“Non basta un maquillage: va ricostruito tutto”

Sono passati trent’anni da quando Achille Occhetto decise di “andare oltre” il Partito comunista italiano. Quella del 1989 fu la “svolta della Bolognina”, dal nome della sezione dove il segretario diede l’annuncio. Allora i comunisti italiani cercavano una risposta alla caduta del Muro di Berlino e alla dissoluzione del socialismo sovietico. Addio Pci: nacque il Pds. Oggi, mentre si cerca ancora una strada nel buio cosmico della sinistra, il segretario del Pd Nicola Zingaretti lascia intendere che il partito potrebbe cambiare ancora nome. Occhetto avverte: “Come dicevo ai tempi della Bolognina, con una definizione che attirò molte ironie, prima del nome viene la ‘Cosa’”.

A lei questa definizione non portò fortuna.

Il mio discorso fu banalizzato, ma era molto semplice: nomina sunt consequentia rerum. I nomi sono conseguenza delle cose. Se si punta solo sul nome, il cambiamento si trasforma in un’opera di cosmesi, di maquillage. Invece serve una grande discussione collettiva su cosa debba essere la sinistra oggi.

Zingaretti infatti vuole un congresso lungo, un’ampia discussione politica che porterà a un partito nuovo.

Mi colpisce molto che proprio nel trentesimo anniversario della Bolognina si torni a pensare a un’ipotesi del genere. Credo anche io che il problema non sia quello di tenere insieme i cocci, ma ci sia bisogno di un’azione molto più profonda: una rifondazione del campo della sinistra e delle forze progressiste. Il Pd deve avviare un processo che lo porti al confronto e alla contaminazione con un’area più ampia. Quella che io definisco l’area dell’intera democrazia militante.

Qual è il perimetro di quest’area? Comprende il partito di Renzi? E i Cinque Stelle?

Non è un processo solo partitico: deve coinvolgere il mondo fuori; gli intellettuali e la società civile. E deve rivolgersi a tutta la sinistra, quella moderata e quella alternativa. Penso che in questo discorso rientri anche il M5S. Ma l’importante è che ci sia una discussione collettiva, poi si vedrà chi partecipa.

Zingaretti ha definito Renzi un “picconatore”.

Mi pare che Renzi stia facendo una politica corsara. Sembra che si occupi solo di piazzare le sue bandierine personali. Questo non serve.

Lei sostiene che il nome non sia la priorità, ma è un’indicazione importante. Quando pensa a questa rifondazione della sinistra, che nome le viene in mente?

Si potrebbe chiamare Pds, Partito democratico della sinistra (sorride). Al di là degli scherzi, credo che i concetti fondamentali siano gli stessi, oggi come allora: serve una forza democratica e progressista. Ma insisto: il nome è solo l’ultimo passaggio di un processo collettivo.

Anche nel 1989 proponeva per la sinistra italiana un grande processo costituente. In trent’anni non è cambiato nulla?

Le parole sono simili perché in fondo si assomigliano anche le due fasi storiche. Nel 1989 noi dovevamo fare i conti con la crisi del comunismo, oggi si devono fare i conti con la crisi mondiale della sinistra. E la priorità è contrastare l’onda della destra.

Questo governo lo sta facendo?

È nato da una fusione a freddo tra Pd e M5S. Credo che la decisione sia stata giusta, un’azione giusta e legittima per non cedere al ricatto di Salvini e per difendere valori democratici fondamentali che rischiavano di essere messi in discussione. Ora ci vuole una fusione a caldo, un confronto vero tra i partiti della maggioranza. Altrimenti non si va lontano.

Il Pd cambia nome? Prima Zinga vuole cambiare il partito

“Chiamiamoci Democratici”. Dario Nardella, sindaco di Firenze, l’ha ribadito recentemente in un’intervista a Repubblica. Un’idea che lui e (e un tempo anche parte del fu Pd renziano) accarezzano da anni. Il cambio del nome come occasione per rinnovarsi, rinascere a nuova vita, cercare di attrarre fasce di elettorato nuove, eterogenee ed entusiaste. E pure modernizzarsi: senza la “P” di “Partito” davanti, i Democratici richiamerebbero direttamente i soggetti politici all’americana, di obamiana memoria, comitati di voti leggeri, mobili, con le primarie come ragione fondativa e le kermesse scenografiche a fare da collante.

