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La vittoria della famiglia Cucchi è quella di tutti noi

Stefano non è morto di droga. Grazie alla tenacia della famiglia Cucchi, è stato riaffermato un principio fondamentale: chi è nelle mani dello Stato, deve essere protetto. La loro coraggiosa battaglia, passata attraverso le accuse più meschine, è stata essenziale per affermare la verità, in un processo dove l’imputato sembrava fosse Stefano, accusato della sua stessa morte. Ed è una verità che costituisce il riscatto delle forze dell’ordine, che ogni giorno lavorano con sacrificio e onestà, e su cui non possono ricadere ombre a causa di qualche operatore infedele.

La prima volta in cui ho visto la foto di Stefano, sul Vostro giornale, per un momento ho pensato fosse una foto troppo cruda per essere pubblicata – senza filtri – in prima pagina. Ma quell’immagine forse era l’unico mezzo per non darci mai motivo di voler archiviare il caso come irrisolto, e per toglierci tutti gli alibi comodi che avremmo potuto formulare. Per cui sento di dover ringraziare Ilaria e la sua famiglia, ma anche tutti quelli che li hanno supportati durante questi lunghi 10 anni, e hanno insistito affinché questa vicenda non finisse nel dimenticatoio. Certo, la sentenza non è definitiva, ma almeno oggi si può dire con certezza che Stefano non sia morto di droga.

Valentina Felici

 

Che spettacolo ripetitivo ogni sera a “Otto e mezzo”

Seguo Otto e mezzo ormai per inerzia, teatrino stucchevole salvato, quando presenti, dai giornalisti del Fatto. Tutte le sante sere, qualsiasi sia l’argomento della puntata, la Gruber non si fa sfuggire l’occasione per interrogare i suoi ospiti sul suo tema preferito: la fine del consenso dei 5 Stelle e le colpe di Di Maio ormai inviso ai suoi. La sua è una domanda retorica perché contiene già un’affermazione che chiede solo di essere confermata. Con Giannini è gioco facile, l’apoteosi di un duetto all’unisono, un gioco delle parti, uno sfogo liberatorio fra complici: spettacolo ripetitivo.

Donata Gallo

 

Sono tanti i vantaggi del pagamento elettronico

Vorrei intervenire sul dibattito legato all’utilizzazione del Pos. Prima riflessione: per paradosso l’uso esclusivo del Pos annulla le rapine per mancanza di malloppo, per non parlare dei temi tanto cari al signor Salvini: chi ucciderebbe per un pacco di scontrini? Seconda riflessione: il cliente che ha una somma in portafoglio è “esposto” a utilizzare solo quella per le proprie transazioni commerciali. Viceversa, chi viaggia con il bancomat o la carta di credito praticamente porta con sé la propria intera liquidità. Terza riflessione: l’incremento dei pagamenti elettronici determina un corrispondente aumento delle masse in giacenza di liquidità presso gli istituti di credito. Dalla gestione di queste masse le banche hanno un lucro maggiore rispetto al profitto derivante dalle commissioni sulle transazioni elettroniche che quindi, senza particolari sofferenze, potrebbero essere azzerate.

Antonello Serra

 

Per salvare Taranto valutiamo prima i consumi d’acciaio

Di acciaio ce n’è troppo. È questo il non detto di tutta la trattativa sull’ex Ilva. I maggiori produttori mondiali (Cina e India) ne sfornavano già in quantità dominante, ma con i dazi Usa questa quota di invenduto ha creato un eccesso di offerta. Così, la Mittal cerca di scaricare il problema sulla “scomoda” Ilva: un impianto che in tempi di vacche grasse aveva senso, ma che ora gli indiani hanno tutto l’interesse a sterilizzare. Qui servirebbe una politica industriale per capire se a noi l’acciaio converrà produrlo o comprarlo. Ma non c’è. Non è facile prevedere i consumi nazionale di acciaio, con comparti (per esempio l’auto) in trasformazione.

Massimo Marnetto

 

Cari politici, ingannare gli elettori è spregevole

Trovo molto squallida la maniera di fare politica e soprattutto la propaganda. Il difetto della democrazia è che non è detto che la maggioranza si comporti sempre in maniera più saggia della minoranza ma ingannare gli elettori è ancora più spregevole. I candidati devono esplicitare senza infingimenti la propria visione del mondo: determinate ideologie soddisferanno alcuni, altre saranno odiose ad altri, ma lo spirito della democrazia è quello. Anche se l’elettore può attendere la prossima chiamata alle urne per cambiare il simbolo su cui porre la crocetta. Il vezzo di voler ingannare il prossimo mi pare poco onesto.

Antonio Fadda

 

Diritto di replica

A commento di quanto pubblicato su alcune testate, MSC Crociere precisa che il Sig. Gianluigi Aponte – Fondatore ed executive chairman del Gruppo MSC – è totalmente estraneo ai fatti cui si fa riferimento non avendo avuto alcun ruolo in questa vicenda. Anche la società si dichiara estranea ai fatti contestati, esprime piena fiducia nelle autorità competenti e rimane a loro disposizione per fornire ogni chiarimento che fosse necessario relativamente alla propria partecipazione alla gara pubblica di appalto indetta dall’Agenzia Regionale per le Universiadi (ARU) con oggetto le Universiadi 2019, secondo il Codice degli Appalti Pubblici.

