Mail Box

 

M5S e Pd: è il momento di un partito unico

Dieci anni fa, Beppe Grillo si candidò alle primarie per l’elezione del segretario del Pd, consapevole del fatto che per realizzare il programma del Vday era necessario appoggiarsi al partito politico più affine. La dirigenza del Pd si oppose costringendo Grillo a fondare il M5S, ma ora che Renzi se n’è andato e che la nuova dirigenza ha aperto a una alleanza organica è arrivato il momento tanto atteso di far confluire il Movimento 5s nel Partito Democratico, di formare un nuovo Pd con un nuovo programma fondato sulla Costituzione: reddito universale, lavoro con salario minimo e che non inquina. Secondo me, nelle condizioni odierne, il capo politico del Movimento 5s dovrebbe avere il coraggio di prendere questa decisione.

Wakan Tanka

 

I contribuenti non possono farsi carico di Radio Radicale

Mancano i soldi per le famiglie e per i lavoratori, ma non per Radio Radicale. L’Italia è in forte crisi economica, ma nel bilancio è previsto un contributo di ben 24 milioni a Radio Radicale. Nulla alle altre migliaia di Radio, Tv e giornali operanti regolarmente, che continueranno nella loro informazione libera ed apolitica a proprie spese e sacrifici. È strano che anche i partiti di opposizione – che non perdono occasione alcuna per farsi sentire – tacciano su questo delicato argomento. Radio Radicale non può continuare a ricevere aiuti economici, che potrebbero servire per il funzionamento di nidi per i bimbi. L’informazione politica di mestiere non può essere sempre a carico dei contribuenti. Qualche volta è bene che sia anche a carico di chi se ne serve.

Penso che la Bonino e gli altri esponenti radicali vorranno sostenere la loro emittente, che io seguo da decenni e a cui va il mio più sentito augurio.

Mario De Florio

 

Il silenzio assordante sulle mafie al Nord

Travolti dal retroscenismo elettorale, nessuno o quasi parla più del fenomeno dell’espansione delle mafie nel Nord Italia men che meno del riciclaggio finanziario o della contiguità criminale.

A più riprese i magistrati della Direzione Investigativa Antimafia hanno lanciato l’allarme circa imprenditori autoctoni, poco propensi a collaborare nel caso di indagini a carico di soggetti di caratura criminale o appartenenti a casate di ‘ndrangheta, collusi grazie alla mediazione dei colletti sporchi, ad esempio.

Al di là della recente polemica sull’ergastolo ostativo, sembra calata una fitta coltre di silenzio sulla questione mafie, forse perché è intervenuta una sostanziale legalizzazione dell’economia criminale, che fa accettare socialmente le organizzazioni malavitose, la corruzione e il malaffare e fa passare sotto silenzio l’asfissiante potere intimidatorio e di controllo dell’economia.

Queste fattispecie di condotte criminali non sembrano rientrare nella vasta accezione della “sicurezza percepita”, né recare preoccupazioni a più livelli.

Ha ragione purtroppo Piercamillo Davigo, quando a più riprese sostiene che nei consigli di amministrazione delle aziende si commettono crimini ben più abietti che per strada ma, tranne in qualche significativa eccezione, non hanno risalto e non sono destinatari della stessa riprovazione collettiva e la medesima cassa di risonanza mediatica dei casi di cronaca giornalieri.

Claudio Careri

 

Ok alla cannabis in proprio per eliminare lo spaccio

Stati Uniti, gennaio 1920. La droga-alcol viene dichiarata illegale con gli esiti che conosciamo: tutti continuano a bere, anche donne e ragazzini. Criminali da strapazzo diventano rapidamente milionari e trasformano le città in teatri di guerra.

Roma, 2019. Un giovane viene ucciso a causa, pare, di un’erba proibita che chiunque potrebbe coltivarsi in giardino a mille lire al chilo e che viene posta in libera vendita in Canada e in undici Stati americani. Sarà pur vero che la Storia è maestra di vita, ma se gli allievi sono asini… L’imam Salvini sarà felice di scoprire che per eliminare lo spaccio di cannabis è sufficiente consentire l’autoproduzione del fabbisogno personale, come avviene in Paesi (Belgio, Spagna, Slovenia, Repubblica Ceca) che a differenza nostra hanno seppellito il ciarpame fasciocomunista e non sono soliti intavolare “trattative” con la mafia.

Alfio Mariani

 

Calabria, si cerchi accordo su un candidato stimato

Per le prossime Regionali in Calabria sarebbe un grave errore per M5S e Pd correre da soli. Si consegnerebbe la vittoria al centrodestra senza alcun dubbio. Da elettore calabrese e del M5S penso che la strada più saggia sia quella di trovare una convergenza su una personalità del mondo produttivo, conosciuta e stimata. Per esempio Pippo Callipo.

Si chiede alla classe politica un atto di ragionevolezza e di sobrietà, di non arroccarsi sui candidati inquisiti, a dialogare maggiormente con le persone comuni e ascoltare le richieste che provengono dalla base.

Domenico Contartese

Calcio, Lippi va in ferie anziché guidare la Nazionale. E i cinesi lo “friggono”

 

Buongiorno, ho letto in Internet che i media cinesi stanno attaccando molto duramente Marcello Lippi perché ha deciso di concedersi una vacanza anziché guidare la Nazionale durante i prossimi Campionati dell’Est Asia: “È uno schiaffo morale alla Cina… Viene pagato oltre 22 milioni di euro: dovrebbe fare il suo lavoro!”, ha scritto più d’un opinionista, e forse hanno ragione: perché noi italiani dobbiamo sempre fare la parte dei lavativi?

Gilda Buccino

 

