Regionali, Di Maio alza il muro: “Trattate solo con le civiche”

Fosse dipeso da loro, altro che governo giallorosso. Avessero deciso in autonomia, senza Beppe Grillo, Matteo Renzi e istituzioni varie a indirizzare la rotta, altro che matrimonio. Ma il disastro umbro ha sommerso convenevoli e buone maniere, così ora Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti si sentono liberi di (ri)dirsi a vicenda quanto non si piacciono. Bel problema, visto che dovrebbero governare assieme per un bel po’ e magari discutere di intese nelle regioni. Però il capo politico dei 5Stelle di accordarsi nei territori non vuole saperne, e ieri lo ha ricordato, bruscamente: “Sento tanto parlare di coalizioni, accordi, patti o presunti tali, ma non importa nulla di parlarne, e non importa neppure agli italiani”.

Un ringhio anche per Pier Luigi Bersani, che sul Corriere della Sera l’aveva invitato a sedersi al tavolo con i dem per l’Emilia-Romagna. Ma Di Maio punta su altro, a patti con liste civiche. Tanto che ha dato mandato ai vari capigruppo regionali di organizzare la campagna elettorale, assieme a un parlamentare per Regione, e soprattutto di cercare prima possibile referenti di associazioni con cui trattare. Vietate le trattative con il Pd.

Invece il segretario dem Zingaretti ufficialmente gli accordi locali li cerca ancora. Però ieri mattina già sul Sole 24 Ore avvertiva: “Non si può governare insieme da avversari. O c’è una comune tensione, un comune sentire, oppure non ha senso andare avanti”. E in giornata ci mette il carico: “Toc toc, c’è qualche altro leader che sostiene e che ha voluto questo governo, che lo difende dalle bugie e dagli attacchi della destra?”. E ovviamente il leader tirato in ballo è Di Maio, mentre il tema caldo sono i decreti sicurezza, che per i dem vanno ampiamente cambiati e per il ministro degli Esteri al massimo ritoccati. Questa l’aria che tira, tra i due vertici giallorossi, che però qualcosa in comune ce l’hanno, e non è solo la convivenza forzata in maggioranza. Perché sia Zingaretti sia Di Maio hanno l’esigenza di cambiare moltissimo, nei rispettivi partiti. E sul come giocano a inseguirsi, quasi a copiarsi: per paradosso, o forse no.

Zingaretti medita addirittura di cambiare nome al Pd. Di sicuro vuole aprire alla consultazione on line degli iscritti su temi e decisioni. Insomma il segretario vuole una sorta di piattaforma Rousseau, come quella dei 5Stelle. Dall’altra parte il Di Maio che in Umbria ha rimediato un ferale 7,4 per cento insiste sulla riorganizzazione, cioè su un team nazionale di 12 responsabili tematici, più sei facilitatori e vari referenti regionali. Decine di nuovi ruoli, per dare al Movimento una struttura, qualcosa nello stile dei partiti tradizionali, Pd compreso. Ma parecchi malpancisti a 5Stelle, e anche diversi big, vogliono di più: una segreteria politica e visto che ci sono anche un congresso. “Di Maio deve dare ruoli politici, non tematici” è la sintesi. E non è la ricetta del capo politico, che giovedì ai senatori ha detto quello che volevano sentirsi dire: “Dobbiamo rifondarci, trovare nuove parole d’ordine, ridarci un’identità”.

Anche per questo ha promesso per la primavera gli Stati generali, che fanno un po’ rima con congresso. “Potremmo prendere esempio dal modello di organizzazione dei Verdi, a metà tra partito e movimento” ha sostenuto con i suoi in queste ore. Ma di segreterie politiche non ha alcuna voglia. Spera di compensare riunendo ogni tanto un “caminetto” composto da 10-12 big, e anche questa era una vecchia usanza del Pd. Lunedì il capo politico li ha rivisti (ma qualcuno, come Nicola Morra, ha marcato visita), promettendo che nei prossimi mesi le riunioni saranno più frequenti. Nell’attesa i maggiorenti lo hanno più o meno tutti invitato a non dare per chiusa ogni opzione con il Pd, ad essere più sfumato, “altrimenti sembriamo schizofrenici”. E poi alcuni big sono davvero convinti che ci si debba provare.

