A volte ritornano: i Gilet gialli si trasformano in Black bloc

I Gilet gialli sono voluti tornare sulle rotatorie e i caselli autostradali a un anno dalla nascita del movimento, che il 17 novembre 2018 aveva portato nelle strade di tutta la Francia quasi 300 mila persone. Più di 250 appelli a manifestare erano stati lanciati nei giorni scorsi per il fine settimana, di cui più di 100 solo per ieri, sabato, il tradizionale giorno di protesta scelto dai Gilet gialli. Era l’“atto numero 53”. Per gli organizzatori, un modo di mostrare a Emmanuel Macron che il movimento esiste ancora, come la rabbia dei francesi. Le rivendicazioni sono le stesse: più potere d’acquisto, più democrazia, più giustizia sociale. Il bilancio a fine giornata però è stato amaro. I cappucci neri dei Black bloc hanno monopolizzato l’attenzione molto più del giallo dei gilet dei manifestanti. Sin dalla tarda mattinata, in place d’Italie, da dove sarebbe dovuto partire un corteo, poi annullato dalla prefettura, alcune centinaia di incappucciati hanno montato barricate, dato fuoco ad auto e scooter, vandalizzato vetrine e fermate degli autobus, tentato di fare irruzione in un centro commerciale.

La polizia è intervenuta con cannoni ad acqua e lacrimogeni. Gli scontri sono durati diverse ore e i parigini si sono trovati a rivivere scene di guerriglia già viste. Alle 13 più di 1.500 controlli preventivi erano già stati effettuati e più di 100 i fermi; alla fine saranno 124. La città si era preparata con un dispositivo di sicurezza simile a quello dei mesi peggiori, quando gli Champs-Elysées erano stati devastati diversi sabato di seguito. Oltre 2.100 poliziotti e 18 squadre anti-casseurs sono state mobilitate. Diversi quartieri sono rimasti transennati, compreso il famoso viale dove Eric Drouet, uno degli iniziatori del movimento, ancora molto attivo sul suo gruppo Facebook La France en colère, aveva detto ai suoi di confluire nel pomeriggio con una indicazione: non indossare il gilet fluorescente per passare più inosservati. Ma nessun Gilet vi ha avuto accesso. In mattinata invece un nutrito gruppo di manifestanti è riuscito a bloccare brevemente una parte del périphérique, la tangenziale di Parigi. Un corteo è partito dalla porte de Champerret, nel nord-ovest, e ha sfilato ai piedi del Moulin Rouge fino alla place de la Bastille. Sul territorio il sabato dell’anniversario era iniziato a un casello autostradale vicino a Bordeaux e in un “villaggio giallo” montato su una rotatoria a Montpellier. A Nantes e Lione è finita con i lacrimogeni. Ecco cosa resta di un movimento che da alcuni mesi tenta di rilanciarsi, senza riuscirci davvero.

Nel tempo si è diviso e ha perso alcune delle sue figure più popolari. Come Jacline Mouraud, la terapeuta che ha mollato per aver subito minacce. O Ingrid Levavasseur, l’infermiera ragazza-madre, che lontano dalle tv ha fondato un partito per presentarsi alle municipali di marzo. Restano attivi i più radicali, come Jérôme Rodrigues, che perse un occhio, e ieri è stato visto a Les Halles in un momento di tensione, e Priscillia Ludosky, che a ottobre ha chiesto un incontro con Macron senza ottenere risposta. A distanza di un anno, malgrado le violenze, il movimento resta popolare. Per un sondaggio Odoxa, il 69% dei francesi continua a giustificarlo (erano 74% un anno fa) e il 71% ritiene che abbia portato dei frutti. L’aumento delle tasse sul carburante, che aveva scatenato la protesta, è stato congelato.

Il governo ha approvato alcune misure, come gli straordinari detassati e l’aumento dei bonus sul lavoro per i salari più modesti. Ma molte richieste, come l’aumento del minimo salariale e l’introduzione di un referendum di iniziativa civica, sono rimaste deluse. Per esistere i Gilet gialli ora si aggregano ai movimenti ecologisti, hanno anche lanciato un appello a partecipare allo sciopero generale del 5 dicembre contro la riforma delle pensioni. Vi hanno già aderito altre categorie in rivolta, gli studenti che si battono contro la precarietà degli universitari e il personale medico dei pronto soccorso che manifesta da mesi contro il degrado delle condizioni di lavoro. Si spettano anche blocchi dei treni a oltranza. Intanto, oggi i Gilet vogliono replicare.

