Droghe. “Togliamo il mercato alle mafie”. “Ma negli Usa le ha sostituite Big Pharma”

Caro Direttore, nel commento pubblicato “Droga – legalizzare è solo pericoloso”, Pino Arlacchi offre argomenti per sostenere l’inutilità della legalizzazione degli stupefacenti. Nel 1998, Arlacchi, direttore dell’Ufficio Onu per droga e crimine, convocò una sessione speciale dell’Assemblea generale con lo slogan A Drug Free World, We Can Do It! (lo ricordo bene, avendo partecipato alle fasi preparatorie e alla plenaria). A 20 anni da quel summit mondiale, le droghe restano presenti. Costano magari meno, ma grazie all’efficienza della ‘ndrangheta si possono acquistare vicino agli asili come nelle carceri. L’ultimo Rapporto mondiale sulle droghe dell’Unodc segnala che il consumo frequente di sostanze illecite interessa circa 271 milioni di persone (il 5,5% della popolazione mondiale tra 15 e 64 anni), mentre stima che a soffrire di disturbi da uso siano in 35 milioni. In Italia, oltre 8 milioni di persone consumano sostanze illecite, per un giro d’affari illegale di circa 14 miliardi. Se ipotizzassimo che i consumi italiani – 80% di cannabis e il rimanente tra cocaina, eroina e sintetiche – fossero applicabili come scelte mediane a tutto il mondo, il complessivo giro d’affari risulterebbe di mezzo triliardo di dollari. Pare dunque affrettato ritenere che togliere questo mercato alla criminalità organizzata non abbia impatto sulle entrate criminali. Se il 5,5% della popolazione mondiale consuma con frequenza qualcosa, questa “cosa” non può non rappresentare anche un fenomeno culturale: del resto, le piante psicoattive accompagnano l’esperienza umana da millenni.

È presto per capire l’impatto effettivo della legalizzazione della cannabis in California, o in Canada, ma tenendo presente le cifre consolidate negli altri Stati Usa che hanno legalizzato, si può affermare che non c’è stata un’esplosione di consumi e che le persone preferiscono comprare legalmente (con benefici significativi anche per le casse dello Stato). Arlacchi auspica un aggiornamento “minimo” sulla materia: mi pare ci sia di che ponderare, per aprire un dibattito pubblico sulla complessità del fenomeno, basandosi sui dati a disposizione.
Marco Perduca, Associazione Luca Coscioni

 

Caro Marco, come replicare a chi dichiara che i 35 milioni di consumatori ad alto rischio di droghe sono un problema… culturale, simile, se in forma acuta, al consumo di vino? Si omette di parlare dei morti per overdose: 585 mila globali, 70 mila dei quali americani. Gli Usa hanno fatto quello che Perduca suggerisce: legalizzato e posto sotto controllo medico la vendita di oppiacei antidolorifici più potenti dell’eroina. Big Pharma ha sostituito le mafie, e i tossicodipendenti sono passati da 1 a oltre 11 milioni.
Pino Arlacchi

Chi ha bisogno della destra quando c’è già Marattin?

Il Fatto inaugura la nuova rubrica “Vinci, Salvini”. Dove il “vinci” non è un imperativo ai suoi fan per cliccare sui suoi social, ma un esortativo largamente condiviso nel mondo giallo-rosa al capo leghista perché vada presto al governo con i famosi “pieni poteri”. Nessuno osa ammetterlo esplicita- mente, ma ogni giorno qualche esponente del fronte che dovrebbe contrastare il Cazzaro Verde dice o fa qualcosa che ne agevola gli immancabili destini. Da oggi almeno sa che non passerà inosservato.

