“Salvini vuol solo far cadere. Conte, poi sparirà dall’Emilia”

“Gli emiliano-romagnoli sono liberi e non vogliono padroni. L’Emilia Romagna appartiene ai cittadini, non a quella o a quell’altra parte politica; la si governa, al limite, se si ha un progetto”. Stefano Bonaccini, governatore uscente e candidato alle Regionali del 26 gennaio, la sfida nella madre di tutte le battaglie, la lancia così. “I nostri avversari pensano di usare questa Regione solo per una battaglia nazionale, per mandare a casa Conte”.

Presidente, la piazza delle sardine di giovedì sera la percepite come vostra?

Io non mi approprio della partecipazione dei cittadini, voglio costruire un progetto che risponda a quella mobilitazione così bella. Mi rivolgo a tutti i cittadini e dico: dateci una mano. Ci sarà forse un incontro naturale perché sono convinto che ci siano molti punti in comune.

Lei sta costruendo una serie di liste civiche (con una composizione che va dai renziani a Elly Schlein): qual è il senso dell’operazione?

Ho chiesto a tutte le forze politiche di centrosinistra di essere presenti e unite in questa campagna, anche in forme nuove che consentano di aprirsi. Al tempo stesso ho chiesto a tante esperienze civiche presenti nei Comuni di impegnarsi insieme a noi. Nella mia lista, ad esempio, correranno sindaci che non provengono dal centrosinistra, professionisti, operatori della sanità e del sociale, persone del mondo del lavoro e dell’impresa, giovani. Non ho chiesto un’adesione ideologica, ma un impegno sulle cose da fare.

I Cinque Stelle non hanno ancora deciso che fare. Ritiene fondamentale il loro sostegno?

Sono disposto al confronto, credo che un’intesa sui programmi potrebbe essere utile, ma non va fatta a tutti i costi, solo per governare. Non spetta a me dire ai 5 Stelle come organizzarsi, ma in questi mesi abbiamo condiviso alcune scelte importanti in tema di ambiente, diritti, servizi per i più deboli. Se i 5 Stelle rinunciano a confrontarsi su questi temi e non colgono la differenza profonda col messaggio che arriva dalla destra sovranista, perdono un’occasione.

Come pensa di recuperare l’astensionismo record del 2014?

Molte cose sono cambiate. Abbiamo governato 5 anni senza un solo giorno di crisi nella coalizione di centrosinistra e facendo della sobrietà la nostra cifra distintiva. Col Patto per il Lavoro sottoscritto da tutte le parti sociali abbiamo rinnovato la concertazione e mobilitato investimenti pubblici e privati per 22 miliardi, dimezzando quasi la disoccupazione e facendo crescere l’export e il turismo.

La Lega fa paura?

La Lega è forte. Ma sono partiti con l’arroganza di chi pretende di aver già vinto. E dimostrano di non conoscere questa Regione e non avere un progetto per il suo futuro. Se dici agli emiliano-romagnoli di votarti per liberarli li offendi. Se dici che qui lavorano o fanno impresa solo i raccomandati e chi ha tessere li offendi: qui che c’è il più alto tasso di occupazione del Paese, sono tutti raccomandati?

Come valuta l’esperienza di governo per il Pd?

Da un lato vedo risposte positive: ad esempio erano anni che non arrivavano risorse così importanti sulla sanità. Così come aver bloccato l’aumento dell’Iva ha scongiurato l’enorme aumento della pressione fiscale che il governo precedente aveva innescato. Nella manovra si azzerano le rette dei nidi e si abolisce il superticket in sanità, misure che qui abbiamo già adottato e che ora vengono estese a tutta Italia. Dall’altro lato vedo riprodursi uno schema divisivo tra le forze politiche che preoccupa.

Quello in Emilia-Romagna è un voto nazionale?

Non sottovaluto affatto la portata politica di questa sfida ma per gli emiliano-romagnoli la cosa più importante è se il 26 di gennaio vinceranno il nostro progetto di governo o i nostri avversari. Il 27 Salvini tornerà a occuparsi d’altro e a guidare la Regione ci saremo io o Lucia Borgonzoni. Si vota per l’Emilia-Romagna, non per altro.

Quali sono i suoi punti programmatici più forti?

Ho indicato quattro punti su cui costruire il nostro progetto e per ciascuno ho indicato un primo obiettivo concreto da cui partire. Un’Emilia -Romagna della conoscenza, dai servizi educativi alla formazione post laurea. Per questo partiamo dal nido gratuito per tutti i bambini. Poi, i diritti e i doveri. Partiamo dal servizio sanitario pubblico per assicurare le migliori cure a tutti, senza distinzione di reddito. Un’Emilia-Romagna sostenibile. Partiamo dall’economia circolare per una società del riuso e del riciclo, anzitutto sulla plastica, con una strategia già condivisa con sindacati, imprese e associazioni fatto di incentivi e non un euro di tasse in più. E poi, le opportunità. Partiamo dal progetto dei Big data per realizzare un’infrastruttura immateriale potente.

Ovazione per Imen, “populista di sinistra”

“Se gli elettori affidano il Paese a Matteo Salvini è colpa nostra. Ed è colpa di tutti noi, di tutto il Pd, non di Nicola Zingaretti”. Quando sale sul palco Imen Boulahrajane, una sferzata di energia sembra attraversare la sala di Palazzo Re Enzo dove il Pd per l’ennesima volta cerca se stesso nella tre giorni “Tutta un’altra storia”, tra dibattiti programmatici stile antica autocoscienza e interventi dal palco che dovrebbero indicare una direzione.

