Vercelli, le donne e la “zozzeria” del potere

Non è la prima volta che Remo Bassini, classe 1956, toscano di Cortona, fa di Vercelli, non troppo frequentata dalla letteratura (con le eccezioni d’un Cagna e di un Faldella), lo scenario di un suo romanzo. Nella città piemontese, spiega, “non ci sono nato, ma sono cresciuto tra la nebbia, che mi è cara”. E di nebbia, una densa nebbia dell’animo, solo sgualcita in questo caso da un impossibile desiderio di amore, ce n’è davvero molta ne La donna di picche(Fanucci-Neroitaliano, pagine 203, euro 13).

Si tratta dell’ultima indagine del suo commissario, Pietro Dallavita, già tormentato protagonista, tra amori andati a male e disperazioni esistenziali, di La notte del santo, pubblicato sempre da Fanucci.

È un’indagine che diventa un viaggio “au bout de la nuit”, al termine della notte, all’interno di una certa borghesia di provincia, ricca di denaro e di potere ma soprattutto di segreti inconfessabili, tra passioni incestuose, suicidi e delitti. Nella nuova storia di Bassini-Dallavita hanno particolare rilevo le figure femminili: donne di cuori, intanto, e una donna di picche, “quella che non arriverà mai”. Con la memoria di altre donne, come una maestrina vercellese che agli inizi del Novecento era dalla parte delle mondine in sciopero per le otto ore, a testimoniare un’altra Storia, un’altra umanità.

Nel libro emerge poi il ritratto sentimentale di Vercelli, tra le sue nebbie e le sue risaie, dove “la storia si respira camminando per le vie, la geografia è invece un dato di fatto: Vercelli è una città che sta al centro”, non soltanto perchè è a un’ora da Torino e una da Milano.

È la città in cui Bassini ha fatto a lungo il cronista e poi il direttore di La Sesia, un giornale libero che, agli inizi degli anni Novanta, si batté contro la corruzione politico-affaristica. Arrivavano allora, negli uffici del direttore Francesco Brizzolara e del cronista Bassini, gli inviati da fuori (come Marco Travaglio e chi scrive), e si cementavano indagini giornalistiche sulla Mani Pulite locale, tensioni morali e amicizie ai tavoli del ristorante Vecchia Brenta, nel cuore antico di Vercelli, e nei caffè di piazza Cavour.

Anche in La donna di picche, come in un altro romanzo di Bassini, Lo scommettitore, la “parte oscena del potere”, come Travaglio scriveva di quest’ultimo libro, porta a galla “le nostre zozzerie quotidiane”. Non ci sono mai vincitori o vinti. Resta però la memoria di chi cerca un po’ di verità e di giustizia.

La “sicurezza”, oggi come ieri: lo status quo dei padroni

Trecentotrenta pagine su una sola opera d’arte: in un godibilissimo libro non (solo) per specialisti, ma rivolto programmaticamente a tutti. Paradiso vista Inferno. Buon governo e tirannide nell’Affresco di Ambrogio Lorenzetti (appena uscito per il Mulino) è l’ennesima prova che Chiara Frugoni, la più insigne tra i nostri storici del Medioevo, è anche tra i rarissimi studiosi italiani capaci di comunicare a tutti la sua conoscenza.

Frugoni legge letteralmente ogni figura delle tre pareti affrescate intorno al 1338 da Ambrogio Lorenzetti nella Sala della Pace del Palazzo Pubblico di Siena. È uno straordinario esercizio di filologia, nel senso che a questa antica parola dava Friedrich Nietzsche: “Fa anche parte del mio gusto non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente ‘frettolosa’. Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore essenzialmente una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, diventare silenzioso, lento, essendo questa un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai. È proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del ‘lavoro’, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol dire ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo: per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità”.

Questa lettura lenta – ancor più rivoluzionaria, nell’epoca di twitter – è il frutto di un lunghissimo esame autoptico dell’opera, cui hanno partecipato i massimi specialisti del pittore: spesso issandosi su un trabattello per vedere da vicino la pittura, come ha fatto lo storico dell’arte Alessandro Bagnoli, tra i curatori della mostra che l’anno scorso ci ha finalmente restituito l’immagine artistica di questo gigante del Trecento italiano. Grazie a questa mancanza di fretta, Frugoni scioglie una serie di questioni fin qui eluse o fraintese. Ora sappiamo cosa rappresenta l’insegna di una locanda, cosa maneggia il cambiavalute, e qual è il significato della Pace che dà l’ulivo ai vinti. E abbiamo finalmente capito cosa fosse la bottega segnata da grandi piatti di ottone. Piccole grandi conquiste ermeneutiche dovute alla straordinaria intimità di Chiara Frugoni con la vita quotidiana del Medioevo europeo.

