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I giornalisti contro il Reddito sono sovvenzionati dallo Stato

Vorrei fare una preghiera al sig. Travaglio, visto che lui ha la possibilità di parlare in tv e confrontarsi con tutti questi giornalisti che attaccano il Reddito di cittadinanza che serve per aiutare chi ha bisogno. Ebbene, può ricordare a questi giornalisti che loro da sempre vivono con il reddito garantito dallo Stato con tutte le sovvenzioni a molti giornali, e non certo per sopravvivere, visto che hanno lauti stipendi.

Certo non di 500 euro.

Armando Romeo

 

Il “Fatto” raramente in tv: perché sta così antipatico?

Ogni mattina, mentre faccio colazione, guardo alla tv le rassegne stampa su vari canali. Ebbene il Fatto Quotidiano non appare che raramente e se appare è per un attimo. Controllate se non è vero. Perché questo giornale sta così antipatico? Spero che non cambierete mai modo di fare giornalismo. Avanti così!

Alfonso Di Domenico

 

Mafia, il carcere ostativo come misura di sicurezza

In riferimento alla vostra proposta di superamento della pronuncia costituzionale, io proporrei di considerare che le pene speciali, previste per i reati di mafia, debbano essere considerate, a un certo punto, misure di sicurezza.

Se è infatti vero che in Italia la pena ha una finalità rieducativa, la Corte Costituzionale non potrebbe fare altrimenti che considerare quella norma incostituzionale, nel caso in cui venga dimostrata l’adesione del reo al programma di recupero. Certo, noi sappiamo che in quel caso il condannato ha stretto un patto di sangue che considera indissolubile, ma non è sufficiente la mancata collaborazione per poter determinare il mancato recupero.

Altrimenti dovrebbe applicarsi per tutti i reati, dove il condannato non collabori. E dunque non è questa secondo me la strada.

La strada potrebbe essere quella di considerare il carcere ostativo per i reati di mafia una misura di sicurezza.

Le misure di sicurezza infatti sono dei provvedimenti speciali previsti dal codice penale nei confronti degli autori del reato che sono considerati socialmente pericolosi. Possono affiancarsi alla pena principale o sostituirsi ad essa nel caso di soggetti non imputabili.

Per dire, una persona instabile di mente può anche essere non imputabile, ma se è socialmente pericolosa, gli verrà applicata la misura di sicurezza.

Nel caso dell’associazione di stampo mafioso, se è pur vero che il condannato può aver aderito alla rieducazione, può continuare a sussistere il pericolo sociale dello stesso, a meno che non si sia dissociato dall’associazione.

In questo caso dunque, sul principio costituzionale previsto dall’art. 27 comma 3 (finalità rieducativa della pena), prevarrebbe l’esigenza di tutela dello stato sociale e dell’incolumità delle persone. Inoltre la particolarità delle misure di sicurezza è che sono determinate nel minimo ma non nel massimo, perché presuppongono l’accertamento in concreto della pericolosità sociale.

Certo la valutazione sarebbe sempre demandata ad un giudice, ma potrebbe essere prevista una sorta di automaticità per questi particolari reati. Comunque firmo l’appello!

Avv. Valentina Felici

 

E se in Toscana tornasse la brava Rosy Bindi?

Sono una vostra appassionata lettrice di 87 anni e vi compro da sempre tutti i giorni; vivo a Firenze e non ho mai votato Matteo Renzi, nemmeno la prima volta quando si è candidato a sindaco della città: già si capiva di che pasta era fatto, ma Firenze è così. Lui è andato bene a tutti i partiti, nessun vero competitor. Successivamente i risultati nazionali ne hanno evidenziato le carenze. Ma era troppo tardi. Ora si parla dell’elezione del nuovo Presidente della Regione Toscana e si prospetta l’investitura di Eugenio Giani. Ecco il vecchio che avanza! È famoso per il bagno in costume a righe con bretelle primi novecento, nelle gelide acque dell’Arno ogni primo di gennaio. Questo fotogenico signore da almeno 40 anni presenzia a tutto, è conoscitore di qualsiasi cosa, adatto a tutte le situazioni. Il resto, gli altri alleati, che dicono?

Ma ancora non si è capito che siamo stanchi di essere catturati in queste ragnatele? Vista la mia età forse potrei anche non esserci più alle prossime elezioni regionali, ma propongo il nome di una donna che è stata un’ottima ministra della Salute ed è stata messa da parte, offesa e presa in giro senza pudore, senza essere difesa da chi doveva capirne il valore; o forse ne aveva capito proprio il valore. Il nome è Rosy Bindi.

Costanza Giarrizzo

 

La Meloni sul cous cous non sa di offendere sardi e siciliani

Ho letto il brillante articolo di Selvaggia Lucarelli su Giorgia Meloni. Circa il cous cous, la preoccupazione della leader di FdI è che entri nelle mense scolastiche: orrore! un piatto maghrebino! La Meloni, per la quale (come per Salvini) vengono “prima gli italiani”, quanto conosce l’Italia? Sa che il cous cous è anche un piatto, con varianti negli ingredienti, italiano? Più esattamente, è nella cucina siciliana e sarda. Sa che rischia quindi di offendere siciliani e sardi?

