Abolire i 5Stelle

Interpretando un sentimento largamente diffuso nei partiti, nei giornaloni, nei grandi gruppi e nelle case degli italiani più furbi, vorrei lanciare un appello ai 5Stelle: uccidetevi. Scomparite. Scioglietevi. Estinguetevi. Come quelle sette religiose americane che si danno convegno in radure appartate e si ammazzano in massa. Tutti vi danno per morti? Anticipateli con un bel suicidio assistito collettivo. Ora si vota in nove regioni? Non candidatevi. Avete dei sindaci, tipo Raggi a Roma e Appendino a Torino? Fatele sloggiare subito. Siete maggioranza in Parlamento? Fate dimettere tutti i vostri 310 deputati e senatori. Avete Conte premier, 9 ministri, 6 viceministri e 16 sottosegretari? Via, tutti a casa. Dopo dieci anni d’inferno, l’Italia potrà finalmente chiudere quest’orrenda parentesi di antipolitica, populismo, giustizialismo e incompetenza. E tornare alla buona politica di un tempo, la politica di quelli bravi, colti e capaci. Salvini vincerà le elezioni, diventerà premier, avrà finalmente i pieni poteri, nominerà Savoini agli Esteri, Berlusconi alla Giustizia, Arata agli Interni e Siri alle Finanze, trasferirà Palazzo Chigi al Papeete, varerà la Flat Tax e il condono per chi non la paga, ripristinerà la prescrizione, i vitalizi e i 945 parlamentari, depenalizzerà la corruzione internazionale, il peculato, il finanziamento illecito, il razzismo e le altre specialità della casa, cancellerà il dl Dignità (non gli piace il nome) e il Reddito di cittadinanza (come dicono i salviniani di sinistra, “non funziona”, soprattutto per loro che uno stipendio ce l’hanno).

A destra saranno tutti contenti. E a sinistra pure, perché potranno gridare al fascismo un giorno sì e l’altro pure senza nemmeno il fastidio di governare o di proporre qualcosa. Un paradiso: mica come ai tempi di quel delinquente di Conte, che prima di fare il premier era avvocato e aveva addirittura dei clienti; poi, da capo del governo, voleva addirittura punire gli evasori fiscali e si permetteva financo di governare senza chiedere il permesso alla Fiat e a Caltagirone e di non spifferare i decreti in anteprima a De Benedetti, il che lo rendeva inviso ai giornaloni. Nelle regioni e nelle città tornerà il buongoverno della destra e della sinistra, che a turno le avevano così bene amministrate prima della calata dei barbari. Dall’Alpi a Scilla, l’Italia del Sì sarà un gran festival di nuovi Tav, nuovi Tap, nuovi Mose, nuovi Expo, nuove Olimpiadi, nuovi Mondiali, nuovi inceneritori e nuove retate. Poi, un bel mattino, un bambino si sveglierà nella sua cameretta, aprirà la finestra e domanderà ai genitori: “Cos’è questa puzza di merda?”. E quelli: “Piccino, si stava meglio quando si stava peggio”.

“Il grande sonno” senza fine (e deluxe)

“Impiegai cinque mesi a scrivere un racconto di 18.000 mila parole. Scrissi il mio primo romanzo The Big Sleep in tre mesi”. Era il 1950 quando Raymond Chandler (Chicago, 1888 – La Jolla, 1959) rammentava il libro con cui aveva lanciato nella letteratura “hard-boiled” il personaggio del detective privato Philip Marlowe. Destinata a un successo straordinario, fino ad assurgere a una dimensione mitica, l’avventura numero uno di Marlowe sarebbe stata portata sullo schermo da Humphrey Bogart nel film del 1946. Nel 1978, poi, ci sarebbe stato il remake di Michael Winner.

The Big Sleep , cioè Il grande sonno, era uscito negli Stati Uniti nel 1939 presso l’editore Alfred A. Knopf. Ottant’anni dopo, e a settanta dalla prima traduzione italiana di Mondadori, il romanzo di Chandler fa il suo ingresso elegante in una collana dell’Adelphi, ovvero la più sofisticata ed eternamente di moda casa editrice italiana.