Chi ha bisogno dell’opposizione se l’opposizione è già dentro la maggioranza? Luigi Marattin, economista renziano da salotti tv e da baruffe parlamentari, regala una preziosa intervista al Corriere della Sera piena di riflessioni critiche: tutte – ma proprio tutte – rivolte esclusivamente ai suoi (presunti) alleati. Il senso è chiaro: la manovra non gli piace. La tassa sulle auto aziendali non va bene, la tassa sulla plastica non va bene, la sopravvivenza di Quota 100 non va bene. Italia Viva però mica vuole rompere le scatole: “Ci limitiamo a produrre idee e soluzioni per migliorare la manovra. Che da sempre viene modificata da ottobre a dicembre: non si capisce perché quest’anno questo sia visto come un ricatto o un sabotaggio”.

Marattin ne ha per tutti (i giallorosa). Zingaretti dice che nessuno difende questo governo? “Non si difendono i governi come fossero fedi religiose”. Franceschini pensa che il governo Conte sia l’ultimo di questa legislatura? “Non ho le capacità divinatorie di Dario. Credo che un governo debba andare avanti se è in grado di produrre risultati e di allargare il consenso”. Di Maio dice che non vuole i negozi aperti 7 giorni su 7? “Io sì”. C’è solo una persona che Marattin non si sente di criticare: su Matteo Salvini non esprime nessuna opinione. Domanda? “Il cardinal Ruini vuole dialogare con Salvini. Lei che ne pensa?”. Risposta: “Libera Chiesa in libero Stato”.

Franceschini ora si sente Malraux

Continua a dire a tutti, pur rasentando lo spergiuro, che no, lui il premier non lo farà. Che no, lui è il fedele scudiero di Giuseppe Conte. Che no, lui seguirà le indicazioni di Sergio Mattarella senza fiatare. E però, Dario Franceschini lievita lo stesso. Al punto da paragonarsi ad André Malraux. L’occasione è il “bonus facciate” da lui voluto e introdotto in manovra, che ricalca una famosa legge francese degli anni Sessanta. Ovvero, proprio, la cosiddetta loi Malraux, dal nome dello scrittore e politico (ministro della Cultura tra il 1959 e il 1968), che ha cambiato l’immagine di molte città della Francia. Ed ecco che nel suo entourage già iniziano a lavorare all’accostamento tra i due. “Sono i ministri scrittori”. D’altra parte, Dario di romanzi ne ha scritti più d’uno.

Poi, c’è la parte gestione del potere/ricerca del consenso: più prosaica, ma sempre più evidente. Il “bonus facciate” introduce nel nostro ordinamento, per il prossimo anno, un credito di imposta del 90% per le spese sostenute per il restauro e il recupero delle facciate degli edifici. Il bonus servirà a rilanciare la cura degli stabili, la riqualificazione del patrimonio edilizio e il risparmio energetico. Quando la bellezza e l’abbassamento delle tasse vanno insieme, la grandeur avanza.

Salari, i grandi sconfitti del conflitto sociale

Giovedì esce in libreria “Basta salari da fame!” (Laterza). Pubblichiamo un estratto

Oggi in Italia si guadagna meno di trent’anni fa, a parità di professione, a parità di livello di istruzione, a parità di carriera. Vale per tutti, tranne per quella minoranza che sta in alto. Non è una casualità. La questione salariale nel nostro paese, ma non solo, è un pezzo di storia politica che può essere raccontata con la retorica di chi continua a comandare o dalla viva voce di chi quel comando lo subisce sulla propria carne viva.

Abbiamo quindi deciso di ripercorrerla, connettendo il filo che lega il passato con il presente, dove il futuro appare una proiezione di un tempo lontano, ma il cui volgere non è affatto scontato. Il primo dopoguerra e la crisi internazionale di metà anni Settanta dove l’avvicendarsi del conflitto sociale portò a risultati diversi, fino ai giorni nostri, in cui si consolida anche grazie al processo di flessibilizzazione la strategia aziendale di protezione dei profitti e gestione del ciclo economico, facendo del costo del lavoro un fattore variabile su cui scaricare il rischio aziendale e le fluttuazioni della domanda. Ma è grazie all’ingente apparato retorico e ideologico, a corredo di tale offensiva, che i salari tornano a essere l’agnello da sacrificare in nome dell’interesse aziendale, eretto a unico interesse nazionale. Se ne convinsero persino i sindacati, accettando non soltanto di congelare i salari ma anche di assestarsi lungo una dinamica assertiva alle richieste del mercato.