Ufficio Stampa MSC Crociere

Governo e opposizione lavorino al bene comune: è fantascienza?

 

“Con Conte sempre più giù e Salvini sempre più su, a un passo e mezzo da Palazzo Chigi, che senso ha proporre un ‘tavolo’ alla maggioranza sui nodi più intricati del Paese? Secondo Giorgetti ha senso, perché ‘non si governa sulle macerie’”.

Francesco Verderami, “Corriere della Sera”, 16 novembre

 

 

Sere fa, dopo un vivace scambio di opinioni, Lilli Gruber ha chiesto a Giorgia Meloni se avrebbe votato il provvedimento del governo sugli asili nido gratis per le famiglie con reddito medio basso. Potremmo votarlo, ha concesso la leader di Fratelli d’Italia ricordando di avere proposto nel gennaio 2018, ma senza esito alcuno, una misura analoga e in più l’apertura degli asili fino alla sera per favorire la madri che lavorano. Una risposta che ci ha rinfrancati perché nel Paese del partito preso l’opposizione che concorda su una misura del governo è merce rarissima, quasi introvabile. Soprattutto se l’apertura viene da chi come la Meloni chiede le dimissioni del Conte bis e il ritorno immediato alle urne un giorno sì e l’altro pure.

Poi leggiamo la proposta del leghista Giancarlo Giorgetti (un tempo considerato assai vicino a Matteo Salvini, oggi molto di meno) e siamo colti da un’idea stravagante. Non sarebbe cosa buona e giusta (oltre che rivoluzionaria) se da una parte chi governa e dall’altra chi si oppone, pur continuando a darsele di santa ragione, stabilissero una zona franca del “bene comune”? Un perimetro all’interno del quale concordare misure sulle questioni vitali della collettività, prive di colore politico ma la cui soluzione va ricercata nell’interesse dei cittadini e in quello della nazione? Per esempio: la battaglia legale e politica contro ArcelorMittal che non solo rifiuta di rispettare gli accordi pattuiti ma che minaccia di “spegnere” l’acciaieria di Taranto e di mettere sul lastrico ventimila famiglie? Per esempio: tutte le misure necessarie ad aiutare Venezia e i veneziani, nell’emergenza del momento e per cercare di mettere al sicuro un patrimonio planetario?

Quando la casa brucia non ti chiedi certo come la pensa chi ti aiuta a spegnere l’incendio, diceva la vecchia politica. Perle di saggezza che abbiamo ritrovato nelle parole di Giorgetti che nel tracciare un quadro drammatico sul presente e l’immediato futuro (le imprese che faticano a esportare, lo spread che risale, miliardi di obbligazioni delle più grandi aziende pubbliche in scadenza) si domanda a cosa serva una vittoria elettorale del centrodestra se intanto “viene giù tutto”. In fondo, aggiunge, alla Lega converrebbe mostrare senso di responsabilità per conquistare il centro della politica. Se non fosse che il centro della politica è attualmente tenuto in ostaggio dagli odiatori in servizio permanente effettivo, dai leader che concepiscono la politica come annientamento degli avversari e come cannibalismo degli amici che osano dissentire. Infatti, dopo l’appello di Giorgetti troviamo Matteo Salvini che mentre si fa un selfie tra le acque di piazza San Marco fomenta da par suo la disperazione dei veneziani: “Il governo vi fa solo l’elemosina”. Così di colpo l’idea del bene comune da perseguire senza steccati diventa un film fantasy, e anche piuttosto scemo.

Antonio Padellaro

Contro l’allevamento intensivo: cittadini vs esercito dei polli 1-0

In meno di un mese hanno costituito un comitato, convogliato avvocati ed esperti, e fatto partire le prime diffide. Sono i cittadini di San Lorenzo in Campo, in provincia di Pesaro e Urbino: da un giorno all’altro hanno scoperto che dietro le loro case sarebbe sorto un maxi allevamento di polli. Per la precisione, 12 capannoni per un totale di 2.200.000 polli l’anno: 666 animali a testa, per ognuno dei 3.300 abitanti.

L’allevamento sarà di proprietà di Fileni, uno dei colossi italiani delle carni bianche – primo per quella biologica – e orgogliosamente marchigiano. La storia del patron, il Cavaliere al lavoro Giovanni Fileni, 79 anni, è di quelle che vengono da un’Italia che ha ottenuto la rivalsa a suon di intuito e fatica. Nato a Monsano, vicino Ancona, famiglia di mezzadri, con la licenza elementare in tasca si mette a fare il meccanico. Parallelamente alleva polli, e nel giro di un anno – pionere – apre un allevamento da 5mila animali da vendere porta a porta. In cinquant’anni di lavoro, mette in piedi un’azienda da 2mila dipendenti e un fatturato di oltre 400 milioni di euro.

Le ragioni del no: i rischi per salute e ambiente

La casa più vicina al futuro allevamento è di Piergiorgio, suocero del presidente del comitato Andrea Landini. Per l’assemblea sono tutti radunati al bar Giuliano. Landini prende la parola. “Abbiamo letto il progetto di Fileni: è scritto tutto nero su bianco. Sei capannoni ‘convenzionali’, con 18 polli per metro quadro, che scendono a cinque per metro quadro nei restanti sei capannoni destinati all’allevamento biologico”. La razza usata sarà, come allevamento intensivo vuole, per lo più la “Broiler”: il pollo da rapido accrescimento, pronto per il macello già dopo 35 giorni di vita.

