Delirio amoroso e mille frammenti. La vita di Alda

Incontrai Alda Merini nel 1988 al Chimera, lo straordinario bar-libreria che offriva bevande e letture di poeti fino alle due di notte. Da lì, in quegli anni, passavano Aldo Busi, Pier Vittorio Tondelli, Vincenzo Consolo, Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi… Il Chimera si trovava in via Cicco Simonetta a Milano, io abitavo vicino e ci andavo anche quattro o cinque sere a settimana. Il locale era diretto da Laura Alunno, che gestiva amabilmente una macedonia di poeti, lettori, piccoli editori, rockettari, sfaccendati e qualche residuo della mala di Porta Genova. In mezzo a quella gioiosa babele una sera Laura mi presentò Alda Merini. Aveva 57 anni.

Era sopravvissuta alla spericolata avventura amorosa con Giorgio Manganelli, lei 16enne, lui 26enne separato in casa con una figlia piccola. Era sopravvissuta ai primi squilibri, quando Manganelli l’aveva accompagnata da Cesare Musatti e da Franco Fornari, a cui rimase molto legata (le aveva insegnato che il manicomio “è come la rena del mare: se entra nella valve di un’ostrica, genera perle”). Poi aveva passato circa 16 anni di internamenti alternati da frequenti ritorni a casa. Era sopravvissuta alla morte del marito Ettore Carniti, un panettiere sposato per sostituire non si sa come Giorgio Manganelli. Aveva quattro figlie, due nate prima dei ricoveri, due durante i ritorni a casa, tutte oramai collocate presso altre famiglie.

Negli anni Ottanta, la Merini lottava per riconquistare le approvazioni che avevano avuto i suoi quattro libri pubblicati prima del manicomio. Nel 1953 Pasolini aveva parlato di Rilke e Trakl per La presenza di Orfeo. Poi Montale, Quasimodo, Ungaretti. Ma erano passati più di vent’anni, e quel mondo era scomparso. Nel 1984 uscì La Terra Santa, un capolavoro di abissi e vertigini, un urlo disperato dalla fossa dei reclusi. Pochi si accorsero dell’importanza di quel libro. Dopo la morte del marito, lei raggiunse a Taranto Michele Pierri, un vecchio medico poeta che aveva conosciuto ai tempi del suo primo libro. Si sposarono. Michele Pierri morì, lei ritornò sul Naviglio cercando di sopravvivere con la reversibilità del primo marito.

È così che Alda Merini cominciò a presentarsi tutte le sere al Chimera, dove Laura le offriva un cappuccino e una fetta di torta. Ma la fame non si placava. A volte mi chiedeva di portarla a mangiare un risotto a mezzanotte. Parlava tenendo sempre la mano davanti alla bocca, non si era ancora abituata alla scomparsa dei suoi denti a causa degli elettroshock. Era vivacissima, ammiccante con i ragazzi, dispettosa con i sostenuti, scontrosa con le donne. Io allora collaboravo alla casa editrice il Melangolo, e le chiesi se avesse qualcosa in prosa, perché noi non facevamo poesia. Mi rispose che aveva un romanzo. Non era vero, ma la sera dopo tornò al Chimera con cinque o sei fogli.

Alcuni erano battuti sul retro di volantini di negozi in liquidazione. Montai i frammenti che mi portava ogni sera e così nacque Delirio amoroso. Il 21 gennaio 1990 uscì la prima mezza pagina del Corriere della Sera su Alda Merini e Delirio amoroso: era a firma di Giovanni Raboni. Il caso venne ripreso da altri giornali. Poi arrivò la prima televisione, Telemontecarlo. Fu per lei l’inizio della popolarità che sarebbe cresciuta in modo vorticoso. Intanto nel 1991 il Chimera aveva chiuso e a me arrivavano regolari telefonate serali: minimo una, massimo quattro. In più c’erano dialoghi surreali al citofono. “Sali”, le dicevo. A volte saliva, altre volte preferiva dissertare al citofono sulla deriva dell’estetica e l’estetica della deriva.

Era stata all’inferno e ne era uscita. Convenzioni, inibizioni, convenienze, ipocrisie: erano tutte cose che aveva visto bruciare tra le fiamme del manicomio. Per usare una locuzione scientifica: se ne fotteva di tutte le regole. Negli anni Novanta i riconoscimenti crescevano, le mancava solo un amore. Marcello Marchesi diceva: “Volete un grande amore? Fatevelo da soli”. Lei si portò in casa un clochard e lo fece diventare il suo amore. Lo chiamava Titano e gli dedicò molte poesie. Fino a quando lui, ancora giovane ma usurato da una vita sotto i ponti, morì.

Alda Merini era una grande provocatrice, irregolare, dispettosa, trasgressiva, capace di ironie fulminanti e politicamente scorrette. Forse per questo oggi piace molto ai giovani. Si lasciava usurare da programmi tv che cavalcavano il caso umano, più che l’originalità delle invenzioni poetiche. Se ne fotteva.