Conte sotto tutela, proiettile arrivato alla sede dell’Inter

L’allenatore dell’Inter Antonio Conte ha ricevuto una lettera anonima contenente minacce e un proiettile e da qualche giorno è sottoposto a una vigilanza di primo livello, da parte della Questura di Milano. La missiva è arrivata nella sede dell’Inter, in viale della Liberazione, nei giorni scorsi, con la società che ha provveduto a informare le forze dell’ordine e presentare una denuncia contro ignoti. Sull’episodio indagano le autorità competenti, ma nel frattempo pattuglie di polizia e carabinieri perlustreranno nei propri giri di ronda l’abitazione di Conte e anche la sede della società sportiva. Tecnicamente si parla di una vigilanza, il livello più basso di tutela per una personalità pubblica, l’ipotesi più probabile è che si tratti dell’azione di un mitomane. Il materiale verrà sottoposto a tutte le analisi scientifiche e a tutti i possibili accertamenti per cercare di dare un’identità all’anonimo. L’episodio non dovrebbe essere collegato ad ambienti di spessore criminale o a qualche frangia estrema del tifo organizzato.

“Vi spiego perché chi ammazza il coniuge non prende 30 anni, ma può scendere a 4”

Pubblichiamo uno stralcio dell’intervista del 14 maggio scorso di Piercamillo Davigo a “Dimartedì”, su La7: “Se uno apre il Codice penale, scopre delle cose molto curiose. Per esempio, per l‘omicidio del coniuge sono previsti 30 anni di reclusione. Al che uno pensa che 30 anni siano 30 anni. E invece, se faccio il conto di come può andare in concreto (anche se, per fortuna i giudici hanno un po’ più di cervello di chi fa queste leggi), si può arrivare a 4 anni e 4 mesi. Per esempio, uno ammazza la moglie (o la moglie ammazza il marito, anche se il primo caso è più frequente), confessa, si costituisce e prende subito le attenuanti generiche. Già che confessa, racconta la sua versione dei fatti senza timore di essere smentito e dirà al magistrato: ‘Guardi, mi ha detto una cosa che, se avesse sentito, l’avrebbe ammazzata anche lei”. E così porta a casa l’attenuante della provocazione. Quindi risarcisce il danno agli eredi e il giudice è costretto a riconoscergli un’altra attenuante. Si arriva quindi a tre attenuanti prevalenti sull’unica aggravante e si va all’omicidio base, punito con pene da 21 a 24 anni. Di solito chi fa queste cose è incensurato: 21 anni meno un terzo per la prima attenuante: 14. Meno un terzo per la seconda attenuante: 9 anni e 8 mesi. Meno un terzo per la terza attenuante: 6 anni e 6 mesi. Infine, l’assassino chiede il giudizio abbreviato ed eccoci a 4 anni e 4 mesi”. Sotto i 4 anni, la pena si sconta a casa o ai servizi sociali: se il nostro uomo ha fatto 4 mesi di custodia cautelare ai domiciliari, non va in carcere neppure un giorno.

Perchè una violenza di gruppo “vale” solo 3 anni e 40mila euro

“Gli imputati sono abituati a difenderli, il carcere l’ho sempre combattuto, ma in questo caso, mi creda, avrei fatto un’eccezione perfino io”. La voce dell’avvocato Franco Taurchini è poco più di un sibilo, un po’ per il disincanto di una vita passata in toga, un po’ per la delusione di un processo finito male. Taurchini era il difensore di parte civile della donna che lo scorso 11 aprile fu violentata da due (ex) militanti di CasaPound, Francesco Chiricozzi (19 anni, ex consigliere comunale di FN a Vallerano) e Riccardo Licci, 21 anni. I due attirarono una 39enne in un pub del centro di Viterbo, l’Old Manners, nel frattempo diventato circolo privato e sede locale di CasaPound. Locale di cui possedevano le chiavi. All’interno si consumò la violenza sessuale di gruppo, che i due si curarono di documentare con video che poi condivisero amabilmente con amici, camerati e parenti sui gruppi WhatsApp: “Immagini agghiaccianti di reiterati abusi portati avanti in modo beffardo e sprezzante” ai danni di una donna incapace di opporre resistenza perché – così scrisse il gip nell’ordinanza di custodia cautelare – colpita da uno o due pugni al volto.

