Dai referendum al legale dei boss: la lobby garantista cara ai criminali

La storia di Antonino Nicosia non deve restare confinata nella sua dimensione penale. A prescindere dalla conclusione giudiziaria questa vicenda dovrebbe accendere un dibattito serio sulla natura di ‘lobby garantista’, usata come ‘bus’ dai criminali di ieri oggi e domani, assunta dai radicali.

Nel decreto di fermo a carico di Nicosia i magistrati sottolineano che l’ex trafficante di droga (condannato a 10 anni e 6 mesi nel 2006 in appello, pena scontata all’italiana visto che era già in giro dal 2009) aveva rapporti di natura anche politica con Michele Capano, già tesoriere dei Radicali Italiani e avvocato di boss di prima grandezza come Filippo Guttadauro. Nulla di illecito. Però gli episodi descritti dai pm di Palermo Francesca Dessì e Calogero Ferrara, e dall’aggiunto Paolo Guido, dovrebbero essere una buona occasione di riflessione politica. La metafora del bus sul quale possono salire anche i mafiosi non è nostra e non è nuova. Nel giugno 2017, dopo che giornali e tv avevano pubblicato le conversazioni di Giuseppe Graviano intercettate in carcere durante il processo Trattativa, i radicali rivendicarono la definizione come parte del loro Dna.

Graviano diceva: “L’ho votato sin dal primo momento che sono stato carcerato questo Pannella, fino al 2002, che ho avuto diritto al voto”. Poi aggiungeva “Se fossi in condizioni mi iscriverei al partito”. E Sergio D’Elia, della presidenza del Partito Radicale e segretario di Nessuno Tocchi Caino, spiegava che: “Si può iscrivere chiunque e nessuno può essere espulso per nessun motivo”. Graviano insomma era benvenuto. “Il problema – spiegava D’Elia – è che al 41 bis non permettono di fare il versamento della quota”.

D’Elia scolpiva: “Come disse Pannella nel lontano 1987, ‘Anche Piromalli può entrare nel partito che è servizio pubblico. Chi vuole, paga il biglietto e viaggia, per un anno, verso dove la diligenza si dirige. Il viaggio è promiscuo, possono salire sulla diligenza radicale anche i cattivi che spesso, proprio loro, salvano gli inermi”. O talvolta li portano nel burrone, aggiungiamo noi.

La direzione della diligenza e di Graviano era la stessa perché “per il suo status di ergastolano ostativo non posso non ricordare uno degli insegnamenti più forti di Pannella: ‘Spes contra Spem'”. Finché c’è vita c’è speranza. E le Corti ultimamente confermano.

Il boss Graviano (recluso dal 1994 all’isolamento e condannato per le stragi del 1992 e del 1993) nel marzo del 2017 si vantava di avere convinto anche altri a salire sulla diligenza radicale. Le sue parole, mai riscontrate, lumeggiavano scenari inquietanti. Diceva il boss che lui aveva scritto una “raccomandata in busta chiusa” nell’agosto del 2013 dal carcere. Dopo aver premesso che lui non voleva accusare Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (si avvale della facoltà di non rispondere) nella lettera accampava richieste sulla sua situazione carceraria. A detta di Graviano, proprio dopo quella lettera “Lui” era andato a firmare subito i referendum dei radicali sulla giustizia, tra i quali quello sull’ergastolo. Graviano mimava la firma di Berlusconi il 23 agosto 2013 con ironia. Così come Pannella irrideva quel giorno la linea del nostro giornale facendo il gesto dell’ombrello all’indirizzo di Travaglio. Si usa così sul bus ‘promiscuo’. Quando Avvenire nel settembre del 1986 storce il naso per il boss neo-radicale Piromalli, l’allora segretario Giovanni Negri insorge contro la “cultura oscurantista” del “piccolo inquisitore” e ricorda l’esempio dei cappellani carcerari.

Il viaggio “promiscuo” prosegue. C’è nel 1986 l’abbandono del vecchio bus a targa Dc per i fiammanti torpedoni Radicali e Socialisti. Secondo le dichiarazioni di molti collaboratori di giustizia, i capi della mafia appoggiarono nelle urne i due partiti dopo i referendum sulla responsabilità civile dei giudici. Salvo essere poi delusi dai “crasti” socialisti, secondo quanto racconta il fido Spatuzza. Nulla da dire invece contro i radicali.

In questo lungo viaggio promiscuo va inserito Nicosia. Al XVI congresso dei Radicali Italiani nel 2017 Nicosia si diceva felice perché finalmente “possiamo dare risposte a chi ci segue nelle battaglie per la giustizia quando ci chiedono chi possiamo votare”. Nicosia conduceva una trasmissione ‘Mezz’ora d’aria’ su Aracne tv e in quello spazio ha intervistato nel 2019 l’avvocato Capano sul cosiddetto ergastolo bianco. “In quella situazione – sottolineano i pm – versava (e versa tuttora) Filippo Guttadauro – cognato di Matteo Messina Denaro – difeso proprio dall’avvocato Capano”.

Capano oltre che legale del boss è stato tesoriere dei Radicali Italiani ed era nel Comitato nazionale con Nicosia. Difficile distinguere dove finisce l’attività professionale, perfettamente lecita, di Capano e dove inizia quella politica, altrettanto lecita. Ed è difficile distinguere in questa promiscuità dove finisce l’azione politica del radicale Nicosia e dove inizia quella dell’amico dei boss. “Nicosia il 1° febbraio 2019 si era recato insieme all’on. Giuseppina Occhionero (di Leu allora, ndr) nella Casa circondariale di Tolmezzo, ove si trovava Guttadauro, per fargli visita, per rassicurarlo del proprio impegno relativo alla sua ‘causa’ e, a tale scopo, proponendosi anche di presentare una interrogazione parlamentare per il tramite dell’Onorevole”.