Ricordo una sera. Entrò al Chimera infuriata contro Maria Corti, aveva appena litigato con lei al telefono, anche se la critica era una colonna della sua vita poetica. La Merini si mise sulla porta del locale, teneva in mano un mazzo di fogli e cominciò a distribuirli ai ragazzi che entravano: rigorosamente selezionati tra i maschi piacenti. Allungando ogni foglio diceva: “Lei mi sembra un ragazzo intelligente, tenga, è una mia poesia, gliela regalo, così se la Maria Corti vorrà fare la mia opera omnia dovrà diventare matta”. Una performance vagamente dadaista. Io sciaguratamente ridevo, non sapevo ancora che sarebbe toccato a me curare le sue opere.

Isis, morto un califfo se ne fa un altro

Solo tre giorni fa il presidente americano Donald Trump “cinguettava” di aver eliminato non solo Abu Bakr al-Baghdadi, ma anche “il sostituto numero uno” che “molto probabilmente avrebbe preso il posto di comando”. Dallo Stato Islamico sono arrivate ieri, insieme, la conferma della morte del leader e la notizia della nomina del suo successore: Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi. Al quale “tutti i mujahedin” dovranno giurare fedeltà.

A riferire la notizia è stata Amaq, uno degli organi di propaganda dell’Isis. “Non gioire America” è il messaggio di quello che viene identificato come il nuovo portavoce, Abu Hamza al-Quraishi, che in un audio di sette minuti diffuso su Telegram minaccia gli Usa, si scaglia contro Trump e incita i fedeli a vendicarsi contro “infedeli e apostati” per la morte del “comandante dei credenti”. Al-Baghdadi, alla guida dello Stato Islamico dal 2014, è morto in un’operazione condotta dalle forze speciali Usa domenica scorsa in Siria, nella provincia nord-occidentale di Idlib. Sarebbe stato tradito da un suo fedelissimo – ora incasserà la taglia da 25 milioni di dollari – che voleva vendicarsi dell’omicidio di un parente. L’Isis ha confermato l’uccisione, in un altro raid congiunto di americani e forze curde, anche del portavoce del gruppo, Abu Hassan al-Muhajir. Gli organi legislativo e consultivo di Daesh si sarebbero riuniti 48 ore dopo la morte del jihadista iracheno: “Il Consiglio della shura dello Stato islamico si è riunito immediatamente dopo confermando il martirio di Sheikh Abu Bakr al-Baghdadi e i più anziani dei guerrieri si sono accordati su un sostituto”, spiega al-Muhajir. E continua: “America, non ti rendi conto che lo Stato islamico è in prima linea in Europa e Africa occidentale? È esteso da est a ovest. Il vostro destino è controllato da un vecchio pazzo, che va a dormire con un’idea e si risveglia con un’altra. Non celebrate, non siate arroganti”. Il portavoce dell’Isis ha avvertito gli Usa: “Il nuovo capo scelto vi farà dimenticare l’orrore che avete visto e farà sembrare dolci i giorni dei risultati di Al-Baghdadi”.

Del nuovo califfo lascia intendere che sia un veterano del jihad, che abbia combattuto contro “la protettrice della croce”, ovvero l’America, e che sia un “conoscitore delle sue guerre e consapevole della sua astuzia”. Il Pentagono ha preceduto l’annuncio dell’Isis di poche ore con la pubblicazione delle prime immagini del raid contro al Baghdadi. Il video è stato condiviso su Twitter dall’Us Central Command e mostra le forze americane avvicinarsi al compound. The Donald, nell’annunciare il proprio successo, aveva dichiarato che l’uomo più ricercato del mondo era “morto come un cane” dopo aver “corso in un tunnel senza uscita frignando e piangendo e gridando fino alla fine”.

Ma il presidente si è fatto prendere dall’entusiasmo e ha rilanciato su Twitter una foto di lui che premia il pastore belga Conan, che ha partecipato al raid. Secondo il New York Times sarebbe un falso. L’immagine sarebbe infatti una manipolazione di una vecchia fotografia di Trump che assegna la medaglia d’onore nel 2017 a James McCloughan, un medico dell’esercito in pensione onorato per aver salvato la vita di dieci persone in Vietnam.

Il Libano e l’Iraq in rivolta: l’Ayatollah perde la pazienza

Nonostante le proteste antigovernative delle popolazioni irachena e libanese siano motivate dalla mancanza di infrastrutture e servizi a fronte del continuo aumento dei prezzi dei beni primari, oltre alla corruzione della classe politica che ha usato i prestiti internazionali per riempirsi le tasche, secondo il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, la causa delle rivolte è da individuare nell’interferenza di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. Nulla di nuovo sotto il sole. Non è certo la prima volta che il “Grande Ayatollah” sciita iraniano – al vertice della teocrazia iraniana da trenta anni – accusa l’Occidente, Israele compreso, di diffondere “insicurezza e tumulti” in Medio Oriente.