La pensa così il veterano Max Bugani, attuale capo staff della sindaca Virginia Raggi, e di certo non sprangherebbe la porta neppure il presidente della Camera Roberto Fico. Ma Di Maio ha scelto il no, totale, “e su questo è totalmente allineato con Alessandro Di Battista e gran parte della base” rivendicano i suoi. Difficile fargli cambiare idea. Anche per il capo delegazione del Pd Dario Franceschini, il primo, testardo sostenitore di matrimoni giallorossi anche nelle Regioni. Un’eresia invece per Matteo Orfini (caustico in questi giorni: “Siamo un’altra cosa dal M5S, inutile negarlo”) e il capogruppo in Senato Andrea Marcucci. Ma è tutto il rapporto tra M5S e Pd che traballa. Con Di Maio che ora chiede per gennaio “la legge sull’acqua pubblica”. E subito dopo “dovremo iniziare con quella sul conflitto d’interessi”, fa sapere. Lui che “l’esperimento” umbro lo ha già archiviato, come il fallimento perfetto per non ritentare.

I due Balla-gate

Avvertenza per i cretini che, leggendo questo articolo, ci accuseranno di attaccare chi critica il governo: il governo, come tutti, va criticato appena lo merita. Ma un conto sono le critiche, un conto sono i fatti. Che non sono opinabili: o sono veri o sono falsi. Al premier Giuseppe Conte vengono addebitati due fatti.

1) Aver messo i nostri 007 al servizio di Trump per passare al suo ministro della Giustizia William Barr elementi utili alla sua campagna sul presunto complotto internazionale finalizzato a screditarlo alle Presidenziali 2016 con la diffusione di email di Hillary Clinton, passate per le mani dei russi, dell’Fbi di Obama e del misterioso maltese Joseph Mifsud.

2) Un conflitto d’interessi per un parere legale fornito dall’avvocato Conte, poco prima di diventare premier, al fondo Fiber 4.0 guidato dal finanziere Mincione con soldi (si scopre ora) del Vaticano, che voleva scalare Retelit, la società di servizi digitali e telecomunicazioni (controlla i cavi sottomarini tra Europa e Asia passando per l’Italia); ai primi di maggio 2018 Fiber 4.0 chiede a Conte un parere pro veritate sul rischio che il governo blocchi la scalata a Retelit con i poteri speciali (golden power) previsti per le aziende strategiche; Conte risponde che sì, va avvertito Palazzo Chigi (dove ancora siede Gentiloni), perché potrebbe esercitare il golden power; poi Fiber 4.0 viene battuto da un consorzio libico-tedesco, su cui però tocca pronunciarsi al suo nuovo governo; il neopremier si astiene, lasciando che il 7 giugno il Consiglio dei ministri decida senza di lui (impegnato al G7 in Canada), sotto la presidenza del vicepremier Matteo Salvini; il quale, come prevedibile nonché previsto da Conte, esercita il golden power a tutela della strategica Retelit. Nessuna indicazione di Conte, nessun favore a Fiber 4.0, nessun conflitto d’interessi: solo la normale tutela dell’interesse nazionale. Il 21 gennaio 2019 l’autorità competente, l’Antitrust, chiede chiarimenti a Conte, li riceve subito e il 23 gennaio gli comunica che “ha ritenuto di non dover avviare alcun procedimento ai sensi della legge” sul conflitto d’interessi, “non ritenendo sussistenti i presupposti per l’applicazione della legge”. Eppure ora i partiti di destra (compreso quello di Renzi) e la stampa unanime la menano sul “conflitto d’interessi di Conte”, fingendo di ignorare il verdetto assolutorio dell’Antitrust, anche dopo che il Fatto lo pubblica. Poi, disperati, tornano sul “caso Russiagate-007”, anche dopo che Conte il 23 ottobre ne ha riferito per ore al Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copasir).