Capano il 10 aprile 2019 rilascia invece dichiarazioni a Il Dubbio, edito dal Consiglio nazionale forense. Nel pezzo titolato “Un milione per avere notizie di mio cognato Messina Denaro” si leggeva: “La denuncia di Guttadauro, assistito dall’avvocato e militante dei Radicali italiani Michele Capano, è verbalizzata dall’ufficio di sorveglianza di Udine in occasione dell’udienza tenutasi il 20 marzo scorso per il riesame della misura di sicurezza dell’internamento a Tolmezzo”. Il caso era definito ‘emblematico’. Anche per noi lo è ma in un senso diverso.

Violante smentisce Mori sull’incontro con Ciancimino

“Mori? Sostiene di non avermi mai chiesto un colloquio riservato con Vito Ciancimino, io lo ricordo con precisione: gli risposi che avrebbe potuto chiedere in forma ufficiale di essere sentito dalla Commissione Antimafia”. Interrogato come teste nel processo d’appello della Trattativa Stato-mafia, l’ex presidente della Camera Luciano Violante smentisce il prefetto Mario Mori, condannato in primo grado a 12 anni, e nega di avere avuto su quegli incontri una “memoria a orologeria’’: “Quando il 17 luglio 2009 il Corriere della Sera pubblicò l’articolo ‘Caccia al papello’ la memoria mi andò ad alcune richieste che mi aveva avanzato il colonnello Mori poco dopo la mia nomina a presidente della Commissione Antimafia. Ho avvertito l’autorità giudiziaria”. Violante: “Sia il prefetto Mori che io ricordiamo tre incontri, io li colloco tra il primo ottobre 1992 e il 26 ottobre. Mori sostiene che si sarebbero tenuti il 20 ottobre, il 29 ottobre e il 4 novembre. Io sostengo che egli mi avrebbe comunicato questa intenzione solo dopo il 22 ottobre e prima del 27, data nella quale comunicai all’ufficio di presidenza l’intenzione di Ciancimino”. “Tanto più – ha aggiunto – che nel corso della terza conversazione, quando gli avevo chiesto se l’autorità giudiziaria fosse stata informata, il colonnello Mori mi rispose che non l’aveva informata perché si trattava di una ‘cosa politica’”. “Ciancimino – ha detto Violante – avrebbe potuto avere un proprio interesse a lanciare messaggi che avrebbero potuto inquinare il nostro lavoro e le indagini giudiziarie’’. E di un testimone, don Vito, “viscido, sfuggente, arrogante’’, ha parlato anche l’ex procuratore Giancarlo Caselli, che lo interrogò nei primi mesi del ’93 insieme al pm Antonio Ingroia, e che ha deposto subito dopo: “Ricordo l’odio viscerale di Ciancimino per Falcone, non perdeva occasione per insultarlo. Tutto quello che lui ci ha detto è messo a verbale, fedelmente riportato, all’epoca non ancora sufficiente per parlare di trattativa. Noi volevamo convincerlo a parlare di appalti e di rapporti tra mafia e politica, questa era la direzione’’. Sul rapporto mafia-appalti del Ros, infine, Violante ha ricordato che l’ex procuratore Giammanco “cercava di illuminarmi sulla inconsistenza di quel rapporto’’. E ha concluso: “Era lui che veniva a trovarmi, mi colpiva la sua insistenza di definire quel rapporto privo di fondamento”.

Quella strana coppia con la neorenziana: “Preghiamo S. Matteo”

“Non è che al telefono mi chiedi queste cose, neanche per scherzo. Perché vedi che andiamo a finire al Pagliarelli, stavolta ci portano lì”. Era in questo modo che Antonello Nicosia, l’attivista radicale fermato su ordine della Procura di Palermo, si rivolgeva a Giuseppina Occhionero, la deputata eletta con Liberi e Uguali e di recente passata con i renziani di Italia Viva. Le “cose” che la parlamentare non doveva chiedere al telefono erano i nomi dei mafiosi incontrati in carcere dal suo collaboratore. Il rischio era di finire al Pagliarelli, il carcere di Palermo.

Quella di Nicosia con la parlamentare eletta in Molise, infatti, era una collaborazione particolare. Se non altro perché il sedicente professore di “storia della mafia” all’Università di Santa Barbara in California inviava messaggi vocali di questo tenore: “Noi preghiamo san Matteo. Onorevole Occhionero, mai si deve dire che siamo contro San Matteo, per ora c’è San Matteo che comanda e noi preghiamo San Matteo”. Il destinatario, scrivono gli inquirenti, è “forse ancora una volta Occhionero”, mentre il santo invocato è con “evidenza” il superlatitante Matteo Messina Denaro.

Che ci fa uno che parla in questo modo con una deputata eletta con il partito di Pietro Grasso? Qualche dubbio se lo poneva lo stesso Nicosia: “Questa è deputata di Grasso, non mi piace tanto questa cosa però è l’unico modo per entrare, l’unico. Io devo essere bravo e fare buon viso a cattivo gioco in certe situazioni e inghiottire il rospo”. In pratica Nicosia temeva che l’ex magistrato potesse scoprire i suoi trascorsi giudiziari. E quindi confidava al boss Accursio Dimino che avrebbe voluto cercarsi un altro referente politico, magari in Forza Italia. “Sarebbe meglio, quelli sono più garantisti, più liberisti”, confermava il boss di Sciacca.