Se in passato le accuse a carico del ‘Grande Satana’ (gli Usa, nel linguaggio di Khomeini, predecessore di Khamenei, ndr) avevano più di un fondamento, in questo caso siamo di fronte a pura propaganda. Diffusa da un regime già indebolito economicamente dalle sanzioni internazionali e dalle proteste interne specialmente da parte delle donne. Ma Khamenei ora non può andare per il sottile dato che l’Iraq e il Libano da anni sono diventati di fatto ‘protettorati’ iraniani. È questa la ragione per cui le proteste nei Paesi dell’area hanno ampliato le preoccupazioni sue e del presidente Rohani. “La gente di queste nazioni deve anche sapere che, sebbene avanzino richieste legittime, queste devono essere ottenute solo in modo legale”, ha detto la Guida Suprema durante una cerimonia di laurea presso l’Istituto iraniano di difesa aerea Khatam al-Anbia. Peccato che siano stati gli alleati di Khamenei nei due paesi mediorientali ad aver agito al di fuori della legge e non i manifestanti che hanno sempre protestato in modo pacifico. In Iraq finora ci sono state quasi 300 vittime tra i manifestanti e in Libano molte donne, anche di religione sciita, sono state brutalmente picchiate dai miliziani di Hezbollah tanto da finire ricoverate in ospedale. La polizia, i cecchini e gli uomini mascherati che hanno sparato sugli iracheni scesi nelle strade di tutte le principali città, armati unicamente di cartelli contro il governo rapace del premier Mahdi e dei suoi predecessori sciiti sostenuti da Teheran, non hanno risparmiato nemmeno i pellegrini che stavano andando nella città santa di Kerbala per la ricorrenza annuale. Ieri il presidente Salih ha detto che le proteste sono legittime ed ha aperto la strada ad elezioni ma la piazza è rimasta delusa, vuole le dimissioni del premier Mahdi. Anche i libanesi, di ogni confessione e ideologia politica, hanno manifestato senza compiere crimini. Chi li ha compiuti sono i sodali di Khamenei. In Libano, per l’appunto, sono Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah – la longa manus dell’Iran sul Mediterraneo nonchè suo braccio armato contro Israele – e il presidente del parlamento Nabil Berri, leader del partito sciita libanese, Amal, filo iraniano e filo siriano. Entrambi hanno ordinato ai manifestanti di tornare a casa . Ignorati per la prima volta anche dai propri elettori sciiti, Nasrallah e Berri hanno capito di essere finiti in una situazione di debolezza inedita, e, pertanto, hanno chiesto un intervento di Khamenei , sperando che questo riesca a terrorizzare le piazze , come fa in patria. In Iraq anche il governo a guida sciita, scelto e manovrato dall’Iran, spera che il potere di deterrenza di Khamenei convinca la folla a tornare schiava della casta politica corrotta. Anziché compiere una seria riflessione, gli sciiti iracheni e libanesi, hanno chiesto l’aiuto del “padre supremo” per tentare di rimanere ancora seduti sulle proprie lussuose poltrone.

“Biden è pro aborto: niente comunione”

La chiesa è la Saint Anthony Catholic Church di Florence, una cittadina del South Carolina, meno di 40 mila abitanti: linee architettoniche moderne, una scuola annessa, un grande parcheggio davanti: negli Stati Uniti, l’influenza delle chiese si misura da quanti sono i posti auto. Lì, domenica, un sacerdote paffuto e sorridente, padre Robert. E. Morey, occhiali e riporto, ha impedito a Joe Biden di fare la comunione. L’attuale battistrada per la nomination democratica per Usa 2020 è stato così ‘punito’ per la sua posizione sull’aborto.

Nel 2016, era successo a Donald Trump di essere contestato, in una chiesa di Flint, nel Michigan, da una donna pastore metodista nera, Green Timmons: progressista quella, tradizionalista padre Robert. E disavventure simili a quella avvenuta a Biden toccarono nel 2004 a John Kerry, candidato alla presidenza, e nel 2016 a Tim Kaine, candidato alla vicepresidenza. Come e perché Biden sia capitato in quella chiesa di quella cittadina, il cui unico vanto è di essere all’intersezione tra Interstate 95 e Interstate 20, solo i percorsi tortuosi di una campagna elettorale possono spiegarlo. Fatto sta che l’ex vicepresidente di Barack Obama, da sempre cattolico, s’era fermato per la messa, ma il reverendo s’è rifiutato di somministrargli l’eucarestia.

“Purtroppo – ha detto padre Robert in una dichiarazione ripresa dai media Usa – ho dovuto rifiutare la santa comunione all’ex vicepresidente. Qualsiasi personaggio pubblico pro aborto si colloca fuori dall’insegnamento della Chiesa”. Una bocciatura che Biden non s’aspettava e che non pare cercasse. Nel 2016, la contestazione pubblica di Green Timmons portò bene a Trump: nella città della strage nel liceo di Columbine e di Michael Moore, l’allora candidato repubblicano alla Casa Bianca concionava in chiesa contro Obama e Hillary: “Ci parli dei nostri problemi”, cioè l’emergenza dell’acqua al piombo, “non dei fatti suoi”, lo interruppe la Timmons, che già aveva mostrato insofferenza per la presenza del magnate nella sua chiesa.

