Il video è concitato, teso, le facce livide nella notte. In controluce si vede la ministra cinese della Giustizia Theresa Cheng Yeuk-wah pressata da un gruppo di manifestanti, una trentina, alcuni con una maschera sul viso. Sembrano riuscire a toccarla, le bloccano il passaggio malgrado la presenza di uomini della sicurezza. Un coro di “Shame on you!!!” “Vergogna!” Poi una voce stridula di donna che grida: “Hai visto la gente morire? L’hai vista?”. E ancora: “Assassina!”, poi uno degli slogan del movimento di protesta pro-democrazia che da mesi combatte contro il regime cinese a Hong Kong: “Cinque richieste, non una di meno”.
Si vede Cheng cadere a terra, non è chiaro se per una spinta o se è inciampata nella fuga. La piccola folla grida: “Bloccate il passaggio!” Lei si rialza, ripara in un portone.
È il primo caso di scontro diretto fra una alta funzionaria del governo hongkonghese e manifestanti pro democrazia.
Ma siamo nel centro di Londra, non a Hong Kong. Cheng era qui in visita, a capo di una missione di promozione dell’ex colonia britannica come foro di dispute internazionali: tempismo demenziale, dopo sei mesi di proteste di massa, ormai da settimana non più pacifiche, nella capitale asiatica. I manifestanti l’hanno intercettata mentre era attesa a un evento organizzato dal Chartered Institute of Arbitrators, a Bloomsbury. Cheng è una figura particolarmente odiata, perché considerata fra gli artefici della riforma della legge sull’estradizione che ha innescato le proteste. E la polizia britannica non ha potuto che aprire un’inchiesta sui fatti, anche se per ora non ci sono arresti: la pressione del governo di Hong Kong è stata immediata, con un primo durissimo comunicato dell’Ambasciatore a Londra Liu Xiaoming, diffusa dopo la visita alla Cheng che nella caduta si sarebbe ferita a una mano: “Esprimiamo forte indignazione e condanniamo senza riserve gli attivisti, che si sono organizzati online per commettere un clamoroso attacco a un alto funzionario del governo di Hong Kong. Ora stanno portando la loro violenza all’estero e nel Regno Unito. Questa azione deve essere condannata non solo da tutta la popolazione cinese ma anche dall’opinione pubblica britannica e dalla comunità internazionale all’unanimità”.
Rogna seria per la diplomazia britannica: secondo il quotidiano Guardian proprio mercoledì scorso Heather Wheeler, sottosegretario britannico per l’Asia e il Pacifico, aveva minacciato sanzioni contro gli individui responsabili di abusi dei diritti umani nel corso della repressione governativa delle proteste. Un piano d’azione concreto dopo mesi di dichiarazioni generiche. E Chris Whitehouse, del gruppo interparlamentare sulla crisi di Hong Kong, aveva dichiarato: “Quello che sta accadendo per le strade di Hong Kong non è un’azione di polizia finita male. Quando i poliziotti lanciano le loro motociclette contro folle di giovani manifestanti, l’intenzione è chiaramente di uccidere o ferire. Quando picchiano per 4 minuti, è chiaro che l’ordine arriva dall’alto. E il Foreign Office ha i mezzi per identificare i responsabili”.
Secondo Whitehouse le sanzioni, se approvate, potrebbe andare a colpire anche Carrie Lam, la governatrice di Hong Kong, che finora il governo britannico non ha condannato apertamente per timore che un eventuale successore inviato da Pechino possa usare un pugno ancora più duro. È di ieri la notizia dell’arresto di due studenti tedeschi di 22 e 23 anni durante in “un’operazione di dispersione” di un gruppo di manifestanti a Tuen Mun. Secondo il giornale tedesco Bild i giovani – in contatto con il Consolato – sono stati fermati in “un arresto a tappetto”. Intanto mesi di proteste, con il calo del turismo e il rallentamento delle attività economiche, avrebbero fatto precipitare la situazione economica, con Hong Kong ora ufficialmente in recessione per la prima volta in 10 anni.