E qualcuno in Forza Italia, Nicosia e Dimino lo avrebbero anche incontrato. È l’agrigentina Vanessa Sgarito, “candidata alle elezioni politiche del 2018 nelle liste di Forza Italia per i collegi di Agrigento e Caserta e poi non eletta”. “Questa è amica di Berlusconi, va a mangiare con Berlusconi – dice Nicosia – Tutti i sabati, è amica della fidanzata di Berlusconi (…) la napoletana (…) Francesca… capito? Io glielo posso chiedere se eventualmente il gruppo parlamentare ti vuole… voglio fare cambio io, voglio cambiare Deputata”.

Nicosia si era avvicinato a Occhionero all’inizio del 2019 con un solo obiettivo: “Formalizzare una collaborazione con la Camera dei deputati per poter raggiungere i detenuti al 41-bis”.

La deputata gli aveva offerto un contratto dopo che l’attivista radicale le aveva preparato “un’interrogazione parlamentare”, come spiega lui stesso in una intercettazione del 4 gennaio scorso: “Io le ho detto: ‘Mi fai un contratto come assistente parlamentare, ma anche senza soldi, per entrare e uscire dalle carceri e basta’”. E ancora: “Mi giro le carceri, visto che non potevo entrare, così con lei entro, vado al 41-bis. Faccio un sacco di cose, hai capito? Ho trovato questo escamotage”. Nicosia ha ben chiara la differenza di status che gli garantisce la collaborazione con Occhionero. “Se io ci vado senza deputato a fare la visita – spiega in un’altra occasione – devo chiedere l’autorizzazione al Dap. Il Dap comunica al direttore e che minchia di visita è? Con un deputato ci vado all’improvviso, capito? Entro di notte pure. Ad Agrigento ci sono andato di notte”.

Per gli inquirenti però quelle visite non avevano un fine così nobile, bensì servivano “per monitorare lo stato d’animo dei singoli mafiosi detenuti, dissuaderne eventuali iniziative collaborative e veicolare informazioni fra i detenuti e l’esterno”. Insomma, l’uomo che si presentava come un paladino dei diritti dei detenuti era in realtà un trait d’union tra Cosa Nostra e i carcerati.

Quattro le visite nei penitenziari accertate in pochi giorni: il 21 dicembre a Sciacca, il giorno dopo a Trapani e ad Agrigento, i 1° febbraio a Tolmezzo (Udine). Degna di rilievo è la trasferta nel carcere trapanese dove Nicosia incontra Santo Sacco, considerato uomo di fiducia di Messina Denaro, al quale riesce a consegnare una lettera su carta intestata alla Camera e quindi non controllabile. “L’impegno del Nicosia per Sacco – scrivono i pm – era tale che l’indagato aveva sollecitato la Occhionero ad attivarsi per far trasferire il detenuto da Nuoro a Roma perché, per ragioni allo stato non perfettamente decifrabili, lei avrebbe potuto ottenere, sempre a detta del Nicosia, un servizio di scorta”.

Tra le conversazioni intercettate anche quella su un misterioso “progetto”, con Nicosia che in un messaggio vocale evoca sempre Messina Denaro: “Giratevela a Matteo così mi finanzia il progetto, manda un milione, ci vuole il contributo della famiglia per quello che faccio”. Di sicuro c’è solo che dopo la visita al carcere di Tolmezzo – dove è detenuto Filippo Guttadauro, cognato del boss di Castelvetrano – Occhionero aveva presentato un’interrogazione sulle “criticità” del penitenziario in provincia di Udine.

Non solo. Nicosia non disdegnava i toni minatori nei confronti della deputata. Come il 7 marzo quando le dice: “Onore’ non parlare a matula (inutilmente, ndr), Santo Sacco non sbaglia, il braccio destro del primo ministro (Messina Denaro, ndr), non sbaglia, non sbagliare a parlare tu”. E poi: “Onore’ non è che fai finta che non capisci le cose e te le facciamo passare liscia. Non è permesso, altrimenti il cous cous a Selinunte non te lo puoi mangiare manco se porti Bersani…”.

“Basta assistenti parlamentari in carcere”

Giuseppina Occhionero è stata eletta con Liberi e Uguali (LeU), il raggruppamento dell’ex procuratore Pietro Grasso. Poi nell’ottobre scorso è passata nelle file renziane di Italia Viva. Come collaboratore aveva scelto Antonino Nicosia, fermato ieri con l’accusa di associazione mafiosa. Il decreto di fermo è stato firmato dal procuratore aggiunto Paolo Guido, il magistrato che con Grasso ha condiviso il lavoro a Palermo quando quest’ultimo era capo della Procura.

Grasso lei ha mai incontrato Nicosia?

Mai conosciuto.

E i suoi rapporti con la Occhionero?

L’ho incontrata poche volte, solo alle riunioni di gruppo. Prima della sua elezione non la conoscevo personalmente e anche dopo non c’è stata occasione di lavorare assieme. Se me lo avesse chiesto, le avrei certamente consigliato grande prudenza e la massima attenzione. Anche solo una visita in carcere ai detenuti, quando non si conoscono i propri collaboratori o i codici mafiosi, può avere grandi conseguenze.

Ha provato imbarazzo, come capo di LeU, per questa vicenda?

Assolutamente no, Nicosia era collaboratore, peraltro allontanato, della Occhionero, non mio. E poi ci sono le intercettazioni in cui si evince che era lui ad essere in difficoltà: si preoccupava del fatto che avrei potuto scoprire i suoi precedenti penali. Questa inchiesta però dimostra anche altro: ossia che Cosa Nostra cerca ancora i rapporti con la politica, continua ad infiltrarsi nelle istituzioni. LeU imbarazza chi vuole infiltrarsi: è un dato positivo. E noi ne siamo orgogliosi.

