La rivolta di Hong Kong all’ombra del Big Ben

Il video è concitato, teso, le facce livide nella notte. In controluce si vede la ministra cinese della Giustizia Theresa Cheng Yeuk-wah pressata da un gruppo di manifestanti, una trentina, alcuni con una maschera sul viso. Sembrano riuscire a toccarla, le bloccano il passaggio malgrado la presenza di uomini della sicurezza. Un coro di “Shame on you!!!” “Vergogna!” Poi una voce stridula di donna che grida: “Hai visto la gente morire? L’hai vista?”. E ancora: “Assassina!”, poi uno degli slogan del movimento di protesta pro-democrazia che da mesi combatte contro il regime cinese a Hong Kong: “Cinque richieste, non una di meno”.

Si vede Cheng cadere a terra, non è chiaro se per una spinta o se è inciampata nella fuga. La piccola folla grida: “Bloccate il passaggio!” Lei si rialza, ripara in un portone.

È il primo caso di scontro diretto fra una alta funzionaria del governo hongkonghese e manifestanti pro democrazia.

Ma siamo nel centro di Londra, non a Hong Kong. Cheng era qui in visita, a capo di una missione di promozione dell’ex colonia britannica come foro di dispute internazionali: tempismo demenziale, dopo sei mesi di proteste di massa, ormai da settimana non più pacifiche, nella capitale asiatica. I manifestanti l’hanno intercettata mentre era attesa a un evento organizzato dal Chartered Institute of Arbitrators, a Bloomsbury. Cheng è una figura particolarmente odiata, perché considerata fra gli artefici della riforma della legge sull’estradizione che ha innescato le proteste. E la polizia britannica non ha potuto che aprire un’inchiesta sui fatti, anche se per ora non ci sono arresti: la pressione del governo di Hong Kong è stata immediata, con un primo durissimo comunicato dell’Ambasciatore a Londra Liu Xiaoming, diffusa dopo la visita alla Cheng che nella caduta si sarebbe ferita a una mano: “Esprimiamo forte indignazione e condanniamo senza riserve gli attivisti, che si sono organizzati online per commettere un clamoroso attacco a un alto funzionario del governo di Hong Kong. Ora stanno portando la loro violenza all’estero e nel Regno Unito. Questa azione deve essere condannata non solo da tutta la popolazione cinese ma anche dall’opinione pubblica britannica e dalla comunità internazionale all’unanimità”.

Rogna seria per la diplomazia britannica: secondo il quotidiano Guardian proprio mercoledì scorso Heather Wheeler, sottosegretario britannico per l’Asia e il Pacifico, aveva minacciato sanzioni contro gli individui responsabili di abusi dei diritti umani nel corso della repressione governativa delle proteste. Un piano d’azione concreto dopo mesi di dichiarazioni generiche. E Chris Whitehouse, del gruppo interparlamentare sulla crisi di Hong Kong, aveva dichiarato: “Quello che sta accadendo per le strade di Hong Kong non è un’azione di polizia finita male. Quando i poliziotti lanciano le loro motociclette contro folle di giovani manifestanti, l’intenzione è chiaramente di uccidere o ferire. Quando picchiano per 4 minuti, è chiaro che l’ordine arriva dall’alto. E il Foreign Office ha i mezzi per identificare i responsabili”.

Secondo Whitehouse le sanzioni, se approvate, potrebbe andare a colpire anche Carrie Lam, la governatrice di Hong Kong, che finora il governo britannico non ha condannato apertamente per timore che un eventuale successore inviato da Pechino possa usare un pugno ancora più duro. È di ieri la notizia dell’arresto di due studenti tedeschi di 22 e 23 anni durante in “un’operazione di dispersione” di un gruppo di manifestanti a Tuen Mun. Secondo il giornale tedesco Bild i giovani – in contatto con il Consolato – sono stati fermati in “un arresto a tappetto”. Intanto mesi di proteste, con il calo del turismo e il rallentamento delle attività economiche, avrebbero fatto precipitare la situazione economica, con Hong Kong ora ufficialmente in recessione per la prima volta in 10 anni.

Morales non vale l’uranio russo

Ultimo dispaccio da La Paz: Morales fugge, i russi restano. Mentre il presidente decaduto scappava verso il Messico, che gli ha offerto asilo, Mosca chiosava contro “il colpo di Stato orchestrato” in Bolivia, ma allo stesso tempo riconosceva anche la nuova presidenza della senatrice Jeanine Anez. Il consigliere per gli Affari esteri del Cremlino, Sergej Ryabkov, inerpicandosi per il sentiero di questo paradosso, ha detto: “La Russia riconosce Anez presidente: fino alle prossime elezioni”.

In 13 anni da presidente, Morales ha visto le guglie di Mosca più volte e in più stagioni. Nel luglio scorso il latinoamericano ha ricevuto una laurea ad honorem dalla storica Università dell’Amicizia e ha stretto due mani: quella del presidente Putin e quella di Aleksey Likhachev, l’uomo che sta dietro il potere dell’atomo di Mosca, il capo della Rosatom, agenzia nucleare russa, spina dorsale della Federazione di Putin.

