Il governo non si tiri indietro su tasse “verdi” e virtuose

Al netto del balletto quotidiano, insopportabile, di quello che entra e di quello che esce dalla manovra, dell’approccio un po’ democristiano di voler accontentare tutti – con tanti piccoli provvedimenti poco incisivi (tipo una rivalutazione delle pensioni che porterà in saccoccia ben 3 euro l’anno e manco per tutti i pensionati, da scialare…) – col rischio di non accontentare nessuno, e al netto del racconto strumentale su presunte stangate, il primo dato di fatto su cui bisogna insistere per difendersi dalla propaganda è che la Legge di Bilancio, che arriva in Parlamento la prossima settimana, toglie 26 miliardi di tasse pronte a scattare (23 solo di Iva) e ne mette 5. Toglie, non mette. Il secondo dato di fatto è che è ispirata a principi di coerenza ed equità, che il nostro Paese attendeva da tempo: intanto mantenere le promesse e le cose (buone) già fatte, perché la parola e le persone contano e non si può giocare sulla loro pelle (in questo senso vanno il sospirato disinnesco dell’aumento Iva nel 2020 e la conferma del Reddito di Cittadinanza, Quota 100 e Flat Tax sulle partite Iva); poi aiutare i lavoratori, prima delle imprese (taglio del cuneo fiscale, per rimpolpare buste paga tra le più basse d’Europa); aiutare le famiglie e i redditi più bassi (gratuità degli asili nido, abolizione del superticket, taglio delle detrazioni per redditi più alti, fondi per scuola e ricerca); tutelare l’ambiente e la salute, perché non ci si può riempire la bocca di peana per Greta e insieme ingolfarsi di zucchero, plastica e petrolio (Sugar Tax sulle bevande zuccherate, come hanno paesi civili come Francia, Danimarca, Irlanda, Regno Unito, la Norvegia addirittura dal 1922 e come impone il triste record italiano in Europa di bambini obesi o sovrappeso, uno su tre nella fascia 6-9 anni; Plastic Tax, come stanno facendo tutti i Paesi europei per adeguarsi alla direttiva Ue che, a partire dal 2021, metterà al bando prodotti di plastica monouso; bonus/malus per chi lascia/usa auto e scooter inquinanti); combattere seriamente l’evasione fiscale, abbassando la soglia sull’uso del contante e prevedendo premi per i contribuenti onesti e chi usa pagamenti tracciabili (cashback e lotteria degli scontrini) e punizioni per chi non usa il Pos (non prima di aver tagliato le commissioni delle banche) e per i grandi evasori (inasprimento delle pene e carcere per reati fiscali come dichiarazioni fraudolente), invece del classico ritornello nostrano dei premi per gli evasori (con condoni, scudi, voluntary disclosure, paci fiscali…).

Il terzo e ultimo dato di fatto è la retorica dominante che accompagna queste misure e che negli anni ha soffocato qualunque tentativo di cambiamento verso la civiltà nel nostro Paese: si ripete ossessivamente che è una “manovra delle tasse” di un “governo delle tasse”, che “si usano le imposte come strumento di indirizzo al Paese, persino per agevolare comportamenti virtuosi”, “una strada punitiva” e via a sostenere i soliti grumi di interesse, che sono “sul piede di guerra” e pretendono “una marcia indietro del governo”. E negli anni l’hanno sempre ottenuta, usando il ricatto del rifarsi sui cittadini.

Mi auguro che il governo, per una volta, dica basta e vada a avanti lo stesso. Anche con le tasse, ebbene sì. Se un principio è giusto, è giusto. Se un comportamento è virtuoso, è virtuoso. Punto. Gli imprenditori aumenteranno i prezzi dei prodotti? Prendiamocela con chi lo fa, tuteliamo i consumatori e le imprese serie, non smontiamo una rivoluzione possibile. In un Paese incancrenito come il nostro – lo sappiamo bene – non si riescono a cambiare le cose con le buone. Chi ci ha provato ha fallito. Per un ambiente, un lavoro, una società, un fisco, una vita e un futuro sostenibili, in Italia – ormai è chiaro – ci vogliono (anche) le cattive.

Commissione Segre, il razzista dice no

Il razzismo è un disturbo della personalità. Tende a manifestarsi in una serie di comportamenti socialmente pericolosi, a differenza di disturbi altrettanto gravi come la depressione o la schizofrenia o la perdita di identità. Il razzista si sveglia con il tormento di un pericolo che richiede prontezza e astuzia, la presenza di qualcuno che crede di essere come te o superiore a te e invece è inferiore. Il razzista ha le prove. È inferiore perché non è della tua razza. Però si ostina ad avere i tuoi stessi diritti o si mette, per qualche ragione, più avanti, vantando ragioni che non ha perché non è della tua razza.

