“Servono norme raffinate per negare i permessi ai boss”

Nicola Morra, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, sta lavorando a una proposta legislativa che rispetti la decisione della Corte costituzionale sull’ergastolo ostativo, ma non indebolisca la lotta alla mafia.

Come giudica gli interventi della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte costituzionale italiana, che hanno smontato la norma che subordinava la concessione dei benefici penitenziari alla collaborazione con la giustizia?

È un dramma, perché non si riconosce la pre-esistenza alla nascita dello Stato unitario italiano di alcune consorterie che hanno nel loro statuto un’identità in netto contrasto con lo Stato, monarchico prima e repubblicano poi. La legislazione antimafia è datata 1982. Prima non esistevano le organizzazioni mafiose? Esistevano eccome. Rocco Chinnici sottolineava che Cosa Nostra rappresentasse un formidabile strumento di conservazione di equilibri sociali. Gratteri e Ciconte hanno dimostrato come le strutture di ’ndrangheta fossero funzionali a chi gestiva il potere. Roberto Scarpinato ricorda che nella nostra storia repubblicana c’è un filo sotterraneo che si chiama stragismo, in cui le organizzazioni mafiose hanno svolto un ruolo da protagoniste, fin da Portella della Ginesta. Dunque, dobbiamo renderci conto che, come ci ripete Nando dalla Chiesa, siamo in guerra, una guerra non dichiarata con organizzazioni in netto contrasto con la Costituzione. La nostra legislazione antimafia serviva a riconoscere questo stato di perenne conflitto e a rendere le organizzazioni criminali più deboli, attraverso un trattamento penitenziario che, dopo la cattura dei mafiosi, spezzi i loro legami con l’organizzazione.

Che cosa fare, allora, concretamente? L’appello del Fatto Quotidiano è stato firmato già da 43 mila persone.

Noi stiamo lavorando al testo di un disegno di legge. Ci sono varie opzioni che sto approfondendo coi miei consiglieri. Manderò il testo a tutti i colleghi del Movimento 5 Stelle che sono in Commissione Antimafia, in Commissione Giustizia, in Commissione Diritti umani e in Commissione Affari costituzionali. Già ieri, io e il collega Mario Giarrusso abbiamo cercato di ragionare, nell’assemblea del Movimento, sui pro e i contro di cui dobbiamo tener conto.

I pro e i contro?

Sì, perché dobbiamo avere grande equilibrio e grande raffinatezza giuridica, dobbiamo tener conto delle indicazioni della Corte costituzionale, anche se raggiunte a stretta maggioranza, otto a sette. Dobbiamo rispettare le indicazioni della Consulta, senza creare una situazione di conflitto con la Corte. Dobbiamo saper coniugare le esigenze, ravvisate dai giudici costituzionali, di tutela di una rieducazione che deve essere garantita, come vuole la nostra Costituzione, a tutti i detenuti, con le esigenze di tutela della societas per cui un mafioso continua a esserlo a vita, a meno che non si allontani dall’organizzazione criminale o non ne sia allontanato, perché passato dall’altra parte.

Lei in questi giorni è in Calabria a incontrare e discutere con gli attivisti del Movimento 5 Stelle. State decidendo che cosa fare alle prossime elezioni regionali? Un’alleanza con il Pd?

Il Movimento 5 Stelle è nato in funzione pre-politica, etica, in difesa della legalità. Questo dovrebbe tenere insieme tutti, destra e sinistra. Ora, io rispetto tutti gli elettorati, di destra e di sinistra, perché ogni elettore merita rispetto. Ma poi devo tener conto della realtà: accanto agli elettorati, ci sono gli apparati di partito. E l’apparato del Partito democratico in Calabria ha delle responsabilità politiche e morali enormi, tant’è che lo stesso Partito democratico nazionale ha deciso di rompere con l’attuale governatore della Calabria, Mario Oliverio. Noi del Movimento dobbiamo tornare a essere non tanto la terza via, che è quella che si aggiunge alle due precedenti, ma tornare ai diritti-doveri della nostra Costituzione e che tutti, destra e sinistra, debbono riconoscere. Valorizzando i gruppi e le organizzazioni sociali sul territorio. Ma mi chiedo: in Calabria quali e quante reti sociali esistono? Ci sono poche associazioni e molto individualismo. Io vorrei che il Movimento diventasse il motore di una nuova socializzazione.

Potreste trovare una convergenza su una figura come Callipo candidato presidente della Calabria?

Non è il problema di un singolo. Io conosco e stimo Pippo Callipo, ma ritengo sbagliato fare riferimento a una sola persona. Tu puoi avere Maradona, ma lo scudetto lo vinci solo se attorno a Maradona ci sono Giordano, Garella, Careca, Bagni e tutti gli altri.

Contrordine: tra Stampa e Fiat è sempre amore

Quando è giusto, è giusto. Bisogna ammetterlo: ci siamo sbagliati. Sul Fatto di ieri avevamo celebrato – troppo frettolosamente – uno storico contrappasso: abbiamo scritto che il giornale di riferimento della Fiat non è più La Stampa ma Repubblica.

Perché i primi e più entusiastici apologeti dell’accordo tra Fca e Peugeot non erano stati, come ci si poteva aspettare, i “soliti” torinesi, ma i cugini romani diretti da Carlo Verdelli. Per carità, sfumature: come noto da qualche anno, gli editori di Stampa e Repubblica si sono fusi nel gruppo Gedi (e Fca – tramite Exor – conserva circa il 6 per cento del capitale della società).