Mosca non ha riservato a Morales un destino ‘alla Maduro’. Lo scorso settembre al caudillo venezuelano in visita nella Capitale è stato ribadito che “la Russia sostiene le autorità legittime” e supporta ancora lui, satrapo resistente alla fame riottosa di Caracas e alla sfida di Guaidò. Maduro ha ricambiato donando a Mosca la sciabola di Simon Bolivar e la sede europea della compagnia petrolifera venezuelana Pdvsa, trasferendola da Lisbona alla Capitale russa.

Quando Morales è fuggito, Mosca non gli ha teso la mano ma soprattutto il capo del colosso atomico ha dichiarato che “nulla cambia nei piani di Rosatom”. Dietro questa breve frase di Likhachev c’è uno dei più grossi impianti, – valore 300 milioni di dollari – da costruire per la centrale nucleare di El Alto, nell’altopiano andino boliviano. La formula chimica della politica può cambiare, quella dei patti strategici e commerciali no, perché la troika russa intera è in Bolivia: oltre alla Rosatom, ci sono gli affari della Gazprom, agenzia petrolifera presente sul territorio dal 2010, e quelli della Rostech, industria militare, che deve fornire i suoi elicotteri all’esercito boliviano.

Dove mancano conferme ufficiali, intervengono le ipotesi degli analisti. I russi faranno tutto per scongiurare in Bolivia lo scenario sudafricano: quando i media accusarono il presidente dimissionario Jacob Zuma di ricevere aiuti da Mosca per favorire la costruzione di impianti, Zuma perse il Sudafrica e la Rosatom perse tutto con lui.

La storia dell’ancoraggio slavo nell’ecosistema sudamericano è cominciata quando una squadra di dieci specialisti della comunicazione, spin doctor stipendiati dalla Rosatom, sono arrivati a La Paz a giugno per compiere un lavoro di cui sono capaci solo troll, talpe, pubblicitari brillanti e spie. Questi manipolatori dell’informazione, che avevano già lavorato alle elezioni della Duma per Russia Unita, partito di Putin, hanno minato, con interventi capillari e mirati in rete, gli oppositori di Morales per assicurargli la vittoria al quarto mandato e per far brillare a suo favore quello che il presidente aveva definito in precedenza “una fogna”, cioè i social media. L’uomo che ha tirato i fili dell’operazione e ora non vuole che li taglino è Sergey Kiriyenko, ex capo di Rosatom, adesso alla testa dell’amministrazione Putin.

Morales ha perso nonostante la vittoria, quando sono cominciate a piovere pietre dei boliviani e accuse di frode elettorale dall’avversario Carlos Mesa. Ora, anche se la missione non è stata compiuta, Mosca deve rimanere nell’orbita sudamericana con pervicacia. Se Anez ha garantito al Cremlino qualcosa non si sa, ma è certo che se il socialista ha già perso la Bolivia, i russi non intendono seguire la stessa sorte. Dalla Bolivia i tentacoli atomici della Rosatom mirano al Cile, una delle sponde del triangolo andino dove si concentra l’85% del litio del pianeta.

Poiché nel buio autunno slavo le tv del Cremlino hanno improvvisamente cominciato a trasmettere dispacci latinoamericani, i russi si sono chiesti il motivo dello spostamento dell’ago della bussola di tutti i canali. La risposta data dalle agenzie statali è stata: “Non lasciare spazio agli Usa, evitare la pressione americana in Bolivia”.

Se Morales dovesse tornare dall’esilio messicano, “dovrà rispondere alla giustizia per frode elettorale e corruzione”, ha detto la presidente Anez. Il blogger anticorruzione Navalny ha commentato la notizia ricordando la foto di Morales e Putin che si abbracciano: “Un presidente corrotto che manteneva il potere con bugie e falsificazioni è scappato dal Paese: per il momento è quello sulla sinistra”.

Venezia, “L’Acqua alta” e il paradiso perduto dei libri

La libreria Acqua Alta non era la più bella libreria del mondo, come si è letto in questi giorni; era la più poetica, la più ineffabile, la più magica. Insomma, la più veneziana. Lo era e lo è ancora, nonostante la distruzione di tanti volumi. Forse questa morte per acqua doveva accadere. Era scritta. Nel fondaco dell’Acqua Alta i libri sono disposti in orizzontale, giacciono addormentati e non in piedi, sull’attenti, formano muraglie compatte e policrome. Al posto dei bancali c’è una gondola e qualche piano d’appoggio, in coerenza con la cosa più magica della libreria: le “imperdibili novità” si possono perdere. Anzi, si devono perdere: non ci sono proprio. Qui siamo in un piccolo cimitero dei libri dimenticati come quello de L’Ombra del vento di Carlos Ruiz Zafòn. I volumi sono piuttosto cari, specie se si considera il non eccellente stato di conservazione, ma in compenso sono tutti pezzi unici come sempre sono i vecchi libri usciti dai cataloghi, ma entrati nell’ordine del tempo. Pagine ingiallite dove trovi una dedica dell’autore, un appunto del lettore, una vecchia cartolina in bianco e nero di chissà chi. Li immagino colti nel sonno a tradimento, disfarsi nelle acque ferme e inesorabili della laguna. Sì, forse era scritto, come è scritto che altri nuovi vecchi libri torneranno ad adagiarsi sulle pareti dell’Acqua Alta. I libri di carta sono materiali e immateriali come gli uomini, come gli uomini nascono, invecchiano e muoiono, soggetti al ciclo delle maree.