Per dicembre è annunciata la pubblicazione di Il grande sonno nella collana “Fabula”, quella che annovera opere di Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, Roberto Bolaño, William Burroughs, Milan Kundera, Guido Morselli, Leonardo Sciascia e Franz Werfel. Nella medesima “Fabula”, in ogni caso, sono stati sdoganati narratori di spionaggio e di gialli come EricAmbler, Ian Fleming, Pierre Boileau & Thomas Narcejac. La nuova ristampa del libro di Chandler non avrà un prezzo economico, verrà venduta a 19 euro; dieci in più dell’edizione Feltrinelli, con la traduzione di Oreste Del Buono. Eppure la ripubblicazione adelphiana sta già incontrando il favore del pubblico, le prenotazioni sembrano andare bene. Mentre invece è difficile reperire in libreria l’edizione Feltrinelli. Il vecchio Marlowe e The Big Sleep godono pertanto di ottima salute, sono entrambi dei classici e hanno avuto degli ottimi sequel letterari grazie a Robert B. Parker. Tutto ciò sebbene la storia raccontata sia arcinota fino nei minimi particolari, battute comprese dell’investigatore duro ma romantico, che Chandler definiva “un fallito perché non ha denaro”. Il suo personaggio, come riconosceva il suo creatore, non era nemmeno il primo e neanche il migliore del genere. “Io non ho inventato – scriveva Chandler nel 1948 – la letteratura poliziesca d’azione, e non ho mai tenuta segreta la mia opinione che la maggior parte del merito, o tutto il merito, di una simile invenzione vada a Dashiell Hammett”. Il comunista Hammett, tuttavia, perseguitato durante il maccartismo, smise di scrivere assai presto, e il suo Sam Spade, l’eroe di Il falcone maltese, non avrebbe dato vita a un ciclo di romanzi come quello di Marlowe. Resta il fatto che Il grande sonno da quasi un secolo affascina generazioni di lettori. Magari perché Marlowe rimane la declinazione più riuscita del cavaliere senza macchia e senza paura al tempo del capitalismo moderno, ieri come oggi.

Clint sul set “tenente di plotone”

“Ha diretto ventitré film in cui è anche protagonista, un numero mai raggiunto da alcun attore-regista, a eccezione di Woody Allen. Inoltre, è uno dei registi in attività più prolifici”. Minimo comune denominatore? Fedele a me stesso, titolo italiano per la collettanea di Clint Eastwood: Interviews, seconda edizione riveduta e ampliata.

Nell’arco di quarant’anni (1971-2011), Clint si mette allo specchio infrangendo stolide certezze e scansando labili apparenze: non si nasconde, non compiace, non dissimula, non arretra. È già regista quando è ancora solo attore. A Leone, a cui proverbialmente offre due espressioni, con il cappello e senza, in Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo spiega il mestiere, giustificando la propria impassibilità: “Continuavo a dire a Sergio: ‘In un vero film di serie A, è il pubblico da solo a farsi un’idea mentre guarda il film; in un B-movie viene spiegato tutto’”.

È ancora attore quando è già regista, ma autore no, non vuole sentirselo dire: “Preferisce paragonare il proprio ruolo nel lavoro di gruppo a quello di un ‘tenente del plotone’, e i suoi film non si aprono mai con il suo nome, ma con quello della casa di produzione: ‘Un film della Malpaso Company’”. Il 31 maggio del 2020 compirà novant’anni, e continua a fare quello che gli riesce meglio: il 13 dicembre negli Usa esce Richard Jewell, la sua 38° regia di lungometraggio. Un traguardo che abbiamo contribuito a fargli raggiungere: “Gli europei mi hanno incoraggiato molto più degli americani”. Eppure, oggi Eastwood è riconoscibilissimo: l’eponimo Richard Jewell, passato da eroe a principale sospettato dell’attentato dinamitardo di Atlanta 1996, è solo l’ultimo degli umiliati e offesi che ha cantato. Basso continuo civile, direzione ostinata e contraria, e un unico credo: “Devi avere il film bene in mente ancora prima di realizzarlo. Se non ce l’hai, non sei un regista, sei uno che tira a indovinare”.

Floris, un romanzo filosofico tra giornalismo e verità

Giovanni Floris, nella sua seconda vita fuori dalla tv, scrive romanzi. Con L’invisibile (Rizzoli), quarta prova narrativa, si cimenta con un genere nuovo: apparentemente è un giallo, ma si sa che alle apparenze non bisogna fermarsi. Prima di tutto la trama, che ci fa conoscere due personaggi destinati in teoria a non incontrarsi mai tanto appartengono a mondi diversi. Uno è un riccone. Un imprenditore? Un faccendiere? Chissà… “Piu che un uomo una scatola cinese”, si chiama Fausto Maria Borghese. L’altro, Antonio, è un aspirante giornalista squattrinato, pieno di ideali, ma costretto a condividere l’appartamento con due ragazzi e la deliziosa Federica: per vivere si arrangia come può, perfino scrivendo la tesi di laurea per uno di CasaPound. Invece – il multiuniverso, come lo chiama Floris, ci mette lo zampino – i due s’incrociano, a causa di un “barbiere della mutua”. Cioè il barbiere Oreste Benaciotti con bottega in via Ignazio Giorgi. Mica uno di quelli che ti fanno il massaggio al viso e dopo la barba ti applicano le bende con l’olio essenziale di eucalipto. Anche perché lì si fanno solo capelli, barbe no: le barbe sono roba da fighetti. Questo è un posto “invisibile” (vedi titolo), soprattutto a vip con il doppio nome. Ma questa, dove inizia la nostra storia, è una zona franca, tra la periferia di Pasolini e il quartiere Trieste. In questo limbo Antonio, cronista fallito e certamente un po’ mitomane, s’imbatte in Fausto Maria, milionario forse candidato a sindaco della Capitale. Che ci fa lì? Perché un vip discute animatamente con l’anonimo signor Oreste?

