Troppi scandali, così Francesco porta la Chiesa fuori da Roma

Il denaro ingabbia il pontificato di papa Francesco, lo soffoca, lo stritola. Ogni volta che Jorge Mario Bergoglio spalanca la Chiesa per portare ossigeno lì dove manca, tra le parrocchie vuote, le sagrestie desolate, le messe nel deserto, per cercare nuovi fedeli e nuovi sacerdoti, adesso pure sposati, i peccati e i litigi della Curia di Roma lo bloccano. Per l’appunto, lo ingabbiano. Come per l’ultimo fardello del palazzo comprato con i soldi dell’obolo di San Pietro – cioè le elemosine – nel centro di Londra con avventurosi trasferimenti di duecento milioni di dollari in Svizzera, ipotesi di piattaforme petrolifere in Angola, rapporti con il finanziere Raffaele Mincione, tensioni inaudite tra cardinali del calibro di Pietro Parolin e Angelo Becciu, tra la Segreteria di Stato e l’Istituto per le opere religiose, più conosciuto con la sigla Ior, l’indagine interna sorvegliata da Francesco, frammenti taglienti e dolorosi raccolti nelle inchieste di Emiliano Fittipaldi per l’Espresso.

Quello che l’ex arcivescovo di Buenos Aires, però, spera di lasciare ai posteri è la riforma della Curia, che non va intesa come un asfittico prontuario per accorpare dicasteri, tagliare poltrone, spolverare la macchina. Vuol dire spingere la Chiesa fuori da Roma, la Curia, il Vaticano. Vuol dire ridurre il controllo del Vaticano su un progetto di Chiesa che va oltre le mura leonine distese su pochi chilometri e che ormai risiede in Africa, in Sudamerica e nell’Est del mondo.

A sei anni dal chirografo che l’ha istituito, il Consiglio dei cardinali – nel frattempo passato da 9 a 6 componenti e con il cardinale George Pell condannato in Australia per abusi sessuali su minori – è pronto a consegnare a papa Francesco, negli incontri fissati per dicembre, il documento finale che riscrive la costituzione apostolica promulgata da Giovanni Paolo II col pastor bonus dell’88.

Il testo conferma i cambiamenti già in vigore come il dicastero per la Comunicazione o la Segreteria per l’Economia, modifiche introdotte con alterne fortune (all’Economia c’era il succitato Pell) e riduce il numero di prefetti/ministri e strutture per incorporazioni come per la diffusione del Vangelo, ma il senso va ricercato nell’ampio elenco di deleghe su temi di rilievo – in passato è successo per i libri liturgici – che vengono affidate ai vescovi diocesani e alle conferenze episcopali nazionali. Francesco vuole “delocalizzare” la Chiesa, distribuire il potere, rendere indipendenti le decisioni del clero messicano o polacco o congolese dalle mani di un gruppo di cardinali che regna in Vaticano.

Adesso la Curia di Roma è ancora più o meno intonsa e afflitta dai soliti tormenti con un duello, da anni latente e ora palese, che coinvolge il cardinale Pietro Parolin, il Segretario di Stato che ha un profilo diplomatico e scarsa dimestichezza con la politica e il cardinale Angelo Becciu, già sostituto agli Affari generali in Segreteria di Stato e Prefetto della Congregazione per le cause dei santi. Con un’abile scelta di parole, Parolin ha definito l’acquisto dell’immobile a Londra una “operazione opaca sulla quale presto si chiarirà tutto”. E Becciu, che è tipo assai fumantino, ha replicato con una dichiarazione alle agenzie di stampa per rivendicare la corretta gestione dei capitali senza sottrarre i “soldi ai poveri”.

L’origine dell’investimento londinese attraverso l’obolo di San Pietro risale all’epoca di Becciu in Segreteria di Stato e poi viene completato dal successore Edgar Peña Parra, in carica dal 15 ottobre 2018.

A Becciu non sarà piaciuto il distacco con cui Parolin ha affrontato una vicenda che riguarda l’intera Segreteria di Stato. Il fascicolo dei magistrati vaticani, che ha provocato la sospensione di cinque dirigenti, parte da una segnalazione dello Ior e del Revisore generale su operazioni sospette con i fondi delle offerte al pontefice.

Le conseguenze, non giudiziarie, sono facili da prevedere: papa Francesco sarà costretto a decidere se l’obolo di San Pietro – si tratta di 60/70 milioni di euro all’anno per un terzo destinati alla carità e per il resto alle casse della Santa Sede e ai bisogni del papato – va ancora amministrato dalla Segreteria di Stato oppure assegnato allo Ior. Più che le scintille, dal Vaticano si vedono le fiamme.