Landini riprende: “L’allevamento produrrà ammoniaca, metano, polveri sottili. Il sito ipotizzato è in una posizione depressa rispetto alle colline circostanti: non passano i venti, gli odori ristagneranno. Un cittadino sentirà puzza di fogna in casa per 876 ore all’anno”. Dall’azienda garantiscono che gli odori verrebbero avvertiti solo nei giorni di carico degli animali per il macello, e che gli uffici pubblici preposti alle autorizzazioni hanno analizzato tutta la situazione. “Ma per inquinanti come l’ammoniaca – ribatte Landini – non esistono parametri di legge”.

E poi c’è la questione che dà il nome all’assemblea: “Da centro di eccellenza a maxi pollaio”. Il sito dove sorgerà l’allevamento era sede degli uffici dell’Aquater, società del gruppo Eni specializzata in ricerca in ingegneristica e ambiente, chiusa dal 2003. Da allora, nonostante i diversi progetti per una nuova valorizzazione dell’area, gli uffici sono rimasti chiusi. “Mi piange il cuore a pensare che proprio lì, nostro fiore all’occhiello, potrà sorgere un allevamento…”. A parlare è Piergiorgio Fabbri, consigliere regionale M5S, che faceva il geologo proprio per l’Aquater di San Lorenzo. “Mattei era marchigiano, e l’Eni ha investito tanto qui da noi. Oggi ci restano solo impianti da riconvertire”. La Tecneco di Sant’Ippolito, per esempio, diventata sede del più grande outlet delle Marche, o la Sogesta di Urbino, che l’Eni ha ceduto all’Università. “Ma una situazione di abbandono non deve per forza tramutarsi in degrado. E per noi un allevamento intensivo di polli lo è”, sottolineano dal comitato. Anche perché a pochi metri dal sito ci sono i resti romani dell’area archeologica di Suasa. “Ho già investito 100mila euro per un agriturismo”, dice Fabrizio, intervenendo dal pubblico durante l’assemblea. “Perché non possiamo puntare sul turismo come la Toscana?”.

Il mercato italiano
è saturo, eppure…

Massimo Fileni che ha preso le redini dell’azienda, con la sorella Roberta, è pronto ad ascoltare le ragioni di chi non vuole oltre 2 milioni di polli dietro casa. “Quel posto non è un’isola, bensì un pezzo di un sistema complesso, che è la Fileni, di cui il biologico è il nostro fiore all’occhiello”, ci dice. È la prima volta che Fileni si trova a gestire una situazione conflittuale per l’apertura di un impianto. E proprio nelle loro Marche, dove sono presenti con altri due mega allevamenti da 2.500.000 di polli ciascuno. L’azienda vuole continuare a investire: 30 milioni di euro per il biennio 2019-2020, nonostante il mercato italiano sia saturo, con la produzione di carne di pollo che supera il 105% del nostro fabbisogno. Ciò significa che alcuni territori italiani si prestano a produrre carne per l’estero, pagandone però le conseguenze ambientali: secondo la Fao, gli allevamenti, a causa delle deiezioni degli animali, sono la più importante fonte di inquinamento delle falde acquifere.

A Schivenoglia, qualche migliaio di abitanti in provincia di Mantova, un referendum è riuscito a fermare un mega allevamento di suini. “Da noi il progetto è stato pubblicato nell’albo pretorio nei tempi previsti – spiega il sindaco di San Lorenzo in Campo, Davide Dellonti – e, per usare il referendum come strumento consultivo, manca il regolamento… però mai dire mai”. Ora il sindaco attende gli ultimi pareri e documenti per definire la pratica, che poi verrà chiusa dalla conferenza dei servizi. Per il comune, la Fileni potrebbe mettere sul piatto come “compensazione” circa 250.000 euro. Soldi che finiscono in fretta, mentre le conseguenze di oltre due milioni di polli restano nel paesaggio e nel territorio. E, per questo, “non c’è compensazione che tenga”.

“Al Mose manca ancora troppo per funzionare”

“Quando si dice che manca il 6% del valore di un impianto, bisogna capire che gli impianti valgono meno del 10% di tutta l’opera. E quindi il 6 che manca alla realizzazione del Mose è pesantissimo. Questo non vuol dire che non ce la possiamo fare per il 31 dicembre 2021. Ma a una condizione…”. L’ingegnere Alberto Scotti, 73 anni, milanese, ad di Technital, è il progettista delle dighe mobili che dovrebbero salvare Venezia dall’acqua alta. Siamo alla vigilia di un altro giorno drammatico perché un’alta marea da 130 centimetri è prevista per la notte, mentre a mezzogiorno e mezzo di oggi si annuncia una piena fino a 160 centimetri.

Attorno al Mose è una tempesta di polemiche. Per un cantiere aperto da 16 anni. Per ciò che non è stato fatto, per quello che deve ancora esserlo e per i tanti interrogativi sull’effettiva utilità di un’opera da 6 miliardi. Scotti ha un fede incrollabile nel Mose, purché si riesca a finirlo. “Sono un tecnico non un politico, ma ho tratto una convinzione da questi anni di esperienza gestionale, di rapporti tra imprese e Consorzio Venezia Nuova, prima, e tra il Consorzio e i commissari statali, poi. Dobbiamo tenere da una parte le questioni dei contenziosi, dei pagamenti, dei risarcimenti, dall’altra parte le decisioni pratiche, tecniche, operative. Altrimenti, se aspettiamo i tempi della giustizia per autorizzare un pagamento, aspetteremo altri 15 anni”.

