Caldaie, valvole e termosifoni tra controlli e nuovi obblighi

Una spazzolatina veloce, accendi-spegni, “apra l’acqua calda. La chiuda”. In meno di 20 minuti tutto è fatto e, se va tutto bene, si sborsano un centinaio di euro. Fino a 150 euro se si sommano anche il controllo dei fumi e il bollino. I conti sono presto fatti per i proprietari di casa alle prese con il controllo obbligatorio della caldaia nei condomìni con impianto autonomo. Questo perché, nonostante le temperature non siano ancora quelle giuste a causa dei livelli stagionali sopra la media, la tempistica non inganna: tecnicamente da tre settimane è partita la stagione termica che consente di accendere i termosifoni e che si porta dietro gli obblighi di legge: la manutenzione e il controllo dell’efficienza energetica. Nel primo caso, che comprende le operazioni utili a preservare nel tempo le prestazioni degli apparecchi, la frequenza per la manutenzione è riportata nelle istruzioni dell’impianto termico e, normalmente, va fatta ogni anno. A fine lavoro, poi, il manutentore ha l’obbligo di compilare il libretto di impianto.

Sul fronte dell’efficienza energetica (prova fumi e bollino blu), per gli impianti alimentati a combustibile liquido o solido (gasolio, pellet, legna) il controllo va fatto ogni due anni, mentre per quelli alimentati a gas (metano o gpl) ogni 4 anni. Al termine del controllo, il manutentore deve rilasciare tre copie del rapporto che sottoscriverà, di cui una che invierà all’autorità competente per le ispezioni e che contiene anche la copia del bollino blu.

Per revisionare la caldaia a Roma, una famiglia deve preventivare una spesa di 100 euro, la stessa che – secondo un report pubblicato dal portale ProntoPro – sborsano anche a Genova. Un prezzo superiore alla media nazionale del 25%, dove si pagano circa 80 euro. La città più cara resta comunque Milano, dove il controllo della caldaia può richiedere fino a 105 euro. Torino e Bologna si posizionano sotto i 100 euro con una spesa rispettivamente di 96 e 94 euro. Vicina alla media nazionale è Firenze con 82 euro. I capoluoghi più economici sono Napoli (76 euro) e Palermo, dove per revisionare la caldaia si spendono 70 euro. Una spesa che, per quanti devono eseguire anche la manutenzione o il rapporto di efficienza energetica, lievita assai: per il primo intervento si spendono dai 70 ai 120 euro; per il secondo dai 40 ai 60 euro. A salvare le famiglie ci pensano i pacchetti “tutto incluso” che costano tra i 100 e i 150 euro. La revisione della caldaia è un impegno che quasi mai viene dimenticato, visto che sono gli stessi tecnici a contattare i clienti per fissare l’appuntamento. E del resto è meglio così vista l’entità delle sanzioni: si va da un minimo di 500 euro a 3.000 euro.

Quello dell’accensione e dei controlli della caldaia sono, però, appuntamenti fondamentali anche per l’economia, dato che gli immobili rappresentano il 40% del consumo finale di energia dell’Unione europea. E, nell’ottica della prevenzione dei cambiamenti climatici, il ruolo degli edifici è ritenuta una tappa fondamentale per conseguire l’obiettivo dell’Ue di aumentare entro il 2030 almeno del 27% l’efficienza energetica ed entro il 2050 di ridurre le emissioni dell’80-95% rispetto ai livelli del 1990.

Ed ecco perché all’appuntamento con l’accensione dei riscaldamenti non possono sottrarsi neanche le famiglie che vivono in una casa con l’impianto centralizzato. Per loro, infatti, dopo la stangata subita due anni fa per installare termovalvole e contabilizzatori su tutti i termosifoni, ora arrivano altre brutte notizie. Facciamo il punto. Chi si è già messo in regola ha sborsato 100-120 euro (Iva inclusa) per ogni singola valvola. Che per un appartamento di 80 metri quadri equivale a mille euro. E anche se è prevista una detrazione fiscale per questa spesa, il bonus va comunque spalmato su 10 anni. In pratica, i risparmi si sconteranno tra 3-4 anni. Ma ben presto, bisognerà affrontare una nuova e ingente spese dal momento che l’Unione europea ha stabilito che entro la fine del 2026 tutti i dispositivi installati presso le abitazioni dovranno poter essere letti da remoto. Chiari i vantaggi: liberare il condomino dal dover far entrare in casa eventuali addetti ai controlli o di comunicare periodicamente la lettura corretta. Tuttavia diverse sono state anche le critiche al provvedimento, soprattutto per quanto riguarda la tempistica e le modalità di attuazione. La critica principale riguarda il non aver disposto l’obbligo di contabilizzatori in grado di comunicare a distanza quando è stata già imposta la contabilizzazione, che per l’Italia è scattata appena 24 mesi fa. Tempi ancora più stringenti per i nuovi edifici: l’obbligo di installare apparecchi in grado di inviare la lettura via remoto scatteranno dall’ottobre 2020. Salvo rinvii.