Report viola la par condicio. Quella della fuffa, però…

Non sembrerebbe che Report abbia danneggiato più di tanto Matteo Salvini e la Lega nelle elezioni umbre, nonostante le accuse di avere violato la par condicio con l’inchiesta su Russiagate. E poi, perché? Per una vera violazione della par condicio devono esserci pari condizioni di partenza. L’altro giorno, mi racconta un amico professore di latino, ho sorpreso uno studente mentre si faceva suggerire il compito in classe. “Pierino, consegnami subito il compito”. Lui si è ribellato. “Perché solo io? Prof, lei sta violando la par condicio.” Finché non si scopriranno opache strategie internazionali di tutti partiti, occuparsi di quelle emerse violerà soltanto l’omertà.

In effetti, un’altra par condicio viene regolarmente violata dalla trasmissione di Sigfrido Ranucci, ogni lunedì sera su Rai3: quella della fuffa. Nell’oceano di politici, politologi, e tuttologi, le stesse fanfaluche e la stessa fantapolitica sette giorni alla settimana, Report si ostina a occuparsi di fatti nell’unico modo possibile: con massicce documentazioni e inchieste sul campo. Lunedì, dal Russiagate alle connesse ombre della narrazione in Rete, gli account fittizi creati per ingannare gli algoritmi, creare viralità in provetta e costruire consenso (che sempre più spesso è l’altra faccia della paura). Così, mentre le opinioni si sostituiscono ai fatti, il digitale prevale sul reale. Le bugie hanno le gambe lunghe, diceva Eduardo. Oggi hanno addirittura i trampoli, con tanti saluti alla par condicio.

Delrio non ha capito (ancora) il favore alle ’ndrine di Cutro

Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera, ha perso una grande occasione quando il 23 ottobre ha accettato di comparire davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Ha spiegato come mai, da sindaco di Reggio Emilia, nel 2009 è andato in visita a Cutro, in Calabria, in occasione della festa del Santissimo Crocifisso. Cutro è il paese da cui proviene la famiglia di ’ndrangheta di Nicolino Grande Aracri, condannato con altre 118 persone nel processo “Aemilia” sugli insediamenti mafiosi in Emilia-Romagna. Le motivazioni della sentenza, depositate nel luglio scorso, stigmatizzano i politici emiliani che sono andati a fare campagna elettorale a Cutro, per conquistare i voti delle comunità calabresi in Emilia.

Alla Commissione antimafia, Delrio ha risposto di non essere andato in Calabria per fini elettorali, ma per rispondere all’invito degli amministratori di Cutro che avevano stretto un “patto di amicizia” con la città di cui era sindaco. “La macchina del fango non va alimentata”, ha scandito il parlamentare, “la mia visita a Cutro è stata una visita istituzionale di 24 ore. Dal 1995 c’è un patto di amicizia tra Reggio Emilia e Cutro. Io sono andato a rappresentare la mia città e la sera prima sono andato in chiesa, ero in luoghi pubblici”.

Gli ha fatto eco Franco Mirabelli, capogruppo Pd in Commissione antimafia: “La richiesta di audizione di Delrio non ha alcun fondamento se non una ragione strumentale, dato che si voterà in Emilia-Romagna. Delrio risulta del tutto estraneo a qualunque di queste vicende”.

Certo, Delrio non è mafioso. Non è intervenuto – a differenza di altri – contro il prefetto Antonella De Miro, colpevole di sfornare misure di prevenzione (le interdittive) contro le imprese dei clan. Eppure la sua audizione all’Antimafia dimostra che, dieci anni dopo quei fatti, non ha ancora capito come si stringono i rapporti tra mafia e politica. A lui e a Mirabelli ci permettiamo di suggerire la lettura di un libro: Rosso mafia. La ’ndrangheta a Reggio Emilia, del sociologo Nando dalla Chiesa e della ricercatrice Federica Cabras, edito da Bompiani. Spiega come sia stato possibile che in una regione d’Italia, “nota nel mondo per la sua buona qualità della vita, per la civiltà della sua organizzazione sociale, per le scuole materne ed elementari modello d’eccellenza mondiale”, si sia impiantata una mafia feroce e vorace. Come si siano confrontate “due civilizzazioni”, “il socialismo emiliano e il modello cutrese”, con la vittoria di quest’ultimo. Delrio non ha capito come gli insediamenti mafiosi al Nord si nutrano di segnali culturali più ancora che di minacce e di violenza. Non ha capito come la presenza in una chiesa, la partecipazione a una processione, l’omaggio al Santissimo Crocifisso di Cutro siano stati un segnale fortissimo per i clan di ’ndrangheta e per le comunità calabresi in Emilia. Non ha capito che oltre al piano giudiziario, sul quale nulla gli è imputato, esiste un piano culturale, delicatissimo e cruciale. Delrio – che è persona perbene – è rimasto vittima di sottovalutazioni e di trame che si sono consumate a sua insaputa. È l’eterna ambiguità dei mafiosi al Nord che ripetono, a Reggio Emilia come a Buccinasco, che non bisogna criminalizzare le imprese calabresi accusandole di essere mafiose. Dieci anni dopo, Delrio avrebbe potuto dare un bel segnale d’inversione di tendenza. Avrebbe potuto dire: “Ho sbagliato. Ho sottovalutato la forza dei simboli. In buona fede ho compiuto atti pubblici che sono stati usati, contro la mia intenzione, per rafforzare piani criminali. Ho capito e ora lo dico forte ai miei colleghi, di destra e di sinistra: non sottovalutate i segnali culturali”. Sarebbe stato coraggioso. Sarebbe stato rivoluzionario. Non è andata così.