Poi il barbiere scompare. E Antonio finalmente intravede una crepa nel muro di sfiga che è la sua vita: una storia che lo può far diventare qualcuno, magari ci scappa pure che l’innarrivabile Federica s’innamora. Basta poco per coinvolgere nella sparizione misteriosa del barbiere l’uomo dalla reputazione cristallina ma dal passato opaco. Basta un sito Internet dal nome inquietante, notizievere.com. Basta un clic e il venticello della calunnia si propaga fino a diventare – grazie all’effetto eco della Rete – la famigerata “macchina del fango” (espressione da cui però si dovrebbe diffidare, non fosse altro per quanto è abusata). Chi è davvero Fausto Maria? Quali indicibili segreti nasconde? Ma soprattutto: c’è qualcosa, compresa la vendita dell’anima al diavolo, che il nostro sedicente giornalista non scriverebbe pur di avvalorare la sua pregiudizievole versione dei fatti? La verità, riflette Saint-Exùpery nei Taccuini, non si scopre: si crea.

Come va a finire questo avvincente giallo capitolino (e romanesco, perché nel tratteggiare i luoghi e i personaggi, l’autore fa una dichiarazione – cruda e insieme tenera com’è Roma – alla sua città d’adozione) lo scoprirete leggendo il romanzo. Ma l’inaspettato è che dietro le quinte del noir, Floris costruisce un discorso attorno al concetto di verità (e si capisce che da ragazzo voleva studiare Filosofia). In calce al libro ci sono due citazioni: “Il tavolo è un tavolo. La sedia, una sedia”. È il papà dell’autore (ma potrebbe essere il Diario di un curato di campagna, “non esistono verità medie”) . L’altra è di Musil e dice: “La probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente; in altre parole, oggi l’essenziale accade nell’astratto, e l’irrilevante accade nella realtà”. Epperò è proprio L’uomo senza qualità a metterci in guardia sulla natura sfuggente della verità: non “un cristallo che si può infilare in tasca, bensì un liquido filosofico in cui si casca dentro”.

È innegabile che Internet sia il vaso di Pandora della nostra epoca di libertà illusorie e solitudini infinite. Ma Antonio (a cui l’autore vuol anche un pochino bene, altrimenti gli faceva tifare Lazio) quasi assomiglia, levata la patina di grottesco, al Napalm di Crozza. Noi ci siamo chiesti come Antonio è arrivato fin lì? Dove stanno le colpe: sono solo individuali, o anche collettive? Oppure quella del giornalista è una professione allo sbando, senza più autorevolezza né maestri? Ha ragione Fausto Maria Borghese: non è un bel momento per l’informazione in questo Paese. E bene fa Floris a capovolgere i paradigmi: i buoni e i cattivi non sono per forza i poveri e i ricchi, la realtà una complessa gamma di grigi. L’allarme generale su fake news e manipolazioni non è per nulla infondato. Anche se alla fine, “Nessuno muore delle verità mortali, ci sono troppi antidoti”.

“Sparare alle spalle? Non è reato, è copione”

Anticipiamo una delle interviste a Clint Eastwood (del 1976) dalla raccolta “Fedele a me stesso”, in libreria con Minimum Fax dal 7 novembre.

Com’è approdato alla regia?

Ho cominciato a interessarmi alla macchina da presa mentre recitavo negli Uomini della prateria. Stavamo girando la scena di una mandria di bovini lanciati in una corsa impazzita: io cavalcavo in mezzo a tremila mucche, la polvere volava ovunque e l’effetto era davvero straordinario. Sono andato dal regista e gli ho detto: “Dammi una macchina da presa. Là in mezzo c’è roba stupenda che tu non riesci a vedere”. Se ne sono usciti con tutta una serie di problemi sindacali… Alla fine mi hanno dato un contentino: ho diretto alcuni trailer.

Perché la regia era così importante per lei?

È un percorso naturale se si è interessati ai film. Il concetto di film in generale per me era più importante della semplice recitazione.

Lei ha un’incredibile percezione del materiale, molto più oggettiva dei colleghi.

Intende nel saper scegliere i film da interpretare?

E quelli da dirigere.

Semplice istinto. Se ci stessi troppo a pensare, cambierei idea e farei qualcosa di sbagliato… Se ho un pregio, è la risolutezza: prendo in fretta tutte le decisioni, giuste o sbagliate che siano.

Ha un difetto principale come regista?

Ne ho a bizzeffe, probabilmente. A volte, quando recito in una scena, mi distacco troppo. È difficile passare dalla regia all’interpretazione.

Lei ha avuto un ruolo chiave nella messa in discussione del concetto di eroe: cosa pensa degli eroi?

