Presa d’assalto l’agenzia Xinhua, “voce” di Pechino

Mentre la Cina non fa mistero della volontà di mettere da parte la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam – decisione che potrebbe divenire concreta nei primi mesi del 2020 – nel fine settimana, in città, le manifestazioni di dissenso sono proseguite. Ieri 11 feriti e 5 arresti. Un gruppo di dimostranti ha preso di mira l’ufficio della Xinhua, l’agenzia di stampa ufficiale di Pechino: sono state danneggiate porte e finestre. La critica è palese: i gruppi che contestano la pressione della Cina puntano il dito sull’agenzia per la sua informazione a senso unico. Le immagini diffuse dai media hanno mostrato un principio di incendio nella lobby dell’agenzia. Joshua Wong, attivista fondatore del movimento Demosisto accusa: “Il governo tollera i barbari abusi della polizia, ancora e ancora, e sta emergendo un piano per sospendere le elezioni del 24 novembre. La polizia tenta di uccidere gli abitanti di Hong Kong”. I dissidenti avevano avvertito: il ritiro della legge sull’estradizione verso Pechino – la scintilla che ha dato fuoco alla rivolta – non sarebbe bastato; ci sono cinque richieste ben precise per il governo, fra cui le dimissioni di Lam, un reale sistema elettorale democratico, una indagine indipendente sulle violenze della polizia. Senza questi passi, le contestazioni, anche violente, non cesseranno. Ieri gli scontri fra gruppi di giovani e polizia sono avvenuti a Causeway Bay, area dello shopping: molotov, lacrimogeni, cannoni ad acqua e barricate. Migliaia di persone hanno sfidato il divieto del governo di manifestare indossando maschere sui volti. Gli analisti ritengono che la Cina non resterà ancora per molto alla finestra: venerdì in base alle direttive del quarto plenum del 19° Comitato centrale del Partito Comunista Cinese, è stato dato via libera all’ “educazione patriottica” nelle scuole della città. E a breve potrebbe arrivare anche la notizia della sostituzione della governatrice Lam, incapace per Pechino di arginare il dissenso che ormai dilaga, ogni fine settimana, da giugno scorso.

La banda della chiave inglese. Ribelli in nome dell’ambiente

Sulla piattaforma di e-commerce La Boutique militante il volume è in vendita a 25 euro accanto ai badge di Ex-tinction Rebellion (XR) con il simbolo della clessidra vuota (segno che non c’è più tempo).

Il testo è diventato la “bibbia” del nuovo movimento ecologista che, partito da Londra un anno fa, promuove la “ribellione internazionale” con azioni non violente in tutto il mondo. Si tratta di The Monkey Wrench Gang il romanzo più famoso di Edward Abbey, pubblicato negli Stati Uniti nel 1975, diventato lì un best seller, e arrivato in Italia nel 2001 con il titolo I sabotatori (Meridiano Zero). “Mentre un’ala del movimento ecologista si fa più dura e gli psicologi parlano di angoscia climatica, il romanzo vive una seconda giovinezza”, ha scritto L’Obs qualche giorno fa sul suo sito web. L’editore francese Oliver Gallmeister ha detto al settimanale che nel 2019 le vendite saranno “migliori” che nel 2018. Come fa notare il giornale, la sua lettura è stata di recente consigliata in Francia dall’ecologista Lucile Schmid: “Invito a ritrovare le intuizioni degli anni ‘70, che possono applicarsi nelle politiche odierne del territorio”, ha detto la vice direttrice del think-tank La Fabrique Écologique.

Lo stesso consiglio lo aveva dato nel 2015, dalle gradinate dell’Assemblea Nazionale, l’ex deputato ecologista Noël Mamère, che dieci anni prima era andato nelle campagne francesi a strappare le piante di riso transgenico insieme all’attivista no global José Bové. Nel suo romanzo, Abbey racconta di quattro eco-attivisti che con una certa allegria non esitano a usare la dinamite per far saltare in aria strade, ponti o dighe per difendere la natura dalle manie espansionistiche dell’uomo. È da lì che è nata l’espressione gergale monkeywrenching che indica l’azione del sabotare (“monkey wrench” vuol dire “chiave inglese”). Nel ‘79 il libro ispirò già Earth First, un movimento ecologista radicale che denunciava l’impatto disastroso dell’uomo sulla natura. Nell’85 per difendere la foresta nazionale di Willamette, nell’Oregon, i militanti si legavano agli alberi per impedire che venissero tagliati. Si parlò di eco-terroristi. Abbey, nato nello Stato dell’Indiana nel 1927, filosofo di formazione e ranger nello Utah, amava la natura incontaminata e si opponeva con convinzione alla società del consumo. Per la sua morte, nel marzo 1989, aveva previsto un’azione che oggi chiameremmo di disobbedienza civile: diede disposizione per essere seppellito nel deserto dell’Arizona in un luogo noto solo ad amici e familiari, con l’epigrafe “No comment”. Probabilmente Abbey non si aspettava che il suo romanzo, più di 40 anni dopo, sarebbe stato considerato ancora un “manuale di lotta” dai giovani che si battono contro i governi per salvare il pianeta. Ma che, al posto dei fucili, impugnano l’arma della non violenza e non esitano a farsi arrestare per attirare l’attenzione. Al di là dei loro metodi radicali, Lucile Schmid ritiene che i protagonisti del romanzo siano figure positive, degli “ecologisti devianti, che rifiutano il politicamente corretto e sono animati da una pulsione di vita. Sarebbe bello – ha detto l’ecologista – che la ribellione del XXI secolo ritrovi quella dimensione stravagante”.