Trump aveva abbozzato un sorriso imbarazzato e aveva cambiato discorso; ma era stato contestato da un gruppo di fedeli neri, al punto che il pastore aveva dovuto difenderlo (“È un ospite e merita rispetto”). L’episodio di Florence è indicativo del peso che, nella campagna elettorale per Usa 2020, potrà avere l’elettorato cristiano più retrivo, tendenzialmente bianco e conservatore, in maggioranza evangelico, ma anche cattolico. L’incidente offusca ulteriormente l’immagine di Biden, che non vive un momento di fulgore. L’Ucrainagate non giova a Trump, ma neppure a lui, che è coinvolto insieme al figlio Hunter: vittima delle mene del presidente, ma anche sospettato di inciuci. Nei sondaggi nazionali Biden resta sovente battistrada, ma è meno ben piazzato nello Iowa, lo Stato che aprirà la stagione delle primarie democratiche il 3 febbraio 2020, fra meno di cento giorni.

Secondo l’agenzia Bloomberg, la campagna di Biden non è stata finora efficace nello Iowa e il trend dell’ex numero due di Barack Obama è calante. Un sondaggio Usa Today e Suffolk University attribuisce a Biden il 18% dei suffragi nello Iowa, con la senatrice Elizabeth Warren al 17% e l’ex sindaco di South Bend nell’Indiana, Pete Buttigieg, in crescita al 13%. Ci voleva la benedizione, non l’anatema, di padre Robert.

“Scherzetto” Dem, ma Halloween non fa paura a Trump

Per Donald Trump, la cattiva notizia è che Camera degli Stati Uniti ha approvato la risoluzione che indica le regole dell’indagine sull’impeachment e ha conferito più poteri a un suo acerrimo nemico, il deputato della California Adam Schiff, presidente della Commissione Intelligence. La buona notizia è che i repubblicani della Camera hanno tenuto: sui 435 deputati, i ‘sì’ sono stati 232, tutti democratici e un indipendente, e i ‘no’ 196, tutti i repubblicani e due democratici.

Se questo è il grado di tenuta dei repubblicani, non c’è nessuna possibilità che Trump subisca l’impeachment: l’istruzione del caso spetta alla Camera, ma la sentenza spetta al Senato, dove ci vuole una maggioranza dei due terzi. Lì, i repubblicani sono 53, i democratici 45 e gli indipendenti, che di solito votano con i democratici, due: bisognerebbe che venti repubblicani cambino campo (e finora se ne contano solo tre, neppure certi). Il voto di ieri, procedurale, è il primo dell’aula nell’indagine sull’impeachment. A inchiesta chiusa, la Camera dovrà esprimersi sulla messa in stato di accusa del presidente, rinviando al Senato l’eventuale processo. In mezzo secolo, è la terza volta che accade, dopo Nixon 1974 e Clinton 1998. Il testo, di otto pagine, fissa le regole del procedimento e le modalità per interrogare testimoni, acquisire documenti, divulgare il contenuto delle deposizioni. Il documento precisa che il presidente della Commissione Intelligence, l’onorevole Schiff, deciderà quali udienze siano pubbliche e stilerà un rapporto. Spetterà alla Commissione Giustizia, presieduta da Jerrold Nadler, deputato dello Stato di New York, tirare le somme. Ieri, la sfilata dei testi è proseguita a porte chiuse con il consigliere di Trump Timothy Morrison, specialista di Russia, che avrebbe confermato le pressioni del presidente sull’Ucraina, perché indagasse sui Biden padre e figlio. La prossima settimana, Schiff ha già convocato l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, un falco che a settembre lasciò l’incarico in forte disaccordo con la politica estera della Casa Bianca. Schiff è un osso duro: 59 anni, vegano, sposato con due figli, deputato della California dal 2001 – è stato eletto in diversi distretti -, è un maratoneta e uno specialista di triathlon e a tempo perso scrive scenografie – un thriller, una spy story, un dramma sull’Olocausto -. E’ il suo primo mandato come presidente di Commissione. Caratterialmente, con Trump non si prende. Il presidente lo tratta da ‘talpa’: non diede al Congresso informazioni sull’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi per non metterne lui al corrente.

La reazione dei repubblicani, della Casa Bianca e del presidente Trump al voto procedurale, di cui gli stessi repubblicani avevano denunciato la carenza, è stata molto dura. Parlando in aula, il leader dei repubblicani alla Camera Kevin McCarthy ha detto: “I democratici vogliono l’impeachment perché hanno paura di perdere anche nel 2020 … Stanno tentando di invalidare il voto del 2016 – con il Russiagate, ndr – e di influenzare quello del 2020”.