Negare le mafie: Una subcultura che pagheremo

Signor direttore, nella prima relazione della Commissione d’inchiesta sulla mafia approvata dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio (6 aprile 1993, presidente Violante, relatore Brutti), si legge testualmente: “I mafiosi prendono decisioni che riguardano la collettività. I rapporti tra autorità costituite sono profondamente ambivalenti. Da un lato, essi non rispettano la legge e sono in grado di opporsi alla pressione dell’apparato giuridico e governativo. Dall’altro, agiscono in connivenza con l’autorità ufficiale e rafforzano il proprio controllo attraverso rapporti occulti, ma concreti, con coloro che ricoprono cariche ufficiali”. […]. Il modello corrisponde a una lunga consuetudine di comportamenti (sottintende un costume, una storia) ma è anche alla base di strategie esplicite, come quelle proprie di Cosa Nostra.

Le mafie – in definitiva – sono un anti-Stato violento e sanguinario, ma si propongono al contempo un disegno durevole di Stato alternativo, il quale si infiltra e occupa gli spazi di quello ufficiale. Da questa analisi sono passati più di 25 anni e la conoscenza del fenomeno mafioso si è grandemente rafforzata, via via che le mafie si evolvevano e progredivano. Generazioni di giovani si sono formate sugli insegnamenti di Falcone e Borsellino e nella collettività italiana si è diffusa una vasta consapevolezza della minaccia mafiosa. Nelle Procure operano validi magistrati che mettono a repentaglio la loro vita e serenità familiare per difenderci dal male; molti cronisti sono sotto scorta per il dovere che svolgono di informarci sugli sviluppi di queste metastasi; l’associazionismo antimafia è diffuso e vivace. Tuttavia, vi sono altrettanti settori della società italiana (specie nell’avvocatura e nell’accademia ma anche – è triste doverlo constatare – nella sedicente intellettualità dei diritti) che opinano che le mafie non siano una minaccia con caratteristiche speciali e potenzialità eversive peculiari. Si va affermando la convinzione che quella micidiale doppiezza, che la Commissione d’inchiesta aveva messo così bene in chiaro, non sia un rischio maggiore della criminalità comune. Questa visione normalizzata delle stragi del 1992-1993, oggi mira a diventare egemone nella cultura e nel discorso pubblico italiano. Essa ignora centinaia d’inchieste e processi su e giù per l’Italia (non solo dalla Sicilia alla Calabria e alla Campania, ma anche dalla Lombardia all’Emilia Romagna, dal Piemonte alla Liguria), altrettanti scioglimenti di Comuni per mafia, tonnellate di droga sequestrata e innumerevoli omicidi, susseguitisi negli anni (in Italia come in Europa – un solo esempio per tutti, la strage di Ferragosto 2007 a Duisburg, in Germania). Le recenti sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (sollecitata da giuristi italiani) e della Corte costituzionale sui reati c.d. ostativi e quella della Cassazione sul processo Mondo di mezzo-Mafia capitale sono il frutto amaro di questa nuova narrazione. Pensare che i mafiosi definitivamente condannati (i quali – si badi – hanno goduto delle amplissime garanzie che il processo penale italiano offre) debbano accedere agli stessi benefici detentivi dei ladri di macchine o dei truffatori degli assegni scoperti denota una profonda ignoranza della storia d’Italia.

Ritenere che – nell’epoca in cui, oltre ai tradizionali domini terrestre, marino e aereo, si afferma prepotentemente quello cibernetico – l’art. 416-bis si applichi solo alle zone in cui le cosche hanno un visibile controllo del territorio, a prescindere dai mezzi tecnologici, significa leggere la realtà in modo deformato. Se le élite istituzionali, professionali e intellettuali italiane cederanno a questo negazionismo, commetteranno un tragico errore, che farà scorrere altro sangue e che pagheremo tutti.