Accanto alla comprensione di infiniti dettagli, colpiscono le acquisizioni generali. Abbiamo finalmente la certezza che la città rappresentata nella parte del Cattivo Governo (o della Tirannide, più correttamente) è proprio Siena (vista dalla Piazza del Mercato, esattamente). E dunque è evidente che i committenti (i Nove borghesi che in quel momento governavano la città) volevano rappresentarsi come l’ideale buon governo che rende tutti sicuri e felici, ma anche ammonire circa il fatto che ogni cambio di regime non avrebbe potuto che sprofondare Siena in un regime autoritario e in un caos sociale. Il senso era semplice: TINA, There Is No Alternative allo stato delle cose (per usare il motto di Margaret Thatcher e del liberismo che ancora schiaccia il nostro mondo). Non è un commento arbitrario: nella sua ultima frase Frugoni, cita Jean-Pierre Vernant: “Noi poniamo all’oggetto dei nostri studi le domande che il presente pone a noi”.

E dunque colpisce che il particolare più terribile del ciclo sia quello oggi anche più attuale: l’allegoria della Securitas (la Sicurezza!) che vola su Siena portando in mano il patibolo da cui pende il corpo di un impiccato. Impossibile non pensare alla retorica di Minniti e Salvini. E impossibile non pensare, con santa Caterina da Siena, che “questi cotali mantengono la giustizia solo ne’ poverelli, la quale spesse volte è ingiustizia: ma né grandi no, cioè di quelli che possono alcuna cosa. Non è giusto, e però non tiene la santa e la vera giustizia”.

L’editoria fa uso di doping. Vendite gonfiate ad arte

C’è qualcosa che sta accadendo nell’ambito della comunicazione editoriale e che è numericamente facile da provare: un fenomeno preoccupante di millanteria, di intellettuale celolunghismo. Provo a fare un esempio che è solo la punta dell’iceberg.

C’è uno scrittore che stimo, del quale ho letto alcuni romanzi con piacere (e in un caso, con ammirazione). Si chiama Edoardo Nesi e ha recentemente pubblicato un libro dal titolo La mia ombra è la tua.

La casa editrice che lo pubblica, La Nave di Teseo, compra una pagina de La Lettura del Corriere della Sera la settimana nella quale è uscito il libro di Nesi, inserisce la copertina, qualche strillo accattivante e appone un bollone rosso con su scritto: 2 edizioni 20.000 copie in una settimana.

Nel 99 per cento dei casi, con 20.000 copie di solito uno è primo in classifica. Invece Nesi non compare fra i primi 20 di narrativa italiana. Allora controllo meglio e trovo i dati di vendita della prima settimana de La mia ombra è la tua: 346 esemplari.

Dopo quattro settimane, il libro di Nesi ha venduto in totale circa 1.500 copie.

Ora, cosa spinge un editore a fornire una comunicazione così tossica? Devo forse credere che la Nave di Teseo abbia stampato 500 copie per la prima tiratura di un ex premio Strega e poi abbia poi fatto una ristampa di altre 19.500?

In quella cifra nel bollone, in quel Xmila c’è tutta la schizofrenia di un’editoria ipertrofica che pubblica troppi titoli e inganna prima di tutto se stessa.

Un’editoria ipocrita, alla quale è il caso di gridare che è nuda.

Sempre sul Corsera di qualche giorno fa, in prima pagina, l’annuncio delle due edizioni di Bianca Berlinguer per Storia di Marcella che fu Marcello, di nuovo La Nave di Teseo. Uscito da tre settimane, il libro di Berlinguer non ha ancora raggiunto le 1.000 copie.

Occhio che il vizio di esporre e pubblicizzare il numero di copie (eventualmente) stampate, provando a confonderle con quelle vendute, non appartiene solo alla Nave. Quasi tutti i grandi editori cadono in tentazione. Stessa storia con le ristampe.

Vedo amici che hanno scritto romanzi d’esordio e sui social postano lieti e fieri le foto delle loro ristampe. Anche in questo caso controllo, siamo sempre intorno alle mille copie vendute dopo mesi, a volte sotto. Non so se per un grande editore c’è da festeggiare.

E soprattutto mi chiedo se Nesi, Berlinguer, i miei amici siano al corrente della realtà numerica delle loro vendite.

Perché in effetti coloro che scrivono sono i primi a patire il mistero delle vendite. Chi lavora in una casa editrice ha una sorta di tabù: mai parlare con l’autore delle copie vendute settimana per settimana. Perché quel numero è lo scoglio contro cui si vanno a infrangere i sogni di gloria di ciascuno scrittore. Da nessuna parte è scritto che per gli scrittori sempre allegri bisogna stare.