Un antidoto per fermare l’odio e il razzismo

“Finché ci sono anticorpi (e ce ne sono), si deve reagire: nonostante l’irridente frastuono giornalistico proteso a enfatizzare le differenze tra ‘ora’ e ‘allora’. Mostrano di non sapere che anche ‘allora’ si scivolò per gradi”
(da “Fermare l’odio” di Luciano Canfora – Laterza, 2019 – pag. 9)

Dai campetti e dagli stadi di calcio alle aule parlamentari; dai talk show della televisione pubblica e privata alle radio anch’esse pubbliche e private; dai “giornaloni” ai giornalini padronali; dalle assemblee di partito a quelle di condominio o di circolo, c’è un’epidemia di odio sociale che va diffondendosi nell’Italia sovranista, xenofoba e razzista con un’escalation quotidiana allarmante: fino agli insulti e alle minacce contro la senatrice Liliana Segre, tanto da rendere necessaria una scorta di sicurezza. È una nube tossica che incombe sulla vita nazionale e inquina l’aria-che-tira. Una sindrome mediatica collettiva, uno stato latente di tensione e di nevrosi che minaccia di contagiare ognuno di noi, nell’ambiente domestico o in quello di lavoro, a casa, in ufficio, per strada.

Non è colpa soltanto della politica. I partiti, le loro correnti e sottocorrenti, i loro leader e leaderini, hanno certamente le colpe maggiori in quest’istigazione all’intolleranza e all’odio, fomentata dalle polemiche, dalle interviste, dai tweet e dai post su Facebook. E spesso i social media non fanno che amplificare una rissa verbale continua. Ma è chiaro che toccherebbe innanzitutto al ceto politico dare il buon esempio, privilegiando la ragione e la compostezza rispetto alla passione o alla partigianeria.

Nel breve e lucido saggio citato all’inizio di questa rubrica, a proposito della “demagogia xenofoba” e delle leggi razziali, l’autore ricorda quello che Umberto Eco definì efficacemente il “fascismo eterno”. Ecco, c’è indubbiamente un fondo istintivo di razzismo nei “buuu!” indirizzati ripetutamente a Balotelli, a Koulibaly o ad altri giocatori di colore negli stadi. E ancor più nell’insulto di una madre che ha gridato “negro di m…” contro un avversario del figlio durante una partitella fra bambini di dieci anni. Se poi un leader politico come Matteo Salvini commenta rozzamente che “un operaio dell’Ilva vale dieci Balotelli”, si assume la responsabilità morale di avallare o legittimare tali comportamenti.

“La vicenda degli spostamenti di masse umane coincide con la storia stessa del genere umano”, ricorda ancora Canfora. E questa storia, aggiungiamo noi, da che mondo è mondo tende progressivamente ad annullare o almeno a ridurre le disuguaglianze. Oggi si registra invece un trend contrario: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Ma questo non favorirà certamente né l’integrazione né tantomeno la convivenza pacifica. “Tra una decina d’anni – avverte l’autore del saggio – la previsione è di un altro miliardo di umani sul pianeta. Anche un ottuso sovranista riesce a intuire che la spartizione delle risorse, a cominciare dall’acqua, diventerà sempre più conflittuale”.

Quale può essere, dunque, l’antidoto (forse più che “l’antitesi”, come hanno fatto dire recentemente al presidente Mattarella gli estensori dei suoi discorsi)? Canfora ipotizza “una struttura federale euro-africana gravitante sul Mediterraneo, effettivamente paritaria, e in prospettiva, sempre più integrata”. In poche parole, più solidarietà e più equità. “L’utopia – conclude lo stesso autore – deve sposarsi col realismo e andare a lezione dalla storia”.

Ilva, servirebbe un piano di cura eco-tecnologica

Vorrei contribuire alla riflessione sul futuro di Taranto nella particolare prospettiva offerta dai beni comuni e dal cosiddetto pensiero sistemico. Si tratta in sostanza di vedere i fenomeni in chiave olistica e di medio-lungo periodo, prendendo in considerazione il massimo numero di variabili ed evitando contrapposizioni meccanicistiche, quale quella (purtroppo dominante il nostro dibattito) fra ambiente e occupazione.