Mettiamola così: negli occhi degli appassionati di calcio di tutto il mondo, Cina compresa, l’immagine della Coppa alzata al cielo di Berlino nel 2006 da Fabio Cannavaro col c.t. Marcello Lippi portato in trionfo dai giocatori azzurri è ancora molto nitida, anche se sono passati 13 anni. E tutto quel che è successo dopo, a cominciare dal tragicomico Mondiale 2010 disputato dall’Italia in Sudafrica col nocchiero Lippi ancor in tolda di comando e capitan Cannavaro a guidare la mitica difesa-Juve trapiantata in azzurro, quella che poteva contare sugli Insuperabili Bonucci e Chiellini (risultato: nel gruppo F che comprendeva Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda arrivammo quarti su quattro, roba da andare a nascondersi per il resto degli anni), ciò che è successo dopo, dicevamo, non pare aver avuto un gran peso nelle decisioni prese da federazione e club made in China. Poi, un po’ come avviene per le spedizioni Amazon quando ordini Emma Stone, scarti il pacco e trovi la figlia di Fantozzi, Mariangela, pure un tantino giù di tono, la realtà è cruda e ti presenta il conto. E così, non sapendo come fare per esonerare Cannavaro, nel frattempo diventato allenatore, il club cinese del Guangzhou Evergrande, che non conosce i codici Zamparini o Cellino, manda l’ex capitano azzurro a studiare gestione aziendale cinese che potrebbe sempre fargli comodo, in futuro; mentre la Federazione non sa che pesci pigliare, oggi, di fronte alla decisione del c.t. Lippi di andare a passare lunghe vacanze natalizie in quel di Viareggio, Italia, lasciando la Nazionale impegnata a novembre nei Campionati dell’Est Asia nelle mani del sostituto Everton Li Tie, succeda quel che succeda. Lippi guadagna poco meno di 2 milioni al mese e nella classifica del gruppo A per le qualificazioni mondiali 2022 è secondo alle spalle (tenetevi forte!) della Siria; e insomma non ci meraviglieremmo se dalla Cina gli telefonassero, sotto Natale, e gli dicessero di restare pure a Viareggio per il Carnevale e, perché no, anche per Pasqua e Ferragosto.

Paolo Ziliani

Il film sul “giovane Pertini” che Unipol rifiuta di aiutare

Credo che ognuno di noi di fronte a un personaggio “eroico” come Sandro Pertini, non solo sia pronto a levarsi il cappello, ma a fare quanto può per ricordare ai più giovani di quale tempra sia stato questo socialista senza macchia, questo antifascista irremovibile, questo presidente della Repubblica che rassicurò col suo coraggio e la sua fede nella democrazia gli italiani negli anni più bui dello stragismo e del terrorismo. E invece no. Una casa di produzione, la Genoma, riesce a mettere in cantiere un film su questa figura esemplare, un giovane regista Giambattista Assanti imposta su Il giovane Pertini combattente per la libertà un film traendolo dal libro di uno degli studiosi italiani più seri, Stefano Caretti, direttore della Fondazione Turati di Firenze e docente a Siena, e la pellicola non riceve contributi di sorta.

Sorprendente è soprattutto il rifiuto dell’Unipol, assicurazione del mondo cooperativo di sinistra e che sembra godere di buona salute. Rifiuto burocratico e quasi irritato, sostengono alla Fondazione. Eppure Sandro Pertini, dopo essersi laureato in Legge, prese un’altra laurea in Scienze Politiche a Firenze scegliendo come proprio il tema della cooperazione al cui sviluppo dedicarono mille lotte i maestri di Pertini, i riformisti Camillo Prampolini, Giuseppe Massarenti, Nullo Baldini, lo stesso Giacomo Matteotti, assassinato dagli squadristi di Amerigo Dumini nel 1924 (Massarenti e Baldini sopravvissuti all’esilio o al confino fascista morirono poveri all’ospedale dopo aver costruito un sistema cooperativistico, a Molinella e a Ravenna, imponente).

Francamente c’è da rimanere basiti. Il film è stato girato largamente in Molise e in Puglia: Pertini fu “ospite” del carcere di Turi dove fu il solo a difendere Antonio Gramsci anche dalle aggressioni di comunisti settari che lo accusavano di aver “tradito il partito”. Chi lo colpì con un pugno, tale Scucchia, è stato trovato da Mimmo Franzinelli fra gli spioni dell’Ovra. La salute del medesimo Pertini era minata dalla tbc e dalle sofferenze dei continui trasferimenti da Santo Stefano a Pianosa, da Turi a Ponza e a Ventotene. E questo il film racconta, con un ottimo cast dove Dominique Sanda, indimenticata protagonista del Giardino dei Finzi Contini, interpreta la parte della madre di Sandro il quale è Massimo Dapporto nell’età più matura e Gabriele Greco in quella giovanile, mentre Cesare Bocci, il Mimì Augello vice di Montalbano, è Adriano Olivetti. Quest’ultimo, infatti, d’intesa col padre Camillo, fu l’autista della spericolata fuga da Milano (organizzatori Ferruccio Parri e Carlo Rosselli) di Filippo Turati, ormai vecchio e malato, dall’Italia in Francia via Corsica, fino a Savona.

Qui Pertini aveva organizzato la fuga via mare con due esperti navigatori in una gelida giornata di gennaio del 1926. “Con un mare indiavolato, con le onde che riempivano il brevissimo motoscafo, col cielo senza stelle, con una bussola folle, navigammo a lungo”, raccontò poi Turati, “senza essere certi della rotta, talvolta sospettando di dover approdare o nell’arcipelago toscano o verso la Spagna, o magariddio in Sardegna”. All’alba l’Oriens giunse in vista della costa corsa, non sul lato di Bastia come previsto, ma dalla parte opposta. Pertini rimase in Francia alcuni anni. Poi, insofferente della vita di esule, volle rientrare in Italia, venne catturato e condannato ad altri anni di carcere. Si trovava nel carcere dell’isola di Pianosa nell’estate del 1933 quando lo raggiunse come un folgore la notizia che la madre, allarmata per la sua precaria salute, aveva inviato la domanda di grazia al Tribunale Speciale e “il compagno Sandro” (è uno dei nuclei centrali del film di Assanti) reagì in modo durissimo scrivendo alla madre (Dominique Sanda): “Con quale animo hai potuto farmi questo? Non ho più pace da quando mi hanno comunicato che tu hai presentato domanda di grazie per me. Se tu potessi immaginare tutto il male che mi hai fatto ti pentiresti amaramente di aver scritto una simile domanda (…) perché hai voluto offendere la mia fede? Lo sai bene, che è tutto per me questa mia fede. È l’unica cosa di veramente grande e puro, che io porti in me e tu, proprio tu, hai voluto offenderla così ? (…) Nulla può giustificare questo tuo imperdonabile atto”. La lettera così si conclude: “È bene che tu conosca la dichiarazione da me scritta all’invito se mi associavo alla domanda da te presentata.

Eccola: ‘La comunicazione, che mia madre ha presentato domanda di grazia in mio favore, mi umilia profondamente. Non mi associo, quindi, a una simile domanda, perché sento che macchierei la mia fede politica, che più d’ogni altra cosa, della mia stessa vita, mi preme’. Per questo mio reciso rifiuto la tua domanda sarà respinta (…). Ti bacio. tuo Sandro”.

E a un film su un personaggio di questa statura, che in anni terribili ridiede agli italiani coraggio e fiducia nelle istituzioni, si nega un contributo finanziario? Come siamo caduti in basso.