Arnaldo Di Benedetto

Biglietti nominali. Contro i bagarini online, togliamo il business ai promoter

Ho visto che il concerto di Sting al Forum di Assago è stato un vero inferno organizzativo. Code infinite, spettatori che non hanno potuto assistere allo show, la musica che inizia con un’ora di ritardo. È colpa del biglietto nominale? Giusto combattere i bagarini, che fanno affari gonfiando il prezzo dei biglietti. Ma se l’effetto è il caos, forse è meglio stare a casa.
Ermes Chiarotti

La borsa o la coda. A rimetterci sono sempre e solo gli appassionati: costretti a file interminabili davanti ai cancelli degli impianti con un tagliando in mano e un documento di identificazione (non valgono fotocopie), nella speranza che la star attenda l’ingresso di tutti. L’alternativa è arrendersi alla beffa del secondary ticketing, che costringe a sborsare cifre indecenti sui siti di bagarinaggio come Viagogo o Seatwave. Il caos che ha preceduto il concerto di Sting ad Assago è una foto disturbante, con il pubblico preso in mezzo tra i ricatti dei pirati internettiani e i disagi dei controlli fuori da stadi e palasport. La legge 145, che porta il nome del pentastellato Sergio Battelli, è in vigore dal 1 luglio: sancisce l’obbligo di emissione di biglietti nominali per gli spettacoli che prevedano una capienza di almeno 5000 posti, e un limite di acquisto fino a dieci biglietti per quelli da 1000 a 5000 posti. Se poi l’acquirente decide di rivendere il titolo potrà farlo anche in extremis tramite un box allestito dagli organizzatori, oppure in Rete dal sito concessionario, però dovrà sborsare altri soldi. La norma è dunque perfettibile, ma è un primo tentativo concreto per contrastare il secondary ticketing: quello che grazie alla truffa automatizzata dei “bot” ramazza migliaia di biglietti online pochi secondi dopo l’emissione e impedisce ai musicofili di pagare il giusto. Il vero problema è la volontà dei promoter, che in Italia come nel resto del mondo hanno solidi interessi nella partecipazione diretta ai siti (autorizzati e non) di rivendita sul Web. Lì c’è il vero business, e lì stando ai richiami (e alle sanzioni) della stessa Ue, va estirpata la gramigna. Gli organizzatori nostrani si dividono: chi plaude alla 145, vedi la Barley Arts, trova che le code possano essere evitate con un po’ di pragmatismo, come accadde al concerto di Phil Collins. Chi invece si schiera contro la Battelli, vedi la Live Nation che gestiva la data di Sting, sottolinea che la legge non risolva granché, mentre aumentano i costi per i rituali dei controlli. Soluzioni drastiche? Forse revocare la licenza e negare permessi ai furbastri del manageriato musicale. E vedere l’effetto che fa.
Stefano Mannucci

Ormai è Repubblica il giornale di casa

Il giornale di famiglia una volta era La Stampa, poi venne Repubblica. Ieri il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, con una linea che attaccava a testa bassa “la razza padrona”, sembrava davvero il gioiello di casa, con ben tre pagine dedicate alla fusione. E se il quotidiano torinese, diretto da Maurizio Molinari, apriva su “Migranti e Informazione” con il titolo su Fca e Peugeot “Quarto costruttore di auto al mondo” in una sobria colonnina in alto a sinistra del giornale, Repubblica sparava “la fusione calda” con uno sfoggio di pagine, foto e commenti. Compresa la pagina su “l’affare di famiglie” mettendo a confronto, con foto d’annata e pargoli in bella vista, le dinastie Peugeot e Agnelli in versione “vestivamo alla marinara”: tutti in posa con nonni, figlie e nipoti. Che amori! E poi l’enfasi sulla “scommessa ecologica”, “il futuro elettrico” e tutti gli annessi e connessi di un giornale che si vuol far volere bene dalla proprietà. Figuriamoci, la notizia c’era tutta, anche se il Corriere della Sera non l’ha nemmeno riportata in prima pagina. Ma a volte l’entusiasmo travalica anche le buone intenzioni.

Chissà se al vecchio patròn, l’Ingegner De Benedetti, non sia venuta ancora la voglia di prendere i suoi di figli e dare loro una bella ripassata.

“È inaccettabile rimanere degli spettatori. Produzione già dimezzata, operai a rischio”

“Spero che i rappresentanti del nostro governo si siano espressi male, perché è inaccettabile fare da spettatori in questa vicenda. Bisogna portare Fiat-Chrysler a un tavolo con i sindacati per affrontare gli effetti della fusione con Psa”. Secondo Francesca Re David, segretaria della Fiom Cgil, l’operazione dovrà portare gli stabilimenti italiani a produrre 1,5 milioni di automobili. Una capacità che, in questo momento, viene sfruttata solo per metà e che genera forte preoccupazione per gli stabilimenti italiani, soprattutto perché con la fusione Fca-Psa ci sarebbero 23 impianti in Europa, di cui il 43% a marchio Peugeot.

L’unione tra Fca e Peugeot farà nascere il quarto polo mondiale dell’auto. È una buona notizia?

Da tempo diciamo che nel mondo della produzione di auto ci sono dinamiche per cui le fusioni si rendono necessarie, quindi questa era nelle corde e non è di per sé una cosa negativa. Il tema, però, è che ci troviamo di fronte a una società che non è più minimamente italiana, tanto che i governi informati sono solo quello francese e quello statunitense, da noi nessuna informativa. Non dico che avrebbero dovuto mandare una comunicazione ai sindacati, ma almeno a Palazzo Chigi.

Noi non avremo voce in capitolo?

Anche se nel consiglio di amministrazione i posti saranno divisi a metà tra le due aziende, John Elkann in qualità di presidente avrà solo un ruolo onorifico. Chi farà le politiche industriali è Carlos Tavares, che viene dalla Renault.