Tailleur pantalone grigio, smalto rosso fiammante, Imen è nata 25 anni fa a Varese, da genitori marocchini. Ha pure un nome d’arte: su Instagram è Imen Jane, seguita da 170mila follower, grazie alle sue Stories di “economia politica”, 15 secondi che parlano di manovra, Brexit e mondo. Una sorta di influencer economista (è laureata alla Bicocca di Milano), che è già un fenomeno social, ma ha un passato da iscritta del Pd. “Ero tesserata fino all’anno scorso, ma oggi no: voglio essere libera di dire quello che penso. Il Pd è dilaniato dalle correnti, passiamo tutto il tempo a litigare con noi stessi, tra invidie, piccolezze e tifoserie”, dice, scendendo dal palco. Per lei, applausi scroscianti mentre declama: “Siamo troppo persi a parlare e a discutere mentre fuori fanno campagna elettorale”. Il ragionamento è quasi spiazzante per le abitudini Dem. Così come l’unione tra il social dei ragazzini e i temi più impegnativi. Lei, dopo, spiega: “Non c’è un progetto. Non si può votare un partito solo perché dice che quello che fanno gli altri non è giusto. Siamo anche troppo politically correct: ci vuole un populismo di sinistra, non un atteggiamento radical chic. Bisogna tenere presente il disagio dell’operaio bianco che teme che l’operaio nero gli tolga il lavoro”.

Sarà pure la furbizia di chi lavora nella consulenza e nella comunicazione, ma Imen pare mettere il dito nella piaga di una kermesse che guarda alla sinistra, quella classica, quella vetero, ma non sembra avere il coraggio né di mettere in discussione le ricette economiche correnti, né di reinterpretarle, guardando avanti. 4000 presenze, 150 relatori, poche risposte.

Non a caso, l’altra scossa alla platea arriva da Maurizio Landini, segretario della Cgil, che fa una critica radicale a quel che è diventato il mondo della sinistra, da un’esperienza opposta: “La sinistra ha perso la spinta propulsiva verso il cambiamento. Prendiamo un giovane precario che era precario con il governo di centrodestra, poi con il governo di sinistra, poi con quello gialloverde e ora con quello giallorosso. Per lui che resta precario anche se cambia la politica cosa vuol dire la parola sinistra? Se la sinistra non si occupa della condizione materiale della gente come fa a dare significato a quella parola? È un tema che riguarda anche il sindacato”. Zingaretti gli stringe la mano, la platea si alza in piedi. Quel che fotografa la tre giorni di Bologna (tra gli interventi clou anche Fabrizio Barca e un video messaggio di Prodi) è la volontà di uno spostamento a sinistra. Che significa al netto di “identità” e retorica, è tutto da vedere. Intanto brillano le assenze dei big di Base Riformista, la corrente “liberal” del Pd che fa capo a Lotti, Guerini e Marcucci. Arriveranno oggi per l’Assemblea. Ma nella tre giorni fondativa del Pd non sono stati coinvolti. Per riequilibrare gli organizzatori hanno pensato a padre Francesco Occhetta, firma di Civiltà Cattolica. “Dovete aprire le vostre sale, tornare al popolo, non stare sulla tattica, rilanciare un grande progetto umano, dare speranza e rappresentanza a chi non ce l’ha, giustizia e libertà”, Anche lui, mette il dito in un’altra piaga. Conclude il vicesegretario Andrea Orlando: “Basta con la cultura degli anni Novanta”.

Prescrizione: altra grana giallorosa ad alto rischio

Tanto divide i giallorossi, e molte sono le grane come mine sulla loro incerta strada, quelle che occupano la scena: dall’Ilva che si sta spegnendo alla Venezia sommersa, fino alla manovra che è un concerto dove ognuno suona per conto proprio. Ma il bottone rosso per aprire una ferita che potrebbe chiamarsi crisi sta appena un passo di lato, e si chiama giustizia, anzi prescrizione. “E meno male che non ne parla quasi nessuno” ammette un big grillino. Ben sapendo che quella è la parola su cui potrebbe già incepparsi il motore del governo, la novità che pure è già norma, inserita nella legge Spazzacorrotti e pronta a entrare in vigore dal prossimo gennaio.

Perché la riforma del Guardasigilli a 5Stelle Alfonso Bonafede, in base a cui la decorrenza dei termini verrà congelata dopo ogni sentenza di primo grado, è un trofeo troppo pesante da accettare per il Pd ed è eresia, l’opposto della loro identità per i renziani di Italia Viva. Solo Leu pare tollerare la prescrizione in salsa Movimento. Invece la distanza tra il M5S e gli altri giallorossi con il passare dei giorni si allarga come una faglia, perfino in vista del nuovo vertice di maggioranza sulla giustizia fissato per martedì sera alle 21. Necessario, anche perché in commissione Giustizia alla Camera in settimana si discuterà del disegno di legge del forzista Enrico Costa che vuole fermare la nuova prescrizione, buttato lì come una tentazione. Appoggiarlo pare uno strappo troppo pericoloso anche per i malpancisti più evidenti, una porta spalancata alla crisi di governo.

Però chissà, i giallorossi vivono strani giorni, e a via Arenula non nascondono la preoccupazione. Così è ancora più urgente il vertice di dopodomani dopo il mezzo disastro di giovedì scorso a Palazzo Chigi. Quasi tre ore trascorse a parlare solo di quello, di prescrizione, ed è stata una Babele di lingue diverse. “Vi avevo chiesto di mandarmi delle proposte e dal Pd mi sono arrivate solo nelle scorse ore, mentre da Italia Viva nulla” è sbottato Bonafede, che della riforma ha fatto il suo Piave: la prescrizione non si tocca, e basta. Anche perché, ha ricordato, “la norma varrà solo per i reati commessi da gennaio in poi e quindi la sua concreta applicazione si avrà solo tra 3-4 anni”. Tradotto, nessuna emergenza alle porte. Ma il merito conta fino a un certo punto. Pesa soprattutto altro, ossia la necessità di limitarsi a vicenda tra gli alleati per forza. “Ministro, dovete concedere qualcosa” hanno in sostanza scandito i dem, guidati dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis. Ovvero, il Pd deve uscire dal confronto con un risultato da esibire, per non apparire supino. E il cosa glielo hanno anche scritto: limiti massimi per la durata dei processi, a prescindere dalla prescrizione.

