Fca-Psa, la fusione europea del “Marchionne francese”

Stavolta le nozze per la ex Fiat sembrano certe e riguardano Peugeot-Psa. Si tratta probabilmente della consegna definitiva dell’automobile italiana a un azionariato estero. Sergio Marchionne, con l’operazione Chrysler, aveva comunque tenuto l’asse Detroit-Torino, ma stavolta gli Agnelli cedono il comando operativo a Parigi. L’accordo La conferma la dà implicitamente il Wall Street Journal, dando per certa la fusione, quando scrive che “sono stati avvertiti i governi francese e statunitense”. Italia non pervenuta, anche se la Exor degli Agnelli avrà comunque un ruolo centrale e John Elkann prenderà la presidenza della futura società, mentre l’amministratore delegato sarà Carlos Tavares, il manager di Peugeot.

Psa avrà sei posti nel futuro Cda e Fca ne avrà 5. La fusione sarà paritaria sul piano delle azioni nonostante la società francese valga di più di quella italiana e quindi la ex Fiat avrà un corrispettivo finanziario, quindi un mucchio di soldi per gli azionisti. Infatti si prepara a distribuire 5,5 miliardi di dividendo agli azionisti di cui 1,6 alla famiglia Agnelli. I francesi vogliono portare a casa la fusione ed esserne il motore effettivo.

Nascerà il quarto gruppo mondiale, dopo Volkswagen, Toyota e Renault-Nissan, ma davanti a General Motors. Il fatturato complessivo sarà di oltre 180 miliardi, circa 8 miliardi di utili per 8,7 milioni di veicoli venduti all’anno, 14 marchi complessivi e oltre 400 mila dipendenti: 211 mila quelli attuali di Psa e circa 198 mila di Fca.

Il manager Tavares si gioca un bel salto di carriera. Nel mondo dell’auto è stato definito negli ultimi tre anni uno dei tre migliori leader automotive: gli altri due, Carlos Ghosn e Sergio Marchionne, non ci sono più. Il secondo è morto un anno fa e il primo è stato fatto fuori da una faida interna al gruppo Renault-Nissan e accusato di furto e malversazione.

Tavares invece sembra sulla cresta dell’onda. Di Ghosn è stato il numero due proprio in Renault dove si è fatto le ossa dopo la laurea in Ingegneria. Chi lo conosce dice che vive, pensa e respira con le automobili, un destino fin da ragazzo. In Renault, suo primo lavoro, scala velocemente tutta la gerarchia interna passando da semplice stagista a responsabile del mercato nordamericano e poi a numero 2 dell’azienda. Quando Ghosn capisce che potrebbe diventare il suo sostituto, lo induce a lasciare gli uffici e lui passa a Peugeot, dove diventa il grande risanatore, destino analogo a Marchionne. Nel 2013, anno del suo arrivo, il gruppo perdeva circa 3 miliardi di euro e lui in pochi anni ha riportato l’attivo, arrivando anche a rilevare la tedesca Opel che la Germania di Angela Merkel non aveva voluto cedere a suo tempo proprio a Marchionne.

Le ricostruzioni della carriera di Tavares, però, non danno abbastanza rilievo al fatto che il salvataggio di Peugeot è stato reso possibile da un cospicuo intervento pubblico dello Stato entrato nel capitale sociale con 800 milioni di euro e ponendo una garanzia pubblica di sette miliardi alle obbligazioni emesse dalla banca Psa a rischio di crac. Dopo quattro anni, lo Stato è formalmente uscito dal capitale e ha anche realizzato una plusvalenza rivendendo le azioni a 1,92 miliardi. Solo che le ha rivendute alla banca Bpifrance che è posseduta per il 50% dalla Cassa Depositi e Prestiti francese (di proprietà pubblica) e per il 50%… dallo Stato. A dicembre 2018 la Republique è così padrona del 12,23% delle azioni di Peugeot, mentre il 19,50% è posseduto dalla famiglia e una quota analoga dai cinesi della Dongfeng Motor con sede a Hong Kong. Il salvataggio del 2013 si deve soprattutto a loro.