Nonostante tutto questo, le aziende continuano tenacemente a esigere sconti fiscali, sgravi e salari più bassi, l’unica costante delle riforme: non la competitività, non la produttività, non il benessere diffuso, ma la svalutazione del lavoro. Siamo oggi un paese che conta il 14% di forza lavoro in condizioni di povertà lavorativa, e in cui il 30% dei giovani occupati non guadagna più di 800 euro al mese (dati Inps). Quando la frammentazione interna al mondo del lavoro non è sufficiente a contenere il conflitto sociale, bisogna trovare comunque argomenti che spostino il centro dell’attenzione dalle sue vere cause, da chi sfrutta e decide di sfruttare. Da qui il mito della tecnologia che separa i bravi, meritevoli di salari elevati, da quelli poco produttivi, che invece non hanno diritto che a salari da fame. Ma, anche questa volta, la teoria a monte di una retorica sempre più diffusa si rivela, quando non del tutto inefficace, parziale e incompleta a spiegare i divari salariali esistenti.

Abbiamo messo a fuoco la questione salariale e la dinamica economica come esito dei rapporti di forza tra le classi sociali, attingendo a basi teoriche alternative al pensiero dominante e all’ausilio di risultati empirici di studi e ricerche accademiche e istituzionali. Senza però sottrarci al dibattito contingente: quello che vede la possibilità dell’introduzione del salario minimo legale anche nel nostro paese. Consapevoli però che il salario minimo non è positivo di per sé, ma lo diventa quando riesce a incidere e migliorare le condizioni di tutti i lavoratori, partendo dai tanti, troppi, che oggi vivono in stato di povertà pur lavorando regolarmente nel rispetto dei contratti collettivi – anche rappresentativi – vigenti. È uno strumento capace di mettere il bastone tra le ruote a chi pensa di poter rimanere a galla a colpi di esternalizzazioni e lavoro in affitto. Un risultato non scontato, ma che dipende da quanto siamo pronti a strappare ancora una volta al fronte padronale, ad attaccare su quel che ci spetta non accontentandoci di quello che sono disposti a regalarci, senza timore di indebolire alcuna struttura intermedia.

Nel disastro del Sud perfino il Reddito disincentiva il lavoro

“Invece di richiamare le persone in cerca di occupazione, il Reddito di cittadinanza le sta allontanando dal mercato del lavoro”. Dal rapporto Svimez 2019, presentato ieri dall’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, emerge un Sud Italia messo in ginocchio dai pochi investimenti pubblici, dalle scarse prospettive di crescita e dai bassi salari. L’osservazione che però ha appassionato molti osservatori è quella che, messa così, sembrava una stroncatura netta dello strumento di contrasto alla povertà approvato dal governo giallo-verde. Se non altro, perché ha dato un nuovo argomento polemico ai critici.

Stringendo la lente, però, la quella dello Svimez non è una bocciatura senza appello del reddito, che definisce “utile”, pur aggiungendo che l’indigenza “non si combatte solo con un contributo monetario”. Il focus è sull’impatto “nullo” che la misura ha avuto finora sul lavoro. Un dato innegabile, ma spiegabile: l’intera fase due del reddito non è infatti ancora partita. I primi accrediti risalgono a fine aprile, ma solo il 2 settembre sono arrivate le convocazioni dei beneficiari ai centri per l’impiego. A metà ottobre, erano meno di 80 mila i patti per il lavoro firmati, su 2,2 milioni di persone che ricevono l’assegno. “Con l’entrata in vigore – si legge – si aspettava un aumento del tasso di partecipazione e del tasso di occupazione che nei cinque mesi trascorsi non c’è stato”. Mentre ad aprile si contavano due milioni e 615 mila persone in cerca di lavoro, ad agosto sono scese a due milioni e 480 mila. A settembre, però, in concomitanza con l’inizio delle chiamate ai centri per l’impiego, sono diventate già due milioni e 554 mila. Secondo il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, “parlare di impatto nullo a sei mesi dalla riforma è assolutamente eccessivo”.

