Caro Coen, ti scrivo amareggiato e incazzato nero. Perché costretto a prendere atto che esiste un Sud che quando vuole riesce davvero a fare schifo. Parto dall’ultimo episodio di cronaca. Un tizio si è filmato mentre faceva il bagno in una delle fontane della Reggia di Caserta. Guardala quella clip che sta spopolando sul web. Il tizio (ometto il nome per non regalargli pubblicità), entra con la sua macchina nel capolavoro vanvitelliano che tutto il mondo ci invidia. Indisturbato, e con la musica a tutto volume. Attraversa gli splendidi viali e punta alla vasca di Venere e Adone. Le statue lo guardano offese. Il cinghiale che ferirà a morte il cacciatore mitologico, vorrebbe liberarsi della sua marmorea immobilità e conficcargli volentieri le zanne nell’adipe. Lui intanto si spoglia, mostra all’obiettivo la sua panza e le sue braccia tatuate e si tuffa. È euforico, “’o frà, ’o frà azz… è ghiacciata”, dice all’amico che lo sta filmando. Il video finisce sui social e raccoglie migliaia di like, le tv (non solo quelle spazzatura) lo rincorrono costringendolo ad assumere un manager. “Rivolgetevi a lui per gli appuntamenti”. La notorietà, finalmente, è conquistata. È re per una notte, e chi se ne fotte dello sfregio ad un monumento patrimonio del mondo intero, l’importante è apparire. Don Luigi Vanvitelli sicuramente ad uno così avrebbe sputato in faccia. E l’avrebbe fatto anche con chi non è in grado di assicurare un minimo di decenza a quell’opera d’arte e di ingegno. Un minimo di sorveglianza, un pizzico di decoro. Signori venite alla Reggia, dove tutto si può fare. Rubare, organizzare grandi e pacchiani eventi, farsi un bagno fuori stagione, vomitare tutte le nostre infinite volgarità. “L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”, disse Giuseppe Mazzini. Il problema che l’Italia ha assorbito il peggio del Mezzogiorno, e viceversa. Un incesto terribile destinato a partorire mostri.
Scuola: denaro per il presepe mentre i muri cadono a pezzi
Titolo della delibera: “Il Presepe a scuola”. Approvata non in un oratorio ma alla Regione Lombardia. Non nel Medioevo ma il 30 ottobre 2019. Con stanziamento di 50mila Euro. Manca poco a Natale, e ci risiamo. Dopo i rosari sventolati nelle piazze dal Ducetto Verdognolo, segue l’intendenza. L’identità. Che nella narrazione sovranista significa differenza. Cioè separazione. In nome della cultura locale. Del modo di vivere. Tutto ciò nutre la retorica (e la propaganda) dell’esclusione. Ed alimenta intolleranza: il rivendicato valore dell’identità è preda di subdoli e pericolosi giochi politici. Uno dei quali è la strumentalizzazione del popolare (ma non populista) presepe, esempio invece di integrazione: i re Magi vengono dall’Oriente, Gesù Bambino è figlio di migranti in fuga, Betlemme li accoglie… Mi inquieta, old Fierro, che non si investano più fondi nella manutenzione delle scuole lombarde. Nell’assumere collaboratori scolastici indispensabili per vigilare gli alunni (dal 2006/7 al 2011/12, mentre gli scolari aumentavano di 70mila unità, venivano soppressi circa 4200 posti di bidello, se poi muore un ragazzino che cade dalle scale com’è successo col povero Leonardo Acquaviva della scuola elementare Pirelli di Milano, sappiamo perché…). Macché. La Regione leghista spende per progetti in cui si dimostrino “il coinvolgimento attivo e creativo degli studenti nell’ideazione e/o realizzazione del presepe; coinvolgimento delle famiglie e del territorio; utilizzo di una pluralità di linguaggi espressivi; ripresa delle tradizioni locali e delle radici storiche e culturali del presepe, che rappresenta la Natività nella tradizione cristiana dell’Europa; utilizzo di materiali da riciclo”. Lo scopo? Incentivare la rappresentazione della “natività cristiana negli istituti scolastici della Lombardia”. Che sono 9.028. Ma c’è il trucco. Solo le prime 200 scuole che presenteranno la domanda riceveranno un contributo di 250 euro, sempre che “l’apposito nucleo di valutazione attivato dal Consiglio Regionale lombardo” promuova il progetto. Amen.
Serie A, la grande truffa del Var
“Allora: o ci spiegano come funziona il Var, o ci dicono arbitra il Var, o ci dicono togliamo il Var. Io ero un fautore del Var, ma se questo è l’utilizzo del Var ci dobbiamo preoccupare. E io sono preoccupato. Mi sento attaccato. Personalmente”. (Carlo Ancelotti, dopopartita di Napoli-Atalanta 2-2, mercoledì scorso).
Quando si dice: il trucco c’è ma non si vede. E figuriamoci se in Italia, dove il campionato di calcio era diventato la baracconata che solo l’inchiesta di Calciopoli riuscì a smascherare svelando le collusioni tra il mondo arbitrale e la banda dei falsari che si era rintanata, oltre che nel club più titolato d’Italia (la Juventus di Moggi e Giraudo, poi radiati), nientemeno che in Federazione (il vicepresidente Mazzini, anch’egli radiato), cioè la cricca che a lungo truccò scudetti e retrocessioni, figuriamoci, dicevamo, se dopo il bucato fatto nei tribunali sportivi e penali le vedove di Moggi avrebbero accettato di rimanere con le mani in mano. Al grido di “fatta la legge trovato l’inganno”, con una tacita chiamata alle armi i picciotti hanno rimesso in strada il carrozzone finito nel burrone nel 2006 e sono andati a rioccupare il Palazzo degli orrori, e degli obbrobri, il Palazzo del Calcio dei tre cuori e una capanna, Federazione, arbitri e indovinate voi il terzo convitato. Tutti pappa e ciccia, come ai vecchi tempi.
Tredici anni sono passati dall’estate della vergogna, quella della Figc commissariata, della Juventus mandata in serie B, del titolo assegnato all’Inter, dell’arbitro De Santis fermato sulla scaletta dell’aereo destinazione mondiali in Germania e spedito a passare invece l’estate nei tribunali, dismesso dalla Can e condannato per associazione a delinquere. Tredici anni sono passati e a dispetto delle nuove regole adottate a livello internazionale e dell’introduzione del Var come strumento di controllo degli arbitri, le cose stanno filando lisce ovunque tranne che nel selvaggio West della serie A italiana dove le nefandezze arbitrali, sempre più sfacciate e impunite, hanno trasformato il nostro torneo in una gigantesca cloaca a cielo aperto. Noi siamo italiani e si sa, italians do it better: noi sappiamo far meglio tutto, soprattutto le porcherie.