Ai governi XR chiede azioni concrete: il riconoscimento dello stato di emergenza climatica, la fine delle emissioni di gas serra per il 2025 e la creazione di un’assemblea civica per la giustizia climatica. Ad aprile i militanti hanno paralizzato Londra occupando strade e metropolitane. A ottobre hanno proclamato la “mobilitazione internazionale”. A Wall Street si sono stesi ai piedi della statua del Charging Bull cosparsi di finto sangue. A Parigi hanno occupato il centro commerciale della place d’Italie e manifestato davanti all’Assemblea nazionale. L’ex ministra dell’Ecologia, la socialista Ségolène Royal, ha parlato di “gruppi violenti” che bisognava “reprimere subito”. Loro invece di violento non hanno fatto nulla: sono andati ad accamparsi pacificamente per una settimana nella place du Châtelet, nel centro della Capitale.

Germania inceppata, sindrome giapponese e il Draghi salvatore

Pensare che due e due fanno quattro, né cinque, né tre / Il cuore dell’uomo è stato a lungo dolente / e a lungo lo sarà». Chiunque ragioni di economia deve tenere bene a mente questi versi del poeta inglese A. E. Housman: i conti devono tornare, ma la domanda è come. Chi governa le grandi economie non può non saperlo. Il dramma dell’eurozona, e in particolare il dramma della Germania e del suo ruolo nel mercato comune europeo, sta proprio nel fatto che non è ancora stato compiuto quel salto di pensare a come far quadrare i conti delle entrate e delle uscite a livello di eurozona e a livello globale, non soltanto a livello nazionale.

Questo spiega in parte la forte ostilità tedesca nei confronti delle politiche della Banca centrale europea. Tuttavia, queste politiche non cambieranno radicalmente in futuro. Anzi, potrebbero diventare ancora più aggressive. Se così fosse, peggiorerà la disaffezione della Germania, emersa con le dimissioni di tre funzionari tedeschi dal consiglio di amministrazione della Bce e con gli attacchi dei politici tedeschi all’istituzione monetaria europea. Questa ostilità potrebbe avere conseguenze a lungo termine non molto diverse da quelle provocate da tre decenni di euroscetticismo britannico. Potrebbe insomma rivelarsi catastrofica. Perché l’Ue può sopravvivere senza il Regno Unito, ma non senza la locomotiva tedesca.

La mia paura quando è stato lanciato l’euro, circa trent’anni fa, era che la moneta unica avrebbe finito per dividere politicamente l’Unione europea. Ma adesso non esiste un modo facile di uscirne: deve funzionare. I tedeschi devono per forza riconoscere che l’euro sta già funzionando a loro vantaggio, in quanto stabilizza la loro economia nonostante le enormi eccedenze di risparmio. Certo, l’euro non potrà rendere altamente remunerativo tale risparmio in eccesso, perché il mercato non ne ha bisogno. La Germania è presa in quella che si chiama una “trappola di liquidità” globale: con investimenti deboli nonostante i tassi d’interesse estremamente bassi, i risparmi non sono scarsi ma sovrabbondanti.

Quali sono i vantaggi dell’euro per la Germania? Per trovare una risposta si può confrontare l’economia tedesca con quella del paese cui assomiglia di più: il Giappone. Entrambi i paesi sono rinati dalle ceneri della Seconda guerra mondiale come alleati degli Stati Uniti e come esportatori manifatturieri molto dinamici. Sono la terza e la quarta economia del mondo e sono anche secondo e terzo paese a livello globale per età media della popolazione. Il tasso di fertilità della Germania è al 204° posto nel mondo, mentre il Giappone è al 209°. Stiamo parlando quindi di paesi ad alto reddito, relativamente grandi e in rapido invecchiamento, con una forte industria manifatturiera.

Non sorprende che entrambi abbiano anche enormi eccedenze di risparmio privato rispetto agli investimenti. Tra il 2010 e il 2017 l’eccedenza del risparmio privato rispetto agli investimenti è stata in media del 7% circa del Pil in Germania e dell’8% in Giappone. Ma la composizione di questo surplus è stata diversa a seconda del paese: in Germania il 72% dell’avanzo privato complessivo è dato dall’avanzo di risparmio delle famiglie, mentre in Giappone la quota delle imprese è del 76%.