Giovedì si è concluso il processo di primo grado: Chiricozzi è stato condannato a 3 anni di reclusione, Licci a 2 anni e 10 mesi. Una pena che a molti è sembrata troppo lieve: “Sicuramente – sospira l’avvocato Taurchini – rispetto alla gravità dei fatti, questa è la prima cosa che viene in mente. Tuttavia, dal punto di vista strettamente tecnico, è una decisione corretta. Il reato di violenza sessuale di gruppo è punito da un minimo di 8 a un massimo di 14 anni; il pm aveva chiesto 4 anni e 6 mesi, sulla base degli sconti di pena previsti dalla scelta del rito abbreviato e dalla concessione delle attenuanti generiche. Un conteggio corretto, che il giudice ha ulteriormente diminuito considerando non provato a sufficienza il pugno precedente alla violenza e concedendo ulteriori attenuanti perché gli imputati hanno risarcito la vittima con 40 mila euro”. Una lettura che ovviamente trova d’accordo gli avvocati della difesa: “Il giudice ha riportato la sentenza nell’alveo della corretta lettura dei fatti, eliminando il pestaggio e considerando solo la violenza sessuale”, ha affermato l’avvocato Giovanni Labate. Ma ciò che amareggia Taurchini è la valutazione del risarcimento: “In tanti anni di carriera non ho mai visto nulla di simile, 40 mila euro è una cifra ridicola, hanno rovinato la vita di una persona e per di più hanno fatto un video che è stato diffuso. Mi risulta che per fatti del genere ci siano donne che si sono suicidate”.

Alla lettura della sentenza Chiricozzi (in attesa di giudizio anche per aver preso a cinghiate, insieme ad altri camerati, un ragazzo reo di aver ironizzato via Facebook sulle campagne sovraniste di CasaPound) e Licci hanno esultato come per un’assoluzione. La donna, invece, non era in aula: “Non se l’è sentita, a quanto mi risulta da mesi non esce di casa – racconta Taurchini – ma non è delusa. Anzi, è parzialmente soddisfatta per la condanna perché temeva di non essere creduta. Di quella notte non ricorda molto. Ma esiste anche il video di una telecamera di sorveglianza che mostra la donna priva di sensi caricata a spalle dopo la violenza e letteralmente buttata in macchina”.

Non sarà, vien da chiedersi, che il giudice abbia dato credito alla tesi del rapporto in parte consenziente? “Difficile crederlo – ancora Taurchini – i due in aula, nel comprensibile intento di ottenere clemenza, si sono scusati, affermando di non aver inteso il rifiuto della vittima. Se c’è stato rifiuto, come può esserci stato consenso?

La donna, intanto, da mesi non esce di casa. teme, si dice, di incontrare qualcuno che abbia visto il video della violenza: “Ma io – conclude Taurchini – le ho detto che deve uscire a testa alta. I suoi aguzzini sono stati comunque condannati. E anche se la pena può sembrare lieve, in carcere ci torneranno di sicuro. Nessuno potrà dirle di essersela cercata o di essersi inventata tutto”.

Anche perché non finisce qui. Quel che si poteva fare, nel calcolo della condanna, era partire da una pena almeno intermedia fra gli 8 e i 14 anni, previsti dall’articolo 609 octies del codice penale che disciplina la violenza sessuale di gruppo, per poi applicare le cosiddette “attenuanti”. È probabile dunque che si ricorrerà in appello: “Potremmo chiedere 300 mila euro di risarcimento, voglio vedere che ne pensano”, afferma con un pizzico di rabbia l’avvocato Taurchini. Anche perché, pur escludendo il pugno “non sufficientemente provato”, ecco che “violentare una donna ubriaca e semincosciente è già di per sé una violenza soprattutto se si prosegue per oltre un’ora, vedendola a terra inerte, per poi caricarla sulle spalle, buttarla in macchina e portarla a casa”.

I resi, psicopatologia da capitalismo digitale

Giorni fa ho ordinato su Amazon una fontanella per gatti: avevo letto che l’acqua gorgheggiante fa credere ai felini di essere nella giungla e li induce a bere. Ovviamente il mio gatto neanche ci si avvicina. Potrebbe benissimo lasciarsi morire di sete piuttosto che bere da lì. Per fortuna il capitalismo digitale prevede sia l’acquisto impulsivo che il ripensamento arbitrario: non fa storie. È tutto oliato, perfetto. L’algoritmo di Amazon mi comunica che un corriere verrà a riprendersi la merce, apporrà un’etichetta sulla scatola e la riporterà nei loro magazzini.