Che dovrebbe fare il nostro governo per imporsi?

Questo settore ha preso parecchi sostegni pubblici, direttamente con i finanziamenti al Sud e indirettamente con la cassa integrazione. Ora siamo spettatori, mentre i francesi hanno detto che nessun posto di lavoro può essere perso. Il governo italiano, che pochi giorni fa ha avviato un tavolo sull’automotive, non può stare a guardare: deve ottenere un vero piano industriale, non uno che cambia ogni due anni, e che non si chiudano gli stabilimenti. Anzi, che si aprano perché per adesso funzionano solo per metà e c’è tanta cassa integrazione. Il processo di fusione durerà un anno. Bisogna che in questo lasso di tempo governo e parti sociali, convocando Fca, svolgano un ruolo attivo e permettano investimenti in grado di produrre 1,5 milioni di autovetture. L’Italia è ancora il secondo Paese manifatturiero d’Europa. Ma vogliamo conservarlo?

Oggi, però, scontiamo un ritardo nell’elettrico. Questo rende le fabbriche italiane più esposte al rischio di tagli?

Non conoscendo il piano industriale, non lo sappiamo. Bisogna cercare di presentarsi un po’ meglio all’appuntamento. Bisogna lavorare non solo sull’elettrico, ma anche sulla mobilità condivisa, sulla guida autonoma. L’azienda nel suo comunicato dice che non ci sono stabilimenti a rischio, ma non dice che non c’è occupazione a rischio. Partiamo con uno svantaggio: Fca non è quella che guiderà la parte industriale. E oggi noi non siamo in piena occupazione.

Al di fuori del perimetro di Fca c’è poi tutta la filiera delle componenti, anche loro in difficoltà sulle innovazioni. Saranno ancora più vulnerabili in questo passaggio?

La filiera è fondamentale e sta soffrendo moltissimo, occupa 200 mila lavoratori in tutte le Regioni e si spinge fino alla siderurgia. Lavorano anche per l’estero ma è chiaro che gli stabilimenti stanno in un Paese se in quel Paese c’è un produttore importante. Il calo è determinato dal ruolo di Fca, dalla mancanza di innovazione, molti si occupano di componenti del diesel che ancora si vendono ma per la situazione europea non hanno prospettiva. Il ministero dello Sviluppo economico non è il ministero delle crisi, non possiamo occuparci di questi temi solo quando le aziende vanno in difficoltà e tra l’altro non abbiamo gli strumenti per affrontarle, a differenza dei francesi che fanno parte dell’azionariato. Ripeto: se produciamo la metà delle auto che si possono produrre la componentistica va in crisi. Questa situazione o la riempie Fca o la riempie qualche altro.

Finita l’era di Fiat che ora non fa più il “bene dell’Italia”

“Quel che è bene per la Fiat è bene per l’Italia” è il più che citato motto riferito all’Avvocato Gianni Agnelli. Rappresentava un vezzo e allo stesso tempo un marchio ideologico: la fabbrica sovrapposta ai destini del Paese. Un modo per compattare i lavoratori e garantire all’azienda di viaggiare senza troppi scossoni.

Con l’accordo Fca-Peugeot, la divaricazione tra i destini della fabbrica e quelli dell’Italia si fa definitiva: di là ci sono gli utili e i dividendi miliardari distribuiti alla “famiglia”; di qua una situazione pericolante degli stabilimenti, un’occupazione che in 15 anni non è mai schiodata, una mancanza di idee e di prospettive produttive che non siano i modelli Jeep della Chrysler.

Gli scossoni, intendiamoci, ci sono sempre stati, il conflitto operaio che ha scandito la storia dell’Italia ha accompagnato anche quella della Fiat e, anzi, la fine di quel conflitto a Torino, nel 1980, con la “marcia dei 40 mila” ha rappresentato uno spartiacque per tutta la nazione. Ma la divaricazione tra la storia della Fiat, oggi Fca, e quella del Paese che si è avuta negli ultimi 15 anni, “l’era Marchionne”, è forse la principale. Perché è il frutto di uno strappo che ha portato all’unica conclusione a cui poteva portare: la madre di tutte le fusioni. Quando Marchionne vagheggiava nel 2014 di portare il nuovo gruppo nato dalla fusione tra Fiat e Chrysler a sei milioni di vetture vendute nel mondo, dalle 4,2 di quel tempo, era chiaro che in testa aveva una dimensione aziendale più ampia di quella italo-americana. E infatti, Marchionne, che premeva sulla Ceo della General Motors, Mary Barra, perché si arrivasse al gruppo numero uno al mondo, dovette subire il nein di Angela Merkel per la vendita di Opel, poi ceduta a Peugeot, e la progettazione della fusione con Renault, poi portata avanti da John Elkann con i risultati negativi che sappiamo. Segnali che erano tutti molto chiari.

Ora si arriva alla meta con Peugeot, ma cosa, di quello che va bene alla Fiat, è andato bene all’Italia? Dal 2004, anno dell’arrivo di Marchionne, al 2018, gli utili del gruppo – che è stato sempre saldamente nelle mani della famiglia Agnelli con circa il 30% delle azioni – hanno cumulato la bellezza di 16 miliardi di euro considerando le uniche due perdite del 2004 (1,63 miliardi) e del 2009 (-838 milioni). In questi stessi anni, il fatturato è passato da circa 44 miliardi a 110, l’indebitamento da 14 miliardi a 1,8 e il valore d’impresa (capitalizzazione più indebitamento finanziario netto) da 19,5 a 24,8 miliardi (i dati sono stati elaborati da MF-Milano Finanza). Numeri formidabili, dal punto di vista aziendale, che sono valsi a Marchionne l’etichetta di miglior manager del mondo (ma in Italia: nel resto del mondo non sono stati così espansivi).