Non c’è da stupirsi che questo genere di trasformazione per Nicola Zingaretti, che solo un paio di giorni fa ha detto che bisogna liberarsi dalle sirene della “confusione modernista”, sia fumo negli occhi. E infatti, il segretario del Pd non ha nessuna intenzione di seguire la strada indicata da Nardella. Per lui il nome non va cambiato. Il Pd però va rinnovato. Così ha motivato la sua contrarietà: “Non bisogna cadere nell’errore di cambiare tutto per non cambiare niente. Veniamo alla sostanza di contenuti politici, al superamento di un correntismo esasperato. La cosa piu importante è una discontinuità che in 12 anni non si è avuto il coraggio di fare”. Proviamo a leggere le dichiarazioni del segretario del Pd in controluce ai vari cambi di nome che nella storia di questo partito ci sono stati. Fu vera svolta politica la trasformazione da Partito comunista (Pci) a Partito democratico della sinistra (Pds) nel 1989: significava allontanamento dal Partito comunista sovietico, avvicinamento a una tradizione riformista, chiamata a un elettorato più moderato e anche più “laico”. La bandiera rossa del Pci, con falce e martello, sopravviveva nelle radici della nuova Quercia. Nella trasformazione da Pds a Ds (Democratici di sinistra) nel 1998 sparì del tutto. La svolta era compiuta, preludio al passaggio da Ds a Pd, che sancì la fine di un partito e la nascita di un altro. Con le lacrime di Piero Fassino al congresso di Firenze del 2008 ogni riferimento alla sinistra spariva dal nome di quello che oggi è il Pd. D’altra parte, si trattava di un partito nuovo a tutti gli effetti, nato dalla fusione tra Ds e Margherita. Veniamo allora alle dichiarazioni di Zingaretti. Cambiare il nome nella prospettiva indicata da Nardella è fuori discussione. Cambiare prima di tutto il partito e a quel punto trovare un’altra “ragione sociale”, un’altra linea politica e dunque pure un altro nome e un altro simbolo, è un orizzonte concreto, anche se non immediato.

La maggioranza zingarettiana, con il vice segretario Andrea Orlando (solida provenienza di sinistra) in primis, sta ragionando da tempo a una sorta di superamento del Pd, un’apertura, che consenta non solo l’ingresso degli ex “compagni” di Leu e di pezzi di società civile. Con una connotazione, però, chiaramente “ laburista” e di sinistra. Problema: in questa prospettiva che fanno gli ex Dc alla Dario Franceschini? E quanti, a partire dagli ex renziani di Base Riformista, sarebbero pronti a lasciare il Pd per migrare in massa in Italia Viva? Va detto che già adesso Zingaretti qualche problema con la corrente di Lotti e Guerini ce l’ha: ha pronta da settimane una nuova segreteria unitaria, ma non dà seguito alla cosa. Teme la scalata al partito da quella parte.

Però è titubante anche sul progetto più radicale: per carattere non è esattamente uno che lancia il cuore oltre l’ostacolo, senza aver soppesato più e più volte i pro e i contro. E così, non ha ancora deciso. L’inizio del percorso che dovrebbe passare per un congresso “vero” su “tesi politiche” (e quindi fondativo, nelle intenzioni della segreteria) sarà comunque lanciato nell’iniziativa di Bologna di metà novembre, che sta organizzando Gianni Cuperlo (anche lui fermamente di sinistra). C’è da scommettere, però, che sarà ancora una fase interlocutoria perché per allora non saranno sciolti tutti i dubbi di Zingaretti.

Libia, la Farnesina ci mette un po’ di Onu in più

Primo: non creare incidenti con il governo libico di Al Serraj. Secondo: tenere conto del tema (enorme) dei diritti umani in Libia e pure dell’opinione pubblica sul tema, con la richiesta di qualche modifica (che poi sia vincolante è tutto da vedere). Partendo da questi presupposti, il governo italiano ha deciso di rinnovare il Memorandum Italia-Libia (firmato dall’allora ministro dell’Interno, Marco Minniti) che scade il 2 novembre, senza modifiche sostanziali. Qualche cambiamento però l’ha previsto (e l’ha anche promesso, prima con Luigi Di Maio durante il question time alla Camera, mercoledì, poi con Giuseppe Conte ieri): il più importante riguarda un rafforzamento delle agenzie dell’Onu, Oim e Unhcr, nei campi di detenzione libica (che però ospitano solo circa 5000 dei circa 650mila stranieri presenti sul territorio). Come scriverlo? Gli uffici della Farnesina sono al lavoro in queste ore, perché non si tratta di un lavoro semplice. Anche alla luce della tensione politica che nelle ultime ore è salita in maniera esponenziale. L’idea è quella di accludere al rinnovo (automatico) del Memorandum, una lettera di Di Maio al ministro degli Esteri libico, o magari una nota verbale, che contenga la richiesta della riunione della commissione mista italo-libica (che il Memorandum prevede) per le modifiche. Un’operazione che – idealmente – dovrebbe poi portare all’attivazione dei corridoi umanitari e a una serie di altri interventi sulla migrazione. Ma che concretamente resta – almeno per adesso – una petizione di principio.