Anche a tassi d’interesse estremamente bassi, gli investimenti privati nazionali sono stati di gran lunga inferiori al risparmio privato. Dal punto di vista aritmetico, i disavanzi fiscali o i flussi di capitale all’estero hanno dovuto assorbire questi risparmi in eccesso, ed è qui che si vede chiaramente la differenza tra i due paesi. In Giappone, il deflusso di capitale netto (per definizione, l’immagine speculare dell’avanzo della bilancia corrente) ha assorbito solo un terzo dell’avanzo privato, mentre il resto è finito nei disavanzi fiscali. In Germania, il deflusso di capitale ha assorbito invece tutto l’avanzo privato, poiché anche il governo ha registrato un surplus di bilancio.

La differenza non sta in una presunta virtù fiscale tedesca, né in un presunto vizio giapponese. Piuttosto, il Giappone è stato costretto al deficit fiscale perché era impraticabile per il paese generare e sostenere un avanzo nella bilancia corrente pari all’8% del Pil, come sarebbe stato necessario. Infatti, il tasso di cambio reale era troppo instabile e i partner stranieri troppo ostili.

La Germania, invece, ha un tasso di cambio reale stabile e competitivo. Quasi il 40% delle sue esportazioni di merci va in altri paesi dell’area dell’euro e su questo piano il paese mantiene più o meno stabilmente la posizione competitiva che ha raggiunto nei primi anni dell’area dell’euro. Inoltre, il tasso di cambio dell’euro riflette la competitività della media ponderata dei paesi che lo utilizzano. Questi vantaggi hanno notevolmente facilitato la combinazione tanto auspicata in Germania di avanzi privati, fiscali e commerciali. L’euro ha fatto funzionare la prudenza tedesca, insomma.

Cosa sarebbe successo se l’economia della Germania non fosse stata protetta dall’eurozona? Il marco tedesco si sarebbe sicuramente apprezzato moltissimo, stavolta in un contesto mondiale di basso tasso di inflazione. Ciò avrebbe spinto l’inflazione interna del paese al di sotto dello zero, danneggiando la redditività e l’andamento delle esportazioni e causando perdite alle istituzioni finanziarie tedesche, con i loro enormi patrimoni esteri. Sarebbe stato impossibile mantenere tassi di interesse nominali fortemente positivi e probabilmente impossibile evitare un deficit fiscale persistente. In breve, l’eurozona ha protetto la Germania dal rischio di divenire un altro Giappone. I tedeschi dovrebbero esser grati per ciò che l’euro ha dato loro, lodare il presidente uscente della Bce Mario Draghi per il coraggio delle decisioni per salvare il sistema, e dovrebbero sperare che la nuova presidente Lagarde segua l’esempio del predecessore.

I tassi di interesse sul risparmio tedesco non potrebbero mai essere significativamente più alti del valore attuale, sia all’interno che al di fuori dell’eurozona. Nell’economia di oggi, l’unico modo per i risparmiatori tedeschi di godere di rendimenti più elevati è assumersi maggiori rischi.

Come paese, tuttavia, la Germania potrebbe contribuire a modificare l’equilibrio tra risparmi e investimenti a livello globale. In un contesto in cui l’economia mondiale rallenta, la domanda estera langue e anche l’economia tedesca mostra segni di debolezza, le possibilità che questo accada sono in aumento. I legislatori tedeschi, e non solo loro, dovrebbero promuovere la spesa pubblica e privata, soprattutto quella per investimenti. Le opportunità sembrano enormi. Inoltre, la possibilità di contrarre prestiti a tassi d’interesse a lungo termine estremamente bassi è un bene, non un male.

Bisogna esser ambiziosi: nell’economia di oggi è l’unica cosa prudente da fare.

Vk, il social russo che accoglie CasaPound & C.

Solo due lettere, ma le più popolari in Russia: Vk. Per esteso “vkontakte”, in traduzione “in contatto”. È il social network più diffuso in Russia ma che arriva anche oltre i confini: è una piattaforma cannibale tutta in cirillico, una piovra incurante della storia, della geografia e delle guerre, perché continua ad essere la più usata in Ucraina ed è anche la piattaforma su cui si sono rifugiati i gruppi di Casapound e Forza Nuova cacciati da Facebook nei mesi scorsi. Fa leva sul retaggio linguistico d’eredità sovietica. Coprendo il bacino dei paesi satellite della vecchia Unione, è diventata un continente digitale da 400 milioni di utenti, una comunità sui cui dati online veglia oggi una cupola di uomini vicini all’ex dipendente del Kgb, il presidente Vladimir Putin.

Vk è la creatura di Pavel Durov, nato a Leningrado nell’anno che ha dato il titolo al romanzo distopico di Orwell, 1984 (il Grande Fratello, una ventina d’anni dopo, Pavel lo incontra davvero quando uomini armati dei servizi segreti circondano casa sua). Alunno delle scuole italiane di Torino dove vive con il padre, professore universitario, nel 2001 decide di tornare in patria per specializzarsi nella stessa scienza del genitore: filologia. È da studente che spia Facebook, medita e fonda la sua compagnia, che eclissa nella steppa russa quella in arrivo dalla California.

