Il neo consigliere del Csm Nino Di Matteo, fra le proteste di FI, ieri su Rai tre, a Mezz’ora in più, ha colmato i vuoti di memoria dei due Matteo della politica, Salvini e Renzi, solidali con Berlusconi indagato a Firenze per le stragi anni ‘90. Di Matteo risponde con le carte per spiegare che si deve indagare: “La condanna in Cassazione per il senatore Dell’Utri consacra un dato: nel 1974 ci fu un patto tra le famiglie mafiose palermitane e Berlusconi imprenditore, intermediario Dell’Utri. Il patto è stato rispettato almeno fino al 1992. La sentenza di primo grado al processo trattativa attesta che Dell’Utri era intermediario anche nel 1994 e Berlusconi premier versava a Cosa Nostra centinaia di milioni di lire”. A maggio, ancora pm della Dna, Di Matteo aveva subito l’estromissione, per decisione del procuratore Cafiero De Raho, dal pool stragi, per un’intervista. Ieri, con Lucia Annunziata l’ha rivendicata: “Non ho rivelato alcun segreto, ho messo in fila quello che dicono le sentenze e cioè la possibilità che per le stragi e per il fallito attentato del ’94 all’Olimpico, ci sia una responsabilità anche di persone non mafiose”. Sull’ergastolo ostativo e i permessi premio a cui, dopo la Consulta, possono aspirare anche i mafiosi, ribadisce che ci vuole un argine legislativo“I mafiosi sono quelli che in carcere si comportano meglio, il legislatore deve indicare quali siano le altre prove, oltre la buona condotta, per ottenere il beneficio”. Quanto allo scandalo nomine che ha investito il Csm, Di Matteo avverte: “O la magistratura cambia o verrà normalizzata a colpi di riforme per renderla servente dei poteri politici”. E’ “favorevole”, però, alla prescrizione bloccata dopo il primo grado e alle manette per i grandi evasori. Auspica, invece, che non entri in vigore la riforma Orlando sulle intercettazioni, finora bloccata dal successore Bonafede. Contrario pure alla liberalizzazione delle droghe leggere.
“Evento 5S-Pd in Emilia, la gente decida le alleanze”
Caro direttore, in questi giorni la rassegna stampa mi fa pensare alla fiaba della Bella addormentata nel bosco. C’è un castello (il palazzo) addormentato in una magia, mentre il resto del paese intorno vive e si muove. E nella sospensione dalla realtà in cui vive il castello, i suoi protagonisti, mostrando grande noncuranza, combattono il loro personale risiko di palazzo e perdono di vista il quadro generale, in cui il grande nemico che avanza non si chiama Salvini, ma astensione e rassegnazione. Due temi tengono banco da giorni: la manovra e le prossime elezioni in Emilia Romagna. Con unico comune denominatore, la plastic tax. Con Bonaccini, presidente ricandidato di una regione dove l’industria del packaging lavora operosa e preoccupata da questa nuova tassa.
Io mi sono stancata di una politica che fa le sue scelte sulle convenienze elettorali anziché su un progetto di Paese. È contro questo modo di fare politica che è nato il Movimento 5 Stelle 10 anni fa. E poiché in questo Paese c’è un’elezione ogni due mesi, sembriamo il criceto nella sua ruotina: corriamo corriamo ma non ci muoviamo di un millimetro.
E allora, coraggio e visione: vogliamo veramente cambiare questo Paese? Giochiamoci oggi il tutto per tutto. Non abbiamo nulla da perdere ed è quindi la situazione ideale. Un premier che un lavoro a cui tornare ce l’ha e che quindi non è avvitato alla sua poltrona. Una forza politica, il M5S, con un’identità smarrita che per rinascere può solo aggrapparsi con saldezza ai suoi valori, in primis l’interesse pubblico da perseguire a discapito delle convenienze elettorali. Un partito, il Pd, che dopo la sbandata a destra renziana degli ultimi anni, può finalmente decidere da che parte della storia stare. Un altro partito, Italia Viva, costruito in provetta dentro il palazzo che minaccia sottilmente ogni giorno di sfasciare tutto e che io sfido pubblicamente a farlo, così finalmente andando a elezioni vedremmo quanta presa ha Renzi nel mondo reale e ce lo toglieremmo una volta per tutte dalla storia politica.
Giochiamoci il tutto per tutto oggi, che c’è questa congiunzione astrale irripetibile. Nessuno tocchi la plastic tax, difendiamola e miglioriamola. Insieme a una tassa che orienti il Paese verso la sostenibilità ambientale, diamo un’opportunità a una filiera produttiva con incentivi mirati alla riconversione ecologica del loro business per chi produce ancora con le plastiche tradizionali di derivazione fossile. E sosteniamo e miglioriamo ricerca e sviluppo delle imprese che lavorano nel settore delle bioplastiche. Ma non torniamo indietro. Non facciamo giravolte in nome di dubbie convenienze elettorali. La storia di questi ultimi due anni dimostra che quando si è pensato con schemi mentali prudenti e di convenienza, in un cerchiobottismo infinito e nauseante, gli elettori ti puniscono: non si fidano più di te, perché non ti riconoscono più come un innovatore con le idee chiare.
E poi questo infinito balletto sulle alleanze regionali, come in Emilia Romagna. Esperimento finito (a proposito, i cittadini non sono le nostre cavie), alleanza assolutamente mai, ma forse sì, decidano i gruppi, anzi no. Chi ha stabilito che siano Di Maio, Zingaretti, i gruppi parlamentari o i consiglieri regionali a decidere se andare insieme alle elezioni regionali? Chi vuole miscelare l’acqua con l’olio dovrebbe aver visto l’Umbria e, se solo avesse gli occhi ben aperti sulla realtà e non chini sui sondaggi, capire che le cose non si possono decidere chiusi a palazzo.
E allora, l’idea semplice: affittiamo un palazzetto dello sport da qualche parte in Emilia Romagna. Una giornata aperta a tutti: M5S, forze civiche, Pd, associazioni, comitati, movimenti.