I libri vendono poco, si dice. Vero per molti, per altri no.

Quest’anno chi ha venduto tanto è stata Stefania Auci con i suoi Leoni di Sicilia (Nord), che ha superato le 200 mila copie, e poco più di lei ha venduto il premio Strega Antonio Scurati con M. Il figlio del secolo (Bompiani). Gli altri quattro finalisti del premio si attestano su cifre onorevoli fra le 15 e le 55 mila copie.

Il premio Campiello Andrea Tarabbia – con Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri) – è alla quinta ristampa, ma ancora sotto le 10 mila copie, e non sarà facile avvicinarsi al successo dello scorso Campiello, Le assaggiatrici di Rosella Postorino, che invece ha superato le 125 mila copie.

Abbondantemente sfondato il muro delle 800 mila copie da quando è uscita L’amica geniale di Elena Ferrante (e/o), mentre gli altri tre volumi della quadrilogia si aggirano fra le 300 e 400 mila copie.

Sono cifre che significano una diffusione tale da superare la nicchia, un inserimento nell’immaginario collettivo che va oltre gli addetti ai lavori.

In classificasalta agli occhi la presenza massiccia della scuderia Sellerio: Andrea Camilleri, Antonio Manzini, Gianrico Carofiglio, adesso anche Maurizio De Giovanni sono ben posizionati con più titoli, che nella gran parte dei casi hanno superato le 100 mila copie di vendita. Nell’ambito del giallo anche Alessia Gazzola ha ben otto romanzi che vendono settimanalmente fra le 100 e le 300 copie, e molte vicende dell’Allieva (Longanesi) hanno superato le 30 mila copie. Prova a inserirsi nel club Mariolina Venezia, con la saga di Imma Tataranni.

Dopo il successo della fiction televisiva, l’autrice lucana ha quattro titoli in classifica. Il suo ultimo Via del Riscatto dopo un mese sfiora le 3.000 copie. Per ora Einaudi non ha pubblicizzato nessuna ristampa con il bollone rosso.

I neonazi dilagano, Berlino se ne accorge solo ora

Il governo tedesco vuole dare un segnale forte dopo l’attacco alla sinagoga di Halle: contro l’estremismo di destra, tolleranza zero. E per questo ha varato un piano in 9 punti “per combattere l’odio, l’estremismo di destra e l’antisemitismo”, si legge nel documento sul sito del ministero degli Interni. Lo scopo è riprendere in mano la situazione e contrastare i 24.100 estremisti di destra presenti nel paese, 12.700 dei quali ritenuti violenti e pericolosi (secondo i dati dei servizi segreti per il 2018), un 2% in più rispetto all’anno precedente. Lo prova anche il fatto che ieri a Dresda è stato proclamato uno “stato d’emergenza nazismo”: una delibera del Consiglio comunale ha messo in guardia sul fatto che “atteggiamenti antidemocratici, anti-pluralisti, contrari all’umanità, di estrema destra e che arrivano fino alla violenza vengono apertamente alla luce a Dresda in maniera sempre più forte”. Soprattutto in rete, come ha dimostrato il caso dell’assassino di Halle, cresciuto ed educato all’odio via Internet.

“La rete non è un luogo senza legge” ha detto la ministra della Giustizia, Christine Lambrecht (Spd) presentando il piano del governo. Per farla rispettare il primo passo è l’uscita dall’anonimato. L’identificazione degli ‘hater’, di coloro che diffondono odio, dovrà essere semplificata. D’ora in poi i social network come Facebook o Twitter avranno il dovere di trasmettere all’Ufficio federale criminale (Bka) gli indirizzi Ip degli utenti che usano le loro piattaforme per veicolare minacce di morte o incitamento all’odio. Una portavoce di Facebook ha fatto sapere che le richieste per i reati d’odio avranno d’ora in avanti una corsia preferenziale. Non passeranno più per la procedura di assistenza legale Mlat, ma verranno evase in pochi giorni. Nel codice penale tedesco saranno poi colmate le lacune normative sui reati motivati dall’odio, in particolare si farà attenzione a reati come l’incitamento all’odio, l’insulto razzista e l’invito a commettere reati via Internet. Il piano inoltre prevede di migliorare la protezione degli amministratori locali. Il riferimento è all’omicidio di Walter Luebcke il 2 giugno scorso, l’amministratore della Cdu di Kassel ucciso da un estremista di destra per le sue posizioni sui migranti. Prima di essere ammazzato Luebcke era stato perseguitato per anni da minacce di morte anonime. Estremisti fuori e migranti dentro? Pegida, il movimento alla destra dell’Afd, non glielo perdonò e gli recapitò il conto. Per migliorare il controllo sull’estremismo di destra il governo tedesco punterà non solo a rafforzare i servizi di sicurezza (BfV), ma inasprirà la legislazione sul “ciclo vitale delle armi” per evitare l’immersione nell’illegalità e il passaggio di mano. L’assassino di Halle, per esempio, si era procurato le armi nel deep web in modo del tutto anonimo. Inoltre sarà vietato a membri di associazioni “al limite” dei dettami costituzionali di entrare in possesso di armi. In questo caso l’implicito riferimento è ai “cittadini del regno”, il movimento di estrema destra che non riconosce la Repubblica federale tedesca. Tra i 15.600 “Reichsbuerger”, infatti, è abitudine stipare la casa di armi, come raccontano i casi di cronaca degli ultimi anni. Che si chiuda il cancello dopo che i buoi sono scappati? Dopo che i social media si sono trasformati in “far west” usate dai filo-nazisti per le loro scorribande? C’è chi lo pensa, anche nel partito conservatore.