Il social in russo varrà miliardi di rubli solo pochi anni dopo, ma Pavel rifiuta le offerte di investitori in nome della sua “resistenza digitale”. Nel 2011 una foto del suo cane è la “risposta ufficiale ai servizi segreti riguardo la richiesta del blocco dei gruppi” dell’opposizione che comunicavano sulla piattaforma durante le elezioni alla Duma. Per il governo è troppo. Un uomo in uniforme bussa alla porta, le divise circondano casa sua. Nel 2014 l’Fsb, ex Kgb, richiederà di estrarre i dati dei manifestanti di piazza Maidan e Pavel sceglie il primo giorno d’aprile, come uno scherzo, per rassegnare le dimissioni. Oggi la Mail.ru è l’unica compagnia proprietaria di Vk, azienda a cui Durov aveva mostrato il dito medio. Vegetariano, astemio, eccentrica lingua lunga. Su twitter si definisce “troll part-time” e scredita la privacy della chat concorrente di whatsapp. Di Pavel sappiamo tutto, contiamo le sfide lanciate a Putin a torso nudo tra deserti e ghiacciai. Ma il segreto in bella vista di Pavel è il suo doppio. Non Durov, ma i Durov: Giano russo.

La faccia in ombra è quella del fratello maggiore, l’informatico geniale Nikolai, matematico brillante, acutissimo programmatore. Pavel ha muscoli e social, Nikolai pochi capelli e formule algebriche. Nikolai è la mente che ha strutturato Vk, la sua velocità e le sue capacità di condivisione di foto, video, film, videogiochi, giornali in entrata e uscita da ogni lato del mondo. È questo bazar di documenti la vera potenza aggregativa di Vk che batte Facebook alla latitudine slava.

Pavel e Nikolai hanno abbandonato la Russia, ma non si sono ritirati nell’agio di un esilio che i milioni gli avrebbero concesso. Prima dell’addio alla patria e un volo verso un lussuoso altrove, hanno sostituito al congedo disperato la grinta della provocazione. I ragazzi nati dietro la cortina di ferro, dal muro di Berlino a quello di Vk, nel 2013 hanno creato il canale Telegram, chat criptata che fa grattare capi dei regimi da Damasco a Pechino, gemella inversa di quella Vk, creatura originaria perduta.

Stragi nazifasciste, segreto sull’accordo che “salva” Berlino

Gli accordi tra Italia e Germania, che penalizzano le vittime delle stragi commesse nel nostro Paese tra il 1939 e il 1944, sono segreti. Renderli pubblici “determinerebbe un pregiudizio concreto e attuale alle relazioni internazionali”. Potrebbero essere inficiati i rapporti tra i due Stati. Lo scrive il ministero degli Esteri, respingendo l’istanza di accesso agli atti presentata dal giudice militare Luca Baiada che intendeva conoscere il mandato che autorizza nei processi civili l’Avvocatura dello Stato a difendere Berlino contro i cittadini italiani che reclamano i risarcimenti per le stragi nazifasciste.

Tra il 1939 e il 1945 si calcolano circa 23 mila vittime di crimini di guerra. Ai loro familiari e ai pochi superstiti ancora in vita la Germania deve circa 100 miliardi di euro per le atrocità commesse durante i rastrellamenti nazisti. Il debito resta insoluto. Vale per gli italiani. E vale anche per i greci che hanno provato a rivalersi sui beni di proprietà dello Stato tedesco in Italia, individuando i crediti che le Ferrovie tedesche, Deutsche Bahn, vantano nei confronti di Trenitalia e di Rfi. La sentenza dello scorso 3 settembre della Corte di Cassazione, che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Berlino, ha fatto ben sperare. Ma il problema è a monte. È in quegli accordi tra Italia e Germania che restano segreti. In quei documenti che assicurano a Berlino la difesa legale di Stato, a spese dei cittadini italiani, contro gli stessi italiani. Per un verso vi sono sentenze che obbligano al risarcimento ma restano inapplicate, per l’altro vi è il ruolo controverso dell’Avvocatura che a partire dal 2008, anno del vertice a Trieste tra l’allora premier Silvio Berlusconi e la cancelliera Angela Merkel, interviene nei processi ora per conto del ministero degli Esteri ora per conto della Presidenza del Consiglio.

Luca Baiada, giudice della Corte militare di appello di Roma, in questo misterioso gioco delle parti sta provando a vederci chiaro. Prima ha condannato in contumacia alcuni militari tedeschi per le stragi di Padule di Fucecchio in Toscana (174 morti il 23 agosto 1944) e di Forlì (42 vittime nel settembre ‘44). Poi, da cittadino, ha intrapreso una battaglia per la trasparenza. L’istanza di accesso civico generalizzato, presentata al ministero degli Esteri il 28 settembre scorso, è la terza. Dopo quelle rivolte alla Presidenza del Consiglio e all’Avvocatura dello Stato. L’esito è sempre lo stesso. I documenti sono secretati. Si è rivolto anche al Tar Lazio, che ha rigettato il ricorso. Tuttavia è stato proprio il tribunale amministrativo a suggerire nella sentenza del 25 giugno un’altra strada da percorrere: “Il ricorrente potrà ripresentare l’istanza di accesso presso le amministrazioni da cui promanano gli atti oggetto della istanza, che nella eventualità valuteranno autonomamente tale istanza”.

