Pur nell’impazzimento generale, ieri c’erano sui giornali un paio di editoriali a tema Ucraina “Hors Catégorie”. Il primo, su Repubblica, si intitola “I valori della Nato” e porta la firma di Kurt Volker, ex analista Cia, importante diplomatico e lobbista Usa, fino al 2019 inviato di Trump per l’Ucraina (ebbe una parte nelle pressioni che The Donald fece su Zelensky perché investigasse sugli affari dei Biden in Ucraina). Ebbene, il nostro ci informa che la Nato non è solo un’alleanza difensiva nata in chiave anti-sovietica, ma una scelta morale fatta dopo l’Olocausto (“insieme giurammo: mai più”) e comporta il rispetto di “obblighi morali e di tutela della vita umana”. Certo… Ora, dice Volker, davanti alla “pulizia etnica” in Ucraina limitarsi a chiacchiere e sanzioni non basta: bisogna inondare di soldati e missili l’Est Europa dichiarando che gli accordi con Mosca non valgono più, minacciare Putin e i suoi in vari modi e intensificare l’invio di armi agli ucraini. “Come minimo, la Nato dovrebbe includere i sistemi missilistici terra-aria S-300, i droni armati, i caccia MiG-29, altri sistemi missilistici anti-aria, anticarro, antinave e teoricamente altri tipi di aerei”. Come minimo, e poi “dovrà mantenere sul tavolo tutte le opzioni utilizzabili, senza escluderne a priori nessuna” (capito, sì?). D’altra parte, qui non si tratta solo del conflitto in corso: “La Nato deve usare la sua posizione di forza per progettare la sicurezza in Europa”. L’Europa? Ma non scherziamo: il mondo! Al Dottor Stranamore americano fa infatti controcanto quello inglese. Scrive Bill Emmott sulla Stampa: “I limiti che l’Occidente si è imposto sono stati opportuni, ma anche deleteri. Il limite è che abbiamo escluso un coinvolgimento militare per evitare di trasformare il conflitto in Ucraina in una guerra tra potenze nucleari”. Cagasotto! E ora? Ora bisogna colpire Putin per educare Xi Jinping: “Sarebbe saggio far capire e quanto prima che l’auto-moderazione della Nato di per sé non è illimitata. Questo messaggio potrebbe essere fatto pervenire convenientemente anche alla Cina”. Ragazzi, davvero, è ora che il circo dei commenti richiuda le gabbie: la faccenda si fa pericolosa e, peggio, imbarazzante…
Tra palco e realtà: i media si perdono per strada il Paese
Martedì sera, durante il suo programma, Giovanni Floris ha mostrato agli ospiti un sondaggio di Nando Pagnoncelli sull’invasione russa in Ucraina. Riguardo al come far finire la guerra, il 43% degli intervistati ritiene che l’Ucraina dovrebbe valutare di arrendersi a fronte della perdita di troppe vite umane, mentre Il 42% al contrario ritiene che dovrebbe resistere anche se tutto ciò comporta un’ingente perdita di vite (il 15% non si esprime). Quindi una sostanziale parità tra le due posizioni. A proposito del nostro Paese, invece, le risposte cambiano un po’. Noi come ci dobbiamo comportare, nelle relazioni con la Russia? Secondo il 69% degli interpellati, l’Italia deve negoziare con la Russia e trovare una mediazione con questo Paese, mentre il 21% è favorevole alla linea della fermezza e pensa che sia giusto opporsi con decisione all’aggressione russa (il 10% non si esprime). Una settimana fa un sondaggio Emg per Agorà (Raitre) rilevava che il 55% degli italiani era contrario all’invio di armi in Ucraina.