La Svimez fa notare la tendenza del reddito di cittadinanza ad “alzare il salario di riserva”, cosa che “disincentiva il beneficiario ad accettare posti precari, occasionali, a tempo parziale”. In effetti, uno degli obiettivi della misura era proprio evitare di costringere le persone ad accettare stipendi da fame in nome del ricatto occupazionale evitando la povertà lavorativa. Un problema affrontato dalla stessa Svimez: tra il 2014 e il 2018 sono aumentati gli occupati al Sud, ma è cresciuta anche la povertà. Un paradosso figlio proprio del precariato e dei salari bassi: al Sud ci sono un milione e 643 mila lavoratori a rischio povertà (nel 2008 erano un milione e 286 mila). Nei primi sei mesi del 2019, tra l’altro, n è tornato a diminuire anche il numero totale di occupati.

Presente complicato e futuro che rischia di essere peggiore. La Svimez prevede che il Pil del Sud Italia segnerà un -0,2% nel 2019 e risalirà solo dello 0,2% nel 2020, mentre la crescita al Centro-Nord sarà rispettivamente dello 0,3% e dello 0,7%. I nuovi nati sono meno dei morti, i giovani emigrano e, a lungo andare, il calo della popolazione avrà effetti drammatici, portando a un crollo del 38% del Pil entro il 2065; uno scenario che si può scongiurare solo con un robusto aumento del tasso di occupazione femminile. Difficile, dato che solo il 5,4% di bambini meridionali oggi usufruisce di servizi per l’infanzia, a fronte di una media nazionale del 13%.

Servono investimenti, ma se quelli privati sono in crescita, benché lontanissimi dai livelli pre-crisi, quelli pubblici continuano a calare. Le risorse ordinarie per il Sud ammontavano a 10,7 miliardi nel 2000, mentre nel 2018 si sono fermate a 6,1 miliardi, il 21,6% del totale nazionale. Ecco perché, per la Svimez, è necessario rendere cogente la clausola che obbligherebbe a dirottare verso il Mezzogiorno il 34% degli investimenti. Con i 3,5 miliardi mancanti per raggiungere quella soglia, il Pil meridionale accelererebbe dello 0,8%. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha promesso proprio questo riequilibrio, annunciando il piano per il Sud entro fine anno insieme al ministro ad hoc Giuseppe Provenzano. Intanto, la manovra contiene già un pacchetto per il Meridione, con misure che vanno dal credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo ai 300 milioni per i comuni e ai 200 milioni per lo sviluppo delle aree interne.

Il Dio della siderurgia li manderà all’inferno

Nel luglio 2012, quando la Procura di Taranto (guidata allora da un galantuomo) mise sotto sequestro l’Ilva e arrestò Emilio Riva, il problema si pose chiaramente al presidente del Consiglio Mario Monti e al ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera. L’irresponsabilità dei Riva, degni alfieri di un’imprenditoria privata efficiente solo quando c’è da comprarsi giornali o singoli giornalisti, aveva messo fuori mercato (inquinamento a parte) il maggiore impianto siderurgico d’Europa. C’era da prendere una decisione: o rilanciare l’Ilva whatever it takes