Pochi ma precisi tavoli di lavoro: acqua pubblica, politiche della casa, economia circolare, sostenibilità ambientale, sanità pubblica, infrastrutture a salvaguardia del territorio… E vediamo chi viene. La risposta per poter fare un percorso insieme alle elezioni nascerà naturale da chi ci sarà e se ci sarà. Persone che si incontrano per condividere idee e speranze e che decidono in prima persona se questo matrimonio in Emilia Romagna s’ha da fare o no. Rovesciamo la piramide. Basta alchimie di palazzo compulsando i sondaggi. Basta con i pochi che decidono per molti. Ma che siano le persone che vivono il territorio a decidere quali idee voler realizzare e chi volere accanto a sé. E se quella giornata andrà deserta o peggio ancora non produrrà uno straccio di idea condivisa, Di Maio e Zingaretti avranno già la risposta che cercavano sull’Emilia Romagna, con buona pace di Bonaccini, gli esperimenti, la plastica e il Paese.
“La plastic tax uccide le aziende”. Ecco perché son tutte balle
Per gli ambientalisti da sola non basta per salvare l’ambiente, ma per le 5mila aziende del settore le “ucciderà”. In ogni caso la plastic tax – l’imposta da 1 euro al Kg per la plastica monouso, che colpirà bottiglie e imballaggi (buste dell’insalata, vaschette per alimenti, tetrapak del latte, eccetera) – è tutt’altro che un problema di quattrini. “In concreto con la tassazione una bottiglietta d’acqua usa e getta costerà 4 centesimi in più”, ha spiegato il ministro dem per il Sud Giuseppe Provenzano). “Occorre modularla bene e sono pronto a discutere con gli operatori del settore, ma la misura è giusta”, ha detto nella tarda serata di ieri il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.
L’idea è che, mentre si fa cassa per poco più di un miliardo il prossimo anno (fino a 1,7 miliardi nel 2021), alle imprese della plastica e degli imballaggi torni indietro un credito d’imposta del 10%. È, quindi, il solito cahier de doléances che caratterizza l’approvazione di una manovra (da 30 miliardi) e che ora è rilanciato dall’ennesima giravolta di Matteo Renzi: era il nemico della plastica ma adesso si gioca la battaglia per la sopravvivenza di Italia Viva, insieme al candidato governatore Pd Stefano Bonaccini, cavalcando il disappunto delle imprese che, guarda caso, si trovano soprattutto in Emilia Romagna (228 con quasi 17 mila occupati e un fatturato di 4,4 miliardi), dove si andrà al voto il 26 gennaio.
Con un impatto minimo sui consumi e la spinta verso l’economia circolare, a puntare sulla plastic tax è anche Bruxelles che sta pensando di applicare un’aliquota comune di 0,8 euro/kg sui rifiuti degli imballaggi in plastica che non vengono riciclati, in modo da reperire 6,6 miliardi all’anno. Ma c’è chi non ha voluto aspettare una misura comunitaria e ha già messo mano alla normativa nazionale. Ne è un esempio, la Finlandia che ha varato una tassazione già dal 1997. L’imposta si applica sugli imballaggi di bevande non alcoliche (esclusi i cartoni): produttori e importatori devono pagare 0,51 euro al litro; escluso il vuoto a rendere. Questo modello è stato preso a esempio dalla Norvegia, dove il 96% delle bottiglie di plastica viene riconsegnato ai negozi e riciclato. L’imposta si paga sugli imballaggi “a perdere”. E per disincentivare l’uso di plastica e coprire i costi del riciclo, produttori e importatori pagano una tassa ambientale sui contenitori di tutti i tipi di bevande, escluso il latte.
In Germania, che investirà nella sostenibilità ambientale e industriale la bellezza di 100 miliardi, la limitazione all’uso di plastica è disciplinata dalla nuova legge sugli imballaggi VerpackG, che obbliga il produttore a maggiore trasparenza, controllo e responsabilità, con requisiti severi per il riciclo e il riutilizzo. Non c’è una tassazione, ma un sistema di deposito cauzionale: se riporti una bottiglietta di plastica vuota al negozio ti restituiscono dagli 8 ai 25 centesimi. In Danimarca è stata studiata una tassa su tutti gli imballaggi il cui importo aumenta o diminuisce a seconda dell’impatto ambientale che hanno i materiali. Qui i rifiuti vengono bruciati per produrre energia.
Una tassa simile alla plastic tax italiana verrà adottata dal 2022 in Gran Bretagna su tutti gli imballaggi in plastica monouso che non contengono almeno il 30% di componente riciclata. È in base a questa proporzione che varierà la tassazione. I costi stimati per rivenditori e produttori dovrebbero oscillare tra i 500 milioni e il miliardo e mezzo di sterline l’anno, con costi in previsione più elevati per le aziende alimentari e delle bevande.
In Francia, infine, dallo scorso anno si discute di una misura estrema: tassare del 10% bottiglie e contenitori che non vengono prodotti con plastiche riciclate.
Renzi, il politico occidentale più amato dai tiranni arabi
Se fosse un semplice portatore di pace, Matteo Renzi sarebbe un candidato ideale al Nobel. Il conferenziere e senatore di Firenze, sin dalle frequenti visite di Stato al tempo di palazzo Chigi, è sempre accolto con reverenza da ciascuno dei paesi del Golfo e cura rapporti speciali con le famiglie sovrane di Arabia Saudita e Qatar che si detestato. Allora non stupisce, anche se ha scatenato un mucchio di critiche, la partecipazione del fondatore di Italia Viva alla rassegna “Future Investment Initiative”, la cosiddetta “Davos del deserto”, che serve a consacrare la potenza saudita con oratori occidentali, pensose riflessioni e pure aziende di armamenti.
Renzi è intervenuto, assieme ai colleghi ex premier – il britannico David Cameron, il francese Francois Fillon, l’austrialiano Kevin Rudd – a un incontro sulla diplomazia economica e il gruppo G20 delle nazioni più industrializzate del mondo che l’anno prossimo si riunirà proprio nella capitale Ryad. Come a testimoniare che l’indignazione di europei e americani si è presto esaurita dinanzi al fascino danaroso dei sauditi e s’è smesso di frignare per l’assassinio di Jamal Khashoggi, che fu giornalista e scrittore e, soprattutto, oppositore dei regnanti e dei metodi spietati del principe Mohammed bin Salman, l’erede al trono. Perciò stona, e ha sorretto la polemica, la carezza di Renzi: “L’Arabia Saudita è una superpotenza, non solo nell’economia, ma anche nella cultura, nel turismo, nell’innovazione e nella sostenibilità”. Quello che di certo non si sostiene, lì a Ryad, è la democrazia. I sauduti, però, non l’hanno patito mai. Neanche con gli italiani.