Questi dati non li abbiamo riportati per dire che la maggioranza degli italiani (sappiamo ovviamente che è un campione) ha ragione nell’affidarsi come prima opzione a una soluzione diplomatica del conflitto. Solo per far notare quanto il sistema dell’informazione, così refrattario al dialogo tra i diversi punti di vista, si rifiuti con ostinazione di prendere in considerazione le idee diverse da quella mainstream, con tutto ciò che questo comporta e così facendo si perda per strada un bel pezzo di realtà del Paese. Ieri Peter Gomez su queste colonne ha dato conto dell’incredibile espulsione delle parole di Papa Francesco sulla guerra dai maggiori quotidiani di martedì (“Certe scelte non sono neutrali: destinare gran parte della spesa alle armi vuol dire toglierla ad altro, che significa continuare a toglierla ancora una volta a chi manca del necessario. E questo è uno scandalo: le spese per le armi. Quanto si spende per le armi, terribile”). Ieri il Papa, citato dal presidente Zelensky nel suo collegamento con la Camera dei deputati, è tornato nelle cronache, ma senza che le sue parole del giorno prima venissero ricordate. Se perfino il Papa perde la voce, non bisognerebbe stupirsi di quello che accade attorno! Che cosa rimane di una democrazia se si perde la libertà di manifestare il proprio pensiero serenamente, se non si accetta di discutere? Se, come riportano i giornali, Wikipedia oscura la pagina del professor Orsini? Ormai si ha timore di parlare “in dissenso”, e qualunque discorso altro (anche autorevole, anche argomentato) è subito liquidato con disprezzo. Enrico Letta dice che ci sono troppo filo-putiniani: ci mettiamo dentro anche quelli che hanno risposto che l’Italia dovrebbe trattare con la Russia? Quando parliamo dei valori occidentali, non includiamo anche la libertà di pensare e di esprimerci? L’invio delle armi in Ucraina non è una decisione neutrale e proprio per questo avrebbe bisogno di un confronto serio, articolato e non di improvvisati scontri tra tifoserie. Si ripete, sinistramente, il copione della pandemia, con gli stessi tic e le stesse dinamiche di un fondamentalismo democratico che sembra un paradosso e invece è ormai una penosa (e pericolosa) realtà. Cosa ci succede? Viene in mente una delle Scorciatoie di Umberto Saba, quando il poeta parlava del fratricidio come nostro mito fondativo, a differenza di altri Paesi (come Francia e Inghilterra) che avevano conosciuto il regicidio (di Luigi XVI, Carlo I). “Gli italiani sono l’unico popolo, credo, che abbiano, alla base della loro storia, o della loro leggenda, un fratricidio”. La tara del guelfighibellinismo è dura a morire.
Ora Salvate il soldato Orsini dai soldatini Nato-Draghiani
Salvate il soldato Orsini. Il professore (collaboratore del Fatto) contrario all’invio delle armi in Ucraina è diventato il bersaglio preferito degli opinionisti che sostengono le scelte della Nato e del governo Draghi. Nei talk, giornalisti come Paolo Mieli, Mario Calabresi e David Parenzo, e i direttori dei think tank, come Paolo Magri dell’ISPI o Nathalie Tocci dello IAI, lo trattano come una quinta colonna di Putin. Nathalie Tocci su La Stampa lo squalifica così (senza nominarlo) dopo un duello a Piazzapulita: “Ci sono competenze che sono poco attinenti alla questione. In che modo le valutazioni di un teorico della fisica (Carlo Rovelli?, ndr), di un filologo (Luciano Canfora?, ndr) o di un sociologo del terrorismo (Orsini?, ndr) aiutano a formare una posizione informata sulla guerra in Ucraina?”