Maccartisti da talk contro la strega pace

Da quando Donatella Di Cesare ha utilizzato il termine “nuovo maccartismo” per denunciare il clima di intimidazione che si respira contro chi sta sostenendo idee in controtendenza sulla guerra della Russia all’Ucraina, nel circolo ristretto, ma influente, del dibattito mediatico è tutto un darsi di gomito a suon di sghignazzate sulla stupidità della denuncia stessa.

Tutti nei talk. Si prenda questo pezzo del Foglio, a opera di una delle firme più “contundenti”: “Da quando c’è la guerra – scrive Maurizio Crippa – è pieno in giro di persone che più si sentono censurate e minacciate dal nuovo maccartismo e più sono in televisione a parlare. Così ad esempio anche la prof. Di Cesare, che sui social denuncia ‘insulti’, ‘odio’, ‘livore’ e ‘disprezzo’, ma non pare che qualcuno le impedisca di comparsare nei talk”. Come è buono lei, verrebbe da dire. E questa abile constatazione dà poi la stura a una serie di indignate osservazioni, sulla stampa o sui social, ché questi sono ormai i luoghi del dibattito pubblico, su quanto stanno guadagnando questi professori à la carte, spuntati dal nulla a impartire lezioni di geopolitica.

Si prenda ancora il Foglio che ieri ha messo in croce il professor Alessandro Orsini , “diventato famoso per le sue posizioni per così dire non ostili al regime russo di Vladimir Putin” per il contratto siglato con la Rai che sembra prevedere un compenso per le sue ospitate di 2 mila euro a puntata. La trasmissione è Cartabianca di Bianca Berlinguer (vero obiettivo dell’attacco) che deve ricordare non solo che esiste “un mercato degli opinionisti” ma anche che “l’alternativa a questo sarebbe un dibattito univoco, omologato e conformista che non porterebbe alcun contributo a una vera discussione pubblica. Com’è tra le finalità del servizio pubblico”. Incredibile che si debba precisarlo, ma il clima da “caccia alle streghe”, messo alla berlina con l’obiettivo di mimetizzarlo, in realtà viene esaltato dagli stessi autori. Donatella Di Cesare, infatti, non va in tv a esprimere un’opinione, ma “a comparsare”. Orsini non ha un punto di vista, giusto o sbagliato che sia, ma è semplicemente espressione di una “posizione non ostile al regime russo”, per così dire.

Agli autori di queste note sfugge che il maccartismo, che imperversò negli Stati Uniti nei primi anni 50, sull’onda delle denunce e poi delle vere e proprie inchieste promosse dal senatore Joseph McCarthy, puntava proprio ad accusare le prestazioni del libero pensiero, anche le più innocenti, tacciate di “slealtà” agli Stati Uniti perché provenienti dal Partito comunista e quindi dalla Russia.

Il New York Times, nel 1955, passata la febbre della “paura rossa” la definì “una specie di malattia durante la quale la paura di una tirannide straniera ci ha reso timorosi della libertà in Patria”.

Il punto torna di attualità, oggi dubitare della strategia occidentale, cogliere la “complessità” – termine deriso e tacciato di complicità con il nemico – è di nuovo bollato come posizione “divergente” e quindi tale da essere confinata ai margini. Figurarsi se può “comparsare in tv”.

Le liste di proscrizione. Talmente ai margini da meritare di essere espulsa. Non si parla certo, o forse non ancora, di espellere dall’amministrazione pubblica i “filo-putiniani” (anche se il professor Orsini ha dovuto subire una forte pressione da parte della università in cui insegna). Ma sono già scattate le liste di proscrizione. Il primo a redigerle – anche se poi si lamenta di esserne vittima – le ha compilate su Repubblica uno dei principali giornalisti mainstream, Gianni Riotta, che ha stilato un elenco di nomi, molti dei quali autorevoli e liberi pensanti, messi nel calderone della galassia “putiniana”. L’invito, velato, è di mettere al bando i dissonanti, pur senza arrivare alle affermazioni perentorie di Libero dove Pietro Senaldi consiglia ai pacifisti “ad andare a sfilare in Ucraina” (cosa che poi fanno anche, si ricordi Sarajevo).

L’effetto è la ridicolizzazione delle idee dissonanti che non ricevono alcuna sostanziata replica, al di là di un generico “ma come si fa a sostenere posizioni simili?”. Si legga il tono con cui sul Corriere della Sera Massimo Gramellini liquida lo storico Luciano Canfora, colpevole di aver sostenuto che l’invasione dell’Ucraina è “colpa soltanto dell’Ucraina” o la professoressa Di Cesare secondo la quale accusare Putin “sarebbe una semplificazione”: ascoltare queste affermazioni “significa che non può esserci dibattito” chiosa Gramellini. Meglio non farli parlare.

Fuori gli incompetenti. Il gioco diventa più sottile quando si sostiene che certe posizioni, scomode non sono ascoltabili semplicemente perché non competenti. Da giorni, su Twitter, la politologa Sofia Ventura e il collega Luca Telese polemizzano aspramente a proposito della presenza in tv dell’attivista Jasmine Cristallo ospitata nella trasmissione Otto e mezzo su La7 (con tanto di inviti al direttore della tv di intervenire). “Basta questa storia delle “opinioni diverse” scrive Ventura: ” Viene dato spazio ogni giorno a opinioni strampalate, prive di logica e fondamento empirico. E qualcuno più offre opinioni strampalate e infondate, più trova spazio. In una guerra vorremmo buona informazione, questa non lo è”. In realtà, replica Telese, “l’opinione di cui stiamo parlando, che cerchi di rimuovere con l’impersonale, era la voce di una pacifista. Meno male che gli inviti li fa Gruber”.