“Sono preoccupato”, dice Ancelotti, uomo di sport e d’onore che ha capito tutto. Il Var era stato introdotto perché gli arbitri non potessero più indirizzare le partite come accadeva un tempo? Nessun problema. Due righe nel protocollo che ti permettano di continuare a fare i tuoi loschi giochi le trovi sempre; bastano 21 parole. “Poiché il Var controllerà automaticamente ogni situazione/decisione, non vi è necessità che gli allenatori o i calciatori richiedano una revisione”. Facile no? Sarà quindi il Var (un arbitro) a controllare quel che piace a lui: e vedrete che a lui non piacerà l’idea di dare il rigore a Llorente (Napoli-Atalanta) e al Toro per il mani di De Ligt (Torino-Juventus) mentre gli piacerà molto l’idea di espellere Cassata (Juventus-Genoa) e Fazio (Udinese-Roma). E sarà come ai tempi di De Santis e di Bergamo & Pairetto: scasso delle regole autorizzato. E dire che basterebbe apportare una piccola modifica alle 21 parole: “Il Var controllerà automaticamente ogni situazione/decisione, ma ogni squadra potrà chiedere il ricontrollo di azioni dubbie due volte a partita”. Le parole resterebbero 21, è vero, ma almeno avremmo un pallone senza il verme dentro.
La democrazia ha bisogno anche di chi non può votare
Uno degli slogan dei giovani indignados spagnoli era: abbiamo il voto, ma non abbiamo voce. Nelle democrazie contemporanee votare non equivale a influenzare le scelte politiche fondamentali. Il tema è stato ben cavalcato da populisti di vario orientamento.
Ugualmente importante, anche se meno esplorata, è la domanda opposta: coloro che non possono votare, hanno comunque il diritto di farsi sentire? La questione riguarda il numero crescente di immigrati esclusi dai diritti di cittadinanza anche in paesi in cui risiedono da lungo tempo, ma anche molti cittadini. Si pensi ai detenuti, a chi è interdetto dal voto ai minori. La voce di questi ultimi si è fatta più e più sentire negli ultimi tempi, irritando parecchi adulti.
Davanti ai ragazzini che hanno riempito le strade per dar voce e corpo alle loro preoccupazioni per l’ambiente, numerosi liberali italiani (così si definiscono) hanno intimato loro di chiudere la bocca e tornare a scuola: da Maria Giovanna Maglie a Vittorio Feltri, passando per Filippo Facci e Silvio Berlusconi, per citarne solo alcuni.
Piuttosto ripetitivi per tono e contenuti, gli “attacchi” possono riassumersi nell’idea che i ragazzi (e le ragazze) consumano quanto e più degli altri, non sanno di cosa parlano e quindi dovrebbero lasciar perdere le strade e tornare a scuola.
La squadra dei critici livorosi occupa solo metà del campo. Nell’altra metà ci sono i sostenitori, ovvero quanti vedono negli studenti in marcia l’esempio della “meglio gioventù” e la speranza del futuro. Questa squadra include anche alcuni nostalgici che cercano echi del ’68 e dintorni. Le posizioni di questi ultimi sono l’opposto di quelle dei primi: i ragazzi fanno bene a manifestare contro lo sfruttamento insostenibile del pianeta, dovuto alla voracità dei genitori.
Non vogliamo qui discutere se i ragazzi comprendano o no la questione ambientale e le sue implicazioni. Anche perché, diciamo la verità, quanti adulti possono dire di capirla davvero?
La domanda più importante e’ un’altra: che cosa ci dicono queste reazioni del modo in cui la società politica del ventunesimo secolo guarda ai suoi cittadini più giovani? Coloro che non possono ancora votare, hanno un posto nel dibattito politico?
I leader politici del secolo scorso, autoritari o democratici, avevano compreso bene che nella propaganda politica, niente funziona meglio dei bambini. Sia che preparassero il loro Paese per la guerra, che ne pianificassero drammatiche trasformazioni economiche, o che cercassero il modo di ricostruire società in frantumi, i leader del ventesimo secolo (quasi sempre uomini in là con gli anni) hanno usato i bambini per raccontare la loro versione del futuro. I bambini sono stati di volta in volta dichiarati fascisti e anti-fascisti, comunisti e democratici, patriottici e internazionalisti, militaristi e pacifisti.
E adesso che le vecchie ideologie sono cadute? Siamo in grado di confrontarci con i cittadini più giovani delle nostre società (ancora supposte) liberali, ascoltandone le istanze? Le reazioni scomposte suscitate da Greta Thunberg e da quanti hanno marciato nei Fridays for Future suggeriscono di no.
Ci piace ripetere che “tutto quello che facciamo lo facciamo per i nostri figli”; ma in cambio ci aspettiamo un’acquiescente accettazione. Pesa ancora il vecchio motto inglese secondo il quale “children should be seen but not heard” (i bambini devono essere visti, ma non sentiti).
I bambini, e soprattutto le bambine, ci piacciono sorridenti e silenziose, da usare come pubblicità per i progetti degli adulti. Ci piacciono meno le ragazzine che ci guardano arrabbiate ed alzano la voce.
Quando le ragazzine prendono la parola per ricordarci i nostri limiti o ci chiedono conto delle nostre mancanze diventiamo intolleranti e violenti: “Greta Thunberg? La metterei sotto con l’auto” (Maglie), “mi provoca fastidio fisico” (Facci), o “Greta è una scriteriata e i suoi seguaci dei rimbecilliti” (Feltri)?
Si dirà che è sufficiente guardare all’altro campo: a coloro ai quali Greta piace così tanto che vorrebbero farne una nuova piccola santa, o ancora meglio in un’ideale piccola martire, a cui passare il bastone della responsabilità per il futuro. Ma santificare equivale davvero ad ascoltare?
Greta, saggiamente e ostinatamente, ripete che non ha risposte. Che non sta a lei averle. E che non sta a lei neppure rappresentare il futuro. Quello che afferma è semplicemente che vuole avere una voce sulla questione forse più importante dei nostri tempi. Parlare alle Nazioni Unite potrebbe sembrarci una trionfale affermazione della voce dei più giovani. Ma lo è davvero? Solo se siamo disposti ad accettare che anche chi non vota deve avere rappresentanza. L’alternativa è che i più giovani decidano che la società politica degli adulti non li riguarda. Come ci ha insegnato Albert O. Hirschman, chi non può esercitare l’opzione di far sentire la propria voce può soltanto andarsene. Non può infatti esserci lealtà senza voce. Ma non può esserci neppure democrazia senza la partecipazione di chi ha più da perdere e da vincere dal futuro.