Così Baiada ha scritto alla Farnesina. Ma l’istanza è stata respinta: “Gli atti e le informazioni richiesti – si legge nella risposta – contengono, riflettono, servono posizioni oltre che interessi di politica estera del Governo italiano”. Per giustificare il diniego si fa pure riferimento alla sentenza storica della Corte internazionale di giustizia dell’Aia, che nel 2012 si è espressa a favore della Germania in virtù dell’immunità giudiziaria degli Stati prevista dal diritto internazionale. Due anni dopo, però, la Corte costituzionale italiana ha stabilito che le norme sull’immunità giurisdizionale contrastano con gli articoli 2 e 24 della Costituzione italiana (diritti inviolabili e diritto di difesa). A questo, però, il ministero deli Esteri non fa alcun cenno. Gli accordi tra Berlino e Roma restano segreti e non è dato sapere quale governo li abbia firmati. “Sapere chi ha preso la decisione di utilizzare l’Avvocatura per difendere Berlino – denuncia Baiada – è il minimo sindacale di una democrazia”. La contesa infatti non si ferma qui. Chiederà il riesame e questa volta sarà il responsabile della trasparenza del ministero a doversi esprimere.

Alessandra Appiano, l’indagine sulla morte non andrà in archivio

Si dice che “la libertà del paziente viene prima di tutto”. Anche, e soprattutto, quando la libertà può arrivare a spingersi al gesto ultimo, ed estremo, di porre fine alla propria sofferenza, gettandosi nel vuoto. Ma questo principio può non valere se si è ricoverati – pur con decisione volontaria – in una struttura medica.

Perchè il paziente, specie se presenta disturbi della mente, è una persona che va “protetta”, prima di tutto da se stessa. La decisione, inaspettata, è arrivata una settimana fa. Di domenica mattina, così come di domenica mattina se n’era andata Alessandra. Il giudice di Milano Patrizia Nobile ha ordinato nuove indagini sulla morte di Alessandra Appiano. Smentendo il pubblico ministero che aveva chiesto di archiviare il procedimento penale contro ignoti per omicidio colposo, il gip ha così accolto le istanze di Nanni Delbecchi, marito di Alessandra e nostro collega.

Alessandra Appiano, giornalista e scrittrice molto amata, è morta il 3 giugno 2018, mentre era ricoverata nel reparto Psichiatria 1-Disturbi dell’umore dell’ospedale San Raffaele Villa Turro di Milano. Alessandra quella mattina chiede e ottiene il permesso di andare a prendere un caffè al bar interno alla struttura ospedaliera. Invece esce, indisturbata (non è attivo alcun controllo o presidio di sicurezza all’ingresso). Percorre via Stamira D’Ancona, lo stradone dell’ospedale, e 400 metri più in là sale all’ottavo piano dell’Hotel Ramada. Verrà ritrovata con al polso il braccialetto dei degenti e nel braccio l’agocannula per le flebo. Sarà il marito Nanni a dover informare l’ospedale della scomparsa della moglie, con gli infermieri che cadono dalle nuvole: “Di che cosa si preoccupa? Sua moglie è andata a prendere un caffè, sarà tornata in stanza…”. Ma Alessandra in stanza non tornerà più.

Per il pubblico ministeroMaria Letizia Mocciaro e il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano, il procedimento è da archiviare: la decisione di ricoverarsi, per Alessandra Appiano, era stata volontaria (e non obbligatoria), la paziente era dunque libera di circolare all’interno della struttura e godeva di permessi per uscire. Ma è proprio questo il presupposto che, invece, viene ribaltato dalla decisione del gip. Sottolinea l’avvocato Lucilla Tassi, che assiste Nanni Delecchi come persona offesa nel procedimento: secondo il giudice, “anche in caso di ricovero volontario, lo psichiatra ha un obbligo di cura e protezione. Perché il depresso è e resta un malato che si affida a una struttura medica come extrema ratio. E pur se in questa materia è ancora molto difficile ottenere dei processi, questa decisione dimostra che c’è una giurisprudenza nuova che si va affermando”. Il riferimento è a una sentenza della Cassazione in cui si è stabilito che “il medico psichiatra è titolare di una posizione di garanzia nei confronti del paziente, anche se questi non sia sottoposto a ricovero coatto”. Pure i protocolli delle cosiddette “strutture aperte prevedono modalità di protezione e vigilanza”, sottolinea l’avvocato Tassi, “che tengano conto del rispetto della libertà individuale, ma anche della protezione della persona da atti autolesivi”. E il pensiero suicidario, è la letteratura scientifica a dirlo, si manifesta maggiormente proprio nei casi di disturbi della mente come depressione maggiore o sindrome bipolare.