Su questo filo di pensiero, non con battute da social, ma con un lungo ragionamento su La Stampa, interviene anche una new entry del talk, Nathalie Tocci, esperta di politica internazionale e membro del Consiglio di amministrazione dell’Eni. La tesi è semplice: “In che modo le valutazioni di un teorico della fisica, di un filologo o di un sociologo del terrorismo aiutano a formare una posizione informata sulla guerra in Ucraina?”. Il riferimento è sempre a posizioni critiche come quella di Carlo Rovelli, di Luciano Canfora e Alessandro Orsini. “Il paradosso – continua Tocci – è quando nel nome della libertà di opinione, e quindi della democrazia, si dà spazio alla opinione slegata dalla competenza, aprendo – consciamente o inconsciamente – alla disinformazione e alla propaganda. E infliggendo un colpo letale alla democrazia stessa”. Dal che se ne deduce che la democrazia si difende escludendo i dissenzienti, perché incompetenti, così la propaganda la può fare una voce sola. Un bel vantaggio, a Putin piacerebbe.

Lega e 5Stelle (ri)uniti contro il premier: “No a nuove spese militari”

Ora i gialloverdi rischiano davvero di litigare con Mario Draghi. Gli ex alleati Matteo Salvini e Giuseppe Conte potrebbero davvero andare in collisione con il premier, nel nome del no a nuove spese militari. Tanto che ora i 5S pensano di presentare un loro ordine del giorno oggi in Senato in cui indicare altre priorità, come il caro-bollette, rispetto all’aumento della spesa militare. Una mossa che agita la maggioranza. Perché ora Lega e M5S sono tra due fuochi. Da un lato Draghi, che alla Camera lo ha detto dritto: “L’aumento degli investimenti militari al 2 per cento del Pil è un obiettivo”. Dall’altro FdI, che a Palazzo Madama prepara un ordine del giorno su questo. Vuole stanare Carroccio e M5S, che cercano vie d’uscita. Magari, secondo la Lega, un odg di tutta la maggioranza in Senato che smussi quell’impegno, per scongiurare lo scontro con Draghi.

Di certo Salvini e Conte non vogliono votare un altro testo come quello presentato dalla Lega a Montecitorio, il 16 marzo, con l’impegno ad aumentare gli investimenti militari al 2 per cento del Pil. Approvato, con i voti della maggioranza e di FdI. Poi però ci ha ripensato, Salvini, spiazzando anche i suoi fedelissimi. Mentre ha fatto muro, il Conte che prima del voto non sarebbe riuscito a discutere con il gruppo. Ma Draghi non cambia certo idea: “Vogliamo una difesa europea e per questo vogliamo adeguarci all’obiettivo del 2 per cento, l’abbiamo promesso alla Nato”. È la linea del Pd, di FI, di tanti nella Lega e di un pezzo del M5S, Luigi Di Maio in testa, che in un post serale sostiene: “L’Europa deve rafforzare la sua difesa”. È un segnale anche a Conte, che non si sposta. “Con quale faccia, con questo caro-bollette e caro-benzina diciamo ai cittadini che ora bisogna dedicarsi alle spese militari?” dice davanti ai sindacati, riuniti nella sede romana del Movimento. Nel frattempo il M5S alla Camera si astiene sulla risoluzione di Europa Verde, a prima firma dell’ex 5S Cristian Romaniello, che prevedeva “di rendere più efficiente la spesa militare europea senza alcun ulteriore incremento”. Ma la partita è in Senato, dove Andrea Cioffi lo dice davanti a Draghi: “Le spese europee per gli armamenti sono più che sufficienti per la difesa dell’Europa”. Mentre Salvini teorizza: “Non è con armi che si fermano armi”.

A palazzoMadama entro oggi vanno depositati emendamenti e ordini del giorno al decreto per l’invio di armi in Ucraina. Così la Lega tratta per un odg di maggioranza, dove l’aumento venga dissimulato. In serata invece il Movimento si riunisce in assemblea e si orienta verso un od g autonomo “sulla linea di Conte”. E comunque dai piani ribadiscono: “Diremo sempre no a nuove spese militari”. A margine, Vito Petrocelli, il grillino presidente della commissione Esteri: la sua visita negli Usa è stata fermata, quindi la prossima settimana voterà contro il decreto. Enrico Letta ne chiede le dimissioni, ma lui: “Non faccio quello che dice un segretario del Pd”.