*Università di Venezia, Ca’ Foscari, **Università di Oxford
“Mai lavorato in vita mia: per me creare è un gioco”
“Nella vita non ho mai lavorato veramente, ho sempre giocato, senza darmi alcun limite”. Nel suo 81esimo autunno Francesco Bocola – singolare figura di artista, architetto, designer e molto altro – continua a creare con la freschezza di un ragazzo. Davanti al mare di Tenerife, tra un progetto di “casa perfetta” e una sfilata di abiti tratti da suoi dipinti, lima le bozze della sua autobiografia.
Cosa la spinge a pubblicare un volume di memorie?
Ho pensato che fosse il momento di raccontare la mia vita. Il libro avrà come titolo Marking the impossible. Spero che suggerisca ai giovani di pensare sempre in grande senza chiudersi in una specializzazione. Bisogna avere il coraggio di rompere gli schemi.
A quale attività è più legato?
L’esperienza più complessa è stata nel campo della nautica, dove ho messo la mia passione di velista. Dopo lunghi studi, ho introdotto un nuovo modo di concepire gli spazi interni e progettato barche oltre gli schemi tradizionali dell’idrodinamica, per navigare in assetto variabile oltre la velocità di carena.
Com’è stata la sua formazione culturale?
La mia fortuna nasce dal non essere stato indottrinato dalle scuole. Ho studiato a Brera, ma la cultura me la sono costruita da solo, approfondendo quello che più mi interessava tra tante discipline diverse. Ho imparato a fare sintesi, per questo sono riuscito a risolvere problemi complessi.
Come ricorda gli anni dei suoi esordi?
Ho vissuto in pieno il meraviglioso periodo degli anni Cinquanta e Sessanta, a Milano. Dopo una rapida affermazione nel campo dell’arte come pittore e scultore, passai al design e all’arredamento, in seguito all’architettura. A 27 anni avevo due studi a Parigi e uno a Milano. Frequentavo artisti come Burri, Scannavino, Rotella, Christo, Buren. Fu una stagione di enorme impegno e grandi soddisfazioni. Difficile che si ripeta un periodo così interessante.
Quali sono stati gli incontri decisivi della sua vita?
Senza dubbio il critico Pierre Restany, determinante nell’evoluzione dall’Informale alle strutture ambiente. Poi il fisico Adalberto Piazzoli: i suoi aggiornamenti sulle ricerche con Carlo Rubbia mi hanno permesso di rimanere collegato al mondo scientifico, con i suoi dubbi e le sue certezze. Ricordo inoltre Michele Scapino, poliedrica figura dedita a quel che chiamiamo esoterismo, che mi ha suggerito il trattamento sensoriale, per realizzare la casa che si adatta alla persona.
Come avvenne l’incontro con Lucio Fontana?
Fu all’epoca della mia prima mostra personale di pittura. Guardando alcuni miei quadri mi propose uno scambio con due sue opere. Mi scrisse anche una presentazione, che tengo ancora incorniciata. Questa sua proposta mi lusingò moltissimo ma la timidezza mi impedì di attuare lo scambio. Me ne pento ancora oggi.
E la collaborazione con Pierre Cardin?
Acquistò senza conoscermi una mia scultura luce, posizionandola all’ingresso del suo negozio di via Montenapoleone a Milano. Ci incontrammo. Il giorno dopo acquistò tutta la mia esposizione per trasferirla a Parigi. Da lì iniziò il nostro proficuo rapporto di lavoro. Progettai per lui oggetti, case, arredi, uffici. Mi coinvolse nella ristrutturazione dell’Espace Cardin a Parigi, chiedendomi di realizzare il suo ufficio avveniristico. Realizzai nell’Espace un teatro, un cinematografo per proiezioni d’avanguardia, un ristorante, un bar, una galleria d’arte, una linea di mobili e tanto altro.
Quante ore dorme per notte?
Appresi in quegli anni a programmare il sonno: posso dormire venti minuti, svegliarmi, eseguire un controllo e riprendere il sonno in pochi secondi. Questo mi è servito molto nel navigare gli oceani.
Racconti.
Ho girovagato per gli oceani con una barca a vela di undici metri per due anni. Un’esperienza di vita completamente immersa nella natura che mi ha dato una nuova consapevolezza. All’epoca non avevamo il Gps, ma il punto nave si faceva con il sestante e l’orologio. In quell’occasione mi sono reso conto dell’importanza della matematica. L’unica materia in cui davvero credo, è la più vera e attendibile realtà.
Lei è anche pilota di aerei.
In un momento buio della mia vita sul piano affettivo, all’età di settant’anni, per distrarmi ho deciso di conseguire il brevetto di volo. Volare è fantastico, dà una sensazione di libertà assoluta, di completo dominio dello spazio che ci circonda.
Da tempo ha scelto di vivere alle Canarie.
Ho scoperto l’isola di Tenerife navigando, era la tappa fissa per i rifornimenti prima della traversata dell’Atlantico. Qui si placa la mia sete di mare.
A che cosa si sta dedicando in questo periodo?
Mi interessa realizzare gli habitat che ho progettato, utilizzando nuove metodologie di costruzione e dando maggiore funzionalità in meno superficie, con criteri antisismici e nel rispetto dei principi dell’acustica e dell’illuminotecnica, miei antichi pallini. Naturalmente proseguendo le mie ricerche in campo artistico e sempre in attesa di una nuova idea che mi travolga.
Continua a divertirsi?
Mi sento un Homo Ludens. Nella mia vita non ho mai veramente lavorato, ma ho continuato a giocare, passando da un esperimento a un altro. Quando è bruciato il cantiere che avevo a Riva Trigoso, in Liguria, ho smesso di colpo con la nautica e sono passato ad un altro gioco.
Il ritratto di Mozart all’asta. Riportiamo l’opera in Italia
C’è forse solo una cosa di cui le classi dirigenti italiche siano più ignoranti che in storia dell’arte: la musica, la sua storia e il suo presente. Siamo davvero un paese di “analfabeti sonori”, per riprendere il titolo di un recente, felicissimo pamphlet di Carlo Boccadoro. Anche per questo sarebbe un bel segnale, se lo Stato italiano (o almeno qualche fondazione di quelle ancora ben fornite di quattrini) acquistasse e riportasse in Italia il più importante ritratto di Wolfgang Amadeus Mozart oggi sul mercato, una tela che andrà all’asta da Christie’s a Parigi il prossimo 27 novembre.