E ha dichiarato che: non ha mai parlato della cosa con Trump né con Barr (che non ha mai visto né sentito); il 27 giugno l’ambasciatore Usa gli inoltrò la richiesta di Barr di incontrare i capi dei nostri 007 non tanto come ministro della Giustizia, quanto come Attorney general, massima autorità giudiziaria Usa e responsabile dell’Fbi; lui la girò al capo del Dis Gennaro Vecchione, coordinatore dei servizi; il 15 agosto, quando il governo Conte-1 era già stato messo in crisi da Salvini, Vecchione vide Barr e il suo vice attorney John Durham nella sede del Dis, per sapere cosa volessero; poi, previo incontro con Conte che assegnò loro le regole d’ingaggio (nessun documento poteva essere consegnato né trasmesso senza una rogatoria internazionale ai nostri magistrati), Vecchione e i capi dell’Aise Luciano Carta e dell’Aisi Mario Parente incontrarono i due americani il 27 settembre, quando era già nato il Conte 2. Cosa si sono detti, i tre capi della nostra intelligence l’hanno messo per iscritto al premier prima che riferisse al Copasir: siccome – è il loro racconto – nessuna informazione su attività di agenti italiani o americani nella campagna elettorale Usa del 2016 risulta nei loro archivi, non han potuto fornire notizie utili a Barr e Durham, che sono tornati in patria a mani vuote (salvo che abbiano raccolto elementi da agenti Usa operanti a Roma). Questo riferisce Conte al Copasir, questo conferma Vecchione a stretto giro.
Ma il 28 ottobre Barr rilascia un’intervista a Fox News e i nostri giornali la presentano come una smentita alla versione di Conte e dei tre capi dei servizi (che dunque sarebbero quattro bugiardi matricolati). Adnkronos: “Il procuratore John Durham, che sta conducendo l’indagine sul Russiagate, è convinto che in Italia ‘possano esserci informazioni utili all’indagine’. Lo afferma l’attorney general William Barr…”. Repubblica: “Russiagate, Vecchione al Copasir. Ma gli Usa smentiscono ancora Conte… Il procuratore di Trump rilancia: ‘Da Roma informazioni utili per l’indagine sull’Fbi di Obama’”. Corriere della Sera: “Russiagate, dagli Usa avvertimento a Conte. Barr: in Italia informazioni utili all’indagine”. La Verità: “Mai dire mai: Trump smentisce James Cont”. Libero: “Barr: ‘In Italia ci sono informazioni utili sul Russiagate’”. Tutte balle. Basta conoscere qualche parola d’inglese per scoprire che Barr non ha smentito una beneamata cippa: “Alcuni dei paesi che John Durham pensava potessero avere alcune informazioni utili all’indagine volevano preliminarmente parlare con me della portata e della natura dell’indagine e di come intendevo gestire le informazioni riservate. Quindi ho inizialmente discusso di queste questioni con quei paesi e li ho presentati a Durham, e ho creato un canale attraverso il quale Durham può ottenere assistenza da quei paesi”. Quindi Barr non nomina mai l’Italia, né dice di averne ricevuto notizie utili. Magari un giorno smentirà Conte e i nostri 007, nel qual caso si vedrà chi ha ragione fra lui e loro. Al momento, gli unici sbugiardati sono i nostri giornali. Che su Conte non esercitano il sacro diritto di critica: mentono sapendo di mentire.

