Ci sono altre 155 persone partite dalla Libia su gommoni e soccorse in acque internazionali, probabilmente destinati ad arrivare in Italia. Stavolta però – a riprova di come le partenze dipendano essenzialmente da quanto accade in Libia, anche a prescindere dalle difficili condizioni meteo – non hanno trovato navi delle Ong e nemmeno navi militari, che non ci sono più dopo lo stop alla missione europea Sophia. Sono sulla nave Asso Trenta di Augusta Offshore, che lavora sullle piattaforme petrolifere Mog (società metà Eni e metà libica). Del soccorso ha dato notizia ieri mattina Alarm Phone, il servizio telefonico dedicato ai migranti in difficoltà in mare. Eni conferma: “Sono state seguite scrupolosamente tutte le procedure, sia in termini di assistenza in mare alle persone, sia in termini di segnalazione alle autorità competenti, in conformità con le disposizioni internazionali in materia di flussi migratori e di diritto internazionale in materia di soccorso in mare”. È stato chiesto un porto sicuro all’Italia, deciderà il Viminale, la nave procede verso Lampedusa, ieri sera era in acque italiane e non è escluso che parte dei migranti siano trasportati rapidamente a terra dalla Guardia costiera per motivi sanitari. Viaggia invece verso Taranto, come disposto dal Viminale, la nave Alan Kurdi della Ong tedesca Sea Eye, che ha a bordo da una settimana 88 naufraghi. Sbarcano oggi dopo 36 ore di navigazione in un mare agitato. In base alla Dichiarazione di Malta la Germania e la Francia accoglieranno 60 migranti, il Portogallo 5, l’Irlanda 2.
È scaduto, tra le proteste inascoltate del Pd, delle sinistre e delle organizzazioni umanitarie, il termine per l’azzeramento del Memorandum italo-libico negoziato nel 2017 da Marco Minniti, che sarà dunque prolungato fino al 2023 perché Roma teme un’impennata di sbarchi. È l’accordo che prevede sostegno finanziario e materiale italiano in cambio dell’impegno del governo provvisorio di Fayez Al Serraj di contenere la pressione migratoria a terra e in mare, con tutto ciò che significa per i detenuti – anche aventi titolo per l’asilo – nei centri di prigionia del Paese in cui si è riaccesa la guerra civile. La Farnesina, nei termini previsti dall’accordo stesso, ha notificato a Tripoli le richieste di modifica che attengono al rafforzamento della presenza di Unhcr (Altro commissariato Onu per i rifugiati) e Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) nei 15 centri di detenzione governativi (lì si trovano circa 5.000 migranti su circa 600 mila presenti in Libia). Il testo “può essere cambiato”, ha detto ieri Hassan el Houni, consigliere per i media di Al Serraj, “quando il governo libico riceverà quello che suggerisce il governo italiano, lo studierà e assumerà una posizione”. Al di là delle intenzioni, il governo controlla fino a un certo punto il territorio, tanto che ha dovuto svuotare dei 600 migranti uno dei centri per paura di bombardamenti come quello che ha fatto 53 morti in un altro.