Il giorno previsto per il ritiro, verso le 6 di sera, mi accorgo che il corriere Sda non è passato. Vado sul sito e inserisco il codice: risulta che in realtà è passato, ma che il cliente, cioè io, era assente. Li chiamo. Il numero verde è inesistente (poi l’assente sarei io). Alle mail non rispondono. Faccio un reclamo. Mi mandano una mail in cui dicono che prenderanno in carico il mio reclamo.

Contestualmente faccio un reso per una lampada di luce naturale contro la SAD, depressione da mancanza di luce. Vanno molto nel Nord Europa. A Roma purtroppo risulta inutile: basta aprire la finestra.

Ieri suonano al portone. Davanti ho un signore che mi fa: “Lei chi è?” E io: “Chi è lei. Ha suonato lei.” Ha un foglietto in mano e tace. “È venuto per il ritiro?” Ha poco tempo da perdere: “Lo dovrebbe sapé. Che, c’ha un pacco?” Gli dico che in realtà di pacchi ne ho due e dovrei sapere quale è venuto a ritirare, anche perché il giorno prima non sono passati e io sono rimasta a casa inutilmente etc. (non c’entra niente, ma devo pur sfogarmi con qualcuno). Lui sostiene che dalla lettera di vettura non si capisca. Gli chiedo di mostrarmela. Dice di no. Insisto. In effetti non c’è nessun numero. “E che j’avevo detto?”, e se la riprende. Dopo una breve colluttazione riesco a rientrarne in possesso. Lui alza la voce: chiede che gli venga dato uno dei due pacchi, indifferentemente. Spiego che se gli do la lampada invece che la fontana o viceversa, poi quando verrà il legittimo corriere io non avrò il pacco giusto da dargli. E Amazon dirà che non l’ho restituito, il che aprirà un contenzioso infinito tra me, Sda, Amazon etc. Sbuffa, non capisce il punto, è chiaro che sono una rompicoglioni, è tentato di lasciarmi lì ma lui deve prendere un pacco, non gli importa che pacco sia, potrei pure dargli 6 chili di cocaina o di antrace. Disperata, guardo l’etichetta e leggo: “Peso kg 4,000.” Siccome la fontana è piccola, dico che forse si tratta della lampada. Gli porgo il pacco. Siamo da parti opposte della stessa diga economica, simmetrici e uguali rispetto allo stesso gigantesco potere; ma lui sta lavorando, io voglio solo disfarmi di una fontana per gatti. Cerco di essere empatica: “Lei che è esperto: sono 4 chili?” Inopinatamente, sostiene che “Kg 4,000” può voler dire 400 grammi. Qualcosa in me si ribella (il liceo scientifico), e gli rifilo il pacco.

Telefono ad Amazon per avvertirli che c’è un pacco di presunti 4 chili in viaggio verso di loro che dovrebbe essere la lampada, e che però per un disguido potrebbe esserci attaccata l’etichetta della fontanella. La signorina Nadia gentilissima entusiasta mi dà del tu e mi trova la soluzione: creiamo una nuova etichetta di reso per la fontanella! Io contentissima dico ok! Poi mi viene il dubbio che così risulterà un reso in sospeso, a meno che il nuovo non obliteri automaticamente il vecchio. Nadia è dispiaciutissima, la cosa la delude molto, e conviene che è meglio aspettare: mi telefonerà domani per verificare se il corriere è passato, in caso contrario creerà la nuova etichetta (ma domani non sarà uguale? E se creiamo un nuovo reso e poi passa quello del vecchio? E se do il pacco a quest’ultimo, al nuovo cosa do?) Adesso sto aspettando che passino, ma forse sono assente anche oggi.

Niente lavoro e spese legali: beffati i precari di Amazon

Giorni fa ho ordinato su Amazon una fontanella per gatti: avevo letto che l’acqua gorgheggiante fa credere ai felini di essere nella giungla e li induce a bere. Ovviamente il mio gatto neanche ci si avvicina. Per fortuna il capitalismo digitale prevede sia l’acquisto impulsivo che il ripensamento arbitrario: non fa storie.