Ma in viva voce a Bonafede hanno suggerito anche altro, per esempio di posticipare l’entrata in vigore della nuova prescrizione al varo dei decreti attuativi della riforma del processo penale e di quello civile. “Di fatto sarebbe un rinvio di almeno un anno” ammette uno dei presenti al vertice, non affatto sorpreso dal muro del ministro. Quel Bonafede che giovedì ha ricordato: “La prescrizione l’ho varata nel precedente governo, con una legge già approvata in via definitiva”. Come a dire che si litiga sul pregresso. Eppure dem e renziani vogliono un passo indietro. “Noi abbiamo votato il taglio dei parlamentari, fate un sacrificio anche voi” ha sostenuto Maria Elena Boschi, l’icona del renzismo. “Però da Italia Viva continua a non arrivare nulla” ribattono in queste ore fonti di governo del M5S. Ovvero, Bonafede aspetta ancora idee, proposte. E invece piovono solo messaggi pubblici contro la prescrizione, come quello di ieri dalla capo-delegazione di governo, la ministra alle Politiche agricole Teresa Bellanova, da L’intervista su SkyTg24: “Bonafede e Di Maio sanno che quando si fa un governo di coalizione non c’è nessun provvedimento sul quale si può dire che non si discute, compresa la prescrizione”.

E in mattinata sul Dubbio anche il capogruppo dem in Senato Andrea Marcucci aveva ripetuto: “Le posizioni sul tema sono ancora distanti, spero che il ministro sia più ragionevole”. Vista l’aria, toccherà di nuovo al presidente del Consiglio, l’avvocato Giuseppe Conte, cercare di farsi mastice. “La prescrizione è legge, come si fa a toccarla?” ragionano dalle parti di Palazzo Chigi. Ma la mediazione “si troverà”. Perché il contrario vorrebbe dire guai, seri.

“Prendiamo a destra e sinistra”: Italia Viva lavatrice dei riciclati

Lo definisce un partito di persone “perbene e fresche”. Matteo Renzi sbarca a Catania per presentare Italia Viva e dice: “Vogliamo prendere a destra e sinistra”. Mentre Teresa Bellanova a Maria Latella per SkyTg24 aggiunge: “Carfagna e Polverini saranno le benvenute”. Renzi parla nel centro fieristico “Le Ciminiere”, stracolmo. Tra il pubblico però di fresco c’è poco. In compenso spicca un mix di volti noti con una propensione al cambio di casacca. A cominciare dal padrone di casa Luca Sammartino. Mister 34 mila preferenze alle ultime regionali, dato come prossimo candidato a governatore della Sicilia. Renzi è sicuro: “All’assemblea regionale saremo il primo partito”, dice. E pensare che Sammartino nel 2012 veniva eletto per la prima volta all’Ars con l’Udc. Salvo poi migrare nel movimento Articolo 4, ideato da Lino Leanza, braccio destro per anni di Raffaele Lombardo. L’ombra dell’ex governatore si aggira in sala come un fantasma. Perché oltre alla sua storica segretaria Maria Bonanno, c’è pure il deputato Nicola D’Agostino. Capogruppo all’Ars di Italia Viva, per un ruolo che conosce avendolo già ricoperto nel 2012 proprio con l’Mpa di Lombardo.

La rosa dei catanesi è completa con la senatrice Valeria Sudano. Erede di una tradizione di famiglia cominciata con lo zio 79enne Mimmo, un tempo potente senatore Dc. La nipote dopo l’elezione all’Ars con Cantiere Popolare di Saverio Romano si è ritagliata il ruolo di fedelissima di Renzi. In prima fila c’è pure Mario Tomasello, consigliere comunale a Catania bollato dalla commissione parlamentare Antimafia come impresentabile perché coinvolto in un’inchiesta sulle truffe alle assicurazioni. Dalla platea al palco con altri deputati regionali. L’ex dem siracusano Giovanni Cafeo e il palermitano Edi Tamajo; saltato da Pdl, Udc ed eletto nel 2012 con Grande Sud, all’epoca retto da Gianfranco Miccichè. Da un’isola all’altra. Il reclutamento di IV in Sardegna apre le porte all’ex dem Francesca Barracciu. Condannata a tre anni in Appello per peculato.

 

Calabria
Oliverio e Occhiuto: gli “esclusi” di Pd e Lega ora cercano di sopravvivere

“La mia è una scelta di libertà”. Con questo refrain, il senatore Ernesto Magorno da settimane sta guidando, di fatto, la pattuglia dei calabresi di Italia Viva. Sindaco di Diamante e ritenuto fedelissimo di Luca Lotti, è stato lui il primo a seguire Renzi fuori dal Pd. Non è comunque l’unico parlamentare in Calabria ad aver aderito a Italia Viva. Alla corte di Renzi, è spuntata anche la deputata Silvia Vono che, appena uscita dal Movimento Cinque Stelle, è subito partita per la Leopolda dove, nel pulmino di Ernesto Magorno c’erano pure l’ex ministro agli affari regionali Maria Carmela Lanzetta e l’ex deputata del Pd Stefania Covello.
Il panorama politico calabrese, però, è condizionato dalle prossime regionali dove la chiusura della Lega sul candidato di Forza Italia Mario Occhiuto potrebbe spingere quest’ultimo, e il fratello deputato Roberto, a tentare la carta Renzi. Anche se con più difficoltà, lo stesso vale per l’uscente governatore Mario Oliverio che, messo in cantina dal suo Pd, vuole ricandidarsi a tutti i costi. Ma le elezioni sono troppo vicine per pensare a una lista di “Italia Viva”. Renzi lo sa e alle lusinghe degli ex dalemiani risponde che vuole un “forte rinnovamento”. In sostanza, un “no grazie” proprio ad Oliverio.
Lucio Musolino

 

Umbria
La Marini ancora ci pensa, già dentro la senatrice che voleva salvare Minzolini