Come il giudice Patrizia Nobile ha affermato, la paziente si è allontanata dalla struttura in condizioni che avrebbero invece dovuto far dubitare della sua lucidità. Il supplemento di indagine, quindi, riguarderà non solo l’ipotesi di omessa vigilanza e l’accertamento di una responsabilità organizzativa della struttura. Ma anche una eventuale “negligenza sul piano della diagnosi e della cura”, spiega l’avvocato Tassi. “Esiste infatti una discordanza tra i dati riportati nella cartella clinica e il diario infiermeristico”, che riferisce invece di una crisi, non segnalata al personale medico, avvenuta l’1 giugno 2018, solo due giorni prima della tragedia. “Come è possibile accordare un permesso di uscita in presenza di tali anomalie?”, si chiede l’avvocato: “Qui c’è stata anche una negligenza dal punto di vista dell’anamnesi e della diagnosi”, come evidenzia la consulenza dello psichiatra Stefano Ferracuti. “La diagnosi della paziente è depressione maggiore e per questo viene curata con farmaci antidepressivi e ansiolitici”, scrive Ferracuti, “ma le anomalie nel suo comportamento potrebbero indicare anche un disturbo bipolare, che andrebbe invece curato con stabilizzanti dell’umore”.

“Alessandra negli ultimi mesi non era più lei”, ha scritto Nanni nel suo racconto-testimonianza, pubblicato su queste pagine il 12 ottobre scorso, “la violenta crisi maniaco-depressiva l’aveva resa irriconoscibile prima di tutti a se stessa. Quale lucidità può avere, di quale volontà può disporre una donna che fugge da un reparto psichiatrico subito dopo aver assunto la terapia, senza alcuna sorveglianza da parte dell’ospedale in cui è ricoverata, e si getta nel vuoto un quarto d’ora dopo aver scritto al marito ‘Un’altra notte difficile, non venire prima delle 12. Baciotti’?”.

Mail Box

Cedu e Consulta a favore di destra e qualunquisti

Da quando la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha rigettato il ricorso dell’Italia e la Corte Costituzionale si è allineata, si sta levando una canea a favore delle loro pronunce. Penso che la cosa potrebbe andare a vantaggio della destra becera di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Sono convinto che oltre ai mafiosi potrebbero avvantaggiarsene i qualunquisti: potrebbero accusare i giudici di essere complici dei mafiosi qualora concedessero loro i benefici richiesti nonostante l’assenza di collaborazione. Quello di cui sicuramente la Cedu non si è resa conto è la specificità e la pericolosità delle mafie italiane. Sarei d’accordo invece sulla costruzione di carceri moderne e civili che favoriscano una differenziazione e politiche premiali per chi vuole cambiare vita veramente.

Franco Novembrini

 

È difficile fermare l’inquinamento fascista

Sono stati 98 gli astenuti sulla mozione Segre, tutti del centrodestra: Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, mentre si è votata l’istituzione di una Commissione parlamentare per indagare su odio, antisemitismo e razzismo, cioè gli ingredienti del fascismo. Per capire, in sostanza, quanti globuli neri ci siano nelle vene del Paese, anche se negati dai politici di destra, ma evidenti negli insulti diretti alla Segre e a chi non abbia i requisiti di conformità catto-sovranista.

Questa astensione senza vergogna ci dice una cosa preoccupante, ma notoria: il fascismo siede in Parlamento, perché è diffuso nel Paese. Non a caso mentre si votava questo provvedimento, si è scoperto che il sindaco di Ascoli Piceno e un parlamentare di FdI avevano partecipato a una cena platealmente celebrativa della marcia su Roma, anche se questi innominabili hanno tentato di derubricare la loro presenza a semplice saluto, dichiarandosi sfacciatamente ignari della natura del convivio.

Fermare l’inquinamento fascista è difficile. Ma tutti gli studi portano a un punto: quando la cultura arretra, odio, razzismo e antisemitismo si estendono. Sono decenni che si penalizza il sistema scolastico e ora gli odi vengono al pettine. Una scuola sottofinanziata è apologia del fascismo.

Massimo Marnetto

 

La Carfagna non conosce bene la storia di Forza Italia

Mara Carfagna, deputata forzista, ha detto: “La mia Forza Italia, la mia casa, non si sarebbe, mai, astenuta in un voto sull’antisemitismo. Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle”. Alla vicepresidente della Camera, che non ama (eufemismo) il leader del centrodestra, Matteo Salvini, qualcuno dovrebbe ricordare che fu il suo Capo, Silvio Berlusconi, a “sdoganare” l’allora fascistissimo Msi. Il Cavaliere dichiarò, nel 1993, che, come Sindaco di Roma, al “piacione” progressista Rutelli avrebbe preferito di gran lunga il camerata, non pentito, Fini, allievo prediletto di Giorgio Almirante. Cioè del fondatore, con Pino Romualdi, del Msi, entrambi obbedienti a Mussolini nella tragica e luttuosa fase della Repubblica sociale di Salò.

