Da Genova a Gioia Tauro, contratti Msc a rischio

Il faro acceso dalla Procura di Napoli sugli appalti delle Universiadi, svelato dal Fatto nei giorni scorsi, potrebbe avere ripercussioni anche lontano dal Vesuvio.

Nella primavera 2018 Msc – colosso del trasporto marittimo e delle crociere – non poteva contrattare con la pubblica amministrazione perché l’Anac aveva appena accertato a suo carico un caso di pantouflage. Per legge “è fatto divieto” a un’impresa che assuma un funzionario pubblico che aveva esercitato nei suoi confronti “poteri autoritativi e negoziali” di contrattare con la pubblica amministrazione per i tre anni successivi. Su queste basi Luisa Latella, commissario delle Universiadi di Napoli, provò a sospendere l’appalto per il noleggio di una nave vinto da Msc, contrastata dalla Regione, favorevole alla soluzione navale per l’alloggio degli atleti. E lasciò l’incarico dopo che anche Raffaele Cantone ne biasimò la scelta ritenendo che la norma non specificasse chi dovesse irrogare la sanzione.

La gara è ora all’attenzione della Procura di Napoli, che fra gli indagati ha iscritto anche il tycoon sorrentino (ma fiscalmente svizzero) Gianluigi Aponte, patron di Msc, e il vicepresidente della Regione Fulvio Bonavitacola. Mentre il Consiglio di Stato, pochi giorni fa, ha corretto quella lettura delle norme: Anac non deve solo accertare il pantouflage, ma anche “garantire l’esecuzione delle conseguenze sanzionatorie previste”.

Tutto nacque nel gennaio 2017, quando Msc assunse Luigi Merlo. Ex assessore regionale in Liguria (governatore Claudio Burlando), marito della deputata renziana Raffaella Paita, fra il 2008 e il 2016 fu presidente dell’Autorità Portuale genovese e poi consigliere di Graziano Delrio al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Prima, appunto, di approdare a Msc, radicatasi in quegli anni a Genova.

Dopo l’episodio napoletano Merlo si dimise e venne nominato presidente di Federlogistica, vicina a Msc. Intanto, ancor prima della pronuncia del Tar che a novembre 2018 annullò la delibera Anac, diverse Autorità Portuali, discostandosi dalla prudenza di Latella, firmarono contratti con Msc: concessioni e accordi per terminal container e stazioni marittime a Genova, La Spezia, Livorno, Napoli e Gioia Tauro.

Operazioni su cui oggi un terzo avrebbe argomenti più forti per eccepire. Se a farlo non sarà l’Anac stessa, alla luce della sentenza del Consiglio di Stato, per cui “non può fondatamente dubitarsi” (né si poteva nella primavera 2018, la legge non è cambiata) che il potere sanzionatorio spetti e spettasse all’Anticorruzione.

Farà chiarezza il procedimento sanzionatorio a carico di Msc annunciato dall’Autorità, ma l’indagine dei pm napoletani è destinata a muovere le acque. A porsi il problema ha cominciato ancor prima dell’indagine Assoporti, l’associazione delle Autorità Portuali: “Chiederemo un parere legale, la sentenza non sarà senza conseguenze, sul passato o sul futuro”, ha spiegato il presidente Daniele Rossi. Il timore di una burrasca nei porti italiani è concreto.

Stragi naziste, prime ipoteche sui terreni per i risarcimenti

I 100 miliardi di euro che Berlino deve all’Italia per le stragi nazifasciste, potrebbero non essere più una chimera. Dopo decine di sentenze di condanna inapplicate per i crimini compiuti tra il 1943 e il 1945 dai soldati tedeschi nei confronti di 23 mila civili, a battere cassa alla Germania per ottenere il risarcimento stabilito dai giudici ci ha pensato un piccolo comune del Centro Italia. Roccaraso, poco più di 1.600 abitanti, in provincia de L’Aquila, che ha iscritto un’ipoteca su alcuni terreni non edificabili in provincia di Como, di cui è proprietaria Berlino.

L’impasse in cui versa la lunga vicenda giudiziaria, che rende ancora viva la memoria della Seconda guerra mondiale nelle aule dei tribunali, potrebbe essere a un punto di svolta. Un paio di mesi, assicurano i legali del Comune, e quei terreni destinati ad uso agricolo potrebbero essere pignorati e successivamente venduti all’asta.

Sui circa 40 ettari è stata iscritta un’ipoteca di 1 milione e 700 mila euro per risarcire i danni arrecati durante l’eccidio di Limmari. Era l’autunno del 1943. Gli americani erano sbarcati da poco a Salerno e i tedeschi approntarono una linea difensiva che divideva l’Italia. Tra i punti nevralgici della linea Gustav vi era il fiume Sangro, che scorre lungo il bosco di Limmari, a Pietransieri, una frazione di Roccaraso. Nel borgo il maresciallo tedesco Albert Kesserling aveva fatto affiggere il manifesto con su scritto: “Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e a essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”.