E comunque: eravamo rimasti molto impressionati dal titolone quasi lirico che apriva la prima pagina sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari: “Fca-Peugeot, fusione a caldo”. Ed eravamo sorpresi dal fatto che “i cugini” non avessero manifestato almeno altrettanto entusiasmo.

Ventiquattro ore più tardi, ci tocca registrare il nostro errore: La Stampa ha risposto “presente” e celebrato come si deve l’operazione che coinvolge le sue automobili preferite. Sul quotidiano diretto da Maurizio Molinari finalmente la fusione è la notizia del giorno, con un titolone che occupa quattro quinti della prima pagina: “Fca-Peugeot, la sfida è globale”. L’occhiello serve a specificare quanto sia straordinaria questa notizia: “Auto connesse, elettriche e pulite per superare Toyota e Volkswagen. Parla Landini: scelta strategica”.

Ecco, ora ci siamo: la svolta epocale ha trovato lo spazio che merita anche dove ci si aspettava che le fosse dovuto. Ovvero l’apertura della prima pagina e ben sei articoli nelle successive quattro. Con titoli così: “La Grande Alleanza (le maiuscole sono originali, ndr) per la sfida dell’innovazione nei tre mercati chiave”.

Attenzione: il quotidiano torinese – con 24 ore di colpevole ritardo – ha fatto le cose in grande, ma non è che gli altri giornali si siano dimenticati della “Grande Alleanza”. La stessa Repubblica continua a fare una sobria narrazione delle vicende Fiat. La fusione è raccontata in pagine meno nobili (10-11 e 13) ma l’entusiasmo non è diminuito. Spicca in particolare l’asettico ritratto di Carlos Tavares, amministratore delegato di Peugeot e leader designato del nuovo gruppo dopo la fusione. Titolo a centro pagina in carattere bold: “Super Carlos”. E poi: “Tavares, il portoghese che ha salvato Peugeot. L’uomo che sussurra alle auto”. Mica cavoli. Nella schedina riassuntiva, apprendiamo che “Lo chiamano Cristiano Ronaldo”. Fuoriclasse.

Va detto che la sollecita attenzione per l’accordo si riscontra un po’ ovunque sulla stampa italiana, non solo sui giornali del gruppo Gedi. Altrove i toni sono un filo meno entusiastici. Avvenire, il quotidiano dei vescovi , ostenta ottimismo: “Il matrimonio alla pari tra Fca e Psa promette di salvare fabbriche e lavoro”. Leggermente meno caloroso il Messaggero di Caltagirone: “Decolla la fusione Fca-Peugeot, Tavares ad: sarà sfida ai tedeschi”. Sul tema non risparmia una paginetta maliziosa sulla latitanza dei giallorosa: “Il governo spiazzato dal blitz, ora chiede garanzie sui posti”.

Plastica e auto aziendali: gli ultimi scontri

A48 ore dall’avvio dell’esame del Parlamento, lunedì si inizia al Senato, la manovra da 30 miliardi subisce le ennesime modifiche per appianare le divergenze all’interno della maggioranza. La stretta fiscale sulle auto aziendali, la fringe benefit, perde vigore ma non scompare: l’incremento escluderà le vetture ibride ed elettriche, mentre per le altre la quota di imponibile (che concorre alla formazione del reddito) salirà dall’attuale 30 al 60% del valore attribuito all’auto.

L’aumento al 100%, inizialmente previsto per tutte le auto, scatterà solo per le auto più inquinanti. Restano esclusi dall’incremento gli agenti e i rappresentanti di commercio. Il leader di Italia Viva Matteo Renzi continua a essere per il “no tax” e sulla stessa linea c’è anche il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Buffagni (M5S). Difficile, però, che la tassa venga eliminata: inizialmente era stata quantificata in 513 milioni di euro, soprattutto se insieme si vuole abolire la sugar tax che nel 2020 vale 200 milioni.

Salta, poi, nell’ultima versione della bozza della manovra, la norma che stanziava 100 milioni per le indennità dei ministeri. Contro la norma si sono schierati i Cinque Stelle che chiedevano piuttosto di destinare quei fondi alle imprese per l’assunzione di giovani. Nessun aumento, ma diversi cambiamenti per le tasse sugli immobili. La nuova local tax accorperà l’Imu e la Tasi con un’aliquota base dell’8,6 per mille, ma i sindaci potranno aumentarla fino a un massimo del 10,6 per mille. E, solo nel 2020, potranno portarla all’11,4 per mille. Una novità che non piace a Confedilizia, che teme stangate sui proprietari di casa. In attesa di questi cambiamenti, la prima rata dell’Imu con scadenza giugno 2020 è comunque bloccata per legge alla metà dell’importo pagato del 2019. Poi, sul fronte delle spese sanitarie, è stato chiarito che le detrazioni del 19% restano valide anche per chi paga in contanti in farmacia e dai medici.

L’accordo di maggioranza sulla manovra, raggiunto mercoledì sera, continua però a scricchiolare sulla plastic tax da un euro al chilogrammo, cioé più di quanto costa il materiale. A essere tassate sono bottiglie, buste, vaschette per alimenti, contenitori in tetrapak utilizzati per latte, bibite o vini e i contenitori per detersivi, ma anche le pellicole utilizzate per la consegna delle merci e le apparecchiature informatiche. Il governo ha spiegato che si tratta di una tassa di scopo, come incentivo perché le aziende producano meno plastica possibile (è previsto un credito d’imposta del 10% delle spese sostenute nel 2020 fino a un massimo di 20mila euro). Ma a promettere battaglia per eliminarla è Renzi che fino a oggi si è sempre professato paladino dell’ambiente. La nuova tassa sulla plastica, dalla quale sono escluse quelle compostabili, ha messo in allarme anche i consumatori: temono che i nuovi costi saranno scaricati dalle aziende sulle famiglie che, secondo Federconsumatori, rischiano di spendere fino a 138 euro in più.