La società tedesca Rwm, che ha una fabbrica a Domusnovas in Sardegna, durante i governi di centrosinistra, nel 2016 ha chiuso una commessa con Ryad di 410 milioni di euro per 20.000 bombe usate per la guerra civile in Yemen che vede la regia di sunniti sauditi e sciiti iraniani. Il 31 luglio la stessa Rwm, su impulso dell’esecutivo gialloverde e dei partiti, ha ordinato la sospensione delle esportazioni per un anno e mezzo verso Emirati Arabi e Arabia Saudita. Nel momento di massima tensione tra Ryad e Doha e appena sconfitto alle elezioni, nell’aprile 2018, Renzi è stato ricevuto con gli onori che spettano a un capo di Stato dall’emiro qatarino Tamim bin Hamad Al-Thani per un evento a dir poco interno: l’inaugurazione della biblioteca nazionale. Il fondo del Qatar ha numerosi interessi in Italia, gli Al-Thani hanno apprezzato l’ospitalità dei governi di Roma. Renzi è un seguace del modello Meridiana, trasformata in Air Italy con l’ingresso nel capitale al 49 per cento – datato settembre 2017, a Chigi c’era Paolo Gentiloni – di Qatar Airways e rinvigorita da un accordo sempre con Doha e l’assegnazione di nuove rotte internazionali.
Con Meridiana c’era il Cagliari-Milano, con Air Italy il Golfo Persico è di casa. Renzi ha accompagnato con entusiasmo – e i successori al governo di ogni colore l’hanno emulato – il progetto del Mater Olbia, l’ospedale che il Qatar ha costruito in Sardegna con la collaborazione scientifica del Vaticano attraverso il policlinico Gemelli. Con la scorsa legge di Bilancio, il governo Conte 1 ha autorizzato un incremento di spesa pubblica regionale per la sanità privata che, di fatto, ha permesso l’apertura del Mater Olbia.
Gli emiri conoscono la zona per mere ragioni di affari, perché hanno comprato un pezzo di Costa Smeralda e ambiscono ai soliti aumenti di cubature per costruire alberghi sul mare. Un buon contesto, la Sardegna, per sancire una tregua tra Ryad e Doha. Renzi potrebbe officiare. E poi pretendere davvero il Nobel.
Ma mi faccia il piacere
Nuovi gretini. “Plastica, quella tassa no” (Repubblica, 3.11). Poi tutti a comprare i libri di Greta Thunberg e di Carola Rackete, editi da Repubblica, per l’ambiente e contro la plastica.
Nobili ideali. “Io pretendo di spendere i miei quattrini come e nella quantità che mi garba. E qualora sborsi mille euro per andare a letto con una escort sono affari miei e non dei gay che ci amministrano. Sarebbe assurdo che in un Paese che va a puttane non fosse lecito per un cittadino pagare di sfroso una mignotta” (Vittorio Feltri, Libero, 24.10). A froci!
Il pelo superfluo. “Renzi: ‘Avevo ragione, il patto non funziona, Conte un boomerang, non ha il tocco magico’” (Il Messaggero, 28.10). E nemmeno il Giglio Fradicio.
Italia Viva, Arabia Morta. “L’Arabia Saudita è una superpotenza non solo nell’economia, ma anche nella cultura, nel turismo, nell’innovazione e nella sostenibilità” (Matteo Renzi, senatore e leader Italia Viva, 2.11). È il suo modo di ricordare, nel giorno dei morti, l’intellettuale dissidente saudita Jamal Khashoggi, strangolato in ossequio alla cultura e con grande innovazione, segato a pezzi con squisita sostenibilità e trasportato in una valigia in omaggio al turismo.
Rovescio costituzionale. “Sono anni che non eleggiamo più un presidente del Consiglio, caso unico in questo sistema” (Massimo Giletti, Non è l’Arena, La7, 13.10). Per la precisione, non essendo l’elezione del presidente del Consiglio prevista né dalla Costituzione repubblicana né da quella monarchica detta Statuto albertino, non abbiamo mai eletto un presidente del Consiglio nella storia dell’Italia unita.
Chi non muore si rivede. “La Chiesa dialoghi con Salvini. Il rosario? Un modo per affermare il ruolo della fede. Un errore i sacerdoti sposati” (card. Camillo Ruini, ex presidente della Cei, Corriere della sera, 3.11). Si sa che la gente dà pessimi consigli se non può più dare cattivo esempio.
Travestimenti. “Io propongo un congresso straordinario del Partito democratico su temi e idee. Per rifondarci, ritrovare identità e Dna, rilanciarci. Fin dal nome: lo ripropongo, perché non ci chiamiamo Democratici?” (Dario Nardella, sindaco Pd di Firenze, Repubblica, 25.10). Da democratici a Democratici, per non farsi riconoscere: furbo, lui.
Viva la Fca, che Dio la benedica. “Fca-Peugeot, la fusione calda”, “Una scommessa ecologica”, “Via al nuovo colosso”, “Il futuro elettrico” (Repubblica, 31.10). “Super Carlos. Tavares, il portoghese che ha salvato Peugeot. L’uomo che sussurra alle auto” (Repubblica, 1.11). “Fca-Peugeot, la sfida è globale. Auto connesse, elettriche e pulite per superare Toyota e Volkswagen. John Elkann: nasce qualcosa di speciale”, “Quarti nel mondo e niente chiusure”, L’ad “Tavares ‘maniaco del cambiamento’ con la passione per corse e motori. Si sveglia alle 5 di mattina per fare pesi, si muove su Tgv e su aereo low cost”, “La Grande Alleanza per la sfida dell’innovazione nei tre mercati chiave” (La Stampa, 1.11). “La Borsa brinda a Fca-Psa. Nasce il quarto big dell’auto. “La fabbrica sfida i sovranismi. La fusione tra Fca a Psa dimostra che il nazionalismo industriale deve essere combattuto a beneficio dei lavoratori e dei consumatori attraverso innovazione e visione europea” (Marco Bentivogli, Il Foglio, 1.11). Urgono un sacco di nuove auto aziendali in omaggio, possibilmente esentasse.