Gli operai Tavares è noto per le maniere spicce. Quando si è installato alla guida del gruppo ha ridotto i costi, tagliato i salari, ridotto le spese per gli impianti. Quando ha rilevato la Opel ha soppresso il 25% della forza lavoro. Per l’espulsione di oltre 6000 dipendenti in Francia ha chiesto anche gli aiuti Feg (il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione) della Commissione europea che glieli ha concessi. Quindi, risanatore, ma sempre con quella dose di aiuti di Stato, di intervento pubblico e di costi scaricati sul lavoro che rappresentano il kit del “bravo manager”.

I governi Funzionerà anche per l’occupazione? Lo Stato francese ha assicurato che “vigilerà”. L’Italia si limita a dire, con il ministro Stefano Patuanelli, che si tratta di “un’operazione di mercato”. Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, parla di “attenzione rispettosa e consapevole”. Poca roba. Sul fronte sindacale Uil e Cisl abbastanza favorevoli, la Fiom-Cgil più prudente. Ma che ci siano sovrapposizioni di modelli non lo nega nessuno ed è difficile che l’occupazione non sia intaccata. Quello che è intaccato definitivamente è il futuro dell’automobile italiana.

Due pistole puntate contro, in casa Serata incubo per l’ex Juve Marchisio

Serata da incubo a casa dell’ex calciatore della Juventus e della Nazionale, Claudio Marchisio. Una banda di rapinatori ha fatto irruzione nell’abitazione torinese del “principino”, a Vinovo, minacciando lui e la moglie Roberta Sinopoli.

Intorno alle 20:30 di martedì sera, la coppia stava guardando la televisione sul divano di casa quando, all’improvviso, si è trovata di fronte quattro banditi armati. I malviventi gli hanno puntato contro le pistole intimando di consegnargli oro e contanti: “Aprite la cassaforte e non vi succederà niente”. I revolver erano almeno due. A Marchisio e consorte non è restato altro da fare che digitare il codice segreto della cassetta di sicurezza e riporre il contenuto in una valigia. Ottenuto ciò che volevano, i quattro sono fuggiti facendo perdere le tracce. Hanno agito a colpo sicuro: ne sono convinti i carabinieri: avrebbero curato i movimenti dei coniugi, pianificando di entrare dalla porta-finestra della cucina. Tutto si è svolto con estrema rapidità.

I furfanti non hanno rubato solo gioielli e denaro, ma anche orologi e costosi capi d’abbigliamento per un valore di decine di migliaia di euro. A qualche ora dall’aggressione, è lo stesso Marchisio a commentare su Twitter la vicenda, postando una foto con la famiglia: “Se entri nella casa di una persona per derubarla sei un delinquente. Se punti la pistola al volto di una donna sei un balordo. Se da una storia simile tutto quello che riesci a ricavarne è una battuta idiota o una discriminazione territoriale di qualsiasi tipo, sei un poveretto. A tutti gli altri un sentito grazie per la vostra vicinanza”.

L’attacco da sinistra fallisce. Il patto italo-libico resta

Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, proporrà di “convocare la commissione italo-libica” per “favorire un ulteriore coinvolgimento delle Nazioni Unite” e “migliorare l’assistenza ai migranti salvati in mare e le condizioni dei centri”. Il ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, prevede che i decreti Sicurezza del suo predecessore, Matteo Salvini, saranno modificati entro l’anno, almeno secondo i rilievi formulati dal capo dello Stato. Ma le concessioni a parte del Pd, alle sinistre di LeU, al Tavolo asilo e a chi invoca “discontinuità” nelle politiche dell’immigrazione, si fermano qui. La scadenza del 3 novembre, ultimo giorno per modificare il Memorandum italo-libico negoziato dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti nel 2017 con il governo provvisorio di Tripoli, trascorrerà senza notifiche da parte italiana. Prevede soldi, sostegno logistico, jeep e motovedette ai libici per controllare i migranti a terra e in mare. L’accordo si rinnoverà per mutuo consenso al termine del triennio, il 2 febbraio 2020.