“Così ci leghiamo mani e piedi ai signori delle slot machine”

“Così non cambia niente, si mantiene lo status quo. E ci leghiamo le mani con i signori di slot e Vlt rinnovando la concessione per altri nove anni. La vera Las Vegas è qui, non negli Stati Uniti dove il rapporto tra macchinette e abitanti è un terzo dell’Italia”.

Giovanni Endrizzi, lei da senatore (M5S) da anni è in prima linea nella battaglia contro l’azzardo legalizzato, una delle bandiere del Movimento. Eppure non sembra soddisfatto delle novità introdotte dal governo nella legge di Bilancio.

Premetto che i miei giudizi si basano su una bozza. Su indiscrezioni o poco più. Ma sarei molto stupito se passassero questi provvedimenti. La lotta all’azzardo è un punto chiave del nostro programma, perché nelle macchinette e nei giochi gli italiani perdono 18 miliardi l’anno. La gente si impoverisce, si ammala.

Cosa la preoccupa di più?

Si prevede che nel 2020 si avvii la gara per rinnovare concessioni che scadono nel 2022. Ma così ci leghiamo le mani per altri nove anni. Non solo, si parla di una riduzione degli apparecchi del 5%. Per le Vlt, gli apparecchi più aggressivi, è previsto un tetto di 58mila macchinette. Troppe, oggi i dati – molto incerti – stimano che siano tra 57mila e 61mila.

Lei cosa propone?

Non vedo il bisogno di anticipare i bandi. Un domani basterebbe una semplice proroga delle concessioni, magari chiedendo agli operatori che si impegnino a una riduzione del 5%, ma ogni anno. Il nostro obiettivo è la conversione del machine gambling legalizzato, riportando nei bar apparecchi da intrattenimento puro, senza vincite di denaro come una volta erano flipper e calciobalilla. Si può fare, si può riconvertire il mercato ascoltando anche gli operatori.

C’è un altro punto che preoccupa: la regolamentazione del settore sarebbe affidata ai ministeri.

L’articolo 87 comma 4, a quanto risulta dalle bozze in circolazione, prevederebbe che il ministro dell’Economia emani un decreto per disciplinare la localizzazione degli apparecchi. È un intervento a gamba tesa che falcia i regolamenti regionali e comunali, quelli che finora sono stati l’arma più efficace contro l’azzardo.

Le norme che vietano le macchinette vicino a luoghi sensibili come scuole, oratori o centri anziani…

Esatto. Facendo così si cancellerebbero regolamenti di Comuni come Torino e Roma, per restare nelle città amministrate dal Movimento, ma anche Bergamo o Bologna guidate dal Pd. Non credo che il M5S, ma neanche il Partito democratico, vogliano farlo. I regolamenti locali hanno retto a ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato. Sono efficaci proprio perché espressioni di enti locali che conoscono il territorio. E poi… insomma, se diciamo di voler dare autonomia alle regioni poi non dobbiamo limitare la loro azione.

Proviamo a dare qualche suggerimento concreto al governo.

Credo che sarebbe necessario eliminare ogni esenzione fiscale sulle micro vincite perché sono il primo passo verso il gioco più pesante. Vanno tassate tutte le vincite, in maniera proporzionale. E poi tutti i giochi vanno tassati, anche il gratta e vinci che attira le ragazze minorenni e le scommesse sportive amate dai ragazzi. Infine… niente tassazione sull’intrattenimento puro.

Ma la nuova disciplina non contiene spunti positivi?

Sì, certo che ne ha. C’è, per esempio, un aumento della tassazione sulle vincite che serve a disincentivare il gioco. Già il divieto della pubblicità ha avuto un significato epocale, un po’ come il divieto di pubblicità del fumo che trent’anni fa contribuì a cambiare la mentalità. Le norme devono educare a comportamenti più sani, come anche la tassazione sul trash food zuccherato. Ma anche qui bisogna andare a fondo: divieto totale della pubblicità dell’azzardo significa che deve essere vietato far girare in modo furbesco il nome delle società di scommesse.

Da anni combattete contro l’azzardo. Qualcuno potrebbe dire che adesso al governo ci siete voi. Sono state tradite le promesse?

Ripeto, questa è una bozza ufficiosa. La Finanziaria cambia radicalmente durante il suo percorso. Ma non possiamo perdere un’occasione irripetibile, se daremo nuove concessioni blinderemo il settore per dieci anni.

Inps, l’appalto vinto col ribasso dell’81%: e adesso si licenzia

“Si può vincere una gara con l’82% di ribasso rispetto al costo preventivato? Sembra di sì”. Lo scrisse meravigliandosi, in un comunicato di marzo, l’Unione sindacale di base. In realtà l’Usb esagerava. Il ribasso, come testimonia la determina di assegnazione, era solo dell’81,24%, ma quanto al resto il sindacato aveva ragione: “L’offerta è troppo bassa e a rimetterci sarà la qualità del servizio e i diritti dei lavoratori addetti alla telefonia, salvo che non vi siano futuri aggiustamenti economici in corso d’opera, come accade sovente”.