A livello geopolitico ci troviamo in piena transizione capitalistica, col passaggio dal modello fordista e materiale a quello della conoscenza (immateriale), il che spiega l’atteggiamento di Mittal. La vecchia produzione industriale, con valore aggiunto sempre più basso e alta dannosità ecologica e sociale, si trasferisce progressivamente in periferia e sopravvive soltanto in concentrazioni transnazionali di capitale (e potere) tendenzialmente oligopolistico. Ciò sta capitando nella produzione di autoveicoli privati, e l’Italia, da buona semiperiferia depressa, segue questo stantio processo (merger fra Fca e Peugeot). A maggior ragione, ciò capita per la produzione dell’acciaio, il che spiega la sostanziale impossibilità di risanare Ilva. In un mercato oligopolistico saturo, un’Ilva sostenibile come progetto nazionale di produzione dell’ acciaio non sarà mai competitiva, in virtù di quei limiti allo sfruttamento di persone e ambiente che il nostro diritto ancora impone (di qui la questione dello scudo). Ilva continuerà a perdere denaro e avvelenare territorio e ambiente, con una ratio fra capitale investito e posti di lavoro fallimentare.

Le cose ovviamente erano ben diverse ai tempi di Mattei, quando l’“avara civiltà dell’ulivo” veniva sostituita dalla moderna industria fordista, devastando alcuni dei luoghi più belli del pianeta, come appunto Taranto. Oggi le condizioni (e lo stato delle nostre conoscenze) sono completamente diverse. La cosa più razionale è dunque liberarci di quell’inutile mostro (e di parecchi altri), sostituendolo con uno sviluppo innovativo che potrebbe far di noi un modello globale di avanguardia, come lo fu l’Ivrea di Olivetti. Un piano nazionale di cura e conversione ecologica del territorio parta da Taranto, la nostra più grande sfida.

È probabile che per smantellare Ilva, semplicemente modificando le mansioni degli attuali lavoratori, ci vorrebbero almeno 15 anni, un tempo sufficiente per accompagnare la gran parte dei lavoratori alla pensione senza tagliare neanche un posto di lavoro e smettendo immediatamente di avvelenare (con grande risparmio per la sanità pubblica). Un progetto del genere richiede innovazione e ricerca scientifica, cosa che produrrebbe un indotto tecnologico con relativa attrattiva per gli investimenti e produzione di brevetti (di grande valore in una fase in cui lo smaltimento di tecnologia obsoleta è un problema che riguarda tutte le economie avanzate).

Un nuovo distretto tecnologico ed ecologico attrarrebbe investimenti nel settore della conoscenza, dell’università, della sanità ecc. Non ci sarebbero limiti di diritto europeo per una prima importante iniezione di denaro pubblico in un tale progetto di smantellamento dell’Ilva. Certo non si potrebbe considerare aiuto di Stato l’eutanasia di un ciclope decrepito. Da quelle ceneri risorgerebbero però bellezza, lavoro e salute, gli elementi di una economia circolare della qualità in cui l’Italia potrebbe primeggiare nel mondo. L’articolo 43 della Carta, che consente di riservare a “comunità di utenti e lavoratori” il governo dei processi economici più importanti, offrirebbe la base costituzionale per evitare che tale nazionalizzazione si traduca in statalismo parassitario, ma al contrario sperimentazione avanzata di nuove istituzioni dei beni comuni. Occorre aprire un dibattito nell’interesse delle generazioni future.

L’Isis è oramai un’epidemia mondiale

Chi pensava che l’Isis fosse stato definitivamente debellato con la cancellazione del territorio dello Stato islamico a Raqqa e a Mosul grazie al coraggio dei peshmerga curdi, con l’aiuto però determinante dell’aviazione americana, si faceva delle pericolose illusioni.

I guerriglieri dell’Isis, come abbiamo visto nei giorni scorsi, sono presenti e attivi nelle alture intorno a Kirkuk. In ottobre, a causa dell’offensiva turca contro i curdi, sono fuggiti da un campo di prigionia curdo circa 700 guerriglieri Isis di cui si sono perse le tracce. Nei campi di prigionia curdi sono detenuti circa 11 mila miliziani dell’Isis, in uno di questi campi ce ne sono un migliaio, una vera e propria città quasi autonoma e non è affatto detto che questi prigionieri si siano tutti pentiti. Al contrario. In un notevole servizio che Sky ha dedicato a questo campo di prigionia è stato intervistato un adolescente, un bel ragazzino sui 14 anni molto somigliante all’Ahmed di L’età giovane, il quale non solo non si diceva pentito dei crimini dell’Isis, ma controbatteva punto per punto denunciando i crimini commessi dagli occidentali.