. E ancora: “Nel nome della libertà di opinione, e quindi della democrazia, si dà spazio alla opinione slegata dalla competenza, aprendo – consciamente o inconsciamente – alla disinformazione e alla propaganda. E infliggendo un colpo letale alla democrazia stessa”. Bum. L’argomento dell’incompetenza, usato come uno sfollagente per escludere dai talk show gli intellettuali scomodi, non ha senso. Se a suggerire il compromesso con Hitler a Chamberlain nel 1938 fosse stato un esperto di geopolitica, quella scelta sarebbe divenuta più previdente? Se a suggerire a Churchill un approccio duro con la Germania fosse stato un sociologo del terrorismo, cosa sarebbe cambiato? Non stiamo parlando di vaccini o ingegneria, ma di guerra. Quel che conta è la capacità di analizzare e prevedere i fenomeni politici e militari con onestà intellettuale e competenza, non il titolo. Orsini sarà pure professore associato di Sociologia (in realtà dirige anche l’Osservatorio di Sicurezza Internazionale della Luiss) ma ha un titolo ‘di fatto’: ci ha messo in guardia su Putin prima di tanti esperti di geopolitica. Il professore (filo Putin, secondo i critici) nel 2018, in un’audizione al Senato, disponibile su Youtube, sosteneva che bisognava mantenere le sanzioni contro la Russia. La cosa più interessante però di quell’intervento non erano le conclusioni ma l’analisi. Per Orsini la Russia era un animale ferito dalle mosse degli Stati Uniti in Siria, Iraq e Ucraina. Nel 2018 Putin – sempre per Orsini – considerava l’opzione dell’invasione dell’Ucraina, ma non aveva ancora deciso. Stava saggiando la capacità di reazione dell’Occidente e probabilmente in futuro avrebbe potuto decidere di sfondare le linee in Ucraina o sul fronte baltico. Ebbene, non abbiamo trovato in Rete un’analisi così netta e realista da parte dei tanti che oggi lo trattano con sufficienza. Quel che conta alla fine è la capacità di formulare un’analisi corretta, obiettiva, fredda, magari sgradevole per il governo e l’opinione pubblica, ma utile. L’analista descrive non prescrive. L’importante è che fornisca, possibilmente in anticipo, gli elementi necessari ai cittadini e ai politici per deliberare. Ecco perché anche se come ho già scritto condivido le conclusioni di Tocci (sono favorevole alle armi agli ucraini) ritengo interessante l’analisi scomoda di Orsini almeno quanto quelle più ortodosse. Nessuno ha la verità in tasca in una materia così delicata. Infine c’è un tema che deve essere accennato senza moralismi ma anche senza ipocrisie: i think tank ricevono contributi in varie forme dal governo, dalle amministrazioni pubbliche e dalle società controllate come Leonardo o Eni, società questa della quale Tocci è consigliere.
Certamente lo IAI è un ente autorevole che sforna studi importanti e la direttrice pensa le cose che dice in tv. Però è lecito domandarsi cosa accadrebbe se i vertici di IAI e ISPI decidessero improvvisamente di dare torto in tv alla Nato e a Draghi sulle armi all’Ucraina.
La ‘censura’ di Orsini per le sue idee da parte della Luiss, università autonoma ma fondata da Confindustria, non è un buon segno.
Il suicidio dell’Europa, le armi e il suo silenzio
Con questo articolo Donatella Di Cesare, professoressa di Filosofia teoretica all’Università La Sapienza di Roma, inizia a collaborare con il “Fatto”.
La parola Occidente, in questi giorni così spesso evocata, ha un significato articolato nelle diverse epoche. Non indica un sistema di valori, una forma politica, un modo di vivere. Occidente è l’orizzonte a cui guardavano i greci: la costa italiana, il continente europeo, una futura epoca nella storia del mondo. Nel periodo tra le due guerre mondiali i filosofi hanno pensato il destino dell’Occidente non come un tramonto, bensì come un passaggio: nel buio della notte europea non c’era solo morte e distruzione, ma anche la possibilità di salvezza. L’Occidente era l’Europa, l’Europa era l’Occidente. In questa prospettiva, che oggi – con un giusto accento critico – si direbbe eurocentrica, ciò che era oltre l’Atlantico, Inghilterra compresa, non era occidentale.
Dopo il 1945, il baricentro della Storia passa dal continente europeo a quello americano. Anche la parola “Occidente” cambia significato designando l’American Way of Life, lo stile di vita americano e tutto ciò che, tra valori e disvalori, porta con sé. L’Europa si uniforma, più o meno a malincuore. Se non altro per non perdere il nesso con l’Occidente di cui è stata sempre il cardine.