Il gruppo Comdata, infatti, si è aggiudicato – grazie a quel ribasso vertiginoso, che significa la rinuncia a quasi 50 milioni di euro – l’appalto per il contact center dell’Inps: in sostanza, il servizio di assistenza telefonica ai “clienti” dell’ente previdenziale. Problema: ora che la nuova azienda sta per subentrare ai vecchi gestori – un raggruppamento temporaneo tra Almaviva, Covisian e Transcom – si scopre che non vuole o non può confermare tutto il personale in servizio sulla commessa. Per la precisione vorrebbe liberarsi di circa il 10% della forza lavoro, anche se alla fine sarà probabilmente costretta a ridurre le sue pretese.

Andiamo con ordine. La patata bollente ora è nelle mani di Pasquale Tridico, presidente dell’Inps in quota 5 Stelle, ma la gara – partita nel 2017 – risale ai bei tempi della presidenza dell’economista bocconiano Tito Boeri (terminata a febbraio). Dal documento con cui fu aggiudicato l’appalto biennale si scopre quanto segue. Il lotto 1, quello di gran lunga più importante e ricco, vale 151 milioni (sui 180 totali dei tre lotti), ma non su tutte le componenti si possono proporre “sconti”: 94,2 milioni sono secondo Inps i costi incomprimibili per il personale, visto che negli appalti pubblici vige la cosiddetta “clausola sociale”, che prevede l’assorbimento della manodopera già impiegata sul servizio. Restano gli altri 57,1 milioni di costi per il servizio calcolati dall’ente previdenziale: Comdata ritiene di poter fare quel lavoro per 10,7 milioni (l’81,24% in meno della base d’asta), la cordata uscente si era limitata a un pur ragguardevole 58,72% (23,5 milioni). Tutte proposte classificate alla massima soglia di anomalia (la A), che però non hanno turbato né l’Anac (che ha dato il suo via libera il 4 marzo), né il committente Inps, che pure riteneva che il costo giusto per quel lavoro fosse 57 milioni e dispari.

Tutto bene quel che finisce bene? Mica tanto. Passa qualche mese e, adesso che è vicino il momento della presa in carico del servizio, viene fuori l’inghippo: Comdata non riassorbirà tutti i circa 2.800 lavoratori impiegati finora dalle tre aziende “uscenti”, che dal canto loro hanno avviato le procedure di licenziamento collettivo per non ritrovarsi personale che non sanno più come impiegare. Il gruppo subentrante, infatti, ha fatto sapere due settimane fa che intende riconoscere la clausola sociale solo a chi, nei sei mesi precedenti, ha effettuato “il 70% delle loggature nella commessa Inps” (insomma, ha lavorato quasi a tempo pieno alle telefonate per l’ente previdenziale). A spanne comporterebbe il “licenziamento” di circa 400 persone.

La reazione dei sindacati è stata indire una giornata di sciopero. Poi sono iniziati gli incontri al ministero del Lavoro e all’Inps: un nuovo vertice, probabilmente decisivo, si terrà lunedì. Al momento la trattativa con Comdata si muove su questi numeri: dovrebbero restare a casa 120-180 lavoratori di Almaviva, 40-50 di Covisian e una quindicina di Transcom. Insomma, se va bene tra i 200 e i 250 dipendenti in territori non proprio pieni di opportunità: Campania, Abruzzo, Puglia.

A questo punto resta solo lo spazio per ricordare che il gruppo Comdata è controllato dal fondo americano Carlyle il cui managing director e co-head per l’Europa (insomma, il capo) è Marco De Benedetti. Circostanza su cui ha maramaldeggiato sempre l’Usb: “È opportuno che una società che fa capo alla famiglia De Benedetti, alla quale il presidente dell’Inps Boeri è legato per rapporti professionali, si proponga per gestire un servizio dell’Istituto previdenziale?”.

Storia di una resistibile ascesa: i molti Cari Leader della ministra

Come Teresa Bellanova sia arrivata a essere un personaggio centrale nella politica italiana è mistero profondo quanto gaudioso per chi ne ha seguito tutti passi. Oggi, finita in un partito di schietta destra liberale, la sua resistibile ascesa si è conclusa con la più ovvia delle beatificazioni mediatiche: quella garantita dagli haters per le critiche becere ricevute sui social per il vestito, invero non azzeccatissimo, con cui si presentò a giurare da ministra dell’Agricoltura (in quota Renzi) al Quirinale.

È l’epilogo perfetto dell’equivoco Bellanova: l’ex bracciante che alla Leopolda scandisce “il merito è di sinistra” come un bocconiano qualunque, la ministra che vuole proteggere i prodotti italiani rilanciando i trattati di libero scambio e fare “la lotta al cambiamento climatico” mandando in giro mercantili e aerei che inquinano come qualche milione di macchine a spostare merci dagli angoli più disparati del globo. La coerenza però, come vedremo, non è una sua preoccupazione.

La leggenda di Teresa Bellanova si fonda sulle sue origini: classe 1958, pugliese di Ceglie Messapica (Brindisi), bracciante a 14 anni, più tardi operaia tessile, entra adolescente nella Cgil e nel Pci. Il sindacato, oltre che un lavoro, le darà anche l’amore: durante una missione in Marocco incontra l’uomo che diventerà suo marito (“era il mio traduttore”) e da cui avrà un figlio. Il partito le regala invece una insperata carriera politica grazie al suo leader di riferimento: Sandro Frisullo, pezzo grosso della filiera post-comunista in Salento, a lungo colonnello in Regione di Massimo D’Alema.