, perché un grande paese industriale deve avere il suo acciaio, o chiuderla salvando almeno la salute dei tarantini. Non era complicato: sarebbe bastato chiamare le cose con il loro nome e parlarne. Ma era chiedere troppo a una classe politica di vigliacchi e a una classe imprenditoriale di profittatori. Nessuno si è distaccato dalla losca abitudine di prendere per i fondelli i cittadini, girando intorno al problema per non assumersi una responsabilità. Questo vale per Monti e i suoi successori: Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte uno e due. Vale per Passera e i suoi successori: Flavio Zanonato, Federica Guidi, Carlo Calenda e Luigi Di Maio. E vale per i politicanti che hanno fatto solo dichiarazioni e i sindacalisti che hanno solo chiesto tavoli. Tutti insieme si sono baloccati con l’idea di far salvare l’Ilva da Arcelor Mittal, leader mondiale di un mercato in crisi nera. Gli è stato spiegato in ogni modo l’ovvio: Arcelor Mittal voleva solo tenere l’Ilva azzoppata in attesa di ammazzarla non appena se ne fosse presentata l’occasione (e la rinomata cultura di governo del M5S gliel’ha offerta con scandalosa solerzia). Fingendo di accapigliarsi sui dettagli, hanno fatto passare sette anni durante i quali, beffa delle beffe, l’Ilva ha continuato a inquinare e uccidere a spese del contribuente. Se esiste un Dio dell’industria, si meritano tutti l’inferno.

 

E Taranto si scopre rassegnata: niente cortei, niente assemblee, niente scioperi, solo social

Attesa, preoccupazione, rassegnazione. Ancora una volta sono questi i sentimenti che serpeggiano a Taranto dopo l’annuncio di ArcelorMittal di voler restituire allo Stato la ex Ilva dopo la decisione di rimuovere l’immunità penale per i gestori e le scadenze imposte dalla magistratura sull’ammodernamento di alcuni impianti.

In fabbrica, tra i lavoratori, sono ore confuse in cui si susseguono ipotesi, si cercano spiegazioni, si costruiscono exit strategy. La paura si mischia ancora una volta a un’indolente rassegnazione: in qualunque altra città, la notizia avrebbe scatenato manifestazioni di protesta e invece nel capoluogo ionico, quella di ieri non ha registrato alcun evento degno di nota. Tante le prese di posizione, soprattutto sui social network, ma per le strade non c’è nessuno. Non ci sono i lavoratori, non ci sono i sindacati, non ci sono nemmeno le associazioni ambientaliste. Il polso, ancorché “virtuale”, la città se lo lascia prendere solo online. E sulla rete sotto accusa c’è tutta la politica: i 5 Stelle, che hanno tradito le promesse fatte in campagna elettorale, e nemmeno la rimozione dello scudo penale ha potuto riabilitare agli occhi di una parte degli ambientalisti che in quel programma di “chiusura delle fonti inquinanti, bonifica e riconversione” aveva creduto. Sotto accusa ci sono anche il Pd e Matteo Renzi, colpevoli di aver varato una serie di decreti che hanno sempre privilegiato la produzione e l’interesse economico e danneggiato la salute di operai e cittadini. Sotto accusa anche Matteo Salvini, che da sempre invece si è schierato a favore della continuità produttiva. Non mancano neppure coloro che festeggiano cogliendo nella scelta di ArcelorMittal l’occasione per immaginare una città senza veleni.

Contro la scelta della multinazionale si è scagliato anche il vescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, che fin dal 2012 ha chiesto a gran voce il bilanciamento del diritto alla salute e al lavoro: “I toni perentori poco si addicono al rapporto tra le parti che dovrebbe essere invece caratterizzato da buon senso e responsabilità. Non si possono chiedere ‘le mani libere’ quando in gioco ci sono la salute e il futuro di tante persone, di un’intera città e della sua provincia. Abbiamo già sperimentato con la precedente proprietà quali sono i frutti amari e velenosi di uno sviluppo legato esclusivamente al profitto”.

Per Alessandro Marescotti di Peacelink, la decisione di ArcelorMittal è legata all’incapacità dell’azienda “di rispettare l’ultimatum della magistratura circa la messa a norma dell’altoforno numero 2, quello dove morì l’operaio Alessandro Morricella” e degli altri impianti ritenuti non sicuri per i lavoratori. Per Marescotti i lavori, cominciati sulla carta nel 2012 “hanno segnato continuamente il passo in una sceneggiata che ha rasentato il grottesco” in cui i vari governi che si sono succeduti hanno rimandato al successivo la patata bollente. “Abbiamo assistito – ha scritto Marescotti in una nota – a uno scaricabarile continuo che non ha fatto onore allo Stato Italiano che è infatti stato condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per non aver protetto i cittadini di Taranto”.