Secondo i pm palermitani ci sono anche conversazioni in cui si evince che Nicosia cercava altri sponsor politici perchè essere associato a lei lo “avrebbe messo in difficoltà con l’associazione mafiosa”. I politici dovrebbero fare maggiori controlli sui propri collaboratori?

Io l’ho sempre fatto, ma sui miei collaboratori. Però una volta che il parlamentare viene eletto, la gestione della propria funzione non è sottoposta a un controllo del gruppo politico o del partito. È cura di chi si avvale dei collaboratori sapere chi si mette dentro. Io sono stato pure presidente di una commissione per l’ammissione dei candidati.

Per i pm grazie alla presenza della deputata, Nicosia avrebbe potuto incontrare i detenuti “al di fuori di qualsivoglia controllo da parte della polizia penitenziaria”. Vi è bisogno di più controlli durante le visite ispettive in carcere?

I parlamentari devono controllare che vengano rispettati i diritti dei detenuti. Bisogna tutelare questa funzione. Ma i politici devono essere accompagnati dalla polizia penitenziaria e dal direttore del carcere. Posso parlare solo delle condizioni di vita in cella, se si parla di altro deve essere segnalato. Io però sono dell’idea di evitare l’ingresso dei collaboratori. Maggiore attenzione poi quando i contatti sono con chi si trova al 41 bis: i detenuti al carcere duro non devono avere alcune possibilità di comunicare su temi al di fuori delle condizioni carcerarie, neanche durante le visite ispettive dei parlamentari.

“Falcone e Borsellino morti in un incidente sul lavoro”

Il boss e l’esponente dei Radicali Italiani insieme, pronti a far business, a organizzare intimidazioni e a discutere di omicidi. Da una parte Accursio Dimino, esponente della famiglia mafiosa agrigentina di Sciacca, dall’altra Antonino Nicosia, detto Antonello, collaboratore della parlamentare Pina Occhionero, non indagata, eletta con LeU e oggi in Italia Viva. Sono stati fermati dalla Procura di Palermo dopo le indagini della Guardia di Finanza e dei carabinieri del Ros, con l’accusa di associazione mafiosa, insieme ad altri tre indagati.

Nicosia, 48 anni, già condannato in via definitiva a 10 anni e 6 mesi per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti nei territori dell’Agrigentino, dopo aver espiato la pena cambia volto. Si presenta come docente di “sociologia trattamentale carceraria” all’Università di Palermo e di “storia della mafia” all’Università di Santa Barbara in California. Diventa direttore dell’Osservatorio internazionale dei diritti umani onlus, già membro del Comitato nazionale dei Radicali italiani e conduttore del programma “Mezz’ora d’aria” su una tv privata.

Si fa portavoce dei diritti dei detenuti, partecipando ad alcune visite e ispezioni nelle carceri siciliane, ma secondo gli inquirenti avrebbe fatto da tramite tra “i boss” e “i clan”. Avrebbe inoltre tentato di “instaurare” un dialogo con il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) “al fine di attenuare i regimi carcerari più duri”.

Scherza persino sull’attentato al giudice Falcone, definendolo “un incidente sul lavoro” e si lamenta sul nome assegnato all’aeroporto di Palermo: “Bisogna cambiare il nome, non va bene Falcone e Borsellino, perché dobbiamo arriminare (girare, ndr) sempre la stessa merda”. Quando parla del super latitante Mattia Messina Denaro dice “non si scherza” e lo definisce “il primo ministro”.

Per gli inquirenti, Dimino, detto “Cussu Matiseddu”, è “un poliedrico soggetto”. Sotto le mentite spoglie del professore di educazione fisica e dell’imprenditore ittico, si cela l’uomo d’onore. Inizia come autista del boss di Sciacca Salvatore di Ganci, accompagnandolo agli incontri con Giovanni Brusca e altri importanti esponenti di Cosa Nostra. Si occupa degli affari del clan, intestandosi alcune attività economiche, per poi “reclutare nuovi adepti per il sodalizio mafioso”.

“L’affidabilità riconosciuta” a Dimino, scrivono i pm, si evince anche dagli incarichi importanti che di Ganci gli assegna. Tenta di corrompere i giudici popolari della “Corte d’Assise di Palermo nel processo contro Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Michele Greco”, il gotha di Cosa Nostra, “accusati di duplice omicidio”. Riceve un “pizzino”, inviato da Mattia Messina Denaro, in cui sono indicati i nomi dei “due agenti originari di Sciacca”, in servizio in Sardegna alla penitenziaria, da uccidere. Finisce due volte in carcere con l’accusa di associazione mafiosa. La prima condanna è del ’97. Torna in libertà nel 2014, ma è arrestato per aver rivendicato “la propria autorevole posizione all’interno della famiglia mafiosa”. Nel 2017 si conclude un anno di libertà vigilata.

Nicosia prende molte precauzioni quando incontra Dimino. Evitava di parlare al telefono, usa macchine noleggiate che cambiava spesso, per non trovare le cimici. “Io ogni mese mi cambio la macchina apposta chissà si mettessero in testa di mettere cose”. Ma non basta. Gli inquirenti riescono lo stesso a monitorare incontri e dialoghi, scoprendo che nel febbraio 2018 erano pronti a far saltare un’auto di un’impresa impegnata nei lavori alla bancina del porto di Sciacca.

Provano a “infiltrarsi nei lavori di ristrutturazione del complesso alberghiero Torre Macauda”, villaggio turistico di Sciacca. “Facciamo questa operazione e vediamo cosa porta – dice Nicosia a Dimino –, magari ci possiamo guadagnare qualche 50 mila euro”. Ipotizzano di eliminare un imprenditore saccense specializzato nel commercio del pesce, che opera anche in Marocco. Il boss è pronto a farlo in prima persona anche in Nord Africa: “Ci andiamo da là, se si fa una cosa là, l’importante è trovare una cosa di questa, lo faccio io, l’importante che lo prendiamo”.