Ma l’Iraq e parte della Siria sono solo alcune delle aree della galassia Isis che è presente in molte altre zone del mondo. Gli Shebaab somali hanno giurato fedeltà al Califfato e l’hanno ribadita anche dopo la morte di Al Baghdadi. La storia degli Shebaab è assai simile, almeno in parte a quella dei Talebani afgani. Gli Shebaab avevano sconfitto i “signori della guerra” locali, non diversamente da quanto aveva fatto il Mullah Omar in Afghanistan, e conquistato la capitale Mogadiscio. Gli americani hanno fatto intervenire la vicina Etiopia cacciando gli Shebaab e mettendo al potere, more solito, un fantoccio. Adesso in Somalia c’è una sanguinosa guerra civile e gli Shebaab non avendo altri punti d’appoggio si sono aggregati idealmente, come abbiamo detto, all’Isis. In Nigeria è presente Boko Haram, la fazione più truculenta, ed è tutto dire, dell’Isis. Nel Mali del Nord, dopo uno sciagurato intervento militare della Francia, che è rimasto l’ultimo Paese coloniale in senso storico, gli islamici locali, prima pacifici, si sono radicalizzati giurando fedeltà al Califfato e alleati con i Tuareg, popolazione nomade, sostanzialmente laica, della regione. Ad andarci di mezzo, per ora, sono le popolazioni della zona rimaste animiste, in particolare i Dogon. Però Isis è dilagato anche in Niger e soprattutto in Burkina Faso come dimostrano vari attacchi avvenuti in questi Paesi. Isis è presente anche nel nord del Mozambico, nelle Filippine e addirittura nelle Maldive come raccontò, in un magistrale articolo per Il Fatto, Francesca Borri.

Ma la spinta più poderosa Isis la sta dando in Asia centrale, nelle aree tribali del Pakistan e soprattutto in Afghanistan. I Talebani, che non hanno nulla a che fare con l’Isis, anzi lo combattono perché la loro è una guerra d’indipendenza totalmente estranea alle folli ambizioni geopolitiche dello Stato islamico, come chiarì il Mullah Omar nel 2015 in una “lettera aperta” diretta ad Al Baghdadi (non a caso lo Stato dei Talebani si chiama Emirato islamico d’Afghanistan perché il Mullah non ha mai preteso, a differenza di Al Baghdadi e ora dei suoi successori, di essere un discendente di Maometto) avrebbero potuto facilmente contrastare l’avanzata dell’Isis perché pari per valentia guerriera conoscono molto meglio il territorio, che è il loro territorio. Ma costretti fra gli occupanti occidentali e Isis, dovendo combatterli entrambi, hanno dovuto cedere terreno e oggi i jihadisti sono arrivati a Kabul e puntano su Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan, cosa che preoccupa non poco la Russia di Putin che, in un modo un po’ più intelligente degli occidentali, ha riconosciuto ai Talebani lo status di gruppo politico e sostanzialmente lo stesso Emirato Islamico d’Afghanistan, mentre per gli americani i Talebani sono ancora e sempre dei terroristi e non dei legittimi indipendentisti. Isis è presente, con le sue milizie, anche in Libia, tanto che i mercanti di uomini se vogliono lasciare le coste libiche per fare il loro sporco lavoro devono pagare tangenti ai jihadisti.

Dopo il colpo di Stato del generale Abdel al-Fattah al-Sisi contro i Fratelli Musulmani, gruppo non estremista che aveva vinto le prime elezioni libere in Egitto, i Fratelli, o almeno una parte di essi, sono diventati a loro volta jihadisti e il Sinai è in mano loro tanto che oggi in quella che un tempo era una zona di spensierate vacanze nessun turista osa più avventurarsi.

Ma a parte gli errori, e anche gli orrori, commessi dagli occidentali in Afghanistan, in Libia, in Egitto, in Mali, la questione più preoccupante è un’altra. Isis è un’epidemia ideologica, sociale, esistenziale, che attira foreign fighters oltre che da alcuni Paesi musulmani, come la Tunisia, l’Algeria, il Marocco, anche dall’Europa e a volte, in questo caso, non sono immigrati di seconda o terza generazione ma europei a tutti gli effetti. Credo che il fenomeno dei foreign fighters dovrebbe essere analizzato più attentamente. Penso infatti che molto spesso si tratti di persone che non trovando più alcun valore nel modello di sviluppo occidentale, totalmente materialista, lo vanno a cercare altrove. Quando nacque lo Stato islamico guidato da Al Baghdadi con un suo governo, con un suo territorio, con una sua popolazione, che sono gli elementi costitutivi di uno Stato, io avanzai la proposta che allora pareva folle e persino filo-jihadista (Il Gazzettino, 29 agosto 2014) di riconoscerlo. Perché trattare con uno Stato è sempre possibile, con una galassia di jihadisti, quale è oggi Isis, no.

Mail box

 

Caso Cucchi, la giustizia ha dimostrato di esistere

Sono stati condannati a 12 anni per omicidio preterintenzionale i due carabinieri coinvolti nella morte di Stefano Cucchi. Dopo 10 anni di estenuanti battaglie la sorella Ilaria, incrollabile e determinata, ha avuto giustizia. Per Stefano e i loro genitori. Dopo la sentenza un carabiniere, visibilmente commosso, ha fatto il baciamano a Ilaria. Per omaggiare il suo coraggio. La sua tenacia. Questa sentenza segna la fine di un incubo anche per Francesco Tedesco, il carabiniere assolto che con le sue dichiarazioni ha indicato le responsabilità ed i responsabili del pestaggio del giovane Stefano. Si è così conclusa una triste pagina di cronaca italiana con il trionfo della giustizia. Ho sentito molte polemiche inerenti questa vicenda. Certo Stefano ha sbagliato ma avrebbe dovuto pagare in base a ciò che prevede la legge e non in questo modo. Quindi reputo queste polemiche miopi ed inconsistenti.

