L’avv. Conte e il parere su Retelit: decisero tutto Salvini e Giorgetti

“Se volete chiarimenti chiedete a Salvini oppure a Giorgetti”. Sarà questo lo spirito con cui, questa sera, il presidente del Consiglio riferirà alla Camera dei deputati sul presunto conflitto di interessi con la società Fiber 4.0 a cui, prima di divenire premier, l’allora avvocato aveva prestato una consulenza legale.

Si trattava di un parere pro veritate relativo alla società di telecomunicazioni Retelit e all’eventualità che su questa il governo dovesse esercitare i “poteri speciali” (Golden power) cioè una serie di prescrizioni o interdizioni nel caso di società ritenute strategiche, come poi effettivamente avvenuto durante il governo Conte 1. Eventualità che a maggio – al tempo del parere legale dato alla Fiber 4.0 –, Conte non poteva prevedere.

A riprova della propria buona fede, il presidente del Consiglio ricorderà il verbale di giovedì 7 giugno 2019, giorno in cui il Consiglio dei ministri si riunì “alle ore 19.16 sotto la presidenza del vicepresidente Matteo Salvini. Segretario il Sottosegretario alla Presidenza Giancarlo Giorgetti”.

Questa la prova di un comportamento lineare che Conte illustrerà ai deputati in un’audizione voluta da Fratelli d’Italia, a firma del presidente del gruppo parlamentare, Francesco Lollobrigida, sulla scia dell’articolo pubblicato circa dieci giorni fa dal Financial Times.

È stato il quotidiano inglese, infatti, a rispolverare una storia già nota, cioè le dinamiche avvenute in Retelit, società che secondo il governo italiano dispone “di attivi di rilevanza strategica nel settore delle comunicazioni”. In particolare la sua rete in fibra ottica “costituisce una piattaforma strategica di interconnessione tra l’Europa e i mercati nordafricani e asiatici”. L’esercizio dei poteri speciali è poi culminato in una sanzione di 140 mila euro comminata dal ministero dello Sviluppo economico.

Proprio in vista di questi problemi Conte fu consultato dalla Fiber 4.0, di cui il fondo Athena, controllato dal Vaticano (ma questo si sarebbe saputo poi) possedeva il 40%. Conte fornì il parere sottolineando l’eventualità che il governo italiano esercitasse il golden power, evidenziando anche che Retelit sarebbe potuta finire sotto il controllo di tedeschi e soprattutto libici.

Il 7 giugno 2018, ricorderà Conte, il governo attivò la procedura, ma il premier non era presente, era in Canada. A presiedere il Consiglio dei ministri c’era Matteo Salvini e al suo fianco il fidato sottosegretario della Lega, Giancarlo Giorgetti. Il Cdm deliberò “di esercitare i poteri speciali con riferimento alla modifica della governance della società Reti Telematiche Italiane s.p.a derivante dall’assemblea degli azionisti del 27 aprile 2018, mediante l’imposizione di prescrizioni e condizioni volte a salvaguardare le attività strategiche della società nel settore delle comunicazioni”.

La procedura si riferiva alla modifica del Cda di Retelit in cui i maggiori tre azionisti (le società Bousval, Aixxon e Svm) avevano sottoscritto il 27 aprile un Patto parasociale per la presentazione e il voto di un’unica lista di candidati per il consiglio di amministrazione e per il collegio sindacale. A detenere la maggioranza delle azioni era la Bousval, così come oggi, che ha come socio controllante la Libyan Post Telecommunications Information Technology Company (Lptic), società libica di Stato che gestisce i servizi di poste e telecomunicazioni.

I motivi per un golden power, dunque, c’erano tutti. Sia il parere di Conte “avvocato” sia la decisione del governo Conte non sembrano dunque particolarmente sorprendenti.

Le vedove inconsolabili del centro fantasma

Da tempo immemore, ormai, e ciclicamente, s’invoca il fatidico Centro politico, con la maiuscola. Che lo faccia la Chiesa o qualche sopravvissuto dc non importa, l’importante è che s’insegua l’Araba Fenice della moderazione a dispetto dei terribili sovversivi di oggi, alias populisti. Dunque, ieri, una delle vedove inconsolabili del Centro, Angelo Panebianco – sia detto con il massimo ossequio per la vasta dottrina politologica di cui è portatore – ha vergato l’ennesimo editoriale sul Corriere della Sera

sul “ruolo chiave del Centro”, spingendosi a dire che senza Centro stavolta è a rischio persino la democrazia. E ancora una volta, il professore Panebianco, è incappato nell’errore più comune che si fa affrontando questo tema. Confondere, cioè, l’elettorato di centro con un eventuale partito di centro, vagheggiato e teorizzato in questi anni da una falange di moderati convinti ma poi delusi dall’esito finale (Monti e Montezemolo, Alfano e Verdini, Pezzotta e Pomicino, D’Antoni e Zecchino, Tabacci e Passera, Rutelli e Casini, e fermiamoci qui) .