Esodo biblico. “Tutti contro Luigi Di Maio. Dalle nomine al ko elettorale, si compattano i dissidenti. Dubbi anche tra i ‘lealisti’” (Corriere della sera, 30.10). “La fronda 5Stelle in pressing su Di Maio. Tre senatori pronti a passare al Misto” (Il Messaggero, 31.10). “5Stelle, la fronda si allarga: altri due senatori pronti a lasciare il Movimento” (La Stampa, 1.11). “Senato, 6 grillini ‘contiani’ pronti a uscire” (Il Messaggero, 1.11). Numero dei parlamentari 5Stelle “pronti” a uscire dai 5 Stelle che sono usciti dai 5Stelle: zero. E vabbè, dai, sarà per un’altra volta.
Pizza e fichi. “Sto con Bonaccini, ma no all’accordo M5s-Pd… Dopo che ti hanno detto di no una volta, due volte, tre volte, basta così. Anche perché in Emilia Romagna i grillini non sono improvvisamente diventati statisti. Sono sempre quelli che dicevano no a tutte le infrastrutture” (Federico Pizzarotti, sindaco ex-M5S di Parma, Repubblica, 3.11). Come un certo Pizzarotti, quando faceva lo statista nei 5Stelle.
I titoli della settimana. “Asfaltati” (il Giornale, 28.10). “Asfaltati” (La Verità, 28.10). “Bye bye Giuseppi” (il Giornale, 29.10). “Bye bye, Giuseppi” (La Verità, 29.10). Paghi due, prendi uno.
Ecco i Coldplay in diretta su Youtube: marketing o nuova frontiera dei live?
Lasciate che i Coldplay vengano a voi. Il battage per il lancio del loro ottavo album Everyday Life è stato sinora ingegnoso. Dapprima, elusivi manifesti erano stati affissi in alcune metropoli ai quattro punti cardinali. Poi la band ha scritto una lettera indiziaria ai fan; infine lo svelamento della tracklist nelle pagine degli avvisi di alcuni quotidiani.
Anche a volerli ignorare, si faceva fatica. Mancava il botto finale, ed eccolo, annunciato con una finta conferenza stampa in cui gli unici “giornalisti” erano Carrie Brownstein e Fred Armisen, star della serie tv Portlandia: due concerti speciali in diretta su YouTube da Amman il 22 novembre, lo stesso giorno della pubblicazione del doppio lavoro di Chris Martin & Co. Location vagamente inaccessibile e con qualche grattacapo per la sicurezza: ma se i Coldplay si dichiarano eccitati e “spaventati” per il debutto in Giordania, agli affezionati basterà predisporsi a una levataccia, almeno per la prima parte dello show, appropriatamente intitolata Sunrise, visto che lo streaming inizierà alle 5 del mattino ora italiana, mentre per il Sunset occorrerà attendere le 15, quando il sole tramonterà sul Medio Oriente, dando senso alle due porzioni da 52 minuti in cui è diviso il concept di Everyday Life.
La sortita dei Coldplay (anticipata dai singoli Arabesque e Orphans) arriva a quattro anni da A Head Full of Dreams: Martin la valuta come “sexy”, con richiami a Las Vegas e un’ispirazione fantasy-epica a The Game of Thrones. Che è come dire tutto e nulla.
La mossa di un concerto in diretta sul secondo sito più cliccato al mondo (il primo è Google, proprietario del marchio YouTube) non è però esente da rischi. Al netto di un accordo certamente oneroso e della necessità di una produzione faraonica, non mancheranno le accuse di grandeur per Chris e i suoi, in odore di svilimento superpop di una carriera i cui momenti più fulgidi datano ormai una decina di anni fa. “Stupire-per-mascherare” possibili cadute di ispirazione è un errore già costato carissimo agli U2, antesignani del marketing internettiano. Nel 2009 il concerto da Pasadena per il 360° Tour, anch’esso trasmesso in streaming su YouTube, raccolse attorno ai pc ben dieci milioni di spettatori, gran parte dei quali frustrati dall’ingorgo online che impallava la trasmissione. Un boomerang, ma il peggio doveva ancora arrivare, cinque anni più tardi, con l’azzardo del download sugli iPhone, gratuito ma forzoso, dell’album Songs of Innocence. Che fu ascoltato da più di 80 milioni di utenti, ma la stragrande maggioranza protestò per quella coercizione camuffata da dono, e conti alla mano Apple ci rimise 100 milioni di dollari, con gli U2 sommersi di veleni.
Oggi la Rete è zeppa di esibizioni in tempo reale. Basta un buon programma e chiunque può mettere su una dignitosa diretta su YouTube Live, e per chi ama le riprese “sporche” ci sono Twitter e Facebook. Ma la sfida dei Coldplay alza ancora l’asticella dell’autopromozione. La musica ti viene addosso in ogni modo, in Rete, facendoti rimpiangere i tempi in cui eri sotto il palco, senza telefonini, a goderti un’esperienza irripetibile. Con il ricordo che faceva subito leggenda, e non pareva una svendita.
Renato riparte da Zero il Folle: 39 canzoni e 16 travestimenti
Eccolo lì, Zero il Folle, sul palco del Palasport di Roma a festeggiare i 69 anni appena compiuti e i 50 dal suo primo disco, col tour numero 40 (26 date, per ora, quasi tutte sold out) per lanciare l’album inedito numero 30, con 29 brani (che diventano 39 coi tre medley classici), 16 cambi d’abito e di copricapo. Siccome stavolta “Zero ha ripreso il sopravvento su Renato”, si torna ai travestimenti dei vecchi tempi e bisogna ogni volta cercarlo in quell’orgia di colori sgargianti, fiori, veli, tulle, strass, lustrini, paillettes, piume, tuniche, caftani, giacche, spolverini, armature, cappelli, elmi e parrucche delle più varie fogge. Però di inconfondibile c’è la voce, che lo costringe negli acuti ad allontanare il microfono dalla bocca e rende accettabile persino l’infame acustica dell’ex Palalottomatica. E c’è la sua musica, negli arrangiamenti di sempre e anche in quelli rimaneggiati (come La tua idea versione jazz) e accompagnata ora dalla sua band di tastiere, percussioni e chitarre, ora dalla Grande Orchestra del Cinema preregistrata sotto la direzione di Renato Serio.