“Spie russe? Tutto poco serio”: Gabrielli conferma Conte

C’è chi dice che la missione “Dalla Russia con amore” fosse un’operazione di intelligence, chi una strategia per “rubare” i dati sanitari italiani nel bel mezzo della prima ondata Covid, chi addirittura teorizza che dietro quei camici ci fossero delle spie del Cremlino. Una tesi che spiegherebbe il presunto “ricatto” che in questo momento la Russia sta agitando nei confronti dell’Italia che si è schierata al fianco dell’Ucraina arrivando, come fanno molti altri Paesi dell’Ue, a inviare armi a Kiev. Sotto accusa, così, è finito l’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che il 21 marzo 2020 concordò con Vladimir Putin gli aiuti da Mosca, mentre non si trovavano mascherine e ventilatori e gli altri Paesi dell’Ue facevano orecchie da mercante. Ed ecco spiegate, secondo alcuni, le dichiarazioni di sabato del dirigente del ministero degli Esteri russo Aleksej Paramonov, che ha parlato di “conseguenze irreversibili” nei confronti dell’Italia, accusato il nostro Paese di essersi “dimenticato gli aiuti ricevuti durante il Covid-19” e definito Lorenzo Guerini “un falco ispiratore della campagna anti-russa”.

Ma, al momento, il dato di fatto è che i vertici dei servizi segreti italiani, già auditi dal Copasir nei mesi scorsi, hanno sempre mostrato forti perplessità su un presunto secondo fine di quei medici e militari russi in missione in Lombardia nel marzo 2020. E adesso a confermarlo pubblicamente è anche Franco Gabrielli, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, che a Di Martedì ha scacciato i sospetti che in queste ore aleggiano su quella missione: “Lo schema di intervento seguito da alcuni Paesi si supporta anche su strutture militari – ha spiegato Gabrielli – io ho fatto un’esercitazione a Viareggio nel 2010 con la partecipazione di una struttura ospedaliera russa e c’era una componente militare. Anche da parte nostra, un’amplificazione di alcune situazioni non fa bene al Paese perché inocula sospetti su quelle che potevano essere chissà quali trame all’epoca, e poi nella sostanza delle cose non produce nessun favorevole effetto”.

Sui riferimenti di Paramonov alla missione in Lombardia, poi Gabrielli è ancora più netto: “La solidarietà è un’altra vittima collaterale della guerra – ha concluso il sottosegretario – noi abbiamo aiutato la Russia con i Canadair per spegnere incendi e nella strage della scuola Beslan del 2004, loro dopo il terremoto de L’Aquila. Credo che recriminare sulla solidarietà sia non solo una caduta di stile, ma anche un atteggiamento veramente poco serio”. Il Copasir si era già occupato della questione ascoltando i capi del Dis, Aisi e Aise, ma nella relazione annuale pubblicata dal comitato il 13 febbraio scorso si legge che “la missione si sarebbe svolta esclusivamente in ambito sanitario con il compito di sanificare ospedali e Rsa” e i russi “sono sempre stati scortati da militari italiani”.

Ma della questione il Copasir tornerà a occuparsi già oggi. Ieri, dopo l’audizione del capo di Stato maggiore Giuseppe Cavo Dragone, è stata Italia Viva con Ernesto Magorno a chiedere informalmente l’audizione di Conte davanti al comitato. Inoltre i renziani al Senato hanno presentato un’interrogazione al ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata anche dallo stesso Matteo Renzi, in cui si accusa l’ex premier di aver commesso una “chiara lesione della politica interna nazionale” tanto più se fatta senza “coinvolgere il Consiglio dei ministri e agendo con iniziative del tutto personali e non condivise con gli allora ministri”. Nell’interrogazione poi i renziani chiedono a Speranza se fosse a conoscenza dei fatti, se avesse supervisionato la missione e se sapesse che “i russi hanno avuto accesso ai dati sensibili riguardo ai pazienti Covid presenti nelle strutture sanitarie italiane”. Anche per questo i renziani hanno chiesto l’audizione di Conte al Copasir. Ma gli altri partiti di maggioranza non sono convinti: il M5S chiede che, nel caso, prima vengano sentiti i ministri competenti di Difesa ed Esteri, Guerini e Di Maio, Forza Italia con Elio Vito non sembra d’accordo, mentre Pd e Lega ieri non si sono espressi. Se ascoltare o meno Conte sarà deciso questa mattina nell’Ufficio di presidenza convocato per le 9.30.

“Putin è come Hitler”: Draghi arma l’Ucraina e vuole più soldi

Mario Draghi perde per un momento l’aplomb e la freddezza rettilea che ne hanno caratterizzato l’immagine pubblica. Sulle armi all’Ucraina non ha dubbi né incrinature di coscienza, ma certezze granitiche. Accosta Vladimir Putin a due tra i più abietti dittatori della storia contemporanea e argomenta con ruvidità insolita la scelta del governo italiano sugli aiuti militari all’esercito di Zelensky.

A “provocarlo”, nel corso dell’informativa parlamentare che precede il Consiglio europeo che si svolgerà oggi e domani, è un intervento del deputato Vittorio Sgarbi. Il quale, per una volta senza ironie, cita Lev Tolstoj e spiega le sue riserve sulla scelta di armare gli ucraini: “Come non si può spegnere il fuoco con il fuoco, né asciugare l’acqua con l’acqua, così non si può eliminare la violenza con la violenza”. “Sarei prudente a pensare che armare quell’esercito – conclude Sgarbi – non sia, in realtà, un modo per non interrompere questa guerra e aumentare i morti, perché anche un soldato russo morto è un innocente, non ha voluto la guerra, l’ha subita”. Al momento delle repliche, Draghi si rivolge direttamente a lui e ai suoi argomenti. Con radicalità insolita: “Onorevole Sgarbi, capisco la sua tristezza di fronte alla carneficina, che non distingue le divise, ma distingue i bambini. È un terreno molto scivoloso questo, perché, se noi sviluppiamo le conseguenze di questo ragionamento – cioè non aiutare militarmente i Paesi che vengono attaccati – allora dovremmo accettare che sostanzialmente difendiamo il Paese aggressore, non intervenendo. Dovremmo lasciare che gli ucraini perdano il loro Paese e accettino pacificamente la schiavitù. È un terreno scivoloso che ci porta a giustificare tutti gli autocrati, tutti coloro che hanno aggredito Paesi inermi, a cominciare da Hitler e Mussolini”.