Fu per questo che il 21 novembre di quell’anno i soldati tedeschi trucidarono 128 persone, di cui 34 bambini sotto i dieci anni e 60 donne. L’unica sopravvissuta fu Virginia Macerelli, all’epoca una bambina di sei anni che si salvò grazie al corpo della madre che le fece da scudo. A lei, che oggi ha 82 anni, e a una quarantina di familiari, la Germania deve in totale circa 13 milioni.

La sentenza di primo grado di condanna nei confronti di Berlino è stata emessa dal Tribunale di Sulmona nel 2017. Il provvedimento firmato da Giovanna Bilò è stato poi confermato dal Tribunale di L’Aquila, che ha maggiorato l’ammontare dei risarcimenti. “Lo Stato italiano fino a oggi, a partire da Berlusconi fino a Renzi, ha fatto di tutto affinché i familiari non venissero risarciti. L’iscrizione di questa ipoteca è un segnale chiaro: noi non ci fermeremo”, ha detto l’avvocato Lucio Olivieri che prevede l’iscrizione di ulteriori ipoteche anche su Roma, dove Berlino possiede diversi immobili. Se per un verso, infatti, la magistratura continua a emettere sentenze di condanna che restano inapplicate, per l’altro la posizione dei governi dal 2008 in poi resta vincolata agli accordi coperti dal segreto di Stato firmati con Berlino, a favore di quest’ultima. È sulla base di tali accordi, presumibilmente avviati durante il vertice a Trieste tra l’allora premier Silvio Berlusconi e Angela Merkel, che l’Avvocatura è incaricata, ora per conto della Presidenza del Consiglio ora per conto del ministero degli Esteri, a intervenire nei processi per difendere la Germania.

Su questa vicenda chiede lumi da tempo il giudice della Corte militare di appello di Roma Luca Baiada. Come ulteriore impedimento ai risarcimenti, l’ex premier Matteo Renzi con il decreto legge del 2014 ha vietato il pignoramento delle somme di denaro che le rappresentanze diplomatiche di paesi stranieri hanno in deposito presso banche o uffici postali italiani. È per questo che le sentenze restano inapplicate. Ma l’ipoteca iscritta dal Comune di Roccaraso questa volta potrebbe incastrare Berlino.

Crac Alitalia, verifiche dei pm sulle nomine dei commissari

Qualche giorno fa, gli uomini del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza hanno bussato alle porte del ministero dello Sviluppo economico (Mise). L’obiettivo era acquisire documentazione relativa alla nomina dei quattro commissari straordinari di Alitalia: Luigi Gubitosi (dimessosi nel novembre del 2018), Enrico Laghi, Stefano Paleari e Daniele Discepolo.

I finanzieri guidati dal colonnello Gavino Putzu, sono stati delegati dalla Procura di Civitavecchia che da tempo indaga sul crac della compagnia di bandiera. Ed è nell’ambito di questo fascicolo che i magistrati vogliono fare chiarezza anche sulle nomine avvenute nel 2017 dei commissari straordinari per capire se vi siano cause di incompatibilità o di conflitto di interessi. Una verifica nata dopo l’esplosione dell’inchiesta rivelata dal Fatto e da L’Espresso della Procura di Roma su due commissari di Astaldi.

Gli accertamenti dei pm di Civitavecchia sono solo all’inizio e per ora non sono emerse cause di incompatibilità dei manager chiamati alla guida della compagnia. Il 30 ottobre scorso però la Procura ha chiesto al Mise di consegnare la “documentazione relativa alla nomina dei quattro commissari straordinari comprensiva delle autocertificazioni relative alla situazione impeditiva e di cui agli articoli 4 e 6 decreto ministeriale 10 aprile del 2013, numero 60”. Il riferimento è al regolamento “recante determinazione dei requisiti di professionalità e onorabilità dei commissari giudiziali e straordinari delle procedure di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi”.

In realtà la questione è stata in parte già discussa in sede amministrativa e all’Anac. All’Anticorruzione si era rivolto a maggio del 2017 il Codacons per segnalare, tra le altre cose, “un presunto conflitto di interessi in capo a Enrico Laghi”.

Laghi è uno stimato professionista, è stato anche commissario dell’Ilva. “Il massimo esperto di procedura in Italia”, lo aveva definito Gubitosi, ex dg della Rai poi commissario straordinario in Alitalia e dimessosi a novembre 2018, sostituito poi da Daniele Discepolo. Già a maggio 2017, dopo la nomina, Laghi in audizione alla Camera spiegò: “Prima di accettare questo incarico ho fatto una valutazione puntuale, ho rinunciato ad alcuni incarichi e non ne ho accettati altri”.

La questione, come detto, era arrivata anche all’Anac. Il punto, come ricostruito negli atti dell’Autorità guidata da Raffaele Cantone, era che “Laghi il 26 novembre 2014 è stato nominato presidente del cda di Midco Spa, che detiene il 51% di Alitalia”, carica che ha lasciato “all’apertura della procedura di amministrazione straordinaria e alla nomina del collegio commissariale di Alitalia”.