Per capire questa distinzione basta rileggersi ciò che scriveva il compianto Giovanni Sartori proprio sul Corsera

ben tre lustri fa. Oggi siamo fermi sempre a quel punto. Non solo. Come si concilia la certezza di Panebianco, “il ruolo chiave del Centro”, con quello che sempre ieri rivela Ilvo Diamanti su Repubblica

? Ovvero: il Centro sta scomparendo e vale solo il 10 per cento. Seguendo il metodo sartoriano, gli elettori di centro nella Seconda Repubblica hanno prediletto il bipolarismo, scegliendo più Berlusconi che il centrosinistra. E oggi che ritorna forte la questione, è consigliabile farsi anche un’altra domanda realistica: a partire da Conte e Franceschini, questo governo quanto centro ingloba?

Il Pd scalpita: grandi manovre in Rai

Via libera al cambio a Raiuno, Raidue e Raitre. E alle nove direzioni di contenuto del piano industriale. Ma frenata sui Tg. Questi gli ultimi spifferi che arrivano da mamma Rai in vista del Cda dell’11 novembre (ce n’è uno anche oggi, ma solo per rifinanziare i bond): un consiglio pesante, in cui si darà l’avvio al piano industriale con la nomina delle nove direzioni di genere ma pure a un riequilibrio nelle reti a fronte del cambio di maggioranza di governo.

Un riassetto chiesto dal Pd, che si sente sottorappresentato nelle posizioni apicali dell’azienda e che andrà a colpire la Lega, che invece può vantare parecchi posti, dato che le ultime nomine sono state fatte con il partito di Matteo Salvini al governo. In questi giorni, tra Viale Mazzini e Saxa Rubra, è tutto un rincorrersi di nomi, con new entry, grandi ritorni, trombati eccellenti ed ex direttori che corrono ad accreditarsi alla corte di Zingaretti e Di Maio. L’ad Fabrizio Salini partirà dalle tre reti, cogliendo al balzo l’uscita prevista (28 novembre) di Carlo Freccero da Raidue. Al suo posto dovrebbe andare Ludovico Di Meo, di centrodestra ma che non dispiace ai pentastellati, mentre la Lega sta facendo girare il nome (assai improbabile) di una vecchia conoscenza, Antonio Marano, già direttore dei Raidue ai tempi di Bossi e Maroni.

La vera partita, però, è Raiuno, rete rivendicata dal Pd. Qui dovrebbe trasferirsi l’attuale direttore di Raitre Stefano Coletta: piace al Pd, ai grillini e i risultati del terzo canale sono positivi. Se così fosse, per Raitre è pronta Maria Pia Ammirati (ex dalemiana), che però alcuni indicano pure come nuova direttrice di Raiuno. Per quel posto, però, è in corsa anche Franco Di Mare: piace al M5S e pure ai dem. Insomma, molto è ancora per aria e Salini in questi giorni avrà un gran da fare per mettere i nomi giusti nelle caselle giuste. A quanto pare, però, non verranno toccati i tre Tg principali: “Si aprirebbe un vaso di Pandora infinito, meglio rinviare”, dicono da Viale Mazzini.

Così resterebbero al loro posto sia Giuseppe Carboni (su cui i grillini sono divisi tra chi vuole cambiarlo e chi no) sia Gennaro Sangiuliano. E così pure Giuseppina Paterniti, che però in futuro pare essere destinata a Rainews, mentre Antonio Di Bella potrebbe finire all’approfondimento. Per non farci mancare nulla, in queste ore si stanno dando molto da fare pure Monica Maggioni, che non ne può più di RaiCom, e Mario Orfeo, che punterebbe a RaiCinema. Mentre un gran via vai di persone si registra nell’ufficio del consigliere in quota Fdi Giampaolo Rossi. Il problema, però, resta il sovradimensionamento leghista, che al momento conta la presidenza della Rai, il Tg2, la Tgr e Raisport. In vista dell’11 qualcuno potrebbe essere sacrificato (ma non Sangiuliano, nonostante i bassi ascolti alle ore 13) e agli addetti ai lavori non è sfuggita, ieri, l’intervista a La Verità con cui il direttore della Tgr, Alessandro Casarin, ha rivendicato il trend positivo dei tg regionali.

Nel frattempo, anche per divergenze di opinione con Maggioni sulla linea editoriale, Flavio Mucciante ha lasciato la direzione di Rai Libri, settore che aveva contribuito a rilanciare, per tornare al suo antico amore, la radio, diventando vicedirettore di Radio Rai (in passato aveva diretto con buoni risultati Radio 2, Radio 1, Giornale Radio e Gr Parlamento).

La lotta per le Autorità: capi tecnici e infornata politica

Il giornale in edicola porta la data giusta, però riferisce di una farsa che si protrae da troppi mesi che ormai dà noia. Siamo qui a celebrare i 141 giorni trascorsi dalla scadenza – ampiamente prevedibile – del settennato di Antonello Soro e colleghi da Garante per la Privacy e i 116 giorni dalla conclusione del mandato di Angelo Cardani e commissari in Agcom, l’Autorità per le comunicazioni.