Fino ad anni recentissimi, infatti, Bellanova è la tipica quinta fila di quella che Pier Luigi Bersani chiamava la “Ditta”: è grazie all’allora potente Frisullo che l’attuale ministra si ritrova deputata nel 2006, confermata nel 2008 e poi nel 2013, quando la rete salentina del cacicco locale – nonostante lui fosse già finito in disgrazia – le consente un bell’exploit alle “parlamentarie” del Pd. Bellanova, d’altronde, non ha mai nascosto la sua vicinanza a Frisullo: finito in galera in un filone dell’inchiesta su Gianpi Tarantini (quello delle escort per B.), la ministra sarà la prima ad andarlo a trovare (“gli credo: provo dolore puro”). Il nostro finirà poi assolto per quasi tutto: tra le molte accuse, ne resisterà una per turbativa d’asta in un appalto sanitario.

Come che sia, quel che qui rileva è che Bellanova fosse così frisulliana, e in quanto tale dalemiana, da non sopportare critiche ai cari leader neanche in famiglia: “Non ti permetto di parlare così di Massimo”, rintuzzò una volta un compagno di corrente che, in una riunione, s’era permesso una battuta. Pure Matteo Renzi incorse nelle sue ire: “Gli attacchi del sindaco di Firenze a D’Alema ormai assumono caratteri grotteschi”; “l’immagine che ritrae il camper di Renzi che asfalta D’Alema ci dice che è stato superato ogni limite: vergogna!”. Era il 2012 e il giovine di Rignano non le era ancora apparso come il faro politico che diventerà poi: ancora nel 2013 la pasionaria di Italia Viva al Congresso sostenne Gianni Cuperlo contro il rottamatore. L’anno dopo – quando giura da sottosegretario al Lavoro su indicazione della “Ditta” – l’Ansa ce la descrive così: “Sul suo profilo Facebook campeggia la foto di lei che abbraccia Bersani (…) È una bersaniana di ferro”. E lei: “Sono all’antica, sono per le passioni solide”. Le passioni, si sa, pure quelle solide, a volte crollano all’improvviso. Simbolica, proprio in quel 2014, la gestione alle Camere del Jobs Act che diabolicamente Renzi affidò proprio a lei, sindacalista e bersaniana che, in corso d’opera, si fece renziana.

L’escalation è memorabile. Il 27 giugno: “Il governo sta portando avanti una poderosa riforma del mercato del lavoro e non comprende l’articolo 18 o lo Statuto dei lavoratori, né altra revisione del contratto a tempo indeterminato”. Già il 16 settembre non era più proprio così: “Non c’è l’idea di cancellare l’articolo 18, ma di lavorare per riscrivere parti dello Statuto dei lavoratori”. Il giorno dopo: “Le tutele aumenteranno mano a mano che aumenterà l’anzianità di servizio”. Il 22 settembre: “Non si può dire che nella delega sul lavoro ci sia la cancellazione dell’articolo 18”. Poi si poté dire e lei dichiarò: “Il decreto toglie alibi a chi in questi anni si è mascherato dietro l’articolo 18 per non assumere” (27 dicembre). Giusto un anno dopo debutta alla Lepolda.

Negli anni il cambiamento, anche linguistico, è totale: fino al 2014 Bellanova è pensioni, sicurezza sul lavoro e cassa integrazione, dopo inizia a discettare pure di cyber-sicurezza cara al circolo di Rignano. Nel 2010, ad esempio, altro che “il merito è di sinistra”, parlava un po’ come certi grillini al balcone: “Il compito della Ragioneria Generale è solo di verificare la disponibilità di fondi, non di esprimere valutazioni politiche (…) È ancora vigente la Costituzione o è stata ormai ridotta alla funzione di fermacarte sulle scrivanie delle stanze del potere?”.

Prendiamo la riforma Fornero delle pensioni. Ai renziani guai a chi gliela tocca, ma un tempo Bellanova non era una sostenitrice di quel genere di norme: “In Italia le donne che vogliono lavorare oltre i 60 anni possono farlo già: l’innalzamento dell’età pensionabile è una proposta demagogica, inaccettabile e iniqua” (2009); “Bene che il ministro Giovannini si sia impegnato a modificare la Fornero per renderla più graduale” (2013).

Pure sulle scissioni pare che la sua sensibilità sia mutata. Se oggi è aggregata al partitino renziano, nel 2017 irrideva così i bersaniani: “Ma come si può pensare di mettere in discussione un grande progetto come il Pd per fare un Pci in miniatura?”. Nemmeno il Lìder Massimo s’è salvato: “Ilva? D’Alema non sa di cosa parla” (19 gennaio 2018). Una settimana dopo, con quel sadismo che ce lo rende simpatico, Renzi la candidò proprio contro D’Alema in Salento: persero male entrambi. Ora, inopinatamente, Bellanova è ministra: “Non ce la meritiamo”, hanno scritto i suoi fan su Twitter. Ma forse sì.

“Odio il sovranismo e i paletti né etero né gay, sono libera”

Francesca Pascale, 35 anni, fidanzata di Silvio Berlusconi. Ogni tanto si parla di crisi e invece lei è sempre lì, al suo posto e al suo fianco, scomoda in un centrodestra in cui non si riconosce più, a suo agio nel movimento Lgbt, per difenderne i diritti: “Anche nel mio interesse”, dice. Politica, sessualità, famiglia: sceglie di parlarne col Fatto.