Quando Giambettino Cignaroli (o suo nipote Saverio dalla Rosa) lo ritrae, siamo nel 1770 e Amedeo, come si faceva volentieri chiamare in Italia, non ha ancora quattordici anni, ma è già un riconosciutissimo prodigio, come dimostra l’anello con brillanti che sfoggia al mignolo destro, dono del principe Joseph von Fürstenberg. Mozart ci guarda, di tre quarti, mentre siede davanti a un clavicembalo che porta sulla cassa il nome del costruttore, e la data (“Joannis Celestini Veneti MDLXXXIII”). Sul leggio, un manoscritto (che anche nella trasposizione pittorica assomiglia molto alla grafia musicale del maestro) testimonia un Molto allegro in sol maggiore, che non conosciamo altrimenti e che solo grazie a questo quadro è stato inserito nel catalogo delle opere mozartiane (K 72a). Si è anzi supposto che proprio il dipinto sia all’origine della perdita della composizione: perché Wolfgang e suo padre Leopold dovettero lasciare lo spartito al pittore, che aveva bisogno di ‘ritrarlo’ con tutta calma.
Il motivo principale per portare (ri–portare) questo quadro in Italia è che tutto questo avvenne a Verona, tra il 6 e l’8 gennaio 1770. “Stamani, dopo la Messa – scrive Leopold Mozart domenica 7 gennaio, dalla città scaligera – dovevamo recarci dal signor Lugiati (il ricco committente del quadro: un alto funzionario melomane, ndr) per un’altra seduta di posa con il pittore, prima di pranzo. Sennonché il vescovo di Verona Giustiniani ci invitò dopo la messa non solo a casa sua ma anche a pranzo. Ma quando apprese che eravamo in procinto di far fare il ritratto a Wolf., ci lasciò andare ma trattenendoci da lui fin dopo l’1 di pomeriggio. Si procedette quindi a dipingere il ritratto, e andammo a tavola soltanto alle 3”. Mozart aveva appena tenuto il suo primo concerto pubblico in Italia (il 5 gennaio, nella Sala della conversazione, oggi Sala Maffeiana, dell’Accademia Filarmonica). Come molti altri italiani, Pietro Lugiati non si dava pace all’idea di non ascoltare più la divina musica del piccolo Amadeus, che non riuscendo a trovare un impiego nella Penisola tornò in Austria. Il ritratto era un modo per fissare nella memoria quella esperienza unica: “… Di sì raro e portentoso giovane avendone concepita stima, lo feci ritrarre al naturale – scrisse Lugiati alla mamma di Amadeus –. La dolce sua effigie mi è di conforto ed altresì di incitamento a riprendere qualche volta la musica, per quanto le pubbliche e private occupazioni me lo permettano”.
Rimasto agli eredi di Lugiati fino al 1857, il quadro è poi passato di mano fino ad appartenere al grande pianista svizzero Alfred Cortot, tra i cui beni va oggi all’incanto. Riportarlo oggi in Italia significherebbe onorare degnamente il 250 anniversario di un viaggio straordinario, che sarà ricordato con una mostra organizzata dalla Soprintendenza Capitolina di Roma e curata da Sandro Cappelletto e Nino Criscenti. Quel viaggio fu in realtà articolato in tre diversi momenti: quasi sedici mesi il primo, tra dicembre 1769 e marzo 1771; quattro mesi il secondo, da agosto a dicembre 1771; quasi cinque mesi il terzo, da ottobre a 1772 a marzo 1773. Nel primo itinerario i Mozart furono a Rovereto, Verona, Cremona, Mantova, Milano, Lodi, Parma, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Umbria e Marche fino a Loreto, la costa romagnola, di nuovo Bologna e Milano, Brescia, Torino, Padova, Venezia. Un’immersione profonda da cui Wolfgang uscì con il successo strepitoso di trentasette concerti documentati (spesso in luoghi straordinari: come nel Teatro Scientifico dei Bibiena a Mantova; a Firenze nella villa medicea di Poggio Imperiale; a Padova nella Basilica di Santa Giustina; a Roma nei palazzi Altemps, Barberini, Chigi…) e con un gran numero di composizioni: tre opere, nove sinfonie, sette quartetti, sei arie, mottetti, oratori, danze e divertimenti. Entrato in Italia da fanciullo prodigio, ne era uscito da consacrato compositore. Tra l’Italia e il giovanissimo Amedeo nacque e si rafforzò un legame profondo: “Non sono mai stato così onorato e stimato, come in Italia”, ricorderà da adulto. E da Parigi, nel 1778, implorerà il padre–impresario Leopold: “… la prego, mi aiuti a rivedere presto l’Italia. Così potrò rinascere. Mi dia questa gioia”.
Ma altri erano i progetti di Leopold, e il piano inclinato della vita di questo ineguagliabile gigante della musica non gli consentì di esaudire quel desiderio, che lo accomunava a tanta parte degli intellettuali europei, i quali vedevano nell’Italia una loro seconda (e spesso prima) patria: contribuendo, così, a meticciare e a ibridare nel modo più felice la nostra ‘identità’. Oggi, finalmente, Mozart potrebbe tornare a posare sull’Italia i suoi occhi di ragazzino felice: i suoi occhi dipinti in quel quadro così raro e importante. Tenere Mozart tra noi: non potrebbe esserci proposito migliore, per accostarci a questo anniversario. E soprattutto per rimanere un po’ più umani, per vivere un po’ più felici.
Lavoro, ecatombe mondiale. Ogni giorno 7.500 morti
L’anno scorso in Italia sono stati 1.133 i morti sul e di lavoro, con oltre 600 mila infortuni. Ma la strage continua e peggiora: al 31 ottobre i morti sono già 1.222 lavoratori, compresi quelli sulle strade e in itinere, dei quali 606 sui luoghi di lavoro. Le vittime sono 17mila negli ultimi dieci anni. Un trend che accomuna il nostro Paese al resto del mondo: a un secolo dalla fondazione dell’Organizzazione mondiale del lavoro (Ilo) ogni giorno nel mondo 7.500 persone muoiono per il lavoro: mille per incidenti, altri 6.500 per malattie professionali. Nel 2017, secondo i dati internazionali più aggiornati raccolti dall’Ilo, ci sono stati 2,78 milioni di morti per il lavoro: 365mila per incidenti e altre 2,4 per malattie professionali. La carneficina è cresciuta del 20% solo negli ultimi tre anni: da 2,33 milioni di vittime nel 2014 a 2,78 milioni nel 2017. Ma la mancanza di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro è una vera pandemia: ogni anno 374 milioni di lavoratori restano vittima di incidenti o si ammalano per cause legate al lavoro. Solo i giorni di lavoro persi per cause legate ai problemi di salute e sicurezza sul lavoro rappresentano quasi il 4% (il 6% in alcuni Paesi) del prodotto interno lordo globale, oltre 3.200 miliardi di dollari l’anno, pari alla somma del Pil dell’Italia e della Spagna nello stesso anno.
