Sono passati trent’anni da quando Achille Occhetto decise di “andare oltre” il Partito comunista italiano. Quella del 1989 fu la “svolta della Bolognina”, dal nome della sezione dove il segretario diede l’annuncio. Allora i comunisti italiani cercavano una risposta alla caduta del Muro di Berlino e alla dissoluzione del socialismo sovietico. Addio Pci: nacque il Pds. Oggi, mentre si cerca ancora una strada nel buio cosmico della sinistra, il segretario del Pd Nicola Zingaretti lascia intendere che il partito potrebbe cambiare ancora nome. Occhetto avverte: “Come dicevo ai tempi della Bolognina, con una definizione che attirò molte ironie, prima del nome viene la ‘Cosa’”.
A lei questa definizione non portò fortuna.
Il mio discorso fu banalizzato, ma era molto semplice: nomina sunt consequentia rerum. I nomi sono conseguenza delle cose. Se si punta solo sul nome, il cambiamento si trasforma in un’opera di cosmesi, di maquillage. Invece serve una grande discussione collettiva su cosa debba essere la sinistra oggi.
Zingaretti infatti vuole un congresso lungo, un’ampia discussione politica che porterà a un partito nuovo.
Mi colpisce molto che proprio nel trentesimo anniversario della Bolognina si torni a pensare a un’ipotesi del genere. Credo anche io che il problema non sia quello di tenere insieme i cocci, ma ci sia bisogno di un’azione molto più profonda: una rifondazione del campo della sinistra e delle forze progressiste. Il Pd deve avviare un processo che lo porti al confronto e alla contaminazione con un’area più ampia. Quella che io definisco l’area dell’intera democrazia militante.
Qual è il perimetro di quest’area? Comprende il partito di Renzi? E i Cinque Stelle?
Non è un processo solo partitico: deve coinvolgere il mondo fuori; gli intellettuali e la società civile. E deve rivolgersi a tutta la sinistra, quella moderata e quella alternativa. Penso che in questo discorso rientri anche il M5S. Ma l’importante è che ci sia una discussione collettiva, poi si vedrà chi partecipa.
Zingaretti ha definito Renzi un “picconatore”.
Mi pare che Renzi stia facendo una politica corsara. Sembra che si occupi solo di piazzare le sue bandierine personali. Questo non serve.
Lei sostiene che il nome non sia la priorità, ma è un’indicazione importante. Quando pensa a questa rifondazione della sinistra, che nome le viene in mente?
Si potrebbe chiamare Pds, Partito democratico della sinistra (sorride). Al di là degli scherzi, credo che i concetti fondamentali siano gli stessi, oggi come allora: serve una forza democratica e progressista. Ma insisto: il nome è solo l’ultimo passaggio di un processo collettivo.
Anche nel 1989 proponeva per la sinistra italiana un grande processo costituente. In trent’anni non è cambiato nulla?
Le parole sono simili perché in fondo si assomigliano anche le due fasi storiche. Nel 1989 noi dovevamo fare i conti con la crisi del comunismo, oggi si devono fare i conti con la crisi mondiale della sinistra. E la priorità è contrastare l’onda della destra.
Questo governo lo sta facendo?
È nato da una fusione a freddo tra Pd e M5S. Credo che la decisione sia stata giusta, un’azione giusta e legittima per non cedere al ricatto di Salvini e per difendere valori democratici fondamentali che rischiavano di essere messi in discussione. Ora ci vuole una fusione a caldo, un confronto vero tra i partiti della maggioranza. Altrimenti non si va lontano.