Negli ultimi cinque anni era stata la “zarina” umbra ma l’inchiesta Sanitopoli in cui è finita indagata, l’ha fatta passare in pochi giorni dalle stelle alle stalle, con le dimissioni “forzate” dal Pd e la caduta della giunta regionale. Adesso però Catiuscia Marini, dopo le ultime elezioni che hanno consegnato la Regione a Matteo Salvini, potrebbe prendersi la sua rivincita e passare con “Italia Viva”. Il passaggio non è ancora ufficiale e ci sta ancora pensando ma lei continua a strizzare l’occhio al partito di Renzi: “In futuro si vedrà, sto pensando a cosa fare – ha fatto sapere – ma sicuramente voterò il partito più riformista e garantista”. In Umbria non è la sola, a guidare la truppa renziana ci sono due senatori di peso: Nadia Ginetti e Leonardo Grimani. Quest’ultimo è considerato vicinissimo all’ex ministro dello Sport imputato per favoreggiamento nel caso Consip, Luca Lotti, mentre Ginetti è nota per aver votato contro, nel 2017, alla decadenza del senatore di Forza Italia Augusto Minzolini e per aver difeso Maria Elena Boschi quando Ferruccio De Bortoli fece emergere le sue pressioni sull’ad di Unicredit per acquisire Banca Etruria. Altre adesioni arriveranno a fine mese, quando a Perugia si terrà la prima convention di Italia Viva.
Giacomo Salvini

 

Campania
Da “Mr 10 euro” alle primarie dem fino al massone ex 5 Stelle Vitiello

Alla prima uscita di Italia Viva a Napoli, al cinema Metropolitan, c’era anche lui: Michel Di Prisco, il signore delle tessere di Miano, colui che un indimenticabile video di Repubblica del 2017, fatto con una telecamerina nascosta tra la gente in fila davanti alla sezione Pd, indicò “come la persona che ci darà i 10 euro per iscriverci”. Coinvolto anche nei presunti brogli delle primarie comunali 2011 annullate d’imperio, ora Di Prisco è uscito dal Pd e fa l’assessore a Scampia. Renziano. Un altro fulminato sulla via di Renzi nel napoletano è Catello Vitiello, deputato ultragarantista cacciato dal Movimento Cinque Stelle per aver nascosto di essere massone. Ha vagato di gruppo in gruppo, ora Italia Viva è la sua casa. Insieme a lui, Gennaro Migliore, l’ex presidente del Pd di Napoli Tommaso Ederoclite, l’ex senatrice Graziella Pagano, l’ex eurodeputato del casertano Nicola Caputo, il sindaco di Ercolano Ciro Buonajuto, amico della Boschi, l’uomo che fece conoscere Raffaele Cantone a Renzi. Buonajuto ancora a settembre rilasciava interviste in cui dichiarava di voler restare nei dem. Ma in Italia Viva non fa notizia cambiare idea in breve tempo.
Vincenzo Iurillo

 

Toscana
Nella patria del Giglio Magico di Matteohanno traslocato già tre ex berlusconiani

Nella patria del renzismo, da dove tutto è iniziato, Italia Viva ha attratto molti ex berlusconiani. Basti pensare a Gabriele Toccafondi, ex deputato con Silvio, poi passato con Ncd di Angelino Alfano che lo promosse sottosegretario all’Istruzione nei governi Letta, Renzi e Gentiloni. Poi c’è Francesco Grazzini, 25 anni, figlio del compianto Graziano, punto di riferimento di Berlusconi e di Comunione e Liberazione in Toscana. Infine l’altro nome di peso è l’ex vicecoordinatore del Pdl in Toscana, Maurizio Zingoni. Ma nelle ultime settimane il nuovo passaggio a Iv che ha fatto più scalpore è stato quello dell’assessore alla Sanità della giunta regionale, Stefania Saccardi, che negli ultimi mesi è stata contestata per la decisione di finanziare con 195 mila euro in tre anni il “Forum Toscano delle Associazioni dei diritti della famiglia” dichiaratamente antiabortista. Oltre alla madrina del renzismo Maria Elena Boschi, l’altro membro toscano del Giglio Magico a passare con Renzi è stato l’ex tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, indagato a Roma per false fatture nell’inchiesta sulla fondazione Eyu e per finanziamento illecito sull’associazione “Più Voci”.
Giacomo Salvini

 

Piemonte
Il sostegno di Portas, la madamina e pure l’ex braccio destro di Appendino

Due parlamentari vicinissimi a Maria Elena Boschi, alcuni fedelissimi di Renzi e molti curiosi in cerca di una casa. Ad animare Italia Viva in Piemonte sono soprattutto la deputata Silvia Fregolent (possibile candidata sindaco alle prossime amministrative) e il senatore Mauro Marino. Eletti in Parlamento con il Pd nel 2018, hanno seguito Renzi in Italia Viva. Con loro c’è un attivissimo Davide Ricca, presidente della Circoscrizione 8 di Torino, e tra Ivrea e il Canavese Simona Randacio. Ad Asti tira le fila Angela Motta, ex consigliera regionale sconfitta alle amministrative cittadine. Ad Alessandria, invece c’è l’ex deputata Cristina Bargero. Giacomo Portas, fondatore dei “Moderati” (formazione molto forte a Torino) dopo dieci anni al fianco del Pd ha dirottato il sostegno su Iv senza fondersi. Si sono avvicinati incuriositi anche Giovanna Giordano Peretti, una delle “madamine” Sì Tav poi candidata da Chiamparino in Regione, Paolo Giordana, ex braccio destro di Chiara Appendino, e il notaio Andrea Garelli, che per incontrare Renzi venerdì ha organizzato un pranzo per 250 imprenditori all’hotel Principi di Piemonte.
Andrea Giambartolomei

 

Lombardia
L’ex vice di Pisapia e il “brand” Mattia Mor (nei ritagli di tempo tra le apparizioni tv)