Nella delibera del giugno 2018 quindi l’Anac scriveva che proprio rispetto a questo pregresso incarico “pare difficile che nello svolgimento di tale ruolo, lo stesso commissario non abbia mai ‘…preso parte o si sia comunque ingerito nella gestione che ha portato al dissesto dell’impresa (…)’”. Tuttavia l’Anticorruzione non dà un proprio parere in quanto “non ha specifiche competenze in relazione ai profili evidenziati, per cui occorre investire gli organi competenti per le opportune valutazioni”.

E lo stesso vale per un altro aspetto che era stato segnalato, ossia verificare se vi era incompatibilità a causa del ruolo di docente di Laghi e dell’altro commissario Paleari. A questo punto il Codacons si è quindi rivolto al Tar del Lazio che a marzo 2018 ha ritenuto il ricorso inammissibile. “L’azione intrapresa dall’associazione – scrivono i giudici amministrativi – è priva del necessario requisito della legittimizzazione”. L’associazione ha poi fatto ricorso al Consiglio di Stato, che non si è ancora espresso. “L’appello – spiegano dal Codacons – è pendente innanzi alla VI Sezione. Ad aprile abbiamo presentato istanza di prelievo ai fini della fissazione dell’udienza di merito”.

Ora anche i pm di Civitavecchia faranno le proprie verifiche, a pochi giorni dalla scadenza per l’offerta definitiva della vendita di Alitalia.

La guerra di Carlo per l’impresa in odore di boss

Imagistrati lo vogliono perseguitare. E anzi si sono proprio allargati, perché per colpire lui stanno perpetrando un’“aggressione” alle funzioni del Parlamento. Carlo Giovanardi è imbufalito e ora chiede la testa del gip del Tribunale di Bologna, Alberto Ziroldi, che lo accusa di essersi dato da fare in ogni modo, a Modena, ma pure nei palazzi che contano a Roma, per far riabilitare alcune aziende escluse dai lavori di ricostruzione post terremoto in Emilia Romagna del 2012. Ma quel che più conta, sempre secondo gli inquirenti, è che il senatore si sarebbe mosso facendo pressioni illecite, pur sapendo dei rapporti di quelle aziende con un esponente di spicco del clan Grande Aracri.

“Non vengo accusato di aver ricevuto neppure un centesimo dagli imprenditori che si rivolgevano al senatore del loro territorio né di aver mai frequentato qualcuno dei 13 mila cutresi residenti a Reggio Emilia o calabresi della mia provincia. Ma di essermi prodigato, fra gli altri per l’allora incensurato Augusto Bianchini e suo figlio Alessandro”, scrive accorato Giovanardi alla Giunta di Palazzo Madama che deve decidere se autorizzare i pm a usare intercettazioni e tabulati che lo chiamano in causa nell’inchiesta in cui deve rispondere di minaccia a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato, minaccia a pubblico ufficiale, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio con l’aggravante mafiosa. A lui che è stato ministro, sottosegretario a Palazzo Chigi, parlamentare per 26 anni e pure membro dell’Antimafia. In amicizia da 50 anni con la famiglia Bianchini, e in particolare con il patriarca Augusto nel frattempo condannato insieme a Michele Bolognino, uno dei referenti della cosca di Cutro nel modenese, nel primo maxi-processo alla ’ndrangheta nel nord.

“I Bianchini mi hanno ripetutamente giurato di non aver mai avuto rapporti con la ’ndrangheta” spiega, ammettendo che il sospetto in qualche modo gli era venuto. Ma i suoi amici avevano negato e tanto gli era bastato per credere che fossero puri come un giglio. E quindi il suo prodigarsi in loro favore è stato “un impegno doveroso”. Altro che pressing martellante e illecito, come invece sostengono gli inquirenti, che lo vogliono incastrare perché, per salvare l’azienda amica, non si era fatto scrupolo di arrivare a minacciare di fare fuoco e fiamme per arrivare a riabilitare i Bianchini. Anche puntando sulle sue entrature a Roma presso i superiori gerarchici di chi in prefettura a Modena doveva decidere.

Per Giovanardi sono solo quisquilie: “È vero che gesticolavo e alzavo la voce, come è nel mio carattere, ma le cose dette erano le stesse identiche espresse in sede parlamentare sulle conseguenze tragiche delle interdittive infondate” riferisce nella memoria depositata al Senato. In cui ora passa al contrattacco chiedendo non solo che il documento di 14 pagine redatto di suo pugno venga trasmesso all’autorità giudiziaria competente, al ministro della Giustizia e al Consiglio superiore della magistratura, titolari dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati. Ma che venga pure interessata la Corte costituzionale a fronte dello “straripamento” del potere dell’autorità giudiziaria sull’attività parlamentare anche “alla luce del fumus persecutionis che appare evidente” nella domanda del gip. Che Giovanardi chiede che il Senato cestini.