Sul piano delle fabbriche e delle aziende, però, cosa è successo? E chi ha pagato? L’occupazione, che nel gruppo è cresciuta a livello mondiale da 135 mila a 198 mila dipendenti (al netto dei dipendenti di Cnh Industrial scorporata nel 2011) in Italia è rimasta sostanzialmente stabile (i dati precisi sono complicati, perché per gli anni passati, Fiat non fornisce i dati Paese per Paese). Nel bilancio 2018, il numero dei dipendenti in Italia ammonta a 50.827, nel 2005 erano 77.070 comprendendo anche Cnh e Ferrari (anch’essa scorporata in seguito). La diminuzione è stata comunque sensibile, e basta vedere le realtà degli stabilimenti di Mirafiori a Torino per accorgersene.

Quello che è crollato è il fatturato in Italia: dai 13 miliardi del 2004 si è passati agli 8,8 miliardi del 2018. Solo che quello era riferito a un fatturato complessivo di 45 miliardi, mentre ora il fatturato totale è di 110 miliardi. Se si guarda la situazione degli stabilimenti rimasti attivi (Mirafiori, Grugliasco, Cassino, Pomigliano, Melfi e Atessa) si trovano pochi modelli e quasi sempre gli stessi. A Torino, la Maserati non è decollata e l’Alfa è stata sospesa; regge Cassino con circa 100 mila vetture Alfa Romeo, e Pomigliano con circa 180mila Panda (ma dovevano prodursene più di 200mila). L’unico ad avere avuto novità significative è lo stabilimento di Melfi con la 500 a pieno regime e con la Jeep Renegade. Però quando nel 2018 è stata sospesa la Punto si è prodotta un’eccedenza di circa 1000 operai risolta con i contratti di solidarietà.

È la stessa Fim-Cisl a segnalare nel gennaio 2019, che gli ammortizzatori sociali del gruppo riguardano ormai il 12-15 per cento della forza lavoro. Se si parla con gente del sindacato, ma anche con figure di spicco a Torino, si percepisce il senso della rassegnazione e della paura per il futuro. Marchionne è stato molto bravo ad arricchire gli Agnelli e a prendere tempo. Ma il tempo della Fiat che fa bene al Paese è finito.

Gli Agnelli ricoperti d’oro per lasciare Fca a Peugeot

Lo schema è complesso, ma l’obiettivo chiaro: matrimonio “alla pari”, con due effetti diversi e a suo modo perversi. Ai soci di Fiat Chrysler, in testa gli Agnelli, una pioggia di dividendi. Ai francesi di Psa Peugeot, il sostanziale controllo del futuro quarto colosso mondiale dell’auto. Svelati i dettagli dell’accordo tra le due società e le due rispettive famiglie azioniste, il quadro è ormai nitido. L’Italia perderà quel poco che rimane dell’italianità di Fca Chrysler, già con sede legale in Olanda e fiscale a Londra.

Ieri, i due gruppi hanno annunciato l’intesa con una nota congiunta. Si impegnano a un accordo vincolante per creare un’azienda da 50 miliardi di dollari nelle prossime settimane. Il nuovo gruppo avrà sede in Olanda e sarà quotato a Parigi, Milano e New York. Nascerà un colosso da 8,7 milioni di veicoli, ricavi dai 170 miliardi di euro e un utile operativo stimato in 11 miliardi.

Il comando sarà in mano francese, con John Elkann presidente e il gran capo di Psa, Carlos Tavares, come Ceo. I consiglieri saranno undici: 5 nominati da Fca (incluso Elkann) e 5 da Psa, ma in più ci sarà Tavares che avrà un mandato iniziale di 5 anni. Exor, la holding degli Agnelli, avrà il 14,2% della nuova società (dal 30% oggi in Fca), mentre i tre attuali azionisti di Psa, la famiglia Peugeot, lo Stato francese e i cinesi di Dongfeng avranno ciascuno il 5,9%. La fusione, una volta completata, garantirà sinergie annuali per circa 3,7 miliardi, dato considerato “credibile” dagli analisti di Equita. “Non ci saranno chiusure di stabilimenti”, la promessa dei due gruppi. Ma in Italia i dubbi sono molti.