Le loro mire valicano i confini, si spingono anche verso gli Stati Uniti dove Dimino aveva un cugino. Nel 2018, per un mese, vanno negli States. Non è una vacanza, i due sono pronti a “intraprendere attività economiche” contattando “gli associati mafiosi emigrati”. Dimino era disposto anche a fare il “killer per le famiglie mafiose americane”. “Altrimenti gli dico se c’è da accappottare (uccidere, ndr) a qualcuno – dice Dimino – gli dico datemi i soldi e ci penso io”. “Esatto”, risponde Nicosia.

Senza filtro

Il boss latitante Matteo Messina Denaro, per lui, è “il primo ministro”. Invece i giudici Falcone e Borsellino sono morti in “un incidente sul lavoro” e dedicare loro l’aeroporto di Palermo è rimestare “sempre la stessa merda”. La reazione più comoda alle allucinanti intercettazioni alla base dell’arresto per mafia di Antonello Nicosia, dirigente radicale e portaborse della deputata Pina Occhionero (appena passata da LeU a Italia Viva), è quella di prendersela con lui. Ma l’indirizzo è sbagliato: questo bel soggettino ha già scontato una condanna definitiva a 10 anni e 6 mesi per associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga e ora è indagato per associazione mafiosa, avendo usato visite e ispezioni nelle carceri accanto alla Occhionero per fare il postino dei messaggi tra i boss in cella (anche al 41-bis) e quelli fuori. Se è vero, come dicono gl’inquirenti, che è un mafioso doc, non c’è nulla di scandaloso se considera Messina Denaro il suo premier e Falcone e Borsellino due rompicoglioni che se la sono cercata.

I mafiosi fanno il loro mestiere e lui lo faceva benissimo: sedeva nel Comitato nazionale dei Radicali italiani (i fedelissimi di Emma Bonino e Riccardo Magi usciti dal Partito radicale pannelliano di Rita Bernardini); teneva in una rubrica tv contro le “torture” inflitte ai poveri mafiosi; e si era infiltrato nelle istituzioni grazie a una parlamentare voltagabbana, che usava come un taxi per entrare e uscire dalle patrie galere e confabulare coi boss: la Occhionero, eletta nel partito più di sinistra e approdata in 18 mesi al renzismo, dopo aver persino progettato di passare a FI (anche lei fatica a distinguerla da Iv) e dopo aver rotto con Nicosia. Chi non fa il suo mestiere, almeno quello che si richiede in un Paese decente, sono i partiti senza filtro. Anzitutto LeU: possibile che quello fondato dall’ex procuratore antimafia Grasso non si sia accorto che la sua deputata si portava dietro come assistente parlamentare un pregiudicato per traffico di droga? La risposta è sì: è possibile. Perché la bella abitudine di chiedere il casellario giudiziale e l’esistenza di indagini a carico ai candidati e ai collaboratori ce l’hanno solo i famigerati 5Stelle. Gli altri no, per scansare i sospetti di “giustizialismo”. Ora vedremo se Renzi la metterà alla porta o se la terrà stretta. Dovrebbe bastargli il dialogo fra la cosiddetta onorevole e Nicosia, che la informa di aver scritto a un mafioso detenuto un messaggio su “un blocchetto di carta intestata della Camera”, per evitare che gli inquirenti lo controllino. E lei, anzichè denunciarlo e cacciarlo, gli dice “bravo!” e gli domanda se la carta intestata “gli è piaciuta”.

Però, in un comunicato tragicomico, la Occhionero spiega di aver ingaggiato Nicosia “in virtù del suo curriculum”, ma di avere rotto dopo “solo quattro mesi” perché “si spacciava per docente universitario e studioso dei diritti dei detenuti” e non era vero. Non certo perché fosse un ex detenuto per traffico di droga e la accompagnasse nei pellegrinaggi carcerari. Così lui – scrivono i pm – “sfruttando il baluardo dell’appartenenza politica, ha portato avanti l’ambizioso progetto di alleggerire il 41-bis o favorire la chiusura di istituti penitenziari giudicati inidonei a garantire un trattamento dignitoso ai reclusi”. Quanto ai radicali, per loro i precedenti penali han sempre fatto curriculum: non solo accettano, ma sollecitano l’iscrizione di detenuti, preferibilmente boss e terroristi al 41-bis. Tengono i congressi nei migliori penitenziari. Regalano pulpiti a sanguinari come Fioravanti e Mambro o a pregiudicati per mafia come Dell’Utri e Contrada. E, se qualcuno chiede che almeno paghino queste campagne invereconde coi loro soldi anziché con i nostri succhiati da Radio Radicale, è un attentato alla libertà di stampa.

Ieri Marco Lillo ha chiamato la Bonino per sapere se intenda espellere dal Comitato nazionale il prode Nicosia e altri due illustri membri, Alessio Di Carlo che ascoltava i suoi insulti a Falcone e Borsellino senza fare un plissé, e Michele Capano, avvocato di boss a lui legato. Ma la madre della patria ha risposto che i radicali non espellono nessuno. Appunto. Lungi da noi sostenere che chi – i radicali, pezzi di sinistra e di destra – è contro il 41-bis, l’ergastolo, i pentiti e le altre armi anti-mafia è complice delle cosche. Ma spesso, dietro il “garantismo” all’italiana, si celano collusioni. Chi si presenta alle elezioni con lo stesso programma di Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra, sa benissimo che riceverà i loro voti e i loro infiltrati. E, se vorrà evitarli, dovrà mettere all’ingresso delle sedi robusti buttafuori per selezionare attentamente i nuovi arrivi. Nel 1987, dopo 40 anni di appoggio incondizionato alla Dc, Cosa Nostra decise di punirla per non aver fermato il maxiprocesso istruito dal pool di Falcone, Borsellino &C. Infatti Totò Riina ordinò ai suoi di votare radicali e socialisti, che avevano appena promosso lo sciagurato referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Poi, dal ’94, Cosa Nostra sostenne FI, avendo in comune il fondatore Dell’Utri e il programma sulla giustizia. Nel 2013 Pannella raccolse le firme (compresa quella del neopregiudicato B.) per abolire – fra l’altro – l’ergastolo, rendere ancor più intimidatoria la responsabilità civile delle toghe e limitare vieppiù la custodia cautelare: Giuseppe Graviano, in carcere, esultò per l’ideona e per la firma di B. Oggi, crollata FI, i clan si guardano intorno a caccia di chi lanci segnali d’apertura alle loro esigenze. Per esempio, chi plaude (o tace) alle scandalose sentenze anti-ergastolo ostativo della Cedu e della Consulta. Posizione legittima, ci mancherebbe, purché chi la tiene apra gli occhi sui voti e gli infiltrati mafiosi in arrivo. Non sollecitarli o rifiutarli (a parole) non basta: bisognerebbe proprio non meritarli.

Olimpiadi culinarie, l’Italia vince a tavola: “Allenamento duro”

Per le Olimpiadi, ognuno si allena a modo suo. Gli atleti preparano il fisico, gli chef i piatti da portare a tavola. Il torneo a cinque cerchi infatti si giocano pure in cucina, per decretare la nazionale dei cuochi più forte del mondo. A Stoccarda, dal 14 al 19 febbraio, i maghi dei fornelli sono pronti a incrociare coltello e forchetta: 50 nazionali si sfideranno per il trono culinario. L’Italia, manco a dirlo, a tavola gioca meglio che a calcio.

Ai mondiali in Lussemburgo di novembre 2018 ha incassato due medaglie: l’oro nella categoria “Cucina Fredda”, l’argento nella specialità “Cucina Calda”. La settimana scorsa, il 26 ottobre, è arrivato il bis della selezione giovanile: primo posto al mondiale cinese di Ningbo. Ecco il menù della vittoria. Antipasto: spigole e capesante dell’Adriatico abbinate alle arance sicule. Portata principale: agnello abruzzese e sedano di Verona. Tre porzioni per piatto, un’ora di tempo per impiattare. A difendere la bandiera c’erano i giovanissimi chef Andrea del Villano (22 anni) e Tommaso Bonseri Capitani (21 anni), accompagnati dal coach Pierluca Ardito e dall’assistente Marco Tomasi; più il presidente della federazione Rocco Pozzulo.

Cucinare in una gara internazionale non è come scolare la pasta a cena. “Servono allenamenti e trasferte, sacrifi pesanti, al pari di una squadra di calcio”: parola dello chef e volto Rai Alessandro Circiello. La preparazione funziona a tappe: prima si decidono i piatti, le ricette e gli strumenti con cui cucinare; poi si definisce il piano di lavoro e la strategia. Solo allora iniziano gli allenamenti: “Cronometro alla mano, cuciniamo a ripetizione le portate provando ad impiattare con almeno 10 minuti d’anticipo – racconta lo chef nazionale Andrea Del Villano –. Capitano imprevisti e intoppi: lo scopo è rendere la preparazione dei cibi una procedura automatica”.

Intanto, la nazionale dei grandi si prepara alle nuove sfide. Ma la tradizione alimentare del made in Italy può essere un rischio. “L’olio extravergine d’oliva da noi è un vanto, ma in una gara internazionale i giudici possono penalizzarti”, dice chef Circiello. Il motivo? “All’estero per le salse usano panna o burro al posto dell’olio”. Pure la pasta, soprattutto al dente, meglio evitarla in gara: “Per forza, fuori dal Belpaese è considerata un contorno, solo noi mangiamo quattro portate”, spiega Circiello. Gli azzurri vogliono l’oro anche in Germania, alle Olimpiadi di Stoccarda tra 3 mesi. “Ci stiamo allenando duramente per riconfermare i successi anche nel 2020”, ha detto Gaetano Raguni, general manager della Nazionale.

Gli spettatori italiani però non potranno tifare in tv per i cuochi nazionali. Al tempo degli chef–star e dei programmi di cucina che sbancano l’auditel, le Olimpiadi culinarie restano fuori dal piccolo schermo. “Serve una chiave mediatica – ammette Circiello –. È una gara vera, di livello, e le tecniche culinarie non sono facile da imitare a casa”. Mentre i cuochi improvvisati fanno share, i professionisti rischiano il flop televisivo. “Le persone non ci conoscono – dice Del Villano –: quando dico di far parte della nazionale dei cuochi, pensano che cuciniamo per la nazionale di calcio”.

Nuove influencer: vestite di colt, mitra, bombe (e ben poco altro)

Fucili e perizoma. Pallottole, reggiseni e sorrisi color ovatta. Acciaio e pelle, sempre nuda e patriottica delle tiratrici scelte. Belle, bellissime veterane di guerra o cacciatrici in bikini e mano armata. Con un dito sul grilletto e uno sullo smartphone, le influecer di armi americane invadono il web. Loro osannano il secondo emendamento in mutande, i follower le glorificano.
La loro fiera delle armi e delle vanità viene aggiornata a cadenza quotidiana sui social. Soprattutto su Instagram espongono nuovi modelli di automatiche, semiautomatiche abbinati a lingerie a stelle strisce, degli stessi colori della loro bandiera, quella dell’America First e di quel presidente ossigenato che quasi tutte loro amano.
Charissa Littlejohn, ritratto in divisa da veterana dell’esercito, lineamenti perfetti e 400mila followers.