Ilaria Cucchi: “Querelo Salvini”. Un condannato resta in servizio

“Che c’entra la droga? Matteo Salvini perde sempre l’occasione per stare zitto. Contro questo pregiudizio e contro questi personaggi ci siamo dovuti battere per anni. Tanti di questi personaggi sono stati chiamati a rispondere in un’aula di giustizia, non escludo che il prossimo possa essere proprio il capo della Lega”. Così ieri mattina Ilaria Cucchi a Radio Capital ha commentato le parole del giorno prima dell’ex ministro dell’Interno. Due carabinieri condannati a dodici anni per omicidio preterintenzionale, per il violento pestaggio di Stefano Cucchi avvenuto la notte del 15 ottobre 2009 a Roma (il ragazzo morì il 22 all’ospedale Pertini), e Salvini dice: “Dimostra che la droga fa male”.

Lo stesso Salvini di cui una delle fotografie più note è ormai quella scattata il 16 dicembre 2018: Arena Civica di Milano; sugli spalti, sciarpa del Milan al collo, il leghista chiacchiera molto amichevolmente, pacche sulle spalle e virili strette di mano, con Luca Lucci, capo ultrà rossonero ai festeggiamenti per i 50 anni della Curva Sud. Ecco, Lucci tre mesi prima di quell’incontro con l’allora ministro dell’Interno in carica patteggiò un anno e mezzo di carcere per spaccio di droga, nell’ambito di un “traffico” gestito dalle criminalità albanese e calabrese a Milano. Per altre questioni, non di droga, ma l’aver fatto perdere addirittura un occhio a un tifoso interista durante una rissa, Lucci fu condannato a quattro anni nel 2009. Però per Salvini, in piena strategia mediatica made in La Bestia, l’importante dopo la sentenza è ributtarla sulla droga, insinuare che carabinieri violenti o meno, il “drogato Cucchi” se la sia cercata.

L’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi e compagno di vita di Ilaria, prenderà parte alla decisione rispetto alla querela: “Ilaria ha detto che valuteremo, il dubbio che ho è se sia il caso di dare a quel soggetto tutto questo peso. È giusto ricordare, comunque, le foto a San Siro di Salvini con quel Lucci, condannato per spaccio di droga”.

Del verdetto della Corte d’assise di Roma sul caso Cucchi ieri si è occupato anche l’Osservatore Romano: “Si tratta, come rilevano i media italiani, di una sentenza importantissima nella lunga storia processuale per la morte di Stefano Cucchi, perché conferma le violenze che Cucchi subì dopo esser stato arrestato e identifica i colpevoli”. I due carabinieri condannati a dodici anni per omicidio preterintenzionale sono Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. Entrambi sono stati già sospesi dal servizio dall’Arma dei carabinieri dal febbraio 2017, stessa sorte per Francesco Tedesco, assolto dall’accusa di omicidio su richiesta degli stessi pm, ma condannato a due anni e sei mesi per falso nella compilazione del verbale d’arresto. Tedesco è il carabiniere che, dopo dieci anni, ha rotto l’omertà raccontando il pestaggio dei due suoi colleghi sul povero Cucchi. Sempre per falso è stato condannato anche, ma a tre anni e otto mesi, il maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca comandante della stazione Appia, e oggi ancora in servizio a Roma. Sul suo capo pesano anche cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Ma finché la sentenza non passerà in giudicato, dopo la Cassazione, spetterà all’Arma, nel caso, decidere per provvedimenti sospensivi o meno per il carabiniere.

 

Si spara contro un giornalista nel Comune sciolto per mafia

Conficcato nel ventre del Casertano, soffocato dai sottogruppi del clan dei Casalesi e dalle speculazioni edilizie, c’è un paesone che si chiama Orta d’Atella sciolto per camorra per la seconda volta solo una settimana fa. È il territorio nel quale si spara a vista contro un giornalista, Mario De Michele, che scrive notizie sull’amministrazione comunale che non piacciono a qualcuno. L’altroieri pomeriggio, due uomini a bordo di un’auto hanno affiancato quella del direttore di campanianotizie.com mentre percorreva un tratto della vicina Gricignano d’Aversa, e hanno esploso dieci colpi di pistola ad altezza d’uomo. Sei proiettili si sono conficcati nella vettura, tra lo sportello e il lunotto posteriore, distrutto. “Hanno sparato per uccidere” scrivono in una nota i vertici del sindacato giornalisti e il presidente dell’Unci Campania, Sandro Ruotolo, che invocano misure di tutela per il collega. Gli spari sono il culmine di un’escalation. Di fascicoli su minacce e aggressioni contro De Michele ne è piena la Procura di Napoli Nord guidata da Francesco Greco. L’ultimo episodio risaliva a lunedì scorso: il cronista è stato fermato a Sant’Arpino da due persone che lo hanno minacciato e schiaffeggiato, e la sua auto è stata colpita ripetutamente con una mazza ferrata: “Non scrivere del campo sportivo come hai fatto a Orta”.