Per la portavoce della Casa Bianca Stephanie Grisham, la risoluzione è “ingiusta, incostituzionale e antiamericana”: “una vergogna, uno spudorato tentativo di distruggere il presidente, un’ossessione” che colpisce “non Trump, che non ha fatto nulla di sbagliato, ma il popolo americano”. The Donald ha ovviamente rilanciato via twitter il solito ritornello: “La più grande caccia alle streghe della storia americana!”. “La truffa dell’impeachment sta danneggiando i nostri mercati finanziari, ma ai democratici non importa nulla”, scrive il presidente, mentre Wall Street va giù.

In coda per 24 ore. Cuba, felicità è un frigo pagato in dollari Usa

Omar Benítez , giovane ingegnere, aveva iniziato a fare la fila fin da domenica. Ma quando lunedì 28 alle 9:30 si sono aperte le porte del nuovo negozio di elettrodomestici in valuta liberamente convertibile (Vlc) nell’edificio Focsa – uno dei più alti dell’Avana – si è “sentito emozionato”. Era arrivato tra i primi nella corsa a ostacoli per comprare un condizionatore e un frigo in dollari, 361 il primo, 519 il secondo. E non era stato facile. Al contrario. Una volta che – a metà ottobre – era stata annunciata in tv e sui giornali la prossima apertura di otto negozi (sette all’Avana e uno a Santiago de Cuba) dove sarebbe stato possibile comprare in Vlc ( sostanzialmente in dollari) elettrodomestici e tv, moto elettriche (le uniche che vengono importate) e pezzi di ricambio per auto e moto, ma solo con una nuova carta di debito emessa dalle banche di Stato, aveva dovuto iniziare un calvario di file.

Prima quella al Banco Metropolitano per fare la carta (“a conto zero perché aspettavo che mio zio che vive a Miami mi inviasse 900 dollari”), poi la coda per ritirarla e infine quella per entrare nel negozio di elettrodomestici in valuta. “In tutto più di 24 ore di coda. Ma ne valeva la pena”, afferma Omar. Se avesse comprato frigo e split in un negozio “normale” dove si paga in pesos convertibili (Cuc) o in moneda nacional (Cup) avrebbe speso almeno il doppio. Lo Stato infatti impone una “ricarica” di più del 200%, per finanziare il welfare socialista. Se invece Omar avesse comprato gli elettrodomestici en la calle- ovvero da privati che li importano da Panama o dal Messico o da Miami per uso personale e poi li rivendono – avrebbe pagato un buon 50% in più. E senza garanzia. Questo spiega perché fin da lunedì – da quando è iniziata la vendita in dollari – la fila di fronte ai sette negozi dell’Avana abilitati è assai lunga. E lenta. La burocrazia cubana è implacabile e ogni acquisto richiede un papeleo – una serie di documentazione che ne attesti la proprietà – compilato rigorosamente a mano, oltre a un Pos per la carta di debito che alle volte fa i capricci. Ma chi esce dal negozio con la sua mercanzia ha lo sguardo felice di chi ha tagliato il traguardo di una corsa difficile. E chi è in coda si rianima, in attesa che il poliziotto (o la poliziotta) che controlla l’ingresso faccia passare a sei per volta. Sempre ovvio che mostri la carta di debito e che sia l’intestatario delle medesima. Così passano le ore. Lunedì, per esaurire la coda il negozio del Focsa ha chiuso alle 22,30. Nei giorni seguenti non è stato molto meglio. Ma nessuno si è lamentato.

Questa è Cuba. Da qualche anno, una delle riforme promosse dall’ex presidente Raúl Castro, aveva permesso ai cittadini cubani di importare una serie di beni per uso personale, pagando la dogana in moneda nacional, il peso cubano che vale un venticinquesimo di dollaro. In questo modo era iniziato un negozio redditizio per i cubani che avevano valuta convertibile da investire all’estero. O per i cubani all’estero che attraverso mulas, persone a cui veniva pagato il biglietto aereo e che in cambio figuravano come proprietarie della merce che importavano, realizzavano il loro negocio. Secondo fonti ufficiali, paradossalmente, i cubani erano diventati esportatori di valuta convertibile. Ovvero di un genere che è assolutamente scarso nell’isola. E per una cifra che sorpassava il miliardo di dollari l’anno, secondo fonti ufficiose.

Da qui la decisione dello staff governativo del nuovo presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, di recuperare buona parte di questa esportazione di valuta mediante l’apertura di una serie di negozi in cui si paga meno per elttrodomestici, tv, moto elettriche e pezzi di ricambio purché acquistati in dollari. Con lo Stato “che si sostituisce alle mulas” ha titolato un giornale online dell’opposizione. Una decisione non facile, ma necessaria per far fronte al vero e proprio strangolamento economico, finanziario e commerciale messo in atto dall’Amministrazione Trump, che ha causato il prosciugamento delle riserve in valuta del governo cubano.