Zero il Folle canta moltissimo per tre ore, come al solito, ma stavolta parla pochissimo. Però, quando parla, lascia il segno. Tipo quando sbuca dal sipario bianco, attacca Vivo e agita la mano per scacciare i flash degli Iphone dei soliti fanatici che filmano tutto. Poi interrompe e sbotta: “E basta con ’sti cellulari! Metteteci l’anima, la memoria, non queste cazzate. Siete venuti pe’ fa’ i cameraman o pe’ Renato? Da capo!”. Riscompare dietro il tendone, mentre tutti ripongono i cellulari, così quando ri-esce e riattacca trova un palasport finalmente civilizzato. Da lui i suoi accettano tutto. Anche l’emozione del debutto, che gli strozza la voce per qualche minuto nel medley introduttivo, prima di riprendere confidenza col palco e col pubblico e di ballare e cantare come un ventenne. Anche una defaillance mnemonica che lo costringe a ripetere un brano da capo. Anche un pollice schiacciato da una mezza caduta mentre tenta di rialzarsi da un ritornello cantato in ginocchio. Ai “sorcini” l’Istrione restituisce una scorpacciata di classici, curando la crisi di astinenza che aveva colto molti dopo l’esperimento-esame di maturità di Zerovskji. Ma senza ruffianeggiare granché: i classicissimi Triangolo e Madame li fa cantare ai coristi, in contumacia.
La scaletta è un bel mix di alti e bassi, melodie e ironie (anche se, nella seconda parte, non guasterebbe un divertissement tipo Baratto per spezzare una sequenza fin troppo emozionante). I brani del nuovo album ci sono quasi tutti: dagli autobiografici Questi anni miei e Zero il Folle , ai rockettari Mai più da soli, Che fretta c’è, La vetrina, Tutti sospesi, ai beffardi La culla è vuota e Ufficio reclami (sceneggiato con un coro di preti e suore che, in uno sgangherato convento, rifiutano il perdono al peccatore), ai melodicissimi Viaggia e Quanto ti amo, al commovente Quattro passi nel blu che omaggia tanti artisti scomparsi tra gli applausi del pubblico a ogni nome sul maxischermo. Ma c’è anche un sontuoso schieramento di cavalli di battaglia: i più applauditi sono Cercami e Sogni di latta, ma anche Emergenza noia, Dimmi chi dorme accanto a me (lui la canta sdraiato su un lettone), Si sta facendo notte, Amico assoluto, Il mercante di stelle e Il cielo. Altri sono chicche estratte dalla cassapanca forse per la prima volta in un tour: Casal de’ Pazzi (sui ragazzi di vita di Pasolini), Via dei Martiri e Chi. Altri ancora, più famosi e ricorrenti, sono liofilizzati in tre medley, che raccolgono frammenti di Niente trucco per me, Il carrozzone, Artisti, L’equilibrista, Ho dato, Fermati, E io ti seguirò, Nei giardini che nessuno sa, Uomo no e autentiche rarità nei live come Per non essere così e Non sparare). Poi c’è Rivoluzione, che regala un gesto inedito, potente e politico di Renato. In una delle rare conversazioni col pubblico, denuncia che in Italia si sia perduta la buona usanza di scendere in piazza a protestare, come lui aveva sempre auspicato (“Io non ci sarò forse fisicamente, ma tutte le volte che alzerete il pugno per gridare basta, sarò lì”). E infatti, per tutto il brano, la grafica propone una sfilata dei suoi rivoluzionari preferiti: Gesù, Gandhi, Luther King e madre Teresa. Alla fine Zero il Folle si volta verso di loro, di spalle, e alza il pugno chiuso. Chi lo snobbava come un cantante disimpegnato è servito: i “comunisti” sono ormai sufficientemente estinti perché un vero trasgressore come lui possa finalmente diventarlo.
“La Commedia sexy è stata una rivoluzione: tutti nudi sul set. Mica Comencini”
A quanto pare la Commedia sexy, color rosa, raramente rossa per gli amanti delle sfumature, ha anche delle tinte noir: “Dopo tutti questi anni di ricerca, scritti, indagini e approfondimenti, resta un dubbio: perché questo genere è partito dall’Italia?”.
L’interrogativo lo pone proprio il professor Marco Giusti, docente in “Commedia sexy non applicata”, cattedra nata, voluta e coltivata da lui stesso, all’interno dell’Università di cinematografia mondiale, genere nostrano in grado negli anni Settanta di incassare anche due, tre o quattro miliardi a film, di portare i cinema italiani a 9.000 sale (attualmente siamo poco oltre i 3.000 schermi), di far ottenere ad attrici come Edwige Fenech cachet da 75 milioni di lire (“50 Gloria Guida, tra i 10 e i 15 la Benussi”), e di esportare in tutto il mondo l’ultimo genere di commedia nostrana (“nei Paesi latino-americani molti dei nostri attori sono diventati idoli”).
Marco Giusti da quasi vent’anni racconta quella stagione nella sua trasmissione su Rai2, e ora è uscito un suo libro maniacale per quanto esaustivo: Dizionario Stracult della Commedia
sexy. “E non volevano pubblicarlo”.
Come mai?
Perché la Commedia sexy è ritenuta ancora imbarazzante, e poi le case editrici considerano i testi di cinema invendibili.
C’è del fondamento.
Allora anche i film al cinema vanno male; ma dovevo pubblicarlo ora, con alcuni dei suoi protagonisti ancora in vita, e poi è un genere da veri fuori di testa che abbraccia pellicole molto serie con altre considerate di serie B.
Serie, come?
La nostra Commedia sexy non nasce “sexy”, ma come cinema erotico, pure d’autore, e poi si tramuta in genere.
Esempio.
Gli spaghetti western iniziano grazie a Sergio Leone, dopo di lui una serie di registi segue il percorso tracciato; allo stesso modo la Commedia sexy si sviluppa attraverso influenze varie che arrivano da Ultimo tango a Parigi di Bertolucci, il Dacameron di Pasolini, Vedo nudo di Risi e le pellicole con Lando Buzzanca protagonista.