Quel che avviene in questi gravissimi giorni, dietro il millantato nuovo scontro di civiltà, è un’autocancellazione dell’Europa, che rinuncia a se stessa, alla propria memoria, ai propri compiti. Il 2022 segna l’ulteriore, definitivo spostamento, l’apertura di una faglia nella storia del Vecchio continente. L’Europa tace, sovrastata dai tamburi di guerra dell’Occidente atlantico, a cui sembra del tutto abdicare. L’algida figura di Ursula von der Leyen, questa singolare, inquietante comparsa, che spunta di tanto in tanto per annunciare “nuove sanzioni alla Russia”, compendia bene in sé un’Europa cerea e spenta, incapace di far fronte a una crisi annunciata. Possibile che dal 2014 non si sia operato per evitare il peggio? Possibile che tra dicembre e febbraio non esistesse un margine per impedire l’invasione? Possibile vietarsi l’autorità di mediare per la pace? Si tratta di una vera e propria catena di errori politici imperdonabili, di cui i cittadini europei dovranno nel futuro prossimo chiedere conto a chi ora ha ruoli decisionali. Come se non bastasse, il silenzio fatale dell’Europa è squarciato dalle sguaiate provocazioni di Boris Johnson, il promotore della Brexit, e dalle temerarie parole di John Biden, forse uno dei peggiori presidenti americani.
Il suicidio dell’Europa è sotto gli occhi di tutti. Ed è ciò che ci angoscia e ci preoccupa. Perché riguarda il futuro nostro e quello delle nuove generazioni. D’un tratto non si parla più di Next Generation Eu – nessun cenno a educazione, cultura, ricerca. All’ordine del giorno sono solo le armi. C’è chi applaude a questo, inneggiando a una fantomatica “compattezza” dell’Europa. Quale compattezza? Quella di un’Europa bellicistica, armi un pugno? Per di più ogni Paese per sé, con la Germania in testa? Non è questa certo l’Europa a cui aspiravamo. In molti abbiamo confidato nelle capacità dell’Unione, che aveva resistito alle spinte delle destre sovraniste e che sembrava uscire dalla pandemia più consapevole e soprattutto più solidale. Mai avremmo immaginato questa deriva. La faglia che si è aperta nel vecchio continente, in cui rischia di precipitare il sogno degli europeisti, è anche la rottura del legame che i due Paesi storicamente più significativi, la Germania e l’Italia, hanno intessuto con la Russia. Chi si accontenta di ripetere il refrain “c’è un aggressore e un aggredito”, ciò che tutti riconosciamo, non si interroga sulle cause e non guarda agli effetti di questa guerra. C’è una Russia europea oltre che europeista. Nella sua storia la Russia è stata sempre combattuta tra la tentazione di avvicinarsi al modello occidentale e il desiderio di volgersi invece a Est con una ostinata slavofilia, testimoniata, peraltro, nell’opera di Dostoevskij. Durante la Rivoluzione bolscevica prevalse l’apertura per via dell’internazionalismo. Se Stalin cambiò rotta, la fine dell’impero sovietico segnò il vero punto di svolta. In quella situazione caotica andò emergendo la corrente nazionalistica che aveva covato sotto la cenere. Putin è il portato sia di questo nazionalismo, fomentato anche dal pensatore dei sovranisti Aleksandr Gel’evič Dugin, sia di una frustrata occidentalizzazione. Ma a chi gioverà una Russia isolata, ripiegata su di sé, rinviata a orizzonti asiatici?
In un’immagine suggestiva che ricorre in Nietzsche, in Valéry, in Derrida, l’Europa appare un piccolo promontorio, un capo, una penisola del continente asiatico. Nessuno ha mai potuto stabilire dove sia il suo confine a Est. Ma certo ha sempre avuto il ruolo di testa, di cervello di un grande corpo. È stata il lume, la perla preziosa. Ci chiediamo dove sia finita.