Sarà lo stesso Sgarbi, in seguito, a far notare al premier che la guerra contro Hitler e Mussolini è stata vinta grazie all’impegno diretto dell’esercito americano (ipotesi che fortunatamente non è ancora sul tavolo in Ucraina) e che la posizione contro l’escalation militare è la stessa della Chiesa e di Papa Francesco. Ma al di là del duello retorico tra i due, gli argomenti scelti da Draghi sono rivelatori.

La soluzione diplomatica e l’ipotesi di un compromesso tra le parti sono praticamente assenti nel discorso del presidente del Consiglio, che abbraccia invece senza riserve il sostegno militare all’Ucraina. D’altra parte, secondo Draghi, un accordo con il dittatore russo per ora è impossibile: “La nostra volontà di pace si scontra con quella del presidente Putin che non pare interessato (…), il suo disegno è diverso”. La Russia è responsabile “anche di bombardamenti a tappeto” e “lo sforzo diplomatico avrà successo solo quando lo vorrà Mosca”. Oppure quando si muoverà la Cina: “È fondamentale che l’Ue sia compatta nel mantenere spazi di dialogo con Pechino” e “dobbiamo ribadire l’aspettativa che la Cina si astenga da un supporto a Mosca e sostenga lo sforzo di pace”.

Anche nel secondo intervento al Senato, nel pomeriggio, Draghi abbraccia l’aumento delle spese militari, le cita tra gli impegni finanziari che richiederanno nuovo debito comune europeo (insieme al clima e all’energia), richiede in tema di Difesa “pari dignità e complementarità con la Nato”: Specifica: “È importante che l’aumento delle spese militari venga annunciato all’interno di una strategia europea e non nazionale”.

Avanti tutta sulle armi. Con il ministro della Difesa Lorenzo Guerini che si dice convinto, nel question time alla Camera, che l’arsenale inviato a Kiev non rischi di passare per i soggetti sbagliati: “I mezzi, i materiali e gli equipaggiamenti non possono cadere in mani diverse da quelle dei finali destinatari indicati dal Parlamento. Dai riscontri che mi pervengono non c’è evidenza di un ipotizzato impiego di compagnie private o contractor, i materiali vengono consegnati in centri logistici dedicati e da lì consegnati ai rappresentanti governativi ucraini”.

Generali sospende il manager Cirinà

Il Gruppo Generali prova a congelare Luciano Cirinà il responsabile per l’Austria e il Centro ed Est Europa della compagnia, candidato nella lista del gruppo Caltagirone per il rinnovo del cda, al posto dell’attuale ceo Philippe Donnet. A due giorni dalla presentazione alla comunità finanziaria del programma strategico per cui Claudio Costamagna, candidato presidente nella stessa lista, e Cirinà hanno dato appuntamento venerdì 25 marzo agli analisti e alla stampa, Generali ha comunicato di aver sospeso con effetto immediato e fino a ulteriore avviso il manager dal suo incarico e di aver assegnato ad interim il ruolo a Giovanni Liverani, ceo di Generali Deutschland.

Il rublo tiene e ora Putin vuole che lo usiamo per pagare il gas

Passati 28 giorni dall’invasione dell’Ucraina e dal conseguente crollo del mercato borsistico (-33% in un solo giorno), il mercato finanziario russo compie oggi un altro passo verso una sorta di normalità. La Borsa di Mosca riapre gli scambi su alcuni principali titoli azionari, lunedì erano state riaperte le contrattazioni dei titoli di Stato. Il dollaro è ritornato sotto i 98 rubli, ancora il 18% più caro del 24 febbraio, ma ha ormai azzerato tutti i guadagni (il 7 marzo era a +100%) fatti dopo l’imposizione delle sanzioni.

Osservare il cambio del rublo è importante per capire la stabilità finanziaria del sistema russo. Se nei primi giorni di sanzioni il cambio si era deprezzato velocemente facendo pensare, forse superficialmente, che il sistema finanziario russo sarebbe esploso nel volgere di poco tempo, col passare dei giorni ci si è accorti che questo esito era sempre più improbabile. Non fraintendiamoci, le sanzioni imposte avranno effetti sicuramente gravi: i prezzi al consumo sono cresciuti in sole due settimane del 6%, nel secondo trimestre ci si aspetta una caduta del Pil a doppia cifra a causa delle difficoltà a importare numerosi prodotti dalle aziende occidentali.