Il gioco vale in ufficio oppure a casa, e si può sommare e contare per settimane ancora perché il Parlamento, per esteso la politica, ha deciso di non decidere, cioè di non votare in aula prima di dicembre, termine ultimo, che poi ultimo mai è, per rinnovare i vertici di Agcom e Privacy. Si tratta di un totale di otto poltrone, da assegnare quattro ciascuna tra Camera e Senato, più il capo di Agcom che viene indicato dal presidente del Consiglio e dal ministro per lo Sviluppo economico e sottoposto al vaglio delle commissioni parlamentari competenti, che esprimono un parere vincolante con una maggioranza di due terzi. Il collegio della Privacy, invece, elegge al suo interno il Garante.

A discolpa dei partiti va ascritto il ribaltone di agosto che ha frantumato i faticosi equilibri (leggi, la spartizione) degli alleati gialloverdi e rovesciato il tavolo delle trattative con i Cinque Stelle, il Pd della coppia Zingaretti/Franceschini e Italia Viva di Matteo Renzi ai posti di comando. Il barlume di speranza che s’accende su dicembre consiste in un prototipo di accordo che rimbalza tra le segreterie dei partiti, i numerosi capigruppo che dovranno istruire i deputati e i senatori, i portavoce delle delegazioni al governo: le presidenze di Agcom e Privacy saranno affidate a tecnici, premura che il Quirinale può apprezzare, e le altre poltrone, sette, saranno distribuite dai politici.

Al momento, e schema non può risultare più caduco, Giuseppe Busia è in vantaggio per la Privacy, la stessa Autorità in cui è segretario generale, è sostenuto da Giuseppe Conte e non dispiace a un pezzo dei Cinque Stelle, per un paio di mesi è stato consigliere giuridico proprio del premier; l’avvocato Vincenzo Zeno Zencovich per l’Agcom ha un consenso trasversale, che va da Italia Viva a Forza Italia. Ancora per l’Agcom, di sicuro, uno spazio è riservato al deputato dem Antonello Giacomelli, già sottosegretario al ministero per lo Sviluppo Economico, in sigla Mise, con delega alle Comunicazioni nei governi Renzi e Gentiloni, a lungo in corsa come possibile presidente e supportato dai forzisti e dal politico più influente del Nazareno: il ministro Dario Franceschini.

Forza Italia, versione Gianni Letta, spinge per Laura Aria, ex dirigente all’Agcom rientrata al Mise. Le due seggiole rimanenti all’Autorità per le Comunicazioni, infine, spettano a Italia Viva e ai Cinque Stelle. Se per il gruppo di Renzi il patto può essere vidimato, la minoranza di Lega e Fratelli d’Italia può concentrarsi sulla Privacy.

Se non vengono convinti da Silvio Berlusconi a non scompaginare i piani all’Agcom, sempre preziosa per Mediaset, Matteo Salvini e Giorgia Meloni possono tentare di bloccare il giro di poltrone e pretendere di più che un commissario. Quello che resta, e la politica non se ne cura, sono le conseguenze per Privacy e Agcom costrette a lavorare in proroga e, di fatto, sospese. La protezione dei dati personali nell’epoca dell’invasione delle multinazionali non merita un po’ di fretta? Oppure le questioni che l’Agcom deve rimandare – lo sviluppo di Internet 5G, il bando per le frequenze televisive, il passaggio al digitale terrestre di seconda generazione, la legge sulla pubblicità dell’azzardo – sono questioni marginali? Certo, non sono divertenti e intriganti come la spartizione. Quella sì di rilievo nazionale.

Un’agenzia politica e precari a rischio. La ricerca in rivolta contro la manovra

Aguardarla senza troppi tecnicismi è una di quelle situazioni in cui la mano destra (il Miur) non sa cosa fa la sinistra (Palazzo Chigi) se è vero, come ha dichiarato ieri il ministro dell’Istruzione, che la decisione di inserire in manovra due articoli sulla ricerca, molto criticati dal mondo accademico, non è passata da lui. Oppure, volendo essere più maligni, si potrebbe pensare che è un modo di creare un guscio vuoto per mascherare l’assenza di interventi importanti su scuola e università. Ad ogni modo, la polemica è su due norme.

La prima prevede l’istituzione di una Agenzia Nazionale della Ricerca che, con una dotazione di 300 milioni l’anno a regime, dovrebbe “potenziare la ricerca svolta da università, enti e istituti di ricerca pubblici e privati”. problema: è previsto che i due terzi dell’organo direttivo siano di nomina politica (proposti da diversi ministeri) mettendo così a rischio la libertà della ricerca. La seconda prevede la riduzione della percentuale di budget per le assunzioni negli enti di ricerca, dall’80 al 70%. “Forse è normale che una Legge di Bilancio evolva – ha scritto ieri il ministro Fioramonti -. È meno normale, però, che il ministro dell’Istruzione scopra in rete dell’esistenza di norme sul suo settore, senza che sia stato neppure coinvolto”. Annuncia battaglia in parlamento. “La versione iniziale di questo articolo era stata sviluppata escludendo il Miur da qualunque ruolo: il funzionamento e la governance di tale agenzia può essere deciso solo dopo un confronto con la comunità di ricerca ed una ricognizione delle migliori pratiche internazionali”.