Paolo Borrometi, vicedirettore Agi; Maria Agostina Cabiddu, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico Politecnico Milano; Davide Mattiello, già deputato e membro della comm.ne antimafia; Lucrezia Ricchiuti già senatrice e membro della comm.ne antimafia; Alberto Vannucci ordinario di Scienza politica Università di Pisa

Bellanova e il merito degli immeritevoli

Avevamo deciso di ignorare tutte le dichiarazioni, le mosse, le faccette degli esponenti del neonato partito dato al 3,5% che fa capo a Matteo Renzi. È vero, così si perde l’occasione di arricchire la galleria di maschere e caratteristi che ci hanno resi famosi nel mondo, ma se ne guadagna in igiene mentale. Poi però c’è stata la Leopolda, e da lì sono uscite idee e visioni del mondo (si fa per dire) che godono di un certo credito anche presso gli insospettabili, perciò urge un richiamo.

Teresa Bellanova, ministro delle Politiche agricole e alimentari nel governo che Renzi ha patrocinato al fine di cannoneggiarlo ogni giorno, ha lanciato un messaggio forte: “Chi ce l’ha fatta non è un nemico”. Lasciando stare per un attimo il ribaltamento della realtà che ancora fa credere a Renzi di essere, insieme ai suoi accoliti, “uno che ce l’ha fatta”, è interessante che la frontwoman di “Italia qualcosa” abbia acceso la platea con queste parole: “Chi ce l’ha fatta, ce l’ha fatta per merito, e il merito è di sinistra! Che si tratti della selezione delle classi dirigenti, dei concorsi, di dirigenti da individuare nella pubblica amministrazione, il merito è il nostro unico parametro di misura, e su questo vi sfidiamo, perché non siete stati in grado di fare questa scelta in passato!”. A parte che non si capisce chi stia sfidando Bellanova, a rigor di logica questa scelta non viene fatta neanche nel presente, visto che ella – duole doverlo rimarcare proprio noi, che non diamo alcun valore al concetto di merito – secondo i criteri di selezione che le sono cari non farebbe certo il ministro. Ma uscendo dal caso singolo, il fatto che questo discorso sia stato accolto e condiviso con tanto fervore impone una riflessione. Il concetto di merito trasuda dal capitalismo e dal liberismo; ne è l’essenza. Scartare i candidati meno “performanti”, valorizzare i presunti competenti e le eccellenze: sono tutte parole d’ordine che dalla fabbrica hanno conquistato i padroni del silicio e della merce immateriale.

L’elogio della meritocrazia – un’utopia in cui a dirigere un Paese sono i più bravi – ha contaminato la cultura della sinistra liberale in opposizione al clientelismo, al familismo, alla logica mafiosa e massonica. Molti sono scesi in piazza per difenderlo contro i privilegi della casta. Il neo-liberismo dei politici rampanti alla Blair e loro addentellati minori, come Renzi, ne ha fatto la sua bandiera, in assenza di una visione politica che mettesse la giustizia sociale al centro del suo orizzonte. La palingenesi è stata presa per buona da larghe fette dell’elettorato, convinte di votare chi finalmente premiava i meritevoli. Non è sembrato stridente che i fautori del merito fossero gli stessi che nei posti di potere mettevano gente dai meriti ignoti: amici di gioventù già lardellati di incarichi a 30 anni, prestatori di case in centro, ragazze di bella presenza e poca sostanza, affiliati di clan regionali.

Ma chi stabilisce cos’è il merito? Secondo quali criteri? Le università d’èlite sfornano ogni anno meritevolissimi rampolli del ceto alto. I giovani che devono lavorare per mantenersi avranno un curriculum meno brillante rispetto ai loro colleghi più fortunati, non costretti a farsi sfruttare dalle start-up o a consegnare sushi ai figli di papà per pochi euro. Di questo, una classe politica di salvati non può darsi pena.

Le parole della Bellanova sono tossiche, oltre che incongruenti. È proprio grazie al fatto che il merito non è l’unico parametro di misura, che una donna col diploma di terza media e un passato da bracciante, come recita la mitografia a lei ascrivibile, siede al governo della nazione. Per noi, chi ha passato la vita a lottare per le rivendicazioni sindacali potrebbe far meglio di un bocconiano; ma chi parla come Briatore non ha diritto di spiegare cosa è di sinistra.