Cattive notizie per i lavoratori del polo logistico Amazon di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza. La prima è che un altro gruppo di precari ha perso la causa per l’assunzione a tempo indeterminato ed è stato condannato a ripagare le spese legali. Stangata da mille euro a testa. La seconda è che, a due anni dallo sciopero del Black Friday, il colosso ha dato risposta alla richiesta di premi di risultato avanzata dai sindacati: negativo, niente bonus per le prestazioni. Al massimo un leggero aumento sugli straordinari, consolazione che non allevia la doppia batosta.

Il verdetto dei giudici del tribunale di Piacenza è arrivato venerdì e ha riguardato 40 lavoratori iscritti all’Ugl. La storia ve l’avevamo già raccontata, ma vale la pena ricordarla: nei periodi intensi, come sotto Natale, nel magazzino del gigante dell’e-commerce lavorano 4 mila persone, buona parte interinali inviati dalle agenzie. A giugno 2018, l’Ispettorato del Lavoro aveva stabilito che Amazon aveva usato dipendenti a termine in misura superiore al consentito. In teoria, circa in 1.300 avrebbero avuto diritto a essere stabilizzati. L’azienda di Jeff Bezos ha contestato i conteggi e non ha assunto nessuno, i lavoratori hanno così deciso di fare causa. La sentenza di questi giorni, però, non ha dato loro ragione per un clamoroso cortocircuito: la legge dice che il ricorso va fatto entro sessanta giorni dalla fine dei contratti interinali, nel loro caso scaduti a gennaio 2018. Come detto, infatti, solo a giugno hanno scoperto di avere quel diritto, forti anche dei rilievi dell’Ispettorato, e perciò solo allora si sono mossi. In questi mesi, i tribunali di Piacenza e Milano hanno rigettato i ricorsi degli iscritti alla Cgil e alla Cisl, poiché fuori tempo massimo. Mancava la risposta a quelli dell’Ugl, che aveva proposto ai giudici di trasmettere le carte alla Consulta, sospettando l’incostituzionalità della legge. Come si poteva esercitare un diritto prima di conoscerlo? Fosse stato accolto il rilievo, avrebbe riacceso le speranze anche degli altri sindacati. Ma pure la nuova sentenza ha dato ragione ad Amazon, condannando i lavoratori a pagare i costi processuali. La richiesta di andare alla Corte costituzionale non è stata accolta e ha finito per allungare le udienze, facendo lievitare le spese legali che dovranno sborsare i lavoratori in favore di Amazon. “Il nostro ricorso – dice Annarita Bove, avvocato del foro di Bologna che ha seguito il caso – era fondato perché basato sugli atti dell’Ispettorato. I 60 giorni dovevano partire dal provvedimento dell’ente o, al massimo, dal 28 giugno 2018, quando Amazon, solo dopo l’ispezione, ha consegnato ai sindacati i dati sui contratti in somministrazione”.

E se i precari restano a casa, chi è ancora dentro non avrà invece il premio di risultato, una delle richieste presentate dai sindacati con lo sciopero del Black Friday 2017. Il colosso ci ha messo due anni per rispondere e, soprattutto, per dire “No” al premio. “Dal primo novembre al 31 dicembre – spiega Pino De Rosa dell’Ugl – lo straordinario prevederà l’aumento del 30% e non del 15%”. Unica concessione che dovrebbe porre fine agli straordinari obbligatori in Amazon. Niente scioperi all’orizzonte: i sindacati vogliono raggiungere gli obiettivi trattando e un passo alla volta. Resta malumore.

La realtà dei centri logistici di Amazon è narrata in modo molto differente. Gli addetti che la vivono sono spesso critici. Per Salvatore Iorio, responsabile delle risorse umane Amazon Logistics Italia, è invece un posto dal quale nessuno va via. Sabato scorso, ospite al Festival Città Impresa di Bergamo, ha fatto notare come solo il 2,5% del personale lasci spontaneamente Amazon, anche contando chi si dimette con l’incentivo economico. Un numero che racconta un legame con l’azienda o forse le scarse alternative offerte dal mercato del lavoro.