Sul secondo articolo, il guaio è che gli enti di ricerca stanno completando la stabilizzazione dei precari storici, avviata nel 2017 con la legge Madia. Essendo ora costretti a ridurre al 70% le spese di personale, tireranno il freno. Il Cnr, per esempio, ha ancora circa 800 dipendenti con l’anzianità sufficiente per reclamare il posto fisso. Oggi la quota di bilancio spesa per il personale è pari al 66%. Aggiungendo solo un 4%, grossomodo 40 milioni di euro (laddove disponibili), si potrebbero assumere 800 persone, ma la legge impone di prenderne la metà dall’esterno. In pratica, le stabilizzazioni lascerebbero fuori almeno 400 interni.

Per questo i Precari uniti Cnr hanno chiesto al ministero di posticipare la clausola del 50%: poter stabilizzare subito tutti gli 800 subito e assumere altrettanti esterni nel giro dei prossimi cinque anni. Al Crea, centro di ricerca sull’agricoltura, ci sono 130 precari rimasti fuori. Oggi la spesa per personale è al 72%: secondo la Flc Cgil, ridurla di due punti significherebbe non completare le stabilizzazioni, ma anche bloccare il turn-over e gli avanzamenti di carriera.

Stesso discorso all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, oggi al 76% e con 45 precari in attesa (più un altro centinaio accumulato in questi ultimi due anni). Anche qui bisognerebbe tagliare non sostituendo il pensionati e fermando le assunzioni. Effetto nullo, invece, si avrebbe all’Istituto di fisica nucleare (Infn), che oggi spende poco più del 50%. Semmai, in questo ente il problema è che, al momento, non sono nemmeno partiti i concorsi per l’ingresso dei precari con i requisiti per la stabilizzazione.

“Non deve servire a fare cassa: la plastic tax migliorerà in aula”

Il viaggio in treno è un rosario di gallerie e la conversazione richiede pause e resistenza. Più o meno come lo scontro nel governo sulla plastic tax, l’imposta da un euro per ogni chilogrammo di plastica monouso. Ma il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, “tecnico” indicato dai Cinque Stelle, ostenta buon umore: “Sto andando a Rimini per Ecomondo, la più importante manifestazione al mondo sull’economia circolare. Siamo all’avanguardia nel mondo in questo settore, e vedrà che troveremo l’intesa con le imprese sulla plastic tax, lavorando assieme a loro anche sui decreti attuativi”.

Sarà, ma la tassa sta spaccando il governo. Per Luigi Di Maio non si può toccare, per Italia Viva va tolta e in mezzo c’è il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri a promettere che verrà “modulata”. Come finirà?

Devo dire che non c’è polemica dentro il governo, ma un confronto, magari anche forte.

Siamo oltre questo. C’è una differenza di linea, non crede?

Guardi, tutto il governo è coeso sul fatto che la plastica non riciclabile e monouso danneggia l’ambiente e va fermata. Dopodiché quando qualche settimana fa è uscita la prima bozza che prevedeva la tassa su tutti i tipi di plastica, indiscriminatamente, fui il primo a dire che bisognava distinguere. E infatti pochi giorni dopo sono state escluse dalla tassazione le plastiche compostabili e riciclabili.

Non è bastato per fermare polemiche e proteste. Il governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini ha ricordato che nella sua regione producono il 40 degli imballaggi a livello europeo. Parliamo di 230 imprese per un fatturato di 5 miliardi, e il 26 gennaio in Emilia Romagna si voterà. ..

Sono consapevole di questi dati: con Bonaccini ci sentiamo spesso, abbiamo un buon rapporto. E le dico che nell’ultima bozza della manovra, quella definitiva, abbiamo previsto per le aziende del settore un credito d’imposta del dieci per cento.

Però Confindustria Emilia ha ribadito il suo no: “Le materie prime costeranno il 110 per cento in più”.

Incontrerò sicuramente le imprese e ci confronteremo. Il punto principale è che la plastic tax non deve essere una tassa per fare cassa, ma una tassa di scopo, finalizzata alla riconversione dei materiali. Per questo, penso che la norma possa essere ulteriormente migliorata in Parlamento.

Come?

Per esempio aumentando ulteriormente il credito d’imposta. Oppure prevedendo incentivi per le aziende che rinnovino tutta la filiera produttiva per renderla sostenibile a livello ambientale.

Servirebbero soldi.

Le risorse si possono prendere dai tagli ai sussidi ambientalmente dannosi. Se un’impresa riconverte tutto, la plastic tax diventa a costo zero. E non si perderà un solo posto di lavoro.

Ma non potevate pensarci prima e soprattutto comunicare meglio, invece di litigare sulle imposte?

La parola tasse non piace a nessuno. Va accompagnata con una narrativa che spieghi di cosa si parla, e i vantaggi di certe scelte.