È del tutto coerente che Teresa Bellanova, creatura di Renzi e vera concrezione del suo storytelling farlocco, ripeta la professione di fede del suo mentore. Il quale, incredibile a dirsi, oggi vuole apparire come un giovane di grandi speranze pronto a “fondare l’Italia sul merito, sulla conoscenza e non sulle conoscenze”, come diceva nel 2014, prima di occuparsi con meticolosa irresponsabilità di stracciare lo Statuto dei lavoratori del 1970 e di esportare il modello manageriale alla Scuola e all’Università, sponsorizzando insieme agli amici imprenditori e squali della finanza un assetto del mondo competitivo e classista. Quello che molti chiamano merito è in realtà darwinismo sociale: solo i più forti sopravvivono, gli altri soccombono. È l’ennesima impostura ricattatoria legata al privilegio economico e familiare, crisma razziale del vantaggio genetico, olio per la macchina micidiale della competizione.

La sovranità appartiene al popolo, non ai meritevoli. Se ne facciano una ragione Renzi e gli immeritevoli miracolati amici suoi.

Mail box

Questa società non merita Bob Dylan o Churchill

Per il M5S non ci sarà mai spazio tra i piccoli borghesi odiatori, tutta gente scossa nella propria fibra più intima da un desiderio incontenibile di sottomissione a un uomo forte e, al tempo stesso, di dominio sugli inermi. Sono pronti a baciare le scarpe di qualsiasi nuovo padrone purché venga dato anche a loro qualcuno da calpestare. Di questo passo, la rivoluzione non la faranno i 5S, la faranno i proprietari di due camere e cucina in un condominio di periferia.

Mi sono permesso l’utilizzo di alcuni passi tratti dal libro di Antonio Scurati, “M il figlio del secolo”, una fantastica storia romanzata sull’ascesa del fascismo. Me ne sono concesso l’utilizzo, intercalando pezzi della nostra attualità, per constatare come, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambi.

Quello che invece oggi cambia, rispetto al passato, è la condizione economica, il nostro corpo e la nostra mente sono sempre meno stimolati, viviamo meglio e di più, ma i tempi di maturazione nei giovani si sono allungati, il coefficiente di disperazione si dissolve nelle pieghe dei divani davanti a infinite e ridicole telenovela politiche o si ridicolizza tra le faccette gialle dei like.

Sono certo che, nel bene o nel male, non rivedremo mai più personaggi di altissimo profilo, questa società non merita Bob Dylan o i Pink Floyd, Churchill o Gandhi, si dovrà accontentare di ascoltare Sfera Ebbasta e votare Salvini.

Maurizio Contigiani

 

I politici trascurano i veri problemi durante le elezioni

In queste ultime settimane l’opinione pubblica è stata quasi esclusivamente orientata dalle Tv e dai quotidiani nazionali verso la tornata elettorale umbra. Nulla da eccepire sotto il profilo comunicativo, ma si registra anche stavolta una minore attenzione per le reali necessità del nostro Paese.

Nicodemo Settembrini

 

Il progetto Fca-Psa avvera le previsioni di Marx

Il progetto di fusione Fca-Psa conferma la teoria di Marx che aveva previsto per il tardo capitalismo la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi determinata dall’avvento di giganteschi poli industriali nei confronti dei quali le piccole e medie imprese non sarebbero state più in grado di competere. Solo chi riesce a investire enormi capitali per l’innovazione e l’ammodernamento dei sistemi produttivi può sopravvivere salvaguardando i propri guadagni nonostante la caduta tendenziale del saggio di profitto. Ne consegue una ulteriore accelerazione del processo di impoverimento o di proletarizzazione del ceto medio che è diventato quindi irreversibile. Tutto ciò veniva e viene irresponsabilmente ignorato dai fan della globalizzazione neoliberista. Anzi, le assurde politiche di austerity attuate dalla destra e dalla pseudo sinistra, che in Italia hanno lasciato sul terreno 5 milioni di poveri assoluti e altrettanti milioni di lavoratori precari usa e getta, hanno peggiorato la situazione fino a completare l’opera di lacerazione del tessuto sociale avviata dai processi economico-finanziari del neocapitalismo. La rivoluzione attuata da Marx nel campo delle scienze sociali ed economiche può essere paragonata a quella realizzata da Einstein nell’ambito della fisica con la Teoria della relatività.

Maurizio Burattini

 

Tasse, Renzi & C. alimentano la cultura dell’evasione

“Tutto quello che è tassa fa male all’Italia”. La frase più individualista, familista e di destra, dai tempi di Berlusconi regnante, l’ha pronunciata Renzi, ma è passata inosservata. Anche perché pochi in Italia percepiscono la relazione tra il buon funzionamento fiscale e il buon funzionamento del Paese. Molti pensano che ospedali, scuole, giustizia, auto della polizia per la sicurezza siano gratis. E che il disastroso stato di edifici e servizi pubblici sia solo colpa di chi ne ha la responsabilità. E non invece dovuto soprattutto alla mancanza di soldi pubblici, con conti sempre in deficit causato da una evasione fiscale enorme, cronica, praticata anche dal Vaticano e giustificata da politici che maledicono le tasse tutti i giorni, per avere il consenso addominale.