Audi A1 Citycarver, la nativa digitale alla moda

Essere vetturette fashion per la città paga sempre, lo abbiamo visto con Fiat 500 e Mini. Se poi in tutta quella compattezza e singolarità di forme si riesce anche a stipare lo stato dell’arte della tecnologia di un marchio come Audi, oltretutto sposando la moda delle ruote alte, il risultato non può che ingolosire. Stiamo parlando della A1 Citycarver, versione crossover (lunga 4,05 metri) dell’entry level al mondo dei Quattro Anelli: griglia ottagonale (caratteristica della gamma Q di Ingolstadt) più alta di 5 centimetri rispetto alla versione d’ordinanza Sportback e dotata di sospensioni maggiorate, ma anche decisamente più muscolosa, con fascia laterale paracolpi e protezioni sottoscocca in alluminio, che più si confanno al look da sport utility che tanto piace soprattutto ad un’utenza più giovane. A cui, tutto sommato, quest’auto è dedicata. Anche perché infotainment e sistemi multimediali sono quelli di ultima generazione, specie se si opta per l’Audi Virtual Cockpit con navigatore MMI Plus (anche radio) dotato di schermo tattile da 10,25 pollici ad alta risoluzione. C’è poi un secondo schermo da 8,8 o 10,1 pollici al centro della plancia, ed è possibile usare Android Auto ed Apple Car tramite Bluetooth, senza bisogno di collegamento via cavo dello smartphone. Ultima, ma solo in ordine di tempo, la possibilità di avvalersi dei comandi vocali, per l’occasione coadiuvati dalle funzionalità di Google Alexa.

E se essere un’auto nativa digitale aiuta, poter contare su una motorizzazioni moderne come il 1.0 tre cilindri nelle due varianti di potenza da 95 o 116 cavalli, come pure il quattro cilindri 1.5 da 150 Cv, mette questa piccola Audi al centro di un mercato che dovrebbe valere quasi un terzo di tutte le A1 in Italia. Nonostante l’assenza di un motore diesel e quella, almeno per il momento, di una versione ibrida. I prezzi, infine. La A1 Citycarver sarà acquistabile negli allestimenti Base e Admired con prezzi che partono da 23.950 euro. In più, al lancio, è prevista una versione con pacchetto Edition One, al prezzo di 5.500 euro aggiuntivi.

Captur, atto secondo. Il suv Renault a misura di città

Circa 1,5 milioni di unità vendute in tutto il mondo dal 2013, di cui 162 mila in Italia: è questo l’identikit della Renault Captur. La B-suv transalpina è uno di quei modelli fondamentali per il giro d’affari di un costruttore: per questo la marca della Losanga ha lavorato sodo sulla sua seconda generazione, migliorandola a tuttotondo. A cominciare dalla piattaforma, nuova di zecca: è la Cmf-B, che ha esordito con la nuova Clio. Crescono le dimensioni: ora la lunghezza complessiva è superiore di 11 cm, per un totale di 423. Il passo, invece, tocca i 264 cm (+3). Quindi, c’è maggiore spazio per passeggeri e bagagli (la capacità del vano, dotato di pianale rimovibile, è di 536 litri). Il veicolo appare più “importante”, caratterizzato da dettagli come la linea di cintura rialzata, il tetto spiovente, gruppi ottici a Led con firma luminosa a C e cerchi con diametro fino a 18”.

All’interno la qualità dei materiali cresce esponenzialmente rispetto al passato. La parte superiore della plancia e delle portiere, che prima erano rigide e cheap, è ora rivestita di plastica morbida e piacevole al tatto. Meno entusiasmante la realizzazione della porzione inferiore dell’abitacolo o il cassetto portaoggetti scorrevole davanti al passeggero, un po’ dondolante. La strumentazione analogica ha lasciato il posto a quella con display fino a 10,2”; mentre il sistema multimediale è dotato di una connessione 4G, compatibile con lo smartphone e dotato di un touch screen fino a 9,3”. Il divanetto posteriore scorrevole in senso longitudinale per 16 cm consente di dare maggiore spazio a persone o bagagli a seconda delle necessità.

Al volante si apprezza la seduta, rialzata, comoda e capace di assicura un buon supporto in curva. Sotto al cofano pulsa il turbobenzina TCe di 1,3 litri di cilindrata, capace di 130 Cv di potenza massima. Si tratta di un’unità elastica, capace di una buona progressione e abbinata a un cambio automatico doppia frizione a sette rapporti, fluido nei passaggi marcia e reattivo se usato in modalità manuale. L’assetto assorbe senza problemi le asperità stradali e mantiene l’auto abbastanza piatta anche quando si va di fretta. Lo sterzo appare più preciso e meno demoltiplicato. In autostrada, invece, tornano utili il cruise control adattivo con funzione stop&go e il mantenimento della corsia.

La gamma motori include tre propulsori benzina (da 100 a 155 Cv), due diesel (da 95 a 115 Cv) e il turbo Gpl da 100 Cv, che potrebbe essere molto gettonato in Italia. Nel primo semestre del 2020 debutterà la Captur ibrida plug in, dotata di un motore benzina di 1,6 litri abbinato a due unità elettriche e a una batteria da 9,8 kWh (per ricaricarla, servono da tre a sei ore a seconda della fonte di energia elettrica): potrà viaggiare a emissioni zero per 45 chilometri (65 in città, per effetto della frenata rigenerativa) e fino a una velocità di 135 km/h.

Prezzi: la Captur parte da 17.700 euro, ma per guidare una versione “Intens” da 130 Cv con cambio automatico, il conto sale a 24.900 euro. Al top dell’offerta l’allestimento “Initiale Paris” con motore diesel da 115 cavalli e trasmissione automatica: qui si veleggia sui 30.600 euro. Esordio nelle concessionarie a gennaio.

Filippo Tortu, il velocista italiano più forte di sempre

È impossibile parlare con Filippo Tortu senza sentire in testa il ritornello di Dream on degli Aerosmith, che fa da colonna sonora alla pubblicità di una nota compagnia telefonica con Filippo protagonista: “Sing with me, sing for the year. Sing for the laughter and sing for the tear.” Nel video – il volto ruscellato appena dal sudore, i capelli corti a spazzola come è solito portarli – corre da una parte all’altra di uno stadio e viene presentato come “l’italiano più veloce di sempre”. Titolo meritatissimo poiché nella disciplina dei 100 metri piani (quelli, cioè, senza ostacoli) Tortu è il primo azzurro a scendere sotto il muro dei 10 secondi: 9,99. Accadeva il 22 giugno 2018, durante Meeting de Atletismo Madrid, in cui ha battuto il record di 10,01 detenuto da Pietro Mennea dal 1979.