Le guerre dinastiche che affossano le aziende familiari

Il capostipite fu Julius August Walther von Goethe. Non sappiamo quanto la sua dedizione all’alcol fosse dovuta a un padre ingombrante come Johann Wolfgang. Certo è che, quando morì a Roma di cirrosi epatica, il grande scrittore fece scrivere sulla tomba “Figlio di Goethe”, privandolo per sempre dell’identità personale. La storia dell’uomo è piena di padri che trattano i figli come prolungamenti di sé. Ma quella lapide, “figlio di Goethe”, al cimitero acattolico di Roma sembra un monumento al capitalismo familiare italiano. La borghesia industriale è ossessionata dal desiderio di farsi dinastia. Molte delle maggiori imprese italiane, a cominciare dalla Fiat, sono andate in malora per la fissazione dei fondatori di affidarle a un consanguineo. Un drappello di feudatari onnipotenti ha imposto a un sistema economico arcaico il prezzo dei propri fallimenti, quasi sempre riconducibili ai drammi freudiani del rapporto padri-figli. Ogni dramma familiare è costato alla comunità dei sudditi miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro. Nessuno ha protestato. Per decenni banchieri, manager, azionisti di minoranza, economisti, politici e giornalisti hanno taciuto per non perdere la priorità acquisita nella gara a chi otteneva il maggior beneficio con l’elogio più spudorato del padrone, e soprattutto dei figli quand’anche palesemente idioti.

Da questo punto di vista, la figura più limpida è stata quella del fondatore dell’Esselunga, Bernardo Caprotti, morto tre anni fa a 91 anni. Una decina d’anni prima dell’inderogabile commiato, aveva già tolto le deleghe gestionali a suo figlio Giuseppe, non giudicando all’altezza nessuno dei tre eredi. Successivamente aveva rafforzato il concetto revocando la donazione ai figli di primo letto Giuseppe e Violetta del 70 per cento delle azioni, che poi sono finite a Marina, figlia della seconda moglie Giuliana Albera. Le due creature deluse avevano fatto causa al padre, secondo una mozione degli affetti tipica delle belle famiglie del capitalismo italiano, di cui resta maestra insuperata Margherita Agnelli, la figlia dell’Avvocato che sull’eredità del padre ha fatto causa sia alla madre Marella Caracciolo che al figlio John Elkann.

Leonardo Del Vecchio a 84 anni ancora comanda sentendosi insostituibile. Anche lui ha prima promosso e poi eliminato dalla linea di successione manageriale il primogenito Claudio, 63 anni, e ha dato e tolto azioni ai sei figli. La struttura familiare è complessa. Claudio, Marisa e Paola sono figli della prima moglie Luciana Nervo, Leonardo Maria, ventenne, è figlio della seconda e quarta moglie Nicoletta Zampillo, i più piccoli Luca e Clemente li ha avuti dalla terza moglie Sabina Grossi, una parentesi rosa tra il primo e secondo matrimonio con la Zampillo. La quale, caso più unico che raro, tiene alto il vessillo muliebre nel capitalismo italiano. Dopo il divorzio del 2000, Del Vecchio l’ha risposata nel 2010 riconoscendole un premio notevole: adesso è lei l’erede principale, alla morte del marito avrà il 25 per cento della Luxottica e in prospettiva suo figlio Leonardo Maria è in pole position per comandare su fratelli e sorelle.

Del Vecchio non ha la fissazione di essere avvicendato da un consanguineo, semmai quella di non essere mai avvicendato. Quelli che non si arrendono al calendario tengono all’amo i figli per decenni, spesso trasformandoli in altrettanti patetici Carlo d’Inghilterra. Caso tipico sarebbe il 55enne Alessandro Benetton, che però forse la voglia di fare l’erede al trono non l’ha mai avuta. E comunque deve fare i conti con una famiglia complicata: quattro quote equivalenti, risalenti ai fratelli fondatori Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo, e uno statuto di stampo medievale che riserva ai consanguinei le cariche nelle holding di famiglia. Nel 2005, Luciano annunciò che il figlio Alessandro sarebbe diventato il nuovo capo dell’impero dei maglioni e dei pedaggi autostradali. “Ma prima dovrà farsi le ossa”, aggiunse, notazione inquietante se riferita a un uomo di oltre 40 anni. Da allora Alessandro è sempre apparso più che altro in fuga, mentre Luciano ci ripensava: “Credo che sia un errore cercare e imporre l’erede”. Un anno fa, alla morte di Gilberto, stratega della diversificazione nei servizi a pedaggio all’ombra della politica, si è riparlato di Alessandro, ma si è capito che non c’è accordo con i cugini che nel frattempo si spartiscono le poltrone nei cda del gruppo: solo due giorni fa Sabrina, figlia di Gilberto, è entrata nel cda di Atlantia, Christian, figlio di Carlo, in quello di Adr, e Franca Bertagnin, figlia di Giuliana, si è accomodata in quello di Telepass.

Il capitalismo familiare si arena se ci sono troppi parenti a mettere bocca, problema che in casa Agnelli fu risolto ripristinando una sorta di legge salica in favore di John Elkann: che in perfetta solitudine – nonostante un esercito di cugini-soci, il più ingombrante dei quali è il presidente della Juventus, Andrea Agnelli – tratta in queste settimane la grande fusione con i Peugeot, altra famiglia complicata, ma stavolta francese.

L’Avvocato però aveva anche stabilito il limite dei 75 anni per gli incarichi societari, al quale fu il primo a sottoporsi. Luciano Benetton, invece, a 84 anni è tornato a gestire la produzione di maglioni, parlando malissimo dei manager a cui l’aveva delegata per otto anni. I grandi vecchi che si ritengono insostituibili sono sadici non solo con gli eredi, ma anche con i manager, magari dopo averli scelti vantandosi della propria capacità di talent scout. Il campione è Cesare Romiti. Quando comandava alla Fiat cacciò Vittorio Ghidella perché sapeva fare le auto, mentre il sistema di potere del manager romano si fondava sulla accurata selezione di yes men incompetenti. Quando Romiti ha lasciato la Fiat, la liquidazione principesca concessagli dall’Avvocato gli ha consentito di costruire la sua dinastia imprenditoriale sui figli Maurizio e Pier Giorgio. Un fallimento clamoroso che il padre ha commentato alla Goethe: “I miei figli sono molto in gamba. Il loro vero handicap è chiamarsi Romiti e quindi ne risentono, come tutti i figli di uomini che hanno avuto un ruolo”. Storie di dieci anni fa. Adesso il disprezzo per i figli non all’altezza si esprime in modo più diretto. Il maestro di cerimonie è naturalmente Carlo De Benedetti.

Nelle scorse settimane ha fatto una piazzata ai figli Rodolfo e Marco accusandoli pubblicamente di essere due incapaci, responsabili del deplorevole stato della Gedi, colosso editoriale nato dalla fusione tra Repubblica-Espresso e Stampa-Secolo XIX. Ha parlato di “gestione del tutto inefficace, azienda senza vertice e senza comando, sconquassata e non gestita, nave senza capitano, in balia di onde altissime”, e tutto questo perché, semplicemente, i due rampolli “non sono capaci di fare questo mestiere”.

De Benedetti è sicuramente il vero campione di quel capitalismo familiare che per decenni ha dato a intendere agli italiani – grazie all’ampia corte sopra descritta di ruffiani col master – di avere i meriti di ciò che andava bene e nessuna colpa di ciò che andava male. Gente che ha usato le scatole cinesi per comandare con i soldi degli altri (De Benedetti deteneva il 5 per cento del capitale del suo gruppo) e con un solo obiettivo: perpetuare il potere della propria dinastia di capitalisti con i soldi degli altri. Quando, all’inizio di ottobre, ha rivolto a Rodolfo (presidente della controllante Cir) e Marco (presidente di Gedi) un’offerta per comprarsi a prezzo vile il pacchetto di controllo del gruppo editoriale, e i due figli lo hanno mandato al diavolo trattandolo da rincoglionito, la rusticana volgarità della contesa ne ha oscurato l’aspetto più scandaloso. L’Ingegnere sette anni fa ha donato ai figli tutte le azioni, cioè quel 5 per cento di cosiddetto “possesso integrato” con cui la famiglia comanda sull’impero. E ha imposto agli azionisti di minoranza, detentori del 95 per cento del capitale, un manager a suo dire eccellente, suo figlio. “Rodolfo è una sicurezza”, affermò con la stessa tracotante sicumera con cui garantiva all’Italia un radioso avvenire grazie ai suoi statisti preferiti, Walter Veltroni e Francesco Rutelli. In pochissimo tempo, Rodolfo si è fumato 2 miliardi di euro (delle banche) sbagliando gli investimenti in centrali elettriche della Sorgenia, e spiegando poi agli azionisti che l’investimento era stato geniale, solo che non si erano avverate le previsioni su cui era basato. Gli azionisti della Cir hanno perso la Sorgenia e le banche se la sono dovuta accollare al posto dei 2 miliardi di crediti.

Nel frattempo, De Benedetti, pur avendo ammazzato la Olivetti e varie altre aziende, o forse proprio grazie a quello, ha messo da parte un gruzzolo personale di 600 milioni che usa per giocare in Borsa, come ha dimostrato la vicenda Renzi-Etruria. E come dimostra una segnalazione del Sole 24 Ore: lo stesso bollettino padronale ha notato, proprio alla vigilia della stravagante offerta per le azioni Gedi, movimenti sospetti sul titolo. Appena un anno dopo aver lasciato gli azionisti in balia del genio manageriale di Rodolfo, l’Ingegnere liquidò l’ideona Sorgenia in un modo che val la pena di rileggere nella ricostruzione dell’agenzia Ansa del 14 febbraio 2014: “‘Non c’entro nulla, non sono in consiglio e non sono più azionista Cir. È una domanda che dovete fare ad altri’. Così Carlo De Benedetti ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano se ci siano spiragli nelle trattative sulla sistemazione della partita finanziaria di Sorgenia, la società elettrica del gruppo Cir”.

Anziché chiedere scusa agli azionisti Cir e Gedi per avergli mollato due manager che lui stesso dipinge – con cognizione di causa – come incapaci, De Benedetti continua a spadroneggiare sul Corriere della Sera, sempre pronto a ospitarlo, e fa sapere ai mercati finanziari che gli 85 anni che compirà fra pochi giorni non sono un problema: “Mi sento molto bene”. Quindi punta a riprendere la guida di Repubblica ed Espresso, ma non per sempre, solo per due o tre anni, cioè fino all’88esimo compleanno. Nei Paesi civili, se un uomo di 85 anni manifesta simili propositi su società quotate, come minimo chiamano un medico. In Italia – trattandosi di un potente (ex?) editore in grado di far annusare una botta di carriera a un giornalista, un finanziamento a un economista, spazio sui giornali a un politico – gli si offrono microfoni e taccuini per fargli dire tutto e il contrario di tutto senza mai obiettare. Nel 2012 spiegò che la decisione di lasciare il campo a quel genio di Rodolfo voleva contribuire a “un più ampio passaggio generazionale in un capitalismo troppo rivolto al passato”. Nel 2019, gli lasciano dire, senza chiamare il medico, che l’ambizione di spodestare i figli e tornare al timone della Gedi è solo una normale forma di arditismo senile: “C’è molta gente che molla, e c’è poca gente che osa”. L’ha detto davvero. Il “boia chi molla” di un capitalismo morente.

Lite sulle piene del Seveso: Bresso batte Milano

Quindi a chi tocca il prossimo giro di piena? O meglio, chi si accollerà le future e prevedibili esondazioni del fiume Seveso?

Nel frattempo il Comune di Bresso batte quello di Milano. Almeno nella battaglia delle carte bollate. La Corte di Cassazione ha infatti dato ragione ai cittadini di Bresso, Comune dell’Area metropolitana a nord del capoluogo lombardo. Oggetto del contendere è la realizzazione, praticamente nel loro giardino di casa, di una vasca di laminazione. Si tratta di un invaso artificiale di non poco conto: 250 mila metri cubi di opera che dovrebbe raccogliere le acque durante le piene del fiume. I sostenitori la definiscono “valvola di sfogo” del Seveso. Gli oppositori la risposta sbagliata alle esondazioni con gravi ricadute sulla salute degli abitanti.

La situazione è questa: sul piano della costruzione della vasca si è giunti alla fase di apertura della gara per l’assegnazione dei lavori, ma la recente decisione della Corte rimette tutto in discussione stabilendo che i ricorsi presentati ben due anni fa al Tribunale superiore delle Acque pubbliche di Roma da Comune di Bresso e cittadini sono “ammissibili” e dunque i giudici competenti dovranno pronunciarsi nel merito.

La Suprema Corte ha considerato “sufficientemente specifiche” le critiche all’effettiva utilità della nuova opera e i suoi possibili effetti sull’ambiente. La Cassazione era chiamata a valutare il diritto della popolazione e dell’amministrazione di Bresso di esprimersi sul merito, tenendo conto che i lavori per la vasca di laminazione, che sorgerebbe sul terreno del Comune di Milano nella zona del Parco Nord, si svolgeranno al confine con il Comune vicino e contrario all’opera stessa.