Appunto…

Cosa vuole che le dica. Io di solito la chiamo norma (sorride, ndr). Ma è evidente che vada spiegata meglio.

Se incontrerete le aziende emiliane ci sarà anche Bonaccini. Lei lo sosterebbe nelle Regionali? Il M5S non pare dell’idea.

Io sono un tecnico, un uomo indipendente, e posso dire che Bonaccini ha lavorato bene. Anche da presidente della Conferenza Stato Regioni ha mostrato terzietà.

Invece i rappresentanti di ArcelorMittal cosa mostrano? Vogliono abbandonare l’Ilva perché il M5S ha fermato l’immunità penale. È un pretesto?

Io non capisco perché ora l’azienda dovrebbe avere voglia di andarsene, dopo essersi rimessa al tavolo con me per rivedere le condizioni ambientali del contratto siglato in precedenza con il ministro Calenda.

Magari credeva nell’impegno di Di Maio di concederle una parziale immunità penale…

Non vedo possibili rilievi penali sul piano ambientale.

Se l’hanno chiesta un motivo ci sarà. C’è il tema della sicurezza.

Quello è un ambito che non mi compete.

Fonti del governo affermano che giuridicamente l’azienda non possa recedere. Conferma?

Questo può stabilirlo solo l’avvocatura dello Stato.

È contento che il Movimento abbia fatto muro all’immunità?

Non si tratta di essere contenti, ma giusti.

Lei avrebbe detto no.

Esatto.

La Sicilia s’inventa il micro-taglio: via solo il 9%

Il taglio dei vitalizi in Sicilia? Sì, ma “a modo nostro”. Dove per “nostro” si intende alla maniera della maggioranza di centrodestra, supportata per l’occasione dal Partito democratico, che insieme proprio a Forza Italia ha presentato un ddl per ricalcolare i vitalizi per gli ex deputati dell’Assemblea regionale con percentuali di taglio ben lontane da quanto richiesto dallo Stato.

Dopo mesi di meline e barricate (“Il taglio non lo faccio, se l’Ars lo vuole mi sfiduci”, aveva detto il presidente dell’Assemblea Gianfranco Micciché), oggi la commissione ad hoc che si occupa dei vitalizi potrebbe dare il via libera al testo Pd-Forza Italia, che andrebbe così in Aula. In Sicilia però, a differenza di quanto previsto dalle altre Regioni e dalle norme che hanno ridotto gli assegni alla Camera e al Senato, non ci sarà alcun ricalcolo integrale secondo il sistema contributivo, ma un mini-taglio lineare vicino al 9 per cento. Risultato: invece che risparmiare circa 8 milioni sui 18 erogati ogni anno, se passasse il ddl l’Ars si accontenterebbe di 1 milione e mezzo.

Il motivo è nelle condizioni dei tagli, messe nero su bianco nella proposta di legge. Nel testo presentato da Stefano Pellegrino (Forza Italia), Antonino Cracolici (Pd) e Nicola D’Agostino (Sicilia Futura) si legge che dalla riduzione sarebbero infatti esclusi tutti gli assegni di reversibilità, causa “mancato rispetto dei principi costituzionali” reso “ancora più stridente” visto che il beneficiario “è diverso dall’ordinario dante causa”. Una questione di buon cuore, insomma, che consegna alla commissione tagli impercettibili. E anche per gli assegni diretti il ddl tratteggia una sorta di scudo etico, richiamandosi – a modo suo – ai dettami dalla Corte di Cassazione, che si è già espressa su ricorsi di ex deputati a cui è stato ridotto l’assegno. Secondo i firmatari della proposta di legge, un intervento in linea con quello delle altre Regioni non sarebbe possibile perché “assolutamente non prevedibile”, perché contrario “ai principi della proporzionalità, ragionevolezza ed uguaglianza” e perché “inciderebbe su situazioni di legittimo affidamento ampiamente consolidate nel tempo”. Un ritorno a quel concetto di “macelleria sociale” che qualche mese fa Micciché aveva evocato in relazione proprio alla scure del ricalcolo dei vitalizi.

Ecco che allora la Sicilia propone il suo taglio soft, attivo soltanto “per un periodo di tre anni dalla data di entrata in vigore della legge”, tale da non ridurre i vitalizi a meno di “due volte il trattamento minimo Inps” (quindi circa 1000 euro) e che già viene contestato da diverse associazioni – tra cui il Codacons –, che hanno annunciato ricorso alla Corte dei Conti. E anche il Movimento 5 Stelle, che da tempo ha depositato invano un disegno di legge che ricalca quanto fatto in Parlamento, sbotta: “La proposta di Pd e Forza Italia è un’autentica vergogna – attacca la deputata Jose Marano – ,una legge truffa che raggira la normativa nazionale e riduce la rideterminazione dei vitalizi a piccoli spicci. La situazione è insostenibile e grazie all’inettitudine della maggioranza siamo rimasti l’ultima Regione d’Italia ad approvare la riduzione”.