Sarà lui il nostro uomo in questa disciplina alle Olimpiadi di Tokyo 2020, avendo anche centrato agli ultimi Mondiali di atletica a Doha l’eccellente risultato di correre la finale dei 100 metri. Lì, e preme sottolinearlo in qualità di mero dato etno–antropomorfico, Filippo – tra Christian Coleman, Justin Gatlin, André De Grasse, Akani Simbine, Yohan Blake, Zharnel Hughes, Aaron Brown – era l’unico bianco. “Quella è stata un’emozione incredibile,” racconta il campione. “Solitamente sono abbastanza imperturbabile e non mi lascio trasportare. Dopo aver corso la semifinale non sapevo se fossi arrivato secondo o terzo. Ci sono voluti un paio di minuti perché uscisse il tempo preciso e durante l’attesa mi ripetevo ‘Pippo devi mantenere la calma’. Ma non appena è spuntato il risultato e ho capito di essermi qualificato alla finale dei 100, sono esploso di gioia.” Filippo lo confessa senza alcuna rete di protezione, con gli occhi vivissimi del bravo ragazzo che è, e di nuovo parte Dream on degli Aerosmith: “Sign with me, if it’s just for today. Maybe tomorrow the good Lord will take you away”.

Ma da dove viene la musica? Eppure Filippo non è un post–paninaro milanese degli anni ’80, né un post–rapper americano degli anni ’70, che vada in giro con un vecchio boombox in spalla (un radiolone ad audiocassette). La risposta è presto detta: Filippo quella musica ce l’ha dentro di sé. Volendola parafrasare, lui vuol dirci: “Corri con me, corri per tutto l’anno, corri per chi ride, corri per chi piange. Corri con me, come se fosse solo per oggi. Perché forse domani non ci saremo più”.

Acuto e intelligente, non è un addicted dei social, serba la sua vita privata per sé e non risponde mai agli odiatori da tastiera; l’energia positiva che Filippo emana la si tocca come i muscoli che percorrono il suo corpo: le cosce propulsive, i piedi lievi. Si definisce un velocista “elastico e leggero”. “Lavoro molto sulla tecnica,” rivela, “sulla concentrazione e sulla trasformazione della tensione in potenza. Ma soprattutto penso sempre al divertimento della corsa”. Questo ragazzo alto 1 metro e 87 tutto sorriso e dolcezza, che ascolta Patty Pravo e Battisti, all’atletica si avvicina a dieci anni – dopo aver praticato calcio, nuoto, sci – grazie al padre Salvino, da sempre il suo allenatore, e al fratello. “Mio padre è stato molto bravo a tenere separato l’allenatore dal papà, soprattutto all’inizio. E per me lui è una certezza, abbiamo uno splendido rapporto”. Il suo mito era ed è Livio Berruti, anche noto come “l’angelo” (oro alle Olimpiadi di Roma nel 1960 nei 200 m). “Perché oltre ai risultati atletici, è portatore del messaggio che lo sport è soprattutto gioia e divertimento”, spiega Filippo, per cui la positività è la regola dentro e fuori dalla pista.

Come ogni sportivo sta attento alla dieta ma va pazzo per la pasta e fagioli, il porceddu e la fregola. Perché come rivela il cognome, seppur nato a Milano nel 1998 e cresciuto in Brianza, Pippo ha origini sarde: “Sul fianco sinistro, all’altezza delle costole ho tatuata la Sardegna. Lì mi sento sempre a casa. Infatti in ogni competizione cui prendo parte, porto con me la bandiera con i quattro Mori”. Non teme i faticosi allenamenti quotidiani e non ama esser definito un talento. “Più che un grande talento, ho sempre avuto grandi sogni. Quando avevo 14 anni ero molto scarso – svela ridendo – tanto che anche le ragazze mi battevano. Ma avevo grandi sogni e grandi obiettivi”. Varcata la soglia di un obiettivo, eccone un altro a fare capolino. Dopo aver ottenuto la finale mondiale, Filippo sogna la finale a Tokyo. Magari un podio? Ed ecco che di nuovo partono gli Aerosmith. Sul finale, Steven Tyler sembra cantare per lui: “Dream on, Dream on, Dream on, Dream on”. Continua a sognare, Filippo, e a farci sognare con te!

Campo di Samos, ecco l’inferno per gli immigrati

È una notte d’autunno sull’isola greca di Samos, ai confini dell’Europa. Luci gialle e arancioni illuminano i container ammassati sul fianco del monte che domina la città di Vathy. Delle voci risuonano tra i cipressi e gli ulivi dove sono sparpagliate centinaia di tende. Sono le voci di afghani e siriani, soprattutto, ma anche di iracheni, camerunesi, congolesi, ghanesi. La metà sono donne e bambini. 6 mila persone vivono in quei container previsti per 648 persone e nella “giungla” circostante, come la chiamano qui. Il campo è diventato una città nella città. Il numero di migranti sfiora quello degli abitanti. “Samos è un piccolo paradiso con un angolo d’inferno nel centro”, dice Mohammed, un afghano che vive qui da un anno. Gli esiliati sono arrivati illegalmente con i gommoni dalla Turchia, distante solo due chilometri. Vathy, già sovraffollata, continua a ricevere nuovi arrivati, sbarcati con tanti sogni d’Europa in testa ma sempre più disillusi col passare dei mesi. Nato come luogo di transito, il campo è diventato nel 2016 un hotspot, uno dei cinque centri di identificazione delle isole Egee gestiti da Grecia e Ue. I migranti, invisibili nel resto dell’isola, restano qui per tutto il periodo della loro domanda di asilo, in mancanza di alloggi sul continente, dove il dispositivo crolla sotto 73 mila richieste d’asilo.