Ieri, lo stesso Minniti, in un’intervista a Repubblica, si è espresso a favore delle modifiche (pur rivendicando i suoi accordi). Si sono moltiplicate le lettere e gli appelli dei parlamentari, non solo del Pd, ma anche dei Cinque Stelle. A portare avanti la posizione critica dei dem zingarettiani sono state Lia Quartapelle e Laura Boldrini. Entrambe hanno rivendicato il fatto di aver portato il governo a mettere in discussione gli accordi. In maniera non sufficiente per molti, e non solo del mondo politico (ieri Msf parlava di puro maquillage e le Ong di “rinnovo inaccettabile”). Nicola Fratoianni in un’intervista all’Huffington Post ha chiesto un vertice di maggioranza. nelle ultime settimane di riunioni a vari livelli, sia governativo, che parlamentare, ce ne sono state più d’una. Ma mai davvero è stata rimessa in discussione la proroga del Memorandum, che l’Italia pensa di non potersi permettere. Se ne riparlerà: il Pd sta preparando una risoluzione per controllare l’attività dell’esecutivo. E prima del rinnovo delle missioni a gennaio, la verifica delle modifiche promesse si imporrà: potrebbe essere quella la sede per riaprire la questione da parte dei contrari (pur con scarse possibilità di successo), visto che il Memorandum prevede anche una serie di esborsi economici non quantificati in maniera trasparente.

Palazzo Chigi pubblica il testo originale di Barr in inglese:“Non ha mai citato l’Italia”

Palazzo Chigi ha messo a confronto il testo in inglese dell’intervista del ministro della Giustizia Usa, William Barr, alla tv Fox News, con la versione riportata dalle agenzie in Italia. “In riferimento alle dichiarazioni di William Barr – spiegano fonti della Presidenza del Consiglio –, si fa presente che, contrariamente a quanto rilanciato da alcune agenzie di stampa italiane all’indomani dell’intervista, l’Attorney General Usa non ha mai fatto esplicito riferimento all’Italia”.

Secondo le agenzie e i giornali italiani, infatti, Barr “in Italia” avrebbe avuto “informazioni utili” all’inchiesta che sta conducendo sul caso delle email hackerate a Hillary Clinton e che costituiscono la base del Rapporto Mueller con cui Donald Trump è accusato di connivenza con i russi. In particolare, in Italia, Barr avrebbe cercato informazioni su Josef Mifsud, contestato professore della Link Univerisity e autore dell’informazione fornita agli Usa sull’hackeraggio delle email.

Ma leggendo la trascrizione in inglese, si capisce che Barr non ha mai citato l’Italia: “So I initially discussed these matters with those countries

and introduced them to John Durham and established a channel by which Mr. Durham can obtain assistance from those countries

” (testo evidenziato da noi, ndr). Traduzione: “Quindi ho inizialmente discusso di queste questioni con quei paesi e li ho presentati a John Durham, e ho creato un canale attraverso il quale il signor Durham può ottenere assistenza da quei paesi“ (i corsivi sono nostri, ndr). Barr ha parlato di “quei paesi” in generale, non dell’Italia che invece veniva riportata, senza virgolettato, dalle agenzie di quei giorni.

L’Italia, ovviamente, figura tra quei paesi, visto che Barr il viaggio a Roma lo ha fatto, ma a Palazzo Chigi preme sottolineare l’intenzionalità della traduzione e quindi l’utilizzo politico della vicenda.

Ieri per Conte è stata anche l’occasione per rispondere all’articolo del Financial Times sulla consulenza fornita nel maggio 2018, prima di assumere l’incarico di presidente del Consiglio, al gruppo Fiber 4.0, socio dell’azienda Retelit su cui il suo governo si è poi pronunciato a proposito della “golden power”. Conte ha spiegato con una lettera al quotidiano inglese che le sue azioni “sono state giudicate totalmente appropriate dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato”. In particolare, il presidente del Consiglio ha dato “disponibilità per la giornata di martedì 5 novembre alle ore 19” per riferire alla Camera sulla vicenda dopo la richiesta in tal senso di Fratelli d’Italia.

“Nome segreto” per Roma: il bluff di Salvini è la Meloni

Matteo Salvini ha lanciato la sua sfida per Roma. Anche se manca un anno e mezzo alle elezioni, il leader leghista ha il chiodo fisso della Capitale. Ma il “nome segreto” ancora non ce l’ha. O meglio, forse ce l’ha ma non è un mistero, Giorgia Meloni. Che, a suo dire, sarebbe la candidata ideale. Il problema è che lei ancora non si convince, perché lo scotto della sconfitta alle ultime Comunali le pesa parecchio. Una seconda débâcle sarebbe inaccettabile. Con lei però il centrodestra avrebbe buone chance di vittoria, e il leader leghista toglierebbe dalla scena nazionale la sua maggior competitor interna. I classici due piccioni con una fava.