La più nota dei renziani a Milano è Ada Lucia De Cesaris, ex vicesindaco di Giuliano Pisapia, da cui – fumantina qual è – è scappata sbattendo la porta quando il sindaco non l’ha scelta come suo successore. È tornata a fare l’avvocato, con qualche caduta di stile: oggi assiste le aziende con cui ha trattato da assessore all’urbanistica. Partner dello studio legale AmmLex, fondato dal ciellino Guido Bardelli, lavora per esempio per l’Inter che con il Milan vuole costruire lo stadio sui terreni comunali a San Siro. Altro renziano alla milanese è Mattia Mor. Come poteva non esserci? Mattia a Matteo deve tutto. Lo ha candidato a Milano contro tutto il partito (e perfino contro Giuseppe Sala). Ora fa il parlamentare, ma si presenta come “imprenditore” e manager del gruppo Alibaba. In realtà, ha cercato d’impiantare un’azienda per vendere magliette all’estero (Blomor), fallita miseramente, lasciando un buco da 2,2 milioni di euro. Le sue imprese più riuscite sono le apparizioni tv: tra i “boys” di Simona Ventura a Quelli che il calcio, “tronista” a Uomini e donne, al Grande Fratello 10. “La tv era un modo per fare marketing del mio brand”, ha spiegato. C’è riuscito.
Gianni Barbacetto

 

Liguria
La Paita per adesso non fa il pienone In arrivo rinforzi dal centrodestra

IIl partito di Matteo Renzi per il momento non ha sfondato in Liguria. Finora a guidare la nuova compagine è Raffaella Paita, parlamentare e candidata presidente alla Regione nel 2015 che ha portato con sé parte del Pd spezzino (l’altra resta con Andrea Orlando, originario della stessa città).
A Renzi va un po’ meglio in Regione dove Italia Viva vedrebbe – la compagine è sempre in via di formazione – schierati Juri Michelucci e Valter Ferrando.
C’è poi l’ex sindaco di Sarzana, Alessio Cavarra, e la segretaria provinciale del Pd di La Spezia, Federica Pecunia. Si avvicinano a Renzi anche l’ex senatore Claudio Gustavino; poi Massimiliano Morettini, ex assessore della sindaca di Genova Marta Vincenzi, e Victor Rasetto, ex segretario Pd di Genova.
A Savona tra gli anche l’ex consigliere regionale Nino Miceli.
Ma la sirena di Renzi si dice stia tentando più di un rappresentante del centrodestra ligure guidato da Giovanni Toti. Tra gli altri anche Ilaria Caprioglio, sindaca di Savona, moderata, che pare sempre più a disagio con i turbo leghisti savonesi.
Ferruccio Sansa

 

Emilia-Romagna
Da Rimini arriva l’alfaniano Pizzolante Resta con lui anche il teologo Zacchiroli

Quasi scontato il passaggio del bolognese Benedetto Zacchiroli, l’uomo ombra di Matteo Renzi quando stava al Governo. Fra i suoi più stretti collaboratori, il teologo attualmente è sotto contratto con Palazzo Chigi come responsabile dei rapporti tra Stato e confessioni religiose fino a marzo 2020. Isabella Conti, giovane sindaca del ricco comune bolognese di San Lazzaro rieletta con l’81% dei voti. I problemi con il Pd nascono quando blocca un maxi-progetto urbanistico denunciando pressioni e minacce. Finirono indagati (l’inchiesta fu poi archiviata) amministratori dem e di Legacoop e lei dichiarò di essersi sentita abbandonata: “Solo Renzi mi chiamò”. Diversi consiglieri a Parma e provincia, su Modena Franco Maria Tonelli, eletto solo lo scorso marzo nell’assemblea nazionale del Pd, mentre a Reggio Emilia ha già aderito Maura Manghi, ex consigliera comunale e presidentessa del collegio dei notai, critica sul “giustizialismo strisciante di molti dirigenti”. In regione c’è già stata anche un’adesione dall’area del centrodestra, quella del riminese Sergio Pizzolante, ex deputato per tre legislature con Forza Italia, poi Nuovo Centrodestra di Alfano e Civica Popolare con la Lorenzin.
Sarah Buono

Anche le sardine s’incazzano

Per il Pd che insegue la piazza di Bologna, è una fortuna che l’ultima riunione di maggioranza sulla giustizia fosse a porte chiuse. Se le 12-13 mila “sardine” avessero assistito a quel vertice, avrebbero perso il sorriso a causa di un fastidioso prurito alle mani. Si discuteva della Spazzacorrotti, in vigore da un anno, che bloccherà la prescrizione dei reati commessi dopo il 1° gennaio 2020 dalla sentenza di primo grado. Uno stop fin troppo prudente, infatti il Pd nel 2014 lo voleva dal rinvio a giudizio. Per farla finita con l’amnistia riservata ai colpevoli ricchi e potenti che ancora l’altro giorno ha salvato quattro medici complici dell’omicidio Cucchi. Il ministro Bonafede s’è sentito dire da Pd e renziani che la blocca-prescrizione va bloccata perchè: 1) l’ha votata anche la Lega; 2) se scatta dal 1° gennaio, senza la riforma dei tempi dei processi, avremo migliaia di imputati a vita; 3) i 5Stelle sono soli contro tutti (Pd-Iv-FI-Lega-FdI).

Tre cazzate al prezzo di una. 1) La blocca-prescrizione l’ha imposta il M5S alla Lega, che non ne voleva sapere: infatti, dopo averla votata, Salvini chiese di cancellarla e subito dopo rovesciò il Conte 1. 2) La decorrenza 1° gennaio 2020 non riguarda i processi, ma i reati: prima di vedere una prescrizione bloccata, bisogna attendere che i reati vengano commessi e poi che si facciano le indagini, le udienze preliminari e i processi di primo grado fino alle sentenze. Dunque i primi effetti si avranno fra 3-4 anni: in tempo per varare il ddl che contingenta i tempi dei processi, con sanzioni disciplinari per i giudici che perdono tempo per dolo o colpa. Ddl che Bonafede ha inviato 50 giorni fa agli alleati perchè lo emendassero, cosa che nessuno ha fatto: quindi se non è ancora legge è colpa di chi piagnucola perchè non è ancora legge. 3) I 5Stelle soli contro tutti (a parte LeU) dimostrano che il punto 1 è una bufala: quella non è una legge leghista. I veri leghisti, e pure berlusconiani, sono i dem e i renziani che la pensano come Salvini e B.: minacciano financo di votare il ddl salva-prescrizione del forzista Costa (ammesso e non concesso che riescano ad approvarlo alla Camera e al Senato entro il 31 dicembre). Del resto Pd&Iv si battono con Lega&FI anche contro le manette agli evasori e per lo scudo impunitario a chi vuol continuare a uccidere Taranto e gli operai dell’ex-Ilva. Se così pensano di dialogare col movimento di Bologna, che già espone striscioni tipo “Lega e Pd: due facce della stessa medaglia”, auguri. Ma al loro posto ci terremmo lontani dalle piazze: le sardine potrebbero riconoscerli.