Lei alterna foto di suo figlio neonato, mitragliatrici e ottiche millimetriche, e si chiede quale gli regalerà prima. Le passerelle delle influncer di armi sono di solito sull’uscio di casa, nelle loro linde cucine, in salotti impeccabili. Non c’è il fango della guerra nei giardini perfettamente curati delle loro villette a schiera. Semi-svestite guardano orgogliose l’acciaio letale, che ricambia lo sguardo.

Nell’impervio, polveroso e nazionalista Texas, con una tutina attillata e minacciosa a Houston, Liberte Austin, che ama le calibro 45, mostra la testa del cervo che ha ucciso e che tiene accanto al suo deposito di armi da 4mila dollari, regalatole dall’azienda produttrice in cambio di una serie di scatti per i 200mila follower. Queste perfette mogli o fidanzatine della provincia Usa non danno consigli su come truccarsi, ma su come mirare, sparare e annientare il bersaglio. Sono i fucili i loro diamanti che brillano. Hanno le loro ragioni, molto rosa, ma anche molto verdi: oltre le apparenze glitter ci sono migliaia di dollari dietro quei click.

Alle compagnie produttrici di armi americane è vietato fare pubblicità, ma non è vietato regalare fucili e pagare bellissime donne che li mostreranno nei selfie tra sorrisi finti e like veri. Queste ragazze ad alto calibro funzionano più dei colleghi maschi e raccolgono commenti a grappolo. La bionda Kimberly Matte, moglie di un ex militare, profilo da quasi 100 mila follower, alle 3.46, fuso orario del Michigan, nella notte di qualche giorno fa, aveva acconsentito a dare un’intervista, prima di sparire tra le filari del web. Delle ragazze in reggiseno e pistola lei è sicuramente l’ape regina: ha aperto la sua agenzia di modelle e avvia altre alla professione in un Paese dove una donna su cinque possiede un’arma. Lo dicono i dati del Pew Research Center del 2017, anno in cui il produttore Weatherby ha messo in commercio il primo fucile per donne, chiamandolo Camilla, in onore di sua moglie.

C’è sempre un’arma in cornice, anche a colazione tra le tazze del caffè, quando sono perfettamente truccate all’alba e raccontano la loro auto-difesa ad oltranza. Alle mazze ferrate glitterate e pizzi marziali, l’ex ufficiale di polizia Lauren Young preferisce i fucili di precisione Creedmoor da 2.600 dollari. A scattare foto che l’hanno fatta finire su molteplici copertine è il suo fidanzato, che a Natale le ha regalato uno dei suoi dieci automatici. Mentre regge con la mano destra una pistola e nella sinistra una pigna scrive che “è tutta questione di equilibrio” e “non oggi, Satana”. Forse le aziende usano loro come strumento di seduzione nella vetrina digitale, forse le ragazze usano le armi per sedurre a loro volta. Non è semplice ma per la Young è chiaro. “Hai bisogno di tutti quei bambini? Di tutti quei pasti al McDonald? Davvero hai bisogno di tutte quelle borse e pantaloni da yoga? Non giudico il tuo consumismo, non giudicare il mio” ha scritto pochi giorni fa a chi la criticava per l’armamentario. Al suo messaggio la risposta è stata celere: “I pantaloni da yoga non hanno mai ucciso nessuno”.

Gino Rigoldi: il don che non ama Gesù, ma solo i diseredati

“Io Gesù non lo amo”. L’aula magna della Statale di Milano, gremita in ogni fila, restò con il fiato sospeso. Autorità pubbliche e professori, studenti e dottorandi. Era il mattino del 4 dicembre 2015. A parlare era un prete famosissimo a Milano, don Gino Rigoldi. Salito sul palco perché quel giorno a lui e ad altri due preti, don Luigi Ciotti e don Virginio Colmegna, l’Università degli Studi aveva deciso di conferire la laurea ad honorem “per il loro prolungato e straordinario impegno in favore dei diritti dei più deboli, della costruzione di relazioni sociali più eque e dell’educazione alla legalità costituzionale”. Che don Gino non fosse precisamente un conformista, questo lo si sapeva. Ma che potesse avventurarsi in dichiarazioni così imbarazzanti nessuno se lo aspettava. Aveva appena deplorato che al buon cristiano si chieda continuamente di “amare” Cristo. E si era chiesto che fondamento avesse una tale pretesa. Per giungere a quel rifiuto perentorio. Io no.

Il fiato sospeso durò 3–4 secondi. Il tempo sufficiente perché nelle primissime file si sentisse un “ossantocielo che sta succedendo?”. Il tempo che si prese don Gino per precisare i suoi sentimenti. “Io Gesù lo stimo, questo sì, lo stimo immensamente per quel che ha fatto, subito e detto”. Ma perché, si chiese, essere retorici e parlare di amore? Fu un passaggio memorabile, che una volta di più confermò la specialità di quel prete capace di parlare con tutti i potenti della città ma anche di dire i suoi no e i suoi sì in nome degli emarginati e dei “suoi” ragazzi, ovvero tutti quelli in difficoltà.

La prima volta che sentii parlare di lui fu nella seconda metà degli anni settanta. Facevo il supplente all’istituto tecnico Cattaneo, in piazza Vetra. Nel parco di quella piazza nel centro di Milano l’alba lasciava spesso sulle panchine giovanissimi rantolanti di eroina, talora corpi immobili e riversi. Un’anziana insegnante disse dunque un giorno disperata: “Bisogna chiamare don Rigoldi”. Io capii “don Riboldi”, il monsignore di origini brianzole che si stava battendo ad Acerra contro la camorra e i suoi nuovi traffici. Feci una figuraccia. Era un altro.