Sul palco di San Giovanni a Roma che ha segnato la rinascita del centrodestra a trazione leghista, lei non c’era. In quelle stesse ore, è partita la sua battaglia social per la difesa dei diritti umani, di genere soprattutto…

Non credo nelle rinascite, ma nell’unione d’intenti. Ho sempre accompagnato il Presidente, ma in piazza San Giovanni ho scelto di non esserci perché non condivido il sovranismo, aborro gli estremismi. Berlusconi ha sempre messo in atto i principi liberali: è sotto quella bandiera che mi sento a mio agio.

Lei quel giorno ha detto a Berlusconi: “Ho paura, ma mi fido di te”. Paura di cosa?

Mi fa paura vedere che l’asse della coalizione si stia spostando verso destra, a discapito dei moderati. Mi preoccupa che nel 2019 ci sia ancora da combattere per affermare i diritti e le libertà di ciascuno, compresa quella di vivere senza pregiudizi il proprio orientamento sessuale.

Perché lei ha a cuore così tanto la causa Lgbt?

Le famiglie arcobaleno, come quelle tradizionali, affrontano tutti i problemi che la vita riserva, ma in più devono sopportare il pregiudizio.

Anche di lei hanno detto che è lesbica: le ha mai pesato?

Non mi sono mai sentita offesa, semmai violata nella privacy. Ho subito sulla mia persona la discriminazione dovuta a un amore non convenzionale con un uomo più grande di 49 anni. Non ho mai usato paletti per definirmi, non ho mai detto né di essere eterosessuale né gay. Nelle amicizie come nell’amore non seguo stereotipi. Dieci anni fa mi sono innamorata di un uomo straordinario, domani chissà. Combattere a favore dei diritti Lgbt va a tutela anche della mia persona: e se domani io scegliessi di vivere in una famiglia arcobaleno? Perché dovrei vivere in uno Stato che mi odia a prescindere?

Lei ha detto: “Salvini è il male”. Eppure negli appuntamenti elettorali stravince.

Per Salvini non ho particolare simpatia, com’è noto. Sono cresciuta con l’esempio di Silvio Berlusconi, un uomo che non ha mai fatto leva sulla paura, bensì sulla speranza, un uomo che non ha avuto bisogno di individuare un nemico e che soprattutto non se l’è mai presa con i più deboli.

Ha mai avuto ospite Matteo Salvini a Villa Maria?

Francamente no, e lo dico con sollievo.

È vero che Dudù mal sopporta Daniele Capezzone?

(Ride) Non ci crederà, ma Dudù e suo figlio abbaiano a tutti i politici: solo a loro. È un po’ imbarazzante.

Lei si è mostrata spesso vicina a Mara Carfagna, che certo non ha vita facile all’interno di FI…

Apprezzo sempre le donne che hanno il coraggio di lottare per le proprie idee e lei lo sta facendo in nome dei valori con cui è nata Forza Italia. Ricorda quando Berlusconi nel 2008 la scelse come ministro? Furono in molti a malignare su quella scelta, ma lei dimostrò di valere, introducendo per esempio la legge sullo stalking. Quelle voci critiche dove sono finite quando hanno nominato ministro degli Esteri un incompetente come Di Maio?

Le piacerebbe che Mara Carfagna diventasse il capo politico di Forza Italia?

Forza Italia è un partito costruito su Silvio Berlusconi, la personalizzazione è fortissima e inevitabile. Non può esistere un successore del Presidente. Chiunque aspiri, pur valido, a questo ruolo, pagherebbe il prezzo di questo confronto. Più che sull’erede, bisogna ragionare sul futuro di Forza Italia e della coalizione. Qual è il progetto: un partito comune?

Ogni volta che lei esprime una posizione politica, c’è sempre chi storce il naso…

Vuol dire che dico la verità e qualcuno si infastidisce… Di solito è un uomo, credo si tratti di qualche nostalgico fascista.

Qualora fosse costretta, preferirebbe un pranzo di maggioranza o di famiglia (Berlusconi)?

Di famiglia senza dubbio!

È cosa nota che i rapporti con la famiglia Berlusconi non siano proprio idilliaci…

I figli non si intrometterebbero mai nella vita del padre, non è nel loro stile. Certo, hanno un atteggiamento vigile e di tutela, ma questo è comprensibile vista l’enorme differenza di età. Ho sempre dovuto fare un gran lavoro per farmi riconoscere per quello che sono: questo è indubbio. Certi aneddoti sono costruiti ad arte da chi fuori dalla famiglia vuole mettere zizzania.

I pregiudizi si combattono o ci si convive?

È naturale nel mio caso subire pregiudizi. È difficile credere all’amore: eppure sono 15 anni che stiamo insieme, fosse stata una relazione di puro calcolo sarebbe già finita. I pregiudizi però si combattono, stando dalla parte di chi ne è vittima. Mi hanno detto di tutto, ma io sono fortunata, per questo ho creato un’associazione per difendere chi non può farlo da solo.

Qual è la cosa che dicono di lei che la fa più soffrire?

Mi mortificano quando mi definiscono ‘la badante’. Più in generale è il giudizio cattivo dato senza conoscermi che mi spiace. Poi, un conto è il pettegolezzo, un conto la calunnia.

Facendo un bilancio, questo fidanzamento cosa le ha dato o cosa le ha tolto?

Quindici anni assieme… Avevo vent’anni. Il bilancio è solo meraviglioso, la nostra storia è un miracolo. Il Presidente mi ha insegnato tanto.

Tipo?

L’umiltà, e a dire sempre grazie. La maggior parte dei ricchi sono stronzi, lui no, lui è uno di noi con una storia incredibile.

Le piace quando la chiamano “first lady”?

Mettiamola così, se la domanda fosse chi sceglierebbe tra Lady Diana o Cenerentola, risponderei senza dubbio Lady D.