Il riferimento sarebbe a un’inchiesta a puntate sullo stadio di Succivo, altro comune limitrofo. E poi ci sono altri articoli dei mesi scorsi sulle vicende politico-amministrative di Orta d’Atella. E probabilmente – ma la cautela è d’obbligo – c’è un collegamento tra questi pezzi e le vicende che hanno determinato lo scioglimento della giunta atellana.

De Michele ha denunciato ai carabinieri e ha reso pubblica in un editoriale la sua paura: “Chiamatemi pure codardo, ma è così”. Ieri pomeriggio è stato ricevuto dai pm della direzione distrettuale antimafia di Napoli, mentre al piano terra stazionavano il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna e quello campano Ottavio Lucarelli, tra i primi a esprimere solidarietà e preoccupazione. Il procuratore capo Giovanni Melillo ha voluto incontrare il cronista personalmente, ribadendo la massima attenzione del suo ufficio alle intimidazioni contro la stampa e i media.

Orta d’Atella non è un posto dove è semplice vivere e lavorare. In circa 30 anni sono raddoppiati i suoi abitanti, fino ai 28.000 attuali, grazie a una scellerata prassi urbanistica che ha sommerso il territorio di cemento scadente e fuorilegge. Nel 2013 la magistratura sequestrò un intero quartiere abusivo, senza allacciamenti e senza servizi: 1.444 unità immobiliari suddivise in appartamenti, box e negozi, pronte a essere vendute a prezzi stracciati, meno di mille euro a metro quadrato, per accogliere giovani e coppie espulsi dal mercato abitativo di Napoli e altre località più care.

Questo non è accaduto per caso. Ma grazie a una precisa strategia politica. Che ha avuto il suo leader in Angelo Brancaccio, sindaco della prima giunta sciolta per infiltrazioni camorristiche qualche tempo fa, al centro di numerosi processi per tangenti e collusioni con i Casalesi e con la cosca Mallardo di Giugliano grazie ai quali ha ottenuto il soprannome di “sindaco dei due clan”. Condannato a 4 anni per peculato intorno all’uso di un cellulare, a giugno la Corte d’appello di Napoli gli ha inflitto 6 anni per associazione mafiosa perché, dice la sentenza, avrebbe consegnato l’80% della città alle speculazioni delle società di Giuseppe Russo detto Peppe o’ padrino, alleato degli Schiavone a Casal di Principe, e dei boss Feliciano e Giuseppe Mallardo. Mentre pende una richiesta di 8 anni di condanna per una maxi stecca da 500.000 euro “estero su estero” in Svizzera sull’appalto dei rifiuti concesso a un’altra impresa in odore di camorra. Brancaccio è detenuto a Secondigliano per una misura cautelare. È formalmente incensurato, non ci sono condanne definitive.

Non sono pubbliche le ragioni dello scioglimento di Orta d’Atella, contenute una relazione dei commissari prefettizi secretata al Viminale. Secondo le ricostruzioni delle testate locali, una delle cause sarebbe la “continuità” dell’amministrazione di Andrea Villano con uomini e metodi delle giunte Brancaccio, e la mancata revoca del suo piano urbanistico comunale, il cuore del “sistema Brancaccio”. Puc tenuto a galla per un po’ prima di avviare, forse troppo tardi, le procedure per il suo annullamento: “È stata una scelta coraggiosa che ci avrebbe messo contro tre quarti di popolazione”, ha commentato Villano nei giorni scorsi. Espressione di alcune liste civiche tra cui “Campania Libera”, il movimento fondato dal Governatore Pd Vincenzo De Luca, Villano ha respinto al mittente le accuse di contiguità con Brancaccio: “Chiunque qui ha avuto a che fare con lui, ma questo non significa niente”.

De Michele viveva da qualche mese con una blanda forma di tutela, una sorveglianza sporadica. Decisa dopo minacce successive ad alcuni articoli su Orta d’Atella. La Abusivopoli della Campania.

“Era meglio il modello Rotterdam. Comunque quel progetto non va”