Sono fra coloro che hanno portato gli eroi ancora più lontano dal classico personaggio sul cavallo bianco. In Per un pugno di dollari non si scopre chi è l’eroe fino a un quarto del film, e neanche allora se ne ha la certezza; si presume che sia il protagonista, ma solo perché tutti gli altri sono peggio di lui. Mi piacciono i nuovi eroi. Mi piace che abbiano punti di forza, lati deboli, mancanza di virtù…

E il senso dell’umorismo?

Esatto. E anche una punta di cinismo ogni tanto. Ai vecchi tempi, con le regole di ingaggio del Codice Hays, non potevi tirare fuori l’arma se non te ne puntavano una contro. Ma se un tizio cerca di uccidere il personaggio che interpreto, io gli sparo alle spalle.

Pauline Kael (critica cinematografica, ndr) le ha lanciato diverse frecciate antimachismo.

Be’, erano fuori luogo… Continua a parlare della necessità di mostrare il lato debole degli uomini, e quello va bene, c’è spazio per farlo. Ma perché allora non dovrebbe esserci spazio per personaggi immaginari di cui vorremmo avere l’astuzia? La Kael è ossessionata da qualcos’altro; lo si vede nei film che le piacciono. Si è costruita un’immagine di schiettezza, perciò deve trovarsi qualcosa su cui esercitarla. Ha scelto il machismo perché è la questione del momento. Negli anni Sessanta era il razzismo; chissà di cosa si tratterà in futuro. Non mi crea problemi, perché quello che dice lei non ha effetto sul successo dei miei film. Il texano dagli occhi di ghiaccio incasserà più di Nashville.

John Milius sosteneva che Pauline Kael fosse innamorata di lui perché non faceva altro che parlarne.

Oh, l’ho detto anch’io. Giusto per farmi due risate, ho chiamato uno psichiatra e gli ho letto l’articolo. Mi ha detto: “È ciò che si definisce ‘formazione reattiva’. La signora vuole farsi una scopata con lei”. E io ho risposto: “Non penso proprio”. E lui allora: “Be’, forse non è così, ma è comunque divertente pensarlo”.

Il machismo è sotto tiro in questo periodo.

Oh, sì. Il modo in cui Jack Nicholson interpreta il tizio del Nido del cuculo è estremamente macho… Fra un anno o due tutti ripenseranno a questa pellicola e diranno: “Dio, magari si facessero ancora film del genere”. Ovviamente io non sono come quei personaggi. Non sparo alla gente per strada.

Cosa rimane oggi all’eroe?

Non lo so. Prenda Josey (protagonista del Texano dagli occhi di ghiaccio, ndr): al contrario degli altri personaggi che vanno e vengono, trovando qualcosa di cui vendicarsi, nel suo caso si vede cosa lo rende così com’è, cosa lo fa crescere gradualmente. Ma non lo considero un eroe, bensì una persona. Diventa eroico, tanto eroico quanto l’ho voluto io.

Quando uscì Breezy, in una sede della Universal erano furiosi perché la casa madre non l’aveva promosso.

Lo sapevo, si capiva. È uno dei motivi per cui non faccio tutti i film con la Universal. Non hanno promosso neanche Brivido nella notte… I manager mi chiamavano e mi dicevano: “Maledizione, il film sta andando bene”. E io: “Perché non dovrebbe?”. Al che loro rispondevano: “Be’, non so, non è un western e tu non fai il poliziotto”.

Sondra Locke, che ha recitato nel Texano, ha raccontato: “Non avevo battute nel film e il direttore della fotografia ha risposto: ‘È molto meglio così. Se non parli, staranno tutti in trepidazione aspettando che parli!’”.

L’ho fatto anch’io per 14 film, poi alla fine ho aperto la bocca e ho rovinato tutto.

Le rivelazioni sull’omicidio Franco e l’ira di Bolsonaro

Toglie e rimette gli occhiali l’inferocito presidente del Brasile Jair Bolsonaro (nella foto) nei 23 minuti di video contro Tv Globo. L’attacco, registrato da una scrivania dell’Arabia Saudita, dove si trova per via di una missione diplomatica, è arrivato in risposta alla notizia-bomba diffusa dal network brasiliano: il portinaio della residenza carioca del politico lo collegherebbe ai presunti killer di Marielle Franco, la consigliera comunale e attivista uccisa in un agguato in strada il 14 marzo 2018. Secondo il portinaio, l’allora deputato Bolsonaro avrebbe autorizzato l’ingresso nel palazzo, dove viveva anche un presunto sicario, di uno dei due sospettati dell’omicidio. I due sarebbero usciti poco dopo per uccidere a colpi d’arma da fuoco la politica del Psol e il suo autista. Il presidente, smentendo ogni coinvolgimento, ha ipotizzato che l’uomo abbia “mentito o sia stato indotto a rendere falsa testimonianza”, e ha accusato le “ignobili canaglie” di Globo di fare “giornalismo marcio e non scrupoloso” e di puntare a destabilizzare il suo governo. “Non ho motivo di uccidere nessuno a Rio de Janeiro” grida Bolsonaro nel video, dicendosi pronto a parlare con gli investigatori e sferrando un duro colpo anche al governatore di Rio, Wilson Witzel, che farebbe “filtrare informazioni coperte da segreto istruttorio”. Il nome di Bolsonaro nelle indagini per l’omicidio Franco era già emerso quando era stata diffusa una foto pubblicata online da uno dei presunti esecutori dell’assassinio abbracciato al politico. Il fatto che l’allora candidato presidente vivesse nello stesso edificio era stato però definito dalla polizia “una coincidenza”. Il Psol, dopo le rivelazioni di Globo, ha chiesto un’udienza immediata con il presidente del Tribunale federale. Mentre, il ministro della Giustizia, Sergio Moro, ha aperto un’inchiesta per verificare che il presidente non sia “vittima” di una falsa testimonianza o di una denuncia calunniosa.