Col passare del tempo l’economia russa dovrà trovare nuove forniture, riorganizzare i processi, aggiustarsi in modo sensibile e i costi non saranno certo lievi. Ma non ci sarà lo sperato veloce collasso. Questo ormai pare scontato anche per i più accaniti sostenitori dell’efficacia distruttiva delle sanzioni. La ragione era lì per chi la sapeva osservare: i petroStati basano la propria stabilità finanziaria sui petrodollari che hanno e che riescono a ricavare. Quindi le sanzioni, per avere la massima efficacia distruttiva, avrebbero dovuto colpire non solo le riserve valutarie della Banca centrale, ma anche gli afflussi di nuova valuta derivante dalle esportazioni. Questo finora non è stato possibile a causa dell’eccessiva dipendenza dell’economia europea dal gas russo, che ha fatto escludere il commercio del petrolio e del gas dal blocco dei pagamenti, e perché non tutti i Paesi del mondo hanno imposto sanzioni alla Russia (circa il 55% delle esportazioni russe, ad esempio, è destinato a economie che non hanno adottato sanzioni).

Il meccanismo che ha permesso alla Russia di non sprofondare funziona in questo modo: gli esportatori riportano in una banca russa il corrispettivo in valuta estera incassato per la vendita dei beni (gas, petrolio, grano, palladio, eccetera); entro tre giorni hanno l’obbligo di convertirne l’80% in rubli e sono pertanto forzati a cedere questa valuta sul mercato; gli importatori comprano la valuta necessaria addebitando il proprio conto in rubli su una banca russa, infine utilizzano questa valuta per acquistare all’estero i beni necessari (se possibile). Questo meccanismo opera non solo per finanziare le importazioni, ma anche per il pagamento di cedole e dividendi all’estero.

Il mancato default della Russia di qualche giorno fa si basa sullo stesso procedimento. La banca centrale di Mosca, avendo tutti i conti in dollari congelati, ha probabilmente acquistato sul mercato interno la valuta necessaria a pagare le cedole e poi trasferito, attraverso controparti di terzi Paesi, questo importo alle banche Usa, che hanno gestito materialmente l’accredito ai beneficiari. Però, perché questo meccanismo funzioni senza metter sotto pressione il cambio del rublo, è necessario che gli afflussi di valuta estera siano superiori a quel che esce per pagare beni e creditori esteri. Se non fosse così, la valuta estera sarebbe troppo scarsa e quindi il suo valore crescerebbe in modo esplosivo, forzando le autorità a imporre un suo razionamento o il blocco di certi tipi di importazioni.

Il fatto che il rublo abbia recuperato così tanto valore è il segnale che la valuta estera sta progressivamente diventando abbondante sul mercato russo. La notizia di ieri che Putin vorrebbe imporre l’obbligo ai clienti dei Paesi “ostili” di pagare il gas in rubli si inserisce in questo percorso di difesa del rublo, creando per la moneta russa una domanda anche sul mercato estero. Se il cliente del gas russo deve pagare in rubli, avrà la necessità di convertire la propria valuta estera. Dovrà, nel caso europeo, cedere euro per acquistare rubli con due conseguenze: la prima è ri-alimentare la liquidità del cambio del rublo sul mercato di Londra e New York; la seconda è attribuire un ruolo centrale in questo mercato a banche e istituzioni finanziarie russe, che possono fornire a richiesta i rubli necessari. Così facendo sarà più complicato procedere con l’imposizione di nuove sanzioni, anche se le forniture hanno contratti che non è facile per Putin violare. Insomma, passata la botta iniziale, è in corso un aggiustamento del sistema finanziario russo che sfrutta gli spazi lasciati aperti dalle sanzioni. Spazi che sembra esser complicato ridurre, a meno di ulteriori, grossi sacrifici anche per chi sanziona.

Un ponte di giocattoli che unisce: il mio viaggio di confine a Sighet

Questo viaggio in Ucraina mi riporta per forza a quelli dentro la guerra di Bosnia tra il ’92 e il ’97. Allora ero nella quarantina, ora nella settantina, ma è ancora uguale lo sbandamento del rientro a casa. Dopo i giorni tra chi ha perso tutto e sta accampato in dormitori di fortuna, dopo lo scarico distribuito e i mezzi di trasporto svuotati, il rientro alla base di partenza lascia storditi come allora. Non c’entra la stanchezza, c’entra un vuoto, lo sgomento di chi può tornarsene illeso.

Ai profughi resta una valigia e la caparra di essere vivi, di poter aspettare. È la loro coniugazione del tempo, l’indicativo presente del verbo aspettare, senza sguardi rivolti al passato o al futuro.

Dopo 1.350 chilometri di viaggio su buone strade attraverso Slovenia, Ungheria, Romania, il convoglio arriva a Sighet, città al confine con l’Ucraina. Partiti in colonna da Modena, il viaggio è organizzato dai volontari di “Time4Life” che intervengono in varie parti del mondo, dalla Siria al Nicaragua. Non li conoscevo. Me li ha segnalati una volontaria degli anni di Bosnia.

Sighet è città natale di Elie Wiesel che è stato bambino a Auschwitz, poi celebrato premio Nobel per la Pace. Non trovo traccia in città di questa notizia.

Sighet è separata dall’Ucraina tramite un fiume, unita tramite un ponte.

All’arrivo scarichiamo subito in un ospedale pediatrico che ospita bambini ucraini. Una donna ha appena partorito la sua creatura, riuscendo a trattenere le doglie fino all’arrivo in ospedale. Viene da Kiev, dove una linea ferroviaria ancora in funzione porta a sud, a tre chilometri circa dalla frontiera rumena. Da lì a piedi fino al ponte delle frontiere, subito accolta nei padiglioni della Croce Rossa Rumena.