I migranti restano in attesa del loro primo colloquio, a volte fissato per il 2022, bloccati su questo lembo di terra di 35 mila abitanti. Naveed Majedi, afghano di 27 anni, magro,dice di sentirsi “in trappola” da sette mesi: “Siamo bloccati. Non posso tornare in Afghanistan con i rimpatri volontari perché è troppo pericoloso”, spiega Naveed, che a Kabul lavorava come traduttore per la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza. Nel campo non c’è più posto e il prezzo degli “alloggi” si deve negoziare. Per la sua tenda Naveed ha pagato 150 euro in nero a un migrante in partenza. Il giovane denuncia “i rifiuti, gli scarsi servizi igienici e il poco cibo”. Scatta foto che invia ai familiari per mostrare le condizioni “disumane” in cui vive. Anche l’Ong Medici senza frontiere ha lanciato l’allarme: “Non c’erano mai state così tante persone nel campo dal 2016. Questo luogo è pericoloso per la salute fisica e mentale dei migranti”. C’è solo una via d’uscita: ottenere alloggio e trasferimento in traghetto ad Atene, possibile però solo se si possiede una “carta aperta”, che viene concessa in funzione della disponibilità, della nazionalità del migrante e altro. Ma dall’arrivo al potere, lo scorso luglio, del premier di destra Kyriakos Mitsotakis, queste carte vengono date col contagocce. “Alcune nazionalità, come i siriani, sono prioritarie”, osserva Naveed, che sogna di salire su un traghetto. Le tensioni tra comunità scandiscono la vita del campo. “Ci sono risse continue, soprattutto tra afghani e siriani – riconosce Naveed -. Gli africani non si immischiano. Noi afghani abbiamo una brutta reputazione perché alcuni di noi sono aggressivi”. L’ultima rissa finita nel sangue ha traumatizzato gli abitanti dell’isola. Da tempo si sapeva che il campo era un polveriera e il 14 ottobre è esplosa. Quella sera, due giovani migranti sono stati accoltellati nel centro della città. Si è parlato di una vendetta per una precedente rissa tra siriani e afghani scoppiata per motivi sconosciuti. Per rappresaglia, un incendio doloso ha devastato 700 “alloggi” del campo. È stato dichiarato lo stato d’emergenza e le scuole sono state chiuse. Centinaia di migranti hanno abbandonato il campo. Abdul Fatah, afghano di 43 anni, sua moglie di 34 e i loro sette figli “per paura” hanno lasciato i container dove vivevano e sono andati ad accamparsi sul lungomare. Le proteste dei migranti si sono moltiplicate davanti agli uffici dell’asilo. Sull’isola sono arrivati poliziotti in rinforzo e sono stati programmati nuovi trasferimenti ad Atene.

Durante il giorno i migranti vagano nel piccolo centro della città. “Non tutti ci accettano. Una sera volevo cenare in una taverna, ma mi è stato risposto che al massimo potevo ordinare e portare via”, racconta Naveed, seduto nella piazza con la famosa statua del Leone di Samos. Una famiglia di rifugiati esce da un supermercato carica di buste: hanno appena speso i 90 euro rimessi ogni mese dall’Alto Commissariato per i rifugiati (Unhcr). Nel negozio si mescolano diverse lingue, greco, dari, arabo e francese. Un gruppo di migranti si sta incamminando sulle colline per raggiungere l’ospedale di Samos. Ogni giorno, tra 100 e 150 persone sperano di incontrare un medico che possa riconoscere loro lo “status di vulnerabilità”, con il quale è più semplice ottenere la carta aperta. In teoria la “vulnerabilità” è riconosciuta alle donne incinte e ai malati gravi o con problemi psichici. Ma c’è chi simula delle patologie per poter partire. “Un giorno, diverse persone sono state trasferite per la tubercolosi e nei giorni seguenti in molti si sono presentati in ospedale simulando i sintomi della malattia – dice il dottore Fabio Giardina – È faticoso per i medici che lavorano sotto stress e perdono tempo e denaro a spese dei malati reali. Con la nuova legge in arrivo, più severa, il sistema dovrebbe cambiare”.