Vorrei pochi messaggi, ma radicali, dalla sinistra. Del tipo: “Se ci aiutate con la vostra correttezza fiscale, vi daremo in cinque anni un Paese che funziona”; “Nessun cittadino dovrà sognare la pubblica amministrazione francese senza burocrazia inutile, i tribunali inglesi con tempi brevi per punire prepotenti e furbi, esami medici con attese tedesche, asili svedesi e i loro servizi alle madri, laboratori americani per i nostri giovani ricercatori”; “un Paese efficiente dipende da noi: chi maledice le tasse, scassa lo Stato”.

Massimo Marnetto

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri per un errore nella cartina di pagina 3, “La mappa delle regioni”, sono state invertite Abruzzo e Marche. Ce ne scusiamo con i lettori.

FQ

 

Nell’articolo “La Caffaro avvelena ancora, Brescia apre due inchieste”, pubblicato il 29 ottobre, abbiamo scritto per errore che l’area interessata è di 116 mila ettari anziché di 116. Ce ne scusiamo con i lettori.

FQ

“Mamma li peronisti”, appena ritorna lo Stato i capitali fuggono

La Borsa di Buenos Aires crolla dopo la vittoria dei peronisti (populisti) al governo. C’è una strana correlazione fra il caso di Buenos Aires (e pure delle Borse cilene) e i comportamenti italiani dello spread e della Borsa (non ultimi gli atteggiamenti della Ue verso di noi), quando in Italia alle elezioni hanno vinto nel 2018 i populisti. Cioè, pare che quando prevale elettoralmente qualcuno che vorrebbe fare qualcosa, almeno nelle intenzioni, a favore dei poveri, dei disoccupati, degli ultimi, il potere, la Borsa, la finanza reagiscono come se fossero state morse da un cobra. Forse perché pensano che, per trovare le risorse per migliorare di un briciolo la vita dei più sfortunati, dovranno diminuire di qualche centinaio di euro o dollari i loro enormi guadagni e i loro stili di vita, e non ci pensano per nulla. Non si rendono conto che una migliore ridistribuzione delle ricchezze renderebbe più ricchi tutti, pure loro, con l’aumento dei consumi e la stabilità sociale. Beata ignoranza, se si può definire beata.

“Mamma li peronisti”. L’allarme è tornato immediato dopo la vittoria del Frente de Todos di Alberto Fernandez e Cristina Kirchner. Vittoria favorita dall’impennata della povertà, dal ricorso al debito e di nuovo all’aiuto del Fmi per 57 miliardi di dollari che ha caratterizzato la presidenza del liberista Macri. Il quale ottenne la vittoria promettendo “povertà zero” e l’ha portata dopo quattro anni al 32%. Eppure la sua sconfitta ha aizzato di nuovo l’odio contro il peronismo. Che negli ultimi anni andrebbe definito come kirchnerismo, visto che i due coniugi, Nestor e poi Cristina, hanno governato per 12 anni. Il kirchnerismo, in realtà, ha portato l’Argentina fuori dalla crisi sia pure con storture evidenti: una corruzione mai estirpata e un’economia dipendente dal prezzo delle materie esportate (in particolare la soia). Il punto è che il neo-peronismo ha affrontato le difficoltà utilizzando la leva dello Stato agendo sul deficit pubblico e sul controllo pubblico del cambio. Una bestemmia per i capitali internazionali sempre alla ricerca di un profitto immediato e cospicuo. Se ci fa caso, quando questi vengono garantiti, le società oggetto delle loro carezze sprofondano. All’Argentina è già successo tre volte. Il “peronismo” ha fatto leva sullo Stato, anche con contestazioni da sinistra e dal fronte sindacale. Ma l’idea che alla crisi si possa rispondere con l’intervento statale fa ancora paura. Salvo quando lo Stato serve a pagare i debiti lasciati dalle compagnie private.

La questione dei malavoglia

Nel suo editoriale di ieri su Repubblica , il direttore Carlo Verdelli esorta Cinque Stelle, Pd e gli altri cespugli giallorosa a “non sprecare una sconfitta”, quella delle Regionali umbre. E in buona sostanza, chiede a Conte e ai suoi di dare al governo “un senso che lo differenzi drasticamente da quello precedente”. Argomentazioni più o meno condivisibili, ma qui al direttore Verdelli vorremmo sottoporre un’altra questione, che più ci preme. Nello stesso editoriale si riferisce ai giallorosa come al “governo dei malavoglia” e specifica il copyright di questa definizione (“cit. Massimo Giannini”). Ecco, direttore: si sbaglia. La definizione “governo dei Malavoglia” appartiene al nostro fondatore, Antonio Padellaro. L’aveva coniata addirittura prima dell’insediamento del Conte bis. E ci aveva visto lungo, sostenendo che il rischio più grande per Pd e Movimento 5 Stelle fosse quello di continuare a guardarsi con reciproca diffidenza. Come poi effettivamente hanno fatto. È interessante – in qualche modo fa piacere – che anche a Repubblica, dove si coltivano visioni e linee editoriali tanto distanti da questa, alla fine si sia convenuti alla stessa definizione. Evidentemente leggere Il Fatto fa bene.