Mette la sua creatura in braccio ai volontari che al termine dello scarico girano per i reparti a salutare. So dalla guerra di Bosnia l’immenso bisogno di umana caloria, di vicinanza, affetto necessario a non sentirsi soli nella baraonda delle perdite e delle fughe. Perciò è bene essere in parecchi a farsi vedere, chiedere notizie con l’aiuto di interpreti. In questo viaggio siamo una trentina.

Ogni guerra è a forma di fratricidio, ma questa lo è di più per l’intreccio stretto di cultura e storia tra Ucraini e Russi. Gogol’, Bulgakov, Nekrasov, il mio preferito Babel’ che mi ha spinto a studiare la sua lingua, sono scrittori ucraini in lingua russa. L’alfabeto cirillico mi permette di leggere i nomi dei luoghi, delle insegne, dei cartelli. Traversiamo il ponte tra le due frontiere. Qualcuno ha lasciato pupazzi, giocattoli lungo i marciapiedi per i bambini ucraini. Restano lì per accoglienza. Il ponte è già chiamato quello dei giocattoli.

Oltre la frontiera in Ucraina si passano i binari della linea di Kiev e ci si inoltra nel territorio di un popolo invaso. Ci fermiamo a un complesso scolastico dove le aule sono state trasformate in alloggi. Ogni piano ha una cucina, una lavatrice, i bagni. Diverse centinaia di donne qui hanno trovato posto. Non vogliono lasciare l’Ucraina. Vengono da Mariupol, Kiev, Irpin. Coi cellulari restano in contatto con gli uomini rimasti in mezzo alle battaglie. Sono al corrente delle distruzioni, dei saccheggi, degli stupri.

Nessuna si dispera, si sfoga. C’è in loro una compostezza combattente, una tenuta che fa il paio con quella di chi combatte chissà dove. Anche i bambini agiscono con disciplina, giocano ma senza scalmanarsi, se richiamati rispondono ubbidienti. Sentono la guerra che li ha sbattuti lontano, ammucchiati in un posto e trasformati in soldatini senza l’uniforme.

Parte dal loro comportamento la trasformazione in popolo di persone che fino a poco prima avevano vite individuali, progetti, necessita personali. Di colpo si azzittiscono assorti negli stessi pensieri, timori, preoccupazioni. Di colpo parlano dicendo le stesse frasi, facendo le stesse mosse. Si vede dai bambini la trasformazione delle persone in popolo, unione di destino e condizione.

Mentre rientriamo verso la Romania vediamo tre uomini che si buttano nel fiume di frontiera per traversarlo a nuoto. È quasi sera, il freddo ancora intenso di fine dell’inverno. Agli uomini non è permesso lasciare l’Ucraina. Lo fanno calandosi nella corrente in un punto studiato in precedenza, a monte delle rapide. Dalla sponda un soldato grida di fermarsi, poi spara colpi in aria. I tre sono sull’altra riva, inzuppati e corrono verso un boschetto di faggi. Disertori o no anche loro si avviano nelle retrovie della guerra. Perché questa è l’Europa oggi, la vasta retrovia occidentale dell’Ucraina.

 

Corruzione, oligarchi, diritti: l’Ucraina resta lontana dall’Ue

Se alla fine entrerà, l’ingresso non sarà rapido. Impossibile, secondo i trattati dell’Unione europea. La procedura che permette a un Paese di diventare parte dell’Ue richiede anni di verifiche, controlli necessari per attestare che la nazione candidata rispetti tutti i criteri previsti. E non sono previste deroghe. Sebbene l’Ucraina – insieme a Moldavia e Georgia – a fine febbraio abbia presentato domanda di ingresso nell’Ue e il Parlamento di Bruxelles abbia invitato le istituzioni comunitarie a riconoscerne lo status di candidato, l’eventuale entrata di Kiev nel blocco potrebbe quindi richiedere parecchio tempo. Anche perché, nell’ultimo monitoraggio effettuato dal Parlamento Ue, il Paese è risultato molto indietro sul rispetto delle regole europee. Al momento tra Bruxelles e Kiev è attivo un “accordo di associazione” che prevede una zona di libero scambio economico: niente dazi e altre restrizioni commerciali sullo scambio di merci, e niente visti se la permanenza nel Paese straniero è inferiore ai 90 giorni.

L’accordo, attivo dal settembre del 2017, è stato la scintilla che ha fatto incendiare per la prima volta la polveriera ucraina. L’avvicinamento di Kiev all’Ue è stata infatti la causa scatenante dell’Euromaidan. Le proteste del novembre 2013 contro Viktor Yanukovich iniziarono proprio quando l’allora presidente decise di sospendere le trattative con Bruxelles per l’adesione a quell’accordo. Ne seguirono, in ordine di tempo: la fuga di Yanukovich in Russia, l’annessione della Crimea alla Federazione, l’invasione dei paramilitari di Putin delle province di Donetsk e Lugansk, le sanzioni di Ue e Usa, l’elezione del filo europeo Petro Poroshenko (a cui è succeduto Volodymyr Zelensky), la nuova firma dell’accordo di associazione con l’Ue. Oltre a istituire forme di cooperazione in alcuni settori economici e sociali, l’accordo di associazione prevede che Kiev s’impegni, in cambio di fondi economici da Bruxelles, a implementare una serie di riforme in “ambito politico, economico e sociale”. È quella che il Parlamento europeo chiama P.e.v. (politica europea di vicinato): “Una relazione privilegiata fondata sul reciproco impegno all’adesione a valori comuni (democrazia e diritti umani, stato di diritto, buon governo, principi di economia di mercato e sviluppo sostenibile)”.