L’altro nome che gli frulla in testa è Giulia Bongiorno. Che, a suo dire, avrebbe il vantaggio di pescare anche al di fuori dell’elettorato di centrodestra. “Sembrerebbe quasi una candidatura civica, attirerebbe molti consensi al centro e qualcuno pure da sinistra”, dicono dalla Lega. Il Capitano la corteggia da tempo, quando si sentono (spesso) gliela butta sempre lì: “Allora Giulia, poi mi dici chi vuoi nella squadra per il Campidoglio…”. “Ma non ci penso proprio! Già è stata una faticaccia fare il ministro…!”, la risposta finora giunta dalla Bongiorno. Il leader leghista, però, non ha perso le speranze. Poi qualcuno, nella coalizione, fa altri nomi, come Barbara Saltamartini, ma si tratta di seconde o terze scelte. Esclusa, poi, qualsiasi opzione targata Forza Italia. “O sarà Meloni oppure il candidato lo esprimerà la Lega. Questo è poco ma sicuro”, dicono da via Bellerio, dove si escludono anche le primarie. “Non le abbiamo mai fatte, perché iniziare ora?”.

La Capitale è un tassello importante nella nazionalizzazione della Lega. Se nel Carroccio bossiano Salvini considerava Roma una sorta di città africana, una macchina spremi-soldi del Nord produttivo, nel suo nuovo progetto più blu che verde la conquista di Roma diventa centrale per tornare a Palazzo Chigi con l’abito da premier. Inoltre, non dimentichiamo che il leader leghista nella città eterna ci sta 5 giorni su 7, e a volte anche di più. Spesso i paparazzi lo ritraggono mano nella mano con Francesca Verdini a spasso per la città, mentre vanno a cena. E batte il tasto sul degrado, sull’immondizia non raccolta, sui gabbiani “grandi come albatros”, sugli ambulanti “che fanno sembrare il centro un suk arabo”, sulle buche “da cui un giorno o l’altro inizierà a zampillare petrolio” (Salvini dixit). Per questo non dovrà stupire se, tra una campagna e l’altra per le Regionali (fino a gennaio sarà fisso in Emilia-Romagna), l’ex ministro non rinuncerà a incursioni in giro per la città. Come quella dell’altro giorno, al mercato di Torpignattara, uno dei quartieri più multietnici. “Virginia Raggi deve andare a casa il prima possibile. Prima se ne va e meglio è per lei e per i cittadini…”, ha ripetuto nell’ennesimo attacco alla sindaca. “Mentre Salvini chiacchiera io ho messo per strada 400 nuovi bus”, la risposta della sindaca. Gli scambi tra i due sono destinati a intensificarsi. E presto Salvini si farà vedere anche altrove. Al Prenestino, sulla Casilina, a Prima Porta, a Tor Bella Monaca.

Sceglierà sempre periferie, luoghi difficili, dove il malcontento è alto e l’integrazione una chimera. Ma non è detto che non faccia sortite pure nei quartieri alti. Magari a Roma Nord, alla Balduina o ai Parioli, dove il voto si è spesso orientato a destra. Andrà – dicono – dove non corre il rischio di essere fischiato. O insultato. Il risultato del voto europeo lo fa ben sperare: in città la Lega è il secondo partito, col 25,7%, dietro solo al Pd, con FdI all’8,7 e FI al 5,5. Se poi qui Pd e 5 Stelle non si metteranno d’accordo per una candidatura comune e andranno divisi, le speranze di vittoria del centrodestra aumenteranno ancor di più. L’apertura dell’“Operazione Lupa”, come la chiamano i leghisti, sarà a fine novembre, con una grande assemblea cittadina per mettere in campo idee per la Capitale. “Roma più bella, più sicura, più pulita e più ordinata saranno le parole d’ordine”, spiega l’ex sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Sarà interessante, lì, vedere chi ci sarà della società civile. Chissà che non spunti qualche nome a sorpresa, buono per una candidatura.

Di Maio vuole “rifondare”. In Calabria, Callipo lo stana

Va ricostruito quasi tutto, questo ormai lo ammette anche lui, il capo. “Il progetto che avevamo dieci anni fa non può più andare bene, dobbiamo costruire una nuova fase decennale, caricarci sulle spalle il simbolo del Movimento” dice Luigi Di Maio all’assemblea dei senatori 5Stelle in un piovoso pomeriggio romano. “Dobbiamo rifondarci” insiste, e ventila per la primavera, attorno ad aprile, degli Stati generali per riscrivere parole d’ordine e rotta politica. Sillabe che fanno rima con quanto detto al Fatto dal veterano Max Bugani, tre giorni fa: “Per il Movimento è finito un ciclo, ci serve un nuovo decalogo”. Di Maio da giorni pensa di rilanciare con un M5S più collegiale. Ma è sul come che resta la distanza.