Pietro Mancini

 

I giallorosa risolvano insieme i problemi veri del Paese

Chi come me ha ritenuto fin dall’inizio un governo Pd-M5S la scelta migliore possibile ha il dovere di fare lo sforzo di perseverare nonostante i dubbi e il poco entusiasmo, ma per fare ciò ha bisogno di messaggi comprensibili da una politica che invece pare più occupata in operazioni di marketing, come cambi di nome e di simbolo. Per dare un po’ di fiducia al progetto giallo-rosa voglio che si dia una risposta sincera alle questioni che ci colpiscono davvero. La mia vicina di casa si ostina a dire: “I negri rubano” e mi aspetto che la politica le replichi ammettendo di aver lasciato buchi enormi nella legge. Il mio dentista, a una certa ora del giorno, smette di fare fattura non per avidità, ma per cadere in un’aliquota più bassa e pagare meno tasse; e a lui vorrei si dicesse che, nel momento stesso in cui dimostrerà onestà, vedrà tasse più basse. Mio fratello è iscritto da anni al Cpi, inutilmente. È dando risposte costruttive a queste istanze che si crea una narrazione capace di annientare Salvini. Voglio che Pd e M5S parlino con una voce sola; anzi, ho il pieno diritto di pretenderlo.

G. C.

 

Come i topi in laboratorio: siamo senza via d’uscita

Prima festeggiavano i fan del berlusconismo, poi quelli del renzusconismo, ora gli elettori di Salvini. Ma è solo un’illusione pensare di migliorare le cose passando da un fanfarone all’altro. Ormai siamo condannati ad agire come i ratti in laboratorio: se, lasciati senza cibo, si sbranano tra di loro o cadono in uno stato di torpore apatico. Stessa sorte subiranno i popoli sedotti dal pifferaio magico.

Maurizio Burattini

I conti in tasca al clan Agnelli in attesa dei tagli di Super Carlos

Come tutti saprete questa settimana è stata annunciata la fusione tra Fca e Peugeot. In realtà, non è proprio una fusione visto che comanderanno i francesi: nel cda ci saranno 5 membri Fca e 5 Peugeot, ma per almeno un lustro il capo sarà l’ad dei francesi Carlos Tavares, già incensato sui giornali italiani con accenti che vanno dall’epica al racconto erotico. La nuova società automobolistica avrà sede in Olanda – e ci piace qui citare una gustosa analisi di Avvenire – dove “dal 2016 hanno sede sia Exor sia la Giovanni Agnelli BV, la cassaforte che riunisce i diversi rami della dinastia, dagli Agnelli agli Elkann, dai Camerana ai Nasi, dai Rattazzi ai Ferrero di Ventimiglia; in tutto oltre cento persone fisiche, molte delle quali rentier, che sono sempre state abituate a incassare lauti dividendi”. Ecco, la vendita a Peugeot è avvenuta grazie a un premio per gli azionisti di Fca pari a 5,5 miliardi di euro: di questi 1,45 miliardi finiranno a Exor, la parte della Giovanni Agnelli BV è circa 770 milioni di euro (280 milioni toccano a John Elkann, sua sorella Ginevra e i 5 fratellastri de Pahlen azionisti della società Dicembre): “Un affarone se si tiene conto che in Olanda sta per sparire la tassa del 15% sui dividendi”. Ora – appurato che ancora per qualche anno gli Agnelli, gli Elkann, i Nasi e tutti gli altri non avranno problemi a mettere insieme pranzo e cena – prendiamoci qualche minuto per ripensare a quando, qualche anno fa, mentre eravamo distratti, l’Italia ha rinunciato all’industria dell’auto: tornerà utile quando inizieranno le chiusure.

Pd e 5Stelle procedono divisi per farsi massacrare uniti

 

“Lui è uno di noi parla come noi”.

Elettore leghista a Roma

 

“La Lega è nelle strade sempre in ascolto. Si mettano il cuore in pace quelli che mi criticano perché vado a parlare con la gente”.

Matteo Salvini

 

Un famoso scrittore diceva che il successo di un libro è per il dieci per cento ispirazione e per il novanta traspirazione, cioè sudore, impegno, fatica fisica. Qualcosa di simile si può dire a proposito della propaganda di Matteo Salvini, come dimostrano alcuni dati sulla campagna elettorale in Umbria forniti da Linda Giannattasio, giovedì sera a “Piazzapulita”. Salvini fa più tappe, scatta continuamente selfie e del territorio racconta tutto. Zingaretti macina più chilometri ma visita meno paesi, sui social è più istituzionale, saluta dal palco in giacca e camicia. Quanto a Di Maio, che non sia un modello di espansività è risaputo. Ora, nessuno pretende che i capi politici di Pd e 5Stelle si mettano a scimmiottare il leader leghista che, va riconosciuto, nella tecnica del contatto personale con gli elettori (arruolati si direbbe uno per uno) sembra al momento insuperabile. Ma qualche sforzo in più i leader giallorossi, e loro succedanei, potrebbero pure farlo oltre la gelida manina con cui si concedono alle folle, non certo oceaniche, che vanno a osservarli. Soprattutto se a breve dovranno impegnarsi in Emilia Romagna dove si vota il 26 gennaio prossimo (Salvini è già lì che macina selfie) e il cui risultato “vale più di un governo”, come ha detto giustamente Pier Luigi Bersani.