Un’altra “Manada”: “Se lei è incosciente non è violenza”

Non fu violenza, ma abuso sessuale, seppure continuato. Il Tribunale di Barcellona ha condannato con pene che vanno dai 10 ai 12 anni un gruppo di sei giovani che abusarono di una ragazza di 14 anni a turno, tenendola rinchiusa in una fabbrica abbandonata di Torre d’en Vinyes de Manresa (Barcellona) dopo una festa di Halloween nel 2016. La motivazione del giudice? “La vittima aveva fatto uso di alcol e droghe, quindi era incosciente e di conseguenza non sapeva neanche cosa stesse facendo”.

Fu il suo stato dunque, secondo il giudice, a permettere ai condannati di agire “senza necessità di usare alcun tipo di violenza o intimidazione”, non le loro intenzioni criminali di violentarla. La sentenza, la seconda di questo genere in Spagna – dopo il caso noto alle cronache come la Manada: la banda di Pamplona che durante la festa di San Firmino aveva violentato un’altra minorenne, condannata solo in terzo grado per il reato di violenza carnale – riapre il dibattito nel Paese sulla modifica del Codice penale. “C’è bisogno di chiarire i tipi di reato, riscrivendo in modo più comprensibile il Codice, perché è questo a generare confusione”, risponde al quotidiano El Mundo la presidente del Tribunale di Navarra, Esther Erice, che spiega: “Prima del 1995 un reato come questo di Manresa sarebbe stato classificato come violenza. Oltretutto – chiarisce – in questo caso ci sono tre aggravanti: penetrazione, violenza di gruppo e il fatto che la giovane fosse minorenne”. “Non c’è storia – sostiene Erice – senza consenso, è aggressione sessuale. Da qui, si può graduare la pena. Ma la base deve restare l’aggressione sessuale”. Eppure, non è così che ha disposto un altro Tribunale spagnolo per la seconda volta in due anni, nonostante la vittima in questione abbia anche testimoniato che nella fabbrica dove rimase chiusa per volere del capobranco, Bryan Andres, che chiamò dentro gli altri per abusare di lei per 15 minuti a testa, “girava una pistola, con la quale mi minacciavano”. Nell’udienza successiva si stabilì, invece che a “impugnare ciò che sembrava una pistola” fosse in realtà un altro componente della banda, tale Marco Antonio. A ogni modo ci fu intimidazione. Ma di tutto questo il Tribunale di Barcellona pare non aver tenuto conto avendo anche assolto tutti gli imputati dal reato di “minaccia”. Oltre alla beffa, c’è il danno: la Corte ha stabilito un risarcimento per la vittima di 12 mila euro, considerando che “l’attacco all’integrità sessuale della vittima fu estremamente intenso e particolarmente denigratorio e che, inoltre, è stato inferto a una minore senza fissa dimora. Risarcimento oltremodo risibile. La ragazza infatti – seguita già prima della violenza dagli assistenti sociali per via della sua difficile situazione familiare che l’aveva portata a vivere con sua nonna e poi a entrare e uscire dai centri per minori – secondo gli psichiatri “ora ha paura anche a uscire di casa, ad andare a scuola e soffre di attacchi di panico”.