In nove mesi la struttura, che conta 123 posti letto, ha registrato 12 mila visite ambulatoriali per i rifugiati. Le patologie più gravi: tubercolosi e Hiv. L’unico psichiatra ha lasciato l’ospedale mesi fa. Da un anno e mezzo due posti di pediatri sono vacanti. Nel corridoio, tra i lamenti delle persone, Samuel Kwabena Opoku, un ghanese di 42 anni, è venuto con la moglie Alice, incinta di otto mesi. Ci è voluto molto per ottenere l’appuntamento in ospedale, che deve essere concordato con il medico del campo. “Noi neri passiamo sempre in secondo piano – denuncia Opoku – Una poliziotta mi ha detto: voi africani (spesso in arrivo dall’ovest del continente, ndr), siete migranti economici, non dovete stare qui”. Samuel sostiene di essere minacciato di morte in Ghana: “Dovevo prendere il posto di mio padre, un capo tribale. Per questo però avrei dovuto sacrificare il primo dei miei figli e l’altra moglie. E io ho rifiutato di commettere questo crimine rituale”. Il suo avvocato francese ha lanciato una procedura d’urgenza che è stata accettata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Arrivati a Samos ad agosto, Samuel e Alice sono riusciti a vedere il ginecologo solo a ottobre. L’ospedale ha registrato 213 nascite sull’isola nel 2019, di cui 88 tra i migranti. Alcune Ong internazionali collaborano con l’ospedale, aiutano nelle traduzioni, ma sono solo 15 sull’isola. “Abbiamo pochi contatti con le autorità locali, che comunicano poco, e siamo costantemente sotto controllo – si lamenta Domitille Nicolet, di Avvocati senza Frontiere – Una situazione che interessa poco i media”. Chryssa Solomonidou, che vive sull’isola dal 1986 e insegna il greco ai migranti, è in contatto con le associazione umanitarie. “I migranti e le Ong hanno ringiovanito la città – afferma – I giovani greci se ne sono andati per la crisi”. Chryssa ha assistito impotente alla rapida crescita del risentimento tra le persone: “Girano voci di violenze, di malattie. Un giorno ho visto un commerciante che vendeva magliette scontate a 20 euro. Ha mentito a tre uomini di colore, dicendo che stava chiudendo. Non voleva che le provassero per paura dei microbi”. Chryssa ricorda di un’insegnante “denunciata dai genitori di alcuni alunni perché non volevano che lei accogliesse in classe i migranti”. La professoressa è finita in tribunale per aver chiesto ai bambini di ignorare la “xenofobia” dei genitori. “Non bisogna prendersela con i migranti – continua Chryssa -, ma con le autorità e con l’Europa, che ci ha dimenticato”.

Giorgos Stantzos, il nuovo sindaco di Vathy, è della stessa opinione: “L’Ue ci deve aiutare. Bisogna riaprire le frontiere europee come nel 2015 e distribuire i rifugiati”. Ma l’esecutivo di Mitsotakis prepara una nuova legge sull’immigrazione e ha annunciato misure più severe, tra cui l’inasprimento della legge sull’asilo e il rinvio di 10 mila migranti in Turchia. I termini del controverso accordo firmato nel marzo 2016 tra Ankara e l’Ue nei fatti non vengono applicati. Mentre i migranti continuano ad arrivare in Grecia, la Turchia sostiene che l’Europa ha versato solo tre dei sei miliardi di euro previsti in cambio della limitazione delle partenze illegali dalle sue coste. Il 24 ottobre, il presidente turco Erdogan ha di nuovo minacciato “di inviare 3,6 milioni di migranti in Europa” se questa avesse osato “presentare l’operazione in Siria (l’offensiva turca contro i curdi, ndr) come un’invasione”. Questo ricatto risuona più che altrove qui a Samos. “Il momento è critico. Le famiglie di rifiugiati non creano problemi. A crearne è chi arriva da soli”, dicono dal municipio. Il comune di Vathy “non interviene nel campo, non fornisce gli alloggi ai rifugiati, neanche dopo gli incendi, non è compito nostro”, aggiunge. Per Stantzos l’emergenza di Samos viene oscurata dalla più importante, e legittima, mediatizzazione riservata all’isola di Lesbo, il cui campo stracolmo conta 13 mila migranti. Durante una manifestazione, il 21 ottobre scorso, Stantzos ha parlato davanti a dei preti ortodossi. “Siamo troppo numerosi qui a Samos. La salute pubblica è in pericolo”, ha ripetuto, mentre migliaia di persone lo applaudivano. Il comune sta ancora aspettando la “soluzione d’urgenza” promessa dallo Stato greco e dall’Ue. Presto un nuovo campo dovrebbe nascere lontano dalle città e dagli sguardi. Un campo gigante con 300 container e una capacità di 1.000-1.500 posti, protetto da recinzioni della Nato e “attrezzato con medici, supermercati, elettricità, ecc.”, riferisce una fonte governativa. I container devono essere consegnati entro metà novembre e il campo dovrebbe diventare operativo entro l’anno. “Il governo ci ha assicurato che, per allegerire Samos, saranno organizzati trasferimenti di migranti verso la terraferma ogni settimana entro fine novembre”, ha detto il sindaco Stantzos.

Sulle banchine del porto, la sera del 21 ottobre, quasi 700 afghani, siriani, camerunesi e iracheni hanno seguito sorridendo nel buio l’arrivo del traghetto dello Stato. Dopo essere imbarcati, hanno fatto scalo al porto del Pireo e da lì sono ripartiti per raggiungere gli alloggi sul continente. Circa 380 passeggeri del traghetto sono stati portati in bus nel nord della Grecia. Ma una volta a destinazione, hanno dovuto fare marcia indietro accolti dagli abitanti del posto al grido di “Chiudete le frontiere” e “Cacciate i clandestini”. Nel campo di container di Vathy, circondato da filo spinato, si può entrare solo con l’autorizzazione del governo. Si può accedere solo alla “giungla” di tende che lo circonda. Ad ottobre (prima il 10 poi il 20 e 23) abbiamo fatto richiesta alle autorità greche, al responsabile dell’hotspot di Samos e all’Ufficio europeo di sostegno all’asilo. Abbiamo sempre ricevuto risposte negative.

(traduzione Luana De Micco)

Gigi Marzullo intervista Gigi Marzullo

Ho sognato ancora Gigi Marzullo, ormai è diventato il mio incubo ricorrente.