Razza è la visione distorta della vita che fa del razzista un malato in quanto altera tutti i suoi comportamenti, fino alla violenza. È sincero un razzista quando dice (come le donne di Casal Bruciato, che hanno appena cacciato famiglie di rom, assegnatarie legali di case popolari) che non hanno agito per razzismo, ma per la giusta ragione che i cacciati sono rom. Tipico della malattia detta razzismo è che il paziente vede la ragione del suo comportamento negli evidenti fatti intorno a lui, non nei suoi sentimenti o pensieri. E infatti se fate il giro del Senato italiano e chiedete a tutti coloro che non hanno voluto votare per la “Commissione Segre” contro il razzismo (circa la metà dei senatori italiani) perché lo hanno fatto, avrete due risposte da ognuno. Una è costruita nascondendo la ragione sotto le mentite spoglie della “libertà di opinione” (non si capisce perché certi inquisiti non abbiano potuto usare la stessa ragione per liberarsi dalla pesante accusa di mafia). L’altra è sempre: io non sono razzista, che, come ho detto, è una risposta sincera perché fa parte della malattia. Aiuta, sia pure in modo rudimentale, una celebre battuta del teatro di varietà anni Cinquanta: “Io razzista? Ma se è lui che è negro!”. A quel tempo tutti ridevano. Adesso è la sola spiegazione di ciò che è avvenuto in Senato.

Liliana Segre è ebrea, dunque non è dei nostri ed è una minaccia. Che cosa fanno gli ebrei , oltre che controllare le ricchezze e i media del mondo? Alterano le opinioni, cambiano le carte in tavola, nascondono i fatti veri per convenienza loro. Uno per uno, tutti gli appartenenti alla destra italiana, dalla più moderata alla più estrema (con l’eccezione di Mara Carfagna e Renato Brunetta), hanno detto no, chi con diffidenza, chi con sdegno, alla mite e civile proposta Segre, una commissione per parlare e spiegare. L’apparente errore di Liliana Segre, che cerca attentamente di stare lontana dal precipizio del razzismo quando diventa follia, lei che è una Anna Frank sopravvissuta, è stato di cercare di allontanare dagli aspetti peggiori del male razzismo almeno alcuni dei suoi colleghi “di destra” al Senato. Ho detto errore apparente perché la senatrice Segre vive l’onore che ha ricevuto e il lavoro al Senato non come un compenso ma come un dovere, con un tono calmo e severo che rivela la chiara visione dei fatti. Il razzismo è sempre fascista. Il fascismo è sempre razzista.

La Repubblica, che pure è nata dalla liberazione di Auschwitz e dalla Resistenza, adesso è retta dal motto infantile e umiliante “Prima gli italiani”, che vuol dire niente merito, niente regole, niente garanzie, niente diritti, tutto spetta solo alla razza giusta. Diventare “razza” per un Paese che, a parte il vergognoso periodo fascista, ha sempre cercato, spesso con successo, di essere prima con la sua creatività e il suo lavoro, vuol dire diventare Orbán e, alla fine, diventare Eichmann, cioè impiegati dei porti chiusi e dei centralini di Stato che non rispondono alle chiamate di aiuto.

Ora sappiamo che tanti, anche in Senato, hanno capito la rotta, e lo dimostra la scrupolosa obbedienza razzista per ogni voto sull’immigrazione. Altri sentono il bisogno di non essere sgraditi al Sultano di Papeete. E il sultano di Papeete ha gridato “è tornata la pacchia” (per dire “sono tornati Soros, gli ebrei e la sostituzione dei popoli secondo il noto complotto”) quando è sbarcata una nave di donne e bambini scampati alla Libia e al mare dopo 12 giorni di attesa. Evidentemente, una volta imboccata la strada del razzismo secondo Borghezio e Gentilini, il percorso non cambia. A suo tempo la Lega ha piegato i primi alleati a chiudere i porti obbedendo agli umori vendicativi di Salvini. Al Senato si sono portati via, soprattutto nella tetra forma del silenzio, nella astensione, nel rifiuto di applausi, la larga parte di coloro che sentono il fascismo alla porta, si sono presi il trans-partito di coloro che fiutano il vento (altrimenti il sindaco di Ascoli Piceno, di Fratelli d’Italia, non avrebbe pubblicamente festeggiato, insieme ai camerati e alla tv locale, l’anniversario della marcia su Roma). Altrimenti non si lancerebbero insulti in aula al deputato Fiano, figlio di un sopravvissuto di Auschwitz (“Sionista!”). In questa nuova Italia allo sbando, molti, anche in Senato, ci tengono a mostrarsi pronti per un futuro di “maschia volontà” (dall’inno fascista Fuoco di Vesta).

Mastella, guerra ai cani (in centro)

No, i cani no. Almeno non in centro, geme il sindaco di Benevento Clemente Mastella. “Se esistono le condizioni di legge cercherò di vietare l’accesso lungo il corso Garibaldi, nel centro storico della città, ai proprietari con i cani” annuncia il veterano della Dc e di mille altre incarnazioni partitiche. Certo, riconosce il saggio amministratore, “l’affetto per i cani e per gli animali è un fatto molto bello. E anche io sono proprietario di un cane”. Però il problema è serio: “Non è possibile che, nonostante la mia ordinanza, molti proprietari girino lo sguardo altrove e non puliscano i bisogni dei loro cani. Questo senso di inciviltà non è accettabile. Tanti, e giustamente, se ne lamentano”. Insomma, è un problema di cacca, troppa, e per di più nel corso principale. Così “valuterò se ci sono le condizioni per vietare l’accesso” ai quadrupedi. Parole che hanno scatenato la reazione del web che, incurante delle difficoltà di un sindaco, ringhia contro “un divieto lesivo di ogni forma di democrazia”. Perché farla è un diritto, anche in centro.

“All’Unicredit spennavano i clienti”. Si indaga per truffa, estorsione, usura

“Ma io sta pratica che devo fare? La devo mandare in sofferenza”. “Se non riusciamo a chiudere questa operazione, vi esce la segnalazione in centrale di rischi”. A parlare è Corrado Loddo, il direttore dell’ufficio Small Business della filiale Unicredit di Reggio Calabria. È lui, per la Guardia di finanza, il principale indagato nell’inchiesta secondo cui le imprese venivano costrette a stipulare mutui chirografari (senza ipoteca) garantiti dai confidi, condizionati a polizze assicurative che benché facoltative, venivano presentate come “obbligatorie” dietro minaccia di non erogare il denaro o di venire segnalati alla centrali rischi della Banca d’Italia.

Polizze che facevano così impennare il costo del mutuo i cui interessi superavano la soglia dell’usura. Ad alcuni clienti sono state presentate conseguenze catastrofiche: “Il dottore Loddo – racconta una delle vittime – ci rappresentava scenari di possibili fallimenti e di sequestro della nostra casa”. Lo scopo era raggiungere gli obiettivi aziendali per il riconoscimento dei premi a Loddo e ai singoli gestori. Anche loro sono indagati nell’inchiesta coordinata dal procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, dall’aggiunto Gerardo Dominijanni e dal pm Nunzio De Salvo.

Nei mesi scorsi, infatti, oltre che a Loddo è stato notificato l’avviso di conclusione indagini a sei funzionari di Unicredit: Raffaele Crifò Gasparro, Giuseppe Morabito, Annalisa Costarella, Francesco Santangelo, Francesca Bonfà e Gerardo Cucinotta. Per tutti l’accusa è associazione a delinquere, truffa, estorsione, tentata estorsione e usura bancaria. La Gdf ha ricostruito i raggiri ai danni dei clienti della banca che, al processo, avranno la possibilità di costituirsi parte civile contro quella che gli investigatori definiscono “una cellula di impiegati di Unicredit”. Il colosso bancario non commenta l’inchiesta ma, secondo i pm, è parte offesa dell’indagine iniziata nel 2012 e andata avanti per oltre due anni grazie alle intercettazioni dalle quali emerge “la febbrile e incessante ricerca di clienti da ‘assicurare’”. “Ne dobbiamo fare altre 37mila euro che sono 5mila euro a gestore”, dice l’8 ottobre 2014 il direttore Loddo spronando i suoi. Quel giorno c’erano gli ispettori di Bankitalia a Catanzaro e il rischio che arrivassero a Reggio era alto. “Andate a casa dei clienti, andate negli uffici – diceva Loddo – sistemate tutte le carte”.

“Vedrai che passeremo un brutto quarto d’ora. Il cliente firma e non sa nemmeno cosa sta firmando”, è un altro stralcio delle intercettazioni. Il riferimento è alle assicurazioni. Ad alcuni è stata fatta firmare più di una polizza, ma in caso di decesso i loro eredi vedranno un solo risarcimento. Loddo lo sa bene ma non gli importa: “Si attaccano al tram”.

Tutti alla corte del notaio sotto inchiesta per estorsione

“La legalità al centro: crescere nel rispetto della legge”, è il tema del Congresso Nazionale del Notariato, che si terrà a Firenze (7 e 9 novembre) e vedrà la partecipazione, alle tavole rotonde e ai dibattiti, del premier Giuseppe Conte, i ministri Alfonso Bonafede (Giustizia) e Nunzia Catalfo (Lavoro), il vicepresidente del Csm David Ermini, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, il procuratore generale di Roma Giovanni Salvi, l’ex magistrato e senatore Pietro Grasso e molte altre illustri invitati. A fare gli onori di casa sarà il neo presidente nazionale Cesare Felice Giuliani, indagato a Roma per estorsione e abuso d’ufficio proprio ai danni di alcuni notai.

“L’esposto nei miei confronti, nasce da un notaio sanzionato, perché ho messo in esecuzione una delibera del consiglio nei suoi confronti, con sospensione dell’esercizio per 5 mesi e con condanna definita in Cassazione – precisa Giuliani –. Non vedo il motivo di lasciare l’incarico di presidente, non ho nulla da nascondere, ho scelto la legalità come tema del convegno proprio perché avendola fatta rispettare oggi mi trovo indagato”.

Il riferimento è al notaio Andrea Mosca, ex magistrato, sottoposto a procedimento disciplinare per “fatture non dettagliate” e “comportamenti frettolosi nella stipula degli atti”. La sospensione è stata confermata dalla Cassazione. Ma lo stesso Mosca nell’ottobre 2015 deposita un corposo esposto in Procura. Racconta diversi episodi in cui lui e altri colleghi avrebbero subito pressioni da parte di Giuliani e due consiglieri (Antonio Sgobbo e Romolo Rummo) affinché si astenessero dall’effettuare atti sulla cessione degli immobili in dismissione di enti pubblici e privati. Quei rogiti, infatti, sarebbero spettati ad altri notai. Il presidente e i due consiglieri avrebbero utilizzato l’organo disciplinare come strumento di minaccia contro i “disobbedienti”.

La Procura di Roma indaga i tre notai per abuso d’ufficio, ma poi chiede l’archiviazione. Lo scorso 27 luglio la giudice Vilma Passamonti rigetta la richiesta, invitando i pm a indagare, stavolta per estorsione, per altri sei mesi. La giudice suggerisce anche di ascoltare alcuni notai romani (Claudio Manzo, Giuseppe Farinella e Pasquale Edoardo Merlino) citati nell’esposto di Mosca, che avrebbero subito “le minacce” ad “opera di Giuliani e Sgobbo tese a costringerli a non stipulare atti relativi alle dismissioni Enasarco e Roma Capitale”.

Quando la notizia della proroga dell’indagine è pubblicata sulla pagine romane del Corriere della Sera, sul sito federnotizie.it (associazione sindacale dei notai della Lombardia) appare un corsivo dal titolo “Di(s)missioni?”, a firma del notaio Domenico Chiofalo: “Probabilmente tutti quelli che hanno letto il provvedimento (del gip, ndr) – scrive Chiofalo – hanno immediatamente pensato ad una parola (ma forse non hanno ancora avuto il coraggio di dirla pubblicamente): dimissioni”.

Nel testo si fa riferimento anche alla decisione di Giuliani di “trattenere varie deleghe importanti” che andrebbero “contro il principio sindacale”. Nel codice deontologico, approvato nel 2008 dal Consiglio Nazionale, è specificato che i notai componenti degli organi di categoria devono “favorire il ricambio delle cariche anche nei casi non previsti dalla legge ed evitarne, ove possibile, il cumulo”.

Fin dal 2006, Giuliani è nel consiglio di Roma, che comprende Velletri e Civitavecchia, e dal 2013 ne è presidente. Eletto nell’organo collegiale nazionale per il triennio 2016-2019, da questa estate è stato scelto come suo massimo rappresentante, carica che terrà fino al 2022. Inoltre è presidente della consulta delle professioni presso la Camera di Commercio di Roma dal 2015. Un cumulo di cariche non indifferenti. “Sono onorato di ricoprire queste cariche – aggiunge Giuliani –. C’era stata la possibilità di fare un passo indietro su Roma, ma essendoci questa inchiesta, si è deciso di andare avanti con il mandato, perché è iniziata con me ed è giusto che termini con me”.

Lo scorso 9 agosto il consiglio nazionale si è riunito per una seduta straordinaria, per discutere del caso Giuliani. Quindici consiglieri su 20 hanno votano per il presidente. “Una larga maggioranza mi ha supportato e invitato a proseguire – spiega Giuliani – con piena fiducia nell’operato e nelle indagini della magistratura”.

In un resoconto scritto da una consigliera e inviato via mail ai notai dell’Emilia Romagna, si spiega che “essendo la notizia stata diffusa” su “un unico quotidiano (peraltro romano)” e “non essendo stata ripresa da nessun altro”, con le dimissioni si sarebbe “rischiato di dare risalto mediatico ad una notizia” a coloro “che, essendo peraltro agosto, non ne avevano presumibilmente avuto alcun sentore”. L’accusa per estorsione, secondo Giuliani, “non imbarazzerà assolutamente né la categoria” notarile, “né gli ospiti del convegno” di Firenze.

Piano salva-Adriatico, il veto italiano alla più grande riserva marina

Arriva il piano d’emergenza per l’Adriatico. Lo presenterà la Commissione europea all’assemblea annuale della Commissione globale della pesca nel Mediterraneo (Gfcm), organo speciale della Fao, che si riunisce ad Atene dal 4 all’8 novembre. Ad approvarlo saranno i 23 paesi della sponda nord e sud, sia membri dell’Ue che extra-Ue. Tutti affiliati alla Gfcm. Il testo è ancora confidenziale, ma il Fatto l’ha visionato. Obiettivo delle misure è contrastare l’allarmante calo del pescato di profondità (o demersale) nel golfo racchiuso tra Italia e Balcani. È questo uno dei mari più sfruttati al mondo: 200 mila tonnellate di pesce all’anno (il 16% dell’intero bacino tra Gibilterra e Suez). Oltre la metà sono sbarcate in Italia. La bozza iniziale includeva la creazione della riserva marina più estesa del Mediterraneo: un’area di 2.800 km quadrati (il doppio di Roma) collocata a 12 miglia nautiche (22 km) dal litorale pugliese, nelle acque internazionali del Canale di Otranto che separa l’Italia dall’Albania. Zona che concentra il 18% delle imbarcazioni e il 13% della produzione ittica di tutta la flotta a strascico della penisola.

A volervi creare il nuovo santuario blu è l’Ong ambientalista MedReact che nel 2018 aveva sottoposto il progetto alla Gfcm, competente a istituire le aree ristrette alla pesca. Il governo italiano si è però opposto, nonostante la restrizione delle reti a strascico nella riserva sia stata concordata con le marinerie più coinvolte: Monopoli e Mola di Bari. Cooperative e armatori operano nell’area con una cinquantina di imbarcazioni, ormeggiate a Brindisi e Otranto e affiancate da qualche unità del Salento. La zona, molto pescosa, è ricca delle specie più minacciate e redditizie: il gambero rosa e il merluzzo nostrano (o nasello). Quest’ultimo, fino al 2011, è giunto sulle nostre tavole per oltre il 40% proprio dal basso Adriatico dove è catturato in quantità doppie rispetto ai suoi livelli di sostenibilità.

I dati dimostrano che la pesca eccessiva, in particolare quella a strascico, compromette non solo la biodiversità adriatica (che contiene quasi il 50% di tutte le specie mediterranee), ma anche gli interessi dei pescatori. Tra il 2004 e il 2015 gli sbarchi di gambero rosa e nasello lungo la costa orientale dell’Italia si sono ridotti rispettivamente del 48% e del 45%. La ricostituzione delle risorse ittiche, secondo gli scienziati, risolleverebbe le sorti della pesca nel lungo periodo, compensando i sacrifici imposti dai divieti nell’immediato. A tal fine MedReact e i centri di ricerca consorziati nella sua iniziativa Adriatic
Recovery intendono salvaguardare gli habitat essenziali. “Il fondale corallifero della riserva di Otranto offre un luogo di nutrimento e riproduzione per tutte le specie commerciali”, spiega Carlo Cerrano dell’Università Politecnica delle Marche. Che aggiunge: “Le forti correnti sottomarine sparpagliano le larve da cui si sviluppano pesci adulti, disponibili per i pescatori nelle zone dove la loro cattura è consentita”.

La scienza vede d’accordo, solo in principio, il governo italiano che deve tutelare al tempo stesso sia le zone di riproduzione, conformemente ai regolamenti Ue, sia l’occupazione in un settore in crisi. E che ha motivato il suo veto col fatto che MedReact non avrebbe coinvolto l’amministrazione e gli operatori. “Abbiamo discusso col governo i dati raccolti per le analisi d’impatto socio-economico richieste l’anno scorso dalla Gfcm, senza ottenere grande collaborazione”, chiarisce Domitilla Senni di MedReact che la scorsa primavera ha inoltre trovato un accordo con le comunità pugliesi che pescano a largo di Otranto. “Non basta incontrare una manciata di pescatori, occorre una concertazione strutturata con le associazioni di categoria”, protesta Gianpaolo Buonfiglio, presidente dell’Alleanza delle cooperative italiane della pesca. Si dichiara, invece, soddisfatto l’armatore monopolese Giuseppe Danese: “Con MedReact abbiamo convenuto che lo strascico nell’area protetta sarà proibito solo sotto i 600 metri, limtando l’impatto negativo, visto che potremo raggiungere il grosso dei gamberi rossi e viola, le specie che vivono più in fondo e che rappresentano circa l’80% del pescato estivo”. Lo scorso maggio MedReact ha presentato la nuova proposta accolta dai pescatori al gruppo di lavoro sull’Adriatico della Gfcm. Ma la delegazione italiana si è messa di traverso insieme all’Albania, forte del suo ruolo di presidente di turno della Gfcm per difendere l’intensificazione delle sue attività di pesca nel Canale di Otranto.

Viste le resistenze italo-albanesi, la Gfcm ha rinviato l’esame della proposta al 2020, sollecitando valutazioni e consultazioni che Roma e Tirana tardano ancora ad avviare. “La proposta non ha finora ricevuto parere favorevole da parte del Comitato consultivo del Mediterraneo (Medac) che riunisce tutte le parti interessate”, commenta Riccardo Rigillo, direttore del dipartimento Pesca al ministero dell’Agricoltura. C’è da precisare che il Medac è un organo comunitario. È quindi illecito servirsene per influenzare (e, quindi, ritardare) le decisioni della Gfcm che è un’organizzazione distinta dall’Ue. Lo ha puntualizzato la stessa Commissione europea in una lettera recapitata, a giugno, a Buonfiglio che è anche presidente del Medac. L’esecutivo di Bruxelles (anch’esso membro della Gfcm) ha tuttavia incassato il colpo di mano tricolore depennando dal piano, da negoziare ad Atene, la riserva di Otranto insieme a quella minore nel Canyon di Bari.

*MobileReporter/European Data Journalism Network

Per i penalisti il nostro appello è “eversivo”. Firme a 53 mila

L’appello su Change.org “no ai permessi premio per i boss stragisti che non collaborino”, firmato da 53.520 persone, sarebbe una “pretesa materialmente, tecnicamente eversiva”. Ha lanciato macigni Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere penali, ieri su Radio Radicale. “Basta leggere l’appello del Fatto Quotidiano contro la sentenza della Corte Costituzionale sull’ergastolo ostativo per comprendere che qualcosa di molto grave sta davvero accadendo nel nostro Paese”. Prosegue: “Sollecitare il Parlamento a una ribellione contro una sentenza del giudice delle leggi e che ciò avvenga nel nome e con le parole di magistrati della Repubblica è qualcosa di semplicemente inaudito”, dice Caiazza. In realtà nessuna ribellione è stata sollecitata, ma semmai un’iniziativa legislativa per disciplinare efficacemente, nei limiti fissati dalla Consulta, la materia dei benefici carcerari per i boss e per i mafiosi che non collaborano con la giustizia. Caiazza però chiede se Presidente della Repubblica e Anm non abbiano qualcosa da dire. E definisce Nicola Gratteri il “vate” per il Fatto e Marco Travaglio “corifeo”.

Evasione e incrocio dei dati. La Francia meglio dell’Italia

Il caso francese parla chiaro. Raddoppiare le pene per chi evade il fisco, sfruttare l’intelligenza artificiale per l’incrocio dei dati e definire nuove regole per le transazioni web sono operazioni che rendono. E anche bene: nei primi nove mesi di quest’anno, Parigi ha strappato all’evasione 5,6 miliardi, il 40% in più rispetto all’anno precedente. Tutto merito di una nuova legge che da ottobre 2018 ha cambiato le regole del gioco istituendo la “polizia fiscale”, puntando sull’analisi dei dati, sancendo il Daspo per i consulenti “complici” della frode e raddoppiando le pene per gli evasori (500mila euro e 5 anni di prigione). Senza contare che, fra le novità più rilevanti, oltre all’elenco degli Stati “non cooperativi”, c’è anche l’obbligo a carico delle piattaforme Internet di trasmettere al fisco il fatturato dei loro clienti-venditori (a partire da 3 mila euro e 20 transazioni l’anno) per evitarne l’uso da parte di professionisti-evasori.

Parigi ha insomma puntato su poche, semplici regole che hanno il merito di funzionare. Ma allora perché non ripetere l’esperimento d’Oltralpe anche in Italia dove sfuggono al fisco un centinaio di miliardi l’anno? “La Francia era più indietro di noi e si è mossa per colmare parte di questo divario – spiega Enrico Zanetti, ex viceministro dell’Economia durante il governo Renzi – Hanno creato una polizia giudiziaria? Noi abbiamo già il corpo civile e quello militare con Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza”.

In effetti, dal 2012 il Fisco italiano ha registrato un progressivo miglioramento nella lotta all’evasione con un recupero di 19,2 miliardi nel 2018. “Il punto è invece l’uso efficiente dei dati dell’anagrafe fiscale e dei conti correnti”, sottolinea Zanetti. Operazione quest’ultima che è riuscita bene ai francesi: secondo la radio francese Europe1, solo sfruttando le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale, le casse pubbliche d’Oltralpe sono riuscite a recuperare 640 milioni attraverso il datamining, cioè l’incrocio dei dati già in possesso del fisco.

In Italia “l’amministrazione finanziaria ha una potenza di fuoco di dati che non è stata sufficientemente utilizzata in questi anni – riprende Zanetti – La fatturazione elettronica è arrivata da poco e quindi ci vorrà un po’ di tempo perché vada a regime. Ma sull’anagrafe dei conti correnti, introdotta da Monti nel 2012, ci sono stati ritardi nell’uso dati ai fini della lotta all’evasione. Tuttavia è indubbio che il futuro della lotta all’evasione è nell’utilizzo massiccio dei dati legati alle transazioni economiche e ai conti correnti che sono completamente nella disponibilità della nostro Fisco”. Secondo Zanetti, solo sfruttando i dati si può “costruire una lotta all’evasione efficace, non continuando a riempire di adempimenti i contribuenti perché siano loro a fare i controlli incrociati gli uni con gli altri”. Sullo sfondo resta poi anche un altro tema che i francesi hanno saputo affrontare: la digital tax e le transazioni con i giganti del web che, salvo imprevisti, saranno tassati anche in Italia a partire dal prossimo anno. In Francia, nel 2019, il fisco è riuscito a recuperare 465 milioni grazie al solo patteggiamento con Google. E cioè l’8,3% dell’intera somma recuperata all’evasione francese sui primi 9 mesi di quest’anno. Non proprio peanuts, noccioline, per dirla alla maniera del presidente Trump.

Amministra e condividi: i sindaci social e il doping delle inserzioni

La dura vita del sindaco sui social: un giorno fai bene, un giorno meno, ma la cronaca delle città è così scandita e rapida che un tweet o un post di un attimo, l’attimo dopo è dimenticato. Resta però l’impatto sugli utenti ed è questo il motivo per cui è così importante per i politici avere un social media manager in gamba. Per capire quanto conta, soprattutto a livello locale, la presenza dei sindaci sui social network si può dare uno sguardo alle dinamiche di casa e a quelle delle altre città europee.

Certo, in questi giorni, il sindaco più famoso online è quello di Messina, Cateno De Luca: è virale il video che lo ritrae in sella a una moto da cross all’interno del Municipio e poi giù per l’androne. Ma allargando sguardo e scala di riferimento, ai più non sarà sfuggita l’accelerata innestata dal sindaco di Milano Giuseppe Sala (Pd), che in questi mesi ha guadagnato quasi 110 mila follower su Instagram adeguandosi al linguaggio meno ingessato e istituzionale della piattaforma e posando quindi con gli occhiali da sole, con vinili in bella vista, col cane, con Marco Mengoni, Jovanotti e persino con l’astro dei dem americani Alexandria Ocasio-Cortez.

Sul filo social che lega le più importanti città italiane da Nord a Sud, ovviamente c’è la capitale. La sindaca del M5s, Virginia Raggi, ha un’audience immensa rispetto agli altri primi cittadini: nella classifica generale dei politici su Facebook, per numero di fan, occupa il decimo posto subito dopo Giuseppe Conte ed è l’unico sindaco che va verso il milione di seguaci, complice chiaramente il fatto che Roma sia la prima città per numero di abitanti d’Italia (sono 2,8 milioni) seguita da Milano (1,4 milioni) e Napoli (960 mila). È infatti il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, a stare dietro alla sindaca pentastellata con poco più di 500 mila seguaci su Facebook.

L’Italia vince nel confronto delle capitali: la Raggi tiene testa ai numeri della sindaca di Parigi Anne Hidalgo, che ha 210 mila follower su Facebook ma un milione e mezzo su Twitter (dove la Raggi è a 424 mila), alla prima cittadina di Barcellona , Ada Colau, che a fronte degli oltre 5,5 milioni di cittadini ha 375 mila seguaci su Facebook, 887 mila su Twitter e 59 mila su Instagram. Potrebbe forse fare meglio il sindaco di Londra, Sadiq Khan, che a fronte di 8,9 milioni di abitanti ha 712 mila seguaci su Facebook, 1,1 milioni di follower su Twitter e 103 mila su Instagram.

Ma come ci stanno questi personaggi sui social network? Per darne un esempio, guardiamo agli ultimi post pubblicati. Sala riserva a Facebook il lato “istituzionale” con le immagini delle onorificenze per i cittadini che hanno reso celebre la città, la presentazione della Milano Marathon, la riattivazione dell’aeroporto di Linate, le immagini dell’iniziativa “Una colazione col sindaco”. Le differenze della gestione di una metropoli del Nord, rispetto a una del Centro Italia o del Sud, si riflettono anche sullo stile e i contenuti dei social network. La Raggi spazia dalla intervista sulle periferie e sul coraggio di chi nel proprio piccolo affronta la criminalità (il caso specifico della barista che si è opposta ai Casamonica) al rilancio degli studi di Cinecittà; dalla riqualificazione di un vecchio deposito dell’azienda dei trasporti all’approvazione dei piani per la riqualificazione della periferia di Pietralata; dal rifacimento di lunghi tratti di pista ciclabile alla gara per l’acquisto di nuovi treni per la metropolitana. Se Milano punta sull’orgoglio, il linguaggio di Roma è legato alla rinascita di una città complicatissima. Più politico, attento alle sfide della disoccupazione e all’agenda è invece il canale del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris: i post più recenti includono la condivisione di una sua intervista all’emittente regionale, la notizia della sua partecipazione al corteo di protesta dei lavoratori della Whirlpool, il sostegno all’apertura della campagna elettorale del sindaco di Reggio Calabria per “far convergere le autonomie”. Vale un’occhiata anche il profilo della sindaca di Torino, Chiara Appendino. Lineare, pulito, leggibile e conciso. Con 209 mila follower, offre spazio all’annuncio degli stanziamenti per la nuova linea della metro, agli eventi del weekend, all’accesso del tennista Berrettini alle Atp Finals di Londra per ricordare che per cinque anni dal 2021 si svolgeranno proprio a Torino, alla stretta sui parcheggiatori abusivi.

Nel quadro politico generale, invece, una delle classifiche più immediate per capire come si muovono le preferenze, soprattutto su Facebook (prediletto perché permette di comunicare con molteplici linguaggi come post, video, cartelli, link, foto e commenti) è il sito politicasufacebook.it. La situazione di inizio novembre ancora una volta vede Matteo Salvini in pole position, sia per numero di follower che per coinvolgimento nelle discussioni (dove è al terzo posto). Al secondo posto, c’è Luigi Di Maio con 2,2 milioni di follower, al terzo Beppe Grillo con 1,1 milioni. Attenzione al doping, però. Se l’attuale ministro degli Esteri risulta non aver pagato neanche un euro per le inserzioni di Facebook così come Grillo e Alessandro Di Battista, non si può dire lo stesso per la quasi totalità dei presenti nella top ten (che appunto termina con la Raggi). Per “ripulire questi numeri”, infatti, si dovrebbe guardare agli investimenti fatti in pubblicità. I dati disponibili, a oggi, riguar-
dano le inserzioni pagate a partire dalla campagna elettorale delle scorse elezioni europee. Ebbene, nell’ordine: Matteo Salvini ha speso 161.608 euro da marzo, 12 mila nella sola ultima settimana; Giorgia Meloni 39 mila, Matteo Renzi 65 mila, Silvio Berlusconi 94 mila. Il Partito Democratico 147.962, il Movimento 5 Stelle 49.999. E ancora, Forza Italia 44.045, Fratelli d’Italia 33.289. Nessun pagamento, invece risulta fatto dai sindaci.

Fratel Biagio a piedi da Palermo a Bruxelles: “Tutti hanno diritti”

A maggio scorso si era incatenato a Palermo, a piazza Anita Garibaldi, dove la mafia ha ucciso padre Pino Puglisi, mangiando pane e acqua per due settimane per protestare contro l’espulsione di Paul Yaw Aning, un migrante regolare che la chiusura dell’azienda in cui lavorava, a Bologna, ha trasformato in irregolare. E da quella piazza, il missionario laico Biagio Conte, fondatore della missione “Speranza e carità”, una vita a fianco degli ultimi, ha deciso di allargare la sua protesta facendo sentire la sua voce in un’Europa spesso distratta a fianco dei migranti e dei valori di integrazione e accoglienza: lo ha fatto partendo da Palermo e percorrendo oltre 1.500 chilometri a piedi, di giorno e di notte, sotto il sole cocente o la pioggia sferzante, accompagnato soltanto dal suo bastone, da un simbolico ramoscello d’ulivo e da una lettera tradotta in sette lingue, inglese, francese, spagnolo, tedesco, polacco romeno e greco: “Carissime autorità e noi tutti insieme dobbiamo impegnarci per contribuire e rafforzare sempre più l’Unione Europea soprattutto nella solidarietà, nell’ospitalità e nell’accoglienza. Una giusta e stabile società non può lasciare indietro i più deboli”, è l’appello del missionario rivolto ai leader europei, accompagnato da un monito: “Attenzione che l’indifferenza emargina e uccide, chiudere la porta produce maggiore povertà, disagio, violenza, destabilizzazione, ingiustizie e guerre. Invece l’accoglienza è integrazione. Abbiamo tutti il dovere di non alzare barriere, ancor peggio muri, noi non siamo fatti per dividere, separare le nazioni ma per unire”.

Un viaggio francescano iniziato a Palermo, sul traghetto diretto a Genova, sulle rotte dei migranti, e proseguito a piedi a Milano, e poi, sempre a piedi, in Svizzera, a Berna, un breve tratto in Germania e infine in Francia, a Strasburgo, dove è arrivato stremato, e dove è stato accolto dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, cui ha consegnato il suo appello ribadendo che “una società che lascia indietro i più deboli non può essere giusta e corretta, prima o poi rischia la destabilizzazione, la crisi, il crollo’’. Sandali aperti ai piedi, saio verde e croce al collo sulla barba folta, fratel Biagio durante il cammino ha incontrato centinaia di cittadini, emigrati italiani, sacerdoti, vescovi, gruppi di preghiera che lo hanno sostenuto e rifocillato lungo il percorso, accogliendolo con baci e abbracci; da tempo i suoi grandi occhi azzurri, specchio di una vita a fianco degli ultimi, riprodotti nelle foto dei servizi di periodici e tv hanno varcato la notorietà palermitana dove ventotto anni fa fondò la sua missione che oggi accoglie oltre 1.100 ospiti nelle strutture gestite da volontari e per la quale ha ottenuto il Premio cittadino europeo nel 2012.

Allora Biagio Conte era il figlio di imprenditore benestante che un giorno decise di cambiare vita, rinunciando agli agi e al benessere di una carriera nell’azienda paterna per dedicarsi agli emarginati e agli ultimi. E oggi, a Palermo, l’unica risposta seria ed efficiente alla povertà dilagante, è proprio la sua missione nei pressi del Policlinico. E il suo viaggio non è finito a Strasburgo: dopo avere visitato la sede Ue in Lussemburgo, incontrando i funzionari europei, è entrato in Belgio, imbattendosi a Liegi in un gruppo di minatori palermitani che hanno costruito una cappella a Santa Rosalia, patrona di Palermo. Il suo viaggio si è concluso a Bruxelles, dov’è arrivato stremato dopo 116 giorni di cammino, con i piedi ormai spaccati dalle pieghe e fasciati dalle garze. Qui, in un convento francescano che lo ospita, ha deciso di riposarsi qualche giorno prima di incontrare al Parlamento europeo rappresentanti di vari partiti, per consegnare loro un messaggio semplice e chiaro: “Tutti hanno diritto a mangiare, ad avere una casa, un lavoro, e questo vale per ogni emarginato, emigrante, immigrato, profugo, in una parola, persona’’.