Lando Buzzanca idolo.
C’è un altro lato che coinvolge Lando e gli altri protagonisti di allora: in Italia il loro successo parte intorno al 1968 e dura fino al 1975 circa, poi esplodono all’estero con tempi differenti, e questo è il caso della Spagna.
Cioè?
Appena finito il franchismo scoprono un’esigenza di libertà, pure erotica, e le nostre Commedie sexy si inserivano perfettamente in quel clima, tanto da rendere Lino Banfi, Edwige Fenech o lo stesso Buzzanca idoli assoluti con ospitate nei programmi televisivi di prima serata.
Iva Zanicchi la settimana scorsa al “Fatto” ha raccontato: “Negli anni Settanta Lando era un mito in Iran”.
Solo nei Settanta? Durante la prima guerra del Golfo, i cinema di Baghdad proiettavano i film con Gloria Guida; ribadisco, è una questione di tempi: se con gli spaghetti western la diffusione è stata immediata e trasversale, con la commedia sexy no, e a causa dei nudi.
Benedetti nudi…
Resta quell’interrogativo sul perché eravamo così schiavi del sesso; non trovo la risposta, e non tutto è causato dalla nostra cultura cattolica: la Chiesa è una componente, non di più.
Il Sud il più ricettivo.
Quando i film sono usciti in sala i produttori hanno scoperto che la Puglia e la Sicilia erano le piazze migliori, e proprio tra Martina Franca e Trani hanno girato pellicole importanti come quelle dedicate alle professoresse sexy.
È più fan della Fenech o della Bouchet?
Edwige in questo genere non si batte, mentre la Bouchet è più forte nel noir.
Come mai la Fenech è la più amata?
In parte è un altro mistero, in generale resta l’insieme di sfumature che ne rendono la complessità: è madre, è straniera, accento francese, è proibita, è ammiccante senza esagerare, è sfuggente e infine è uscita di scena.
La Guida si è pentita: “Ho fatto troppe docce”.
Quasi tutte hanno un pessimo rapporto con il passato; la Fenech non ne vuole parlare, e non ha mai accettato un invito in trasmissione anche se siamo amici; (ci pensa, storce la bocca) a loro non piace l’immagine di quel tempo.
Proprio a nessuna?
Forse a Nadia Cassini, mentre la Bouchet è più cinica e pragmatica, quindi ci scherza; comunque c’è anche un problema di rapporto con il corpo.
La Guida è sempre bella.
Pure Edwige, ma non cambia idea.
L’altro sogno erotico degli italiani è stata Laura Antonelli.
Il vero prototipo della donna sexy, talmente alto da non diventare un genere; la Antonelli è stata veramente una delle più grandi.
La Commedia sexy ha grandi caratteristi.
Meravigliosi, alcuni di loro protagonisti pure della commedia all’italiana: da Riccardo Garrone a Carlo Delle Piane, fino a Mario Carotenuto e Alvaro Vitali; i più ricercati sono arrivati a girare dieci film all’anno.
Che fine hanno fatto?
Alcuni non bella, scomparsi, altri come Lino Banfi sono stati bravi a riciclarsi dentro la narrazione televisiva.
Alvaro Vitali?
L’unico dei big non recuperato, è andato troppo oltre: con Pierino si è sputtanato.
Jimmy il Fenomeno.
Anche lui male, gli ultimi anni passati in un ospizio, solo e dimenticato; non era un vero attore, ma una persona simpatica e assatanato di donne.
Chi non ha conosciuto?
Renzo Montagnani e Nando Cicero: quest’ultimo è considerato il Sergio Leone della Commedia sexy; gli altri li ho incontrati e in certi casi, quando li chiamavo per la prima volta, neanche si stupivano, rispondevano: “Ti stavo aspettando”.
Qual è la battuta che ama di più dentro questo genere?
Non è sexy, ma c’è una frase di Mario Carotenuto in grado di condensare la saggezza popolare romana: “È sempre l’ultimo rigatone quello che te frega”.
Ugo Tognazzi.
Ha interpretato ruoli estremi, ha partecipato a film complicati: sui travestiti, lo scambio di coppia, o scene nude imbarazzanti. E spesso è l’autore.
Perché Tognazzi?
Un po’ come Pasolini o Bertolucci, viveva il suo lavoro con uno spirito rivoluzionario.
E queste pellicole lo erano?
Probabilmente; Tognazzi allora era molto vicino a Marco Ferreri, e si lancia immediatamente nel gioco, si spinge sempre più in alto, così come Pasolini con il Decameron; solo che da Pasolini uno se lo aspettava, da Tognazzi no, e per questo aveva molto da perdere.
Simonetta Stefanelli ha rivelato: “A quel tempo se non ti facevi toccare sul set, passavi per una che se la tirava”.
Lei si era proprio incazzata, ma in quei contesti le attrici restavano perennemente nude, il rapporto con il corpo era letto in maniera differente; durante il Dacemeron si racconta di orge reali tra gli interpreti.
Sui set statunitensi adesso c’è il garante delle scene di nudo.
Non si può sapere, non metto la mano sul fuoco rispetto a quello che accade oggi.
Insomma, allora…
Anche qui: la Fenech e le altre erano sempre nude, ma quando vengono intervistate lo rinnegano.
Gli uomini attori?
Buzzanca si è sempre vantato di averle sedotte tutte. Ma lui è sempre un caso a parte.
E Lino Banfi?
Lory Del Santo ha definito quei set molto casti, e le credo: di quel genere se ne giravano circa venti all’anno, con un nucleo di interpreti molto ristretto che si incrociava: alla fine era una famiglia allargata.
Attore preferito?
Alvaro Vitali è il Clint Eastwood del genere, poi Banfi e Montagnani.
Come la giudicano i suoi colleghi rispetto a questa passione?
I critici? Prima non apprezzavano, da un po’ di tempo l’argomento ha acquistato delle sfumature storiche; ma io questi film li vedo dagli anni Settanta: andavo in sala e venivo considerato un pazzo.
Per alcuni sono i migliori anni della nostra vita.