I Tracchia dentro casa dei Mantegazza e il divieto del libro di Fabio Volo
Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno assediando con decine di migliaia di mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur. Le due parti stanno negoziando, e le loro posizioni sembrano più vicine: i Tracchia lamentano la poca disponibilità delle gemelle a trattare, le gemelle lamentano la poca disponibilità dei Tracchia a trattare. Secondo gli analisti, però, i colloqui sono solo un modo per prendere tempo: i Tracchia devono riorganizzare le truppe, le gemelle sperano che alla lunga gli effetti economici delle sanzioni costringano i Tracchia alla resa. Siamo al surplace, la posizione di quasi immobilità che nelle gare ciclistiche di velocità su pista serve a indurre l’avversario ad andare in testa allo scopo di vedergli le chiappe che massaggiano il sellino nello sprint finale. Intanto proseguono i bombardamenti: la situazione, in diversi negozi, è sempre più critica (ieri si è saputo che da Foot Locker non sono più presenti giornalisti che lavorano per testate occidentali) e molte aziende internazionali hanno chiuso le proprie attività alla notizia che McDonald’s, Ikea e Zara, nel loro ultimo giorno di apertura, hanno triplicato il giro di affari. Prima accusa formale di stupro nei confronti di uno Spetsnaz dei Tracchia dall’inizio della guerra: entrato nell’appartamento dei Mantegazza a recuperare il razzo inesploso di cui dicevamo ieri, avrebbe tramortito il marito disarmato leggendogli la prima frase di un libro di Fabio Volo, e violentato ripetutamente la moglie. La versione del militare, però, è diversa: “Erano le 22.00. Arrivo alla porta dell’appartamento dei Mantegazza, sento dall’altra parte una donna che piange forte, come si piange da soli, quando siamo sicuri che nessuno ci sente. Suono il campanello, il pianto cessa. Mi apre la signora, gli occhi rossi: una bella donna, prosperosa, di quelle belle donne che si abituano, negli anni felici, a sentire il dominio della loro bellezza, quella potenza altera che trascende anche loro, che è in loro, ma come una luce d’altro mondo, e poi non sanno rassegnarsi alla meschinità di un matrimonio contratto per convenienza. Le spiego che sono venuto a riprendere il missile. Lei mi conduce in cucina. Imbraccio il razzo ingombrante, ringrazio, e le chiedo: ‘Mi scusi, potrebbe dirmi da che parte per il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque? Credo sia da queste parti.’ Lei dice: ‘Sì, certo.’ Mi conduce in salotto, dove suo marito sta dormendo della grossa sul divano con un libro di Fabio Volo aperto sul petto, mi porta sul terrazzo e mi fa: ‘Vedi quelle luci?’ ‘Sì.’ ‘È il lunapark dell’Eur. Accanto, sulla destra, nel buio, c’è un parco. Lo vedi?’ ‘Vedo il buio.’ ‘È il parco degli Eucalipti. Lo attraversi tutto, prosegui per un altro chilometro, e sei arrivato. Non puoi sbagliare.’ La sua bellezza era una delle realtà elementari, come il colore perlaceo della luna. Le chiedo: ‘Potrebbe accompagnarmi lei?’ ‘Coosa? Attraversare il parco degli Eucalipti, con te, da sola, a quest’ora di notte, nel buio? Potresti stuprarmi!’ ‘Ma cosa dice, signora? Mi guardi. Imbraccio un razzo da 70 kg, ho un mitragliatore a tracolla e uno zaino sulla schiena. Come potrei approfittarmi di lei?’ E la signora Mantegazza: ‘Bè, potresti poggiare il razzo a un albero, lo zaino per terra, e io potrei tenerti il mitragliatore.’ Comunque, le gemelle hanno imposto la legge marziale e annunciato che, per tutto il periodo in cui sarà in vigore, nel negozio Feltrinelli all’ultimo piano sarà sospesa la vendita dei libri di Fabio Volo, una decisione giudicata eccessiva e controproducente da alcuni osservatori, encomiabile da altri.