A cosa si riferisce? “Un esempio tra tutti. Il provveditore alle opere pubbliche Roberto Linetti (in pensione da settembre, ndr) aveva ragione quando non approvava il pagamento di opere sbagliate. Rispettava le regole. Ma così si apriva un contenzioso con aziende che tra l’altro non ci sono più. E il Mose si fermava”. Adesso arriverà un commissario straordinario. “Mi aspetto che il Comitatone, convocato per fine novembre, rende davvero operativo l’obiettivo di finire il Mose nei tempi indicati. Per questo deve dare al commissario Elisabetta Spitz pieni poteri, così da dividere la fase dei contenziosi da quelle dell’opera”.

Una licenza ad agire oltre le regole, un potere assoluto? “Il Mose per complessità e urgenza richiede interventi diversi da quelli normali. Se si aspetta la fine dei contenziosi, la conclusione non verrà mai. Anche perchè finisce che lo Stato fa causa a stesso, i soldi non sono erogati e i lavori non hanno termine”.

L’ingegner Scotti ribadisce, una volta per tutte, che sarebbe stato follia alzare le paratoie martedì 12 novembre per fermare l’acqua alta. “In quel 6% mancante ci sono due dei tre compressori che devono alzare le dighe mobili e gli impianti di condizionamento delle gallerie necessari perchè laggiù, in zona umida, ci sono i quadri di comando. E servono lavori per rendere le camere stagne. E poi c’è l’impiantistica elettrico, la verifica dei tubi che conducono aria e acqua e che, in caso di cedimento, farebbero entrare il mare nelle gallerie…”.

Oggi è prevista un’altra eccezionale marea a 160 centimetri. La città ha paura. Ma soprattutto è esausta. L’allarme sembra non finire mai. Ad aumentarlo ci pensano siti scriteriati. A denunciarlo è il sindaco Luigi Brugnaro, attraverso Facebook. “Girano sui social messaggi allarmistici su presunte previsioni di picchi di marea destituite di fondamento. Si invita la cittadinanza a informarsi solo attraverso canali ufficiali. L’amministrazione monitorerà l’esistenza di messaggi fake, valutando eventuali denunce per procurato allarme”.

“Venezia, mix letale. L’Italia è il paese più a rischio clima”

Il record d’acqua alta a Venezia è solo il preludio a future inondazioni su larga scala che colpiranno l’Europa, e in particolare l’Italia. Gli scienziati ipotizzano che la devastazione che si abbatte sul capoluogo veneto in questi giorni è un esempio di ciò che viene tecnicamente definito “allagamento combinato”, ossia l’impatto simultaneo di precipitazioni prolungate e tempeste marine (o mareggiate). Il riscaldamento globale intensificherà questo fenomeno in gran parte del litorale europeo entro il 2100.

Ad annunciare il catastrofico scenario è un recente studio del Centro Comune di Ricerca della Commissione europea. “Il livello dell’inondazione a Venezia ha superato quello previsto con uno scarto di 50 cm che potrebbe essere ragionevolmente attribuito alla convergenza di tempeste e precipitazioni”, afferma Michalis Vousdoukas, uno degli autori dello studio. “All’acqua del mare, sospinta dal forte vento, si è sommata quella piovana che è giunta nella laguna ruscellando sul suolo impermeabilizzato delle strade e gonfiando i fiumi che sfociano a ridosso della laguna”, commenta Andrea Minutolo, coordinatore scientifico di Legambiente che la settimana prossima presenterà un nuovo rapporto sui costi che abbiamo sostenuto negli ultimi 20 anni a causa del dissesto idrogeologico. I ricercatori della Commissione Ue stimano che, attualmente, le alluvioni combinate affliggono circa il 3% delle aree costiere europee più di una volta ogni sei anni. A titolo esemplificativo, vengono citati i disastri che hanno provocato ingenti perdite umane ed economiche nella città inglese di Bristol nel 2014 e a Ravenna nel 2015.

I ricercatori sottolineano che le alluvioni combinate rappresentano un pericolo aggiuntivo, finora sottovalutato (per via di risorse limitate), rispetto all’innalzamento dei mari. Entrambe le minacce derivano dal cambiamento climatico, ma secondo dinamiche diverse. Il livello del mare cresce per via dell’espansione termica e lo scioglimento dei ghiacci indotte dall’aumento delle temperature. Che, al contempo accelera l’evaporazione e la formazione di zone di alta e bassa pressione, intensificando piogge e tempeste.

Nelle alluvioni combinate piogge e tempeste si potenziano a vicenda: le prime aggiungono acqua alle burrasche, mentre queste ultime rallentano il drenaggio in mare dell’acqua proveniente dall’entroterra. Lo studio annuncia che le coste del Nord Europa, soprattutto Regno Unito, Francia e Norvegia, e del Mediterraneo centro-orientale saranno quelle più devastate da qui alla fine del secolo.