Per me è così; allora uscivano contemporaneamente le Commedie sexy e le commedie classiche di Pasquale Festa Campanile o Castellano e Pipolo con Adriano Celentano protagonista, oppure i tardo Risi e Monicelli: per me quest’ultimi erano borghesi, piatti, modesti, mentre i sexy erano più rivoluzionari e basati sul reale.
“Fantozzi” è borghese o rivoluzionario?
Vive da sé.
Quindi nel 1977 tra “Ecce bombo” e un “Giovannona…”, lei preferiva…
Ecce bombo era carino: io andavo contro i film da figlio di papà, quelli considerati ricchi, da persone perbene, invece erano flosci, come con Bolognini o Comencini.
A posteriori?
Ci ho preso, sono rimaste più le Commedie sexy.
Quando muore qualcuno degli attori lei è l’unico a scrivere il necrologio su “Dagospia”.
Mi chiamano i parenti, e arrivo prima dell’Ansa, ma non è un punto d’onore, più di dolore perché vedo piano piano scomparire un percorso umano e professionale.
Tra le attrici di allora c’è Ewa Aulin, suocera del premier Conte.
È una delle protagoniste di Candy, film assurdo con Walter Matthau e Marlon Brando. Poi ha partecipato ad altre pellicole, compresi i decamerotici (film erotici ispirati al Decameron); non diciamo niente di male perché voglio recuperarla.
Dicevamo la Bouchet.
Barbara è furba e sempre
sexy, con alle spalle un passato importante, intenso: era la migliore amica di Sharon Tate, ha vissuto in pieno quella tragedia (ex moglie di Roman Polanski, uccisa a Los Angeles nel 1969 dai seguaci di Charles Manson).
Pasolini e il “Decameron”.
Ha rivoluzionato il cinema anche solo per aver messo in scena i peni, e alla fine si è un po’ pentito perché riteneva di aver dato sfogo a un cinema basso e adatto ai guardoni.
In un film appare Giusva Fioravanti.
Follemente innamorato di Edwige: quando è uscito in sala Grazie nonna lui era già latitante o stava per diventarlo, ma quelli erano veramente set assurdi, figli dei tempi pazzeschi.
Altro esempio?
In Mordi e fuggi, film di Dino Risi dedicato alla fuga di una banda di brigatisti, ebbe dei problemi Nicoletta Machiavelli quando arrestarono il suo fidanzato.
Come vorrebbe venir ricordato, come esperto di Commedia sexy o di Spaghetti western?
I western li amo di più, ma perché ero ragazzo quando li ho visti per la prima volta; a posteriori considero superiore la commedia sexy, ma solo perché mantiene una qualità media più alta.
Bell’azzardo.
Se parliamo di apici, gli Spaghetti western toccano punte pazzesche. (sorride) Una volta Bombolo mi definì “il critico della merda”, perché gli chiesi se le “scuregge” al cinema le avesse in inventate lui.
Tra Sergio Corbucci e Sergio Leone?
Il secondo è senza dubbio superiore.
Il fenomeno Tarantino ha rilanciato il genere.
Solo per sé, non ha toccato il genere in quanto tale, bensì alcuni dei suoi protagonisti ed Ennio Morricone per le musiche.
Il ruolo della censura.
Rispetto alla commedia sexy è stato fondamentale: ha indirettamente spinto film che non sarebbero mai stati notati, però in altri casi li ha distrutti, soprattutto quando è riuscita a bloccarli per due anni.
Sono stati realizzati miliardi.
I film costavano magari 50 milioni di lire, e incassavano un miliardo e mezzo, e alcuni produttori sono diventati veramente ricchi; altri si sono giocati intere fortune perché fuori di zucca.
Il suo film stracult?
Uno di Nando Cicero, una delle sue “insegnanti”, come per Un pugno di dollari: un propellente per la liberazione dei costumi, e ciò non può venir letto in maniera negativa; poi c’è La pretora scritto da Fulci con la Fenech completamente nuda, ma a lei non piace e non capisce che quel genere di pellicole funzionano quando sono basse, non pretenziose, quando mantengono una narrazione lineare e coerente.
Fulci nasce come giornalista.
Lui ci credeva, tanto da girare una pellicola sui democristiani: All’onorevole piacciono le donne; film strepitoso, tanto da causare un caso politico, con dibattiti e censura.
I cinepanettoni…
Mi sembrano una deriva facile della formula proposta negli anni Settanta, e neanche si spogliano più (ride); se oggi giri lo stesso tipo di scene, forse scoppia la rivolta, e magari non avrebbero neanche torto.
Pabllo, la drag queen che sfida Jair Bolsonaro
Un’altra spina nel fianco di Jair Bolsonaro, il presidente brasiliano già alle prese con le ultime rivelazioni di un testimone sull’omicidio della consigliera comunale e attivista Lgbtq Marielle Franco; il portiere della residenza di Bolsonaro ha detto che il presidente era in rapporti con uno dei sicari che frequentava la stessa residenza. E mentre viene costretta a lasciare il caso la pubblico ministero Carmen Eliza Bastos de Carvalho, beccata sui social a fare la groupie del presidente con tanto di maglietta con il volto stampato di Jair, la scena musicale brasiliana propone l’altra attivista e pop-star: la drag queen Pabllo Vittar e il suo nuovo album, 111 (in cifre 1° novembre, ossia il compleanno dell’autrice che compie 25 anni). Capelli biondo platino, sopracciglia disegnate, occhi che variano dal verde bottiglia al blu elettrico in tinta con le sue mises da pop-star della disco, con 57 milioni di download su Spotify, un miliardo di riproduzioni su Youtube e 9,3 milioni di follower su Instagram, candidata a un Grammy latino, Pabllo è una delle influencer più importanti del mondo. Al punto da sfondare anche negli Usa e in Canada, dove ha sfilato in diversi Gay Pride e si è esibita in performance speciali alla sede dell’Onu a New York in occasione delle commemorazioni dei 50 anni delle rivolte gay del club Stonewall e parteciperà ai prossimi European music Award.