Genocidio armeno, la Camera vota sì

La Camera è davvero una fucina di mal di pancia per Donald Trump: s’appresta ad approvare, oggi, una risoluzione sull’indagine per l’impeachment del magnate presidente, che la bolla a priori come “una farsa illegittima”; continua ad ascoltare e a convocare testimoni scomodi per la Casa Bianca; e complica, se mai fosse possibile, le relazioni tra Usa e Turchia, riconoscendo con un voto bipartisan schiacciante (405 sì su 435 deputati, solo 11 no) il genocidio armeno.

Trump glissa, Ankara s’infuria. La visita a Washington del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, prevista il 13 novembre, ha un’insidia in più, oltre a Siria, a curdi, i rapporti troppo stretti con la Russia e troppo ambigui con l’Isis. La Camera chiede pure a Trump d’imporre sanzioni alla Turchia per l’offensiva nel Nord-Est della Siria – su questo punto, deve ora pronunciarsi il Senato –. La risoluzione sull’impeachment che va al voto oggi colma un vuoto procedurale che i repubblicani avevano denunciato: chiede alle commissioni già coinvolte di “continuare le indagini come parte dell’inchiesta per accertare se vi siano elementi sufficienti per esercitare il potere costituzionale della Camera di mettere in stato d’accusa il presidente degli Stati Uniti”.

Il testo, di otto pagine, fissa le regole del procedimento e le modalità per interrogare testimoni, acquisire documenti, divulgare la trascrizione delle deposizioni. Inoltre, stabilisce che il presidente della Commissione Intelligence, l’invisissimo al presidente Adam Schiff, scelga quali udienze siano pubbliche e stili un rapporto. Spetterà alla Commissione Giustizia tirare le somme. Nonostante risponda a una sollecitazione repubblicana, Trump fa dire che la risoluzione “conferma che l’indagine per l’impeachment dei democratici alla Camera è una farsa illegittima perché priva dell’autorizzazione con un voto dell’Assemblea”: il che vorrebbe dire che, sanato il vulnus, l’inchiesta smette di essere una farsa e diventa una cosa seria. Il colonnello Alexander Vindman, ucraino di nascita, americano di divisa e di cittadinanza, massimo esperto di Ucraina nel National Security Council, ha detto, martedì, che la trascrizione della telefonata in cui Trump chiese al presidente ucraino Volodymyr Zelensky di indagare Joe e Hunter Biden ha omesso parole e frasi cruciali: lui era presente, ma il suo tentativo di farle includere fallì. Il genocidio armeno, come ormai è lecito dire, è da sempre un elemento di frizione, per gli Usa come per l’Ue, nei rapporti con la Turchia, visto il negazionismo di Ankara. Il testo della Camera, non vincolante, invita a “commemorare il genocidio armeno” e ne condanna la negazione. Ankara sostiene che vi furono massacri reciproci nel contesto di una guerra civile e di una carestia con migliaia di morti da entrambe le parti. S’è infine appreso che George Papadopoulos, ex consigliere della campagna di Trump, l’uomo che, parlando troppo, innescò il Russiagate, intende candidarsi al seggio della Camera in California, lasciato vacante dalla dem Katie Hill, dimessasi per una tresca con una sua collaboratrice. Papadopoulos fu il primo arrestato nell’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller: condannato, scontò 14 giorni di carcere per avere mentito all’Fbi. È lui l’agente di collegamento con il misterioso professor Joseph Mifsud e con il versante italiano del Russiagate.