Di cognome fa Bertoli, ricorda tanto il padre

Alberto Bertoli è un professionista serissimo. Lunga gavetta, umiltà, serietà e nessuna voglia di inseguire scorciatoie tipo reality o altre anticaglie. Tanti concerti su e giù per l’Italia, a volte accettando cachet per nulla all’altezza di lui e della sua band. Fare musica, oggi, è dura. Anzi durissima. Esser figlio d’arte è poi una fortuna apparente, perché se da una parte ti apre le porte dall’altra te le chiude. Alimentando, per giunta, aspettative enormi “nel nome del padre”. Lo sa bene Cristiano De André, polistrumentista e cantante di primaria grandezza. Lo sa eccome Filippo Graziani, talento anomalo e un po’ pazzo proprio come il mai abbastanza ricordato Ivan. E lo sa Alberto, sognatore rosso e rigoroso come l’amato (e pure lui mai troppo ricordato) Pierangelo. In questo suo nuovo Stelle, popolato da inediti e due cover di papà, Alberto mette in fila le sue non poche doti e la sua nitida visione delle cose. La voce, plasticamente e palesemente, conferma che il Dna non è un’opinione.

La musica è una sorta di trait d’union tra Bertoli Senior e Luciano Ligabue, e pure questo non stupisce. Per almeno due motivi. Il primo è che Ligabue fu adocchiato e lanciato, quando non si conosceva neanche da solo o quasi, proprio da Pierangelo Bertoli che ne interpretò due brani nei suoi dischi (con tanto di duetto). Il secondo è che, per un quarantenne o giù di lì nato a Sassuolo, Ligabue resta l’idea più naturale e perfino istintiva di rock all’italiana. Pare così inevitabile, per questo nativo d’America e d’Emilia (parafrasando Fernanda Pivano), ripensare subito al Bar Mario del Liga quando ci si imbatte nella iniziale Matto al bar. Mistero per me si muove agile nel solco del rock d’autore, mentre Cervia è indiscutibilmente un episodio di chiaro pregio (e pure commercialmente forte, se solo qualche radio avesse la voglia e dignità di andare oltre le solite messe mal cantate che ci costringono ad ascoltare).

Il livello non scema nella delicata ballata Giulia, come pure nella quasi parlata Vuoto a perdere. Il disco si dipana tra ritratti del sud (Meridione mon amour) e la trasognata title track. Se Alberto omaggia tra le righe il padre in ogni nota e parola, con affetto e onestà intellettuale, lo fa dichiaratamente nelle riproposizioni di Eppure soffia e Spunta la luna dal monte. La seconda cerca e trova un’originalità garbata che ridoni vita a una canzone semplicemente perfetta, la prima è un tributo riuscito a uno strepitoso manifesto ante litteram. In un paese minimamente normale e musicalmente poco rincoglionito, e non parlo quindi dell’Italia di oggi, Stelle sarebbe un disco di cui molti parlerebbero e Alberto Bertoli un artista molto più noto di quanto già non sia. Tocca aver pazienza. Tocca aspettare che spiova. E, nel frattempo, salvarsi con qualche buon disco. Tipo questo.

Da “Shakespeare & C.” Pound riparava sedie, Ernest pagava

Passeggiando per Rue de l’Odéon, nel 6° arrondissement di Parigi, al numero 12 potrebbe felicemente accadere d’inciampare su una targa commemorativa recante questa iscrizione: “En 1922 dans cette maison, M.lle Sylvia Beach publia ‘Ulysses’ de James Joyce” (Qui, nel 1922, Sylvia Beach pubblicò Ulisse di James Joyce”).

Sono passati cento anni – con un conflitto mondiale di mezzo – da quando il 19 novembre del 1919 apre le sue porte la libreria più famosa al mondo, la Shakespeare and Company (all’inizio, al numero 8 di Rue Dupuytren, poi su Rue de l’Odéon), che oggi viene ricordata a Bookcity, al Circolo dei lettori di Milano, con la presentazione del memoir della stessa Beach, Shakespeare and Company (uscito da Neri pozza qualche mese addietro). Quel novembre, da una sbarra di ferro al di sopra della porta, pendeva come insegna un faccione del caro William. Sulla vetrina di destra, la scritta (inavvertitamente sbagliata da un tintore polacco) “Bookhop” al posto di Bookshop; su quella di sinistra, “Lending Library”. Esposti, perché li vedessero o li scoprissero i passanti, volumi di Geoffrey Chaucer, T.S. Elliot, Jerome k. Jerome, e Shakespeare ovviamente. Dentro, tra i mobili d’antiquariato presi al marché aux puces, scansie e scansie di libri inglesi di seconda mano, letteratura americana contemporanea e molta, moltissima poesia. Alle poche pareti libere, erano appesi un bellissimo specchio antico quasi all’ingresso, due disegni di William Blake, fotografie di Edgar Allan Poe e di Oscar Wilde (quest’ultimo, in brache di velluto), e alcuni fogli manoscritti di Walt Whitman.

Ad aprirla è una giovanissima americana, Sylvia Beach, giunta a Parigi seguendo le orme delle tante americane saffiche che trovano a Parigi un luogo dove essere libere: la ballerina Isadora Duncan, la poetessa Natalie Clifford Barney, la scrittrice Gertrude Stein e la di lei compagna, l’artista Alice B. Toklas (tra le altre). Cruciale, per Sylvia, è l’incontro nel marzo 1917 con Adrienne Monnier, illuminata fondatrice della Maison des amis des livres, specializzata in letteratura francese, che diverrà oltre che l’innesco dell’avventura imprenditorial-libraria anche la sua compagna di vita.