Meglio la sconfitta che i compromessi: la saggezza alcolica di Alack Sinner

Se siete quel genere di lettori che si concede un solo fumetto all’anno, allora non ci sono dubbi su quale scegliere: la nuova edizione integrale di Alack Sinner, appena pubblicata da Oblmov. Non è un graphic novel, raccoglie le storie – brevi e lunghe – di un personaggio che i lettori italiani hanno imparato ad amare sulle pagine delle riviste tra anni Settanta e Ottanta, poche pagine ogni mese, ma che soltanto in volume ritrova tutta la sua grandezza. Alack Sinner ha il destino nel nome, “dispiacere” e “peccatore”, è uno di quegli investigatori privati alla Philip Marlowe, che prendono più cazzotti di quanti ne danno e devono le loro intuizioni a quella particolare lucidità che emerge quando l’alcol esclude le informazioni non necessarie dal cervello. Ma le storie di Carlos Sampayo sono meglio dei romanzi di Raymond Chandler, perché il fumetto costringe a distillare trame e battute fulminanti. Alack Sinner non è un romantico come Corto Maltese, ma uno stoico che ha riconosciuto la futilità della vita e proprio da questo deriva una sua etica (meglio fallire come investigatore privato che arricchirsi da poliziotto complice del sistema). Il distacco alcolico di Sinner gli permette di affrontare le tensioni razziali, il Vietnam, i morti di eroina con un’empatia impossibile per chi si fa scudo di ideologie e certezze. I disegni di José Munoz sono jazz puro, scariche di sax nelle vene del lettore. Munoz è stato così imitato – con le sue facce scavate alla Dick Tracy, le tavole fluide, i dettagli surreali – che sembrerà familiare anche a chi apre Alack Sinner per la prima volta. Ma l’originale è sempre meglio di ogni imitazione. Questa coppia di fumettisti argentini ha creato storie immortali che ora, in un’edizione di grande formato, su ottima carta, hanno finalmente la dignità che si meritano.

 

Giulio Romano il “padrone” di Mantova

“Il padrone di Mantova non sono io, ma Giulio”. diceva Federico II Gonzaga (1500-1540), marchese di Mantova. Il Giulio in questione è l’artista Giulio Romano, al secolo Giulio di Piero Pippi di Giannuzzi, “Romano” per essere nato – secondo quanto riporta Vasari – nell’Urbe. Allievo prediletto della bottega di Raffaello (non a caso, il Sanzio lasciò nelle sue mani i cantieri vaticani), Giulio Romano accolse nemmeno trentenne l’invito dei signori Gonzaga di trasferirsi a Mantova nel 1524 e qui vi restò per ventidue anni fino al 1546. Grazie al suo talento, Mantova prese a rivaleggiare a pieno titolo con Roma, Firenze e Urbino quale centro italiano della più raffinata cultura europea del Rinascimento.

L’affinità elettiva tra la città e il suo artista si dispiega con un ottimo senso dell’a proposito nella mostra Con nuova e stravagante maniera. Giulio Romano a Mantova, a Palazzo Ducale fino al 6 gennaio. L’esposizione è incentrata sull’arte grafica di Romano con più di 100 pezzi, di cui ben 72 prestiti dal Musée du Louvre (che, se non si tratta di Leonardo, sembra essere assai generoso) che “presta” anche le due eccellenti curatrici, le italiane Laura Angelucci e Roberta Serra, conservatrici al Cabinet des dessins del museo parigino.

Slegata da anniversari – ne serve per forza uno per omaggiare un grande maestro? –, è l’esposizione più interessante dell’autunno. Non soltanto perché, grazie a un allestimento di specchi, nelle stanze del palazzo i disegni preparatori trovano il proprio genius loci dialogando con gli affreschi poi realizzati da Romano: accade nella Sala dei cavalli con l’affresco La caduta di Icaro, perfetto exemplum di trompe-oeil sul soffitto; e ancora nell’adiacente appartamento di Troia con la volta istoriata da Idiomede combatte contro i fratelli Ideo e Fegeo. Ma soprattutto perché la varietà di soggetti ritratti nel corpus di schizzi, modelli e cartoni qui collezionati mostra Giulio Romano come artista enciclopedico. Oltre agli studi architettonici, si spazia dal paganesimo di La contesa di Apollo e Pan a soggetti cristiani come Crocifissione di Cristo o Madonna col bambino; e ancora da una pittura metafisica con L’anima condotta in cielo, oppure storica con il Trionfo di Scipione, si giunge fino al proto-design con progetti di candelieri, mestoli, brocche di lusso. Conclude il percorso espositivo, in modo ideale, la piccola mostra Arte e desiderio a Palazzo Te, sull’ancillare fascinazione per l’erotico di Giulio Romano, ben raccontata dall’affabulante dipinto Due amanti, in prestito dall’Ermitage.

