euro. Fin qui parrebbe gossip, se non fosse che a tirare fuori la notizia è stata una delle associazioni spagnole per la memoria storica, formata dalle famiglie delle vittime del franchismo, che ha scritto al governo per conoscere la provenienza dei gioielli. Tra le ipotesi, infatti – oltre a quella secondo cui Carmen Polo le avrebbe pagate come tutti i comuni mortali – c’è quella per cui la moglie del generalissimo avrebbe ottenuto i gioielli “gratis”: nessuno, certo, si sarebbe permesso di inviare una fattura al palazzo del Pardo; o, peggio, quella per cui qualche adulatore o cortigiano in cerca dell’appoggio della moglie del dittatore glieli abbia regalati. In realtà, l’associazione delle vittime ha sollevato il dubbio che si possa trattare di pezzi appartenenti al patrimonio dello Stato, al quale furono sottratti dalla famiglia Franco. “Si tratta in ogni caso di una fortuna costruita sulla sofferenza delle persone, il saccheggio di migliaia di proprietà e il depredamento del Patrimonio nazionale, a cui diede inizio la Fondazione del generalissimo non appena conclusa la guerra nel 1939”, ha denunciato l’associazione.

Un’eredità che dalla morte dell’unica figlia del dittatore, Carmen, a dicembre del 2017, si spartiscono i suoi sette figli: Carmen, Francisco, Jaime, José Cristobal, María del Mar, María Aranzazu e María de la O Martinez-Bordiú. Un patrimonio milionario che si aggira tra i 500 e i 600 milioni di euro, secondo Mariano Sánchez Soler, autore di Los Francos, s.a., in questi giorni in libreria, in parte ottenuti da Franco in maniera forzosa, come le sculture romaniche di cui spogliò il portico della Cattedrale di Santiago de Compostela e decine di altri edifici.

Tra i più importanti, il palazzo del Canto del Pico e il Pazo de Meirás, oltre ad altre 27 tenute, soprattutto in Galizia. Meirás, residenza estiva della famiglia del caudillo, è la più controversa delle proprietà immobiliari perché arrivata alla famiglia tramite un’appropriazione indebita da parte dell’apparato repressivo del regime e ristrutturata dai Franco con i soldi pubblici. Per questo lo Stato spagnolo a luglio ha presentato una denuncia contro la famiglia per farselo restituire. Gli eredi del generalissimo l’hanno messa in vendita per 8 milioni di euro, anche se difficilmente riusciranno a portare a termine la compravendita visto che il caso è in mano all’avvocatura di Stato. Non è escluso che con i gioielli i nipoti stiano provando la stessa manovra: metterli a reddito prima che lo Stato possa chiederli indietro, anche alla luce dei risultati elettorali di domenica scorsa che hanno confermato la vittoria dei socialisti di Sánchez, il premier che ha voluto e ottenuto l’esumazione dei resti del dittatore dal mausoleo del Valle de los Caidos. Lo stesso che ha promesso di continuare – in caso andasse in porto il governo rosso-viola con Podemos – a far rispettare la legge della memoria storica. In questo caso, a proposito di memoria, i sette nipoti Franco potrebbero dimenticarsi dell’eredità del nonno.

“Ambasciatrice per i Poli”: ma Royal i fondi li spende a casa

Un’inchiesta giornalistica di Radio France imbarazza Ségolène Royal, facendo nascere il sospetto che, l’ex candidata all’Eliseo nel 2007 abbia utilizzato fondi pubblici a fini personali. La socialista, che è stata ministra dell’Ecologia di Hollande, nel luglio 2017 è stata nominata dal presidente Macron “ambasciatrice per i Poli, Artico e Antartico”, un ruolo creato nel 2009 da Nicolas Sarkozy per combattere il riscaldamento climatico nei Poli, svolto fino al 2016 da Michel Rocard, ex ministro di François Mitterrand. Royal non riceve per questa missione alcuna remunerazione ma dispone, secondo Radio France, di un budget di 100 mila euro all’anno, a titolo di rimborso spese, che rientra nei fondi del ministero degli Esteri, e di tre collaboratori (remunerati dal ministero). A sollevare i dubbi dei giornalisti è stato il fatto che Ségolène Royal non ha mai partecipato in due anni al Consiglio dell’Artico ed è stata raramente presente a manifestazioni sul tema. È invece molto attiva in Francia, inaugura progetti locali avviati quando era ministra e promuove i suoi libri e le iniziative della sua fondazione, Desir d’Avenir. Tutti eventi che, fa notare Radio France, hanno poco a che vedere con la sua funzione di ambasciatrice e durante i quali sono stati visti i suoi collaboratori per la missione sui Poli. La radio rivela anche fatture per 1.430 euro spese in taxi solo nel mese di novembre. Dal governo nessun commento. Secondo Le Parisien, Macron avrebbe detto ai suoi di “non gettare olio sul fuoco”. La socialista nega tutto e denuncia un “complotto” contro di lei in un momento scelto ad hoc: stando a un recente sondaggio Ifop, è lei la personalità più popolare oggi, con il 49%, per rappresentare la gauche alle prossime presidenziali.