La scelta di ArcelorMittal, infine, per il leader di Peacelink è la caduta della “foglia di fico” che conferma come nella fabbrica vi siano “impianti pericolosi e fuori norma che richiederebbero investimenti mai fatti e che – date le ingenti perdite – non verranno mai fatti. Volevano proseguire con uno scudo penale in questo andazzo, ma ormai la sceneggiata è arrivata al suo temine ed emerge tutta la vergogna di uno Stato che – governo dopo governo – non ha protetto la popolazione di Taranto, forse perché troppo a sud”.

“Hanno sempre voluto chiuderla: errore dargliela”

“Era tutto già scritto, un errore disastroso: imbastire una gara e poi dare l’Ilva a chi non aveva interesse a rilanciarla”. In questi anni, Michele Emiliano, da presidente della Puglia ha battagliato con i governi del suo stesso partito, da Renzi e Gentiloni, per le scelte compiute dall’Ilva. Oggi non è sorpreso dalla fuga di Mittal.

Si aspettava questa mossa?

Sì, l’operazione di vendita a Mittal ha sempre nascosto la volontà di consentire al più grande monopolista europeo di acquisire quote e clienti dell’Ilva e poi, con la scusa dell’immunità, di sfilarsi. Ora il cerchio si chiude. Andava ceduta a un soggetto meno coinvolto nell’acciaio europeo, più motivato a innovare gli impianti dal punto di vista tecnologico.

Perché Mittal non dovrebbe essere motivata?

Se innovasse la produzione a Taranto, dovrebbe farlo in altri 6-7 suoi stabilimenti in Europa; improbabile. Era il peggiore degli acquirenti possibile. La verità è che si sono accorti, come prevedibile, che la fabbrica è in cattive condizioni e non può produrre senza inquinare in modo intollerabile più di 4 milioni di tonnellate l’anno. Cercano di sfilarsi o peggio di farsi dare qualcos’altro dopo quello che già si sono fatti dare dallo Stato: il sacrificio dei tarantini consentito dal piano ambientale. Nonostante questo non sono riusciti a gestire un contratto che hanno firmato e ci lasciano una bomba ecologica dando la colpa al governo approfittando delle sue difficoltà. La peggior condotta possibile.

Mittal però denuncia di non poter produrre senza lo scudo penale, garantito dal governo Renzi. I 5Stelle gli hanno fornito l’assist per scappare?

Non mi pare. Quella dell’immunità è una scusa patetica. Tutti sanno che se si adempie alle prescrizioni del piano ambientale si applica una legge e nessuno può essere punito per questo, stesso discorso per le condotte del passato. Lo scudo era incostituzionale, la Consulta l’avrebbe cassato. In tutta Europa solo Ilva ha una norma del genere: come poteva reggere davanti alla corte di Giustizia Ue?

Ma l’Ilva va chiusa o no?

Se non fosse mai esistita sarebbe stato un bene per la Puglia e per Taranto: ha causato centinaia di morti sul lavoro e migliaia per le malattie legate all’inquinamento. Ma oggi esiste e quello che non si può fare è farla implodere. Se il governo decide di chiuderla, deve fare un piano per gestire la riconversione degli impianti. Se decide, per ragioni strategiche, di tenerla aperta, non può che puntare a produrre senza bruciare carbone.

È il suo vecchio cavallo di battaglia. I fan di Mittal hanno sempre detto che non era possibile.

Era il piano della cordata rivale guidata da Jindal. In un incontro con Mittal, l’unico a cui mi hanno ammesso, chiesi all’ad se era possibile produrre acciaio bruciando gas, mi disse di sì, a patto di avere lo stesso prezzo del gas che si ha negli Usa.