L’intesa conviene a tutti e premia Exor. Ma col taglio dei costi rischia solo l’Italia

Fare in fretta. Soprattutto per contrastare la profonda crisi di Fca sul mercato europeo dell’auto. Poi, ed è la questione decisiva, offrire (sempre a Fiat-Chrysler) una prospettiva sul fronte delle vetture elettriche, superando la drammatica assenza di ricerca e piattaforme. Le ragioni buone della trattativa tra Peugeot e Fca sono queste e non sfuggono, con una certa identità di analisi, ai commentatori francesi e italiani, appena moderate dalle considerazioni sui futuri assetti del gruppo che nascerebbe da una fusione “paritaria” (50 per cento ciascuno). John Elkann, oggi il vero “capo” di una Fca divisa tra Detroit (imperiale) e Torino (ormai vassalla), assumerebbe il ruolo di presidente “di garanzia”, mentre l’amministratore unico diventerebbe l’ad di Peugeot, il portoghese Carlos Tavares. Per gli attuali equilibri di Fca, significherebbe un ritorno al passato, all’epoca di Sergio Marchionne, allora considerato con Carlos Ghosn di Renault (poi incappato in guai giudiziari) e appunto Tavares (già collaboratore di Ghosn) ai vertici della classica mondiale dei manager dell’auto.

Le diversità tra questo possibile accordo e la precedente iniziativa di Fca con Renault, fallita nel giugno scorso, sono anch’esse positive. Allora l’offerta partiva da Detroit-Torino ed era spiegabile con la supremazia, per quanto riguardava la capitalizzazione, di Fca, mentre in questo caso sono i francesi ad avanzare la proposta, forti di un valore iniziale attorno ai 23 miliardi di euro contro 18 miliardi, ma con la possibilità che gli attuali aumenti di Borsa possano riavvicinare le posizioni e forse assicurare, in sede di concambio, addirittura un “premio” agli azionisti guidati da Elkann (come era previsto ai tempi di Renault). Più semplici anche le condizioni dell’assetto di Peugeot, saldamente nelle mani della famiglia che dà il nome al marchio più importante e con una partecipazione dello Stato francese (vale circa il 12 per cento) molto meno strategica di quella posseduta nella società condotta da Jean Dominique Senard. Sull’accordo mancato di giugno pesarono soprattutto i veti del governo di Parigi (che oggi invece sembra manifestare prudenza e attenzione) e il fatto che Fca si inserì nei profondi contrasti tra Renault e l’alleato giapponese Nissan: facendo naufragare l’ipotesi di un matrimonio davanti alla realtà di un fragile ménage à trois, nell’azzardo troppo sottovalutato di Elkann.

Il percorso odierno, dunque, è all’apparenza più facile, agevolato da realtà quasi omogenee, con Peugeot che si è mossa per prima, favorita soprattutto da quanto i francesi possono garantire a Fca per tecnologie e modernità. Piattaforme produttive dell’auto tradizionale in grado di dialogare con i modelli del Lingotto e assorbirli, riducendo i costi, ma in particolare tutto ciò che è legato al futuro dell’auto elettrica. Un tempo poco amata da Tavares, ma oggi la vera risorsa avanzata di Peugeot (molte delle sue auto sono già prodotte anche nella versione ibrida o elettrica e, dal gennaio prossimo, nuovi modelli con queste caratteristiche saranno presentati sul mercato, a cominciare da una versione della 208 elettrica a cinque porte), assieme a un’innovazione sul fronte dei servizi da offrire. Vendere auto elettriche significherà soprattutto garantire un “pacchetto” capace di risolvere il problema delle ricariche (oggi i “punti” esistenti nell’area Ue sono solo 140 mila) a cominciare da colonnine da installare nei parcheggi e nei garage privati, favorendo anche una fidelizzazione al marchio.

L’Italia e Fca sono le più carenti da questo punto di vista, anche se la fusione aprirebbe subito la necessità di decidere se la preparazione embrionale per la linea della 500 elettrica a Mirafiori abbia ancora un valore strategico o vada rivista come primo effetto.