“Può essere modificato e migliorato”, ha detto ancora Di Maio ieri. È innegabile come abbia contribuito, attraverso il rafforzamento operativo delle autorità libiche, a ridurre in maniera rilevante gli arrivi dalla Libia (da 107.212 del 2017 a 2.722 all’ottobre 2019) e, conseguentemente, le morti in mare ” (gli arrivi via mare in realtà sono di più, alla data di ieri 9.532 contando gli altri Paesi del Nordafrica, Tunisia in primis e la rotta orientale, ma non superano i 150mila come in passato).

Nessuno mette in discussione le enormità delle violazioni dei diritti umani in Libia, tutti sanno che ora c’è di nuovo la guerra civile, ma il ricatto di chi potrebbe far partire migliaia di persone (sono 650mila gli stranieri nel Paese) è ritenuto argomento più forte di qualsiasi altro. L’esecutivo avrebbe preferito che non se ne parlasse nemmeno prima del 3 novembre. Di fronte al ginepraio libico, ha anche paura di indebolire il governo di Fayez Al Serraj e le forze locali che hanno ricevuto i finanziamenti da Minniti in poi, peraltro esposti alle offensive delle milizie facenti capo al generale Khalifa Belqasim Haftar che controlla la Cirenaica ed è sostenuto dai francesi. Mille i morti accertati dall’aprile scorso, tra cui 100 civili e migranti rinchiusi dei centri, ma anche centinaia di migliaia di libici sfollati.

L’accordo, nonostante il parere contrario di autorevoli giuristi, non è mai stato sottoposto a ratifica parlamentare né lo sarà. Un voto ci sarà a gennaio per i finanziamenti: la partita politica si giocherà allora benché nessuno pensi di far cadere il governo, sempre che duri, sui migranti.

A interrogare Di Maio alla Camera era Laura Boldrini del Pd, la replica è stata affidata a Lia Quartapelle (Pd). Il segretario Nicola Zingaretti è intervenuto ieri mattina. LeU è mobilitata da giorni. Emma Bonino ha detto che “è un nuovo patto Stato-mafia”. Sono 25 i parlamentari che chiedono la “sospensione” dell’accordo, ma il Pd zingarettiano, dopo le promesse di Di Maio, opta per una soluzione più morbida: una risoluzione che impegni il governo italiano a negoziare effettivamente con i libici per le modifiche promesse. Il Tavolo Asilo che riunisce tra gli altri Arci, Acli, Amnesty International, Asgi, Sant’Egidio, Emergency, Chiese evangeliche, Intersos, Legambiente, Migrantes, Oxfam, Comunità Papa Giovanni XXIII, Save The Children, Senza Confine, ha scritto una lettera all’esecutivo. “Il memorandum non favorisce il processo di pace in Libia, la situazione nei centri di detenzione è notevolmente peggiorata”, come dice Filippo Miraglia dell’Arci. C’erano anche i giornalisti Nello Scavo (Avvenire) e Francesca Mannocchi (l’Espresso) che hanno documentato la vicenda di Abdul Rhaman Milad detto Bija, capo della Guardia costiera libica della zona Ovest e al tempo stesso ricercato come trafficante di uomini, invitato nel 2017 in Italia dove incontrò tutte le autorità. Vicenda emblematica del rapporto diretto tra chi gestisce le partenze e chi insegue i migranti in mare per “soccorrerli” e poi li rinchiude nei centri. Questi ultimi, essendo gestiti dal governo provvisorio, sono aperti alle agenzie dell’Onu, Unhcr e Oim, che però hanno scarsa libertà di movimento (sono circa 5.000 gli stranieri rinchiusi lì, imprecisate decine di migliaia sono ostaggi delle milizie, comprati e venduti).