L’aumento delle precipitazioni sarà il fattore principale del progressivo aumento delle inondazioni combinate. La frequenza di simili eventi nella parte centrale delle coste tirreniche e adriatiche del nostro paese aumenterà mediamente del 40% (rispetto a una media europea dell’11%). Stessa sorte spetterà all’est della Grecia e all’ovest e al nord della Turchia.

Il punto più vulnerabile sarà appunto l’alto Adriatico, dove i cataclismi ricorreranno fino una volta ogni due anni (3 volte più spesso di oggi) nel periodo 2070-2099. Secondo i ricercatori, infatti, le inondazioni combinate si verificheranno più facilmente nelle zone dove sfociano i fiumi e la costa è bassa. Tra 50 anni Venezia, costruita su un arcipelago pianeggiante racchiuso tra il Piave e il Brenta, sarà destinata a essere costantemente sommersa qualora non venissero erette adeguate strutture difensive. “L’Italia è in ritardo rispetto agli altri paesi europei nell’adattamento al cambiamento climatico – afferma Minutolo –. Stando alle nostre analisi, dal 2000 a oggi abbiamo perso 20 miliardi in danni idrogeologici a fronte di soli 5 miliardi investiti in opere mirate e impedirli”.

La pianificazione degli interventi potrebbe essere facilitata proprio dallo studio della Commissione europea che individua le aree dove le alluvioni combinate sono più probabili, consentendo alle amministrazioni di adottare per tempo adeguate conto-misure prima che accada il peggio.

Bonifazi: “Consigliai io Eyu a Parnasi”

Del finanziamento alla fondazione Eyu legata al Pd, l’imprenditore Luca Parnasi parlò direttamente con l’ex tesoriere dem Francesco Bonifazi. “Immaginavo volesse sostenere il Pd e forse io gli ho buttato là il tema del sostegno di Eyu – dice Bonifazi – ero un tesoriere del Pd, quando rappresentavo la fondazione ero categorico nello spiegare l’elemento dell’autonomia”.

È quanto racconta il senatore fiorentino davanti ai pm della Procura di Roma Barbara Zuin e Luigia Spinelli lo scorso 18 luglio. È indagato per finanziamento illecito, per aver ricevuto 150 mila euro dalla Immobiliare Pentapigna Srl (società riconducibile a Parnasi) per uno studio di ricerca, a cavallo delle elezioni. Un “contratto di consulenza fittizio” ipotizzano i pm, per questo sono indagati anche il commercialista di Parnasi Gianluca Talone e Domenico Petrolo, responsabile relazioni esterne di Eyu. A Petrolo e Bonifazi i pm contestano anche l’emissione di fatture per operazioni inesistenti.

“Alla fine del 2017”, il primo incontro tra il tesoriere e il costruttore. “Venne fuori addirittura la cifra che lui poteva sostenere, che era intorno a 250.000 euro. A quel punto feci una precisazione obbligatoria per un tesoriere – aggiunge Bonifazi –, e cioè che un soggetto non può finanziare un partito per più di 100.000 euro, questa è la legge del 2013”. “Lui mi chiede un ulteriore incontro, credo a gennaio 2018, viene e mi dice che avrebbe voluto sostenere la fondazione per 250 mila euro – aggiunge Bonifazi -. Quell’appuntamento sarà durato davvero 4 minuti, cerco per mera comodità il collaboratore più vicino che avevo che era Domenico Petrolo e li faccio incontrare per la prima volta, li presente, gli spiego che il dottor Parnasi avrebbe voluto sostenere la fondazione e li saluto”.

Bonifazi nega di essersi occupato della pratica, i pm però gli domandano perché in qualità di tesoriere non ha accettato una trance da 100 mila euro al Pd facendo l’interesse del partito, e la restante parte alla Eyu? “Quando ho capito che lui non mi avrebbe potuto dare più di 100 mila euro al Pd, nel primo incontro gli dico: Guarda c’è anche la fondazione. – spiega Bonifazi -. Quando è tornato mi ha parlato di fondazione, io non ho aperto bocca, questo per una mera opportunità, nel senso che non mi sono messo a battagliare sulle cifre, ho dato atto alla sua volontà”.

I conti della Eyu sono finiti sotto la lente della Guardia di finanza, in un’informativa si parla di “operatività sospetta”, con 46 bonifici di provenienza estera, tra il 9 ottobre 2017 e il 5 novembre 2018, da oltre un 1 milione di euro. Si aggiungono i bonifici di Emanuele Boschi (40 mila euro), fratello dell’ex ministro Maria Elena, Msc crociere (100 mila), Gunther Reform Holding (200 mila), che acquisì il 20 per cento dell’Unità, Gamenet Spa (25 mila) e Lottomatica (24 mila). Ma i pm non evidenziano nessuna irregolarità.

Per finanziamento illecito è indagato anche il deputato Guilio Centemero, per i 250 mila euro della Immobiliare Pentapigna srl finiti nelle casse della “Più voci”, onlus di area leghista. Soldi arrivati in due tranche: un primo bonifico da 125 mila emesso a dicembre 2015, un secondo con lo stesso importo arrivato a febbraio 2016. Soldi non inseriti a bilancio, che però Centemero precisa fossero versamenti regolari e mai confluiti nelle casse del partito di Salvini. Tesi a cui i pm non credono.

Le “marchette” di mamma Casellati alla figlia Ludovica

Dove c’è la mamma, c’è la figlia. Dove c’è Elisabetta Casellati, c’è Ludovica Casellati. Il 14 ottobre al Pirellone di Milano s’è tenuto un convegno sull’assistenza familiare organizzato dal gruppo Openjobmetis, un’agenzia del lavoro quotata in Borsa, per lanciare la divisione dedicata a badanti e anziani. “Vogliamo diventare un punto di riferimento”, ha scandito con orgoglio il cavaliere Rosario Rasizza, l’amministratore delegato, dal palco con il simbolo del Senato della Repubblica e la scritta, piccina piccina, del patrocinio concesso dagli uffici del presidente Elisabetta Casellati. Che c’entra il Senato della Repubblica con un’azienda privata che investe sulle badanti?

Il 6 novembre, sempre a Milano, il cavaliere Rasizza ha consegnato un po’ di targhe del premio “Urban Award” di Ludovica Casellati, figlia di Elisabetta, che si fa chiamare “Lady Bici” e che da tre anni seleziona i comuni più virtuosi per il cicloturismo. E perché Rasizza era lì, soddisfatto, al fianco di Casellati? Semplice. Openjobmetis allarga gli affari alle badanti, ma non sottovaluta l’importanza storica della “mobilità sostenibile” e dunque ha deciso di finanziare il progetto di Casellati figlia. E qui occorre pedalare nel passato.

Ludovica Casellati ha patito un approccio traumatico con le istituzioni. Casellati mamma, sottosegretaria al ministero della Salute di Silvio Berlusconi, ingaggiò Casellati figlia come capo della segreteria. Per le violente polemiche che si scatenarono, nei primi mesi del 2006, Casellati figlia lasciò il ministero e ritornò in Publitalia, la concessionaria pubblicitaria di Mediaset, cioè di Berlusconi. Finché nel 2013 s’è messa in proprio e ha sprigionato la passione per la bicicletta con la società Green Life che gestisce il portale Viaggi in bici. Però Casellati figlia, ostinata, ci ha riprovato con le istituzioni e, con una consulenza, ha curato la comunicazione di Barbara Degani, sottosegretaria all’Ambiente nei governi Renzi e Gentiloni, carriera in Forza Italia, ex presidente della provincia di Padova, cara amica di Casellati mamma.

Nel 2017 Viaggi in bici ha creato “Urban Award”, al ministero dell’Ambiente è piaciuto molto e ha assegnato a Casellati figlia il logo: “Non si può più aspettare, l’aria che respiriamo dipende anche da noi. Le buone pratiche che si riescono ad attuare sono patrimonio di tutti e con questo premio si può sicuramente condividere una filosofia nuova”, disse Degani con aria, per l’appunto, grave e di nuova filosofia.

L’allora sottosegretaria ci ha creduto davvero, tant’è che ha invitato l’Anci, l’associazione nazionale dei comuni, a sostenere la mirabile iniziativa di Casellati figlia e l’Anci ha firmato un protocollo d’intesa con Viaggi in bici. Il 2017 era il rodaggio, nel 2018 “Urban Award” si è rafforzato. E non per merito di Greta Thunberg. Il 2018 è stato un anno memorabile per Casellati mamma e Casellati figlia. Elisabetta ha ottenuto la presidenza del Senato, Ludovica ha aumentato gli sponsor di “Urban Award” e i ricavi di Green Life sono saliti da 55.000 a 113.000 euro.

Il 24 maggio 2018 il giornale digitale Malpensa24 ha riportato una visita a sorpresa, e di sicuro assai gradita, di Casellati mamma alla Fondazione Iseni y Nervi di Fabrizio Iseni, editore di Malpensa24 e imprenditore nella sanità privata. Casellati mamma era accompagnata da Casellati figlia, assieme hanno salutato anche la redazione di Malpensa24. In serata Casellati mamma era l’ospite d’onore al ristorante “da Annetta” di Varese per un evento dell’associazione “Il sogno che va” del cavaliere Rasizza. Il 21 ottobre 2018, purtroppo, Casellati mamma non ha potuto presenziare alla serata di beneficenza a Saint Vincent della Fondazione Iseni, ma ha fatto pervenire tutta la sua premura istituzionale con un video proiettato a buffet ancora sigillato.

Nel 2018 la Fondazione Iseni è stato il principale sponsor di “Urban Award”, nel 2019 è rimasto con un contribuito, ma ha ceduto la collocazione più ambita, e si presume più onerosa, a Openjobmetis. Il Fatto ha chiesto a Fondazione Iseni e Openjobmetis l’origine dei rapporti con Casellati mamma e Casellati figlia e il denaro speso per “Urban Award”, entrambi hanno illustrato le motivazioni che inducono a non sottovalutare l’attenzione a una vita sana e verde per i cittadini, che siano in cerca di posti di lavoro o di cure mediche. La Fondazione ha ricordato che Fabrizio Iseni pratica ciclismo da anni, e ha ragione. Un tempo era interessato al Giro della Padania e scortava tra la folla l’ex consigliere regionale leghista, Renzo Bossi detto il Trota.

Per Casellati mamma e Casellati figlia il mondo è così stretto che si gira in bici. E finisce che ci si incontra.