Stavolta però il buon Gigi non stava intervistando il solito aspirante attore, regista, fantasista, no, intervistava se stesso! Sulla sedia davanti a lui c’era un altro Marzullo, un Marzullo due, uguale al numero uno, stessi vestiti e soprattutto stessi boccoli, i tanto amati e curati boccoli marzulliani. Le domande erano le solite: “Signor Marzullo la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?”, silenzio, “Si faccia una domanda e si dia una risposta”, niente, Marzullo non rispondeva a Marzullo. Al momento di scegliere la canzone preferita da segnalare alla pianista Giovanna Bizzarri sempre brava, bella, pronta e sorridente, Marzullo 2 di scatto ha iniziato a emettere suoni gutturali e disarticolati e si è scagliato come un animale su Marzullo 1. Come un pazzo ha tirato fuori gli artigli e gli ha strappato gli amati boccoli. A questo punto è intervenuta la forza pubblica, li ha divisi a fatica tra le urla dei cameraman e delle truccatrici, e finalmente li hanno portati via ammanettati. Io sono rimasta da sola nello studio silenzioso di “Sottovoce”, così ho deciso di chiamare in diretta la psicologa Laurelli, per capire il significato di ciò a cui avevo assistito: “Dottoressa la prego mi spieghi questo sogno!”, silenzio dall’altra parte, nessuna risposta, poi all’improvviso un rutto, un enorme rutto. Com’è possibile che una signora così per bene si lasci andare così? “Mi scusi, forse stava mangiando, l’ho disturbata?”, e via con un altro rutto, prova sonora della digestione in corso. Uno dopo l’altro a ripetizione, come una guerra. Ho chiuso il telefono terrorizzata e mi sono svegliata. Io la sera devo mangiare leggero, c’è poco da fare, leggero!

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Fascismo, il “delinquente collettivo” torna in auge

Il nuovo libro di Luciano Canfora (“Fermare l’odio”, Laterza ) è un’accurata rivisitazione sul vasto campo dei detriti fascisti (gesti, atti, discorsi, manifesti, dichiarazioni politiche, dibattiti parlamentari, leggi, attacchi alle Ong, confini di filo spinato, abbandono di profughi in mare) che sono il nuovo paesaggio italiano da quando leader non secondari e non privi di ingegno come Salvini e Meloni, sembrano avere occupato l’Italia. Capitolo per capitolo, punto per punto, Canfora racconta un disorientamento da capogiro in cui tutto è deformato e spostato, in modo da alterare sia proporzioni, sia prospettiva. Benché l’attenzione dell’autore sia tutta sulla sua esplorazione e dunque non include confronti (“la sinistra, invece”) si sente la sua solitudine, quasi l’eco della sua voce.

Canfora, che sa, con celebrata grandezza, molte cose sul passato remoto, è sempre ben fermo nel presente e non solo può interpretare il “fascismo uno” (intendo dire il “regime” quando era complice della totale distruzione europea e della caccia agli ebrei, celebrato ogni anno da una marcia a Predappio) ma ha voluto compiere, anche (da solo), il gesto autorevole e nobile di restituire a Umberto Eco (contro incredibili sberleffi di coloro che ripetono “sì, il fascismo, dove?…” oppure “ma non è il fascismo”) la definizione del “fascismo due”, quello che stiamo vivendo.

Eco ha usato le parole chiave “Ur–Fascismo” (il fascismo che dura) nella famosa conferenza (25 aprile 1995) alla Columbia University. Contro il fango che monta, Luciano Canfora non drammatizza. Sa e vede coloro che avrebbero potuto tenere o riportare il Paese nella democrazia, ma non fa processi. Chiede alla Costituzione di ripetere le norme che già ci sono, chiare e inequivocabili.

Per esempio su immigrazione e accoglienza agli stranieri. Spiega, chiarisce, giustamente disprezza, il suo elenco è breve e completo e lo puoi portare a scuola. Ma non aggiunge speranza. Il titolo (“Fermare l’odio”) si deve, credo, a un tentativo della sua casa editrice (Laterza) storicamente antifascista, di contribuire a riportare fiducia e un po’ di speranza nel Paese dei 200 insulti al giorno alla senatrice Liliana Segre, perché ebrea e vivente. Nel Paese in cui l’ex ministro degli Interni grida che “ricomincia la pacchia” perché donne e bambini, dopo 10 giorni di vagabondaggio in mare, hanno trovato un porto italiano per tornare nella civiltà.

La conclusione verso cui ci guida Luciano Canfora è che nessuno, se non noi stessi, potrà salvarci dal mondo claustrofobico di Salvini e Meloni (l’Italia ridotta al fortino di Giarabub), e aiutarci a rientrare nella realtà, che ha le frontiere aperte, senza filo spinato e non punta sul monologo senza luce del capo. Citiamo la riflessione di Alberto Savinio su tempi che sono di nuovo i nostri: la differenza fra fascista e delinquente sta in questo, che mentre il delinquente è malato e solitario – e questa solitudine è il suo dramma, il suo eroismo, la sua poesia – il fascista è un delinquente collettivo e sociale. Se isolato perde la sua qualità di fascista, la forza di delinquente svapora ed egli diventa apparentemente un uomo innocuo, un uomo qualunque. Ecco, questo è il tema del libro che è doveroso leggere e far leggere.

Francesca Pascale, diva di Instagram: una Maria Antonietta gay–friendly

Francesca Pascale può afferrare di sé – e su se stessa – qualunque cosa. Compagna di Silvio Berlusconi – che è benestante di suo, dunque garante di un’esistenza dorata – la volitiva Francesca può decidere di indossare qualsiasi destino con la stessa naturalezza con cui tutti noi scegliamo le calze al mattino. Non fa la moglie bambina, non certo la sfasciafamiglie, non la mangiauomini e tampoco la timorata, o la favorita, o la domina – o chissà che tra i tanti ruoli de sexual personae – piuttosto lei è l’altrove di ogni esserci.