Per i residenti riuniti nel “Comitato del Megacondominio”, “Acque Pulite” e “Amici del Parco Nord” si tratterebbe di una realizzazione devastante, parlano di uno sfregio per il parco con l’abbattimento di quattro ettari di bosco.

Tra Bresso che al momento ha avuto la meglio e Milano che dichiara come di fatto non cambi nulla l’impressione è che a perdere siano un po’ tutti mentre il fiume Seveso, da oltre 30 anni, con le sue esondazioni provoca i danni che siamo abituati a vedere. Evidente poi come nessun politico o amministratore pubblico voglia ritrovarsi nella situazione di essere accusato di “inondazione colposa”, come avvenne tra il 2010 e il 2014 nel quartiere Niguarda, zona nord di Milano. A giugno di quest’anno è arrivata l’archiviazione della vicenda; i magistrati hanno usato parole molto chiare rispetto al problema: “Data la carenza di risorse regionali per gli interventi necessari fu una scelta politica cinica ma molto pratica” quella di non far allagare il centro città ma, piuttosto, il quartiere a nord.

Archiviate quindi le posizioni di otto persone tra cui Marco Granelli, già assessore alla Protezione civile e ora all’Ambiente e Mobilità di Milano che dalla sua pagina Facebook sulla decisione di ieri della Cassazione mette le mani avanti: “Milano vuole finalmente risolvere il problema delle esondazioni del Seveso. Oggi abbiamo un cantiere aperto nel 2020 ne apriranno altri quattro. Bresso che continua ad opporsi dice che la Cassazione gli ha dato ragione. Si sbaglia”. La palla ora passa al Tribunale Superiore delle Acque. Intanto i milanesi guardano le previsioni e preparano le pale.

La “discarica dei big” tra i vigneti e i paesi del barocco siciliano

Tra i vigneti dell’Agrigentino e i piccoli paesi del barocco, quell’andirivieni di tir non convinceva nessuno. Secondo la Procura di Palermo, che ha ottenuto il rinvio a giudizio di 34 persone e 9 società, grandi aziende italiane come Fincantieri, Rete ferroviaria italiana (Ferrovie dello Stato), Enimed (Eni), l’Ilva di Taranto e le raffinerie di Gela e Priolo, direttamente o attraverso intermediari, avrebbero scaricato i loro rifiuti pericolosi e non pericolosi, a Camastra, piccolo Comune già sciolto per mafia. Eppure quella discarica, autorizzata per una capienza di 75 metri cubi, poi aumentata a 269, poteva accogliere soltanto rifiuti non pericolosi, ben specificati dall’autorizzazione rilasciata nel 2012.

A insospettire i carabinieri, allertati già dalla denuncia del sindaco di Naro (Agrigento), Mariagrazia Brandara, era proprio il fatto che “appariva palesemente antieconomica” la scelta dei grandi poli industriali della penisola di portare nel piccolo paesino i propri rifiuti. In quella discarica, secondo i controllo del Nucleo operativo ecologico dei carabinieri dal 2014 al 2017, anno del sequestro, c’era di tutto: fanghi e residui dei fumi dell’Ilva di Taranto, gli scarti della bonifica dei terreni dell’ex raffineria di Gela, di proprietà di Enimed del gruppo Eni (7 mila tonnellate di scarti in 18 mesi) così come quelli del polo petrolchimico di Priolo Gargallo, ma anche 750 tonnellate di rifiuti speciali provenienti dai lavori effettuati dalla Rfi, Rete Ferroviaria Italiana, per la realizzazione della piattaforma del ponte Petrace di Gioia Tauro. Tutto questo grazie a certificati, secondo le indagini, falsi, alcuni dei quali sarebbero stati modificati ad arte anche dal Sidercem, laboratorio di cui è co-amministratore Marco Venturi, ex assessore alle Attività produttive alla Regione Siciliana, anch’egli imputato.

Nel processo delle grandi aziende è coinvolta anche Fincantieri, che attraverso un’altra società avrebbe smaltito in maniera illecita, dal 2013 al 2014 circa 2mila tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi e pericolosi (materiali abrasivi) accompagnati da certificati che sarebbero falsi. Un sistema ben rodato che secondo l’accusa mirava a ottenere “ingiusti profitti economici, smaltendo abusivamente presso la discarica ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi, artatamente classificati come non pericolosi”.

Tra le 34 persone rinviate a giudizio, risulta anche la Fincantieri Spa, la Enimed Spa, Salvatore Mazzotta della Ecosistem che operava per conto di Rfi), lo Studio chimico ambientale che certificava i rifiuti Ilva, Marco Campione di Girgenti Acque e diversi laboratori di analisi. Le indagini hanno coinvolto anche Giuseppe Bono, ad di Fincantieri e Maurizio Gentile, amministratore di Rfi, entrambi non rinviati a giudizio. Il processo è appena cominciato: tra i 34 imputati per smaltimento illecito di rifiuti ci sono anche i vertici della piccola discarica posta sotto sequestro nel 2017, Donato D’Angelo, presidente del consiglio d’amministrazione della discarica A&G srl, il suo successore Pasquale Di Silvestro, i consiglieri Calogero e Salvatore Alaimo.

Nella prima udienza preliminare sono state presentate le costituzioni di parte civile di tre enti: Regione Siciliana, Comune di Camastra e Libero Consorzio comunale di Agrigento. Quest’ultimo, però, è presente in doppia veste, in quanto tra gli imputati, difeso dall’avvocato Leonardo Marino, c’è anche un funzionario dell’ex Provincia di Agrigento, addetto al controllo e alla vigilanza sul regolare esercizio della discarica. I carabinieri stigmatizzano infatti i presunti i rapporti di amicizia tra i funzionari pubblici deputati al rilascio delle autorizzazioni e gli organi di controllo (Arpa e Provincia), che non avrebbero mai evidenziato le criticità gestionali e progettuali della discarica.

A L’Aquila i libri tornano a vivere in zona rossa

Una folata di vento fresco scende dal Gran Sasso e si infila prepotente nei vicoli del centro storico per buona parte ancora deserti. La pioggia si confonde tra i rumori dei numerosi cantieri. Le cicatrici del sisma, che alle 3.32 del 6 aprile 2009 ha ridotto in un cumulo di macerie L’Aquila, sono tutte ben visibili. Facciate puntellate e ponteggi in acciaio che tengono in piedi interi stabili. Molte strade di quella che era la zona rossa sono ancora inagibili e disabitate benché diversi edifici siano stati ristrutturati. Il ricordo delle 309 vittime, dei 1.500 feriti e degli 80 mila sfollati è più vivo che mai, anche se i negozi aperti sono ormai circa 200. Molta gente non è mai più rientrata nella propria abitazione, ha lasciato la città o risiede nei “palazzoni” delle discutibili 19 new town di Berlusconi, costruite per ospitare 16 mila aquilani rimasti senza un tetto: molte da tempo cadono a pezzi, a Cese di Preturo dove sono venuti giù i balconi e ci sono i sigilli.