Ma è proprio il ritardo nel ricalcolo che ora mette fretta alla maggioranza di Nello Musumeci, perché in caso di mancata legge entro la fine dell’anno lo Stato potrà tagliare 70 milioni di trasferimenti alla Regione nella prossima manovra. Condizione capestro che ha spinto al dialogo Pd e Forza Italia, nel buon nome dei “vitaliziati” da salvare.

I 5S fanno saltare i giochini di Casellati & C. sui vitalizi

Colpo di scena al Senato. La Commissione contenziosa, ormai pronta a decidere sui 771 ricorsi presentati contro la delibera che ha imposto la revisione al ribasso dei vitalizi degli ex senatori, è in stallo. E ha rinviato la camera di consiglio prevista per ieri dopo le dimissioni dall’organismo di Elvira Evangelista del Movimento 5 Stelle.

La senatrice ha deciso per il passo indietro dopo che si è scoperto, come rivelato dal Fatto Quotidiano e dalla Notizia, che sul collegio giudicante di Palazzo Madama pesava un conflitto di interesse difficile da ignorare: un micidiale intreccio di rapporti tra Nitto Palma, il capo di gabinetto della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e due membri della Commissione da lei nominati nell’organismo: si tratta del senatore di Forza Italia, Giacomo Caliendo che presiede l’organismo e del componente laico Cesare Martellino che è relatore sui 771 ricorsi contro il taglio dei vitalizi. Che erano 772 fino al 29 ottobre, quando Nitto Palma, travolto dalle polemiche ha deciso di ritirare il suo su cui si apprestavano a decidere i due giudici “amici”. Vecchie conoscenze politiche e professionali che da qualche mese si sono ritrovati al Senato dopo che le loro carriere (e i loro incarichi) si erano incrociati per anni.

Ma nonostante il ritiro del ricorso, come tentativo in extremis di allontanare il sospetto del conflitto di interessi che ha messo in imbarazzo il Palazzo, la frittata è ormai fatta. Perché laddove questa Commissione dovesse annullare o disapplicare la delibera sui vitalizi, anche Palma beneficerà della decisione. ricorso o meno. E infatti il Movimento 5 Stelle attacca a testa bassa. “La senatrice Evangelista ha deciso di dimettersi, ritenendo che nel collegio non ci fossero le condizioni necessarie e indispensabili per un giudizio così delicato. Una scelta del tutto condivisibile: la sensazione è che le ragioni dei ricorrenti e l’interesse collettivo non fossero sullo stesso piano. Forse erano altri che avrebbero dovuto fare un passo indietro, per garantire la giusta serenità al collegio giudicante” si legge sul blog delle Stelle in post dal titolo “Sui vitalizi non accettiamo farse” che pare un avviso di sfratto.

Ma la Commissione Caliendo pare invece voler resistere alla buriana. “Ora integreremo il collegio con un supplente insieme a cui riapriremo l’istruttoria. E sarà necessario riconvocare gli avvocati degli ex senatori ricorrenti” ha detto Caliendo che prova a chiudere il caso e pure le polemiche. Che però non si spengono.

“Le mie dimissioni – dice la senatrice pentastellata Evangelista – non riguardano questioni tecnico-giuridiche, su cui avrei potuto in Camera di consiglio esprimere la mia posizione. Magari in dissenso rispetto alla prospettiva di annullare la delibera sul ricalcolo dei vitalizi che ritengo sostanzialmente corretta perché rispetta il principio della ragionevolezza e anche delle prevedibilità: l’affidamento del privato (in questo caso gli ex senatori rispetto al vitalizio, ndr) soccombe sempre di fronte all’interesse pubblico e all’equità sociale. Fattori che da tempo hanno determinato la necessità di introdurre il metodo contributivo per tutti i comuni cittadini”. Ma qui il dissenso sulla soluzione che si va profilando c’entra fino a un certo punto. La questione infatti è un’altra e riguarda la necessaria autonomia e l’imparzialità delle decisioni attese dalla commissione contenziosa. Che evidentemente, dopo le rivelazioni di stampa ha traballato pesantemente. “Il clima che si è creato negli ultimi giorni non mi garantiva più la dovuta serenità per un giudizio così delicato: il collegio non mi è parso così equidistante dagli interessi in gioco” dice rammaricata la senatrice prima di aggiungere: “Fossi la presidente del Senato rivedrei la composizione della Commissione contenziosa anche per allontanare il rischio di ogni strumentalizzazione delle future decisioni”.