Seppi così che Milano si era scoperta in pancia questo prete della Provvidenza. Uno che ficcava le mani nella melma della metropoli e metteva la sua fede con gli scarponi al servizio dei tanti giovani trasformati in scarti dalle povertà economiche e morali.

Lo conobbi e fui affascinato dalla sua solidità pratica e generosa, da una disponibilità senza fine a giungere in soccorso altrui, dall’amore (qui sì) che traspariva da ogni sua parola verso i ragazzi che assisteva al Beccaria, il carcere minorile milanese cresciuto nelle lande desolate della periferia ovest. Non c’era occasione in cui non richiamasse i loro diritti, anche nei dibattiti più roventi sulla mafia stragista la sua voce parlava comunque in nome loro, delinquenti per destino. E rimasi conquistato dalla sua capacità di fondare con sublime fantasia cooperative e associazioni attraverso cui dare lavoro, in Italia e all’estero, a quei ragazzi. Di passare da “Comunità nuova” al Barrio della Barona. Di mobilitare migliaia di volontari in 20 anni verso i bambini e gli adolescenti dell’Europa dell’est. Per questo d’altronde era arrivata la laurea ad honorem. In “comunicazione pubblica e di impresa”: per dire che si era fatto carico di parlare al mondo di quella grande impresa collettiva che, grazie ad accordi, protocolli, convenzioni, restituiva dignità a chi teneva gli occhi bassi e impauriti davanti al futuro. Delle compagnie e cooperative, delle edicole, dei bar di periferia, dei teatri che nei decenni sono fioriti senza sosta sotto le mani di questo re Mida del sociale, diventato nel frattempo padre adottivo di quattro ragazzi.

E sempre per questo l’altra sera la Milano solidale dell’arte e delle professioni si è stretta intorno a lui alla Triennale presieduta da Stefano Boeri, in un evento promosso dalla fondazione “Gino Rigoldi”. Per ripercorrere la lunga strada del “don” attraverso il ricordo di chi dalla musica, dalla finanza, dalla cultura, dallo sport o dall’informazione, ha scelto di sostenerlo. Stavano insieme il sindaco Giuseppe Sala e Javier Zanetti, Umberto Ambrosoli e Jovanotti. Per festeggiare gli ottant’anni di questo autentico pezzo del welfare cittadino e regalare prestigio, con il luogo e gli ospiti, anche ai ragazzi che gli sono cari. Per dire ciascuno di lui, senza nulla sapere di quel suo intervento fulminante alla Statale, “io lo stimo”.

Le mosse della Fed, fine dell’era Draghi. Novembre porta nebbia e incertezze

Con il terzo taglio consecutivo dei tassi da parte della Federal Reserve e la fine dell’era Draghi in Bce si dissipa l’effetto di due certezze che avevano anestetizzato il pessimismo sui mercati, iniettando un senso di direzione all’economia globale, per quanto precario.

Da novembre le brume previsive si infittiranno insieme a quelle atmosferiche. La visibilità si sta diradando su annose questioni, in primis la Brexit e la guerra dei dazi. Il risultato delle elezioni nel Regno Unito, fissate per il 12 dicembre, non è scontato (ne sa qualcosa la May che era partita super favorita nei sondaggi) e occorreranno anni di negoziati per definire i dettagli dei rapporti tra le sponde della Manica. Un lillipuziano accordo sino-americano sulle dispute commerciali sembra in dirittura d’arrivo. Si ventila addirittura un imminente, storico vertice tra Donald Trump e Xi Jinping per sugellare la rinnovata armonia. Siccome di annunci simili se ne annoverano alcune decine, tra tweet del Potus e retroscena imbeccati ad arte, lo scetticismo è d’obbligo. Basta raschiare la patina di retorica per appurare che l’intesa è parziale (persino la Casa Bianca la definisce un primo passo). La Cina riattiverebbe le importazioni di derrate agricole e carni dal Midwest per un totale tra i 40 e i 50 miliardi di dollari, assicurerebbe protezione alla proprietà intellettuale, rinuncerebbe a manipolare il cambio e aprirebbe il settore finanziario alle istituzioni straniere. In cambio gli Usa sospenderebbero un aumento delle tariffe su 250 miliardi di importazioni previsto per domani, ma non l’altra raffica di dazi su 160 miliardi di beni a partire dal 15 dicembre. Ad ogni modo qualsiasi testo potrebbe richiedere un voto del Congresso Usa mentre Trump si illude di evitarlo in virtù della delega in materia già conferita al Presidente. Ma i democratici – eccitati dall’odore di sangue politico per l’impeachment – non sono in vena di concessioni. Ed in ogni caso, le questioni più sostanziali e controverse, tra cui i sussidi alle imprese pubbliche cinesi, i “furti di tecnologia occidentale”, il ruolo di Huawei nelle reti 5G, rimangono in alto mare. Nel frattempo altre fonti di instabilità si acuiscono, dal Cile al Libano, dall’Argentina a Hong Kong. La più insidiosa però è la procedura di impeachment con cui i democratici portano l’attacco al cuore della Presidenza, per vendicare la sconfitta della Clinton a cui ancora non si rassegnano.

Tuttavia che il Senato a maggioranza repubblicana voti per la rimozione di Trump (servono due terzi dei voti) è pura fantasia. Ciò non esclude che il bailamme mediatico tra dibattiti, scontri, testimonianze in diretta Tv, subpoena e quant’altro, mandi in tilt la fiducia dei consumatori che sostengono la crescita del Pil intorno al 2% annuo. A quel punto neanche la Fed avrebbe gli strumenti per riportare gli armenti nella stalla.