La sentenza, definita “oltraggiosa” anche dalla sindaca di Barcellona Ada Colau, non è definitiva. Oltre alla difesa, che ha già dichiarato che presenterà ricorso chiedendo l’assoluzione, sono le associazioni femministe spagnole a giurare di alzare di nuovo – come nel caso della Manada – un polverone mediatico in strada e sui social, sperando che come in quel caso, il prossimo giudice riveda la pena, classificando anche questo reato come violenza e non solo come abuso. Ma – soprattutto – si spera che dopo le promesse del governo socialista uscente di riformare il codice penale, l’esecutivo che uscirà dalle urne del prossimo 10 novembre porti davvero avanti il nuovo disegno di legge “affinché la distinzione tra abuso e violenza non sia lasciata alla interpretazione del giudice, ma che sia chiaro che solo sì è sì”, sostiene Lucía Avilés, fondatrice dell’Associazione delle donne giudici spagnole.

Tell Tamer, crocevia della morte

Tre bandiere sventolano in mezzo alla rotatoria, a dominare la piazza. Sono i simboli dei curdi e di quello che hanno costruito in questi sette e più anni. Sono i vessilli delle unità di protezione del popolo e delle donne, e delle Forze Democratiche Siriane: il cappello che racchiude l’alleanza tra i curdi, gli arabi, e tutte le altre minoranze della zona. Uniti prima nella lotta contro Isis, poi nella costruzione di un autogoverno, e oggi contro la Turchia. Questo rondò è uno dei punti più importanti di Tell Tamer, un crocevia di strade che portano nella maggiori città del Nordest della Siria. Si passa da qui per andare ad Ovest, per Ain Issa, Kobane, Raqqa, Manbij. Oppure verso Nord, direzione Serekanye, il confine. A Est si va Qamishli, a sud Hasakah. Controllare questa piccola città vuol dire avere il potere di spaccare in due il Nordest della Siria.

È per questo che i turchi spingono da Nord, ogni giorno cercando di avvicinarsi. Invadono i villaggi con colpi di mortaio e l’aiuto dell’aviazione, spesso prendono di mira le case dei civili, facendo un massacro. Le milizie assoldate da Ankara hanno carro armati e vetture blindate senza bandiere. E non sono così lontani. In alcuni punti cinque chilometri, altri nove. Dipende dalle linee del fronte, e a volte dalle ore.

I çetta (sono chiamati così i miliziani della Turchia) non combattano veramente le Fds: lanciano attacchi con armi a lungo raggio, evitando il confronto diretto. L’andamento dell’avanzata si vede anche dagli arrivi nell’ospedale di Tell Tamer, dove vengono portati i feriti più gravi.

Seduti sul marciapiede di questa rotatoria, davvero si vede passare il mondo. In un pomeriggio sono transitati due convogli di americani, con una quarantina di mezzi, direzione Kobane. Poi i russi, verso Hasakah. Il regime verso Nord, e quindi le Fds, impegnate sulla prima linea del fronte, mentre le Saa-Syrian Arab Army controllano le retrovie. Se si alza lo sguardo, passano aerei, elicotteri, alcune volte droni. Spesso sono gli americani che scortano le loro truppe di ritorno nelle vecchie basi. Un’ironia amara per tutta la popolazione civile.

Il ritiro dei mille soldati dal Nordest della Siria ha dato il via libera all’incursione della Turchia che, in 24 giorni di offensiva, ha fatto quasi mille morti, e oltre 4mila feriti (fonte Fds). Gli sfollati sono più di 300.000, un’emergenza umanitaria che si somma a quella di otto anni di conflitto, e che arriva quando lo spiraglio della pace sembrava a portata di mano. E ora a meno di un mese di distanza dall’annuncio di Trump su Twitter, gli americani sono tornati quasi con lo stesso numero. Fonti ufficiali parlano di 900 soldati, gli analisti militari pensano che alla fine saranno di più. Sia come sia, il risultato non cambia, perché in questo mese tutto è stato stravolto. Il Rojava, e il Nordest della Siria, è stato spartito. Da una parte la Russia che ha preso il controllo militare di Manbij, e con il regime anche Kobane. Poi la Turchia che con la scusa di una safe zone che di sicuro ha solo il nome, controlla quasi 110 chilometri di confine. E ora gli Stati Uniti si sono riposizionati molto più a ovest. Rameilan, Derik, sempre sul confine. Non hanno mai lasciato Deirzzor, a sud, dove ci sono i pozzi di petrolio.

Mazloum Abdi, comandante in capo delle Fds, ha giocato le sue carte. È riuscito a contenere e a destreggiarsi sui tavoli della geopolitica mondiale. Ha stretto un accordo con la Russia e mediato con il regime, ha fatto di tutto per evitare la strage. E ha sempre rispettato i patti. Si sono ritirati dalle postazioni, e dal confine. Hanno lasciato spazio alla polizia militare russa. Ankara però ha deciso di continuare l’offensiva nel silenzio assordante della comunità internazionale. Il presidente Recep Erdogan sta usando per lo più elementi delle Free Syrian Army-Fsa, addestrate in Turchia per l’invasione via terra. Sono miliziani radicali: molti ex combattenti di Isis o di altri gruppi radicali islamici, animati da uno spirito di vendetta contro i curdi che hanno sconfitto il Califfato. Commettono crimini di guerra, saccheggiano, uccidono e rapiscono civili (con tanto di foto postate sui loro social).