Le risorse impiegate per contrastare il fenomeno non solo non bastano, ma spesso vengono tagliate. Gli ultimi dell’Inail segnalano però che in Italia le ispezioni sono diminuite del 9% quest’anno, mentre le irregolarità accertate sono cresciute del 3%. Crescono le denunce delle malattie professionali come pure le malattie “tabellate” che esonerano i lavoratori dall’onere della prova: per l’Inail sono 41mila, 800 in più rispetto al 2018. nel primo semestre del 2019 le denunce per caporalato sono triplicate a 263 (rispetto allo stesso periodo del 2018), mentre i lavoratori in nero scoperti sono calati a 20.398 dai 23.300 dell’anno scorso.
Gli incidenti più gravi, per quanto eclatanti, sono solo la punta dell’iceberg. Il 24 aprile 2013 il crollo dell’edificio Rana Plaza che ospitava cinque fabbriche di abbigliamento a Dhaka, in Bangladesh, uccise almeno 1.132 persone e ferì oltre 2.500. Il 25 gennaio scorso nella città brasiliana di Brumadinho dello Stato del Minas Gerais il crollo di una diga nel complesso minerario di ferro gestito dalla società Vale ha ucciso oltre 300 persone. Un incidente simile nello stesso stato nel 2016 aveva fatto 19 morti. L’Italia ricorda ancora la strage del 6 dicembre 2007 nello stabilimento della società tedesca ThyssenKrupp di Torino: otto operai furono coinvolti nell’incendio scoppiato in una linea di produzione per assenza di manutenzione. Sette di loro (Antonio Schiavone, 36 anni; Angelo Laurino, 43 anni; Roberto Scola, 32; Bruno Santino, 26; Rocco Marzo, 54; Rosario Rodinò, 26; Giuseppe Demasi, 26) morirono nel volgere di un mese per le ustioni, mentre Antonio Boccuzzi, 34 anni all’epoca, subì ferite non gravi. Per quella strage nel 2016 la Cassazione confermò le condanne a 9 anni e 8 mesi del dirigente tedesco Harald Espenhahn e quelle di altri cinque manager (Cosimo Cafueri, Daniele Moroni, Gerald Priegnitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno) a pene complessive di oltre 31 anni.
Ma altre vicende, come quella delle centinaia di morti a Casale Monferrato per l’amianto dell’Eternit, hanno visto pene risibili. Eppure di malattie collegate al lavoro si muore in tutto il mondo, soprattutto per quelle del sistema circolatorio (31%), per i tumori (26%) e per le malattie respiratorie (17%) che contribuiscono a quasi i tre quarti della mortalità globale correlata al lavoro. Sono proprio le malattie professionali la prima causa dei decessi correlati al lavoro (2,4 milioni, l’86,3%), mentre gli infortuni costituiscono il restante 13,7%.
Insieme, le morti da lavoro ogni anno rappresentano dal 5 al 7% delle morti globali. Le aree più colpite sono l’Asia, con il 65% della mortalità globale da lavoro, l’Africa (11,8%), l’Europa (11,7%), le Americhe (10,9%) e l’Oceania (0,6%). I dati riflettono la distribuzione della popolazione attiva mondiale e dei lavori pericolosi, come pure i diversi livelli nazionali di sviluppo economico. Ma l’analisi dell’indice degli incidenti mortali sul lavoro ogni 100mila lavoratori mostra forti differenze regionali: gli incidenti mortali in Africa e in Asia tra 4 e 5 volte superiori a quelli in Europa.
Nessun settore è al sicuro, nemmeno il mondo apparentemente dorato di Hollywood. Nel 2007 durante le riprese del “Il cavaliere oscuro”, il cameraman Conway Wickliffe morì schiantandosi contro un albero con la sua auto mentre seguiva la batmobile. Nel 2009 lo stuntman David Holmes restò paralizzato per un’esplosione mentre girava “Harry Potter e i doni della morte”. Una stuntwoman subì danni cerebrali permanenti nel 2010 sul set di “Transformers”. Nel 2011 lo stuntman Kun Lieu morì per un’esplosione accidentale durante le riprese di “The Expendables 2”. Nel 2014 l’assistente alla macchina da presa Sarah Jones fu uccisa da un treno merci mentre girava “Midnight Rider”. L’anno dopo la stuntwoman Olivia Jackson subì l’amputazione di un braccio per un incidente in moto sul set di “Resident Evil: Capitolo finale”.
Tra i fattori che nei prossimi anni faranno la differenza per la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, secondo l’Ilo, saranno tre le forze dominanti: la tecnologia, la demografia e lo sviluppo sostenibile. Servirà un’opera di coinvolgimento delle imprese private, specialmente delle micro, piccole e medie imprese che generano oltre il 50% dei nuovi posti di lavoro a livello globale con un’occupazione molto maggiore delle grandi aziende, ma troppo spesso con posti di lavoro poco retribuiti, poco qualificati e assenza di condizioni di lavoro dignitose e sicure. Proprio il legame tra salute e sicurezza sul lavoro e salute pubblica è uno dei temi centrali nell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Ma nel prossimo decennio, se non si invertirà la tendenza in atto, di lavoro potrebbero morire 30 milioni di persone, metà della popolazione italiana.
“Io, spinta a lasciare il lavoro per stargli vicino. Poi ho capito”
“Ho rinunciato anche al mio lavoro per stargli vicino. Mi sentivo in colpa, ero convinta che si sentisse abbandonato perché ero sempre molto impegnata. Solo dopo ho capito che si sentiva abbandonato perché lo lasciavo in quella scuola, verso la quale aveva un rifiuto”. Il figlio di Rosa ora ha sei anni, lei è una delle mamme che hanno presentato un esposto contro la scuola materna delle suore Angeline, seguito, nei giorni scorsi, da una denuncia più dettagliata e circostanziata. “L’esposto l’ho fatto nel marzo scorso per presunti episodi di bullismo – spiega -. Pensavo che il problema fosse solo quello: un altro bambino che lo tormentava. Questo mi aveva raccontato mio figlio, ma non era così. Adesso è traumatizzato, è in terapia da uno psicologo, il quale mi ha detto che la situazione è tragica.”.
Signora Rosa, per quanto tempo suo figlio ha frequentato quella scuola materna?
Complessivamente per un anno e mezzo, con una pausa dovuta al fatto che per un certo periodo lo avevo ritirato.
Perché? Cos’era accaduto?
Mio figlio era recalcitrante, non ci voleva andare. Lo avevo ritirato circa un anno e mezzo fa. Poi sono stata costretta, per necessità, a riportarlo dalle suore Angeline: purtroppo non avevo trovato posto in un’altra scuola materna.
Di fronte al rifiuto del bambino che spiegazione si dava? E cosa le dicevano le suore?