Eppure da giovedì un pezzo della storia del capoluogo abruzzese è tornato a vivere. Ha riaperto la libreria Colacchi, ottantuno primavere, punto di riferimento della cultura locale e non solo. La sede non è più quella di sempre, Palazzo Pica Alfieri, bensì Palazzo Cipolloni-Cannella, in corso Vittorio Emanuele 5/7, a due passi da piazza Duomo. Cinquecento metri quadrati, un cortile interno per eventi e wi-fi gratuito. Elegante e ben assortita come tutti la ricordano. Parte dei mobili e degli scaffali sono stati recuperati dopo il 6 aprile.

Ad averci creduto sono i due cugini più giovani di casa Colacchi, Giovanni e Matteo Rotili, eredi di una generazione di librai. “Non è stato facile ma alla fine è prevalsa la voglia di rientrare in centro storico per tornare ad essere parte del tessuto cittadino – spiega Matteo –, la Colacchi deve tutto a L’Aquila e agli aquilani, non potevamo più aspettare”. In realtà la libreria non ha mai chiuso. Per circa dieci anni, da poco dopo il sisma fino a qualche giorno fa, è stata nel centro commerciale Amiternum, estrema periferia aquilana a Cansatessa. Un non-luogo che ha a lungo avuto la funzione di spazio aggregativo per la popolazione terremotata. “Non è facile intraprendere una grande attività commerciale in un centro per buona parte disabitato – racconta Giovanni –, qui a L’Aquila un tempo c’erano molti turisti e gente locale sotto i portici, oggi non più. Ci stiamo faticosamente riprendendo ma abbiamo bisogno del sostegno delle istituzioni”.

I due giovani librai sperano di attrarre giovani e studenti, particolarmente penalizzati. Gran parte delle scuole statali, dal 2009, è ridotta a scheletri che aspettano di essere demoliti: per ricostruirli sono pronti 44 milioni di euro. Bambini e ragazzi vanno ancora a lezione nei Musp, i Moduli ad uso scolastico provvisorio costruiti per l’emergenza e oggi obsoleti. “Qui in centro hanno riaperto solo un paio di scuole private, i licei storici sono ancora tutti inagibili. I bambini nati dopo il 2009 non hanno mai avuto la possibilità di studiare in un plesso tradizionale ma solo in container o casette di legno. Anche l’università ha perso iscritti, un tempo ne avevamo 30 mila molti dei quali fuori sede (oggi sono in tutto 20 mila, ndr). Ora dobbiamo ritrovare la forza e guardare avanti, ragionare al passato non ha più senso”. Dunque, nonostante le difficoltà e la recente bocciatura da parte della Consulta della legge regionale sulla ricostruzione, i cugini Colacchi e qualche altro storico imprenditore scommettono sulla rinascita. Come dice Peter Pan nella frase riportata su una parete della libreria: “Solo chi sogna può volare”.

Cortina, 80 milioni per le piste “Iniziano a sventrare le Tofane”

“Hanno sventrato la roccia delle Tofane”. Sulle pendici del monte simbolo di Cortina d’Ampezzo vedi gru, cantieri e la terra scura che emerge dove si stanno realizzando le piste per i Mondiali del 2021. Le tappe, giurano tutti, sono state rispettate, si procede a pieno ritmo. Perfino troppo, secondo Luigi Casanova di Mountain Wilderness che da anni si batte per difendere la natura sulle Dolomiti: “Le ruspe hanno rovinato la roccia. Si sta devastando uno dei monti più belli delle Alpi”.

Un allarme che arriva proprio nel giorno in cui Luca Zaia, governatore del Veneto, annuncia: “Ci sono 80 milioni per realizzare il collegamento sciistico tra Cortina e Arabba”, una maxi-giostra che toccherebbe anche la Marmolada e il comprensorio del Civetta. Siamo nei prati, ma è una grande opera. Con i soliti nodi legati a progetti di questo genere: ci sono i soldi pubblici investiti (40 milioni). C’è poi il paravento dei grandi eventi: a Cortina si disputeranno i Mondiali del 2021 e le Olimpiadi invernali del 2026. Soprattutto c’è la domanda di fondo: l’investimento risolleverà l’economia di alcune delle valli più belle – e delicate – delle Dolomiti oppure riempirà soprattutto le tasche dei privati devastando l’ambiente?

La Cortina-Arabba non è più uno di quei progetti buoni soltanto per alimentare le chiacchiere all’ombra dei monti. Stavolta si fa sul serio: è stata creata una società ad hoc presieduta da Mario Vascellari che gestisce impianti a Cortina e sulla Marmolada. E adesso, giura Zaia, sono stati trovati i soldi. Tanti provenienti dalla Regione. L’idea è quella di creare una giostra di impianti che colleghi la regina delle Dolomiti – afflitta dall’isolamento delle sue piste – con le valli vicine.

Il progetto, come riporta il Corriere delle Alpi, prevede interventi consistenti: Cortina, già si sapeva, sarà collegata con il passo Falzarego. Da qui si potrà scendere fino al castello di Andraz. Dai piedi del Col di Lana partirebbe poi un nuovo impianto che porterà alla conca di Cherz, sopra Arabba. Non basta, racconta Casanova: “Si ipotizza un collegamento con la Marmolada dove il ghiacciaio è già minacciato dagli impianti”. Basta? “No, Cortina dovrebbe essere collegata anche con il passo Giau, da qui a colle Santa Lucia e infine al comprensorio del monte Civetta (Selva di Cadore, Alleghe, ndr)”. Decine di chilometri di impianti e di piste. Ma il rischio maggiore non è questo: “Non sono soltanto i due-tremila alberi tagliati per ogni pista. Una volta realizzati gli impianti ci vuole poco per aggiungere rifugi, ristoranti, percorsi per automobili e motoslitte. Ma soprattutto invasi idrici per l’innevamento artificiale che spesso ottengono un finanziamento pubblico dell’80% con la giustificazione che servirebbero per la lotta contro gli incendi. Il paesaggio cambierà per sempre”.