Per esempio su quella riorganizzazione che per il capo politico è il balsamo che ci vuole, e invece per diversi big e molti parlamentari non può bastare, perché per loro ci vuole altro, una segreteria politica vera. Magari anche “un congresso”, invoca il deputato Giorgio Trizzino, riferimento di un gruppo di inquieti a Montecitorio. E poi c’è il Pd, il coinquilino di governo con cui Di Maio nelle regioni non vuole più avere a che fare, ma chebussa di nuovo alla porta. Con il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini che invita i 5Stelle “a sedersi attorno a un tavolo e a confrontarsi sui programmi”. E soprattutto, con l’imprenditore Pippo Callipo che dalla Calabria giura che, per carità, “non ho mai preteso candidature da chicchessia”. Però “sono ancora aperto al confronto con la Calabria sana, non di certo con la partitocrazia che ha rovinato questa regione”.

Traduzione, se si fa un progetto civico, senza simboli di partito, lui c’è. Una mossa che anche nel M5S leggono come ispirata dal centrosinistra per stanare Di Maio, disposto ad accordi almeno con liste civiche. E il capo politico lo ribadisce anche ai senatori, ieri: “Sulle Regioni decideremo tutti assieme cosa fare: ci sono varie opzioni, dal non presentarsi all’andare da soli o allearci con liste civiche”. Ed è quella la via in cui può infilarsi il Pd, costruire civiche per congiungersi al Movimento. Nella Calabria dai troppi guai e dei mille sospetti potrebbe servire per dare una rinfrescata. Ma è difficile. Appena Callipo batte un colpo, il segretario della federazione provinciale del Pd di Cosenza Luigi Guglielmelli si agita: “Se fosse vero che il commissario del Pd della Calabria punta su Callipo per la presidenza della Regione, saremmo ben oltre gli errori commessi in Umbria”. Mentre nel M5S si espone solo il deputato Riccardo Tucci: “Callipo sarebbe il candidato ideale”. Gli altri, anche quelli non ostili al Pd, fanno facce un po’ così: “È una persona perbene, ma ha un’età avanzata e si era già candidato”. Bene così, per il Di Maio che di accordi con i dem non ne farebbe neppure uno, neanche per interposta civica. In assemblea qualcuno gli contesta la campagna elettorale insufficiente in Umbria, e lui è sbrigativo: “L’ha gestita il gruppo regionale”. Fuori, i suoi ragionano: “Abbiamo già donato troppo sangue per il Pd, il Movimento si deve riposizionare”. Meglio recuperare lo zoccolo duro degli ostili ai dem e cercare voti al centro. Quindi, tutto chiuso con il Pd? I dimaiani fanno sì con la testa. E tornano a puntare il dito in direzione di Palazzo Chigi: “Se proprio si volesse insistere su questo progetto, allora dovrebbe scendere in campo Giuseppe Conte, fare da vero federatore”. Insomma, “sporcarsi le mani”. Non può essere Di Maio, per storia e idee, a portare il Movimento stabilmente nel centrosinistra. Lui è quello del M5S “ago della bilancia”, una Dc 2.0. Il centrosinistra da agganciare è un dogma di altri. Del fondatore e garante Beppe Grillo. E del presidente della Camera Roberto Fico, che però capisce quanto sia fragile il Movimento attuale. Così da Napoli precisa: “Il dialogo con il Pd sui punti di governo deve andare avanti, ma poi il locale è un’altra questione, il regionale e il locale non lo sommo mai al nazionale”. Non somma, Fico.

Convinto che la riorganizzazione pensata da Di Maio con i 12 responsabili tematici e i referenti regionali sia un passo utile ma non sufficiente, solo un pezzo della strada da fare. Quella che potrebbe non più condividere il senatore Ugo Grassi, pronto a passare al Misto: “Sto valutando il da farsi”. E in bilico ci sono almeno altri due senatori, nel M5S in cerca di identità.

Lega vs Lega, condannato l’ex Brigandì

Lega contro Lega. E ancora: soldi e conflitti d’interessi mai dichiarati. Corre su questo asse la vicenda di Matteo Brigandì, ex parlamentare del Carroccio, nonché già storico legale di Umberto Bossi e avvocato dello stesso partito oggi guidato dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ed è seguendo lo spartito della Procura di Milano che ieri il giudice Chiara Valori ha condannato Brigandì a due anni e due mesi. Il tribunale ha mantenuto l’impianto della Procura e le due accuse contestate: patrocinio infedele e autoriciclaggio. Parte civile nel processo la stessa Lega. Il giudice ha stabilito una provvisionale subito eseguibile di 1,8 milioni di euro. Tanto, secondo la sentenza di primo grado, dovrà pagare Brigandì alla Lega. L’inchiesta è nata nel 2012 dopo un esposto firmato dall’ex presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni.