Le paure di Visco e l’ottimismo del Sole, giornale della vie en rose

L’ottimismo, si sa, è il sale della vita e quale giornale, se non Il Sole 24 Ore, è più adatto a vivere la vie en rose o almeno en saumon? Prendiamo il discorso di Ignazio Visco di cui il giornale della Confindustria dà conto ieri. Il testo in inglese è disponibile sul sito di Bankitalia ed è, a nostra memoria, una delle più dure uscite del governatore sullo stato della regolazione finanziaria europea: Visco parla dei danni arrecati ai Paesi membri dalla costruzione asimettrica dell’Eurozona; cita il “rischio enorme” anche solo di ventilare un meccanismo di ristrutturazione dei debiti pubblici (cioè quel che fa la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità, Mes, in via di approvazione), specie se si dice “private sector involvement” come fecero Sarkozy e Merkel nel 2010, quando assassinarono la Grecia sulla spiaggia di Deauville; respinge la proposta tedesca di completare l’unione bancaria a esclusivo danno degli istituti italiani concentrandosi solo su esposizione al debito pubblico e Npl; propone come pre-condizione di ogni avanzamento dell’integrazione un fondo comune di rimborso del debito e un “safe asset” continentale, cioè titoli di debito comuni (entrambe proposte inaccettabili per la Germania). Ecco, questo – e altre cose tipo che la politica monetaria senza quella fiscale serve a poco e non a lungo – ha detto Visco e se avete paura fate bene. E Il Sole? “Visco: Bene la riforma del Mes, ma serve un safe asset europeo”; “Ridurre il rischio incorporato nel debito sovrano”. Ecco, va bene l’ottimismo, ma siamo sicuri sia davvero sale?

Ilva, lo scudo penale sarebbe un grave autogol per lo Stato

Buona parte dei media sostiene che la reintroduzione dello scudo penale per l’Ilva, pur discutibile, avrebbe il taumaturgico effetto di togliere ogni alibi ad ArcelorMittal e di far trionfare in giudizio le tesi dei commissari. L’incoerenza e l’inutilità del ricorso allo scudo sono state puntualmente dimostrate dal Fatto sotto diversi profili. Residuano aspetti di tecnica processuale sul singolare argomento dell’alibi.

Un dato è certo: non esiste nel contratto ArcelorMittal una clausola che impegna a introdurre lo scudo. L’obbligazione non poteva essere assunta dai commissari e neppure dal governo perché le leggi le fa ancora il Parlamento. Si obbliga, infatti, solo chi può onorare l’impegno e solo nei suoi confronti è tutelato l’affidamento della controparte. Per questo la possibilità di ricevere un trattamento analogo a quello di dubbia costituzionalità già riservato ai commissari non poteva rientrare nel contratto neppure per il tramite della presupposizione. Caratteristica di quello strumento giuridico è di porre una situazione di fatto o di diritto (qui: la non punibilità per dirigenti e quadri industriali) come presupposto comune alle parti e implicitamente funzionale all’operatività del contratto.

Se oggi si introducesse quello scudo per far contente forze politiche remissive con l’illusione di togliere alibi, si commetterebbe un madornale errore difensivo. ArcelorMittal, infatti, avrebbe buon gioco nell’asserire che l’introduzione prova la resipiscenza dello Stato e conferma l’esistenza della clausola inserita per presupposizione. Un adempimento per dir così ritardato potrebbe inficiare l’affidamento dell’impresa e legittimare l’abbandono di Ilva. Quindi un atout a favore di ArcelorMittal per un risultato opposto a quello rappresentato da soloni di complemento e truppe cammellate. La situazione, poi, diverrebbe devastante se il giudice investito della risoluzione contrattuale, concentrasse l’attenzione sulla clausola reclamata da una parte e ammessa implicitamente dall’altra. Il tribunale s’imbatterebbe in una speciale condizione risolutiva di patente contrarietà con norme imperative e di ordine pubblico. Non altrimenti si può definire un accordo nel quale parti private (impresa e commissari) definiscono il rapporto con effetti determinanti e distorsivi sulla funzione giurisdizionale. È palese, anche se correlabile a una legge dello Stato, la natura illecita di quella clausola di per sé contraria a norme imperative e di ordine pubblico presidiate da una teoria di canoni costituzionali (articoli 3, 25, 27, 101, 102, 111 e 112). Il giudice dovrebbe attenersi a quanto prevede l’articolo 1357 del Codice civile per le condizioni illecite, così che la causa sarebbe destinata a concludersi con una declaratoria di nullità del contratto affetto da tali clausole. Le conseguenze? Un munifico regalo all’impresa fuggiasca e un autogol micidiale per la credibilità dello Stato.