Oggi sui pendii del Falzarego, ma soprattutto del Giau, trovi prati e conifere. Boschi intatti che sul versante di Cortina si affacciano sui Lastoni di Formin, una parete che pare un organo di pietra alto centinaia di metri. Verso il Cadore incontri malghe, ancora boschi e una manciata di case. Certo, la vita delle valli bellunesi è minacciata dallo spopolamento: in otto anni, la provincia ha perso 10 mila abitanti (mentre le vicine Trento e Bolzano sono aumentate del 2%). Hanno chiuso 600 negozi, 20 uffici postali, poi banche e parrocchie. Ma chissà se per consentire alla gente delle Dolomiti di non abbandonare i suoi monti ci sia solo la vecchia ricetta: grandi eventi, pioggia di soldi, impianti e cemento. O se la strada giusta non sia fornire le valli di collegamenti (il treno), servizi, scuole e lavoro. Come diceva Dino Buzzati ne Il segreto del bosco vecchio, ambientato tra queste creste: “La foresta più bella, il Bosco Vecchio, era stata completamente rispettata”.

“Bisogna studiare come fare per fottere un concorso”

Avevano paura della “caccia alle streghe”. “La classe medica si deve muovere, scendere in piazza come hanno fatto…”. Agli inquirenti pare che dica i Sì Tav, che alcuni giorni prima avevano manifestato a Torino. Non ne poteva più di quel clima infame, Stefano Bruschi, 69 anni, professore ordinario di Chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica all’Università di Torino e direttore della struttura complessa all’Azienda ospedaliera “Città della Salute”: “Siamo stufi, stufi! Non puoi essere considerato un malavitoso perché hai fatto il medico e sei nella malasanità”, diceva il 21 novembre 2018.

Davanti a lui aveva la figlia del suo predecessore, Giovanni Bocchiotti, 83 anni: si chiama Maria Alessandra, 51 anni, è una dirigente medico della struttura ed era la candidata designata, secondo la Procura di Torino, a vincere il concorso da professore associato di quella specialità, com’è poi avvenuto nell’aprile scorso: “C’è una severità a Torino, in Piemonte, su certe cose che è particolarmente spiccata”, commenta lei. Citano l’ex procuratore Raffaele Guariniello e le sue indagini. “La sanità piemontese è molto monitorata”, aggiungeva. In un’altra occasione diceva di “essere denunciato ed andare anche in galera”. Commentava un’inchiesta dei Nas su 25 tra professori, medici e dirigenti dell’ambito psichiatrico accusati corruzione, turbata libertà del procedimento e falso ideologico in atti pubblici e non sapevano di essere registrati da mesi dalle microspie piazzate dalla polizia su richiesta del pm Roberto Sparagna.

Adesso anche Bruschi, Bocchiotti padre e figlia e altri tre professori sono indagati per un concorso universitario ritenuto truccato a favore della donna. Bruschi (assistito dagli avvocati Patrizia Bugnano e Stefano Castrale) e la Bocchiotti (difesa da Carlo Blengino) sono indagati per turbata libertà del procedimento di scelta e atti persecutori (stalking) nei confronti di Marco Fraccalvieri, un altro medico che aspirava al posto di professore associato, passaggio necessario per aspirare al posto di ordinario.

Il primario 68enne aveva detto a quest’ultimo che non avrebbe avuto chance perché il posto era per la Bocchiotti. Fraccalvieri, che vanta un’esperienza ospedaliera e universitaria superiore, si è rivolto all’avvocato Michele Galasso e ha denunciato tutto in Procura il 17 luglio 2018. “La mia denuncia non scaturisce da rancori personali o aspettative che riversavo in questa nostra amicizia – ha dichiarato Fraccalvieri al pm spiegando i buoni rapporti con Bruschi –. La sua freddezza nel comunicarmi che non avrei avuto alcuna possibilità di vincerlo perché già assegnato alla Bocchiotti mi ha sorpreso perché non lo ritenevo persona capace di simili atteggiamenti. Tenete presente poi che ho condiviso con lui, in tutti questi anni, molte considerazioni circa valori come onestà, meritocrazia, trasparenza e altro”. I poliziotti hanno quindi cominciato a registrare in diretta la preparazione del concorso: ad esempio Bruschi e Bocchiotti avevano predisposto un bando di gara che corrispondeva, secondo l’accusa, alle caratteristiche professionali di quest’ultima: la conoscenza della lingua inglese, ad esempio, non sarebbe stata verificata, mentre sarebbero stati dati più punti all’organizzazione di convegni. Tutte qualità che lei aveva e Fraccalvieri no. “Lui non ha nessun… con un bando fatto così non ha nessuna possibilità perché lui sulla mammella non ha niente”, diceva Bruschi riferendosi alle tecniche di ricostruzione mammaria postoncologica, una delle richieste. Secondo gli investigatori, quella frase intercettata permette di ipotizzare “come il profilo del candidato per il concorso fosse stato elaborato proprio per escludere Fraccalvieri e favorire la Bocchiotti”.

Il 20 agosto 2018 Bruschi e la candidata avevano anche scritto le email per selezionare e contattare i componenti della commissione d’esame, che il direttore definisce “agganciati per il collo”. Chiacchierando nello studio lei criticava il rivale per l’atteggiamento ostile: “Sei incazzato? Mandi giù questa merda e fai buon viso a cattivo gioco, perché se vuoi rimanere qua devi comunque mantenere una certa forma sennò ti incazzi, dici ‘guarda, vaffanculo’, sbatti la porta e vai però’”, dice la Bocchiotti. “Infatti è quello che gli ho detto”, risponde Bruschi.

Anche i commissari, i professor Carlo D’Aniello (Università di Siena), Francesco D’Andrea (Federico II di Napoli) e Corrado Rubino (Sassari), sono indagati per turbata libertà nel procedimento per essersi accordati con Bruschi sul nome della vincitrice e per aver tentato di modificare i titoli da valutare. Il loro lavoro, però, non aveva soddisfatto l’Università di Torino che il 18 marzo aveva chiesto di motivare più approfonditamente la graduatoria dei candidati da loro elaborata: “In Italia si deve fare un concorso, che ogni anno diventa sempre più arzigogolato, più preciso, più quantificativo… e quindi diventa burocrazia – spiegava D’Aniello a un amico –. E allora tu devi studiare come fare per fottere un concorso”. L’alibi della burocrazia spunta ancora dopo le perquisizioni, quando Bruschi scopre di essere indagato: “Si sa che sono un pasticcione”, commenta. Infine Bruschi e Bocchiotti padre sono indagati per corruzione perché il primo “accettava la promessa formulata da Bocchiotti Giovanni nella sua qualità di direttore sanitario del Centro diagnostico Cernaia”: una volta in pensione avrebbe ottenuto una collaborazione con il centro.