Niente norma anti-Benetton, ora bisogna “salvare” Alitalia

Due semplici commi da inserire nella manovra, ma con un effetto dirompente: eliminare lo scudo che oggi protegge la generosa concessione della Autostrade dei Benetton. Uno dei principali ostacoli alla revoca ipotizzata dal governo gialloverde, 5Stelle in testa, all’indomani del disastro del ponte Morandi, e oggi impossibile visto che il governo ha accettato di far salvare Alitalia anche ad Atlantia, la holding controllata dalla famiglia veneta.

Non è un caso che il tentativo di riaprire la guerra ai Benetton si arrivato proprio da uno dei più contrari a quella scelta, Danilo Toninelli. Nei giorni scorsi l’ex ministro dei Trasporti ha cercato di presentare un emendamento alla legge di Bilancio, in discussione al Senato. Il tentativo in commissione Trasporti è però andato a vuoto: l’emendamento – hanno fatto intendere a Toninelli gli stessi senatori 5 Stelle – è “inopportuno”.

Il testo si aggancia all’articolo 91 della legge di bilancio, che riduce la deducibilità degli ammortamenti operati dai concessionari (vale 340 milioni nel 2020). Ci aggiunge due commi esplosivi. Il primo elimina l’approvazione per legge delle convenzioni, in primis quella di Autostrade, operata dal governo Berlusconi nella primavera 2008, appena insediato, in sede di conversione di un decreto del governo Prodi. La mossa blindò per legge dei contratti privati e servì a superare le critiche degli organi tecnici di controllo, col Parlamento tenuto all’oscuro della portata della novità.

La concessione di Autostrade, per dire, era stata bocciata dal Nucleo per la regolazione dei servizi di pubblica utilità (Nars) perché troppo generosa, ma anche perché conteneva una clausola mostruosa che garantisce ai Benetton un indennizzo gigante anche in caso di revoca per colpa grave, come “crolli e disfacimenti” (vedi ponte Morandi). Una norma illegittima e vietata dal codice civile secondo il rapporto della commissione di esperti chiamata da Toninelli a valutare la possibilità di avviare la revoca quand’era al ministero. Quella norma, peraltro, fu stroncata anche dall’indagine della Corte dei Conti. In cambio di quella mossa Atlantia partecipò alla cordata dei “capitani coraggiosi” che rilevò Alitalia all’epoca del Caimano. Lo stesso scambio perverso riproposto oggi.

L’emendamento Toninelli eliminerebbe la norma del 2008 e impone agli schemi delle concessioni allora approvate per legge di effettuare la normale trafila: decreto interministeriale Tesoro-Trasporti, valutazione del Nars, passaggio al Cipe, validazione della Corte dei Conti e, infine, un passaggio nelle commissioni parlamentari. Il secondo comma prescrive invece che, in attesa della nuova trafila, i concessionari resterebbero obbligati a gestire le tratte (e, nel caso di Autostrade, resta salvo l’obbligo di pagare la ricostruzione del Morandi).

Dopo le prime due riunioni, i 5Stelle delle commissioni Trasporti e Bilancio sembravano d’accordo a far depositare l’emendamento, ma quando Toninelli ha provato a presentarlo sono iniziate le perplessità legate ad Alitalia. Alla fine non è passato al filtro interno dei commissari pentastellati: troppo forte la paura di far saltare la trattativa per salvare il vettore, peraltro in stallo proprio per la melina Altantia.

Giovedì, dopo ben 5 rinvii, è prevista l’ultima scadenza per presentare l’offerta vincolante insieme a Fs e all’americana Delta. I Benetton vogliono però rassicurazioni sulla concessione. Nel tavolo di confronto, il governo ha eliminato l’ipotesi revoca (che potrebbe limitarsi alle tratte liguri), ma ha chiesto che Autostrade accetti il nuovo sistema tariffario deciso dall’Autorità dei Trasporti, che ridurrebbe le tariffe. La risposta è stata “no, al massimo ce le riduciamo del 6%”, salvo poi chiudere anche a questa ipotesi. Mercoledì scorso il capo di Ferrovie, Gianfranco Battisti, è andato dal premier Giuseppe Conte per sollecitarlo a risolvere lo stallo. Senza successo, per ora.

I commissari Ilva contro Mittal: “Causati danni per 500 milioni”

Materie prime comprate a prezzi esorbitanti e poi scomparse, tonnellate di prodotti finiti svenduti a prezzi ridicoli e l’accusa di aver danneggiato l’economia nazionale con lo spegnimento degli impianti dell’Ilva. Sono addebiti esplosivi quelli contenuti negli atti depositati negli ultimi due giorni dai commissari straordinari dell’Ilva ai giudici di Milano e Taranto. Accuse accompagnate da migliaia di pagine di allegati che proverebbero “fatti e comportamenti, inerenti al rapporto contrattuale con Arcelor Mittal, lesivi dell’economia nazionale” come gli stessi commissari Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupo hanno spiegato in una nota alla stampa.

Nelle 18 pagine consegnate ieri dall’avvocato Angelo Loreto al procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo e al procuratore aggiunto Maurizio Carbone, infatti, i commissari hanno spiegato almeno queste due cose: lo spegnimento degli impianti e la scomparsa delle materie prime che contribuirebbe al sostanziale fermo dello stabilimento sono tasselli di un progetto che avrebbe come unico obiettivo quello di mettere in ginocchio la fabbrica. Pezzi di un mosaico a cui vanno aggiunti anche gli elementi su cui lavoreranno i giudici milanesi.