I due santi opinionisti Tony & Tina: polvere di stelle (e da sparo)

Da mesi, nel salotto di Barbara D’Urso, va in onda un inquietante teatrino a puntate su vita e opere del cantante neomelodico Tony Colombo e di sua moglie Tina Rispoli, vedova del boss Gaetano Marino ucciso sette anni fa in un agguato camorristico. Un teatrino – si suppone retribuito – con una narrazione trash che inserisce la coppietta in una simpatica cornice folcloristica.
Di puntata in puntata, si assiste al matrimonio in diretta con carrozze, cavalli bianchi e giocolieri, alla proposta di Tony e Tina alla conduttrice di fare la madrina al loro futuro bambino, alla conduttrice che chiama la Rispoli “principessa con la coroncina” e così via. Raccontati come fossero una sorta di Ferragnez in salsa partenopea, i due finiscono in un guaio per aver (pare) organizzato la festa del matrimonio in centro a Napoli senza i permessi necessari e lanciano strali al sindaco De Magistris reo di aver detto che “non sono la Napoli che voglio vedere”. Tony Colombo, col piglio dell’eroe senza macchia, dal salotto di Canale 5 sbraita: “Lui vende questa immagine da uomo del popolo, chieda scusa a mia moglie, l’ha violentata psicologicamente, ha offeso la sua famiglia, il suo nome!”. La conduttrice a quel punto specifica: “I giornali parlavano di matrimonio con la vedova del boss! […] Ricordiamo che Tina non è indagata e non ha precedenti penali!”. Insomma, povera Tina Rispoli. Siamo lì a sollevare tutto questo polverone per una multa alla carrozza coi cavalli.

Dalla tv al web: spin-off del matrimonio dell’anno

Poi, una settimana fa, esce un’inchiesta di Fanpage. L’inchiesta racconta che Colombo ha cantato per anni a tutte le feste del boss, che nell’ultimo anno il suo management è stato affidato a personaggi loschi, uno addirittura figlio di un boss.

Riguardo la figura di Tina, Fanpage restituisce un’immagine della signora che non somiglia esattamente a quella di una Lea Garofalo in salsa dursiana. La vedova del boss si difende con tono lacrimevole: “Perché devo portare questa croce, io non sapevo cosa faceva mio marito e che è camorrista lo dicono gli altri!”. Insomma, dopo un numero imprecisato di puntate grazie alle quali Tina Rispoli è diventata un nome noto con 260.000 follower su una pagina Instagram in cui esibisce la sua bella vita, nel salotto di Canale 5 si è costretti ad affrontare il tema “camorra”. Dico “costretti” perché chi fosse l’ex marito della Rispoli e cosa lei abbia sempre dichiarato dopo la sua morte, era noto.

A inchiodare la coppia dalla D’Urso c’erano esperti magistrati dell’antimafia e giornalisti notoriamente sotto scorta quali Veronica Maya, Riccardo Signoretti, Simona Izzo. Un siparietto imbarazzante in cui ai due, vista la debolezza della controparte, si è concessa l’ennesima opportunità di candidarsi alla beatificazione. E allora, attingendo dalla cronaca, dalla logica, dalle parole di Roberto Saviano e dall’inchiesta di Fanpage, forse è bene ricordare perché Tina Rispoli non è solo una “principessina con la corona” e perché quello di “vedova del boss” non sia un marchio infamante, ma qualcosa da cui lei stessa non ha mai cercato di affrancarsi con la risolutezza che la questione richiederebbe. E perché sia pericoloso farla passare per una donna che porta la croce, inconsapevole di chi fosse il marito, nonostante i 25 anni di matrimonio.

Tina “principessina con la corona”? 10 memo

1) Il marito, fabbricando una bomba, aveva perso entrambe le mani tanto che era soprannominato “Moncherino”. Improbabile che Tina avesse creduto a un incidente in moto o al bricolage.

2) Il marito era un boss a capo degli Scissionisti, non proprio uno spacciatore di hashish. Suo fratello era finito in carcere, al 41-bis. Suo suocero, altro boss, era stato ammazzato. Le faide in cui sono stati coinvolti i Marino hanno mietuto almeno 70 morti, di cui molti innocenti. La Rispoli deve essere stata molto distratta.

3) La Rispoli ha chiamato suo figlio Crescenzo, come l’ex suocero Crescenzo, il boss ammazzato dalla camorra. Difficile credere che omaggiasse San Crescenzo martire.

4) Piccola parentesi: il figlio Crescenzo ha staccato il lobo dell’orecchio a un rivale in amore (50 punti di sutura) ed è finito prima in carcere e poi ai domiciliari, condannato a 4 anni. La Rispoli ha inizialmente affermato che la vittima era caduta e che il tutto era stata “una sciocchezza”, poi, quando il figlio è tornato a casa per scontare i domiciliari, lo ha festeggiato con frasi amorevoli su Instragram e una foto del tenero pargolo col disegnino di una corona accanto.

5) Gaetano Marino girava con la scorta. La Rispoli credeva che il marito l’avesse per tenere a bada i fan?

6) Gaetano Marino, nel 2004, era già stato arrestato per droga. La Rispoli era già sua moglie, dunque una vaga idea del fatto che suo marito non lavorasse per una onlus doveva averla.

7) La Rispoli, secondo Fanpage, ha 50 appartamenti intestati per un patrimonio di milioni di euro. Non ha mai spiegato con quali risorse li abbia acquistati.

8) In compenso, durante il processo che vede imputati i presunti killer del marito, ha affermato “Mio marito viveva con la pensione di invalidità”.

9) Come affermato dal capo della Squadra Mobile di Latina Carmine Mosca, Tina Rispoli non ha mai collaborato con la giustizia.