Quasi tre lustri fa il sociologo Luca Ricolfi pubblicò un libro di rara preveggenza dal titolo: “Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori”. Nel quale diagnosticava quattro malattie a un paziente che allora sembrava godere di eccellente salute. Il linguaggio codificato (io sì che la so lunga), il politicamente corretto (tu non devi parlare come vuoi), gli schemi secondari (tu non puoi capire) e la supponenza morale (noi parliamo alla parte migliore del Paese). Oggi, i contrafforti di quella insopportabile boria sono crollati e ciò che resta della sinistra cerca di sopravvivere nel governo con i grillini, inaspettatamente caduto nel piatto Pd dopo il noto suicidio del Papeete beach. Un’occasione irripetibile che la malferma maggioranza può mettere a frutto soltanto cercando di frenare l’emorragia di voti che ha già fatto incamerare al centrodestra buona parte delle regioni della penisola. Con la possibilità perfino, visti i chiari di luna, di uno storico en plein. In casi del genere chi è sotto botta cerca di riorganizzarsi facendo quadrato e, perché no, affrontando l’avversario sul proprio terreno. Si chiama controffensiva ed è ciò a cui Pd e M5S dovrebbero dedicarsi con furore. Come se Bologna fosse una Stalingrado da difendere a ogni costo. Peccato che i Malavoglia di governo passino il tempo a beccarsi, a litigare, a baccagliare su social e nei talk televisivi, con una implacabile propensione a procedere divisi per farsi massacrare uniti. Per essi gli elettori sono come una variabile indipendente dal risultato. Li osservano prudentemente da lontano, in giacca e camicia, impegnati ad annoiarli con discorsi involuti e spesso disconnessi dalla vita reale delle persone. Quel rapporto sentimentale che una volta metteva insieme popolo e partito non c’è più (come da tempo non esiste più la piazza San Giovanni rossa, oggi occupata manu militari dalla destra più destra). Reduci dalla catastrofe umbra i nostri eroi, come se nulla fosse, vagheggiano di tagliare il traguardo della legislatura, mentre ci si interroga se arriveranno a mangiare la colomba pasquale. Perché meravigliarsi se stanno sulle palle agli italiani?

Prestiamo attenzione a Dio nelle nostre strade e lasciamoci cercare

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Luca 19, 1-10).

Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. Gesù conclude con queste parole la sua ospitalità in casa di Zaccheo, l’esattore delle tasse assoldato dai romani invasori. Si tratta di un incontro assolutamente lontano dalla consuetudine, ma tutt’altro che casuale. I pubblicani erano particolarmente odiati dalla gente per l’esosità con cui gravavano di imposte i propri connazionali in favore delle opere pubbliche di Roma; essi erano considerati collaborazionisti politici con gli usurpatori dell’indipendenza d’Israele. Questa disapprovazione generale si esprime in alcune annotazioni che l’evangelista ci consegna: tutti mormoravano per il fatto che il Rabbì Gesù era entrato in casa di un peccatore! e, forse, vi era anche un po’ di invidia nei suoi confronti per la ricchezza accumulata a spese del popolo.

Tuttavia, non conoscendo Gesù corse avanti e salì su un sicomoro. L’ometto incuriosito, dall’alto di una pianta perché era piccolo di statura, voleva spiare tra le fronde Gesù mentre passava tra la folla, in una posizione vantaggiosa, meno esposta all’osservazione di tutti, forse per non sembrare un credulone. Posizione un po’ ridicola per un personaggio di tale portata, ma privilegiata, discreta e isolata rispetto agli altri. È in questo contesto così inusuale che succede l’imprevedibile grazia! Viene chiamato per nome proprio lui, un disonesto e ricco esattore di tasse, quasi vi fosse una conoscenza pregressa e, senza indugio, Gesù gli manifesta che c’è una prossimità nuova da realizzare e vivere: scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. Ha il tenore di una promessa antica, di una mèta raggiunta, che Gesù doveva vivere e che ora si compie perché anche Zaccheo è figlio di Abramo. Non al tempio, ma va in una casa impura dove l’uomo nasce, vive, ama, lavora, spera, muore. Il Signore Gesù attua in Zaccheo quanto si legge nella prima lettura della Sapienza: hai compassione di tutti, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento… perché messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore. Nell’incontro con Gesù, egli scopre di ricevere una forza che gli fa cambiare vita, senza essere alienato da sé. Riesce a leggere tutta la sua esistenza con la verità e la tenerezza con le quali la vede Dio, alla luce di una legge più intima e più esigente. Non c’è bisogno che Gesù lo costringa a un esame di coscienza che, tuttavia, si compie nella profondità del suo essere.

Da chi ha appreso Zaccheo quella norma – do la metà di ciò che possiedo ai poveri… –, così rigorosamente necessaria a riparare l’ingiustizia e a liberarsi dalla ricchezza frutto del male compiuto? L’incontro con Gesù, che è venuto a cercarlo, mette in movimento la coscienza di quest’uomo e lo sprona ad attuare il necessario emendamento interiore ed esteriore, segno che realizza la promessa di salvezza. Prestiamo attenzione al Risorto che passa per le nostre strade ogni giorno e lasciamoci cercare tra i nostri nascondimenti, come ha fatto Zaccheo, per ascoltare anche noi la Parola piena di libertà rassicurante: oggi per questa casa è venuta la salvezza.

* Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche