Su una nave 155 migranti. Roma-Tripoli, ora si tratta

Ci sono altre 155 persone partite dalla Libia su gommoni e soccorse in acque internazionali, probabilmente destinati ad arrivare in Italia. Stavolta però – a riprova di come le partenze dipendano essenzialmente da quanto accade in Libia, anche a prescindere dalle difficili condizioni meteo – non hanno trovato navi delle Ong e nemmeno navi militari, che non ci sono più dopo lo stop alla missione europea Sophia. Sono sulla nave Asso Trenta di Augusta Offshore, che lavora sullle piattaforme petrolifere Mog (società metà Eni e metà libica). Del soccorso ha dato notizia ieri mattina Alarm Phone, il servizio telefonico dedicato ai migranti in difficoltà in mare. Eni conferma: “Sono state seguite scrupolosamente tutte le procedure, sia in termini di assistenza in mare alle persone, sia in termini di segnalazione alle autorità competenti, in conformità con le disposizioni internazionali in materia di flussi migratori e di diritto internazionale in materia di soccorso in mare”. È stato chiesto un porto sicuro all’Italia, deciderà il Viminale, la nave procede verso Lampedusa, ieri sera era in acque italiane e non è escluso che parte dei migranti siano trasportati rapidamente a terra dalla Guardia costiera per motivi sanitari. Viaggia invece verso Taranto, come disposto dal Viminale, la nave Alan Kurdi della Ong tedesca Sea Eye, che ha a bordo da una settimana 88 naufraghi. Sbarcano oggi dopo 36 ore di navigazione in un mare agitato. In base alla Dichiarazione di Malta la Germania e la Francia accoglieranno 60 migranti, il Portogallo 5, l’Irlanda 2.

È scaduto, tra le proteste inascoltate del Pd, delle sinistre e delle organizzazioni umanitarie, il termine per l’azzeramento del Memorandum italo-libico negoziato nel 2017 da Marco Minniti, che sarà dunque prolungato fino al 2023 perché Roma teme un’impennata di sbarchi. È l’accordo che prevede sostegno finanziario e materiale italiano in cambio dell’impegno del governo provvisorio di Fayez Al Serraj di contenere la pressione migratoria a terra e in mare, con tutto ciò che significa per i detenuti – anche aventi titolo per l’asilo – nei centri di prigionia del Paese in cui si è riaccesa la guerra civile. La Farnesina, nei termini previsti dall’accordo stesso, ha notificato a Tripoli le richieste di modifica che attengono al rafforzamento della presenza di Unhcr (Altro commissariato Onu per i rifugiati) e Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) nei 15 centri di detenzione governativi (lì si trovano circa 5.000 migranti su circa 600 mila presenti in Libia). Il testo “può essere cambiato”, ha detto ieri Hassan el Houni, consigliere per i media di Al Serraj, “quando il governo libico riceverà quello che suggerisce il governo italiano, lo studierà e assumerà una posizione”. Al di là delle intenzioni, il governo controlla fino a un certo punto il territorio, tanto che ha dovuto svuotare dei 600 migranti uno dei centri per paura di bombardamenti come quello che ha fatto 53 morti in un altro.

La montagna Green New Deal crea il topolino della manovra

A leggere la manovra, anche se sulle agenzie e nei talk si parla di ambiente come se ne fosse un contenuto fondamentale, si può dire che la montagna del pomposo “Green New Deal” promesso dal governo ha prodotto un topolino da circa 500 milioni di euro nel 2020 e un miliardo l’anno dopo. Per capirci sulle dimensioni del problema, basti dire che le sole richieste degli enti locali contro il dissesto idrogeologico vanno – a seconda del calcolo – da 20 miliardi al doppio. Prima di passare alle polemichette sulla cosiddetta “plastic tax”, innescate dall’ennesima giravolta di Matteo Renzi, bisogna insomma raccontare il topolino che la propaganda politica che in questi mesi ha sfruttato l’immagine di Greta Thumberg e l’impegno di migliaia di giovani vorrebbe “elefante”.

 

Cos’è il Green New Deal, il “Nuovo Patto Verde”?

L’articolo 11 del testo “bollinato” ieri dalla Ragioneria generale è intitolato al “Green New Deal”. Il riferimento è ovviamente al New Deal che il presidente Roosevelt propose agli Usa atterrati dalla grande crisi del 1929: quel patto si basò su un grande programma di interventi pubblici in deficit che – insieme alla spinta dell’industria bellica nella Seconda guerra mondiale – portarono il Paese fuori dal tunnel.

Ecco, del ruolo dello Stato nella versione “verde” italiana non c’è traccia: fondi aggiuntivi per investimenti pubblici non ce ne sono. E dire che, parlando di riduzione dei gas serra e attenzione all’ambiente, le emergenze non mancano: dalle reti – soprattutto quella idrica – all’edilizia pubblica, i margini per efficientamenti del sistema non mancano certo. Dal testo finale, ad esempio, è sparito pure l’accenno alla “realizzazione delle infrastrutture di ricarica dei veicoli elettrici” contenuto nelle prime bozze. Quanto alla mobilità resta solo una robetta a costo zero: lo Stato dovrà comprare o noleggiare per il rinnovo dei suoi veicoli almeno il 50% di mezzi elettrici o ibridi.

E allora cos’è il Green New Deal del governo? All’ingrosso un po’ di soldi che dovrebbero servire a stimolare, attraverso forme di garanzia sui prestiti, progetti privati o misti pubblico-privati che “abbiano come obiettivo la decarbonizzazione dell’economia, l’economia circolare, la rigenerazione urbana”, eccetera. E questo solo se “economicamente sostenibili”.

Il fondo ad hoc creato dalla manovra dura fino al 2023 e vale, per capirci, una piccola frazione dei soldi investiti nel cosiddetto “bonus Befana” per chi paga con le carte di credito: 470 milioni l’anno prossimo, 930 milioni nel 2021 e 1,4 miliardi nel biennio successivo. A questo fondo specifico vanno poi aggiunti altri rivoli di finanziamenti (anche a fondo perduto) o garanzie destinati sempre ai privati: 10 milioni nel 2020 che poi diventano 40 dal “Fondo rotativo per il sostegno alle imprese”, più altri 10 milioni dal Fondo rotativo regionale; 10 milioni nel 2020 e 20 negli anni successivi vanno ai condomìni che effettuano ristrutturazioni che migliorano l’efficienza energetica; infine il 25% dei fondi aggiuntivi della Nuova Sabatini andranno alle piccole e medie imprese per comprare macchinari “a basso impatto ambientale”.

Riassumendo: all’ingrosso 500 milioni l’anno prossimo, circa un miliardo quello dopo, quasi uno e mezzo nel 2022. Avvertenza: gli unici soldi veri sono quelli del 2020 perché, anche nel bilancio pubblico, del doman non v’è certezza, figurarsi del dopodomani. Come impiegarli lo decideranno i ministeri dell’Economia, dello Sviluppo e dell’Ambiente, che dovranno creare “l’organismo competente alla selezione degli interventi”. Come detto, un topolino.

 

I tormenti giallorosa sulla nuova “plastic tax”

Un altro intervento che può essere latamente inteso come ambientale sta invece creando problemi politici nella maggioranza. È la cosiddetta “plastic tax”, un’imposta da 1 euro al Kg per la plastica monouso, che colpirà bottiglie di plastica, ma anche gli imballaggi (buste dell’insalata, vaschette per alimenti, il tetrapak del latte, eccetera). L’idea è che, mentre si fa cassa, il sistema produttivo e della distribuzione si riorganizzi in modo “ecocompatibile”: a questo fine è previsto un credito d’imposta del 10% per le imprese della plastica e degli imballaggi per “l’adeguamento tecnologico” per produrre “manufatti biodegradabili”. Il motivo è che il riciclo non basta: la metà della plastica differenziata finisce comunque negli inceneritori.

La tassa non piace alle imprese e, probabilmente per questo, neanche a Matteo Renzi, che realizza così l’ennesima giravolta visto che, dal governo, si dichiarava arcinemico della plastica imponendo ai supermercati i (più costosi) sacchetti bio e aveva inserito le “tasse verdi” nella sua delega fiscale poi lasciata scadere. Ora, però, ha fondato il partito “No Tax” e tanti saluti a Greta e alla plastica. Ieri gli hanno risposto in batteria dal Pd: “E improvvisamente la plastica non inquina più!” (Andrea Orlando); “Sono tutti ambientalisti con la plastica degli altri” (Enzo Amendola); “In concreto, la plastic tax comporterà che una bottiglietta d’acqua usa e getta costerà 4 centesimi in più” (Peppe Provenzano).

L’ex premier a Riad: la “Davos nel deserto” coi produttori di armi

Un bell’invito non si rifiuta mai. Per Matteo Renzi è una sorta di comandamento e infatti il senatore semplice di Lastra a Signa ha accettato pure quello della monarchia saudita. L’ex premier, che coltiva una seconda attività da conferenziere globe trotter (in genere profumatamente pagato per il disturbo), è stato infatti presente alla “Future Investment Initiative” tenutasi dal 29 e al 31 ottobre a Riad: Renzi, ha scritto il Financial Times, era tra i “cinque presidenti e i capi di alcune delle più grandi banche e industrie di armi del mondo” che si sono ritrovati nella capitale saudita per la terza edizione della cosiddetta “Davos del deserto” (appuntamento che, dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi, non ha più l’appeal di un tempo presso i potenti d’occidente).

Il fondatore Italia Viva però, questo va detto, era tra pari. Il panel dell’incontro “What’s next in economic diplomacy and G20?”, cioè “Cosa accadrà nella diplomazia economica e al G20?” (il prossimo si tiene proprio in Arabia Saudita), era costituito dall’ex ministro degli Esteri del regno e da quattro ex premier occidentali (oltre a Renzi, il britannico David Cameron, l’australiano Kevin Rudd e il francese François Fillon). Il nostro conferenziere, secondo quanto riportata dalla stampa locale, è deliziato da più aspetti del Paese mediorientale: “L’Arabia Saudita è una superpotenza, non solo nell’economia, ma anche nella cultura, nel turismo, nell’innovazione e nella sostenibilità”.

Un po’ inquietante l’accenno del Financial Times ai leader mondiali tra i costruttori di armi: da anni, infatti, l’Arabia Saudita – nel silenzio di gran parte dei media occidentali – conduce una guerra d’aggressione contro lo Yemen in cui ha ucciso migliaia di civili e lo fa, peraltro, anche grazie alle armi italiane (nel 2016 l’autorizzazione alla Rwm Italia Spa a vendere 411 milioni di bombe aeree al regime saudita in guerra arrivò proprio dal governo Renzi). E dire che qualche settimane fa, e per molto meno, invocava sanzioni economiche per la Turchia: “Ciò che sta accadendo in Siria contro i curdi è orrore puro (…) Il regime di Erdogan va fermato. Il blocco delle armi è il minimo sindacale. L’Europa deve subito imporre sanzioni economiche”. Può venire il sospetto che il presidente turco non l’abbia mai invitato.

L’Opa ostile in Toscana: un’altra mina in Regione

“È un’opa ostile per decidere il futuro della Toscana”. Le voci che si rincorrono tra i corridoi di Palazzo Panciatichi, sede del consiglio regionale toscano, raccontano di una strategia partita dalla Leopolda e messa in pratica dopo la batosta di Pd e M5S in Umbria: Matteo Renzi ha convinto due consiglieri regionali del Pd a passare con “Italia Viva” e nelle prossime settimane dovrebbero arrivarne altrettanti e anche un altro paio di assessori, tra cui quello alla Sanità Stefania Saccardi.

Per far partire l’operazione è bastata una telefonata dell’ex premier: “Cara Titti, allora vieni con noi?”. Lei, la consigliera regionale Elisabetta (detta “Titti”) Meucci, ci ha pensato un pomeriggio e poi ha accettato. Stefano Scaramelli, presidente della commissione Sanità che può contare su un cospicuo pacchetto di voti soprattutto nel senese, invece aveva già deciso da giorni: “Una scelta che metto a disposizione e a servizio della visione collettiva della nostra comunità – ha detto ieri Scaramelli annunciando il suo passaggio a Iv – Una scelta forte dove il cuore ha prevalso sulla mente”.

Per formare un gruppo autonomo in consiglio regionale ci vogliono almeno due eletti e quindi è stato lo stesso leader di Italia Viva a spendersi in prima persona per convincere Meucci, già assessore all’Urbanistica a Palazzo Vecchio proprio con Renzi sindaco. Ma il vero terremoto potrebbe arrivare proprio in giunta dove almeno due assessori nei prossimi giorni potrebbero decidere di fare il grande salto: una è Saccardi che ci sta seriamente pensando, mentre l’altro nome potrebbe essere quello alle Attività Produttive, Stefano Ciuoffo.

L’obiettivo dell’operazione però è chiaro ed è quello di replicare in consiglio regionale la stessa strategia che i renziani stanno portando avanti anche in Parlamento. Avere potere di veto (e di ricatto) sulle leggi regionali: la maggioranza è di soli 3 voti e basta un raffreddore a far andare sotto la giunta, visto che i tre consiglieri del Gruppo Misto spesso votano contro la giunta. Scaramelli assicura che non è così (“rafforzeremo la compagine di governo regionale insieme agli altri partiti del centro sinistra”) ma nel Pd i sospetti rimangono. Ma la nascita di un gruppo autonomo in consiglio ha anche un altro scopo, più politico: allontanare ancora di più l’ipotesi di una alleanza alle elezioni regionali di maggio tra Pd e M5S. Se nelle ultime settimane, infatti, i giallorossi avevano trovato punti di convergenza su grandi opere, Olimpiadi a Firenze nel 2032 e rifiuti, adesso è difficile che questo potrà avvenire con la collaborazione dei renziani.

E quindi il Pd si troverà tra due fuochi: scegliere la strada umbra con i 5 stelle (alquanto improbabile dopo le ultime mosse di Luigi Di Maio: “mai più col Pd a livello regionale”) o quella degli ex amici di Italia Viva che con i grillini non condividono niente sui grandi temi toscani a partire dal Tav e dall’ampliamento dell’aeroporto di Firenze passando per la gestione dei rifiuti. D’altronde il diktat al Pd lo dà il neo-renziano Gabriele Toccafondi, ex FI e Ncd e quindi passato “Italia Viva”: “Con il M5S in Toscana non abbiamo alcun punto in comune, quindi lo diciamo chiaro al Pd: o con noi o con loro”.

I giallorosa (e il Colle) in difesa di Conte

Parafrasando uno slogan dei primi anni Duemila, dovremmo dire che un altro governo è (im)possibile: la strana alchimia che in meno di due anni ha fatto nascere due esecutivi di segno opposto sotto lo stesso presidente del Consiglio non si ripeterà più. E la sensazione di essere all’ultimo giro di ballo – su una nave non proprio col vento in poppa – ieri ha definitivamente rotto gli argini dei giallorosa.

A dare la stura è un’intervista di Matteo Renzi, il “guastatore” del governo, che al Messaggero ha lasciato intendere che, per quanto lo riguarda, la legislatura andrà avanti fino alla scadenza naturale del 2023, ma non può garantire che alla guida ci sarà ancora il cosiddetto avvocato del popolo. “A me sta a cuore l’Italia, non il futuro di Conte”, ha tagliato corto il fondatore di Italia Viva. Che, come noto, non perde occasione per picconare dall’interno l’alleanza tra Pd e Cinque Stelle, in particolare ora che è in corso l’esame della legge di Bilancio e Iv ha deciso di intestarsi la patente di partito No Tax.

Stavolta, però, devono averlo preso particolarmente sul serio. E perfino il Movimento – che negli ultimi tempi non è esattamente in sintonia con il presidente del Consiglio – ha sentito il bisogno di replicare a Renzi con toni piuttosto perentori: “Non esiste futuro per questa legislatura se qualcuno prova a mettere in discussione il presidente Conte con giochini di palazzo”. Poco dopo è toccato a Dario Franceschini, capo delegazione dem in Consiglio dei ministri, ribadire l’ovvio: “Repetita iuvant: il governo Conte è l’ultimo di questa legislatura”.

Ma quello che più colpisce, va detto, è la batteria di tweet e agenzie che è partita da Base Riformista, la corrente del Pd guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti, considerata finora il cavallo di Troia dei renziani al Nazareno. Sparano a zero, solo per citarne alcuni, lo stesso ministro Guerini (“Quando in Cdm si è approvata la manovra, i tuoi dov’erano?”), la sottosegretaria Alessia Morani (“Vota e dopo 12 ore fa lo gnorri e fa partire il fuoco amico”) e il deputato Andrea Romano che azzarda paragoni col governo Prodi: “Italia Viva partito di lotta e di governo, stile Turigliatto?”.

Non proprio aria di festa, per di più nel giorno in cui sul Giornale la sondaggista Alessandra Ghisleri stima che il gradimento del premier sia sceso al 35 per cento e quello del governo al 28. La sconfitta in Umbria ha lasciato strascichi anche a palazzo Chigi. La Lega di Matteo Salvini si è presa tutto e non è un caso che i retroscena del giorno dopo – in cui, in sostanza, si diceva che Mattarella non ha intenzione di rimettersi a cercare maggioranze, se cade questa – non abbiano ricevuto alcuna smentita. Un silenzio che si può interpretare come una minaccia per chi “scherza col fuoco” (il Renzi di cui sopra), ma pure come una garanzia per il presidente Conte: chi non vuole tornare al voto dovrà farselo andare bene.

Il capo del governo, ieri, ha preferito non rispondere direttamente al leader di Italia Viva. Piuttosto – visto che Renzi batte sulla manovra – sta studiando una sorta di “interrogatorio pubblico” in cui si augura di dimostrare la bontà delle misure economiche che ha proposto, dall’imposta sulle auto aziendali alle plastic e sugar tax: un appuntamento ancora da definire, in un talk show di prima serata, in cui si confronterà con alcuni direttori dei principali quotidiani.

A palazzo Chigi sono convinti che le minacce giornaliere al governo siano roba da “avventurieri”, che non hanno capito quale sia la posta in gioco. Tant’è, raccontano, che perfino dentro Italia Viva starebbero cominciando a dire a Renzi di non tirare la corda più del dovuto. Il problema è che c’è burrasca pure nel M5S, alle prese con la riorganizzazione interna e con la leadership di Luigi Di Maio assai indebolita. Finora Conte – che non è iscritto ai 5 Stelle, ma è al governo grazie a loro – s’è tenuto lontano dalle lotte intestine, malgrado le pressioni affinché entrasse in partita. Si è speso per l’Umbria, partecipando all’infausta foto di Narni, e subito gli hanno rinfacciato di essersi fatto avanti solo all’ultimo, quando la vittoria era già nella tasca di Salvini. Figurarsi se ha voglia di rimettersi in mezzo: tanto più che la Lega l’ha chiamato in Parlamento a riferire sul parere legale che scrisse prima di diventare premier per una società ora coinvolta in un’inchiesta vaticana. Ci andrà già martedì, per non replicare la fuga di Salvini sul caso dell’hotel Metropol.

M5S, rabbia da Nord: “Basta parlare di tasse, mai alleati con il Pd”

Di Maio sì, Di Maio no. La riorganizzazione, l’assemblea, la segreteria politica. Gli accordi con il Pd nelle Regioni. Lassù, nel Nord dove la Lega gioca quasi da sola, le mille croci del M5S che cerca una nuova strada sembrano parole oscure: alla gente, alle imprese e perfino a loro, ai Cinque Stelle. Perché la crisi di consensi e di identità sopra Roma ha seminato tra i grillini la paura: di sparire. “In questi mesi abbiamo parlato troppo di politica, solo di politica, ma a contare sono i problemi reali della gente” sospira Jacopo Berti, capogruppo in Regione Veneto del Movimento, nonché membro del collegio dei Probiviri, quello che decide le espulsioni.

Un dimaiano da piani alti ma pure di trincea, nel cuore del Nord Est dove nelle Europee di maggio il Movimento è crollato al 9 per cento, dopo che nelle Politiche del 2018 aveva stupito tutti superando il 24. E sembra già un’altra èra. “A maggio siamo andati malissimo” ammette Berti, che non gira attorno ai problemi: “Dobbiamo far capire alla gente chi siamo e cosa vogliamo. E in Veneto l’unica cosa che paga è essere concreti, agire con un piano. L’importante è non cambiare idea ogni cinque minuti”. Troppe svolte? Berti riflette: “Per anni abbiamo aperto sportelli per aiutare la gente vessata da Equitalia, ma ultimamente non ne abbiamo più parlato, sembriamo esserci addormentati sul tema. Invece da queste parti ti chiedono di questo”.

Ecco, ma la manovra? Sta pesando? “Diciamo che non puoi dare l’impressione solo di voler multare le imprese, di voler attingere sempre dagli stessi. Il centrosinistra sta spingendo in questo senso, come al solito”. Per la verità misure come l’abbassamento della soglia del contante sono figlie di Giuseppe Conte…Berti replica: “Qui non l’hanno presa bene”. E ripete, più volte: “Il Movimento deve ripartire dai propri valori e usare parole semplici, concrete”. Magari anche parlare con il Pd, in vista delle Regionali della prossima primavera? “Un accordo con i dem non è neppure un’ipotesi, i nostri attivisti non vogliono neanche sentirne parlare. L’unica possibilità è un dialogo con le liste civiche”. Insomma è muro, totale. Più o meno quello che racconta Ilaria Dal Zovo, consigliera regionale al secondo mandato in Friuli Venezia Giulia: “I nostri attivisti non hanno affatto voglia di allearsi con il Pd, proprio come non avevano voglia di governare con la Lega”. Meglio stare da soli? “Direi proprio di sì, meglio tornare alle origini. E se questo vorrà dire restare all’opposizione, pazienza”.

Ma come sta il Movimento dalle vostre parti, dopo il 9,6 delle Europee? Dal Zovo la mette così: “Una volta Luigi Di Maio ha detto che noi Cinque Stelle siamo quelli delle battaglie impopolari. Ecco, qui in Friuli Venezia Giulia certi temi sono più difficili da portare avanti. Per dire, già con la passata giunta del Pd era stato introdotto un reddito di inclusione e tutto sommato aveva funzionato bene. Ma da noi c’è meno gente che ne ha bisogno. E di sicuro alcune nostre battaglie, come quelle sull’ambiente, non piacciono a certe industrie”. Ma avrete fatto degli errori anche voi, o no? “Di certo ci serve più organizzazione, ormai siamo tanti e spesso è difficile anche solo parlare con Roma, con gli esponenti nazionali. Abbiamo bisogno di una struttura per funzionare meglio”.

Grosso modo quello che chiedono anche dalla Lombardia, l’altro immenso bacino elettorale da 10 milioni di abitanti. Ma Dario Violi – consigliere del Movimento in Regione – batte soprattutto sui contenuti: “La riorganizzazione serve eccome, ma la realtà è che dai territori arrivano istanze diverse e ci sono esponenti di quei territori che sono riusciti meglio a farsi valere. Giancarlo Cancelleri, per dire, è stato bravissimo a portare avanti le richieste della Sicilia. A noi manca questo passaggio: siamo stati penalizzati durante la formazione del governo, c’è stato uno squilibrio totale nella rappresentanza (l’unico lombardo è il viceministro Stefano Buffagni, ndr) e le ricadute sono evidenti”.

Poca rappresentanza, ragiona Violi, equivale a scarso ascolto: “Se decidi di tassare la plastica, devi confrontarti con chi questi temi li conosce: fai sedere le imprese a un tavolo e discuti di un percorso di riconversione. Altrimenti qui, gli insulti li prendo solo io. Sa cosa dicono i lombardi? Che i Cinque Stelle sono quelli che hanno triplicato le tasse per pagare il reddito di cittadinanza a chi non lavora”. E conclude: “Che fine ha fatto l’autonomia? Dobbiamo occuparcene ora che al governo ci siamo noi, altrimenti lasceremo praterie a Matteo Salvini”. L’avversario che non vede l’ora di dilagare ancora di più, saccheggiando anche i 5Stelle.

Anticorruzione, il “trucco” lombardo che l’azzoppa

Come smontare un organismo anticorruzione che funziona, per sostituirlo con un altro più “manovrabile”, minato dalla presenza di consiglieri “incompatibili” e segnato dall’assenza di una consigliera che invece aveva dato ottime prove di autonomia e indipendenza dalla politica. È quello che sta succedendo a Milano, dove il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha sostituito l’Arac con l’Orac.

Non è uno scioglilingua né un gioco di parole. È il modo per liquidare l’Agenzia regionale anti-corruzione (Arac) che aveva tra i suoi consiglieri Giovanna Ceribelli, la commercialista bergamasca che con le sue denunce aveva fatto scoppiare lo “scandalo delle dentiere d’oro”: nel 2016 erano finiti in carcere il leghista Fabio Rizzi e l’imprenditrice Paola Canegrati, detta, appunto, “Lady dentiera”. Ceribelli ha ripetuto per anni che all’agenzia erano necessari poteri ispettivi. Invece di concederglieli, il Pirellone ha azzerato l’Arac e varato l’Organismo regionale anti-corruzione (Orac): esca di scena l’Agenzia, entri in palcoscenico l’Organismo. Costituito il 18 settembre 2018, ma oggi non ancora funzionante. L’avvio è stato difficoltoso, però qualche obiettivo è già stato raggiunto: escludere la guastafeste Ceribelli, terrore dei corrotti e dei funzionari regionali, in forza della norma (ad personam, anzi contra personam) secondo cui nel nuovo organismo non può entrare chi fa già parte di un’agenzia regionale.

Con questa geniale trovata, viene interrotto il lavoro di Arac, impedita la continuità tra Arac e Orac e chiusa la ricerca che Ceribelli stava svolgendo su 960 milioni scomparsi per “mancate riconciliazioni” nel bilancio della sanità regionale lombarda.

In realtà c’è chi fa osservare che Arac, non avendo mai avuto autonoma personalità giuridica, non può essere considerata una “agenzia” regionale. Ma siccome – il gioco di parole continua – si chiama “agenzia regionale”, scatta la norma contra personam e Ceribelli è fuori da Orac.

Il capogruppo del Movimento 5 stelle in Regione Lombardia, Marco Fumagalli, pone un problema più generale: si chiede come l’operato della giunta regionale possa essere controllato davvero da un organismo che non è autonomo e indipendente, ma è di fatto espressione della giunta. L’Orac è infatti composto da nove membri, di cui solo due indicati dall’opposizione. Il presidente, scelto da Fontana, è Giovanni Canzio, ex magistrato della Cassazione ed ex presidente della Corte d’appello di Milano.

Il 2 luglio 2019 la giunta regionale lombarda (Lega più centrodestra) indica sette membri dell’organismo (Mario Forchetti, Umberto Fantigrossi, Maurizio Bortoletti, Arturo Soprano, Alessandro Bernasconi e Attilio Iodice, oltre al presidente Canzio). Due sono indicati dalle minoranze: Stefano Bignamini (dal Pd) e Marcello Crivellini (dai Radicali). I Cinquestelle restano fuori dalla partita perché sostengono Ceribelli, anche con un ricorso al Tar contro la norma ad personam.

Il 9 luglio il Consiglio regionale ratifica le nomine. Ma comincia un incredibile carosello di rinunce, pasticci, incroci e polemiche. Uno dei componenti appena nominati, Attilio Iodice, il 25 luglio comunica alla Regione di non accettare l’incarico perché è un generale della Guardia di finanza in attività e il suo comando non gli concede il permesso di fare un secondo lavoro (pagato oltre 3 mila euro al mese, un compenso “superiore alla retribuzione di molti appartenenti al Corpo di grado inferiore”, scrive l’Ispettorato delle Fiamme gialle).

Il generale viene sostituito da Saveria Morello. Ma lo stesso problema si pone per Maurizio Bortoletti, che è un colonnello dei carabinieri. Il 27 luglio il suo comando di Roma esprime parere negativo al suo ingresso in Orac. Bortoletti – che nel 2013 è stato candidato nelle liste di Fratelli d’Italia – non fa una piega. Risponde mandando il 2 agosto due paginette alla Regione Lombardia, in cui dice che l’agenzia regionale non lo impegnerà troppo, dunque non lo distoglierà dal suo lavoro di carabiniere (nell’ufficio approvvigionamenti: non proprio un incarico investigativo). Dunque accetta la nomina, malgrado il parere del suo comando.

Il 2 ottobre, il presidente Fontana ufficializza la nascita di Orac e chiude l’esperienza di Arac. Ceribelli è fuori. E il carabiniere disobbediente? L’11 ottobre una lettera del ministero della Difesa, da cui i carabinieri dipendono, ribadisce che Bortoletti non è autorizzato a entrare nella nuova agenzia. Ma al Pirellone vanno avanti tutti come se niente fosse successo. Tranne i Cinquestelle, che ricorrono al Tar, sostenendo che la nomina di Bortoletti sia illegittima e che questa renda invalido tutto il collegio. Settimana prossima il Tar della Lombardia si pronuncerà. Intanto la nuova Anticorruzione di Giovanni Canzio parte. O forse no.

L’altro guaio della Camera e il precedente di Verdini

Il senatore della Lega Roberto Marti è preoccupato, ma solo di azzeccare il candidato giusto per spodestare Michele Emiliano dalla poltrona di governatore in Puglia. Non pare impensierirlo affatto, invece, la richiesta dei magistrati di Lecce che vorrebbero tanto utilizzare alcune intercettazioni nel processo stralcio dell’inchiesta Estia in cui il ras salentino del Carroccio è alla sbarra per i reati di tentato abuso di ufficio, falso ideologico aggravato e tentato peculato. Come dargli torto, del resto: sul processo incombe il rischio della prescrizione che ha spinto il gip Giovanni Gallo a sollecitare i presidenti di Camera e Senato a sciogliere il garbuglio giuridico che da 9 mesi impedisce al Parlamento di esprimersi sull’autorizzazione necessaria ai magistrati per usare nel procedimento giudiziario i contenuti della captazioni telefoniche indispensabili a provare le accuse contro il parlamentare. Che avrebbe brigato per far assegnare, in barba alla graduatoria comunale, un alloggio facente parte del compendio di immobili confiscati alla mafia al fratello di Pasquale Briganti ritenuto appartenente al clan omonimo. E siccome ci voleva un po’ di tempo per sistemarlo, Marti, secondo gli inquirenti, si diede pure da fare per trovare una soluzione transitoria, piazzandolo in un bed and breakfast pagato con denaro pubblico in attesa che gli venisse assegnato l’immobile.

Eppure nonostante la Procura di Lecce abbia bussato alle porte della Camera l’11 febbraio scorso, la decisione è rimasta bloccata per 9 mesi. E non è finita: martedì prossimo l’Aula di Montecitorio dovrebbe rimandare indietro gli atti ai magistrati perché rivolgano la loro richiesta a Palazzo Madama. Confermando l’incompetenza a decidere su Marti che non è più deputato ma senatore. La Giunta per le autorizzazioni presieduta da Andrea Del Mastro Delle Vedove, per la verità, voleva risolvere la questione da mesi, se non fosse che nel frattempo il Senato, analizzando il caso analogo di Luigi Cesaro (vedi articolo a fianco, ndr) ha deciso che a decidere deve essere il ramo del Parlamento dove il parlamentare sedeva al momento delle intercettazioni e non quella dove oggi è eletto. Il che ha mandato in cortocircuito Montecitorio che stava analizzando il caso Marti. E dove invece la questione della competenza è parsa fin dal principio di una chiarezza lampante, mentre molto meno chiara è invece sembrata l’impuntatura di Palazzo Madama che fa a cazzotti non solo con la lettera delle norme vigenti, ma pure con i precedenti.

Tra tutti il caso di Denis Verdini del 2013. Cosa era successo in quell’occasione? L’inchiesta in quel caso era sulla P3 in cui l’inventore del patto del Nazareno, ma pure gli ex parlamentari Marcello Dell’Utri e Nicola Cosentino erano accusati di aver agito come un vero e proprio gruppo di potere occulto capace di interferire sul funzionamento di organi costituzionali e della pubblica amministrazione per perseguire i loro interessi. Per non sbagliare i magistrati di Roma inviarono la richiesta di autorizzazione ad usare oltre 120 intercettazioni ritenute rilevanti per la prova delle accuse, sia alla Camera che al Senato. Insomma un faldone ben più complesso del caso Marti con richieste di audizioni degli interessati, sedute dedicate ad esaminarne le memorie scritte, e una per una le conversazioni di cui i magistrati avevano chiesto l’utilizzo. Il nodo della competenza invece venne risolta dopo colloqui informali tra i due rami del Parlamento in poco più di un mese: dal 24 settembre al 30 ottobre 2013. Tanto bastò per stabilire che doveva essere Palazzo Madama, dove Verdini era allora eletto, a decidere sulla richiesta della Procura.

19 mesi e zero risposte: così Cesaro resta salvo

Aspetta e spera. Il senatore di Forza Italia, Luigi Cesaro ha fatto bingo. Perché da oltre un anno e mezzo i magistrati del Tribunale di Napoli Nord non hanno ancora avuto alcuna risposta da Palazzo Madama. A cui si erano rivolti nella speranza di poter utilizzare alcune intercettazioni assai rilevanti per il processo in cui il parlamentare è imputato con un’accusa certo non da poco: aver smosso mari e monti per procacciare voti al suo delfino politico, il figlio Armandino per le elezioni regionali campane del 2015. Mettendo in campo ogni sforzo: promesse di ogni genere, posti di lavoro, commesse e appalti e mobilitando persino i suoi fratelli imprenditori, Aniello e Raffaele Cesaro. Oggi entrambi ai domiciliari (dopo essere stati in carcere per un paio d’anni) per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte infiltrazioni camorristiche nei lavori dell’area industriale di Marano. Per Giggino ‘a purpetta invece la pacchia non è mai finita, tra gli arazzi e i tappetti di Palazzo Madama. Perché le richieste dei magistrati inoltrate a Roma 19 mesi fa rimangono ancora senza risposta.

L’ultimo colpo di scena c’è stato giovedì scorso quando l’aula del Senato ha aggiunto un nuovo capitolo alla pratica che riguarda la richiesta formulata dai magistrati nei suoi confronti: la telenovela era ferma al 29 gennaio scorso quando la Giunta per le autorizzazioni aveva deciso di dichiararsi incompetente a decidere dal momento che Cesaro, all’epoca dei fatti contestati, era deputato e non già senatore. E che dunque il fascicolo doveva essere rispedito al Tribunale di Napoli nord perché, semmai rivolgesse analoga richiesta a Montecitorio. Dove però le mosse del Senato non erano passate inosservate: su input della Giunta presieduta alla Camera da Andrea Del Mastro Delle Vedove, il presidente Roberto Fico aveva preso carta e penna per scrivere alla sua omologa Maria Elisabetta Alberti Casellati e segnalarle che la decisione assunta al Senato era quanto meno problematica: specie nel momento in cui sulla questione della competenza, alla Camera era emerso un orientamento completamente diverso da quello adottato per definire al questione Cesaro. E che avrebbe rischiato di lasciare i magistrati a bocca asciutta in una situazione surreale se non grottesca in cui entrambi i rami del Parlamento erano pronti a dichiararsi incompetenti a decidere sulla richiesta di autorizzazione all’uso delle intercettazioni che lo riguardano.

Dopo il carteggio i due presidenti Casellati e Fico avevano dunque invitato le rispettive Giunte a incontrarsi per cercare una soluzione che non esponesse il Parlamento al ridicolo. Missione fallita, mentre la sabbia nella clessidra continuava a scorrere. Inesorabilmente e inutilmente. Perché poi i membri dei due organismi si erano visti ma ognuno era rimasto della sua idea. Con un ulteriore paradosso: a perorare l’una e l’altra interpretazione contrapposte erano due parlamentari dello stesso partito, Fratelli d’Italia ossia Del Mastro Delle Vedove (per la Camera) e Alberto Balboni (relatore al Senato del caso Cesaro).

Intanto i mesi continuavano a passare e ora, giustamente, si cerca di trovare se non un colpevole almeno l’artefice di questo capolavoro. “Non c’è stata alcuna inerzia da parte nostra” ha provato a spiegare il presidente della Giunta del Senato, Maurizio Gasparri informando in aula e allontanando da sè quanto meno la responsabilità di non averlo potuto fare prima. “Lo scorso 14 giungo ho scritto una lettera alla presidente Casellati per informarla dell’andamento della vicenda che si concludeva così: a mio avviso, sarebbe a questo punto opportuno calendarizzare per l’esame in Aula il documento, al fine di permettere all’Assemblea di conoscere la problematica e di esprimere un orientamento al riguardo; oppure, al limite, di disporre il rinvio dell’atto alla Giunta ai fini di ulteriori approfondimenti”. Poi però la presidente non aveva calendarizzato, almeno fino a giovedì scorso. Quando l’emiciclo ha deciso di rispedire il caso Cesaro in Giunta. E ora? Ora si annunciano nuovi approfondimenti. Avete capito bene. Sentite qui le parole del relatore della pratica Balboni. “Una volta eseguito l’approfondimento, se esso si concluderà nel senso di accogliere la nuova interpretazione proposta dalla Giunta della Camera, a quel punto avanzeremo una proposta di merito e non soltanto di pregiudiziale di rito”.

Plastic Man

Non ancora è certo, ma può darsi che M5S e Pd abbiano finalmente capito che devono tenersi stretto il Conte2 che hanno creato due mesi fa. Il Quirinale ha fatto sapere, nelle consuete forme felpate, che questo è l’ultimo governo della legislatura. Perchè, se l’unica maggioranza alternativa a quella giallo-verde sfasciata da Salvini, quella giallo-rosa, non è in grado di sostenere questo, tantomeno potrà farne un altro (come vagheggiano Renzi e altri avventurieri). Ora però 5Stelle e Pd, dopo aver difeso il governo dalle sgangherate sortite del Cazzaro Rosé perfettamente sintonizzato col Cazzaro Verde, devono concentrarsi sulle molte cose su cui concordano e accantonare le poche su cui dissentono. Per capirci: un governo di emergenza deve tenersi alla larga da tutto ciò che divide la maggioranza e compatta l’opposizione salviniana (tipo Ius Soli, decreti Sicurezza, porti aperti a tutti). E smetterla di inseguire le flatulenze quotidiane di Renzi. I suoi ministri hanno il diritto di presentare le proprie richieste e proposte. Il premier Conte ha il dovere di accogliere quelle accettabili e di ignorare tutto ciò che viene detto fuori dai vertici di maggioranza e dai Consigli dei ministri. Tipo il no di Renzi alla microtassa sulla plastica, peraltro già accettata dai suoi in ben cinque vertici.

L’11 marzo 2014 la maggioranza del governo Renzi approvò la delega fiscale che all’art. 15 prevedeva nuove tasse per orientare le aziende verso la “produzione sostenibile” e rivedere le accise. Poi Renzi lasciò decadere il decreto. Il 5 gennaio 2018 lo smemorato di Rignano difese la sua legge sui sacchetti biodegradabili tuonando: “Combatteremo sempre l’inquinamento ambientale da plastica”. Il 27 settembre scorso s’intruppò in contumacia nelle piazze del Friday for Future: “Le immagini dei ragazzi che colorano di verde il pianeta allargano il cuore. Ora tocca alla politica fare sul serio. Presenteremo un progetto concreto e fattibile. Perché non si può applaudire i ragazzi e poi tornare a far finta di nulla”. Ora è diventato Plastic Man, santo patrono delle lobby inquinanti (ieri il sedicente seguace di La Pira era in Arabia Saudita con i maggiori produttori di armi del mondo), che applaude i ragazzi e poi torna a far finta di nulla, anzi annuncia “battaglia in Parlamento” contro la norma anti-plastica del suo governo. Chi continua a rincorrerlo fa il suo gioco: più si parla di lui, più salgono i suoi compensi di conferenziere a gettone. Plastic Man va ignorato e sfidato, in silenzio, a far cadere il governo. Così, se si andrà alle elezioni e le vincerà Salvini, tutti sapranno chi ringraziare. E ci leveremo dai piedi almeno un Matteo su due.