 

Il Gorilla ritorna e Milano diventa il nuovo capoluogo della Calabria

Peggio che morire pompieri. Ovviamente dopo essere nati incendiari. Reduci rivoluzionari diventati tossici, malavitosi, impiegati, faccendieri. Reduci del Sessantotto, a Milano. La capitale morale d’Italia oggi “nuovo capoluogo della Calabria”. Dice l’ex sessantottino Alex, in giacca e cravatta mentre succhia una sigaretta elettronica: “La ’ndrangheta è dentro tutto: le nuove linee della metro, la ristrutturazione dei Navigli, la Brebemi, la tangenziale esterna”. Il colore e l’odore dei soldi, simili a quelli della merda. Ma come fare senza?

L’interlocutore di Alex è il vecchio, caro Gorilla, sempre in punto di sdoppiarsi nel devastante Socio. Grave disturbo dell’identità. A dieci anni esatti, ritorna infatti il popolare personaggio di Sandrone Dazieri, che nel frattempo ha aggiunto altra fama universale alla sua penna con la fortunata trilogia del Padre, qui puntualmente recensita. Il Gorilla torna e torna a Milano, appunto, quella del Bosco Verticale e della cocaina che non manca mai. In questi due lustri Sandrone (il personaggio) si era rintanato ad Amsterdam su una barca, tra nuvole di erba e fumo. A Milano è morto Albero, compagno di rivoluzione. Faceva il guardiano a un capannone in periferia. Albero è caduto dalle scale. Ma con il suo metodo distruttivo, immune dall’emotività (“Mi hanno sparato in testa. È una buona cura contro il romanticismo”), il Gorilla s’impunta a voler scoprire la verità sull’amico. E Milano diventa nerissima, una città in cui anche le nuove cosche hanno bisogno di una patina luccicante e pulita. Dazieri racconta la realtà dalla strada, dove i disperati sprofondano in un abisso parallelo a quello di noi comuni mortali. Evviva, il Gorilla è di nuovo tra noi.

 

La seconda porta non garantisce la salvezza

Il sospetto che potrebbe suscitare un autore prolifico come Raul Montanari è quello di assolvere a una stanca routine editoriale. La sua bibliografia annovera svariati titoli e anche quest’anno se ne aggiunge un altro. Fresco di stampa per Baldini+Castoldi è nelle librerie La seconda porta. Montanari insegna scrittura creativa e padroneggia il mestiere con mano sicura. Queste 350 pagine appena licenziate sono appunto l’esito di un artigianato che si è fatto maniera? Tocca disilludere i malpensanti. Inutile soffermarsi sui punti di forza dell’autore bergamasco: stile paratattico e personaggi sempre ben caratterizzati. Non mancano colleghi capaci di eguagliarlo.

Ciò che però fa di Montanari un’eccezione che ha sempre del miracoloso è il montaggio della drammaturgia. Ogni snodo è collocato esattamente nel momento giusto, mai prima del prevedibile e mai dopo del previsto. Il lettore non ha mai davanti a sé un canovaccio preordinato. I conti non tornano mai. Proprio come ne La seconda porta. Per restituire tutta l’imprevedibilità del romanzo bisognerebbe cedere alle lusinghe dello spoiler. Ecco però almeno la premessa. Milo Molteni, 48 anni, è un pubblicitario di campagne sociali. Dopo la morte dei vicini detestati, acquista la mansarda dove vivevano, collocata sopra il suo appartamento. Impegnato nella creazione di una frase per il logo di HoSpes, un’associazione che assiste i migranti, si avvale di quest’ultimi per effettuare lo sgombero della mansarda. Grazie a una misteriosa seconda porta in comunicazione con il locale rifiuti del condominio, nottetempo si introduce nella mansarda Adam, un 17enne egiziano ospite della HoSpes. Molteni, costretto a una paternità vicaria, lo assiste colpito dalla sua storia di disperazione: dalla detenzione in un campo libico alla traversata nel Mediterraneo. Adam vuole nascondersi al mondo per le minacce di uno scafista che ha denunciato. In mezzo c’è il rapporto di Molteni con il socio Carminati, l’ex compagna Elisa e la nuova fiamma Vera. Ma soprattutto con uno strano investigatore privato, tale Velardi, che si rivela un autentico deus ex machina. Da lui passano tutti i colpi di scena che non riveliamo. Sì, perché niente è come sembra. Le identità si mescolano, i torti e le ragioni pure. “Sommerso da una valanga di realtà”, il pubblicitario Molteni entra in contatto con il dramma attualissimo degli sbarchi, tra destini degli ultimi e populismi di destra che lucrano sulla paura. Nessuna mimesi sociologica, nessuna parabola morale. La seconda porta non fa il verso all’impegno. Montanari si limita a fare il romanziere: mostra ma non dimostra. Nella sua narrativa il bene e il male non sono mai distinti, si sovrappongono al punto che se tocchi uno tocchi anche l’altro. Sopravvive solo il sentimento della compassione di fronte alle ingiustizie. Nel finale di La seconda porta c’è una parabola (mutuata da Borges) che vale la pena riprodurre perché forse illustra il senso del romanzo e tutta la produzione narrativa dell’autore bergamasco. Nel deserto del Sahara un cieco si china, a tentoni prende una manciata di sabbia e la sposta da qui a lì. Il cieco conclude: “Ecco, adesso il deserto non è più come prima. L’ho modificato”. In fondo è questa l’esortazione che Raul Montanari indirizza ai suoi lettori.