10) Riguardo la sua deposizione in aula, il sostituto procuratore ha chiesto la sua incriminazione per falsa testimonianza.

Per chiudere, se tutto questo non bastasse, si potrebbe aggiungere che Tina Rispoli ha usato la tv non per chiedere giustizia per suo marito e per condannare la camorra, ma per raccontarci le sue nozze trash. E mescolare la polvere di stelle con la polvere da sparo è un rischio che la tv non dovrebbe mai correre.

“Attenzione a non delegare anche l’ambiente a Big Tech”

I nostri dati, le grandi aziende tecnologiche, il loro rapporto con il Green New Deal e l’ambiente: l’evento in cui se ne discute è in corso a Torino e si chiama Decode. A parlarne c’è anche Evgeny Morozov, sociologo bielorusso e una delle voci più lucide nel panorama mondiale sulla necessità di una gestione ‘democratica’ della tecnologia.

Morozov, cosa intendete per “società democratica digitale” ?

L’attuale modello della società e dell’economia digitale, nonostante il suo potenziale, è corrosivo per la democrazia e l’uguaglianza. La ‘società digitale democratica’ è un’aspirazione che speriamo si realizzi non con ‘app’ intelligenti e altre invenzioni ma attraverso interventi politici a livello nazionale ed europeo.

È possibile?

La tecnologia digitale e Internet in generale sono considerate forze automotrici e autonome, con logiche proprie, da accettare così come sono per evitare che si diventi non competitivi, che si rinunci all’innovazione, che si diventi come la Corea del Nord. Noi rifiutiamo questa premessa. Non esiste un modo ‘giusto’ per lo sviluppo della tecnologia ed è possibile che il fatto che la Silicon Valley monopolizzi così tanto il nostro potere immaginativo quando si tratta di inventare futuri tecnologici alternativi sia un prezzo molto alto da pagare. Vogliamo che i responsabili politici, gli attivisti e i cittadini comprendano che esiste un’economia politica della tecnologia. E che esistono modelli migliori, in cui i cittadini, ad esempio, possono avere il controllo dei propri dati e decidere di condividerli con i loro Comuni piuttosto che darli a Facebook e Google.

Ci sono già tecnologie utili in questo senso?

Siamo grandi sostenitori della tecnologia. Intelligenza artificiale, Internet delle cose, 5G: tutti possono offrire molto. Ed è vero che esistono alcuni interessanti modelli di business nell’attuale capitalismo digitale e soprattutto in quello delle piattaforme (che ospitano gli sviluppatori di app e che guadagnano in percentuale sui ricavi). Ma seppure non rigettiamo del tutto l’idea della piattaforma, non siamo dei fan del delegare così tanto potere al settore privato, né crediamo che l’approccio corrente all’intelligenza artificiale – che si traduce in una dozzina di società che spendono miliardi ognuna per sviluppare identiche tecnologie – sia d’aiuto. Perché farlo quando un solo investimento sarebbe sufficiente? Quest’ultimo approccio, ovviamente, richiederebbe di trattare l’IA come un bene pubblico, e la Silicon Valley sarebbe contraria.

Sembra che qualcosa si stia però muovendo contro il predominio di Big Tech: è così?

Si fa un gran parlare della lotta a Big Tech. Tuttavia, è importante capire perché un’azienda come Facebook o Google sia pericolosa. Di base si sostiene che è grande, quindi è potente, quindi le sue attività commerciali potrebbero corrompere la nostra politica. Questo è in parte – ma non del tutto – la nostra preoccupazione. Siamo però molto più preoccupati per la trasformazione strutturale – dello stato sociale, della sfera pubblica, dell’economia – poiché tutto viene digitalizzato e trasformato in dati. Questo processo diventerebbe ancora più rapido e profondo se, invece di due grandi aziende, ne avessimo venti più piccole? È molto probabile. Quindi uno dei nostri compiti è quello di andare oltre il quadro concettuale che non riesce a pensare alla tecnologia se non in termini di start-up o grandi colossi. Esistono altre forme istituzionali che consentono all’economia digitale di decollare? Forse, solo che non le abbiamo ancora sperimentate completamente. Non dovremmo confondere la necessità di combattere Big Tech con una consapevolezza più profonda che qualcosa sta cambiando strutturalmente: la maggior parte degli attivisti e dei politici non ha ancora raggiunto questo punto.

Economia della conoscenza e Green New Deal. Cosa unisce questi due temi?

Sono forse i più importanti nella politica di oggi. Tradizionalmente, vengono trattati separatamente, ma crediamo sia un errore. È ovvio che un’economia più verde, più efficiente e più sostenibile dovrà disporre di un sostanziale livello digitale per funzionare. È altrettanto ovvio che avere Google o Amazon a gestire quel livello non farebbe altro che aumentare la nostra dipendenza da loro. Hanno sviluppato soluzioni, ma delegare la lotta ai cambiamenti climatici a Big Tech sarebbe la fine della politica: se così fosse, sviluppare solide politiche digitali per ridurre la nostra dipendenza da loro significherebbe anche perdere la nostra unica risposta ai cambiamenti climatici.