(18. Continua)
Di Petrocelli non si butta via niente
Vorrei vedere voi, dopo una vita trascorsa a sbracciarsi inutilmente, a cercare la giusta attenzione, la dovuta considerazione. Guardatemi sono io, Vito Rosario Petrocelli, ehi qui, da questa parte, forza ragazzi, parlate pure male di me purché parliate di me. Ma niente. Dài, si è mai visto un geologo diventare presidente della Commissione Esteri del Senato, con circostanze aggravanti in quanto grillino, e restarci quasi tutta la legislatura? Costui non meritava i più sapidi ritratti? Macché, silenzio. Volete che si dichiari filo-cinese e scettico riguardo al genocidio culturale degli uiguri in Cina? Figurarsi, neppure un trafiletto. Sapere che fu anche stalinista? Mah. Poi, il colpo di genio, dichiarare “cobelligerante l’Italia che manda le armi in Ucraina” e chiedere al M5S “il ritiro di ministri e sottosegretari dal governo”. Strike! Interviste a schiovere. Nel quarto d’ora di celebrità può finalmente storicizzare il suo ego. Raccontare che lo chiamano Petrov, come l’ufficiale sovietico “che si rifiutò di eseguire gli ordini pre-impostati quando scattò l’allarme per un attacco missilistico degli Stati Uniti, e decise di non premere il bottone perché quell’allarme era falso, e fece bene”. Eroico. Tenace. Intransigente. Fermo come solida roccia. No che non lascerà la presidenza. Chiedono le sue dimissioni? Non le avranno. Non premerà il bottone. Come mai, però, Conte non si fa ancora vivo? Un momento, cosa sono queste espressioni di sdegno, chi è che grida “vergogna, vergogna” all’indirizzo dei 300 disertori che non vollero presenziare al discorso di Zelensky in Parlamento? Con voce grave ne danno l’annuncio tutti i tg, ed eccola lì la pietra dello scandalo, la quinta colonna moscovita, la schiuma della terra che li rappresenta tutti questa massa di traditori filo- Putin. Profilo perfetto per inchiodare una volta per tutte “quel certo mondo che non riesce a nascondere la propria avversione culturale verso l’Occidente”. A cominciare da quel Giuseppe Conte “sempre più impacciato quando gli si chiede di chiarire i contatti obliqui con i russi venuti in Italia nel 2020 in apparente missione anti-Covid” (Repubblica). Le oblique, ambigue, doppie 5 Stelle. Già, perché di Vito Rosario Petrocelli (alias Petrov) non si butta via nulla.
Ma che bel Sussidistan! E Il “Sole” se la gode
Alla fine anche i confindustriali – cosa che avevamo sospettato negli ultimi decenni – non sono mica così contrari ai sussidi pubblici: dipende a chi vanno. Poveri col culo su un divano bisunto in qualche periferia degradata? Sussidistan cattivo. Incentivi alle imprese o su determinati prodotti? Sussidistan buono, buonissimo, ottimo! La prima del Sole 24 Ore ieri era un peana al sussidio pubblico: “Auto, ecco come avere i bonus”, era il titolo d’apertura. La notizia è che la settimana prossima dovrebbero essere operativi gli incentivi all’acquisto di auto non inquinanti (ma pure inquinanti, come da gentile richiesta dell’ad di Stellantis, Carlos Tavares, gentilmente accettata da Draghi e soci). “Inizierà un lungo periodo di agevolazioni”, gioisce il giornale di Confindustria: 700 milioni l’anno (più altri 300 direttamente alle imprese del Sussidistan buono) fino al 2030. Secondo le bozze lette avidamente dal giornale color salmone, 30 milioni andranno alle due ruote, “250 andrebbero all’elettrico e altrettanti all’ibrido plug-in. Gli ultimi 170 sono per i modelli più diffusi e richiesti (né elettrici, né ibridi, cioè inquinanti, ndr). E appaiono pochi: l’anno scorso i primi 250 milioni si esaurirono in circa tre mesi”. Ecco, effettivamente sono un po’ pochi i soldi stanziati per far sì che la fu Fiat si pulisca il magazzino nel prossimo quinquennio e giustamente al Sole se ne dolgono. Forse per pudore non hanno avanzato la proposta più sensata: dimezzare il Reddito di cittadinanza al Sussidistan cattivo per aumentare gli incentivi del Sussidistan buono. Anche il Vangelo, d’altra parte, dice “a chi ha sarà dato”. O volete far piangere Bonomi ed Elkann?