I civili scappano, non appena hanno il sentore che siano troppo vicini. E in particolare la comunità Assira Cristiana. Sono i loro villaggi a essere sotto attacco in questo momento. Arrivano da Nord, hanno camioncini pieni di materassi, coperte, cuscini. Anche frigoriferi. Si portano dietro tutto quello che possono, perché non sanno se mai torneranno. Per scappare dalla guerra hanno una sola via. Anche loro dovranno passare dalla rotatoria di Tell Tamer.

Raffaella e Loretta, come Coppi e Bartali del talk show

L’aria ruffiana e serena del sabato sera ha ripreso a soffiare in video per un paio d’ore. Era giovedì sera, ma che importa?, ci hanno spiegato che lo spazio-tempo non è lineare, e poi c’è forse qualcosa di lineare in tv? È successo quando Raffaella Carrà ha incontrato Loretta Goggi (A raccontare comincia tu, Rai3), una accanto all’altra su un sorrentiniano divanone bianco piazzato nella grande bellezza dell’Argentario. Era la prima volta che “la Coppi e la Bartali degli anni 70” si incontravano, e si vedeva: una rivalità completamente inventata, come quella tra Pippo e Mike (ma c’è qualcosa di autentico in tv?), però funzionale all’immagine di entrambe. Raffa e Loretta: le prime sex symbol dispensate dal piccolo schermo, ma al tempo stesso due artiste complete. Più carnale, di pancia – e di ombelico – Raffa; più di testa – e di voce – Lorella, entrambe capaci di diventare primedonne in un tempo in cui il maschilismo era un dovere. Hanno fatto la storia del varietà del sabato sera; dopo di loro non il diluvio, ma la pioggerella (giusto la Cuccarini, che però è ricordata soprattutto per le cucine componibili). Oggi non esistono più né i varietà, né il sabato sera; le primedonne, più che soubrette, sono domatrici. La Coppi e la Bartali degli anni 70, prime e ultime star di una stagione irripetibile, se la sono raccontata e ce l’hanno raccontata senza più lustrini, solo un comodo divano bianco. Dall’ombelico alla memoria; c’è un tempo, e c’è un talento, per ogni cosa.

Guerre di carta tra padre-padrone e figli ripudiati

 

“Libertino è una parola che ha molti significati. Io sono stato un libertino… complessivo”

(da “Grand Hotel Scalfari” di Antonio Gnoli e Francesco Merlo – Marsilio, 2019)

Ha fatto in tempo Carlo De Benedetti a dimettersi prima di essere revocato da presidente onorario del gruppo Gedi, lo “scatolone” che contiene Repubblica, gli altri giornali dell’ex gruppo L’Espresso e La Stampa dell’ex Fiat, dopo aver contestato con paterna crudeltà l’incompetenza del figlio Marco che ne è presidente e del primogenito Rodolfo che è presidente della Cir, la holding di famiglia. In effetti, quell’appellativo – “onorario” – era diventato inappropriato alla figura e al ruolo dell’Ingegnere. E lo era almeno da quando, tra il 16 e il 19 gennaio 2015, la sua finanziaria Romed Spa realizzò una plusvalenza di 615.248 euro, acquistando un “pacchetto” di azioni delle banche popolari per 5 milioni e 56.306 euro e rivendendole dopo tre giorni per 5 milioni e 671.554. Alla vigilia dell’operazione, il 13 gennaio l’Ingegnere s’era dimesso dalla presidenza della società e il Cda ne aveva “preso atto” il giorno 15. Nel frattempo, il 14 De Benedetti era andato a trovare il vicedirettore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, per fare una “chiacchierata” sulla situazione economica internazionale. E alla fine – “nel mentre mi accompagnava all’ascensore”, come ha raccontato lui stesso ai funzionari della Consob che lo interrogavano sull’ipotesi di “abuso di informazioni privilegiate” – Panetta gli annunciò: “Guardi! L’unica cosa positiva che mi pare che finalmente il governo si sia deciso a implementare quella roba che noi chiediamo da anni e cioè la riforma delle banche popolari”.