Mi dicevano che aveva dei problemi, che i suoi disegni riflettevano un ritardo nello sviluppo, che era assente e distratto. Poi sostenevano, soprattutto, che il bimbo soffriva di ansia da abbandono. Mi hanno detto di rivolgermi a una psicologa che mi hanno indicato loro. L’ho fatto. E ho iniziato a prendermi delle colpe, a pensare di essere io il problema. Avevo un centro benessere e le suore mi dicevano che non ero abbastanza presente nella vita di mio figlio. Così, dopo averne parlato a lungo con mio marito, ho dato il centro in gestione, me ne sono liberata: i sensi di colpa mi avevano divorata.
Quando ha iniziato a capire che forse l’origine dei problemi di suo figlio era di altra natura?
Il bimbo quando rientrava a casa aveva comportamenti molto aggressivi e negli ultimi tempi manifestava un rifiuto nei confronti della scuola sempre più forte. Ho parlato con altre due mamme che sospettavano che ci fosse qualcosa che non funzionava in quella scuola. E ho iniziato a capire che da mio figlio arrivava una richiesta d’aiuto. Nel frattempo lo avevo anche fatto esaminare in una struttura sanitaria pubblica. Anche se all’inizio pensavo che la causa di tutto fosse il bullismo. La direttrice della scuola mi aveva anche mandata da un neuropsicomotricista per verificare se il bimbo aveva eventuali disturbi neuro e psicomotori.
Adesso ha ricominciato a lavorare?
No, non ho più ripreso la mia attività, il centro è ancora in gestione. Ma la cosa peggiore è che mio figlio è traumatizzato. Quando sente alzare la voce si tappa le orecchie, è molto aggressivo, dice parolacce, ci risponde male. Si ritrae se accanto a lui qualcuno fa dei movimenti bruschi, che percepisce come una minaccia. Non ero io il problema, l’ansia di abbandono era di tutt’altra natura. Non voleva essere lasciato lì.
“Botte, paura. I nostri figli nella scuola delle suore”
Il 17 settembre scorso nella scuola materna romana delle Suore Francescane Angeline era prevista una grande festa. Giochi, pasticcini, bibite. Bimbi e genitori – questi ultimi già pronti a fare la colletta per acquistare cibo e bevande – avrebbero dovuto salutare così la direttrice suor Chiara Carnelos, in partenza per Torino per assumere la guida della scuola primaria del capoluogo piemontese gestito dallo stesso ordine. La festa è saltata nel più completo silenzio: non c’è stato bisogno di spiegazioni per annullare tutto. Sette giorni prima la polizia aveva notificato a due maestre laiche dell’asilo e alla stessa sorella Carnelos un avviso di garanzia; a un’altra religiosa, Suor Lucia, un ordine di custodia agli arresti domiciliari. Atti emessi dalla Procura della Repubblica di Roma, dopo quattro denunce presentate da altrettante famiglie. Tutti per maltrattamenti nei confronti dei bambini, documentati dalle quattro telecamere installate dalla polizia in due stanze dell’asilo. “Ci ha convocati la madre superiora: noi l’abbiamo saputo così”, ricorda Marzia, mamma di una bimba di quattro anni e mezzo. “La suora – prosegue –, si è limitata a dirci: adesso la magistratura farà le indagini, la giustizia il suo corso, ma voi ci conoscete, facciamo questo lavoro da anni… Sembrava caduta dal cielo. Da quel momento tra noi e loro si è interrotto ogni rapporto”.
La figlia di Marzia è una tra i tanti bambini che sono incappati nelle dure “punizioni” delle maestre laiche e religiose della scuola. Violenti strattonamenti, spinte contro i tavoli, schiaffi, alimentazione imposta con la forza quando qualcuno rifiutava il cibo. C’era chi veniva messo sopra un armadio molto alto, con il rischio di perdere l’equilibrio e cadere: stava lì e non si poteva muovere. A un altro bimbo sono state legate le mani. E poi urla, insulti. E quel “patto” stipulato con i bambini, secondo alcuni genitori: tutti zitti, tutti vincolati al segreto, “sennò Gesù piange”. Un mese di filmati, nel mese di giugno, “e abbiamo scoperto che quello non era un paradiso, come ci appariva ai cancelli, con le suore così sorridenti e gentili: quello era un inferno”, dice Daniele, padre di una bimba di cinque anni e mezzo. La scuola è in via di Villa Troili, una diramazione dell’Aurelia. Stanze colorate, tanti giochi. È immersa nel verde, ha un grande giardino. Tra i genitori, chi aveva sospetti adesso non si dà pace. È il caso di Marzia, che soffre di stress post-traumatico (“Dopo avere visto i video sono stata anche ricoverata, mi sono sentita male”) e che teme per il futuro di sua figlia, seguita da una psicologa: ci sono giorni in cui la bimba si incupisce, spesso fa fatica a parlare. “Sono un’insegnante di sostegno in una scuola materna, avrei dovuto capire subito e non mi perdono” – dice Marzia -. Mia figlia aveva cominciato a balbettare e aveva comportamenti aggressivi. Più volte ho chiesto spiegazioni alle suore: ogni volta una scusa diversa. Suor Chiara a un certo punto ha ribaltato tutto su di me, dicendomi che il problema ero io: iperprotettiva”. Suor Chiara adesso è a Torino, un trasferimento deciso durante l’estate e comunicato il 28 agosto scorso ai genitori. La madre superiora della confraternita torinese, che filtra le telefonate, si rifiuta di rispondere alle domande del Fatto. Sul sito della scuola primaria sono arrivati messaggi dei genitori dei bimbi che frequentavano la materna romana. Tutti allarmati: temono che a Torino possano verificarsi altri abusi. “Genitori, aprite gli occhi”, scrive Emanuele. “Da poco una suora sarà a capo di questa scuola, peccato che la persona che verrà a dirigerla è indagata a Roma…Parliamo di maltrattamenti fisici e psicologici…”, incalza Lucrezia.