Oltre la tensione emotiva di Draghi
• Avanti Europa Quando persino i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, maggior partito di opposizione, riconoscono a Zelensky di essere un “leader europeo” che va aiutato in tutti i modi, ci possono essere pochi dubbi sulla posizione del nostro Paese: l’Italia – nelle parole di Draghi – vuole l’Ucraina libera e la vuole nell’Unione europea.
Antonio Polito (Corriere della Sera)
• Le idee e la spada A muoversi con più determinazione dovrebbe essere, a questo punto, l’Unione europea. Non è vero che la sua scelta belligerante e interventista sarebbe un impedimento a rivestire il ruolo di mediatore (…) Tenendo insieme due cose che solitamente vanno ognuna per conto loro: il richiamo ai valori in cui si crede e l’adozione di decisioni concrete e coraggiose per affermarli, l’idealismo delle belle parole e il realismo della forza.
Alessandro Campi (Il Messaggero)
• Emozioni Mario Draghi ha raccolto tali suggestioni e le ha trasformate in un discorso di forte tensione emotiva. Un discorso molto politico che senza dubbio accresce la credibilità italiana nell’area atlantica.
Stefano Folli (Repubblica)
La Rai preferisce il silenzio: niente “embedded” coi militari russi
Nella sua ostinazione a non voler più produrre contenuti dalla Russia – al contrario di decine di testate da tutto il mondo –, la Rai rinuncia anche all’occasione di poter girare un servizio “dentro” le truppe russe. Un servizio cosiddetto embedded, ovvero col cronista che per qualche giorno vive e si muove insieme ai militari filmando le loro operazioni, anche se con l’ovvia conseguenza che i russi avranno interesse a mostrare l’immagine migliore di se stessi. Ma pur sempre uno scoop riservato a pochissime testate internazionali, utile anche solo per capire cosa abbiano in testa gli uomini di Putin.
E invece Viale Mazzini ha detto “no” alla richiesta arrivata da Mosca, dove dal 5 marzo il corrispondente Marc Innaro non può più andare in onda.
Qualche giorno fa, la sede russa della Rai ha scritto a Viale Mazzini ricordando che ormai quasi tutte le testate che se ne erano andate dal Paese – per colpa di un bavaglio alla libertà di stampa approvato da Putin – hanno fatto ritorno. Poi, la richiesta relativa all’accreditamento. I giornalisti Rai erano stati contattati dal ministero della Difesa russo, offrendo la possibilità a un cronista e a un cameraman di partecipare ad alcune operazioni militari in Ucraina e nel Donbass. Un invito rivolto a poche testate internazionali per il quale la Rai avrebbe potuto far riferimento a uno dei suoi inviati sul posto (l’esperto Nico Piro, per esempio).
Il via libera da Roma, però, non è arrivato. Un rifiuto curioso se si pensa che ai vertici editoriali della Rai oggi c’è Monica Maggioni, direttrice del Tg1 a sua volta embedded nell’esercito americano ai tempi della guerra in Iraq. Altri tempi. Nel dare indicazioni agli inviati, la Rai ha preferito tenere il punto: ancora non ci sono le condizioni di sicurezza per riprendere a lavorare dalla Russia (anche se il Donbass è ancora territorio ucraino), perciò niente servizio da dentro l’esercito. Questo nonostante da giorni il sindacato UsigRai chieda un ritorno alla produzione da Mosca. Una sensibilità condivisa pure dal consigliere (rappresentate dei dipendenti) Riccardo Laganà, che al riguardo pretende chiarimenti dal Cda.
Guerra, lettori e censura: la Ue vieta le notizie
È sorprendente vedere come molti commentatori riescano a fare analisi dei conflitti basandosi sulle fonti provenienti da una sola delle parti.