Cinque anni fa il professor Luigi D’Alpaos, oggi professore emerito di idraulica nell’Università di Padova, uno dei maggiori esperti di idrodinamica e morfo-dinamica lagunare, rivelò al Fatto che il Consorzio Venezia Nuova alla soluzione, da lui prospettata per risolvere il problema dell’acqua alta, aveva preferito il Mose, opera più sofisticata e molto onerosa perché sarebbe stata realizzata grazie a un circuito perverso fra politica, finanza e tecnica. Oggi, di fronte alla tragedia di Venezia e al cantiere infinito del Mose il professor D’Alpaos, autore di molti libri, l’ultimo “Sos Laguna” (Mare di carta), dice: “La ragione del dopo serve a poco ma se avessimo avuto un’opera capace di chiudere le bocche di porto il disastro si sarebbe evitato”. Il Mose ha costi di gestione e manutenzione proibitivi: “Quando lo approvarono – ricorda – dissero che sarebbero stati di 10-15 milioni annui, ora devono ammettere 100-120 milioni”. E si torna a parlare del modello olandese: “Eh sì! Le paratoie del canale di Rotterdam, operative da 20 anni, diversamente da quelle del Mose che sono sempre sommerse e trattandosi di meccanismi delicati comportano incrostazioni delle cerniere e non solo, quando non sono operative, stanno all’asciutto ai due lati del canale, protette in appositi vani. Vengono azionate quando bisogna sbarrare il canale e rimangono nell’acqua solo per i brevi periodi in cui è necessario difendere Rotterdam dalla marea. Ma ora bisogna terminare il Mose anche se non sappiamo se e quando sarà possibile e quanto costerà”.

Dal 2014 ci sono i commissari: “Avrebbero dovuto fare una ricognizione e tirare una bella linea, invece per 120 mila euro l’anno ognuno, hanno fatto l’elenco della spesa senza mai dire il prezzo, accorgendosi il giorno dopo che occorreva aggiungere qualcosa”, dice D’Alpaos. Il governo sembra averlo ascoltato nominando una nuova commissaria, Elisabetta Spitz: “Trattandosi di un’opera di ingegneria complessa occorreva un ingegnere”. Uno degli uscenti lo è.“Sì ma nel campo delle costruzioni – dice D’Alpaos –, mentre occorre uno specialista di idrodinamica e morfodinamica lagunare. Il Mose comunque è una soluzione a breve termine, questa tragedia potrà ripetersi visto che in un secolo avremo un innalzamento del livello medio del mare da 70 centimetri a un metro. Dovremo scegliere: mi difendo dall’acqua alta salvaguardo l’ecosistema lagunare o la portualità veneziana? Occorreva pensare alla creazione di insule, progetto accantonato perché disturbava il manovratore, il Consorzio, come, ad esempio, il sollevamento del suolo rispetto al mare iniettando fluido a grandi profondità. Ma servono tecnologie e conoscenze che nessuno, in 40 anni, ha voluto acquisire. Quando Cacciari sindaco mi invitò a parlarne, mi trovai contro tutti. Galan ha detto: ‘Ho davvero male al cuore, Venezia è la città che amo di più’. Ripeto la risposta che gli diedi quando mi definì infermiere dell’idraulica: in ospedale è meglio essere curati da un infermiere esperto che da un primario messo lì dalla politica”.

Per il test in diretta dei tecnici il Mose poteva salvare la città

Mentre Venezia di ora in ora, di minuto in minuto, sta annegando nell’acqua che sale rapidamente a 187 centimetri, nella sala operativa del Mose i tecnici hanno già avviato la simulazione. Vogliono capire come reagirebbero le paratoie se fossero in funzione. In quei drammatici minuti di martedì scorso va in scena la rappresentazione di un Paese incapace di badare a se stesso e proteggere i suoi cittadini e i suoi tesori. Mentre la cripta di San Marco si allaga per la sesta volta in 1200 anni, mentre un uomo muore fulminato nella sua abitazione di Pellestrina, la simulazione dice che grazie al Mose l’acqua si sta fermando a soli 113 centimetri. A Chioggia sono 126. A Pellestrina 126. In media, tra i 60 e i 70 centimetri in meno, in quasi tutte le aree della città. Una scena che mette i brividi, se si pensa di quanti rallentamenti sia stato vittima il Mose, di quante mazzette sia stato il volano, di quante energie abbiano dovuto sprecare inquirenti e investigatori per stanare i colpevoli. Se fosse stato collaudato e operativo, anche da sole 24 ore, Venezia i l’Italia intera oggi potrebbero raccontare tutta un’altra storia. E invece, ecco la cronaca di quelle ore.

Il commissario straordinario Francesco Ossola e il suo collega Giuseppe Fiengo discutono sulla possibilità di azionare almeno un test sulla bocca di Lido. Le simulazioni dicono che, da sola, probabilmente avrebbe potuto salvare la basilica di San Marco. Niente da fare: Ossola oppone a Fiengo, che mette sul tavolo la proposta, un netto rifiuto. E di azionare l’intero Mose, ovviamente, neanche si discute, considerato che la bocca di Malamocco, solo pochi giorni prima, ha segnalato vibrazioni poco rassicuranti. Ma c’è dell’altro. Con chi comunica i Consorzio Venezia Nuova, in quelle ore? Con nessuno. Nessuno li cerca. E loro non cercano nessuno.

Le previsioni del lunedì, per il giorno successivo, annunciano una marea eccezionale, che viaggia intorno ai 145 in modalità “dinamica”, segno che potrebbe essere anche superiore. Siamo in pieno codice rosso. Eppure nessuno pensa di convocare preventivamente il gruppo interforze che deve gestire le emergenze. Sarà convocato soltanto mercoledì. A catastrofe avvenuta.