Per quello servono sovvenzioni pubbliche…

Si possono avere. Dopo 40 anni, per dire, l’Ue ha ricominciato a finanziare impianti siderurgici a patto che si punti a ridurre le emissioni di Co² come previsto dal trattato di Parigi. Oggi tutti parlano di riconversione ecologica. Ilva, insieme alla centrale Enel di Brindisi è il più grande produttore di Co² d’Italia. A Brindisi, Enel ha accettato di riconvertire gli impianti entro il 2025, un processo graduale per Ilva era ed è possibile.

Serve una forte mano pubblica. Sarebbe favorevole a una nazionalizzazione di Ilva?

L’acciaieria è fondamentale per il sistema industriale italiano. E, di fatto, è già dello Stato, che affitta gli impianti. Se il governo, di fronte al ricatto di Mittal, decidesse di riprendersi la gestione diretta non sarei contrario, ma non è un’impresa semplice. Va però presa una decisione: o chiusura razionale o decarbonizzazione.

Mittal: ridiamo Ilva allo Stato. Diecimila lavoratori a rischio

Se è l’inizio di una trattativa, come molti pensano nel governo e a Taranto, la mossa d’apertura è decisamente violenta: con una lettera recapitata ieri ai Commissari straordinari per l’Ilva e ai sindacati, i nuovi gestori di ArcelorMittal Italia hanno comunicato la risoluzione del contratto di affitto dell’ex gruppo pubblico dell’acciaio, gli impianti torneranno ai Commissari entro 25 giorni. Insomma, la multinazionale franco-indiana non ha più intenzione di comprare l’Ilva: secondo l’accordo concluso nel 2018, infatti, il contratto in vigore è d’affitto e si trasformerà in acquisto vero e proprio solo a maggio del 2021; conseguentemente i 10mila lavoratori del gruppo Ilva (8.700 solo a Taranto) hanno, fino alla cessione, solo un contratto a tempo determinato con ArcelorMittal. Come detto, se è una mossa d’apertura è di estrema violenza.

La multinazionale incolpa della decisione le scelte degli ultimi due governi e la magistratura: l’esecutivo gialloverde tolse ai nuovi gestori il cosiddetto “scudo penale” (impedendo peraltro alla Corte costituzionale di esprimersi sul tema), quello giallorosa non lo ha reintrodotto nel decreto Imprese dopo “l’impuntatura” di un manipolo di parlamentari grillini pugliesi; i pm di Taranto, invece, hanno tentato (invano) di chiudere l’altoforno 2 dell’acciaieria dopo l’ennesimo incidente sul lavoro. Nelle parole di ArcelorMittal: “Dal 3 novembre il Parlamento ha eliminato la protezione legale necessaria alla società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale, giustificando così la comunicazione di recesso” come previsto dal contratto. Circostanza, questa, negata dal governo: “Non esistono i presupposti giuridici per il recesso. Il governo impedirà la chiusura dell’Ilva”, fanno sapere i ministri interessati dopo un incontro al Mise. Insomma, non è escluso che la faccenda finisca in Tribunale.

Quanto ai pubblici ministeri, scrive invece ArcelorMittal, “obbligano i commissari a completare talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019 – termine che gli stessi commissari hanno ritenuto impossibile da rispettare – pena lo spegnimento dell’Altoforno numero 2. Tali prescrizioni dovrebbero ragionevolmente e prudenzialmente essere applicate anche ad altri due altiforni dello stabilimento di Taranto”. Cioè tutti e tre quelli attualmente funzionanti. Qui, in realtà, Arcelor maramaldeggia: lo spegnimento per lavori dell’Altoforno 2 era già previsto e pretendere l’esimente penale anche per i morti sul lavoro (seppure col pessimo precedente del governo Renzi) pare richiesta eccessiva.