In guerra, un Paese serio che ha interessi diretti non può fare informazione se non fa contro-informazione e la seconda deve integrare e non sostituire la prima. Per fare qualsiasi “contro” occorre capire cosa si è contro. Oggi, ai nostri analisti è impedito conoscere contro cosa occorre informare. Se poi un Paese non si sente coinvolto o minacciato può anche pensare di fare informazione equidistante o obiettiva e allora la distanza dal centro deve essere identica in tutte le direzioni. Oggi, l’informazione del nostro Paese (e dell’Occidente in genere), è completamente schierata da una parte: raggio di equidistanza zero. Se poi un Paese si volesse definire democratico, allora l’informazione oltre alle notizie fabbricate dalla propaganda dovrebbe fornire valutazioni e commenti su tutti i fatti e tutte le versioni in modo che il demos abbia gli elementi per farsi liberamente una propria idea se non proprio un’opinione.
Oggi, in Europa, non siamo più democratici. E siccome siamo in guerra, checché se ne dica, è entrata in vigore la censura di guerra che, grande innovazione, è stata sottratta alla responsabilità e gestione delle singole nazioni “sovrane”.
L’ultimo regolamento dell’Unione europea voluto dall’Alto Rappresentante dell’Unione per la sicurezza, Josep Borrell, è un manifesto paternalistico rivolto a una popolazione europea ritenuta incapace di capire e priva della facoltà di pensare. Ed è l’espressione di un rappresentante, neanche molto alto, che deve piazzare il suo prodotto escludendo qualsiasi concorrenza.
In risposta a un quesito in merito alle sanzioni alla Russia, un funzionario della Ue, il 4 marzo scorso, ha chiarito che il Regolamento vieta sia la diffusione sia il fatto che gli operatori “consentano, facilitino o contribuiscano in altro modo alla diffusione” non solo di notizie ma di “contenuti” che abbiano attinenza con quello trattato dai russi. “I motori di ricerca sono progettati per localizzare e spazzare il contenuto delle pagine web in modo metodico e automatico” e in virtù del regolamento devono assicurarsi che i link ai siti X e Y e i loro contenuti non compaiano nei risultati di ricerca degli utenti situati nella Unione europea. I social media devono impedire agli utenti di trasmettere (lato sensu) i contenuti sia per gli account collegabili ai detti siti sia per qualsiasi altro individuo. In merito alla libertà di parola, la decisione di discostarsi completamente dalla direttiva sugli scambi elettronici è stata consapevole e giustificata dalla situazione.
La libertà di parola implica anche che gli utenti hanno il diritto di ricevere informazioni obiettive sugli eventi attuali. Allo stesso tempo, il diritto alla libertà di parola può essere limitato per legittimi interessi pubblici in modo proporzionato. Esiste anche un sistema anti-elusione, per cui “se un altro media dichiara di informare i suoi lettori/spettatori, ma in realtà la sua condotta mira a trasmettere al pubblico i contenuti di X e Y o ha tale effetto, violerà il divieto previsto dal regolamento”.
Quindi: soltanto la nostra informazione è “obiettiva”, si sanziona sulla base della “mira”, vale a dire l’intenzione presunta, e degli effetti, vale a dire che si giudicano a posteriori anche le non-intenzioni. Questo quadro coercitivo comporta l’orientamento dell’informazione a senso unico e quindi la sua connotazione di pura e incontrastata propaganda.
Siccome le sanzioni previste per le violazioni sono vaghe, la punizione effettiva viene affidata agli stessi mezzi di comunicazione che si auto-censurano e poi denigrano, criminalizzano, linciano mediaticamente ed escludono chiunque non segua la loro narrazione. Questo spiega il fenomeno dei giornalisti che all’improvviso diventano ectoplasmi, il reclutamento di esperti militari e civili a sostegno della versione universale e l’arrembaggio e l’ascesa di improbabili corrispondenti di guerra in nomination per il premio Pulitzer.