Il provveditorato non pensa di contattare il Consorzio Venezia Nuova per chiedere se sia possibile azionare, anche solo in parte le paratoie. E il Cvn non contatta il provveditorato. Il prefetto di Venezia, Vittorio Zappalorto, dichiara al Corriere del Veneto che, fosse stato per lui, avrebbe tentato di alzare almeno in parte le paratoie. Ha provato a contattare il Cvn – gli chiediamo – per chiedere se fosse possibile? “Non ci ho neanche pensato – risponde – perché non rientra nelle mie competenze”. Vero. Ma a chi competeva chiedere – almeno chiedere – al Cvn se fosse possibile tentare qualcosa? L’interlocutore naturale è il provveditorato alle opere pubbliche. Ma questo non accade. Quel che resta, di quelle ore, è la decisione – non dubitiamo che sia stata presa in coscienza – del commissario Ossola. E quella simulazione in diretta, che dimostrava ai suoi osservatori come, di minuto in minuto, Venezia avrebbe potuto resistere invece di sprofondare. Ieri l’Ansa ha scritto che “autorevoli fonti” del Cvn sostengon che nessun tentativo, al di là delle difficoltà tecniche, sarebbe stato possibile: in base agli accordi sottoscritti con il Provveditorato alle opere pubbliche, in condizioni di mare grosso, il Mose può essere testato soltanto dal 2020. Non solo. Le “autorevoli fonti” sostengono che, seppure si fossero azionate le paratoie di bocca di Lido, la marea si sarebbe abbassata al massimo di 2 centimetri. E quindi: il risultato sarebbe stato ininfluente. Al Fatto risulta il contrario. Fonti intere al provveditorato sostengono che nessun accordo impediva un test in quelle ore.

E fonti interne al Cvn, alti funzionari del settore tecnico, ci hanno spiegato che le paratoie della bocca di Lido avrebbero diminuito tra i 10 e i 20 centimetri il livello dell’acqua. E in questo modo la basilica di San Marco si sarebbe salvata. D’altronde, se non fosse stato possibile, in base agli accordi con il provveditorato, perché mai Fiengo e Ossola ne avrebbero animatamente discusso? È ingiusto e scorretto – non solo per Venezia e i veneziani – derubricare il tutto a una catastrofe inevitabile, per la quale nessuno ha responsabilità. Quella simulazione in diretta, nella sala operativa del Mose, dimostra che la catastrofe si poteva evitare. E se non è avvenuto, qualcuno deve essere inchiodato alle sue responsabilità.

“Con l’innalzamento delle acque la barriera rischia di essere inutile”

Adesso il presidente Zaia attacca lo Stato. Il sindaco Brugnaro diventa commissario. Ma Zaia era vicepresidente della Regione con Giancarlo Galan. È vero che lui si era tenuto fuori dalla questione Mose, ma era lì. E poi è stato ministro e dal 2010 è presidente della Regione.

Andreina Zitelli, lei conosce il Mose come pochi: era nella Commissione di verifica dell’impatto ambientale che diede un parere sull’opera.

La città sino ad ora, nella disattenzione del Paese, era bloccata da un sistema di accordi stabiliti tra enti locali, sindaco, Regione, e rappresentanti periferici dello Stato. Vale per il Mose, per le grandi navi le aree industriali dismesse. Oggi queste persone non possono fare i salvatori della patria.

Avevate bocciato il Mose?

Avevamo dato parere negativo. E quando l’allora premier Giuliano Amato lo lesse subito disse: “Più che rivedere il parere occorre rivedere il progetto”. Ma arrivò Silvio Berlusconi e si ripartì con il Mose, inserito nella Legge Obiettivo. Sono partite le opere complementari di competenza non più statale, ma regionale. Forse fu all’origine della corruzione.

Perché non vi convinceva?

Chi ancora oggi lo chiede è la stessa lobby che lo ha voluto allora, quando era evidente che era la risposta peggiore. Già allora vedevamo che a un sistema complesso come il rapporto mare-laguna veniva data una risposta secca, quando doveva essere sistemica, fatta di interventi diffusi, implementabili e reversibili. La legge diceva che l’opera doveva essere reversibile. Invece…

Rimarrà per sempre?

Sì. Sotto le paratie ci sono i cassoni in calcestruzzo, che entrano in profondità… come le radici dei denti che si infilano nelle gengive… Ma ho altre perplessità: la tenuta delle paratoie con venti fortissimi e onde altissime; il dislivello che pone, a Mose chiuso, la laguna in depressione rispetto alla linea delle acque alte di mare e terra.

Il Mose almeno risolve il problema per sempre?

Con i cambiamenti climatici e il sollevamento del livello delle acque il Mose, se finito, rischia di essere inutile.

Lei cosa avrebbe fatto?

Una volta scoperto il malaffare occorreva valutare l’effettiva validità delle scelte e delle opere eseguite.

A cosa si riferisce?