 

Grande confusione sotto il cielo di “Watchmen”: il lavoro è eccellente

Se pensate di vivere in un mondo bizzarro, be’, guardate il primo episodio di Watchmen e poi ne riparliamo. Criminali e poliziotti indossano maschere, dal cielo piovono quintali di calamari, mentre un tizio su un cavallo bianco conduce strani esperimenti con il suo maggiordomo. Benvenuti nel mondo di Alan Moore, anzi nel mondo di Moore visto con gli occhi del creatore di Lost Damon Lindelof. La vicenda è nota: autore negli anni Ottanta del romanzo a fumetti Watchmen, Moore ha rinnegato l’adattamento che Lindelof ha realizzato per Hbo. E in effetti non si tratta di un adattamento per la tv bensì di un sequel, una nuova storia ambientata nell’universo del graphic novel.

In onda su Sky Atlantic, Watchmen è la serie più attesa dell’autunno-inverno. Per guardarla non occorre aver letto il fumetto… Ma averlo letto di certo aiuta a capire quello che succede sullo schermo. I fatti si svolgono nel 2019, tre decenni dopo la conclusione del graphic novel, ma si tratta di un presente alternativo. Lo scandalo del Watergate, tanto per cominciare, non è mai accaduto: Nixon è rimasto presidente fino al 1985, ha vinto la guerra in Vietnam grazie all’intervento del supereroe Dr. Manhattan e l’ha annesso. Ora il presidente è Robert Redford (sì, proprio l’attore).

La serie è ambientata a Tulsa, città dell’Oklahoma teatro nel 1921 di un massacro di afroamericani. I provvedimenti a favore delle vittime di discriminazioni razziali voluti da Redford hanno scatenato l’ira di un gruppo di suprematisti bianchi, che va in giro mascherato e si fa chiamare Seventh Cavalry. I poliziotti, pure loro mascherati, lavorano fianco a fianco con i vigilantes in costume per riportare l’ordine. E poi c’è l’uomo sul cavallo bianco, interpretato da Jeremy Irons, che i fan del fumetto avranno riconosciuto come Adrian Veidt alias Ozymandias. Come avrete intuito è tutto molto, molto complicato: il passato si sovrappone al presente, il mondo del fumetto si mischia con quello reale. Ma la serie è tanto confusa quanto affascinante. Destabilizzante, incasinata, magnetica: staccare gli occhi da Watchmen sarà difficile per tutti.