WhatsApp arma da spia: così i governi ti ascoltano

La società tecnologica israeliana Nso Group è stata denunciata da WhatsApp, con l’accusa di utilizzare il servizio di messaggistica di proprietà di Facebook per spiare giornalisti, attivisti per i diritti umani ed esponenti della società civile. La causa intentata in un tribunale federale della California sostiene che il gruppo Nso – che è di base nella cittadina costiera di Herzilya Pituah – ha cercato di infettare circa 1.400 cellulari con un malware per rubare informazioni preziose a coloro che utilizzano l’app di messaggistica. In un articolo pubblicato lunedì dal Washington Post il direttore di WhatsApp Will Cathcart aveva raccontato per sommi capi l’indagine e scrive che “con tutti i dettagli del caso, non vi è dubbio che c’è la Nso dietro l’hackeraggio di WhatsApp”.

“Il gruppo Nso afferma di servire responsabilmente soltanto i governi, ma abbiamo trovato oltre 100 difensori dei diritti umani e giornalisti presi di mira in un attacco dello scorso maggio – ha scritto ancora il direttore di WhatsApp sul Post – questo abuso deve essere fermato”.

La denuncia presentata ieri al tribunale federale sostiene che il software sviluppato da Nso noto come Pegasus – “il kit di spy mobile più invasivo del mondo” secondo Forbes, con un monitoraggio quasi illimitato – è stato progettato per essere installato in remoto su dispositivi hackerati utilizzando i sistemi operativi Android, iOS e BlackBerry. Lo spyware è attivabile con un messaggio oppure con un semplice squillo del telefono, non è necessario rispondere. “Mentre il loro attacco è stato altamente sofisticato, i loro tentativi di coprire le tracce lasciate non hanno avuto successo”, ha scritto Cathcart sul Post, rilevando che l’indagine ha trovato servizi di hosting Internet e account associati a Nso. La denuncia chiede al tribunale di ordinare all’azienda israeliana di bloccare tali attacchi e chiede il rimborso di gravi danni ancora da valutare. WhatsApp lo scorso maggio ha invitato gli utenti ad aggiornare l’applicazione per colmare un buco nella sicurezza che ha consentito l’installazione di malware sofisticati utilizzati per spiare l’app di messaggistica, utilizzata da più di 1,5 miliardi di persone in tutto il mondo. Quest’anno codici dannosi sono stati veicolati attraverso i server di WhatsApp dal 29 aprile al 10 maggio, prendendo di mira dispositivi di avvocati, giornalisti, attivisti per i diritti umani secondo la denuncia al tribunale californiano.

Il gruppo Nso – fondato nel 2010 e attualmente con 600 dipendenti in Israele e nel mondo – vende la sua tecnologia specie negli Stati arabi del Golfo Persico, a patto che siano Paesi fieri oppositori dell’Iran. Il suo prodotto più noto è Pegasus, uno strumento in grado di accendere la videocamera e il microfono di un target e di accedere a tutti i dati sul dispositivo anche quando è spento.

La società, fondata da ex militari delle unità di cyberwar, sostiene di aver concesso in licenza il proprio software solo a governi e soltanto per “combattere il crimine e il terrorismo” – grazie a Pegasus fu catturato il superboss dei narcotrafficanti messicani El Chapo – e di indagare sempre su accuse credibili di abuso, ma secondo la denuncia dei legali di WhatsApp la tecnologia è invece utilizzata per violazioni dei diritti umani. È di settembre la denuncia che gli attivisti di Amnesty in Marocco erano spiati. Pegasus è stato lo strumento principale per spiare il giornalista dissidente Jamal Khashoggi e Omar Abdulaziz, che collaborava con lui; Khashoggi fu attirato nel consolato saudita di Istanbul, un anno fa, per essere ucciso e smembrato. Per Danna Ingleton di Amnesty International i risultati dell’indagine condotta da WhatsApp “sottolineano che Nso Group continua a trarre profitto dai suoi prodotti utilizzati per intimidire, rintracciare e punire decine di difensori dei diritti umani in tutto il mondo, tra cui il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti e il Messico”.

Hezbollah e la sindrome del complotto straniero

Il primo a reagire, al nono giorno, è stato Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah. Davanti alle manifestazioni più ampie, e soprattutto, più nuove, della storia del Libano, che chiedono un cambio non solo di governo, ma di sistema, e la fine della ripartizione del potere su base religiosa, è ricorso alla più tradizionale delle linee di difesa, qui: la cospirazione straniera. Chi finanzia tutto questo?, ha domandato. Chi paga per le tende? Per i panini? Per il palco e la musica? Ma a Riad el-Solh, la piazza principale di Beirut, gli hanno subito ribattuto: e tu, allora? Che sei finanziato dall’Iran? E a migliaia, uno a uno, hanno risposto con dei messaggi su Youtube. Dicendo: pago io. Perché poi, l’hanno notato tutti: per la prima volta, persino Hassan Nasrallah aveva alla sua destra non la bandiera di Hezbollah, ma quella del Libano. Non quella dei suoi sciiti, ma quella di tutti. Il Libano non cede. Il 29 ottobre il primo ministro Saad Hariri si è infine dimesso. Ha detto che è necessaria una svolta. Ma ha anche detto che la priorità, adesso, è la tenuta del Paese. E soprattutto, della sua economia. Come aveva già avvertito Riad Salameh, il governatore della Banca centrale: imputando alle manifestazioni l’imminente crollo finanziario. Troppa incertezza, aveva spiegato. Troppo scompiglio. Gli investitori, così, non hanno più fiducia nell’economia. “Ma uno così, stiamo ancora qui ad ascoltarlo?”, mi dice una ragazza. “Ha citato le rimesse degli emigrati come la principale risorsa del Libano. E invece, siamo in piazza proprio perché vogliamo un lavoro. Una casa, una vita. Proprio perché non vogliamo più andare via”.