B. molla la Carfagna: ma lei va con Toti, non con Renzi

Una settimana o poco meno per decidere. Mara Carfagna è volata in Giappone per rappresentare la Camera di cui è vicepresidente al G20. Ma sa che al suo ritorno, giovedì prossimo, dovrà scegliere che fare dopo la scomunica di Berlusconi seguita al voto sulla mozione Segre. L’ex Cavaliere è addolorato per il controcanto di Carfagna rispetto alla decisione di FI di astenersi sulla mozione della senatrice a vita sopravvissuta ai campi di sterminio e che ora chiede di istituire una Commissione contro il razzismo. “Questa volta si è davvero esagerato. Non si può mettere in dubbio sulla base del voto al Senato relativo alla mozione che ha come prima firmataria Liliana Segre, la nostra e la mia personale coerenza su un tema di straordinario valore morale e civile come l’amicizia con il popolo ebraico e lo Stato d’Israele” ha ribadito Berlusconi ieri in una lettera al Giornale con una chiosa che pare l’anticamera del divorzio: “Stupisce e mi addolora profondamente che possa dubitarne proprio qualche persona che fa parte della nostra comunità umana e politica: con questo offende non solo me ma anche la sua stessa storia”.

Ma in privato con i suoi fedelissimi i toni sarebbero stati addirittura più ultimativi. “Adesso basta, sta facendo come Fini” è il resoconto fatto filtrare dello sfogo di B. simile all’insofferenza per l’ex presidente della Camera che fu costretto ad andarsene per fondare la sfortunata creatura di Futuro e libertà. I carfagnani sperano in un epilogo migliore ma ormai pure loro parlano di una separazione, per quanto dolorosa, ormai non più rinviabile. Si sarebbero convinti anche quelli che finora avevano preso tempo e incalzano Carfagna a rompere gli indugi specie dopo lo strappo “valoriale” sulla mozione Segre.

Per la verità, date le distanze ormai siderali con il sinedrio azzurro che a loro dire terrebbe in ostaggio Berlusconi, si sono già messi al lavoro per trovare un’altra via. Anzi “La giusta direzione” come recita il documento programmatico che in 24 tra i parlamentari azzurri dissidenti e pronti a fare le valigie hanno sottoscritto già qualche giorno fa. Chi sono? Si guarda innanzitutto a quelli che parteciparono alla cena organizzata dalla vicepresidente della Camera a metà settembre. Quella sera si contarono 55 parlamentari, tra Brunetta, Rotondi, Occhiuto, Santelli, Russo, Polverini e Mallegni. Quest’ultimo tra gli otto senatori (insieme a Cangini, Causin, Masini, Stabile, Sandra Lonardo in Mastella, Dal Mas e Berardi) che hanno preso le distanze sul voto a Palazzo Madama sulla mozione Segre con una nota congiunta: “Su un tema del genere era forse più saggio non rappresentare un Parlamento diviso in schieramenti politici contrapposti. Questa volta ci siamo adeguati, in futuro non è detto che lo faremo”.

Ma qual è la “giusta direzione” da imboccare? Il forno che pareva aperto con Matteo Renzi pare ormai chiuso dopo l’exploit in Umbria della coalizione a guida salviniana. Che dai “carfagnani” è data per vincente anche alle politiche che sembrano avvicinarsi. E allora ha ripreso quota il forno offerto da Giovanni Toti (con cui i rapporti non si sono mai interrotti), specie ora che per questioni di sopravvivenza, dato l’appiattimento di Forza Italia sulle posizioni salviniane, anche lui dovrà trovare il modo di distinguersi con un offerta politica “moderata”, ma sempre nel campo vincente di centrodestra. Di questo il governatore ligure ha parlato a Mara Carfagna due giorni fa. Lei gli ha detto no, ma ora i suoi cercano di farla ragionare.

Bruno Bossio: “È Gratteri a non volere Oliverio”

La deputata del Pd, Enza Bruno Bossio, attacca il suo partito per la mancata designazione dell’uscente Mario Oliverio a candidato alla presidenza della Regione. E lo fa avvelenando i pozzi della politica e gettando fango sul suo collega deputato Antonio Viscomi, ma soprattutto sul procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri, “colpevole” probabilmente di indagare non solo sui presunti criminali legati alla ‘ndrangheta ma anche su quella zona grigia che, per decenni, ha frequentato il palazzo della Regione considerandolo casa propria. La Bruno Bossio ha scelto la direzione provinciale del Pd di Cosenza per formalizzare ufficialmente la sua proposta di ricandidare Mario Oliverio. Sul nome del governatore uscente, però, il “no” di Zingaretti è da tempo categorico. Un “no” irremovibile al quale si è aggiunto, nelle scorse settimane, anche quello di altri big del partito eletti in Calabria. Deputati e consiglieri regionali secondo cui è stata superata “nei fatti l’opzione di ripresentarsi al voto con lo stesso schema e la stessa guida di cinque anni fa”.

Questo non ha impedito a Oliverio di resistere, provare a serrare le fila dei suoi “seguaci” tra cui proprio la deputata Bruno Bossio che ieri ha difeso il “suo” governatore: “Come si fa a mortificare così un dirigente nazionale? Devono dare una spiegazione razionale. Anzi, ve la dico io: Gratteri ha ordinato a Zingaretti di non ricandidare Oliverio. E noi abbiamo il cavallo di Troia in casa. È Antonio Viscomi, emissario della Cei e dei pm di Catanzaro”.