Fatto sta che l’indomani, l’editore De Benedetti varca il portone di Palazzo Chigi per un breakfast con l’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi. “Parlammo di tutto”, spiega ai funzionari della Consob. E, secondo chi ha letto il verbale sul colloquio con Renzi, aggiunge: “Anche lui – e sembra una condanna – accompagnandomi all’ascensore di Palazzo Chigi mi ha detto: ‘Ah! Sai quella roba di cui ti avevo parlato a Firenze, e cioè delle Popolari, la facciamo”. Senza dire, tuttavia, “se la faceva con un decreto, con un disegno, quando”.

In seguito a questi incontri, il 16 gennaio l’ex presidente del glorioso gruppo L’Espresso parla al telefono “come tutte le mattine” con il broker Gian Luca Bolengo, riferendogli quello che ha appreso. E gli suggerisce: “Guardi, faccia fare un basket di azioni di Popolari e poi dica ai suoi di mettersi in contatto con Tronci (Roberto Tronci, ad della Romed Spa, ndr) perché, secondo me, questa roba va e glielo dico anche perché, in ambienti della Banca d’Italia, ho sentito che ormai è matura così come, parlando con Renzi, con cui ho un rapporto di frequentazione direi molto amichevole”.

La posizione di De Benedetti è stata archiviata sia dalla Consob sia dalla Procura di Roma. Non risulta agli atti, quindi, che abbia commesso un “abuso di informazioni privilegiate”. A parte la telefonata con Bolengo, l’Ingegnere dichiara a verbale di averne parlato solo con Ezio Mauro, allora direttore di Repubblica, “perché, normalmente, se ci sono degli argomenti che… avere un certo interesse per il giornale… quelle cose che fai con il direttore del giornale ma che non sono specifiche”.

Al momento, dunque, l’unico inquisito resta il povero Bolengo. Il gip Gaspare Sturzo ha respinto la richiesta di archiviazione presentata dal pm, ordinando di formulare a suo carico l’imputazione coatta per “ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza”. Cioè, la medesima Consob.

Giustizia non è separare le carriere

In questi giorni, è in discussione alla Camera dei deputati il ddl costituzionale denominato “Norme per l’attuazione della separazione delle carriere giudicante e requirente della magistratura”. Se fosse approvata questa netta distinzione degli ambiti ordinamentali, organizzativi e disciplinari, determinerebbe la fine della magistratura costituzionale così come la conosciamo, esempio di equilibrio e garantismo unico nel mondo occidentale. Il senso di questo decalogo, se si vuole generalista, sentimentale, nostalgico, è quello di dare voce alle ragioni del No, con la convinzione che di certo questa riforma non porterebbe a un migliore assetto della giustizia penale né a una maggiore qualità della giurisdizione.

Ecco quindi alcuni buoni motivi per opporsi alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Il pm non è l’avvocato dell’accusa, la sua azione tende unicamente a raggiungere la verità processuale nell’interesse della collettività, perciò è una parte imparziale, senza essere un ossimoro.

Pm, giudice e avvocato sono tre uomini in barca, quella di Jerome K. Jerome.

La separazione delle carriere è il primo passo verso un’altra magistratura, non sappiamo quale. O forse sì.

Pensare che il giudice sia appiattito sul pm significa non conoscere gli uffici giudiziari e le statistiche di definizione dei procedimenti e dei processi, che invece dicono tutt’altro.

Esiste già una netta separazione delle funzioni che rende poco praticabile il passaggio dall’una all’altra, con limiti territoriali e temporali significativi di cui nessuno parla mai.

Se la separazione serve a rendere il Giudice più distante dal pubblico ministero e ancora più terzo, ciò vuol dire che quel giudice è semplicemente non autorevole e non professionale. E continuerà a esserlo, anche da separato.

È passato il tempo delle battute degli anni 90: “studia figliolo, studia, sennò da grande farai il pm”, ma è passato pure il tempo in cui i pm andavano in tv a fare proclami. E non si regolano, oggi, i conti del passato.

La separazione non determinerebbe un processo più giusto ma al contrario solo un pm più forte e fuori controllo perché affrancato dal limite della giurisdizionalità del suo agire.

Se ancora, nonostante tutto, ci sono avvocati che chiamano giudici i pm ci sarà un motivo. E non per un lapsus.

Non si può essere separati in casa. E pm e giudici abitano sotto lo stesso tetto, quello del dubbio e della giurisdizione.

Il pm, quando il Giudice entra in aula, si alza e quando parla al Giudice lo fa in piedi.

Con la separazione non ci sarà più un sostituto procuratore che, come Rosario Livatino, dopo aver chiesto la condanna di un imputato, ascoltando l’arringa del difensore cambierà idea e replicando ne chiederà l’assoluzione.