 

Per ridere bastano i rumori fuori scena

Se capitate a Milano, non perdetevi Rumori fuori scena. Non accade spesso di trovare uno spettacolo intelligente e divertente come questo, prodotto dallo Stabile di Torino e diretto da Valerio Binasco (che è anche fra gli interpreti). Anche se Noises Off è una pièce contemporanea del 1982 dell’inglese Michel Frayn, è una perfetta pochade alla francese, degna dei migliori Feydeau e Courteline. La storia, tipica del meta-teatro, cioè della recita nella e sulla recita, è presto detta: una sbrindellata compagnia teatrale di provincia tenta di allestire una commedia erotica. E il pubblico assiste alla prova generale, funestata dai guasti tecnici, dalle tresche amorose, le inimicizie e le gelosie degli attori, i loro dispetti, amnesie e problemi esistenziali, compresa l’ubriachezza molesta e contagiosa del caratterista.

Nel primo atto si vede il palco dell’ultima prova, nel secondo il retropalco del debutto, nel terzo di nuovo il palco ma di una replica a fine tour, quando ormai il copione è reso irriconoscibile dalla compagnia definitivamente impazzita, dove ciascuno va per conto suo. L’effetto, tra porte che si aprono e si chiudono freneticamente, personaggi che entrano ed escono rapidamente, piatti di sardine che compaiono, scompaiono e ricompaiono in un meccanismo cronometrico che rende perfetto il congegno teatrale, è più che esilarante. È comico. E il rischio peggiore di un testo così irresistibile è che cada nelle grinfie di un regista radical chic, di quelli dediti alla ricerca e alla sperimentazione, che tentano sempre (e spesso ci riescono) di pennellare una patina di “impegno” sociale o intellettuale, di tirare il freno a mano sulle risate del pubblico perché le ritengono volgari e svilenti e in fondo si vergognano di far ridere e basta, che poi è l’unico, spensierato scopo della pièce. Per fortuna Binasco non è affetto da queste patologie e si tuffa voluttuosamente nel vaudeville restituendo il testo per quello che è: una farsa borghese veloce, brillante, vitale, che non vuole moralizzare nessuno né insegnare nulla.

Niente freni, dunque, alla risata, anzi una continua accelerazione, aiutata e sorretta dalla bravura degli attori: quelli veri, non i personaggi che invece han da essere, per esigenze di copione, degli autentici “cani”. Milvia Marigliano è la governante della casa abbandonata dai proprietari, golosa di sardine che finiscono dappertutto fuorché nella sua bocca. Fabrizio Contri è il vecchio ladro avvinazzato che aggiunge scompiglio a scompiglio. Francesca Agostini la svampita amante, quasi sempre in intimo rosso, dell’agente immobiliare Andrea Di Casa. Nicola Pannelli ed Elena Gigliotti, l’altra coppia clandestina che tenta l’occupazione della casa credendola disabitata. Giordana Faggiano è l’assistente-suggeritrice-amante dello spregiudicato erotomane Lloyd, cioè Binasco (regista nella finzione e nella realtà). E Ivan Zerbinati lo stralunato direttore di scena che fa pure il tappabuchi quando gli attori scompaiono. L’arte di far ridere, in fondo, è tanto complicata quanto elementare. Lo dice Lloyd ai suoi sgangherati attori: “Portare le sardine dentro, portare le sardine fuori: è la farsa, è il teatro, è la vita”.

 

“Le assaggiatrici” diventa un film diretto dalla Comencini

Fabrizio Corallo

Reduce dal successo della serie Rai Imma Tataranni, Francesco Amato è tornato sul set a Roma per dirigere 18 regali, un film prodotto da Lucky Red da lui sceneggiato con Massimo Gaudioso, Davide Lantieri e Alessio Vicenzotto interpretato da Vittoria Puccini, Benedetta Porcaroli e Edoardo Leo. Sarà incentrato sulla storia di Elisa che, prima di morire a 40 anni per un male incurabile, nonostante il precipitare degli eventi, aveva trovato il modo di restare accanto alla sua bambina di un anno: 18 doni diversi da scoprire nel giorno dei suoi futuri compleanni per accompagnarla fino alla maggiore età: giochi, libri, vestiti, un mappamondo di sughero con i luoghi che avrebbe voluto visitare con lei…

La graphic novel La terra dei figli di Gipi diventa un lungometraggio con lo stesso titolo prodotto da Indigo Film diretto da Claudio Cupellini – anche sceneggiatore con Guido Iuculano e Filippo Gravino – e interpretato da Maria Roveran e Pippo Del Bono. Girato tra Veneto, Emilia Romagna e Lazio e ambientato in un’epoca imprecisata in un mondo post-apocalittico senza tecnologie e comodità, vedrà in scena un padre che tenta di preparare i suoi figli alla vita. La violenza ha però preso il sopravvento e i sentimenti, fragili e difficili, sono diventati un tabù.