Cristian Carbognani

Gentile Cristian, solo due precisazioni: Tedesco è stato assolto dall’accusa di omicidio preterintenzionale e condannato per falso, ma è vero che – pur tardivamente – la sua testimonianza è stata fondamentale. Lei sostiene, poi, che si sia conclusa una pagina di cronaca. Purtroppo non è ancora così, siamo solo alla sentenza di primo grado. Ilaria, Fabio Anselmo e la famiglia Cucchi dovranno combattere ancora. Ma stavolta, certo, con una fiducia maggiore nello Stato.

Si. D’O.

 

Salvini al governo, pericolo da non sottovalutare

Nelle ultime settimane il sociologo Luca Ricolfi, ma anche altri osservatori, hanno fatto cenno più volte alla sopravvalutazione del pericolo costituito dall’eventuale avvento di Salvini e della Lega al governo. Non sono d’accordo. Il pericolo Salvini era, e rimane, reale. Basta ricordare la chiusura dei porti alle navi che cercavano di salvare i migranti che rischiavano di affogare, la richiesta di avere i pieni poteri, l’alleanza con le peggiori forze sovraniste europee, il rapporto privilegiato con Putin, il feeling con i fascisti di Casapound e Forza Nuova e con gli ultras delle curve, il tentativo di far passare l’autonomia differenziata per le regioni del Nord, ecc. La preoccupazione era, e rimane, giusta.

Franco Pelella

 

Carcere, per i permessi serve l’idoneità psicologica

L’ergastolano che ha ferito gravemente un anziano a Milano a seguito della concessione di una licenza premio merita una grande attenzione. Qualunque governo ha il dovere di risolvere i problemi della ordinaria amministrazione e fra questi non può certamente mancare quello primario della Giustizia. È pur legittimo concedere un permesso premio ma è altrettanto legittimo, prima, valutare rigorosamente anche le condizioni psicologiche del soggetto beneficiato.

E questo pesante fardello giuridico cade proprio sul Giudice di Sorveglianza la cui funzione è estremamente importante e delicata anche sotto il profilo della discrezionalità per valutare la concessione di pene alternative.

Nicodemo Settembrini

 

Il Tav non salverà le città italiane dai disastri

Venezia allagata! E il Mose? Non doveva servire proprio ad evitare questo fenomeno? Tutti i miliardi che è costato a cosa sono serviti?

Matera è allagata! Quando piove più o meno forte succedono costosissimi disastri in Italia. Però facciamo il Tav. Bella roba. Dovrebbero vergognarsi tutti quelli che hanno votato sì. Vergogna!

Nuccio Raffa

 

Qualche consiglio al governo per potersi rafforzare

Il governo Conte è il migliore che abbiamo, ma deve diventare un governo più forte, attraverso questi provvedimenti: massima difesa della legalità e della sicurezza dei cittadini, magistrati e forze dell’ordine piu forti e più rigorosi meno pietismo, tolleranza zero e severa applicazione della legge; lotta dura contro la corruzione e la mafia, specie dei colletti bianchi; tagliare spese ed enti inutili, far funzionare bene la Pubblica amministrazione; restituire l’immagine dell’Italia all’estero; infine rafforzare la Ue.

Rinaldin Franco

 

Contro il male del mondo servono coscienze rinnovate

Ma perché è così difficile vivere in pace? Le offese a Liliana Segre, l’incendio doloso che ha distrutto la libreria Pecora Elettrica e il Braka Bistrot perché solidale con la libreria, il Giardino dei Giusti di Milano deturpato con scritte di vernice rossa, 80 lapidi vandalizzate in un cimitero ebraico in Danimarca sono la dimostrazione che, purtroppo è sempre vivo l’odio dell’uomo contro l’uomo. Il male non sosta, tutt’altro. Dovrebbero essere le coscienze a parlare, ma coscienze nuove, totalmente rinnovate, interiormente rinnovate. Da tutti noi dovrebbe uscire una sola parola, un solo pensiero, un solo grido: pace!

Raffaele Pisani

Mar Ligure. La cessione alla Francia resta un rischio? Dipende dal Parlamento

Perché Gentiloni ha ceduto alla Francia di Macron (l’operazione deve ancora, per fortuna, essere ultimata) una parte dei Mar Ligure molto pescoso e con un importante giacimento di idrocarburi individuato di recente? Quale è stato il beneficio per l’Italia da questa apparentemente svantaggiosa operazione? Nessuno ne parla, ma intanto la Francia con il tacito consenso dell’Ue va per la sua strada; e ha già arrestato, anche se per poche ore, pescatori italiani che hanno sempre pescato in quelle acque. Perché si parla sempre e solo del miliardario indiano Mittal e quasi mai del suo socio d’oltralpe, cioè la società francese Arcelor?
Marco Grasso

 

Gentile Marco, i rapporti tra Italia e Francia… antica questione, tra amicizia e rivalità. La spartizione del mare è solo un capitolo. Per fortuna lo sciagurato trattato di Caen non è ancora entrato in vigore. Tutto era cominciato quando, subito dopo la sigla dell’accordo, la Francia aveva fermato un peschereccio italiano. Ma in Italia l’accordo richiede la ratifica da parte del Parlamento. Che non è ancora arrivata. Quindi non è in vigore.