La Pev non è necessariamente l’ingresso ufficiale nell’Ue. Per diventare il ventottesimo Paese del blocco, l’Ucraina deve fare richiesta di adesione (cosa che Zelensky ha fatto subito dopo l’invasione russa), quest’ultima dev’essere accettata da tutte le istituzioni europee (Consiglio dell’Ue, Commissione e Consiglio europeo), e soprattutto va superato l’esame su una lunga serie di capitoli: democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo, livello di espressione, parità tra donne e uomini, rispetto delle minoranze, economia di mercato, adesione agli obiettivi economici e monetari Ue. Un anno fa, su molti di questi temi, Kiev non sembrava ancora preparata. “Sebbene l’Ucraina abbia compiuto progressi sostanziali nell’attuazione degli impegni… molte delle riforme avviate devono essere completate”, si legge nella relazione del Parlamento europeo datata 11 febbraio 2021. Tra i problemi più gravi del Paese, il rapporto cita “corruzione diffusa”, “oligarchi” che “sembrano recuperare la loro influenza politica”, “assenza di progressi nei procedimenti penali relativi alle gravi violazioni dei diritti umani presumibilmente commesse da membri delle forze ucraine” durante le proteste dell’Euromaidan, “libertà di stampa” (l’Ucraina è al 96º posto nell’indice sulla libertà di stampa nel mondo), “persone Lgbti e attivisti femministi” che “continuano a essere vittime di incitamento all’odio e attacchi violenti”, “rom che sono vittime di un linguaggio discriminatorio e di discorsi di incitamento all’odio da parte delle autorità statali e locali e dei media”. In teoria, per entrare nell’Ue, Kiev dovrà prima fare progressi su tutti questi temi.

Kiev è il crocevia della morte: chi combatte e chi va all’obitorio

Il corpo freddo, bianco, pallido giace sulla lettiga, il tatuaggio orientale che dal petto si allunga sulla spalla sinistra. Avrà trent’anni quello che era un uomo, ora cadavere in uno dei tre obitori della Capitale. Le vittime a Kiev posso restare a lungo senza nome, mentre fuori i familiari mostrano le foto ai guardiani che piantonano la porta di ingresso per il riconoscimento. Un altro corpo gonfio ormai verdognolo è in attesa di essere insaccato nei bustoni neri chiusi con lo scotch. Da dove vengono questi cadaveri che il personale dell’obitorio deve immagazzinare nelle celle frigorifere? Potrebbero essere le vittime, civili, degli scontri che da ormai 48 ore si susseguono a intensità variabile nei sobborghi di Irpin, Bucha e Ostomel. “Abbiamo accerchiato i russi in queste località, tagliandoli fuori dal resto delle loro unità”, sostenevano ieri i comandi militari di Kiev. Poteva esser questa una spiegazione per l’intenso fuoco di mortai e razzi che ripetutamente, durante la giornata, è stato il rumore di fondo della parte settentrionale della città.

Gli ucraini accusano i russi di aver utilizzato anche bombe al fosforo bianco, divenute famigerate per l’uso da parte degli israeliani a Gaza, e proibite dalle convezioni internazionali sui conflitti. Ieri, uno dei centri delle operazioni militari mostrava su una mappa generale dell’area di Kiev le zone che sarebbero state riconquistate negli ultimi due giorni dalle truppe ucraine, segno che le forze armate si possono permettere di rendere pubbliche le aree di combattimento senza temere di subire dei rovesci, almeno a breve termine. Mancano a queste informazioni dati certi sulle perdite subite, ma questo resta un dettaglio che gli assaliti non tengono certo a rivelare. L’ultimo check-point per arrivare a Irpin, da due settimane sobborgo-simbolo della battaglia per Kiev, è ormai il punto più avanzato raggiungibile: a oltre due chilometri c’è il ponte distrutto che porta ai palazzoni per i quali si combatte. Il posto di guardia è gestito dalle milizie cittadine, mentre nel vicino chiosco gli abitanti dei caseggiati fanno la fila per sigarette e caffè, e due ragazze fanno ginnastica tra le altalene di un piccolo parco. Qui dominano i suoni della battaglia, ma basta tornare nell’area centrale della Capitale perché la normalità scorra placidamente tra i primi negozi che riaprono e gli abitanti che passeggiano approfittando del sole primaverile. Le autorità starebbero incentivando gli abitanti a tornare alla vita di prima del 24 febbraio per ridurre il peso psicologico, ed economico, della guerra che domani compie il suo primo mese. Anton, poco più che venticinquenne, parla con vergogna degli amici che sono andati via: “Come potrò guardarli negli occhi quando torneranno? Hanno scelto di non rimanere mentre c’era la guerra, per me è una decisione impossibile”.

Chi vuole andare via da Kiev può ancora prendere il treno che va a Leopoli, ma per scongiurare il più possibile che venga attaccato, ogni giorno il convoglio ferrato cambia stazione di partenza e l’annuncio viene dato solo poche ore prima.

