“Se volete chiarimenti chiedete a Salvini oppure a Giorgetti”. Sarà questo lo spirito con cui, questa sera, il presidente del Consiglio riferirà alla Camera dei deputati sul presunto conflitto di interessi con la società Fiber 4.0 a cui, prima di divenire premier, l’allora avvocato aveva prestato una consulenza legale.
Si trattava di un parere pro veritate relativo alla società di telecomunicazioni Retelit e all’eventualità che su questa il governo dovesse esercitare i “poteri speciali” (Golden power) cioè una serie di prescrizioni o interdizioni nel caso di società ritenute strategiche, come poi effettivamente avvenuto durante il governo Conte 1. Eventualità che a maggio – al tempo del parere legale dato alla Fiber 4.0 –, Conte non poteva prevedere.
A riprova della propria buona fede, il presidente del Consiglio ricorderà il verbale di giovedì 7 giugno 2019, giorno in cui il Consiglio dei ministri si riunì “alle ore 19.16 sotto la presidenza del vicepresidente Matteo Salvini. Segretario il Sottosegretario alla Presidenza Giancarlo Giorgetti”.
Questa la prova di un comportamento lineare che Conte illustrerà ai deputati in un’audizione voluta da Fratelli d’Italia, a firma del presidente del gruppo parlamentare, Francesco Lollobrigida, sulla scia dell’articolo pubblicato circa dieci giorni fa dal Financial Times.
È stato il quotidiano inglese, infatti, a rispolverare una storia già nota, cioè le dinamiche avvenute in Retelit, società che secondo il governo italiano dispone “di attivi di rilevanza strategica nel settore delle comunicazioni”. In particolare la sua rete in fibra ottica “costituisce una piattaforma strategica di interconnessione tra l’Europa e i mercati nordafricani e asiatici”. L’esercizio dei poteri speciali è poi culminato in una sanzione di 140 mila euro comminata dal ministero dello Sviluppo economico.
Proprio in vista di questi problemi Conte fu consultato dalla Fiber 4.0, di cui il fondo Athena, controllato dal Vaticano (ma questo si sarebbe saputo poi) possedeva il 40%. Conte fornì il parere sottolineando l’eventualità che il governo italiano esercitasse il golden power, evidenziando anche che Retelit sarebbe potuta finire sotto il controllo di tedeschi e soprattutto libici.
Il 7 giugno 2018, ricorderà Conte, il governo attivò la procedura, ma il premier non era presente, era in Canada. A presiedere il Consiglio dei ministri c’era Matteo Salvini e al suo fianco il fidato sottosegretario della Lega, Giancarlo Giorgetti. Il Cdm deliberò “di esercitare i poteri speciali con riferimento alla modifica della governance della società Reti Telematiche Italiane s.p.a derivante dall’assemblea degli azionisti del 27 aprile 2018, mediante l’imposizione di prescrizioni e condizioni volte a salvaguardare le attività strategiche della società nel settore delle comunicazioni”.
La procedura si riferiva alla modifica del Cda di Retelit in cui i maggiori tre azionisti (le società Bousval, Aixxon e Svm) avevano sottoscritto il 27 aprile un Patto parasociale per la presentazione e il voto di un’unica lista di candidati per il consiglio di amministrazione e per il collegio sindacale. A detenere la maggioranza delle azioni era la Bousval, così come oggi, che ha come socio controllante la Libyan Post Telecommunications Information Technology Company (Lptic), società libica di Stato che gestisce i servizi di poste e telecomunicazioni.
I motivi per un golden power, dunque, c’erano tutti. Sia il parere di Conte “avvocato” sia la decisione del governo Conte non sembrano dunque particolarmente sorprendenti.