Famosa in patria quanto all’estero – prova ne è che il suo ultimo lavoro è in tre lingue: portoghese, inglese e spagnolo – Pabllo rivendica tuttavia quasi con orgoglio il boicottaggio a cui è sottoposta in Brasile. “È molto triste sapere che per colpa del governo il tuo lavoro non viene passato nelle playlist in radio o nei programmi tv perché sei un artista Lgbt. Non c’è differenza tra il nostro impegno e quello degli altri artisti: facciamo un lavoro straordinario”, ha dichiarato la drag queen che ci tiene a far sapere che non si fermerà. “Continuerò a realizzare le mie canzoni e i miei sogni”. La “colpa” della Vittar è quella di aver accusato pubblicamente il presidente Bolsonaro di essere omofobo e di aver incitato con le sue parole i crimini nei confronti delle persone Lgbt. “A volte mi vergogno di essere brasiliana – ha sbottato Pabllo in un’intervista alla rivista Time, nella quale ha denunciato che “nel 2018 sono state uccise 420 persone della mia comunità, tra cui Marielle Franco, consigliera nera, lesbica e femminista di Rio de Janeiro, Jean Wyllys, un deputato federale gay è stato invece costretto alle dimissioni a causa di ripetute minacce di morte” ha proseguito la cantante, ricordando che “Jair Bolsonaro ha dichiarato pubblicamente che preferirebbe che suo figlio morisse in un incidente d’auto piuttosto che fosse gay”. La cantante ha anche rivelato di temere per la sua vita e per quella dei suoi cari: “Ogni giorno chiedo a Dio di proteggere me, la mia famiglia, i miei amici e i miei fan che devono uscire per andare al lavoro correndo molti rischi”. Per questa ragione Pabllo ha deciso di usare la voce e “la visibilità non solo per parlare di musica, ma per denunciare ciò che sta accadendo”. Ed è proprio per questo, non solo per le sue canzoni, che Vittar è una star. “La drag queen e pop star brasiliana si è affermata e si è fatta notare in molti modi, integrando perfettamente la sua vita personale con la vita culturale e politica e usando la sua importanza da star musicale per chiedere l’uguaglianza per le persone Lgbtq in Brasile e in altri paesi”, è infatti la motivazione per la quale il Time l’ha inserita nella lista dei volti della nuova generazione.
“Momento Maalox” per i Dem. Donald Trump ne approfitta
A un anno esatto dall’Election Day di Usa 2020, i Democratici hanno un sacco di candidati, ma non hanno un candidato su cui puntare con convinzione; e si cerca fuori dal lotto un cavaliere bianco. Invece, Donald Trump attende il suo rivale a pie’ fermo: ha raccolto più fondi di tutti i Dem messi insieme; non teme l’impeachment, perché la tenuta dei repubblicani alla Camera fa credere che il Senato boccerà la destituzione del presidente; ed è sicuro del fatto suo, almeno fin quando l’economia va forte.
I democratici perdono, man mano, com’era scontato, i petali della loro rosa, che a un certo punto erano 24. In testa alla corsa restano i grandi vecchi: in ordine alfabetico, Joe Biden, Bernie Sanders, Elizabeth Warren; e l’improbabilissimo, come candidato, Pete Buttigieg, gay e arcobaleno, sindaco di South Bend, nell’Indiana, un cocco dei media liberal. I “se son rose fioriranno” di questa campagna, i senatori Kamala Harris (California) e Cory Booker (New Jersey), stanno appassendo senza essere sbocciati; e qualche presunto astro nascente s’è già fatto da parte.
Come Beto O’Rourke: l’ex deputato del Texas, fallita un anno fa la corsa a senatore, ha smarrito carisma e convinzione e non è mai andato in doppia cifra in nessun sondaggio. S’è pure incartato sul tweet d’addio: “La nostra campagna è sempre stata su vedere chiaramente, parlare onestamente e agire con decisione … Annuncio che servirò il mio Paese non come candidato o come nominato”. Trump l’ha ridicolizzato “Non penso fosse nato per questo” ha twittato a sua volta, citando un’infelice battuta di Beto quand’era fiducioso: “Penso di essere nato” per fare il presidente, salvo poi ammettere che dirlo non era stata una grande idea.
Più che sui sondaggi nazionali, l’attenzione si concentra ora su quelli nello Iowa, che il 3 febbraio aprirà la giostra delle primarie con le sue tradizionali assemblee (i caucuses): lì, la Warren, senatrice del Massachusetts, egeria di Occupy Wall Street, è in testa con il 22% delle intenzioni di voto, secondo un sondaggio del New York Times e del Siena College. Sanders, senatore del Vermont, è al 19%, il sorprendente Buttigieg al 18%, qui gioca quasi in casa, perché l’Indiana è confinante. Solo quarto Biden: l’ex vice di Barack Obama per otto anni alla Casa Bianca, chiamato in causa dall’Ucrainagate, resta battistrada a livello nazionale, ma nello Iowa non va oltre il 17%.
Le posizioni sono molto ravvicinate: in tre mesi molte cose possono ancora cambiare. Ma nessuno dei grandi vecchi convince in chiave Usa 2020: troppo di sinistra la Warren e Sanders, troppo “establishment” Biden. E nessuno dei “nani” cresce davvero: la Harris ha avuto una fiammata, ma poi è stata ridimensionata da Tulsi Gabbard, deputata delle Hawaii, a sua volta frenata dalle accuse d’essere la candidata di Putin, quella per cui si starebbero muovendo i troll russi. Booker è preparato, ma noioso; Julian De Castro è inconsistente; gli altri, non ci crede nessuno, neppure loro. E così i Democratici, a un anno dal voto, vivono un “Maalox moment”, l’ora dei mal di pancia: l’impeachment è difficile da condurre in porto e può rivelarsi un boomerang, con un presidente assolto e ringalluzzito e loro con incollata addosso l’immagine di quelli che hanno provato a farlo fuori per via giudiziaria temendo di non riuscirci al voto perché non convinti dei loro candidati. Eppure, i sondaggi dicono che, se l’Election Day fosse oggi, Biden, Sanders e Warren batterebbero Trump: lo dicevano anche di Hillary, alla vigilia del voto nel 2016. Ma nei salotti della sinistra va forte la caccia al “cavaliere bianco”, che scendendo in campo last minute conquisti una nomination forte e carismatica. In questo gioco, Hillary Clinton e Michael Bloomberg sono in pole position: entrambi, in privato, non escludono una loro candidatura se le cose si dovessero mettere male.