Asfissiato da un debito che è il 150 per cento del Pil, il Libano è classificato già da mesi dalle agenzie di rating con una C. E sotto la C, non c’è niente. C’è la bancarotta. E così, le manifestazioni continuano. E continuano ovunque. Domenica scorsa, i libanesi si sono tenuti per mano per 170 chilometri: da Tripoli, nel nord, fino a Tiro, nel sud. “Perché siamo davvero tutti in piazza. Tutti uniti”, mi dice Nizar Hassan, 26 anni, un conduttore radiofonico molto seguito. “Non protestano solo i più poveri. Qui siamo tutti allo stremo. Anche quelli che hanno laurea e dottorato. La povertà è al 25 per cento. Così come la disoccupazione. E il 50 per cento del Pil va allo 0,1 per cento della popolazione.

E a fronte di numeri così, di questioni strutturali, il governo cosa fa? Cosa propone? Una tassa su Whatsapp”. Con la sua laurea alla Soas di Londra, Nizar Hassan è il prototipo del libanese di Riad el-Solh. Perché in questi giorni, è vero, Beirut sembra un rave. Allegra e irriverente. Ma è molto di più. Si balla, si balla fino all’alba, e ti senti dire: andremo a casa solo quando anche il governo andrà a casa. Il presidente del Libano, Michel Aoun, era a capo dell’esercito durante la guerra civile. Ha 84 anni: viene da un altro pianeta. “Le dimissioni di Hariri sono solo il primo passo – dice Nizar Hassan – ora vogliamo un governo tecnico e nuove elezioni. E soprattutto, vogliamo il carcere per chi in questi anni si è rubato tutto”.

Sembra che a Beirut si balli e basta perché il movimento non ha un leader. Né un nome, e un’organizzazione. Niente. La sua sola bandiera è la bandiera del Libano. Ma è una scelta intenzionale, mi spiegano al Saifi di Gemmayzeh, l’area della movida in cui Beirut è bella e creativa come New York: e che fa ora da retrovia a Riad el-Solh. Mentre il governo rimedia ai continui black-out con vecchi generatori a gasolio, qui hanno studiato nei migliori politecnici europei: e ora progettano impianti eolici e solari in giro per il mondo. “Se avessimo una struttura, dei portavoce, se anche solo ci dividessimo in gruppi per dividerci i compiti, inizierebbero subito a dire che dietro questo c’è la Cia, dietro quell’altro c’è Soros. Tentando di separarci e cooptarci”, dicono. “E invece non vogliamo compromessi. Vogliamo che spariscano tutti. E tutti significa tutti. Nessuno escluso”. Alle dimissioni di Hariri, infatti, è seguito un rapido brindisi: ma niente di più. Sono tutti ancora in piazza. “Il rischio è che sia semplicemente sostituito.

Che si abbia semplicemente un altro governo. Diverso solo nei nomi”, spiega Omar Nashabe, 44 anni, attivista di lungo corso specializzato in carceri e criminalità. Come molti altri, potrebbe addentrarsi per ore, e in dettaglio, nelle riforme necessarie. Ma alla fine, le rivendicazioni dei libanesi sono veramente basilari. Si discute di tutto, qui, tranne che di quello da cui davvero dipende il destino di queste manifestazioni: Hezbollah. Che non ha solo un ampio consenso. Ha anche una sua milizia. Unico tra i partiti. Perché gli è affidata la resistenza a Israele. Per ora, quando i suoi militanti sono entrati a Riad el-Solh armati di spranghe, l’esercito ha subito ristabilito l’ordine. Ma sono tutti in attesa delle decisioni di Nasrallah. “E Nasrallah non ha accusato chi protesta di essere al libro paga degli stranieri”, mi dice una sua sostenitrice che preferisce restare anonima. “Gli ha chiesto di organizzarsi. Di formulare richieste precise. Per evitare infiltrazioni e strumentalizzazioni. E penso abbia ragione. Vorrei restare qui in piazza. Ma mi fido di Nasrallah” E quindi, sta tornando a casa. Ma davvero, dice: vorrei restare qui. “Perché un giorno, vorrei non avere paura di dire cosa penso, e di dirlo con il mio nome”.