Per convincere Fca, dopo il flop con Renault del maggio scorso, Tavares ha formulato un’offerta aggressiva e irrinunciabile, sostanzialmente comprando dai soci il controllo di Fiat Chrysler. I due gruppi, infatti, hanno quotazioni differenti: martedì, prima che trapelasse la notizia, Psa valeva in Borsa 22 miliardi, contro i 18 di Fca. La prima sottrarrà la quota del 46% che ha nel gruppo di componenti Faurecia, che distribuirà agli azionisti, scendendo a 20 miliardi. Il valore di Fca scenderà invece a 13 dopo aver staccato un dividendo straordinario ai soci da 5,5 miliardi, di cui 1,7 a Exor, e la partecipazione in Comau. Con questi numeri Psa avrebbe dovuto avere il 60% del nuovo gruppo, invece il matrimonio sarà 50 e 50. Per questo, di fatto, i francesi pagheranno un premio di quasi 7 miliardi ai soci Fca sui valori di Borsa che il mercato sta già parzialmente scontando facendo volare ieri in Borsa i titoli del gruppo italo-americano (+8,2%) e affossando quelli di Psa (-12,8%). La famiglia Agnelli incassa così i frutti della cura Marchionne a un anno e tre mesi dalla sua scomparsa. Al netto dei corifei sindacali e giornalistici che hanno cercato di venderlo come il campione dalla grande visione industriale non capito dall’Italietta, il manager ha dispiegato la sua vera abilità nel curare gli interessi dei suoi azionisti, salvando l’azienda con l’operazione Chrysler e risanandola. Considerando i dividendi del 2017 e quelli straordinari della sciagurata cessione di Magneti Marelli a Calsonic Kansei Corporation, agli azionisti Fca vanno quasi 8 miliardi in poco meno di due anni dopo i quasi dieci di digiuno sul fronte auto. Exor di fatto riduce la sua esposizione nel comparto auto, e forse continuerà a farlo (ma non prima di 3 anni), alla ricerca di partecipazioni più redditizie e in settori meno affamati di investimenti.

Con un po’ di ritardo, il governo italiano, non informato in anticipo, ieri si è fatto sentire. “Non posso giudicare l’accordo, è un’operazione di mercato, ma va salvaguardata l’occupazione in Italia”, ha detto ieri il premier Giuseppe Conte, che incontrerà Elkann. Molto più netta Parigi: “Vigileremo affinché vengano salvaguardati posti di lavoro e stabilimenti”. Gli operai di quelli italiani già tremano.

La nuova pista che da Capaci porta all’ex poliziotto indagato

Il pentito e l’ex poliziotto. Il primo, Pietro Riggio, 54 anni, ha fatto anche la guardia penitenziaria, ma soprattutto è cugino di Carmelo Barbieri, braccio destro di Piddu Madonia, un pezzo da novanta tra i pochi che potevano avere rapporti con Bernardo Provenzano durante la latitanza terminata con l’arresto solo nel 2006. Su Riggio, che di recente ha ancora guai giudiziari per truffa e droga, qualche dubbio sull’attendibilità c’è stato, ma la sua collaborazione dura da ben dieci anni; adesso che ha scelto di parlare del secondo, l’ex poliziotto Giovanni Peluso, conosciuto in carcere a Santa Maria Capua Vetere, la Procura di Caltanissetta guidata da Amedeo Bertone non vuole tralasciare nessun dettaglio e qualche riscontro è già stato trovato. Riggio “canta” ora perché “i tempi sono maturi per trattare certi argomenti senza rischiare la vita e tanti segnali mi inducono a farlo: primo fra tutti, la sentenza del processo Trattativa Stato-mafia”.

Proprio dalle dichiarazioni di Riggio – che sarà sentito su richiesta degli avvocati difensori anche nell’aula del processo Capaci bis – i pm nisseni decidono di indagare l’ex poliziotto Peluso, con l’accusa di esser stato “compartecipe ed esecutore materiale della strage di Capaci”. Il 23 maggio 1992 l’autostrada salta in aria, muoiono i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Poliziotti. Tre poliziotti. Come è stato anche Giovanni Peluso, campano della zona di Nola, nel ’92 neppure trentenne, oggi 55 anni, robusto, alto più di un metro e ottanta, folti capelli bianchi molto mossi e pizzetto. Riggio e Peluso si sono conosciuti appunto in carcere nel 1998. Riggio era accusato di associazione mafiosa, riconosciuta in primo grado, ma divenuta in appello favoreggiamento aggravato dal metodo mafioso. Peluso era finito dentro mentre indossava la divisa per minaccia, danneggiamento e tentata estorsione. Si prese tre anni e quattro mesi, condanna passata in giudicato nel 2006. E nel 2007, mentre era in forza alla questura di Roma, è stato destituito dalla polizia. Prima Riggio e Peluso diventarono “soci”. Riggio, con la parentela che vanta, appena scarcerato prende contatti con la Dia di Roma, di cui diventa fonte confidenziale, si propone come “infiltrato” per arrivare alla cattura addirittura di Provenzano e di Daniele Emmannuello, boss ucciso dalla polizia nel 1997 in una sparatoria. È il 2000. Ma Riggio ha ora un’altra esigenza, allontanarsi da Peluso, si spaventa. Perché l’ex poliziotto gli confida, a quanto il pentito sostiene poi il 7 giugno 2018 davanti ai pm di Caltanissetta, questi fatti: “Giovanni Peluso mi ha detto: ‘Giovanni Brusca ancora è convinto di avere schiacciato lui il telecomando…’”.

Peluso, insomma, avrebbe detto a Riggio di aver avuto un ruolo nella strage di Capaci, per cui “si erano avvalsi anche di una donna appartenente ai servizi segreti libici”. Non solo, sempre nel 2000, Riggio mette in guardia la Dia, Peluso vorrebbe coinvolgerlo in un altro attentato contro un magistrato, che non fu poi realizzato. Il giudice nel mirino sarebbe stato Leonardo Guarnotta, ma il nome Riggio lo rivela solo un anno e cinque mesi fa ai pm di Caltanissetta. Guarnotta, oggi 79 anni e in pensione, già membro del pool guidato da Antonino Caponnetto con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello, nel 2000 era presidente del collegio nel processo di primo grado a Marcello Dell’Utri, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, per decenni “plenipotenziario” di Silvio Berlusconi (anch’egli indagato per le stragi ma dalla procura di Firenze). “Ricordo che Peluso venne a casa mia – racconta Riggio –, mi tranquillizzò dicendomi che sarei tornato in servizio, che la nostra organizzazione aveva bisogno di fare favori alla politica quando ve ne era la necessità. Segnatamente mi disse che era stato incaricato di uccidere il giudice Guarnotta e che a tal fine aveva già eseguito un sopralluogo nei pressi di un palazzo, ritengo fosse quello dove abitava il magistrato”.

Peluso si difende dalle accuse, il 6 marzo 2019 parla ai pm, il tono è aggressivo ma non spaventato: “Mi protesto innocente in quanto all’epoca dei fatti nemmeno sapevo che esisteva la località di Capaci, io mi trovavo al corso per sovrintendente che è iniziato nel gennaio fino al luglio 1992. Appresi della strage mentre mi trovavo a quel corso”.

Fino a oggi non c’è nessuno, però, che abbia confermato questo alibi. I registri con presenze e assenze del corso della polizia – si svolgeva a Nettuno, sul litorale laziale – non esistono più, sono andati persi o distrutti. E c’è di più. Il 23 maggio 1992 era sabato, il corso – come è stato accertato dai pm – venne sospeso per il fine settimana il venerdì alle 12. E comunque, Riggio racconta che Peluso gli ha assicurato di aver avuto un ruolo nella strage, di sapere “che frequentasse la Sicilia negli anni ’90, ma non mi ha mai espressamente detto di esser stato presente a Capaci durante la strage”. Peluso è netto: “Non ho mai fatto alcuna confidenza a Riggio in merito a vicende legate alla strage di Capaci, né in relazione a un mio coinvolgimento nella stessa”. Ma ancora, secondo le accuse di Riggio, molte da riscontrare, Peluso per far colpo su di lui sosteneva di “fare il lavoro dei Servizi”, e così sarebbe arrivato a chiedergli “supporto” per un attentato contro Guarnotta che processava Dell’Utri e Calogero Mannino (poi assolto). Guarnotta domenica ha detto al Messaggero: “Non so se possa esserci un legame col presunto attentato. Certo, se avessero eliminato il giudice in quel periodo questi processi avrebbero rischiato di andare in prescrizione”.

Cambia coop dell’accoglienza, pagano i lavoratori

“Ho tre figli e uno in arrivo, ma sono senza occupazione”. Calogero è uno dei 20 operatori del centro di accoglienza di Lampedusa che, dopo 13 anni di lavoro come cuoco, si trova oggi senza un impiego, dopo aver avviato una vertenza contro la Facility Service-Nuovi Orizzonti, l’ultima cooperativa (ora fallita) ad aver gestito lo Sprar prima dell’ampliamento dello scorso luglio e del passaggio a un nuovo gestore, l’associazione Badia Grande di Trapani.

Nell’ultimo anno di lavoro, infatti, 20 operatori (tutti lampedusani) tra personale, psicologi, cuochi e la stessa direttrice, sono stati licenziati dopo aver bussato alla porta dei datori di lavoro per chiedere arretrati che variavano dai cinque agli otto mesi di stipendio.

A otto di questi non è stato rinnovato il contratto; ad altri 12, invece, che avevano atteso anche otto mesi prima di battere cassa, è arrivato direttamente il benservito: “Sono stata licenziata senza alcuna motivazione dopo essere stata direttrice del centro – racconta la psicologa Caterina Famularo, lampedusana – lo scorso 30 novembre, dopo 5 mesi senza stipendio, non mi è stato rinnovato il contratto, dopo aver lavorato per 4 anni all’interno dello Sprar. Io amavo quel lavoro e adesso sono dovuta andare via da Lampedusa, per me era più di un lavoro, era la mia quotidianità e mi è stata tolta”.

La “colpa” di Caterina infatti, così come quella degli altri operatori, sarebbe stata aver richiesto i propri soldi. Il fallimento della cooperativa Facility Service-Nuovi Orizzonti, poi, ha fatto il resto. Oggi molti migranti le scrivono ancora, ma l’ex direttrice ora risponde da Catania: come gli altri operatori licenziati è originaria dell’isola ma è stata costretta ad abbandonarla per cercare un altro lavoro.

Il cambio di gestione, salutato da molti come un fatto positivo, non ha risolto nulla, nonostante ci fossero le premesse. A operare oggi nella nuova cooperativa sono infatti persone che vivevano a Trapani: dallo scorso luglio il centro di accoglienza, ampliato a 400 posti, è affidato alla gestione dall’associazione Badia Grande, già attiva in altri Sprar dell’isola, che ha però scelto di non riassumere i licenziati. Eppure, nel bando della prefettura, una clausola imponeva di riassorbire la manodopera: “Dopo i tagli dovuti al nuovo decreto Salvini – si giustificano dalla cooperativa – abbiamo avuto degli esuberi e quindi abbiamo deciso di spostare gli operatori da Trapani nel centro di Lampedusa, per questo non possiamo assumere gli operatori licenziati dalla precedente cooperativa, i cui nomi ci sono stati comunque dati”. Così mentre il personale di Trapani è costretto a trasferirsi sull’isola, i lampedusani che da 15 anni vivevano e lavoravano nella propria isola devono lasciare tutto, nonostante l’articolo 37 del bando che imponeva la riassunzione, dopo aver iniziato una battaglia legale contro la vecchia cooperativa, oggi vivono grazie alla disoccupazione, mentre altri hanno deciso di cambiare vita, abbandonando Lampedusa.