La scuola dell’infanzia delle suore Angeline accoglieva, prima che venisse a galla l’inchiesta, 54 bambini, tra i quali figli di persone che lavorano alla Cei o a TV2000, l’emittente controllata dalla stessa Conferenza episcopale. Molti sono stati ritirati. Ma fino a poco tempo sembrava che, in fondo, tutto filasse liscio. C’era anche il “Cantiere dell’educazione”: incontri tra genitori, sacerdoti, psicologi, maestre. Tre volte all’anno così. E poi tante riunioni per coinvolgere le famiglie. “Arrivavano anche terapeuti di fama – dice Daniele . Ci insegnavano come educare i nostri figli, ci mostravano quali problemi potevano sorgere con un contatto troppo prolungato con le tecnologie digitali”. C’era la consulenza, a pagamento, di un gruppo di psicoterapeuti convenzionati con la scuola, per i genitori i cui figli manifestavano disagio. “Ci spedivano tutti quanti a fare terapia – ricorda Gaia, mamma di un bimbo di quattro anni e mezzo -. Anche io e mio marito ci siamo andati, perché le suore mi avevano detto che mio figlio soffriva di ansia d’abbandono. Secondo loro la responsabilità era nostra perché, lavorando entrambi, non eravamo sufficientemente presenti. Anzi, la colpa era soprattutto mia, mi dissero che mio figlio era vittima della mia ansia da prestazione professionale”. Gaia non riesce a togliersi dalla mente l’immagine di un bambino che viene violentemente scosso fino a cadere per terra. La polizia le ha fatto vedere il filmato. Quello e gli altri che “testimoniano – osserva – come le punizioni peggiori scattassero nel refettorio, quando i bambini non mangiavano. C’era un motto: bocca chiusa e piatto pulito. I bimbi non potevano nemmeno andare in bagno. Tutti i video mostrano un clima di terrore, soprattutto in mensa: se un bimbo veniva punito, gli altri continuavano a mangiare a testa bassa, come se tutto fosse normale. Abbiamo iniziato un percorso terapeutico, io e mio marito vogliamo verificare la profondità del trauma subito da nostro figlio e ricostruirci”. Gli effetti dei maltrattamenti, quando i bimbi erano a casa, emergevano nei modi più disparati. “Mia figlia non riusciva ad andare in bagno – ricorda Daniele -, mostrava un insolito rifiuto per alcuni alimenti. Dopo ci ha parlato di botte. E sembrava che le considerasse normali: come se per lei ormai la scuola volesse dire esattamente quello. Ciò che ci fa più male è che queste persone continuano a esercitare. Le due maestre laiche indagate sono state allontanate. Ma le suore hanno continuato la loro attività come se niente fosse”.
La bandiera “rotta” che non trionfa più?
I sacchi di sabbia vicino alla finestra, come cantava Lucio Dalla, non li ha messi quasi nessuno, in Emilia. Eppure al voto regionale mancano appena due mesi e mezzo, eppure Matteo Salvini ha deciso che quella terra è il vero spartiacque, si può fare, il mirino è improvvisamente a fuoco; eppure l’Umbria non sembra un caso isolato ma, invece di stimolare una resistenza, ha immobilizzato gambe e voce di chi vorrebbe reagire, ma non riesce.
Vince la paura.
La paura davanti a quello che molti in Emilia considerano probabile, molto probabile, o ineluttabile, e così da Marzabotto a Bologna, da Cevriago a Gattatico, dove fino a poco tempo fa un certo tipo di narrazione non si discuteva, dove la Resistenza, i partigiani, l’orgoglio per il welfare erano eccellenze che potevano stare su un menù accanto a tagliatelle e tortellini, improvvisamente hanno perso di fascino; adesso il refrain è altro, e vissuto con rassegnazione o finta ilarità da chi è disperato dentro, con timoroso orgoglio da chi da decenni aspetta questo momento.
Marzabotto. Ha un che di sovietico. La giornata, grigia, l’architettura non proprio varia, il mausoleo al centro del paese, le vie intitolate a Enrico Berlinguer, Palmiro Togliatti, ai Caduti della Libertà, Antonio Gramsci, o il vuoto assoluto per le strade, creano una certa suggestione. Chi resiste è dentro la Casa del popolo al primo piano di una palazzina con all’interno la sede del Pd e dei Giovani del Pd; chi resiste sono quattro preparati settantenni seduti in una tavola stile festa de l’Unità, con le tovaglie di carta, vino frizzante, fette di salame su un tagliere in alluminio, e discorsi in stile Nanni Moretti ne La cosa: “E ora che facciamo?”
Attorno a loro solo ricordi: il murales realizzato dai cileni negli anni Settanta, le sedie accatastate di quando “i compagni venivano”, le credenze chiuse con sopra incisi i dogmi “antifascismo” e “comunismo”. “E abbiamo problemi economici: da quando il partito ha lasciato tutto in mano a delle società immobiliari, le stesse società hanno iniziato a chiedere più soldi”.
Insomma, e ora? “Siamo preoccupati, qui non c’è più il tessuto di una volta, molto è cambiato, compreso l’approccio all’antifascismo; (il signore, capelli bianchi e tuta, cambia tono) nella strage di Marzabotto ho perso sorelle e zii, e quella tragedia fa parte di me e ho cercato di trasmetterla a mio figlio: capisce, ma non è la stessa cosa, non impatta su di lui con la stessa violenza”. Interviene la moglie, presentata come ex segretario di sezione, ruolo che un tempo rispondeva a una sua funzione sociale: “Il problema è l’individualismo, abbiamo perso una visione collettiva, non troviamo più fattori aggreganti, lo stimolo per un obiettivo da perseguire insieme, e non valutiamo adeguatamente il benessere nel quale viviamo”.
E il 26 gennaio?
Nessuno dei quattro azzarda una risposta, ma i loro sguardi sono chiari.
La barista di fronte alla Casa del popolo parte lieve, poi s’infervora: “Ipocriti”. Chi? “Tutti! A Marzabotto è solo politica, e sei obbligato a seguire il credo di questi, comandano. Però sono apolitica”. Sicura? “Mi hanno rotto le palle”. Da sempre. “Sì, ma ora posso”.
Subito fuori c’è un signore con il furgoncino parcheggiato davanti al negozio; il dialogo sembra una variabile emiliana di uno sketch di Totò.
“Magari cambia”.
Cosa?
“Qualcosa”.
Sì, ma cosa?
“Qualcosa”
Non è ben chiaro cosa.
“Mi scusi devo lavorare”.
Un signore annuisce.
Risponde lei?
“Non possiamo restare fermi a cinquant’anni fa”
La Meloni è legata a una storia post-fascista?
“Stronzate”. E se ne va.
La sindaca Valentina Cuppi resta basita: “A Marzabotto c’è chi sostiene certe tesi?”
Sì.
“Da noi ci sono fondamenta solide, abbiamo lavorato bene e a gennaio terremo”.
Bologna. È “una vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano ed il culo sui colli” secondo Guccini. E proprio dietro la residenza storica del cantautore emiliano, c’è sempre la trattoria “Da Vito”: cento e passa metri quadri di cibo e musica, schitarrate, politica e Gianni Morandi, Lucio Dalla, lo stesso Guccini o Gaetano Curreri.
Il proprietario ondeggia con la testa mentre prepara i numerosi conti, alle tre il locale è pieno.
“Hanno rotto le palle”.
Ecco, subito.
“Non si capisce nulla con i pagamenti: con la carta è un sistema, i contanti un altro il bancomat un altro ancora; me ne frego, tanto tra poco vanno a casa e a gennaio si azzera”.
Contento?
“In Emilia ci siamo ammalati di una patologia autoimmune, o di una malattia per la quale non abbiamo le difese immunitarie necessarie”.
Tradotto?