In quella Parigi degli anni Venti, arrivano tutti: Picasso e Modigliani, Hemingway e Colette, poiché “chiunque volesse cambiare il mondo, nel 900,” scrive la Stein, “doveva venire a Parigi”. E anche Sylvia vuol cambiare il mondo. Così, tra un pranzo al Cafè de la Paix e una cena allo storico Le Procope, il temperamento di Sylvia e la ricercatezza della sua libreria fanno sì che anche essa diventi un centro nevralgico della cultura bohémienne: Hemingway si dichiara il suo miglior cliente, Ezra Pound si offre di riparare una sedia. Beach diventa amica di Paul Valéry che ricorda “scherzoso, nel suo inglese peculiare”, e ovviamente di James Joyce, di cui fu la prima editrice. Le cose andarono così: la celebre opera dell’irlandese era ritenuta così scandalosa che, oltre a esser rifiutata dagli editori (tra tutti, Leonard e Virginia Woolf), ne venne stoppata anche la pubblicazione a puntate sulla rivista The Egoist. Sylvia ne intuì il valore letterario e pubblicò l’Ulysses in mille esemplari. Il 22 febbraio 1922, nelle vetrine della libreria campeggia il blu della copertina (“come il mare della Grecia” così volle Joyce): un’opera all’epoca messa al bando in Inghilterra e in America, ma di cui il mondo le sarà infine grato.

Oggi, la Shakespeare and Company che incontriamo al 37 di Rue de la Bûcherie, non è quella di Sylvia (che chiuse dopo l’invasione dei tedeschi), ma è in qualche modo una sua discendente poiché quando l’americano George Whitman la aprì (chiamandola dapprima Le Mistral) e in pochi anni diventò il ritrovo degli autori della Beat Generation, si ispirò all’epopea della Beach che, ancora in vita, gli concesse ammirata il diritto di adoperarne il nome. Oggi, a dirigerla, c’è la figlia di George che, non a caso, si chiama proprio Sylvia.

Nel “Giorno di pioggia” Allen fa splendere il sole

Mannaggia a loro. Gli americani, Amazon, il #MeToo e spauracchi correlati. Mannaggia a loro, che quest’ultimo di Woody Allen l’hanno bistrattato, censurato, cassato. Grave, qualunque film fosse, gravissimo, ché su A Rainy Day in New York splende il sole del Cinema.

Se il buongiorno, appunto, si vede dal mattino, ecco alcune battute del prologo: “Mio padre conosceva una delle banche di suo padre in Arizona, e naturalmente con quelle credenziali familiari mia madre vuole che ci sposiamo, senza averla mai vista”; “Ti piacerà Soho. Era pieno di persone creative. Poi è diventato commerciale e costoso, quindi tutti i creativi si sono trasferiti a Tribeca. Ma poi è diventato costoso, quindi si sono spostati tutti a Brooklyn. La prossima mossa è tornare dai propri genitori”; “Ho visto tutti i classici americani, in particolare gli europei. Kurosawa è il mio preferito”; “Sei uno spirito creativo libero. Come Van Gogh, Rothko o Virginia Woolf. Certo, si sono tutti suicidati”; “Una cosa su New York City: sei qui o non sei da nessuna parte. Non puoi raggiungere questo livello di ansia, ostilità e paranoia da nessun’altra parte”; “Che diavolo c’è negli uomini attempati da renderli così attraenti per le donne? Cosa c’è di sexy nella perdita di memoria a breve termine?”. Bontà nostra, Un giorno di pioggia a New York arriva nelle sale italiane il 28 novembre grazie alla benemerita Lucky Red, che non s’è piegata all’iconoclastia del #MeToo: “Abbiamo distribuito La ruota delle meraviglie nel 2017 e avevamo un accordo anche per questo titolo: l’ho confermato e mantenuto”, aveva dichiarato al Fatto il patron Andrea Occhipinti.

Tutto è bene quel che finisce bene? Macché, la merda che Allen s’è dovuto mangiare non è poca, e i titoli di coda di questa brutta storia ancora non si vedono. Dopo averne tenuto a battesimo due film e la serie Crisis in Six Scenes, Amazon aveva deciso di non portare in sala e streaming il suo quarantesimo lungometraggio A Rainy Day, né di finanziare, produrre o distribuire altre opere del regista, sicché Woody aveva intentato causa per 68 milioni di dollari, imputando agli Studios “vaghe ragioni” per disdire il contratto, ovvero “un’accusa infondata di 25 anni addietro”. Eravamo, e purtroppo siamo, alle solite, le supposte molestie all’ex figlia adottiva Dylan Farrow, per cui Allen è già stato processato due volte quasi trent’anni fa e scagionato, ricicciate fuori in epoca #MeToo senza nuovi elementi.

La causa ad Amazon è stata ritirata alcuni giorni fa, presumibilmente dopo un accordo extragiudiziale, ma anche con gli attori non è filata liscia. Protagonista Timothée Chalamet, al suo fianco Elle Fanning, nel cast all star Selena Gomez, Jude Law, Diego Luna, Liev Schreiber, Rebecca Hall, Suki Waterhousem e Kelly Rohrbach,sono tutti in gran forma, però non tutti riconoscenti, tantomeno solidali: alla recrudescenza delle accuse, la rising star Chalamet (Call Me by Your Name) e la pop star Gomez si sono prontamente dissociate dal regista e hanno deciso di devolvere il proprio cachet a Time’s Up e altre associazioni a tutela delle donne, lasciando il solo Law, che addebita ad Amazon una “onta terribile”, a cantare fuori dal coro. Insomma, l’amaro in bocca c’è, ma per gli occhi A Rainy Day è una gioia: nel corpus alleniano degli anni Dieci, se la vede con il solo Blue Jasmine, a cui pure lo preferiamo.