La Regione Liguria con l’assessore all’Agricoltura, Sviluppo dell’entroterra e delle zone rurali, Stefano Mai, sta cercando di capire se l’accordo sia stato definitivamente accantonato oppure se rischi di essere riproposto. E sarebbe un guaio perché cederebbe alla Francia la zona del gambero rosso di Sanremo che da sola vale il 20 per cento del bacino ligure di pesca.

Vedremo, perché i rapporti tra Francia e Italia non sembrano sempre improntati a reciprocità e parità. Così i cugini transalpini fanno shopping di società italiane, dalla moda alle banche, ma Fincantieri deve sudare sette camicie per comprare i cantieri francesi. E Fiat si vede le porte bloccate quando vuole accordarsi con Renault. Già, la Francia ha regole tutte sue e sa tutelare molto bene i propri interessi. Con lo Stato che ha un piede in tante imprese e dirige l’economia.

Mentre i governi italiani hanno svenduto tanti tesori pubblici e non fanno sentire la propria voce quando le nostre imprese se la vedono con concorrenti stranieri. Dobbiamo prendercela solo con i francesi o anche con noi stessi?

Ferruccio Sansa

Calenda: motore, ciak e… “Azione!”

Un tempo fu ascaro di Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo e di lì, quasi naturalmente, si sciolse nella “Scelta Civica” di Mario Monti poi disciolta anch’essa. Come che sia, nel 2013 il destino cinico e baro sotto forma di elettore lo privò del seggio. Lo stesso destino, stavolta più benevolo e con la faccia di Renzi, gli diede però poi la poltrona di sotto-governo, quella di ambasciatore e poi di ministro. Il tracollo del 2018 lo vide iscriversi al Pd direttamente da leader, ma poi nessuno lo chiamava e allora si fece da solo “Siamo Europei”, che doveva allearsi con la Bonino, ma poi invece ritornò col Pd, mossa che gli è valsa l’Europarlamento. Ora è uscito dal Pd insieme a Matteo Richetti perché non gli piace il governo giallorosa e si prepara a fondare un altro partito: lo presenta giovedì prossimo e, forse in omaggio alla famiglia di cinematografari, si chiamerà “Azione”. Poteva forse anche chiamarlo “Ciak” o “Motore”, ma comunque Carlo Calenda sostiene che l’ispirazione gli sia venuta guardando la piazza anti-Salvini di Bologna: effettivamente avevano un po’ l’aria dei liberali che per trent’anni si sono bevuti le cazzate del liberismo alla Giavazzi e aspettano solo uno che cambia partito ogni settimana per rappresentarli. O no? Motore, Ciak, Azione!

Poveri sì, ma socialissimi: la fiaba degli sposi fast food

Ha portato la donna che ama in un fast food di pollo fritto per farle una sorpresa e il giorno dopo, lui e lei sono diventati la coppia di cui tutto il Sudafrica si è innamorato. Dalle tv alle radio, dai media locali per arrivare a BBC e Washington Post, tutti parlano di Hector Mkansi e Nonhlanhla Soldaat, diventati così famosi nel giro di 24 ore che il loro imminente matrimonio sarà trasmesso in diretta nazionale.

Ma come hanno fatto due anonimi e poverissimi cittadini sudafricani a diventare la favourite couple di tutto il Sudafrica?

Hector e Nonhlanhla vivono a Evaton, un sobborgo a sud di Johannesburg in cui il 99,19% della popolazione è di colore (anche loro lo sono entrambi) e teatro di violenti scontri negli anni 80 per via delle leggi razziali. Lui è un pastore della Chiesa Cristiana di Zion e conosce Nonhlanhla nel 2010, a un funerale. La vede e se ne innamora all’istante, ma è poverissimo e non ha la dote da pagare alla famiglia di lei, come si usa in Sudafrica (anche Mandela la pagò per sposare la sua Graca e pare sia consistita in 60 mucche).

Per anni mette da parte i pochi soldi che guadagna e alla fine, nel 2018, racimola il necessario per “riscattarla” dalla famiglia e sposarla con una cerimonia frugale, ben diversa dalla festa magica che sua moglie aveva tanto sognato. “Le ho promesso che però l’avrei fatta sentire speciale ogni anno della nostra vita insieme”, ha raccontato Hector in seguito. Ed è così che il 7 novembre di quest’anno, Hector prepara una sorpresa per sua moglie. La invita a mangiare del pollo fritto da KFC, perché una cena in un ristorante romantico non se la può permettere. Nonhlanhla non lo sa, ma si è accordato con un inserviente perché nasconda la scatola con un anello nuovo, più bello di quello del matrimonio, nelle patatine che le serviranno.