Ovviamente l’annuncio della società, oltre a preoccupare i sindacati, ha scatenato la polemica politica interna ed esterna alla maggioranza: la Lega fa finta di non aver votato la norma oggi in vigore, Renzi vuole rimettere subito l’immunità penale, il Pd estenderla a società in situazioni simili per non fare una legge ad aziendam, il M5S non ci pensa nemmeno. Il punto vero è che cosa vuole davvero ArcelorMittal? Cosa deve aspettarsi Giuseppe Conte, a cui è stata passata la responsabilità della trattativa, oggi pomeriggio quando incontrerà l’azienda?

Niente di buono, secondo la convinzione diffusa nello stesso governo: a Taranto la multinazionale vuole chiudere la cosiddetta “area a caldo” e portare la produzione a circa due milioni di tonnellate all’anno dai circa 4,5 milioni di oggi con cui perde di 2 milioni di euro al giorno (il piano industriale prevede 6 milioni di tonnellate che possono diventare 8 dopo “l’ambientalizzazione”). Problema: per produrre 2 milioni di tonnellate l’anno servono molti meno operai degli attuali 8.700 assunti nella fabbrica pugliese. Duemila, forse poco più.

Il piano di ArcelorMittal, ma non il recesso dal contratto, era all’ingrosso già noto al ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli e al resto del governo, che non sembrano aver intuito la portata della minaccia della multinazionale e puntavano solo a ridurre il danno, cioè a diminuire la quantità di gente in Cassa integrazione.

E qui si arriva al centro del problema, noto a tutti fin dalla contestata scelta di assegnare il gruppo dell’acciaio al gigante franco-indiano, il maggior produttore al mondo: l’unico valore di Ilva per Mittal era di sottrarla a un concorrente e acquisirne il portafoglio clienti; l’optimum sarebbe tenerla aperta a scartamento ridotto “depurata” dalla forza lavoro in eccesso, ma può stargli bene anche farla chiudere, esito che sarebbe un colpo pesantissimo per l’intera industria nazionale. Questo il contesto, il dramma è che il governo non ha idea di come uscirne.

Saccardi va da Renzi: la Sanità toscana è sua

Adesso la sanità toscana è in mano ai renziani. E potrebbe rivelarsi una mossa strategica in vista delle elezioni regionali di maggio: in Toscana la Sanità vale oltre 7 miliardi, pari all’80% di tutto il bilancio e, si sa, quello è un bacino di voti molto ampio che è sempre bene non inimicarsi.

Dopo il passaggio a Italia Viva di Stefano Scaramelli, presidente della commissione Sanità in regione, domenica sera anche l’assessore alla Salute della giunta Rossi, Stefania Saccardi, ha annunciato il suo passaggio con Renzi con un messaggio nella chat dei consiglieri regionali: “Cari amici – ha scritto – ho già comunicato al Presidente Rossi e alla segretaria Simona Bonafè la mia decisione: è stata una scelta dolorosa e non facile. Abbiamo discusso a volte e tante altre abbiamo camminato fianco a fianco. Continuerò a lavorare per ampliare il fronte del centrosinistra e spero che tra qualche mese ci si possa riabbracciare per festeggiare una bella vittoria”.

La decisione di Saccardi, renziana della prima ora, sarebbe arrivata dopo un incontro avuto nei giorni scorsi proprio con Renzi con cui i rapporti si erano raffreddati da quando lui aveva deciso di sostenere Eugenio Giani alla presidenza della Regione e chiesto a lei di fare un passo indietro da quella corsa.

Oggi, fanno sapere dal Pd, l’ex premier avrebbe promesso a Saccardi di fare il bis come assessore alla Sanità in caso di vittoria di Giani alle prossime elezioni. Non solo: ai dem non va giù che le cariche legate alla Salute adesso siano tutte in mano ai renziani e per questo nelle prossime ore potrebbero chiedere la testa di Scaramelli come presidente della commissione.

“Le politiche per la Sanità devono essere completamente indipendenti dal cambio di partito di un’assessore o di un presidente della commissione” dice la consigliera zingarettiana Alessandra Nardini, che poi attacca i due renziani: “Chi oggi ricopre incarichi deve indicare chiare e concrete azioni per fare più e meglio in vista delle elezioni di maggio”.