Mentre l’ottantatreenne regista ha già in post-produzione il cinquantesimo Rifkin’s Festival, la giornata piovosa di Gatsby (Chalamet), un fighetto newyorchese che dirime tra Denis de Rougemont e Ortega Y Gasset, tra Beowulf e Grendel, un rampollo dell’Upper East Side un po’ nomen omen e un po’ giovane Holden, un alter ego abbellito di Woody per quanto è nevrotico, critico e intelligente, e della sua fidanzata giornalista di Tucson, Arizona Ashleigh (Fanning) è rischiarata dalle luci di Vittorio Storaro, sollevata dall’aria di casa e pervasa dall’ironia del Nostro, che tra Met e Central Park, partite a poker e pompini al Bar-Mitzwah, escort ed “esco a fare due passi” infila una perla dopo l’altra.

Ispirato Romantico Stomp, A Rainy Day mette il cinema nel cinema, però con la leggerezza – si fa per dire – del coté privato e l’estemporaneità del flirt (Schreiber, Law e Luna incarnano, rispettivamente, “l’amore spirituale, intellettuale e fisico” per Ashleigh), e rimette il Cinema nel Cinema di Allen. Probabilmente, non troverà mai il buio in sala tra Los Angeles e Boston, e ben gli sta agli americani perduti dal #MeToo.

 

L’ambasciatrice Yovanovitch depone, Trump: “Crea problemi”

L’ex ambasciatrice degli Usa a Kiev, Marie Yovanovitch, rimossa da Donald Trump perché “è una che crea problemi”, ha appena iniziato a parlare alla Commissione Intelligence della Camera che il presidente l’attacca su Twitter: “Dovunque è stata, le cose sono andate male. Cominciò in Somalia, e lì come è finita? E poi in Ucraina, dove il nuovo presidente me ne ha parlato male”.

Insomma, se il mondo gira storto è colpa di Marie. L’attacco di Trump, mentre l’ambasciatrice pare “sorpresa e devastata” delle critiche, suscita sdegno bipartisan. Il presidente della Commissione Adam Schiff dice alla Yovanovitch: “Il presidente la sta attaccando in tempo reale e qui prendiamo molto sul serio le intimidazioni ai testimoni”. La Fox, la tv amica di Trump, parla di “punto di svolta” nell’inchiesta, perché la sola intimidazione potrebbe valere l’impeachment. E l’ambasciatrice diventa un’eroina, dopo essere già divenuta un hashtag su Twitter, #GoMasha, quando s’era saputo che il presidente l’aveva definita “sgradevole” al telefono con l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky. In udienza pubblica, Yovanovitch ripete quanto aveva detto a porte chiuse: “La strategia politica Usa sull’Ucraina è stata gettata nel caos”. Yovanovitch, a Kiev dal 2016, fu silurata in primavera perché non condivideva la linea della Casa Bianca del quid pro quo, un’inchiesta per corruzione sui Biden sollecitata da Trump in cambio di aiuti militari. Per distrarre l’attenzione da una delle audizioni più pericolose di questa indagine, la Casa Bianca diffonde la trascrizione d’una prima telefonata tra Trump e Zelensky, il 21 aprile, subito dopo l’elezione dell’attore a presidente: uno scambio di battute innocuo. Trump chiamò Zelensky dall’Air Force One per congratularsi per la sua vittoria.

I conservatori e la guerra dei Griffiths

Nelle foto di prima, quando avevano ancora un futuro insieme, Kate e Andrew Griffiths sembrano felici. Quarantenne ex banchiere, lui era un promettente deputato Tory, eletto nella circoscrizione di Burton, East Stafforshire, saldamente in mano ai conservatori. Non proprio, o non ancora, la prima linea del partito, ma sta scalando la gerarchia, è stato capo dello staff di Theresa May e, prima della caduta, è un volenteroso sottosegretario alle piccole imprese.

Nell’aprile del 2018 hanno la prima figlia, Alice Harriet. Poche settimane dopo, a luglio, la vita perfetta implode. Il Sunday Times rivela che Griffiths ha bombardato con 2.000 messaggi a sfondo sessuale in 21 giorni due elettrici conosciute sui social, una giovane barista e una sua amica, a cui avrebbe anche inviato 700 sterline in cambio di foto erotiche. Beccato, lui ammette, chiede scusa, racconta di avere problemi mentali, rivela di essere stato abusato sessualmente a 8 anni da un quindicenne, ed è costretto a dimettersi. Finisce in ospedale psichiatrico per un mese. Politicamente è finito, e psicologicamente non se la passa meglio: rivela di avere considerato il suicidio, scartandolo per amore della figlia. Kate non empatizza: lo molla il giorno stesso delle rivelazioni. Ma invece di fare la vittima passa al contrattacco.

Complice anche l’intuizione di qualche oscuro ma geniale dirigente di partito, diventa lei, a sorpresa, la candidata Tory alle prossime elezioni politiche, al posto del marito impresentabile. Ha esperienza politica? Zero, ma è una giovane madre single con una bimba di poche settimane, umiliata dal marito fedifrago, e gli elettori di Burton la adorano. Lui nel frattempo è stato scagionato dall’inchiesta interna, perché almeno il sexting non lo faceva in orario di lavoro. Pur col capo cosparso di cenere, ha però l’ardire di ricandidarsi. Martedì sera una delegazione di iscritti della circoscrizione elettorale lo boccia e sceglie Kate. Ora, pentitissimo, dichiara di sostenere la candidatura della ex moglie, che risponde gelida, tramite stampa: “La nostra relazione è finita il giorno stesso in cui ho saputo e il divorzio è in dirittura d’arrivo. Non posso dire di più perché la causa è in corso, ma voglio chiarire che non ho cercato, e non accetto, la sua offerta di supporto politico”.

E ancora, tanto per rincarare: “Questi 18 mesi sono stati i più duri della mia vita […] ma ho scoperto in me una forza e una capacità di reazione che non immaginavo di avere”. Ergo, la sua campagna sarà improntata sul sostegno alle donne vittime di abusi domestici, perché: “Non sono una politica di professione, ma a volte la vita ti regala l’opportunità di fare qualcosa di buono per la tua comunità e fare davvero la differenza in un campo che ti appassiona”.

L’ironia, nella tragedia: quando aveva ancora poteva sorridere, Andrew era stato fra i più attivi sostenitori di Women 2 Win, campagna dei conservatori per avere più donne in Parlamento.