Contro le caste al potere, senza distinzione di età e religione

Il Mare Nostrum è in tempesta. È successo più volte anche nel passato recente e remoto. Ma, a differenza delle crisi precedenti scoppiate nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, questa volta a ribellarsi sono le cittadinanze nella loro interezza. Per la prima volta sono scesi in piazza contro le “caste” al potere i cittadini, senza distinzione di genere, età e religione. La maggior parte dei Paesi bagnati dal Mediterraneo è governata da satrapi interessati solo a mantenere il potere per continuare a depredarne le risorse, incuranti delle diseguaglianze e dei diritti degli elettori. I Paesi più vicini all’Italia sono dilaniati da guerre, è il caso della Libia e della Siria; rivolte, come quella che ha travolto i gerontocrati algerini; instabilità politica, per esempio in Tunisia. Anche il Libano e l’Egitto stanno sperimentando la rabbia della popolazione. Vediamo ora, caso per caso, cosa sta accadendo nelle terre collegate dalle acque mediterranee.

Iraq, la strategia in 16 punti di Abadi

Quasi 300 morti dall’inizio delle proteste contro il governo. L’ex primo ministro Hayder al-Abadi, ora all’opposizione, torna in campo proponendo una strategia in 16 punti per uscire dalla crisi; chiede le dimissioni del governo. Al-Abadi ha affermato che in base all’articolo 61 della Costituzione, il Parlamento può ritirare la fiducia all’attuale esecutivo su richiesta del presidente o tramite un’interrogazione parlamentare. Secondo l’ex premier, il nuovo governo andrebbe formato con un numero limitato di ministri e guidato da figure indipendenti per preparare elezioni anticipate da tenersi entro il 2020.

Tunisia: governo, l’accordo è lontano

La Tunisia si trova in una situazione di instabilità a causa dell’esito del recente voto per rinnovare il Parlamento da cui sono emersi due dati allarmanti. Il primo riguarda l’estrema frammentazione dell’Assemblea popolare, tanto che sarà necessaria una coalizione almeno tripartitica per costituire il nuovo esecutivo. Il 4 novembre scade il primo mese dalle consultazioni e ancora non si vede all’orizzonte un benché minimo accordo plausibile tra i tanti partiti entrati nell’aula. Il secondo dato è l’astensione record. Il 60 per cento dei tunisini aventi diritto al voto non si è presentato alle urne. Né per eleggere il presidente della Repubblica, né per scegliere i deputati . La gente ha premiato i candidati populisti e coloro che non hanno esperienza politica, dato che chi ne ha non è stato in grado di migliorare l’economia del Paese dove la maggior parte dei giovani è disoccupata. Le sorti della Libia e della Tunisia ci riguardano da vicino, in primis per la questione migranti.

In Egitto la sfida per la fine della repressione

Nell’ultimo mese, centinaia di persone hanno sfidato il sanguinario regime di Al Sisi tornando a manifestare in piazza Tahrir, luogo simbolo della caduta di Mubarak. Gli egiziani chiedono la fine della repressione. Il barbaro assassinio di Giulio Regeni ha mostrato il volto disumano e l’arroganza del nuovo regime. Sono centinaia gli egiziani finiti in carcere senza accuse formali e torturati solo per aver osato criticare via social l’ex capo dell’Esercito.

Nel Paese dei Cedri la rabbia non conosce fede

Il primo ministro sunnita Saad Hariri, figlio di Rafik – già primo ministro ucciso nel 2005 a Beirut da un’autobomba, nonchè uno degli uomini più ricchi del Medio Oriente – ha dovuto rassegnate le dimissioni. Da quasi due settimane migliaia di libanesi, specialmente le donne, hanno bloccato strade e circondato con tende e presidi il parlamento. Ma è la prima volta che dal nord al sud del Paese dei Cedri, uomini, donne, ragazzi e ragazze appartenenti alle tre confessioni principali (sunnita, sciita e cristiana) si sono uniti nelle piazze di tutte le città per chiedere le dimissioni di “tutti, significa tutti” – lo slogan più scandito – i politici: ministri, parlamentari e persino sindaci. Nonostante il partito armato sciita Hezbollah, longa manus sul Mediterraneo di Teheran, abbia scatenato i suoi miliziani, armati di bastoni, spranghe e armi, per spaventare i manifestanti, pochi hanno lasciato le strade. I libanesi chiedono che i soldi provenienti dal pagamento delle tasse vengano usati per creare infrastrutture, per creare servizi che di fatto, non esistono, e lavoro anzichè per riempire le tasche dei rappresentanti politici. Il 5 novembre sarà il ventesimo anniversario dell’accordo di Taif che chiuse la terribile e lunga guerra civile libanese. L’accordo stabilì per legge la divisione dei poteri dello Stato tra sunniti, sciiti e cristiani, condannando il Paese a coalizioni ciniche e improduttive, oltre al dominio da parte della confinante Siria. Il protettorato de facto siriano è stato smantellato dalla rivoluzione dei Cedri avvenuta nel 2005. Ora vedremo se anche gli accordi di Taif verranno cancellati.