Il governo farà il possibile per rafforzare il ruolo delle agenzie Onu e lavorerà anche su possibili “evacuazioni umanitarie” di cui hanno discusso nei giorni scorsi il ministro Lamorgese con il suo omologo del governo Al Serraj. Proprio Lamorgese parlerà alla Camera dell’accordo la prossima settimana.

Stupro Firenze, carabiniere ricusa il giudice

La richiesta è chiara e se la Corte di Appello di Firenze dovesse dar ragione agli avvocati dell’ex carabiniere Pietro Costa, il processo sulle presunte violenze alle due studentesse americane potrebbe subire uno stop. La ricusazione del giudice Marco Bouchard è stata avanzata dai legali dell’ex appuntato accusato co Marco Camuffo di aver violentato due studentesse americane nella notte tra il 6 e il 7 settembre 2017. Il motivo riguarda il ruolo che il Presidente del collegio giudicante ricopre: l’incarico da Presidente della Rete Dafne Firenze, associazione nata a Torino e nel capoluogo toscano nel 2016 che si occupa di assistenza gratuita alle vittime di reati (non solo contro le donne). Il servizio si basa sulla collaborazione tra magistratura, forze dell’ordine, comuni e aziende sanitarie e per questo motivo, secondo i legali Serena Gasperini e Daniele Fabrizi, Bouchard non può giudicare “con equidistanza e serenità”. “Bouchard è presidente di Rete Dafne, un servizio istituito in collaborazione con il Comune di Firenze che ha messo a disposizione i locali e che allo stesso tempo si è costituito parte civile nel processo – spiega Serena Gasperini – significa che quando Bouchard condannerà anche solo a un euro di risarcimento il mio assistito, quell’euro finirà nelle tasche di Rete Dafne. Mi sembra che Bouchard non possa essere un giudice equilibrato e in questo processo tutti possono essere presidenti di collegio tranne lui”.

Chiesto anche che il processo venga sospeso in attesa della decisione della Corte di Appello e nel caso in cui i giudici dovessero ricusare Bouchard, alcune sue decisioni potrebbero essere messe in discussione: ad esempio quella di non risentire le due studentesse anche in fase di dibattimento (già ascoltate per 12 ore davanti al gip nel novembre 2017) e di celebrare il processo a porte chiuse. Da Rete Dafne fanno sapere che la richiesta di ricusazione ha provocato “stupore” per un’iniziativa “destituita di qualsiasi fondamento”: “Esprimiamo la massima fiducia nella correttezza del giudice Bouchard” è la versione utilizzata per non influenzare i giudici di Appello. I fatti risalgono alla notte tra il 6 e il 7 dicembre 2017 quando, dopo una serata alla discoteca Flò di Piazzale Michelangelo, i carabinieri Camuffo e Costa avevano fatto salire le due studentesse sull’auto di servizio per accompagnarle a casa nel centro di Firenze per poi, sostiene l’accusa, violentarle nell’androne del palazzo: “Si è sempre fatto così, anche per una cosa di galanteria, ci siamo comportati da maschietti” aveva detto uno dei due durante l’interrogatorio. I due carabinieri sono stati destituiti dall’Arma a maggio 2018 e uno dei due, Camuffo, è stato condannato un anno fa con rito abbreviato a 4 anni e 8 mesi. Costa invece ha scelto il processo ordinario.