Sorpresa: i report sui viadotti ora sono peggiorati

Bocciati. I voti alla sicurezza di almeno quattro viadotti autostradali sono calati improvvisamente nel giro di tre mesi, in alcuni casi passando da 40 (infrastruttura che richiede interventi a medio termine) addirittura a 70 (si impongono limitazioni immediate del traffico o chiusura del ponte). La scala infatti procede da zero a cento, più basso è il voto e maggiore la sicurezza. Un improvviso peggioramento che ha insospettito gli investigatori della Guardia di Finanza e i pm genovesi che indagano sui report della sicurezza taroccati, una costola dell’inchiesta sul Morandi.

È accaduto infatti che durante una delle recenti perquisizioni a Spea e Autostrade le Fiamme Gialle hanno sequestrato l’ultimo report sulla sicurezza. Un documento che non era ancora stato reso pubblico ed era stato consegnato soltanto al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Subito gli investigatori hanno notato la discrepanza con i dati contenuti nel precedente rapporto trimestrale: i voti alla sicurezza sono peggiorati repentinamente. Tanto da ingenerare dubbi in investigatori e inquirenti: “Visto che nessuno ha preso a picconate le strutture, c’è da domandarsi come mai i voti siano calati all’improvviso. Bisogna capire se i controlli svolti in precedenza fossero compiuti seriamente e se le valutazioni sulla sicurezza non fossero compiute con manica molto larga”.

I ponti sotto esame non erano fino a oggi citati nelle indagini. Si tratta del Coppetta e del Busalla sull’autostrada che collega Milano a Genova (A7). Nell’elenco poi ci sono un viadotto sulla A10 (Genova-Savona) e uno sulla A26 (Genova-Gravellona Toce, che collega la Riviera di Ponente al Piemonte). Del resto di qualcosa gli automobilisti si erano accorti: da settimane l’autostrada che collega Liguria e Lombardia si intasa ogni giorno vicino a Bolzaneto perché le corsie percorribili sono ridotte. Nessuno, però, conosceva la ragione del cantiere: quei voti drammaticamente bassi che hanno imposto interventi immediati e una drastica riduzione del traffico. L’alternativa era la chiusura.

Certo, dipende anche dai controlli a tappeto che Autostrade ha ordinato a Spea e a società esterne al gruppo. In particolare si stanno esaminando i viadotti liguri che soffrono per l’altezza e la presenza di salino. Le analisi dovrebbero essere ultimate entro dicembre.

Ma la Procura di Genova, guidata da Francesco Cozzi, non ha potuto ignorare quell’improvviso peggioramento dei voti. Anche alla luce di alcune intercettazioni dell’inchiesta. Ci sono, per esempio, le parole di Michele Donferri Mitelli che di fronte a un report dove molte strutture hanno riportato come voto di sicurezza 50 (alto, sono a rischio), sbotta: “Me li dovete toglie tutti… li riscrivete e fate Pescara a 40… perché il danno di immagine è un problema di governance”. Donferri, già responsabile nazionale della manutenzione, nelle ultime settimane è stato messo alla porta da Autostrade.

Intanto, però, il rosario dei viadotti a rischio si arricchisce di nuovi grani; oltre ai quattro appena finiti nel mirino della Procura ci sono tutte le arterie autostradali che passano per Genova. Sulla A26 si segnalano in particolare Pecetti, Gargassa e Gorsexio, il viadotto dei primati (oltre 600 metri di lunghezza, con un pilone alto 172 metri). Accanto al Morandi i tecnici stanno monitorando il Sei Luci. Sulla A10 ci sono il Teiro (vicino a Varazze) e il Letimbro (a Savona).

Ma dalle ultime ispezioni compiute anche dai tecnici della Procura è emersa una situazione preoccupante sulla A12, la Genova-Livorno. Sono viadotti percorsi da decine di migliaia di pendolari e il weekend dai turisti diretti verso la Riviera di Levante (Cinque Terre, Lavagna, Chiavari, Rapallo, Santa Margherita e Portofino). Per non parlare dei tir che vanno al porto di Genova. In particolare si stanno compiendo analisi su Veilino, Bisagno e Sori. Ma basta avvicinarsi ai piloni anche di altri viadotti (per esempio quelli alle spalle di Bogliasco) per notare cadute di calcinacci e acciaio arrugginito a vista.

Un tecnico incaricato delle ispezioni, parlando con il cronista, non ha trattenuto le proprie preoccupazioni: “Questo acciaio, anche se posto sulla superficie dell’opera, ha una funzione portante”. Ma i viadotti sono sicuri? “Devo essere sincero, non so se sarei tranquillo a farci passare sopra i miei figli”.

La nave del petrolio sbagliato. L’ultimo atto del complotto Eni

Anche la nave con il petrolio sbagliato entra nelle indagini della Procura di Milano sul “complotto” Eni, quello che sarebbe stato progettato dal gruppo che ruota attorno a Piero Amara, ex avvocato esterno della compagnia petrolifera arrestato a febbraio 2018 per aver comprato sentenze. Tra le accuse ad Amara c’è quella di aver innescato presso la Procura di Siracusa, nel 2015, un’inchiesta truccata, su un inesistente complotto contro i vertici dell’Eni, con l’obiettivo di bloccare le indagini di Milano sulle attività della compagnia in Nigeria. La nave con il petrolio sbagliato è la White Moon, arrivata nel maggio scorso davanti alle coste siciliane e pronta a scaricare il suo greggio nella raffineria Eni-Q8 di Milazzo.