Nonostante le lunghe code, in generale i cubani – almeno quelli che se lo possono permettere – hanno reagito bene. “Paghiamo meno e abbiamo una garanzia” diceva Mariafelix Rosado dopo aver comprato una lavatrice (da sei chili, 233 dollari). E tv e giornali (di Stato, ovvio) hanno dato eco a questa soddisfazione. Col passare dei giorni però il dollaro al mercato nero sale. E si prevede che si arriverà fino a quota 1,5 rispetto al Cuc che formalmente è pari a un dollaro.

La censura dei 13 boni viri a maggior gloria della democrazia

Ci sono cose difficili da dire o da scrivere, che verranno probabilmente fraintese in buona o malafede in quel mercatino tribale un tempo noto come dibattito pubblico. Eppure le cose difficili sono quelle necessarie. Parliamo, in questo caso, della decisione del Senato di istituire una “Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”. Chi non è d’accordo che si tratti di fenomeni da combattere? Come farlo, come definirli e delimitarne il perimetro, però, è un po’ più scivoloso: e infatti “gli hate speech sono difficili da definire e suscettibili di applicazioni arbitrarie”, si legge nel testo approvato. La legge sulla diffamazione, la “Mancino” e quella contro il negazionismo sono già in vigore: le applica un giudice. Ci sono poi le regole di utilizzo dei social network che consentono ai gestori di cancellare contenuti sgraditi e già qui siamo alla privatizzazione del diritto di parola. Ora si stabilisce che una maggioranza politica in un organismo di 25 senatori, oltre a indagare il fenomeno dei “discorsi d’odio”, potrà “segnalare agli organi di stampa e ai gestori dei siti internet” scritti considerati, da quella maggioranza politica, impubblicabili e richiederne “la rimozione dal web” e “la deindicizzazione dai motori di ricerca”. Mettiamola così: un gruppo di politici, ne basteranno 13 su 25, potrà imporre la censura di un contenuto senza passare da un giudice, a maggior gloria – pare – della democrazia. Ve la ricordate la storia dell’inferno e delle buone intenzioni?

Fca, un’operazione fifty-fifty grandiosa. Ma per la Francia

Questo giornale era stato il solo a intitolare “Chrysler compra Fiat” mentre tutti scrivevano, con enfasi trionfalistica, “Fiat compra Chrysler”, il governo celebrava l’evento e, appena arredati i nuovi uffici americani, Renzi, a nome del Paese, è andato a Detroit a rendere onore a Marchionne autore del grande strappo. Non era necessario conoscere la Fiat e Agnelli, come era successo a me nei vent’anni americani, per capire che una simile operazione privava l’Italia di un pezzo importante della sua identità. Agnelli non si era mai mosso da Torino, neppure negli anni peggiori del terrorismo, perché comprendeva il simbolo della Fiat che resta italiana e il valore, non solo di Borsa, di un rapporto Italia-Fiat che era stato un grande dare e avere e certamente contribuiva alla statura del Paese nei rapporti internazionali. Dopo Chrysler, in territorio italiano sono restate soltanto buone filiali che possono essere spente in ogni momento. Adesso è Peugeot che prende tutto, sotto le spoglie di una operazione fifty-fifty che è grandiosa. Ma per la Francia. Crea un colosso, che verrà percepito nel mondo come francese, come capolavoro della Peugeot. Nessuno dubita della portata economica dell’affare. Ma la persuasione ripetuta da Agnelli (“le automobili hanno una bandiera”) è andata perduta. Come ci hanno già detto, il nuovo quartier generale del colosso (con John Elkann presidente e l’ad francese al comando) è in Olanda. E noi abbiamo già imparato dalle vicende Fca che in Olanda, per quanto ci riguarda, scompare tutto. Ci arriveranno notizie qua e là dalla stampa internazionale. Per la Francia è diverso. Nessuno ha mai portato via dalla Francia il gigante Peugeot e associati. La Francia ha un governo forte e geloso della sue aziende, e che non fa ponti d’oro ed elogi a chi parte.

Ma c’è qualche altro argomento che appartiene a questo capitolo non glorioso della storia politica ed economica italiana. Non so perché tanti economisti italiani continuano a far finta di non notare che la stagnazione di cui patisce l’Italia comincia con lo sradicamento della Fiat dal territorio italiano. Sto esprimendo una opinione discutibile su qualcosa che non condivido o mi danno ragione i dati Istat? Temo però che sia un argomento fondato sostenere che “il fare impresa” tanto ripetuto in Italia negli anni Novanta, se ne sia andato a Detroit con la Fiat. Vedo un riflesso (anzi un rapporto causa-effetto) ben chiaro nella crescita continua dell’emigrazione verso il Nord Europa dei bravi studenti, dottorandi, giovani manager. A questo punto è doveroso chiedersi: se foste stati John Elkann, pur affezionato alle persuasioni ben radicate del nonno, che cosa avreste fatto? Non fate caso al quadro disastroso della Fiat dopo la scomparsa dei due fratelli Agnelli, che vi raccontano in tanti, e che è in buona parte materiale di glorificazione di Marchionne. La Fiat è stata tante volte in pericolo e tante volte si è salvata senza trascinarla in America. Ma la solitudine di un imprenditore giovane con un peso di portata internazionale è pesante, mentre una sequenza di governi si occupano di tutto comprese le marche da bollo, ma non di lavoro-impresa e di lavoro-mano d’opera. La politica ha fatto finta di non vedere, i “liberal” di Berlusconi credevano che l’impresa fosse la televisione, l’intelligenza del Paese cercava ancora la sinistra e un po’ disprezzava la fabbrica. Un altro governo (Barack Obama) ha notato la Fiat e ha offerto asilo. Impossibile fare festa per quel primo e per questo secondo evento, che separa per sempre la grande fabbrica e l’Italia. Ma forse è impossibile condannare il suo maggior azionista e top manager. Non ha potuto far niente per l’Italia, ma ha salvato la sua fabbrica nell’unico modo: separandola da un Paese che guarda sempre altrove.

