Il denaro ingabbia il pontificato di papa Francesco, lo soffoca, lo stritola. Ogni volta che Jorge Mario Bergoglio spalanca la Chiesa per portare ossigeno lì dove manca, tra le parrocchie vuote, le sagrestie desolate, le messe nel deserto, per cercare nuovi fedeli e nuovi sacerdoti, adesso pure sposati, i peccati e i litigi della Curia di Roma lo bloccano. Per l’appunto, lo ingabbiano. Come per l’ultimo fardello del palazzo comprato con i soldi dell’obolo di San Pietro – cioè le elemosine – nel centro di Londra con avventurosi trasferimenti di duecento milioni di dollari in Svizzera, ipotesi di piattaforme petrolifere in Angola, rapporti con il finanziere Raffaele Mincione, tensioni inaudite tra cardinali del calibro di Pietro Parolin e Angelo Becciu, tra la Segreteria di Stato e l’Istituto per le opere religiose, più conosciuto con la sigla Ior, l’indagine interna sorvegliata da Francesco, frammenti taglienti e dolorosi raccolti nelle inchieste di Emiliano Fittipaldi per l’Espresso.
Quello che l’ex arcivescovo di Buenos Aires, però, spera di lasciare ai posteri è la riforma della Curia, che non va intesa come un asfittico prontuario per accorpare dicasteri, tagliare poltrone, spolverare la macchina. Vuol dire spingere la Chiesa fuori da Roma, la Curia, il Vaticano. Vuol dire ridurre il controllo del Vaticano su un progetto di Chiesa che va oltre le mura leonine distese su pochi chilometri e che ormai risiede in Africa, in Sudamerica e nell’Est del mondo.
A sei anni dal chirografo che l’ha istituito, il Consiglio dei cardinali – nel frattempo passato da 9 a 6 componenti e con il cardinale George Pell condannato in Australia per abusi sessuali su minori – è pronto a consegnare a papa Francesco, negli incontri fissati per dicembre, il documento finale che riscrive la costituzione apostolica promulgata da Giovanni Paolo II col pastor bonus dell’88.
Il testo conferma i cambiamenti già in vigore come il dicastero per la Comunicazione o la Segreteria per l’Economia, modifiche introdotte con alterne fortune (all’Economia c’era il succitato Pell) e riduce il numero di prefetti/ministri e strutture per incorporazioni come per la diffusione del Vangelo, ma il senso va ricercato nell’ampio elenco di deleghe su temi di rilievo – in passato è successo per i libri liturgici – che vengono affidate ai vescovi diocesani e alle conferenze episcopali nazionali. Francesco vuole “delocalizzare” la Chiesa, distribuire il potere, rendere indipendenti le decisioni del clero messicano o polacco o congolese dalle mani di un gruppo di cardinali che regna in Vaticano.
Adesso la Curia di Roma è ancora più o meno intonsa e afflitta dai soliti tormenti con un duello, da anni latente e ora palese, che coinvolge il cardinale Pietro Parolin, il Segretario di Stato che ha un profilo diplomatico e scarsa dimestichezza con la politica e il cardinale Angelo Becciu, già sostituto agli Affari generali in Segreteria di Stato e Prefetto della Congregazione per le cause dei santi. Con un’abile scelta di parole, Parolin ha definito l’acquisto dell’immobile a Londra una “operazione opaca sulla quale presto si chiarirà tutto”. E Becciu, che è tipo assai fumantino, ha replicato con una dichiarazione alle agenzie di stampa per rivendicare la corretta gestione dei capitali senza sottrarre i “soldi ai poveri”.
L’origine dell’investimento londinese attraverso l’obolo di San Pietro risale all’epoca di Becciu in Segreteria di Stato e poi viene completato dal successore Edgar Peña Parra, in carica dal 15 ottobre 2018.
A Becciu non sarà piaciuto il distacco con cui Parolin ha affrontato una vicenda che riguarda l’intera Segreteria di Stato. Il fascicolo dei magistrati vaticani, che ha provocato la sospensione di cinque dirigenti, parte da una segnalazione dello Ior e del Revisore generale su operazioni sospette con i fondi delle offerte al pontefice.
Le conseguenze, non giudiziarie, sono facili da prevedere: papa Francesco sarà costretto a decidere se l’obolo di San Pietro – si tratta di 60/70 milioni di euro all’anno per un terzo destinati alla carità e per il resto alle casse della Santa Sede e ai bisogni del papato – va ancora amministrato dalla Segreteria di Stato oppure assegnato allo Ior. Più che le scintille, dal Vaticano si vedono le fiamme.