Secondo le indagini della Procura milanese, Brigandì in qualità di “avvocato della Lega” si sarebbe reso “infedele ai suoi doveri professionali”, omettendo “di denunciare il proprio conflitto di interessi” in relazione a un decreto ingiuntivo, emesso nel 2004 ed eseguito nel 2012, da lui richiesto e incassando così quasi 1,9 milioni di euro di compensi per la sua attività. Nella requisitoria il pm ha parlato di “una strategia chiara” da parte di Brigandì “per precostituirsi una sorta di Tfr non formalizzato per la sua uscita dal partito, appropriandosi, in pratica, di quasi 2 milioni di euro”. L’accusa ha poi evidenziato il “suo iperbolico conflitto di interessi, perché da difensore ha difeso se stesso e ha fatto causa all’ente di cui era, allo stesso tempo, procuratore legale”. Durante l’istruttoria è stato sentito come testimone l’ex tesoriere della Lega Stefano Stefani: “Io, Salvini, Bossi e Brigandì – ha detto – ci sedemmo attorno a un tavolo nel 2014 per risolvere le questioni che erano pendenti con quest’ultimo e firmammo un atto transattivo, è stata una sorpresa per me questo problema dei crediti che vantava Brigandì, negli atti del partito non c’era nessun documento che gli riconoscesse crediti”. Sempre Stefani in aula aveva raccontato che “Brigandì lavorava per la Procura della Padania, un organo del partito che sbrigava tutte le vicende legali e si pensava all’epoca, ma le prove io non le ho mai avute, che fosse ricompensato con le candidature al Parlamento, questa era la voce comune”. Quando l’avvocato andò via dalla Lega nel 2014 “portò via un camion di faldoni e si sentiva dire che pretendeva 6 milioni di euro”. I soldi quantificati dalla sentenza sono 1,8 milioni. La Procura aveva già ottenuto un sequestro preventivo di 1,9 milioni, ovvero la cifra scaturita dal reato di patrocinio infedele. E qui si entra nell’accusa di autoriciclaggio. Brigandì, secondo la Procura, quei soldi li avrebbe intascati e in buona parte, circa 1,6 milioni, trasferiti su un conto in Tunisia. Tanto che il pm, mesi fa, ha attivato una rogatoria internazionale per bloccare il denaro. Il sequestro disposto dal tribunale si è tradotto in un immobile in Piemonte. Il giudice ha disposto la confisca di beni per 1,67 milioni e il sequestro conservativo, come richiesto dalla difesa della Lega, di beni mobili e immobili di Brigandì fino a oltre 1,87 milioni.

Gdf in Regione per i favori di Fontana al suo ex socio

La Guardia di finanza ieri è tornata negli uffici della Regione Lombardia. In mano, i militari avevano un ordine di acquisizione di documenti firmato dalla Procura e relativo alla posizione del presidente Attilio Fontana indagato per abuso d’ufficio nell’inchiesta sul tangentificio Lombardia che vede coinvolto Nino Caianiello, ex coordinatore di FI a Varese ritenuto dai magistrati il regista delle mazzette, e indagato anche per istigazione alla corruzione in relazione al caso Fontana. L’accusa contestata al governatore, eletto nel marzo 2018 con l’appoggio di Lega e FI, riguarda la nomina di Luca Marsico, ex socio nello studio legale di Fontana, all’interno del Nucleo di valutazione degli investimenti della Regione. Le acquisizioni di ieri riguardano documenti relativi a questa nomina. Il dato anticipa una richiesta di proroga delle indagini sul caso Fontana che la Procura dovrebbe inviare al gip. I termini scadono il prossimo 6 novembre. Jacopo Pensa, legale di Fontana, ha commentato: “Voglio interpretare in senso positivo la richiesta di documenti. Dovendo decidere in ordine alla mia richiesta di archiviazione, evidentemente la Procura intende dare risposte che non lascino spazio a dubbi o a errori di diritto”.

L’obiettivo delle acquisizioni di ieri, si apprende da fonti qualificate, sarebbe invece quello di mettere in ordine gli ultimi tasselli per poi procedere a una richiesta di rinvio giudizio lasciando così il pallino della decisione al tribunale di Milano. Tutto, però, è ancora da definire e si lega agli ultimi documenti acquisiti in Regione. Secondo l’accusa, Attilio Fontana avrebbe violato il principio di imparzialità, perché quella nomina non era “fiduciaria”, ma si trattava di un incarico passato per un avviso pubblico al quale hanno partecipato 60 persone. In questo modo Fontana avrebbe “procurato a Marsico un ingiusto vantaggio patrimoniale”. Interrogato il 13 maggio scorso, una settimana dopo gli arresti, Fontana aveva rivendicato la regolarità della sua scelta. Negli atti depositati dopo l’avviso di chiusura delle indagini ci sono alcuni verbali di testimoni che illustrano l’iter di quella nomina e che la Procura valuta con interesse. Tra questi quello di Giulia Martinelli, ex compagna di Matteo Salvini e attuale capo segreteria di Fontana. In un passaggio, Martinelli spiega ai magistrati: “Fummo sollecitati dall’assessore alla Sanità alla ricostituzione di questo Nucleo (…). Quando decidemmo di fare uscire l’avviso pubblico (…), Fontana fece il nome di Marsico”. Dal verbale emerge poi che Marsico fu avvisato prima che l’avviso fosse pubblicato. “Questo – spiega Martinelli – è stato l’unico caso in cui i candidati sono stati avvisati prima. Così come è stato l’unico caso in cui Fontana ha dato un elenco di nominativi da contattare per avvisarli della pubblicazione dell’avviso”. Sempre Martinelli spiega che “mai” fu discussa la posizione di Marisco in relazione “al suo profilo di esperto in ambito giuridico”. Alessandra Lucchesi, impiegata nello staff di Fontana, sentita dai pm, spiega: “Non fu fatta nessuna graduatoria rispetto alle domande presentate. Si trattava di una scelta politica della Giunta su proposta della Presidenza”.