Un capitolo questo che riporta al tema della fretta per l’accordo e ne apre subito un altro, legato alla situazione della produzione italiana di Fca-Fiat nei suoi attuali cinque stabilimenti, segnati dal fallimento del “polo del lusso”, dal continuo ricorso alla cassa integrazione e da una potenzialità teorica di un milione e 500 mila auto all’anno contro le 700 mila effettive. Se Tavares sarà un amministratore unico alla Marchionne, che mosse adotterà nel nostro Paese? Il governo transalpino ha già parlato di “conservazione dell’attuale occupazione” in Francia, mentre il ministro Patuanelli per ora si è limitato invece a definire la trattativa “un’operazione di mercato”. Può bastare per il futuro della produzione dell’auto in Italia?

Whirlpool, è tregua armata: rimandata la fuga da Napoli

Più che un vero spiraglio, una pace armata. Un piccolo passo indietro da parte della Whirlpool e così la trattativa con il governo e con i sindacati per salvare lo stabilimento di Napoli può ora riaprirsi. La distanza però non si è ridotta di un millimetro rispetto all’ultimo incontro. Perché, se è vero che la multinazionale degli elettrodomestici ha momentaneamente fermato i 410 licenziamenti e la cessione dell’impianto, l’ipotesi di vendere e andarsene dal capoluogo campano è tutt’altro che tramontata. Anzi, è ancora la preferita; l’unica novità è che nel frattempo la Prs, impresa svizzera che era stata individuata per il rilancio, ma bocciata dai rappresentanti dei lavoratori, minaccia di sfilarsi.

Stando a quanto aveva detto la Whirlpool dopo l’incontro del 15 ottobre al ministero dello Sviluppo, la fabbrica partenopea avrebbe dovuto chiudere domani. Una decisione drastica che derivava “dalla mancata disponibilità del governo a discutere il progetto di riconversione del sito”. Dopo due settimane di contatti, ieri mattina lo stesso ministro Stefano Patuanelli ha annunciato il ripensamento: “In queste ore – ha detto con un video su Facebook – l’azienda mi ha comunicato la volontà di ritirare la procedura di cessione. Ora ci sono le condizioni per sederci a un tavolo con le parti sociali per provare a trovare una soluzione industriale anche con un impegno del Governo”. Quel tavolo, però, parte di nuovo in salita: la produzione di lavatrici non sarà fermata nell’immediato futuro, ma la mossa della Whirlpool serve solo a prendere tempo. Lo si legge nella nota diffusa dalla multinazionale: “La situazione di mercato – ha ripetuto ancora una volta – rende insostenibile il sito e necessita di una soluzione a lungo termine”. In pratica, problema solo rimandato.

Per i sindacati, invece, il punto imprescindibile è l’accordo firmato con l’allora ministro Luigi Di Maio il 25 ottobre 2018, che confermava Napoli come stabilimento dal quale vengono fuori le lavatrici di alta gamma. Secondo Gianluca Ficco della Uilm, “la vendita che ci era stata prospettata era una chiusura mascherata; per noi si parte dagli accordi firmati un anno fa”. “Ci si potrà confrontare senza il ricatto della chiusura, individuando le condizioni per continuare a produrre lavatrici nello stabilimento di Napoli”, ha detto la leader Fiom Francesca Re David insieme con la segretaria responsabile del settore Barbara Tibaldi. Lo scopo della Whirlpool, però, come detto è un altro.

Difficile immaginare quanto tempo ci vorrà per delineare lo scenario. Per il capo dei metalmeccanici Cisl Marco Bentivogli, la tregua durerà fino a marzo. In effetti, in primavera scadranno gli ammortizzatori sociali, mentre l’impegno della Whirlpool a non agire con licenziamenti collettivi, previsto dall’accordo, vale fino a dicembre 2020. La Passive Refrigation Solution, che ha il progetto di prendersi lo stabilimento per produrre container frigoriferi, sta mettendo fretta: “Non siamo in grado di confermare che la disponibilità nel prendersi carico della situazione di Napoli rimarrà invariata nel periodo ipotizzato dal Governo per la ricerca di un’alternativa”, ha fatto sapere non nascondendo il fastidio per i “giudizi espressi rispetto al piano Prs in assenza di un esame dei contenuti”.

Intanto, oggi i metalmeccanici terranno uno sciopero di due ore per chiedere di risolvere le tante crisi aziendali del settore. Oltre alla Whirlpool e all’ex Ilva, a rischio – tra gli altri – sono gli operai della Blutec a Termini Imerese, della Jabil a Caserta, della ex Merloni in Umbria e nelle Marche, della Ferriera a Trieste e della Wanbao a Belluno. A rischio ci sono migliaia di posti di lavoro.