La guerra piomba all’improvviso nei quartieri di Kiev. Ieri mattina si è presentata sotto forma di schegge incandescenti di missili piovuti dal cielo attorno alla fabbrica aeronautica Antonov. Il complesso industriale che ospita anche una pista per i test degli apparecchi appena costruiti – uno dei fiori all’occhiello della tecnologia sovietica – è un obiettivo evidente: decine di ettari di impianti ed edifici. Uno dei missili avrebbe provocato un enorme foro in uno dei muri di cemento armato della zona di progettazione militare della fabbrica; un altro ha sventrato – una volta intercettato dalla contraerea – un villetta a poche decine di metri dal muro di cinta della Antonov. In una traversa di via Tupoleva (il nome di un altro storico costruttore di apparecchi sovietico), in un cortile inondato dall’acqua, squadre di pompieri spengono l’incendio della casetta di mattoni rossi. I proprietari sono indaffarati tra le rovine ancora fumanti a recuperare quel poco che può essersi salvato. L’ordigno che gli è quasi piovuto in testa ha danneggiato anche alcuni tetti degli edifici attorno, e Volodymyr, 60enne che si aggira frastornato nel cortile, l’ha scampata per una pura casualità: “Ero uscito a fumare una sigaretta, perché mia moglie – andata a completare le pratiche per trasferirsi – non vuole che fumi in casa”: in quel momento il pezzo di metallo è piombato sulla casa: erano le 7 e 20 del mattino. Unica vittima del fallito attacco missilistico alla Antonov è il gatto di casa. E nel garage accanto alla villetta, resta intatta l’auto elettrica, modello Bmw, dal valore di diverse decine di migliaia di euro.

Chi molla Putin: via il mentore Chubais, bloccata Nabiullina

La cerchia di Putin si restringe, un cerchio della storia russa si chiude. Se ne va da Mosca e rassegna le sue dimissioni Anatoly Chubais, inviato speciale per il clima e rappresentante speciale del presidente per i legami con le organizzazioni internazionali. È il funzionario di più alto grado a rompere col Cremlino dall’inizio del conflitto e forse non sarà l’ultimo, raccontano i leak sul malumore dell’élite russa. Dinosauro politico dell’era Eltsin, di cui fu ministro delle Finanze, Chubais è stato il primo ad assistere all’ascesa al vertice del potere di Putin tra le file degli uomini dell’ex presidente che lo designò come successore e premier nel 1999. Quando a Mosca fu ammainata la bandiera rossa con falce e martello, l’economista liberale fu tra i principali architetti delle riforme finanziarie post-sovietiche: promosse i voucher, quei buoni che hanno favorito le velocissime privatizzazioni delle aziende dell’Urss e la nascita dell’oligarchia russa. Chubais è stato anche capo di Rusnano, azienda statale di tecnologie avanzate. La notizia delle dimissioni è stata confermata da Dmitry Peskov, portavoce del presidente, che però non ha rilasciato altri dettagli: l’ormai ex inviato speciale, che non ha intenzione di tornare in patria, ora sarebbe in Turchia. Lo riferisce – anzi, lo mostra – il quotidiano economico russo Kommersant, che ha pubblicato una foto di Chubais mentre preleva contanti a un bancomat a Istanbul.

Il braccio armato di Putin è scomparso dall’11 marzo scorso. Uno degli ultimi media indipendenti russi, Agentstvo, si interroga sulla prolungata assenza del ministro della Difesa, Sergey Shoigu, che non appare in pubblico da oltre dieci giorni forse per problemi cardiaci. È scomparso dal palco del Cremlino anche il potente Valerij Gerasimov, il capo di Stato maggiore dell’Esercito russo, la cui presenza nessuno ha più registrato dal 27 febbraio scorso.

Meno di quello che succede sulla linea del fronte ucraino si sa della fronda che si agita al Cremlino. Ma intanto Net voine, “no alla guerra” lo dicono non solo i russi arrestati in piazza, ma anche teste d’ariete del potere russo, benvenute fino al 24 febbraio scorso, giorno dell’invasione, nella ristretta cerchia del presidente. Contraria al conflitto contro Kiev è soprattutto la tartara geniale di Putin, la super banchiera Elvira Nabiullina. Recentemente confermata dalla Duma per un terzo mandato quinquennale alla guida della Banca centrale che governa dal 2013, la guardiana del rublo e dell’economia russa avrebbe tentato ben due volte di consegnare le sue dimissioni a Putin, di cui è stata consulente economica agli albori della carriera. Il presidente però le rifiuta: anche una delle donne più potenti in Russia è sua prigioniera. Senza usare le parole, la Nabiullina ha spesso fatto ricorso ai simboli per comunicare, silenziosamente ed enigmaticamente, con i suoi cittadini: memorabili sono diventate le spille che ha usato durante la pandemia per annunciare misure restrittive alla popolazione. Adesso, non potendo pubblicamente condannare la scelta bellicista di Putin, Nabiullina sceglie accuratamente i suoi abiti: la sua condanna alla guerra l’ha mostrata vestendosi di nero, colore del lutto, quando ha annunciato le conseguenze delle sanzioni sul mercato di Mosca e sulla vita di tutti i cittadini della Federazione.