Innanzitutto, ai magistrati di Taranto i commissari hanno chiarito che spegnere gli impianti di uno stabilimento ritenuto strategico (per legge) per l’economia nazionale significa distruggere e danneggiare l’economia di tutta l’Italia. Una fattispecie di reato, come si dice in gergo, contemplata dall’articolo 499 del codice penale che punisce “chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali” oppure “mezzi di produzione” causa un grave danno “alla produzione nazionale o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo”. La pena è la reclusione da tre a dodici anni di carcere.

Inoltre ArcelorMittal verrebbe meno a un impegno contrattuale: restituire la fabbrica di Taranto nelle condizioni in cui l’ha trovata e quindi con gli impianti “in marcia”. Se fosse confermato lo spegnimento, infatti, i danni sarebbero tali da richiedere non solo molto tempo per riattivare tutto, ma anche una spesa che secondo le prime stime necessiterebbe di decine e decine di milioni di euro. Un’azione che inoltre finirebbe per cancellare azioni e investimenti messi in campo dallo Stato dal 2012.

Sorprendente un’altra denuncia contenuta nell’esposto dei commissari: la scomparsa delle materie prime. Sotto la megastruttura che copre il parco minerali, infatti, non ci sono più il minerale di ferro e la polvere di carbone che servono alla produzione di acciaio. L’approvvigionamento, per di più, è sospeso da giorni con le navi alla fonda nella rada del Mar Grande di Taranto.

A Milano, invece, nel ricorso contro l’istanza di recesso presentata da ArcelorMittal, i commissari avrebbero accennato a fatti che potrebbero avere una rilevanza penale. In particolare le verifiche della procura, oltre che sulle comunicazioni date dal colosso franco-indiano a partire dallo scorso 4 novembre e dell’impatto che possono aver avuto sull’andamento del mercato internazionale dell’acciaio, puntano ad appurare se sia in corso o meno un “depauperamento” del ramo d’azienda che gli indiani vogliono riconsegnare ai commissari.

Secondo quanto riferito al Fatto la questione riguarderebbe in particolare la vendita a prezzi eccessivamente bassi dei prodotti finiti presenti nei magazzini del- l’Ilva. Acciaio che sarebbe stato venduto a società del gruppo a prezzi bassi. E per converso, acquisti a costi fuori mercato. Tra materie prime “scomparse” e prodotti svenduti, la perdita per le casse di Ilva si aggirerebbe attorno ai 500 milioni di euro.

Al di là delle somme, ancora tutte da accertare, quello che sembra emergere dall’esposto dei commissari è la trama di un disegno che in opere e omissioni (il mancato approvvigionamento dei materiali) punterebbe alla completa estromissione della fabbrica ionica – e quindi dell’Italia – dal mercato dell’acciaio. In questo senso va la denuncia di Francesco Brigati della Fiom Cgil al fattoquotidiano.it: “Non è pensabile che l’azienda non abbia più ordini. Semmai stanno portando altrove le bramme di Ilva” (tradotto: stanno spostando il portafoglio clienti in altre fabbriche).

A Taranto nei prossimi giorni cominceranno gli interrogatori di una serie di testimoni aprendo un nuovo capitolo della “saga Ilva”. Un capitolo tuttavia diverso dai precedenti: a quei magistrati, che dal 2012 sono accusati di “talebanismo giudiziario” per aver sequestrato una fabbrica che produce malattie e morte, ora spetta il compito di intervenire per evitare che venga spenta. E lo Stato che ha varato ben 12 decreti per neutralizzare l’azione di quei magistrati, ora sembra aggrapparsi disperatamente a loro. Per prendere tempo. Ancora.

Bersani ironico: “Siamo gli unici che non rompono i coglioni”

Una volta quelli di Mdp-Articolo1 erano “gli scissionisti”: se ne andarono dal Pd perché non si riconoscevano più nel partito di Matteo Renzi. Sono passati appena due anni e mezzo ma il mondo è ribaltato: oggi Roberto Speranza, Pier Luigi Bersani e compagni sono semmai i “responsabili”, quelli che all’interno del governo giallorosa (o giallorosso, come preferiscono loro) predicano collaborazione e unità. Ma in fondo il fantasma di Renzi non se ne va, come racconta la battuta di Bersani durante il suo intervento durante l’assemblea nazionale di ieri: “Si parla tanto di unità, unità… ma c’è bisogno di dirlo a noi? Al governo siamo gli unici che non rompono i c…”. In questa fase Mdp sembra in effetti l’unico partito che vuole valorizzare davvero l’esperienza del Conte bis. Roberto Speranza, unico ministro “rosso” nell’attuale esecutivo, ci crede davvero: “Governare con i 5 stelle rappresenta una straordinaria occasione che non possiamo permetterci di sprecare. Loro sono un movimento complesso, ma è inutile negare che hanno preso i voti di una parte molto rilevante della nostra gente. Dentro questa stagione di governo c’è la possibilità per noi di dimostrare con i fatti che è chiusa la stagione della subalternità al neoliberismo e che ci riappropriamo della nostra cultura politica socialista”. Quali sono le prospettive di Mdp? Secondo Arturo Scotto serve una “nuova svolta” dopo quella di 30 anni fa, infruttuosa, con cui Achille Occhetto chiuse la storia del Pci: “Serve una grande assemblea popolare per costruire una nuova sinistra. Non dobbiamo smobilitare, ma ricostruire”.