Quando arriva il vassoio e lei vede l’anello, Hector si inginocchia per terra. Alcuni passanti notano la scena dal vetro e la riprendono. Hector le mette l’anello al dito, Nonhlanhla è commossa, lui chiede a un cliente se può scattare una foto ricordo con una semplice macchinetta fotografica digitale che si è portato dietro. La mattina dopo, qualcuno invia il video a KFC Sudafrica che lo posta sul suo profilo twitter scrivendo “Sudafrica aiutaci a trovare questa bella coppia!”. Una giornalista di nome Anele si accorge del tweet e scrive a sua volta: “Gli uomini sudafricani sono così poveri che fanno la proposta di matrimonio da KFC!”. La tizia viene ricoperta da talmente tanti insulti che deve chiudere il suo profilo e a quel punto tutto il Sudafrica tifa per la coppia.

Tutto il mondo parla dei due sconosciuti

La ricerca dura poco. Nonhlanhla e Hector scoprono che tutta la nazione li sta cercando: quel video girato al KFC è diventato così virale che tutti parlano di loro, di quello slancio d’amore tra un vassoio di pollo fritto e una Coca Cola maxi. Rilasciano le prime interviste, spiegano che sono poveri, che non han mai posseduto quasi nulla, ma che il loro amore non vive di cose materiali, che quell’anello, per Hector, era un modo per “scusarsi” di quel matrimonio così povero.

Ed è a quel punto che succede ciò di cui tutti i media sudafricani (e non solo) discutono da giorni: Nonhlanhla e Hector vengono letteralmente seppelliti di regali, donazioni e proposte di ogni tipo. Il paese che fino a 25 anni fa era il paese dell’apartheid vuole regalare alla coppia di colore di Evaton un nuovo matrimonio, un giorno magico come lo sognava Nonhlanhla. Dall’affetto di tutto il Sudafrica nasce la più grande e spontanea lista di nozze mai vista in un matrimonio.

È impossibile riassumere tutto quello che in un incessante susseguirsi di tweet di piccoli e grandi aziende, è stato donato. Tra i regali ci sono almeno quattro viaggi di nozze di cui uno a Zanzibar, macchine per la coppia e gli invitati da parte di Audi, Land Rover e Wolkswagen, abiti per gli sposi, le damigelle vestite da Cosmopolitan, servizi per il trucco, i capelli, l’estetica. E poi servizi catering, vino, champagne e bevande di ogni tipo offerte tra gli altri da Coca Cola, Amstel e Jägermeister che regala anche una banda di ottoni.

Cancellazione dei debiti, viaggi, gadget, cibo gratis

Alcune stelle della musica sudafricana tra cui Zakes Bantwini si sono offerte di cantare gratis al matrimonio, numerose banche hanno offerto di estinguere i debiti della coppia o soldi e mutui agevolati. Sono arrivati arredi per la casa, cene a base di pesce per un anno, biglietti per treni e aerei, si sono offerti architetti per la nuova casa, compagnie telefoniche hanno regalato telefoni e abbonamenti. Una ditta ha messo a disposizione un elicottero, un’altra servizio luci e palco per la festa del dopo cerimonia. La Puma ha regalato dei vestiti a lui (indossava una t-shirt Puma quando si è inginocchiato nel fast food), ma sono arrivate anche nuove divise scolastiche per i loro bambini. E poi le società di calcio hanno regalato biglietti per assistere alle partite così come festival musicali e letterari. Una ditta di gioielli ha donato due anelli da 3.000 euro.

Sono scesi in campo anche i competitori di KFC. Chicken Licken, fast food che vende pollo fritto, ha donato alla coppia due mucche. Perfino McDonald’s ha scritto un tweet carico di affetto per la coppia regalando un viaggio a Cape Town. Vari notai si sono offerti di curare i loro contratti e un pastore da 500.000 follower vuole celebrare le nozze.

Nonhlanhla e Hector, ospitati in tutti i talk-show del paese, hanno dichiarato: “Siamo estremamente grati per l’amore che i sudafricani ci hanno mostrato”, per poi narrare con divertimento tutta la valanga di avvenimenti che si sono susseguiti da quella dichiarazione d’amore. Al momento sono così storditi da non aver ancora deciso “la data” che tutta la nazione aspetta come se si trattasse di nozze reali. La tv Eyewitness trasmetterà la cerimonia in diretta e molti giornali nazionali e stranieri, tra cui il Daily Sun, si sono già aggiudicati le esclusive.

L’amministratore delegato di KFC Sudafrica li ha incontrati e li sta aiutando a coordinare tutti gli aiuti arrivati. Hector ha sorriso alle telecamere di uno show e in lingua zulu ha detto: “Non vedo l’ora di scendere da un elicottero con mia moglie nel suo vestito color champagne. Questo è quello per cui abbiamo sempre pregato! Grazie Sudafrica!”. Nonhlanhla, più timida, gli ha rivolto uno sguardo amorevole. A dire il vero, lo stesso sguardo amorevole di quel giorno al fast food, quando il loro amore era un anello da pochi soldi in mezzo a un mucchio di patatine fritte.