Parole pesanti, e senza prove, con cui la Bruno Bossio ha voluto attaccare uno dei più esposti magistrati calabresi, da sempre impegnato in prima fila nella lotta contro la ‘ndrangheta. Uno dei magistrati contro i quali la deputata del Pd ha più di qualche risentimento personale. Enza Bruno Bossio, infatti, è indagata dalla Procura di Catanzaro nell’ambito dell’inchiesta “Lande Desolate” assieme al marito, l’ex deputato Nicola Adamo, e, per l’appunto, al governatore Mario Oliverio. Nei loro confronti, il procuratore Gratteri e i pm di Catanzaro hanno chiesto il processo per corruzione dopo aver scoperto una sorta di “accordo illecito” affinché un’impresa rallentasse i lavori di ristrutturazione di piazza Bilotti a Cosenza. L’obiettivo sarebbe stato quello di penalizzare il sindaco Mario Occhiuto e per farlo Enza Bruno Bossio e il marito Nicola Adamo (quest’ultimo indagato con Oliverio anche nell’inchiesta “Passpartout”, ndr) avrebbero fatto pressioni sul direttore dei lavori. In cambio, la ditta avrebbe ottenuto un finanziamento extra per completare, in Sila, i lavori delle piste di sci di Lorica. Un “rapporto di scambio” che secondo il gip “appare riduttivo definire clientelare, potendo ben sconfinare nel terreno della corruzione”.

5Stelle e Pd, il destino è segnato: o insieme o sarà peggio per tutti

Se, e sottolineo se, Pd e 5 Stelle sopravviveranno in qualche forma, è destino che debbano intendersi o al governo o all’opposizione, o attraverso alleanze formali oppure con intese più o meno sottobanco e pastrocchiate. Non sarebbe preferibile ammetterlo con onestà intellettuale, piuttosto che mascherarlo puerilmente, e lavorare perché un tale destino venga percorso con serietà e responsabilità, invece che incatenati dalla crudele Necessità, come in occasione del governo Conte bis? Esistono alternative? La sola è che i 5 Stelle abbandonino ogni prospettiva di governo e ritornino ai vaffanculo, mantenendo un nucleo di “onorevoli” magari sufficiente a impedire le decisioni altrui.

Credo che anche il più movimentista tra loro sia oggi convinto che un tale impulso re-azionario sarebbe impraticabile. Il dado è stato tratto irreversibilmente e i 5 Stelle sono una forza che vuole governare come tutte le altre e che ha dichiarato urbi et orbi di sapere bene di non poterlo da sola. Potrebbe ,in un qualsiasi scenario, tornare al governo con la destra-destra di Salvini( e con Salvini)? Fanta-politica, equivalente all’ipotesi di un inciucio tra settori consistenti del centrodestra e il Pd.

Il Pd, da parte sua, forza governativa ormai fino al midollo, non ha altra chance per governare che l’intesa coi 5 Stelle. Le nuove elezioni avvengano quando volete, è matematicamente certo che Pd e 5 Stelle saranno insieme o al governo o all’opposizione. O in un governo che continua a dividersi al proprio interno, privo di strategia e di nocchiero, o in un governo che, riconoscendo la piena legittimità delle diverse posizioni che lo compongono, possiede tuttavia un’analisi realistica della situazione, non chiacchiera né sogna, e opera concretamente nei limiti imposti dalla crisi. Ma al governo comunque. O all’opposizione facendosi la guerra per due voti, oppure all’opposizione costruendo l’intesa per futuri governi (esattamente ciò che è del tutto mancato dopo le elezioni del ‘18). Ma all’opposizione comunque.

Questo è il problema e non si scappa. La smettano di agitarsi convulsamente come afferrati dal panico del naufragio, un giorno accelerando da insensati come in Umbria e il giorno dopo marcia indietro a tutta, e inizino a parlarsi e a comprendersi come gente costretta a navigare sulla stessa barca. Non sarà un processo facile. Non è detto che questi partiti o pseudo-tali possano resistere alle proprie stesse interne contraddizioni. Ma alternative non ne esistono, almeno per il mondo dei desti.

Forse il solo Renzi ne ha in mente una. Ha voluto un governo senza che se ne fosse costruito il benchè minimo fondamento, proprio per esserne in qualche modo lui arbitro irrinunciabile. E tale sua funzione sbandiera quotidianamente. Ciò porta, lo voglia o no Renzi, a un costante indebolimento dell’immagine e dell’azione del governo. La politica ha una logica che sfugge spesso ai suoi autori, e in questo caso la logica dice che un governo debole rafforza il ruolo di Renzi e ne può anche consolidare il nuovo partito ai danni del Pd (così come è lecito che alla Leopolda si ipotizzi la possibilità di qualche arrivo dal centro-destra anti-salviniano). Il rischio che Renzi corre è di favorire così l’esito elettorale anticipato – esito che in nessun modo però gli converrebbe. Poiché se in l’Emilia-Romagna Salvini vincesse la caduta del governo e le elezioni sarebbero inevitabili, vedrete che Renzi troverà l’accordo col Pd; ma il suo gioco resta un azzardo. La sua rinascita passa comunque per il tracollo di Pd e 5 Stelle o la loro palese impotenza a governare decentemente. A quel punto tutto può succedere, ma senz’altro prima di tutto un Salvini al 50%. Credo valga la pena cercare di evitarlo – cioè cercare di fare l’esatto opposto di ciò che si è combinato negli ultimi mesi, con manovrine che nulla cambiano e tentati suicidi come le foto di gruppo umbre. Il tempo che resta è poco, da qui a gennaio.