E poi alla fine in fondo, a ben pensarci pm e giudici sono separati già, perché ognuno di loro nel silenzio della camera, di consiglio o non, sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.

 

Ergastolo ostativo: le modifiche da fare

Dopo la sentenza della Corte costituzionale sull’ergastolo ostativo: perché e come modificare l’articolo 4 bis.

1. L’articolo 27 della Costituzione non parla delle funzioni delle pene. Quali che esse siano, dice che “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Nell’interpretazione corrente si deve trattare di una rieducazione morale che gli permetta di riprendere il suo posto in società. Un corollario di questa interpretazione è che non vi può essere piena attuazione dell’ergastolo: sennò come avverrebbe la reintegrazione che è il fine della rieducazione? Un secondo corollario è che l’apparato giudiziario-carcerario deve istituire un sistema di monitoraggio dei comportamenti dei detenuti, per registrare i progressi compiuti. Probabilmente questa concezione è fondata sulla credenza che i delinquenti si siano formati malamente a causa delle disastrate condizioni socio-economiche di origine. Questa credenza non è generalmente vera. Inoltre, la delinquenza può essere il risultato di elaborate dottrine o di convinzioni lungamente medita.

2. La Corte costituzionale ha prodotto un’importante sentenza, della cui motivazione è stata anticipata una breve sintesi. Gli ergastolani mafiosi o terroristi non erano sinora ammessi, in base all’articolo 4 bis comma 1 dell’Ordinamento penitenziario, alla concessione di benefici penitenziari (permessi premio, lavoro esterno, semilibertà, libertà condizionata) se non avessero deciso di collaborare con la magistratura. Ora, osserva la Corte, ciò che va evitato è “l’attualità della partecipazione all’associazione criminale” e “il ripristino di collegamenti” con essa. La collaborazione con la giustizia è una prova sufficiente della decisione di non rinnovare tali contatti, ma non necessaria: “Se si possono acquisire elementi tali da escludere” la ripresa dei contatti, il divieto cade. Quali sarebbero tali “elementi”? Qui la Corte si fa più vaga. Non ne fornisce un solo esempio. Quali questi “elementi” siano, che occorrano o no, spetta al magistrato di sorveglianza stabilirlo, in base alla relazione del carcere e alle informazioni e pareri di varie autorità di sorveglianza (l’apparato inquisitoriale di cui si diceva.)

3. Ora finalmente “tocca ai giudici giudicare!” esulta Luigi Manconi su Repubblica del 24 ottobre. Ma di solito il giudice giudica applicando la legge, ossia, i criteri suggeritigli dalla legge: che qui mancano! Osserva Hans Kelsen ne Il problema della giustizia (pagine 52-53) che di solito “ci si rifiuta di vincolare gli organi che applicano il diritto con norme generali… e di affidare ogni cosa alla loro discrezionalità, affinché possano trattare ogni caso concreto conformemente alle sue peculiarità”. Ma nel nostro caso non è questo il fine: la Corte delega al magistrato la ricerca di quei criteri sostitutivi della collaborazione di cui essa ha astrattamene ipotizzato l’esistenza, ma che non ha saputo individuare.

4. Gli ex magistrati Caselli, Ingroia e altri, hanno sottolineato che, per la natura non dei singoli uomini, ma dell’organizzazione mafiosa, l’appartenenza alla mafia è per sempre. Se ne esce o da morti, o da collaboratori di giustizia. La Corte costituzionale non è d’accordo, evidentemente, e si può simpatizzare con il suo sussulto in difesa della revocabilità della propria carriera criminale. Ma non indica alcun modo alternativo di compiere il troncamento. Resta, io temo, al magistrato solo la lettura dell’animo dell’ergastolano mafioso: affidata a un soggetto che nulla qualifica per questo difficile, forse impossibile incarico. Il ruolo del magistrato non è affatto “valorizzato” da questa micidiale delega che meglio si potrebbe affidare a una chiromante.

5. Tuttavia la sentenza è irrevocabile. Giovedì sul Fatto Quotidiano è uscito un appello per limitarne i danni potenziali: come? A mio avviso conviene restare aderenti all’impianto ipotetico adottato dalla sentenza, conservandone pienamente lo spirito. Il comma 1 dell’articolo 4 bis andrebbe così integrato: “I detenuti finora esclusi dai benefici carcerari a causa della loro mancata dissociazione dalle bande criminali di appartenenza possono farne richiesta allegando la documentazione degli atti da loro compiuti dai quali si possa inferire la cessazione definitiva dei loro rapporti con esse”. Le domande dovrebbero essere esaminate da una commissione di almeno 5 persone, che non comprendano il magistrato di sorveglianza.