Dopo Tornare, Cristina Comencini dirigerà per la Lumière & C. di Lionello Cerri Le assaggiatrici trasposizione dell’omonimo romanzo di Rosella Postorino ispirato alla vera storia di Margot Wölk, che prima di morire aveva confessato di essere stata da giovane un’assaggiatrice di Hitler. Nel racconto, la protagonista Rosa Sauer è costretta con altre nove donne (a turno amiche, rivali o solidali) a mangiare i pasti destinati al Führer sfiorando tre volte al giorno la morte per accertarsi che il cibo non fosse stato avvelenato.

Un “Parassita” da Oscar. Altro che “Joker”

Il biglietto da visita è lusinghiero assai. Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes, incassi record in patria, in Francia (un milione e mezzo di spettatori) e negli Usa, dove nella mini-uscita (platform release) in tre sale a New York e Los Angeles ha fatto 125mila dollari di media schermo, e per trovare di meglio tocca scomodare La La Land nel 2016.

Tanta roba, e per un film straniero, segnatamente coreano, tantissima, con quel titolo, poi, addirittura enorme: Parasite di Bong Joon-ho è già un – se non il – film dell’anno, e nulla gli è precluso. Se i più guardano al Joker o a The Irishman, qualcuno all’outsider hitleriano Jojo Rabbit, i tipini fini, e non solo loro, scommettono sul Parassita orientale in chiave Oscar e award season tutta: mica facezie, è un serissimo contender, può arrivare in fondo (sì, Best Picture), complici le critiche positive e la clamorosa risposta del pubblico. Dalla sua, anche l’aria che tira: tra i due litiganti, l’eterodosso villain dei fumetti e il campione scorsesiano targato Netflix, chissà che non possa godere questa che è “una commedia senza pagliacci e una tragedia senza cattivi”.

Bong Joon-ho non è un carneade, ha Memories of Murder, Okja e Snowpiercer in carnet e fama cult o giù di lì, ma qui si supera, impastando teoria e pratica dell’istituzione familiare, lotta di classe, giustizia sociale in un thriller che di piani sfalsati non ha solo quelli architettonici. Alle nostre latitudini, dove l’ascensore sociale è perennemente fuori servizio, farà ghignare amaro, se non armare l’invidia: vedrete, altro che Joker.

Comunque, ce lo ricordiamo – era pure nostro – lo scetticismo pre-visione sulla Croisette, della serie “Ma ha la stessa storia di Un affare di famiglia di Kore-eda, Palma d’oro l’anno scorso, vuoi che facciano copia e incolla in palmares?”: l’han fatto, e senza colpo ferire, ché le differenze annullano le similitudini. Dunque, pregustate l’inedito e preparatevi a fare la conoscenza di Ki-taek e famiglia (moglie, figlio e figlia), conclusa in un seminterrato con vista sulle pisciate degli ubriachi: il futuro non è incerto, ma miserabile. A lenirlo l’affiatamento, l’unione che non farà la forza però la sopravvivenza sì, e forse pure il revanscismo, con la dissoluzione per spauracchio e la violenza per catalisi. Ci pensa il figlio Ki-woo che, previa raccomandazione di un amico affluente, viene assunto per un tutoraggio a domicilio da Mr. Park, proprietario di un’azienda informatica, e dall’ingenua sposa Yeon-kyo: situazione super, e perché non trovare impiego anche ai familiari?

Si ride e si rimane di stucco, mentre l’ineluttabilità prende le misure a vita, morte e sparuti miracoli: pamphlet morale, dark comedy, tragedia bifamiliare, il “Gruppo di famiglia in interno altrui” di Bong Joon-ho sarà pure parassitario, ma non fa prigionieri. Domicilio di genere, residenza d’autore: dal 7 novembre in sala, non perdetelo.