Lotta di classe per salvarci dal “burn out”

La lingua italiana è una lingua bellissima. Non a caso è la quarta lingua più studiata nel mondo, dopo inglese, francese e spagnolo. Ma, diversamente dalle prime tre, viene studiata non tanto per il suo passato “imperialista”, quanto per la sua bellezza. Capita spesso che, per esprimere concetti solitamente sgradevoli, l’italiano venga infarcito di neologismi stranieri. Alcuni esempi: spending review sinonimo di “vengo a farti i conti in tasca”, quantitative easing sinonimo di “stampo denaro al posto tuo e poi me lo tengo” e potremmo continuare.

Il termine burn out non fa differenza: dietro l’apparente innocenza si nascondono questioni per niente trascurabili. Facciamo un passo indietro. Una delle parole contemporanee maggiormente inflazionate è stress (da strictus, latino), usata in accezione negativa: “sono stressato!”, “che stress!”. Tutti gli esseri viventi sono dotati di un sistema complesso di strutture anatomo-fisiologiche che consente loro di rispondere a tutti gli stimoli stressogeni, esterni e interni, reali o percepiti, che derivano da ambienti diversi nei quali siamo immersi e che ci compenetrano. È quel sistema che ci ha consentito, in un miliardo di anni circa, di evolvere da semplici lombrichi a quello che siamo oggi. Bisognerebbe fare una “breve” digressione sulla Pnei (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia) e sull’Epigenetica. Non è il luogo adatto. Basti sapere che l’attivazione cronica e la perdita di equilibrio del sistema dello stress provoca malattie. Altro fatto importante: il nostro attuale sistema dello stress è sostanzialmente uguale ai nostri antenati di ventimila anni fa. Ma l’ambiente intorno a noi è radicalmente cambiato. Cioè, siamo attrezzati a dare risposte allo stress privilegiando la modalità della solidarietà collaborativa all’interno di un gruppo di cacciatori/raccoglitori. Peccato che oggi la modalità imposta dal modello economico turbocapitalista sta nell’esatto opposto, cioè nella competizione furibonda tra individui isolati per il profitto. Il concetto di burn out è noto da molti anni e classificato dal Icd (International Classification of Diseases) dell’Organizzazione mondiale della Salute (Oms) come problema di salute individuale. Cosa è cambiato? La nuova proposta di classificazione, approvata nel maggio 2019 e in vigore da gennaio 2020, indica il burn out non più come problema di “salute individuale”, bensì di “salute dell’organizzazione”. Le organizzazioni sono un “insieme di individui collaboranti e solidali per svolgere una certa funzione nel contesto dato”. Se si nega questa definizione per piegarla ad altri scopi, l’organizzazione si ammala e, come sappiamo bene noi medici del lavoro: “Un ambiente di lavoro malato, produce malattia”. Negli ultimi anni, favorito da automazione e innovazione tecnologica, il settore manifatturiero è fortemente dimagrito e si è imposta la cosiddetta “bioproduzione”: la “merce” prodotta non è più un manufatto, ma è costituita da relazioni, informazioni, idee, innovazioni nel modo di vivere, servizi alla persona forniti da altre persone cioè dalla vita stessa che tende a migliorare e a migliorarsi nella sua qualità complessiva, a meno che l’interesse privato di una ristretta minoranza non intralci, nel nome del profitto privato, la vita di tutti. È quanto sta accadendo.

Dimenticavo. La traduzione italiana di burn out è “Sindrome da demotivazione”. In effetti, a pensarci bene, quale interesse, quale “motivo” abbiamo a lavorare sempre di più, con contratti di lavoro precario e pagati sempre peggio per arricchire i soliti noti? Prescrizione medica occupazionale? Difendere i nostri interessi, le nostre motivazioni: lavorare meno, con contratti il più possibile stabili, essere pagati in modo dignitoso, vivere non in competizione perpetua con altri esseri umani, ma collaborando in maniera solidale. Burn out o lotta di classe?