L’adozione dello scudo si rivela una favoletta che, al di là delle intenzioni, non aiuta le migliaia di lavoratori della siderurgia pugliese e italiana. Ogni favola, ammonisce Esopo, insegna qualcosa. Nel caso nostro, oltre alla collaudata superficialità di personaggi più versati a twittare che a pensare e all’insipienza di zelanti operatori dei media, l’ansia appena repressa per il salvacondotto in sede penale, che strugge da tempo una certa classe politica e ha generato mostri giuridici come le leggi ad personam. Ogni passo verso una più sicura affermazione dei principi di uguaglianza e doverosità della condanna penale è guardato con sospetto o chiaramente avversato, come testimonia il tentativo di Pd e Iv di devitalizzare la riforma della prescrizione.

Gesù esorta a vivere il presente senza lasciarsi fuorviare dai falsi profeti

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. Gli domandarono: “Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?”. Rispose: “Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: ‘Sono io’, e: ‘Il tempo è vicino’. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”. Poi diceva loro: “Si solleverà nazione contro nazione e Regno contro Regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. (Luca 21,5-19).

Quasi a conclusione dell’anno liturgico, siamo condotti a riflettere sulla catastrofe della fine del mondo, mentre la parola evangelica ci sollecita a ravvivare la nostra speranza nell’attesa del Cristo Risorto. Fin dai tempi più lontani, l’uomo cerca di sconfiggere la sua paura dell’avvenire immaginando, predicendo, cercando d’indovinare come sarà il domani. Personalità, anche importanti, consultano maghi e oroscopi prima d’intraprendere iniziative serie nel desiderio di prevedere i momenti favorevoli o meno. Nessuna cosa è durevole per sempre. Solo l’uomo è eterno. Alcuni attirano l’attenzione ammirata di Gesù sulla bellezza e lo splendore della costruzione del tempio di Gerusalemme. A questo elogio orgoglioso ed entusiasta, Gesù risponde con il consueto linguaggio dei profeti: verranno giorni. A ciò corrisponde lo stupore meravigliato e incuriosito: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno? Nel Vangelo, interrogativi del genere non sono mai soddisfatti. Gesù esorta piuttosto a vivere il tempo presente facendo attenzione a non lasciarsi fuorviare da profeti traditori, da seminatori di paura, da previsioni ingannevoli. Male, guerre, rivolte, odii, cattiverie, disastri non sono segni tipici o annunciatori della fine dei tempi; appartengono alla storia dell’uomo e il cristiano deve cercare di viverli come invito alla conversione.

È tempo opportuno per esercitare la misericordia. I discepoli di Gesù debbono stare attenti a coltivare la fiducia nella parola del Maestro perché prima di tutto questo, metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno. L’odio e la persecuzione sofferti da Gesù metteranno alla prova anche la vita dei cristiani che, pur subendo violenza dagli avversari per il nome di Cristo, tuttavia sono rassicurati: Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Per quale ragione parola e sapienza debbono venire dall’Alto? Nel corpo a corpo in difesa della propria vita il cristiano deve morire come Gesù, sempre preoccupato, prima di tutto, di essere occasione di salvezza perdonando il persecutore. Il Signore Risorto ci rassicura e promette che nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto, garantendoci quanto siamo amati da Dio, nella fragilità del nostro corpo e nel desiderio di esistere per sempre. Bisogna confidare in Lui e saper perseverare pazienti nella fedeltà al suo Vangelo. Questa è la forza che inaugura un mondo nuovo e al quale tutti gli uomini sono convocati. Il nostro reale avvenire è Cristo. È Lui il vero Ultimo che realizzerà l’incompiuto in noi e nel mondo.

 

Soldati dimenticati nel deserto

Quando è giunta la notizia dei cinque soldati italiani feriti (tre in modo molto grave) in una operazione di guerra in corso, c’è stato disorientamento e stupore. Ci hanno detto solo il luogo, Iraq. Ma perché soldati italiani lasciati in quel luogo, dilaniato da guerre continue per ragioni interne e antiche che non si risolvono con soldati senza potere e senza politica mandati da lontano? Sono le vittime di una imboscata, o per avere urtato un ordigno abbandonato in qualche parte dell’infinito deserto iracheno o per aver perduto la strada?