Poi Lucchesi conferma che Fontana, durante la seduta di giunta del 24 ottobre in cui furono definiti i 12 nomi dell’organo regionale, “non si è astenuto”. Simona Scaccabarozzi, anche lei nella segreteria di Fontana, ha lavorato in Regione durante le amministrazioni di Roberto Formigoni e Bobo Maroni. Spiega ai pm: “Questo è l’unico caso (…) in cui sono stata impegnata nella ricerca di nominativi da avvisare in vista dell’espletamento di bandi di selezione”. Sarà lei, per sua ammissione, a contattare Marsico su indicazione di Fontana “per segnalargli che era stato pubblicato l’avviso pubblico”. Lo farà con messaggi WhatsApp che poi, dopo la notizia degli arresti, cancellerà dal suo telefonino.

Il “pm con la pipa” tra pallone e strani casi

Pasadena (Usa), 17 luglio 1994. Roberto Baggio tira in cielo l’ultimo rigore della finale contro il Brasile. È finita, abbiamo perso. Arrigo Sacchi abbassa gli occhi coperti dalle lenti scure, Franco Baresi scoppia a piangere. Calciatori, tecnici e membri dello staff della Nazionale piombano in una muta disperazione sportiva.

Tra di loro c’è un magistrato. Il “pm con la pipa”, scrivevano i giornalisti che ne raccontavano le indagini sul delitto dell’Olgiata. Si chiama Cesare Martellino e ha viaggiato con gli azzurri negli Stati Uniti in qualità di responsabile della sicurezza della delegazione azzurra al Mondiale.

Il pallone (il primo fu quello ovale del rugby, sport di cui fu presidente di giustizia federale) ha rotolato, e continuerà a rotolare, tra le pagine del curriculum del magistrato che tra pochi giorni siederà in commissione contenziosi del Senato chiamata a esaminare i 772 ricorsi contro i tagli dei vitalizi.

Quattro anni prima, infatti, Martellino fece parte del comitato organizzatore di Italia 90 presieduto da Luca Cordero di Montezemolo. Ne era responsabile della sicurezza. Ci arriva dopo che negli anni 80 Martellino è stato pubblico ministero a Roma con Francesco Nitto Palma. I due hanno fatto parte dell’ufficio indagini della Federcalcio.

Palma è un ex ministro ed ex parlamentare, tra i 772 che hanno fatto ricorso a Palazzo Madama, nonché capo di gabinetto della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, la firmataria dei decreti di nomina della commissione. Quante coincidenze.

E torniamo al pallone. Rotondo. Una passione. Un sentiero di vita e di lavoro. Martellino sarà anche presidente della Caf (corte d’Appello della Giustizia Sportiva). Sono i panni che vestirà da indagato della Procura di Napoli nell’inchiesta Calciopoli. I colleghi partenopei lo accusano (e poi lo archiviano) di abuso d’ufficio per un provvedimento a favore della Juventus. Un incidente da poco, che non gli impedirà di diventare nel 2009 consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti presieduta dall’avvocato forzista Gaetano Pecorella.

Perché non c’è solo il calcio a costellare la carriera di Martellino. Nel 2002 il ministro di Giustizia Roberto Castelli lo preferì addirittura a Gian Carlo Caselli per rappresentare l’Italia in Eurojust. Nonostante le proteste delle opposizioni che non ritenevano all’altezza il curriculum del magistrato, che in quel momento era procuratore capo a Terni, l’ufficio che archivia le prime denunce per abusi sessuali contro don Pierino Gelmini, e poi negli anni successivi ci sarà un’indagine sulla trasferta di un intermediario del sacerdote all’Aja, in Olanda, per chiedere consigli a Martellino dopo che le denunce erano state riaperte. I laici del Csm volevano spiegazioni, Martellino ne uscirà indenne. Nel 2002, il sottosegretario di via Arenula è Jole Santelli, responsabile Giustizia di Forza Italia, vicinissima a Cesare Previti, molto amico di Palma. Quante coincidenze tornano alla memoria in questi giorni.