Come Maria Antonietta arriva dall’Austria per regnare gaia in Francia, così lei si lascia alle spalle la terragna matria campana per installarsi nella performance art dove ogni patimento, eventuale rifiuto o derisione è mera astrazione. Come quei motocarri dove squilla la scritta “invidioso crepa!” lei fa proprio il chiassoso tumido e invitante progetto – godersela, nell’incurabile tormento della fugacità – alla faccia di chiunque le voglia male. Monella, sfrontata e divertita assai, Francesca Pascale sbarca su Instagram e moltiplica su di sé una mitologia affollata e autoreferenziale. E se in qualche scatto concede allo zeitgeist l’ode all’amore senza genere e perfino degenere (mietendo la ola sugar–arcobaleno), in ben 21 post comunque offre la complicazione pittoresca di un punto di vista esterno al berlusconismo in sé ma, soprattutto, l’inarrestabile sua ascesa nell’orizzonte sociale.

Con la pompa di benzina in pugno si lascia alle spalle la tetra retorica della sociologia. Alice nel paese delle meraviglie qual è non trova tempo di pulire le tazze di tè. Pittrice – in lotta con quella parte di sé ancora da esplorare – Francesca Pascale non è sgraziata e goffa com’è tipico l’essere di tutti noi, gregge di strapaese. È bensì maschia, tonica, meccanica e pronta all’impersonale epifania del pop. Tutta la sua vita volge in forma astratta. Tutti i suoi happening – ogni singolo suo post inanella un evento – sono una estensione stroboscopica della trasgressione.

Come la pallottola altro non è che un buco fumante, così la combinazione di tuta, casco e rombo della Pascale è la réclame scorbutica – la rampante e gloriosamente solitaria fuga in motocicletta – di una scultura in azione. L’esibizione palestrata di curve sature, irreali e voyeuriste è una didascalia, anzi, un eccesso di disorientamento che trova avallo in un doppio ruolo: da un lato costruire un genere visuale, dall’altro proiettare di sé – ma sempre nel ruolo pubblico – l’ombra. Ed è come quando la luna s’illumina del sole al tramonto. Francesca ha 10 figli che le scodinzolano intorno per farla felice. Come in un tondo rinascimentale – nel sotto testo che rimanda a un altare – è ritratta nella cornice di castagne, calice di rosso, candele e bacio. Nella scena fa capolino uno dei pargoli – ‘u canuzzu – ma quella di Pascale, e il messaggio qui si esplicita, è famiglia.

Ed ecco il focus di quel furore mediatico cui urge un effetto dissolvenza affinché la sua icona si confermi factory per l’immaginazione popolare, facondia di una saga che abbia la nonchalance dei classici, altro che lo squittio – la citazione è da Lucio Dalla – di una qualunque “checca che fa il tifo”.

Se il film di Chiara Ferragni è Unposted, volontà e la rappresentazione di una ragazza di Cremona nella scena internazionale, dunque uno Schopenhauer tutto di selfie, quello di Francesca Pascale è Wille e Vorstellung nell’home theater di casa Berlusconi dove lui è Sandro – che noia, che barba! – e lei è Raimonda.

“Io, a 20 anni, con uno di 63”. Briatore, la baby fidanzata e l’ex Gregoraci “inorridita”

 

Gentile Selvaggia, vedo un gran parlare di Flavio Briatore, anni 69, e della sua nuova fiamma di 20 anni, una ragazza bionda e molto bella che parrebbe essere anche una che studia legge e che sa il fatto suo. Non ne so molto di più perché ho solo letto la storia su Dagospia e non compro giornali scandalistici. Quindi scusa se sarò approssimativa, ma mi perdonerai se rifiuto di comprare “Novella 2000” per approfondire. Sai perché questa vicenda apparentemente “rosa” mi colpisce? Quando avevo 23 anni sono stata la compagna molto giovane di un imprenditore molto vecchio nel ramo alimentare; queste dinamiche mi sono chiare. Credimi, si reggono tutte su equilibri simili, lo so perché ai tempi frequentavo amici del mio compagno, con fidanzate altrettanto giovani. Le conoscevo, ci parlavo, alcune sono diventate amiche (una lo è ancora, solo che lei è rimasta con il marito, io no). Il mio uomo all’epoca aveva 63 anni, 40 più di me. Siamo rimasti insieme 5 anni. Ero innamorata? Sì. Di lui, della sua solidità e perché no, anche della bella vita che facevamo in giro per il mondo con vacanze di lusso. Io non studiavo, volevo imparare le lingue e capire cosa c’era fuori dall’Italia, per me stare con lui era una grande occasione di crescita personale, oltre che di una vita agiata, comoda e stimolante. Un coetaneo difficilmente avrebbe potuto offrirmi tutto questo. Lui era innamorato? Io credo di sì. Gli piacevano la mia curiosità, il mio entusiasmo e la mia elasticità di tempo, luoghi, abitudini. Certo, ero anche bella. Però vedi, il fatto che io potessi seguirlo e aspettarlo quando c’era da aspettarlo, faceva la differenza. Lui con una donna realizzata, lavoratrice, impegnata, non avrebbe potuto avere nessuna relazione. Stava fuori 300 giorni l’anno circa, con chi avrebbe potuto legarsi, se non con una ragazza giovane con una vita semplice, elastica e a lui dedicata? Siamo stati felici, poi io ho iniziato a pensare al mio futuro, a sentirmi attratta dai miei coetanei, è finita. Non credo che la vita di Flavio Briatore sia tanto diversa da quella del mio ex e di sicuro a 70 anni quasi compiuti non ha neppure voglia di complicazioni. Sempre su Dagospia ho letto che la sua ex Elisabetta Gregoraci si è stizzita, ha scritto cose tipo “sono inorridita” per l’età della ragazza. Il mio vecchio orgoglio di ragazza fidanzata con un uomo più vecchio di lei si è risvegliato. Mi ricordo questi commenti, ai tempi. Delle mie amiche, delle amiche di mia madre, di mia madre, all’inizio. Di tantissima gente. Li accettavo, perché dal di fuori era difficile capire senza giudicare, me ne rendevo conto. E poi un po’ avevano ragione, era chiaro che io stavo con un uomo più vecchio e ricco perché mi piaceva lui, ma “lui” era anche il suo potere economico e sociale; così come lui stava con me perché gli piacevo io, ma “io” era anche il potere della giovinezza. Da una come la Gregoraci però quell’“inorridisco” non lo accetto. La signora si è sposata Briatore a 29 anni, lui ne aveva 60 (ho controllato sul web), ma stavano insieme già da qualche anno. Lei non è certo diversa da quella ragazza che oggi si accompagna col suo ex marito, o da me (ai tempi) o da tante altre come noi. Cos’è? Siccome ora è madre e ha quasi 40 anni, crede di poter passare dall’altra parte, quella dei giudicanti? Per carità, lo faccia pure, ma le andrebbe ricordato, come diceva De Andrè, che è solo una che “dà buoni consigli perché non può più dare cattivo esempio”. Sono cresciuta e invecchiata pure io, non sto più col mio fidanzato/papà, ho un compagno quasi coetaneo, ho un figlio. Però in due cose mi differenzio dalla Gregoraci: dopo la fine della mia storia ho studiato, e non mi scordo chi sono stata. Lei farebbe bene a imitarmi.