 

Al Baghdadi e il senso Usa per i nemici morti

“Vigliacco! Piangeva, gridava. Era terrorizzato. Altro che eroe, è morto come un codardo. Si è fatto esplodere, trascinando con sé tre bambini”. Questa la dichiarazione, a reti unificate, di un tronfio Donald Trump il giorno in cui ha dato la notizia dell’uccisione di Al Baghdadi. Non mi pare che uno che si suicida facendosi saltare in aria possa essere accusato di vigliaccheria. È una morte da mujaheddin, da combattente. Mi piacerebbe sapere come si comporterebbe in una situazione analoga Donald Trump, comandante in capo dell’esercito statunitense, che fa il fenomeno dietro una scrivania. I precedenti non sono incoraggianti. Quando ci fu l’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono George W. Bush fu ficcato a forza sull’Air Force One e portato prudentemente lontano dal luogo delle operazioni. Un comportamento non precisamente da eroe, come ebbe il coraggio di far notare la scrittrice statunitense Susan Sontag.

Agli americani non basta vincere, hanno il morboso bisogno di umiliare il nemico sconfitto. Lo fecero anche con Osama bin Laden quando finsero di averlo ucciso nel 2011 ad Abbottabad in Pakistan, affermando che il Califfo saudita al momento del dunque aveva vigliaccamente cercato di proteggersi dietro una delle sue mogli e scovando materiale pornografico nel suo nascondiglio. Dico “finsero” perché nessuno può credere, tranne il loro popolo che è ingenuo e naïf (ed è il suo aspetto più simpatico), che si cattura il “pericolo pubblico numero uno”, lo si uccide ma non se ne fanno vedere le spoglie e si butta frettolosamente il cadavere in mare in modo che nessuno possa più controllare niente. Pratica che è stata usata anche adesso con Al Baghdadi, per cui c’è qualcuno, come il New York Times, che dubita che il Califfo sia stato veramente ucciso nel giorno indicato da Trump, ma che la data sia stata sfasata per gli interessi elettorali dell’inquilino della Casa Bianca (sia detto di passata, Bin Laden deve essere morto fra il 2004 e il 2005, probabilmente per malattia – aveva i reni gravemente compromessi – oppure ucciso dagli stessi americani per tappargli la bocca, perché sapeva troppe cose compromettenti. Altrimenti non si capirebbe perché fino al 2004 il Califfo saudita abbia sculato davanti a ogni video possibile e immaginabile per poi scomparire improvvisamente, di colpo, e rispuntare magicamente sei o sette anni dopo).

Un’altra specialità yankee è quella di negare una degna sepoltura ai propri nemici. Lo hanno fatto, stando alla loro narrazione, con Osama bin Laden, lo fanno ora con Al Baghdadi: in mare, ai pesci e non se ne parli più. In epoche passate, quando gli americani non erano ancora comparsi all’onor del mondo, una tomba e le relative onoranze funebri non si negavano a nessuno, foss’anche il peggior nemico. Quando Catilina osò sfidare lo Stato romano prendendo le parti dei piccoli proprietari terrieri e dei plebei contro le oligarchie senatorie, latifondiste e fainéant che depredavano i primi e opprimevano i secondi, e cadde eroicamente in battaglia, in una lotta impari, il suo cadavere fu restituito agli anziani genitori. Quando l’imperatore Nerone, colpito da damnatio memoriae, la più definitiva pena per un cittadino romano, fu costretto al suicidio, nessuno si sognò di negargli le onoranze funebri, che furono curate dalle sue nutrici Egloge e Alessandra, né tantomeno una tomba sulla quale la plebe di Roma, che lo aveva molto amato, continuò a portar fiori per trent’anni ancora.

Ma torniamo al piacere di umiliare i nemici sconfitti. Nel lungo viaggio che li portava a Guantanamo, i guerriglieri talebani che erano stati catturati ed esposti alla curiosità di tutte le televisioni (trattamento alla Saddam Hussein) furono narcotizzati e muniti di pannoloni per umiliarli e in quella famigerata prigione venivano trasportati in carriola per renderli ridicoli e rinchiusi in gabbie illuminate notte e giorno. Questa di mettere i nemici in gabbia è proprio una mania yankee. Nell’immediato dopoguerra, il poeta Ezra Pound, mallevadore di molti letterati statunitensi, colpevole di essere vissuto in Italia e di non aver osteggiato il fascismo, fu messo anche lui in una gabbia illuminata giorno e notte ed esposto, come una bestia, alla curiosità della canaglia che poteva osservarlo anche mentre cacava. E il grande Ezra, una volta liberato, per dieci anni si chiuse, per ripicca, in un mutismo assoluto. L’orrore sadico e perverso di Abu Ghraib lo ricordiamo tutti. Durante il processo di Norimberga i criminali nazisti venivano ridicolizzati obbligandoli a deporre in piedi indossando dei pantaloni privi di cintura e costretti a tenerseli su con le mani. Pare che durante l’incursione nei cunicoli di Barisha alla caccia di Al Baghdadi i commandos americani fossero guidati da un cane che, ferito, è stato subito elevato a eroe nazionale. Gli altri si fanno saltare in aria, da noi, tecnologicamente avanzatissimi, gli “eroi” possono essere solo dei cani.