(interviene un signore)
“I richiami all’antifascismo, alla difesa di certi valori, hanno perso di consistenza: la situazione è cambiata e non ci sono più referenti solidi e affidabili. Il luogo giusto per capire la situazione è il Circolo Arci Benassi, magari trova qualcuno disposto a prendere in mano il forcone”.
Il circolo è poco distante ed è una struttura mastodontica, organizzatissima, con un cartellone di musica e iniziative ludiche e sociali da far invidia a un villaggio vacanze.
Dentro solo uomini, circa duecento, età media oltre i sessanta, impegnati con le carte. L’unica donna ha in mano una scopa e pulisce; la scopa è l’unica arma contundente del luogo, dei forconi neanche un lontano odor di fieno.
“Attendiamo da anni”.
Addirittura.
“Ci sarà da divertirsi”.
Chi parla indossa una giacca di pelle molto giovanile e anche i capelli tirati indietro denunciano un certo desiderio di lotta contro il tempo. Con lui altre quattro persone.
E allora?
(interviene un amico)
“La prima volta che sono entrato qui, mi hanno obbligato a prendere la tessere del Pd. E io: ‘Ok, ma come professione inserisco ‘berlusconiano’. Hanno accettato. Oggi non è più così, e noi ne siamo la dimostrazione”.
La dimostrazione vuol dire manifestarlo pubblicamente all’interno del circolo, rivendicarlo, riderci sopra, e verificare che nessun altro dei presenti interviene per cambiare la rotta delle loro certezze.
Stefano Bonaga, filosofo nato a Bologna: “C’è stato un abbandono totale dei corpi intermedi: negli ultimi vent’anni non ricordo un’iniziativa autonoma promossa dal Pd, solo appuntamenti su referendum o scadenze elettorali”.
Proprio nulla?
“Niente sulla cultura, l’ambiente o la società; tutto ciò porta nel cittadino-elettore un senso di inutilità e abbandono, e instilla un meccanismo di protezione della propria dignità; un cittadino ha la necessità di sentirsi protagonista”.
E quei signori al Circolo Arci si sentono protagonisti di un qualcosa di impensabile e rivoluzionario.
Cavriago. Su la Gazzetta di Reggio del 23 settembre un urlo contro i democrat: “Nel Parlamento europeo il Pd di Bruxelles sorpassa a destra la Lega di Reggio, approvando a braccetto con il Carroccio una discussa risoluzione sull’importanza ‘della memoria europea per il futuro dell’Europa’ che di fatto equipara comunismo e nazi-fascismo, stroncando la permanenza negli spazi pubblici di alcuni monumenti”.
E allora, Cavriago? A quattro chilometri da Reggio Emilia, un paesino di diecimila abitanti ha ottenuto i riflettori nazionali per il busto di Lenin al centro dell’omonima piazza: il busto è piccolo, la piazza è grande, e la gente non mormora, perché non c’è proprio nessuno, solo un ragazzo assorto con il suo spinello.
Passa un gruppo di quindicenni: “Qui vengono giusto i turisti per una foto”.
Non vi interessa.
“Perché, dovrebbe?”
Sapete chi è Lenin?
“Un comunista”
E poi?
“Lo sa mio padre”.
Parlate di politica in casa?
“Giusto nonno”.
Max Collini è il leader degli Offlaga Disco Pax, gruppo musicale reggiano, attivo fino al 2014; una delle loro canzoni più celebri è Robespierre, alla fine del brano una sorta di decalogo:
“E poi la nostra meravigliosa toponomastica:
Via Carlo Marx
Via Ho Chi Minh
Via Che Guevara
Via Dolores Ibarruri
Via Stalingrado
Via Maresciallo Tito
Piazza Lenin a Cavriago
E la grande banca non più locale, con sede in Via Rivoluzione d’Ottobre
E infine il mio quartiere, dove il Partito Comunista prendeva il 74% e la Democrazia Cristiana il 6%”.
Max Collini spiega: “La situazione in Emilia non è differente dal resto d’Italia”.
Però?
“Siamo una regione con il Pil superiore alla media, dove c’è crescita, dove il sociale esiste, la sanità funziona”.
Di nuovo, però?
“La percezione del cittadino medio rispetto alle esigenze personali dà tutto questo per scontato, quindi guarda altrove. E attenzione: le amministrazioni locali governate dalla destra non sono mai durate molto, a volte solo un anno, perché non sono in grado. Quindi non la vedo così nera, ma devono stare attenti”.
Attenti a mantenere uno status, a offrire risposte “e non navigare a vista”, spiega il titolare di una delle infinite officine meccaniche che da queste parti non odorano di benzina, non sporcano di grasso, ma sembrano immense gioiellerie. “Il governo ha introdotto la plastic tax, e l’Italia è leader mondiale nel packaging. Sa dov’è la plastic valley? Sulla via Emilia! Sono dei Tafazzi, vista anche la tassazione delle auto aziendali”.
Di nuovo Max Collini: “La provincia di Reggio ha 530.000 abitanti, e sono 115mila gli iscritti alla Cgil, 40mila all’Arci, e in migliaia sono legati alle associazioni di volontariato. Non è una società impermeabile, ma nemmeno una terra di conquista da deserto politico e sociale”.
Gattatico. Alle porte di Parma. Raccontava una delle figlie dei fratelli Cervi, sette giovani agricoltori torturati e poi fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943: “Un tempo venivano tante persone a trovarci, un pellegrinaggio: un giorno si ferma la corriera, scende un signore ben vestito e con il capello in testa. Cammina tra la polvere e ci raggiunge. Si ferma. Va dal nonno e gli consegna un foglio: saluta, ringrazia e se ne va. Nonno apre quel foglio. Legge. E ci mostra la firma: era Salvatore Quasimodo”.
Oggi quella fattoria è un museo bellissimo, antico e tecnologico, al centro della pianura, con suggestioni felliniane. All’entrata due ventenni.
Ce la farà Salvini?
Sorridono, alzano il pugno.
“Noi lotteremo”
Va bene, e allora?
(Risponde il ragazzo) “Qui vengono in visita tante scolaresche, con i bambini attenti e incuriositi: il problema sono le superiori: si perdono, non gli interessa nulla”.
(La ragazza) “Qualcosa è mutato pure tra gli adulti: quando ci sono le cene a casa dei miei, li sento parlare, e non ci sono più le certezze di prima, non sono granitici rispetto alle posizioni di un tempo, Salvini e la destra non sono un tabù. Forse abbiamo perso la nostra identità, e il razzismo è arrivato, silenzioso si è innestato. Nessuno si indigna, nessuno grida, come ci fosse rassegnazione”.
Cantava De Andrè: “L’amore che strappa i capelli è perduto ormai, non resta che qualche svogliata carezza. E un po’ di tenerezza”.