Burocrazia: giusto semplificare, però l’email non è tutto

“Non se ne parla molto, perché si parla molto di più del piano anti-evasione, ma un altro importante pilastro su cui stiamo lavorando è quello della riduzione della burocrazia e della semplificazione del quadro regolatorio”, ha detto qualche giorno fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ultimo di una infinita lista di politici che hanno promesso di fare qualcosa contro la tassa occulta che consuma la più preziosa delle risorse, il tempo.

Secondo un rapporto dell’Università Cattolica, le piccole imprese italiane dedicano 550 ore all’anno agli adempimenti amministrativi, quelle medie ben 1.200. Imprenditori e cittadini vivono la burocrazia come una calamità naturale, l’equivalente del maltempo per gli agricoltori: odiosa, inevitabile, ma trasversale nel suo impatto, che colpisce i ricchi come i poveri. In realtà la burocrazia può nascondere, dietro la sua apparente natura tecnica e neutra, precise scelte politiche.

Cass Sunstein, professore di Legge ad Harvard, in un articolo su ProMarket.org sottolinea che “gli adempimenti amministrativi possono rendere difficile o addirittura impossibile per le persone godere di diritti fondamentali, come quello di votare o di esprimersi liberamente”. Secondo una apposita agenzia che dal 1979 monitora il peso della burocrazia negli Stati Uniti, i cittadini americani dedicano ogni anno 9,78 miliardi di ore a moduli, formulari e file in uffici pubblici. Nell’ipotesi di una paga oraria di 20 dollari, questo significa un costo complessivo per l’economia di 195,6 miliardi di dollari ogni anno: più dell’intero budget federale per l’istruzione. L’aspetto monetario non è però quello decisivo. La burocrazia può essere usata per raggiungere obiettivi politici inconfessabili, come quello di perseguire la segregazione razziale o di scoraggiare il voto dei sostenitori del partito avverso a quello di chi è al governo.

Due economisti, Holger Mueller (New York University) e Constantine Yannelis (Chicago Booth), hanno scoperto che mandare un modulo pre-compilato ai potenziali beneficiari di sussidi governativi può fare un’enorme differenza. Da anni il governo americano cerca di far aderire a un programma di sostegno finanziario i laureati che rischiano la bancarotta perché non riescono a pagare le rate del prestito contratto per pagarsi l’università. Il tasso dei potenziali beneficiari che aderiscono passa dal 24 per cento al 61 per cento se il formulario di 12 pagine arriva precompilato. Un dettaglio burocratico può cambiare la vita delle persone, come sanno tutti gli studiosi che si arrovellano su come far partecipare i poveri ai programmi anti-povertà (incluso il reddito di cittadinanza).

Il premio Nobel per l’Economia, Richard Thaler, ha reso celebre l’espressione nudge, la spinta gentile dei governi che usano piccoli accorgimenti per condizionare il comportamento dei cittadini senza essere troppo invasivi (dalle strisce dei parcheggi alle opzioni di default: per esempio stabilire che sono tutti donatori di organi tranne coloro che indicano espressamente il contrario). Esiste però anche lo sludge, avverte Cass Sunstein: il “fango” della burocrazia che può essere usato per impedire a certe categorie di accedere a servizi pubblici che pure, sulla carta, spettano loro. Un grande classico, negli Stati Uniti, è l’uso della burocrazia per rendere complicato alle donne abortire anche negli Stati in cui è legale farlo, o introdurre farraginose norme per registrarsi al voto che di solito finiscono per escludere gli afroamericani, più propensi a sostenere i Democratici.

Quando dal mondo fisico, quello delle carte bollate e delle firme a penna, si passa al digitale le trappole della burocrazia diventano ancora più difficili da evitare. Lo sanno bene le aziende che, molto prima dei governi, hanno capito la potenza dei moduli precompilati e delle opzioni di default, cioè le scelte che compie chi non si preoccupa di scegliere. I dark patterns, cioè gli schemi nascosti, sono interfacce costruite con il preciso scopo di confondere l’utente, di dargli l’illusione della scelta, mentre in realtà lo spingono ad adottare il comportamento desiderato dall’azienda (che, quindi, di solito genera un beneficio per l’azienda e causa un danno all’utente). Ne siamo vittima tutti. Provate a cancellare un abbonamento a un sito. Di solito dovete ribadire di essere proprio sicuri di volerlo fare, ma la formulazione della domanda non è casuale. “Sei sicuro di voler cancellare la tua membership? Non riceverai più i nostri servizi”, chiede il sito. E poi offre due opzioni “Continua” o “Cancella”, dove continua significa “continua a ricevere i nostri servizi e a pagare”. L’utente, confuso, tende a scegliere sempre la prima opzione, tanto più che “continua” può essere equivocato come “continua con la tua decisione di cancellare”. Nei wi-fi di molti aeroporti: la prima scelta proposta di solito è una connessione a pagamento, soltanto più in basso viene offerto un servizio di qualità appena inferiore ma gratuito.

Jamie Luguri e Lior Jacob Strahilevitz, della Law School dell’Università di Chicago, hanno misurato con un esperimento la potenza dei dark patterns. Hanno sottoposto un questionario a un campione di americani, 1.762 persone, sul loro rapporto con la privacy online. Alla fine del questionario partiva il vero esperimento: ai partecipanti veniva fatto credere che gli organizzatori della ricerca avevano un accordo con una società di carte di credito che offriva loro un inutile servizio di protezione dei dati personali, all’inizio gratis e poi con un costo di 8,99 dollari al mese. In assenza di condizionamenti, di fronte alla semplice richiesta se volevano iscriversi al servizio, soltanto l’11 per cento dei partecipanti aderiva. Ma dopo l’introduzione di dark patterns che rendevano la domanda meno chiara, aumentavano la pressione sull’intervistato (con un timer che indicava il tempo rimasto per decidere) e domande trabocchetto (tipo “Sei sicuro di non voler proteggere i tuoi dati?”), la percentuale di quelli che si abbonavano al servizio costoso e inutile saliva dall’11 al 42 per cento.

La lezione per i governi, incluso quello italiano, è che ridurre la burocrazia non significa semplicemente passare dai fax alle email, dalle firme a inchiostro a quelle digitali. L’influenza corrosiva delle procedure è molto più sottile e, in una società digitale, anche più pervasiva e potente.

Il giurista Cass Sunstein propone una deregolamentazione che tenga conto delle lezioni dell’economia comportamentale: quello che conta, cioè, non è soltanto ridurre gli adempimenti burocratici, ma intervenire soprattutto su quei colli di bottiglia che permettono a procedure all’apparenza neutre di condizionare il comportamento dei cittadini. Limitarsi a sostituire burocrazia digitale a burocrazia cartacea rischia addirittura di peggiorare la situazione.