Il Fatto Quotidiano ne dà notizia il 13 giugno, raccontando che il petrolio nella sua pancia non era iracheno, come risultava dai documenti, ma iraniano, dunque sottoposto a embargo. Ora il procuratore aggiunto Laura Pedio e il sostituto Paolo Storari stanno valutando l’ipotesi che sia scattata una trappola, preparata dal gruppo di Amara, per coinvolgere Eni in uno scandalo internazionale. È quanto sostiene anche la compagnia petrolifera, in una raffica di esposti, denunce e documenti depositati in Procura a partire dallo stesso 13 giugno.

Ecco la vicenda, ricostruita ora sulla base delle carte ufficiali. Il 20 aprile 2019 la Ets (Eni Trading & Shipping) incarica la Oando (società petrolifera nigeriana) di portare un carico di greggio iracheno alla raffineria di Milazzo. Al vertice di Ets in quel momento c’è Alessandro Des Dorides. Il carico del greggio – secondo i documenti – avviene il 27 aprile a Bassora, in Iraq: la nave Abyss, con bandiera vietnamita, imbarca 700 mila barili di “basrah light”. Il 3 maggio, Abyss li versa alla nave di stoccaggio New Prosperity, da cui il greggio passa, il 5, alla White Moon, affittata da Ets. Il prezzo pattuito è 41,43 milioni di euro, pagati il 15 maggio da Ets a Oando e contabilizzati il 20 maggio. Vengono subito fatte, come da prassi, le prime analisi del petrolio. Ma sparisce proprio il foglio su cui è riportata la percentuale di zolfo e il grado Api, che certifica la qualità del prodotto. Ad analisi successive, il greggio non risulta essere “basrah light”, ma di qualità superiore e più pregiata; dunque il prezzo risulta essere incredibilmente basso; per di più l’operazione è fatta in euro e non in dollari.

In Eni scattano gli allarmi, anche perché nel frattempo, il 28 maggio, Des Dorides è stato licenziato per i suoi affari illegittimi con Napag, una società fornitrice di Eni che i magistrati sostengono essere controllata da Amara. I controlli si moltiplicano. La compagnia scopre che in questa storia ci sono transponder spenti che impediscono di ricostruire le rotte delle navi. E linee di galleggiamento che dimostrano come la nave Abyss sia arrivata a Bassora già carica. Da dove? Il 2 e il 4 giugno, Eni interpella Somo, la società petrolifera dell’Iraq, per sapere se ha fornito il “basrah light” che risulta caricato sulla Abyss. Somo risponde due volte no, su carta intestata e con la firma di Mohammed Saadoon Mohsin. Il 6 giugno arriva però a Ets una email che dice invece che il carico è stato effettuato: ma arriva su carta non intestata Somo, da un indirizzo email diverso dal solito e con una diversa firma. Domenica 9 giugno, i manager Eni Francesco Galdenzi e Stefano Ballista si incontrano a Londra con il rappresentante di Oando, Omamofe Boyo, a cui contestano la difformità del petrolio fornito da quello promesso. Gli chiedono di comunicare chi è il fornitore del carico: è Napag – rivela Boyo – che aveva preso accordi diretti con Des Dorides, ma era poi stata “schermata” da Oando, per nascondere Napag che il 26 febbraio 2019 era stata cancellata dalla lista dei fornitori Eni, dopo che era emerso lo scandalo Hdpe: nel maggio 2018, la Ets di Des Dorides aveva pagato 25 milioni a Napag per la compravendita (poi non andata a buon fine) di un polietilene ad alta densità prodotto da una fabbrica iraniana.

I magistrati milanesi stanno valutando se quel pagamento sia il tentativo di Eni di pagare il silenzio di Amara sul “complotto”, o sia invece uno degli affari realizzati dal gruppo Amara-Des Dorides alle spalle di Eni. I manager della compagnia italiana incontrano il ministro del petrolio iracheno, Thamir Al Ghadhban. E il 16 luglio, finalmente, arriva da Somo la risposta definitiva: “1. Somo non ha mai emesso quei documenti di carico; 2. La nave Abyss non ha mai caricato (…) e non è neppure abilitata al terminal; 3. Somo non ha mai venduto quel carico di greggio al gruppo Napag. Pertanto la documentazione prodotta si deve ritenere falsa”. Eni risolve il contratto, si fa restituire i 41,4 milioni da Oando, che ora li pretende da Napag, licenzia la collaboratrice di Des Dorides, Francesca Delladio, accusandola di aver fatto sparire le prime analisi del petrolio. E il 13 giugno denuncia i fatti alla Procura di Milano. Il 4 luglio, deposita in Procura anche la fattura, datata 14 maggio, dei 41,25 milioni di euro che la Oando ha pagato a Napag, su un conto a Dubai, per il greggio poi rivenduto a Eni per 41,43 milioni. L’operazione non ha fruttato molto a Oando, ma poteva fruttare moltissimo ai suoi registi: se davvero era petrolio iraniano sotto embargo, il suo costo era certamente più basso dei 42 milioni chiesti a Eni. Ma l’operazione, oltre che un buon affare per i suoi ideatori, poteva essere anche un’imboscata per Eni: il 13 giugno, arrivano alla raffineria di Milazzo due agenti dell’Aisi, il servizio segreto interno, che avrebbero potuto verificare una violazione dell’embargo. Eni aveva però già bloccato la White Moon. La trappola, questa volta, non è scattata.