Laura

 

Cara Laura, ammiro l’onestà intellettuale con cui descrivi quello che era il collante nella relazione con un uomo più vecchio. Senza retorica, senza ipocrisia. E non avevo ragionato su quanto poco, in effetti, la Gregoraci si possa permettere di giudicare una relazione del genere. Ora, per coerenza, mi aspetto anche che critichi i mega yacht e i locali per ricchi con nomi cafoni.

 

Giorgia Meloni: leader in stile Family Day, poco femminista

Ho letto il suo articolo sulla Meloni. Capisco l’intento ironico che non discuto ma credo che se la Meloni non fosse una donna di destra, sia lei, Lucarelli, che molte altre giornaliste di impronta femminista scrivereste articoli di ben altra natura. Va bene, la Meloni offre spunti divertenti e la sua dialettica è colorita, ma vogliamo parlare del fatto che per la prima volta da molto tempo un leader donna si faccia spazio in politica senza chissà quali burattinai alle spalle? Lei ha parlato dei contenuti dei suoi comizi, ok, ma il piglio? La sicurezza? La capacità di intrattenere le folle, sono cose che trova così trascurabili? Il fatto che riesca a convincere platee maschili alle quali per una volta il fatto che “l’uomo forte” sia una donna non frega proprio un bel niente, le sembrano tutti fatti così trascurabili? Il fatto che ci riesca nonostante sia biondina, occhi azzurri e così scialba, certo non una Bonino o una Nilde Iotti, con quelle facce carismatiche, non le suggerisce una riflessione di altro tipo? Beh, a me sì. Guardi, io non voto neppure la Meloni e non credo mai lo farò, però questa donna rappresenta a modo suo una piccola rivoluzione. Le femministe dovrebbero aprire una bottiglia del loro vino migliore invece si soffermano sull’aspetto naif–sovranista. Peccato.

Sandro

 

Caro Sandro, sono una donna e l’idea che un’altra donna possa impormi la sua idea di famiglia è la cosa meno femminista che possa venirmi in mente. La bottiglia la lascio in frigo, grazie. Mi faccio una birra e brindo, al massimo, alla Meloni che ogni tanto mi fa sorridere.

 

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Ruini, il Machiavelli della Chiesa che benedice il rosario di Salvini

Alla veneranda età di 88 anni, il cardinale Camillo Ruini si conferma la mente politica della “vecchia” Chiesa italiana, quella che ha spadroneggiato nella Seconda Repubblica con l’assenso di due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Così in piena epoca sovranista, l’ex presidente dei vescovi italiani aderisce al fronte della destra clericale e antibergogliana e lo fa con un’intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera di ieri.

Appena una settimana fa abbiamo dato conto del paragone sulla Civiltà Cattolica dei gesuiti “francescani” tra due atei devoti come Mussolini e Salvini, ed ecco il Don Camillo degli anni Duemila benedire il leader leghista sbandieratore di rosari nei comizi di partito. Ruini sconfessa la linea anti-populista dei bergogliani italiani e spiega che il “dialogo” con Salvini è “doveroso”.

Non solo: l’ex ministro xenofobo dell’Interno ha “notevoli prospettive davanti a sé” e i suoi rosari ostentati in piazza, “pur poco felici”, affermano “il ruolo della fede nello spazio pubblico”. Fede e politica secondo quello che è stato un vero e proprio Machiavelli della Chiesa negli anni berlusconiani. Un tempo col centrodestra (anche se ufficialmente la cosiddetta opzione Ruini dopo la fine della Dc fu la trasversalità cattolica nei due poli), oggi con i sovranisti. Un autentico schiaffo al corso riformatore di papa Francesco che – dopo un lustro di astinenza imposto alla Cei in materia di politica – adesso sta cautamente favorendo un nuovo processo di aggregazione al centro.

Il cardinale reggiano si schiera con i clericali anche sulla svolta amazzonica dei preti sposati, pur non augurandosi uno scisma. La sua intervista è stata salutata con gaudio dall’opposizione anti-Bergoglio. Al contrario, studiosi del rango di Alberto Melloni hanno rilevato come, sulle “prospettive” di Salvini, Ruini abbia pronunciato le stesse parole del cattolico tedesco Franz von Papen su Hitler in un colloquio del ’41 con l’allora nunzio Roncalli.