Vitalizi, Palma finge di ritirare il ricorso e spera negli “amici”

Alla fine non ha resistito alla pressione. E per salvare il salvabile, ha deciso di gettare la spugna. Nitto Palma, potente capo di gabinetto della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, finito allo spiedo con l’accusa di conflitto di interessi sulle nomine di due componenti a lui vicini della Commissione contenziosa che lunedì deciderà sui tagli ai vitalizi, ha deciso di ritirare il suo ricorso contro la decurtazione dell’assegno maturato quando era parlamentare azzurro.

Una bufera che ha investito l’intero Palazzo. Perché chiama in causa la sua amicizia non solo col senatore di Forza Italia, Giacomo Caliendo, presidente dell’organo giurisdizionale che dovrà emettere il verdetto, ma anche con Cesare Martellino, ex magistrato, pure lui arruolato, ma come membro laico, nel collegio giudicante e per di più con la funzione di relatore sui ricorsi. Senza contare il legame di ferro tra Palma e Casellati, che lo ha voluto a capo del suo staff e che ha firmato le nomine sia di Caliendo che di Martellino nella Commissione contenziosa, un collegio di 5 componenti (gli altri tre sono: il leghista Simone Pillon, la grillina Elvira Evangelista e l’avvocato Alessandro Mattoni).

E così, l’ex Guardasigilli del governo Berlusconi, una volta venuta fuori la faccenda dei suoi rapporti con i giudici “amici”, rivelata dal Fatto e da La Notizia, ha deciso per il beau geste. Formalizzando la rinuncia al ricorso contro la sforbiciata al vitalizio che da gennaio gli è stato ridotto da 6.217,16 euro lordi al mese a 5.428,25. Un taglio modesto rispetto ad altre decurtazioni determinate dal ricalcolo dei trattamenti previdenziali stabilito anche al Senato, ma a cui evidentemente non voleva rassegnarsi. Almeno fino a martedì scorso quando, esploso il bubbone del conflitto di interessi sulla stampa, ha fatto il passo indietro. O per meglio dire di lato.

Non è affatto escluso che, in caso di accoglimento degli altri ricorsi che puntano a fare strame delle nuove regole, anche lui possa beneficiare, a prescindere dalla rinuncia odierna, della decisione della Commissione presieduta da Caliendo. I due si conoscono da un secolo: i loro percorsi politici e professionali si incrociano da vecchia data. E si intrecciano pure con quello della Casellati, avvocatessa padovana folgorata pure lei, come i due ex magistrati, sulla via del berlusconismo, lungo la quale ha trovato prima un seggio in Parlamento, poi uno scranno in quota centrodestra al Consiglio superiore della magistratura e, infine, la prestigiosa poltrona di presidente del Senato. E domani, chissà. Abituata al rango di seconda carica dello Stato perché non accarezzare l’idea di scalare pure la prima sul Colle più alto?

Del resto se l’ex Cav. ha sempre pensato in grande, i suoi non sono da meno. Fatto sta che a Palma, Caliendo e Casellati le insegne berlusconiane hanno sempre portato bene. Come pure la loro propensione a fare squadra. Tanto in via Arenula quando, nel 2011, Nitto Palma era ministro della Giustizia e sulle poltrone di sottosegretario sedevano Caliendo e Casellati. Quanto in Commissione Giustizia al Senato nella XVI e poi anche nella XVII legislatura. Un trio inseparabile che neppure la mancata rielezione di Nitto Palma nel 2018 è riuscito a dividere. Stavolta ci ha pensato la presidente a riportarlo nel circolo che conta: il suo, con la nomina a capo di gabinetto.

E così, i tre hanno di nuovo ripreso casa a Palazzo Madama dove nel frattempo li ha raggiunti pure un altro vecchio amico dell’ex Guardasigilli: Cesare Martellino, ex magistrato che l’aria dei palazzi che contano l’annusava da tempo, anche prima di lasciare la toga. Come Palma è stato arruolato in passato dalla Federcalcio e anche nel Comitato organizzatore dei mondiali di Italia 90. Poi ha continuato la carriera divorando incarichi di prestigio, come quello in Eurojust, dove approdò bruciando le aspettative nientemeno che di Gian Carlo Caselli grazie a una decisione del Csm che, all’epoca, lasciò tutti di stucco. E poi un’altra nomina a sorpresa, quando Gaetano Pecorella, altro fine giurista arruolato da Berlusconi, lo aveva chiamato come consulente alla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti da lui presieduta dal 2008 fino al 2013.

Figurarsi se poteva non rispondere “presente!” quando all’inizio di quest’anno è arrivata la chiamata del Senato dove ha trovato ad accoglierlo Palma. Oltreché Caliendo per cui Martellino ha istruito l’intera pratica sui vitalizi che tiene in ambasce 772 ex senatori. Anzi, 771 dopo la ritirata del suo vecchio amico Palma, che in ogni caso attenderà anche lui con il fiato sospeso la decisione prevista per lunedì dalle finestre presidenziali di Palazzo Giustiniani. Giusto a un tiro di schioppo dall’aula della Commissione contenziosa.