All’acciaio delle cerniere che è di una qualità inferiore a quello previsto in origine, alle cerniere elettrosaldate invece che fuse. Si sono regolarmente presentati i guai previsti nel 1998: il biodeterioramento dovuto all’azione degli organismi viventi e l’azione chimica del mare. Per non dire dell’azione delle vernici tossiche.

Un bidone? I critici dicono che il Mose sia già superato rispetto alle strutture realizzate in Olanda…

In Olanda hanno sottratto porzioni di terra. Noi invece il mare dobbiamo tenerlo dentro e preservarlo dentro la Laguna più grande dell’emisfero settentrionale con una superficie di 550 chilometri quadrati. È un meccanismo delicatissimo, con due maree al giorno. E ci sono piante e animali la cui vita dipende dalla salute della Laguna. Per non parlare della fragilità di una città millenaria.

Ci sono alternative?

Bisogna procedere con la difesa per insulae, pensare al sollevamento con iniezioni profonde nel sottosuolo, sviluppare un Piano Morfologico che cancelli i grandi canali profondi in Laguna. Infine estromettere i traffici commerciali e crocieristici.

Venezia ha trascurato il suo mare?

I veneziani hanno avuto cura della Laguna. Da secoli esiste il Magistrato delle Acque che il Governo Renzi ha cancellato depotenziando l’Ufficio.

Il Mose alla fine arriverà?

Dicono che il 93% sia realizzato, ma il 7% restante comprende elementi essenziali come parte dell’elettromeccanica e molti test dei sistemi ridondanti di controllo. È un opera sperimentale non sperimentata! Non sono mai state fatte prove generali per vedere se funziona in condizioni estreme. E manca un collaudo. Per non parlare della gestione, dei costi e di chi si deve assumere la decisione di chiudere dentro Venezia con una situazione estrema come oggi. Cosa succede se le paratoie cedono?

Tra le calli semi-deserte passeggiano solo i politici

Uno, due, tre, quattro suoni. Sempre più alti. A Venezia ieri mattina la sirena ha annunciato ancora l’allarme acqua alta. Ha risuonato per le calli semideserte dove l’acqua ha intriso ogni cosa e sembra non volersi ritirare più.

Le previsioni erano pessime: 160 centimetri di marea. Colpa dello scirocco che alzava quelle onde che si infilano tra i palazzi e della bassa pressione che non schiaccia l’acqua. Proprio nell’ora della marea sigiziale, quando si registra la massima escursione tra alta e bassa marea. Per fortuna, si fa per dire, l’onda si è fermata qualche centimetro sotto la previsione: 154 centimetri in centro, mentre a Burano erano 149 e a Chioggia 146. Poi, lentamente, l’acqua ha preso a ritirarsi. Ma stamattina è atteso un nuovo picco e il 70% del centro storico è sempre sommerso. E la città non è ancora tornata a vivere. È un guaio soprattutto per gli anziani: i telefoni funzionano a singhiozzo, niente bancomat, chiusi anche tanti bar, supermercati e negozi. Mentre tutti cercano di rinforzare le difese, di mettere al riparo le case, i musei e gli uffici nel timore che l’assedio continui.

Ma la vera fatica forse comincerà appena le acque si saranno ritirate. E bisognerà riparare ai disastri dell’acqua granda. Ieri Luca Zaia ha tentato una stima: l’uragano Vaia che ha abbattuto le foreste delle Dolomiti ha fatto un miliardo di danni. Stavolta, secondo il governatore leghista, il conto sarà ben più salato. Chissà. Una cosa è certa: ieri nell’atmosfera un po’ spettrale della città incontrarvi politici a ogni angolo. Zaia e il sindaco Luigi Brugnaro, ovviamente. Ma anche il ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini e quello ai Rapporti con il Parlamento, il Veneto Federico D’Incà. E non poteva ovviamente mancare il leader leghista Matteo Salvini. In attesa che si definisca con più precisione il conto dei danni, il governo ha stanziato i primi venti milioni. Potrebbero andare anche ai primi interventi nelle chiese che sono tra gli edifici più colpiti.

Sono stati giorni duri. Durissimi. Ma non lo saranno meno quelli che seguiranno, quando bisognerà rimboccarsi ancora le maniche per ripulire la città. Rimettere insieme i pezzi, come le preziosissime tavole di olmo, ciliegio, tiglio, mogano, larice, strappate dall’acqua e dal vento e finite nei canali. Venivano dallo Squero di San Trovaso, la storica ‘officina delle gondole’ nel sestiere di Dorsoduro. Per recuperare almeno una parte del prezioso legname è partito un appello via social con la richiesta di segnalarne la presenza agli ‘squerarioli’.

Intanto si sono ritrovati i ragazzi di Venezia calls e dei Fridays for future: lavoreranno nei musei, nelle biblioteche, nelle calli. In Laguna, come a Genova dopo le alluvioni, i giovani scendono nel fango per le loro città.