Meglio essere precisi: abbiamo avuto subito l’impressione di una missione dimenticata, firmata da qualcuno che non è neanche più in politica. È passata, da qualche parte, come un sussurro da non ripetere, la parola “segreto”, o “missione segreta”, cose che non si possono dire a noi. Ma qualcuno, più preciso, ha spiegato che del “segreto” non si è discusso neppure in Parlamento. Soldi sì, sono stati discussi e approvati come “spese militari”. Luoghi, circostanze, durata, motivazione no. Siamo un Paese che ha sempre “secretato” le cose più urgenti e necessarie da sapere, e dunque è inutile fermarsi – o scandalizzarsi – sul doppio discorso: elogio agli eroi e silenzio su quello che è successo. Infatti chi si occupa dei soldati (politica e Stati maggiori) hanno detto poco e in linguaggio da comunicati di scrivanie, circolari che vagano per gli uffici, rinunciando a quell’enfasi, che è l’unico modo di ringraziare chi paga, nel proprio corpo, l’obbedienza a un ordine non spiegabile.

In questo caso tre soldati sono stati feriti in modo molto grave dall’esplosione di un ordigno interrato (mina? Attentato? Mancanza di verifica e di prudenza? Ordini sbagliati?) e due di essi, si è detto sbrigativamente prima di avvertire le famiglie, hanno subito mutilazioni. Ovvero la più grave delle ferite per un sopravvissuto. Voi, il pubblico, i cittadini, gli elettori dei politici che hanno mandato i soldati in una guerra ignota, la folla che applaude i bersaglieri del 2 giugno e ammira le Frecce tricolori il 4 novembre, avete avuto l’impressione che sia accaduto qualcosa che richiede spiegazioni e ragioni, di cui nessun politico e nessun comandante ha parlato, o va bene così? Su quelle amputazioni che cambiano per sempre la vita di giovani italiani mandati in un non luogo dove non c’è né pace né guerra, non l’autorità di uno Stato, dove tutti contendono la terra a tutti in scontri interni infiniti, e il nostro Paese non risulta in alcuna lista di impegni o doveri o accordi sottoscritti, le ferite di questi soldati sono troppo gravi e la vicenda troppo priva di senso (soldati italiani camminano a piedi su un campo minato nel deserto di un Paese che ha per governo un imbroglio locale fra signori del potere), e non può, allo stesso tempo, avere soldati in missione da cui imparare a sparare, mentre sono in corso mattanze reciproche e violazioni di tutti i diritti.

Nel Parlamento italiano nessuno vuole sapere dei tre feriti gravi (perché, per chi?) salvo dichiarare, alla prossima seduta, che sono eroi. Poiché di queste missioni internazionali senza capo né coda, da cui (salvo il confine Libano-Israele), l’Onu e la Nato si sono sfilati, nessuno, nel parlamento italiano, ha voluto il governo in aula. E quel tanto di opposizione che un tempo si chiamava “sinistra estrema” (ma erano solo schegge del partito ex Bertinotti) ha lasciato del tutto vuoto lo spazio, dove adesso si parla alternativamente di lotta all’islamismo, all’Isis, agli stranieri.

Colpisce il disinteresse degli ultimi due governi. Il Conte uno e il Conte due hanno dimostrato la stessa completa distrazione verso ciò che accade nello spazio intorno a noi (Paesi, regimi, culture) e lo cambia. E se ci sono grane, non vogliono sapere come sono cominciate e da chi. È vero che è una antica sindrome italiana la non voglia di vedere e capire il mondo. Abbiamo avuto una italiana come Alto commissario europeo per gli affari internazionali che, in pieno dramma dell’immigrazione, non ha detto, o lasciato detto, una sola parola o idea o proposta. È vero che abbiamo avuto iniziative come firmare trattati con la Libia (uno Stato che non c’è) e donare a quel Paese ostile e caotico armi e navi italiane, invitando a riunioni internazionali in Italia personaggi da galera. Ma resta la dolorosa impressione che i soldati italiani in Iraq (che, ci dicono, devono insegnare a sparare a gente che vive fin dall’infanzia con le armi in mano) siano soldati dimenticati . Nel mondo burocratico dei Comandi e in quello poco coraggioso dei politici, dimenticare vuol dire: “Chi, io? Io mi devo prendere la responsabilità di una cosa che non so e di cui nessuno mi dice niente? Se la vedano loro”. “Loro” intanto sono andati via da un pezzo, forse senza il vitalizio o hanno trovato un po’ di quiete in piccoli partiti temporanei.