“Spero tanto che Anastasia non c’entri: sarebbe un secondo grande dolore”

“Mio figlio era all’oscuro di tutto. Non aveva bisogno di droga. Era un buono, forse si fidava troppo della gente”. Mentre proseguono le indagini per delineare con precisione la dinamica dell’omicidio, ieri Alfonso Sacchi ha trovato la forza per parlare di suo figlio Luca, il 24enne ucciso la sera di mercoledì 23 ottobre nel quartiere Appio Latino di Roma con un colpo di pistola alla testa mentre era in compagnia della sua ragazza. Da quanto è emerso, la fidanzata Anastasia Kylemnyk e l’amico Giovanni Princi, avrebbero dovuto comprare un “ingente” quantitativo di marijuana da Valerio Del Grosso e Paolo Pirino, i due 21enni accusati dell’omicidio.

“Mio figlio era stupendo e sempre col sorriso, aveva tanta voglia di vivere”, ha raccontato l’uomo durante una conferenza stampa con gli avvocati Armida Decina e Paolo Salici. Sacchi, che gestisce un ristorante nel centro di Roma, si commuove ricordando la sera del delitto: “Gli do un bacio e gli dico che gli voglio bene. Non lo facevo quasi mai. È l’ultima volta che l’ho visto. Per farmi coraggio la notte dormo con il pigiama di Luca”.

Il capitolo Anastasia è di quelli dolorosi: “Il giorno dopo l’omicidio, Anastasia è venuta a casa – ha raccontato –. Ha dormito con noi. Voglio sperare che sia pulita. Era come una figlia se avesse mentito sarebbe la regina di Hollywood. Se fosse coinvolta al dolore si aggiungerebbe altro dolore”. Con lei i genitori di Luca si stanno sentendo “solo per chiederci come stiamo”. Ma un’attenzione particolare è per Giovanni Princi, “pregiudicato per reati inerenti agli stupefacenti”, come scrive il gip nella convalida di arresto dei due sospettati. Giovanni era da “5 o 6 mesi” fra i migliori amici di Luca, nonostante “si conoscevano dai tempi del liceo. Dopo la sparatoria di mercoledì 23, però, “Giovanni a casa mia non si è più visto”, ha specificato il papà. Né Anastasia né Giovanni sono stati ancora convocati in Procura – non sono indagati –. Oltre al mistero dei soldi nello zainetto della ragazza, l’altro è capire come Del Grosso e Pirino abbiano danneggiato la Smart ForFour utilizzata per l’omicidio. La targa contenuta nell’ordinanza del gip risulta intestata a una donna di Lecco.

Cucchi, la famiglia chiama in aula ministri e generali

Per gli anni di depistaggi di ufficiali e carabinieri semplici, intenti a occultare la verità sulla morte di Stefano Cucchi, avvenuta a Roma il 22 ottobre 2009, si celebrerà un processo non solo con rappresentanti di spicco dell’Arma come imputati ma anche, verosimilmente, con testimoni eccellenti. In vista della prima udienza del 12 novembre, l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, ha presentato una lista testi di cui, tra gli altri, fanno parte gli ex ministri della Difesa Ignazio La Russa ed Elisabetta Trenta, l’attuale comandante dell’Arma Giovanni Nistri e i suoi predecessori Tullio Del Sette e Leonardo Gallitelli. Sarà il tribunale a decidere chi accettare. Ilaria Cucchi al Fatto confida una speranza: “Mi auguro che gli uomini in divisa che dovranno testimoniare siano coscienti che non è un processo all’Arma, parte civile, ma a chi l’ha disonorata”.

Sicuramente il testimone più sensibile è il generale Vittorio Tomasone che Anselmo chiede di ascoltare soprattutto sull’inchiesta “disposta e condotta” da comandante provinciale dell’Arma subito dopo la morte di Stefano, “fra i carabinieri che erano entrati in contatto con Cucchi, alla riunione tenuta con gli stessi il 30 ottobre 2009, alle notizie apprese circa gli accertamenti medico-legali riguardo le cause della morte di Cucchi e alla conversazione avuta con i famigliari di quest’ultimo (anche loro nella lista testi, ndr)”. E quegli accertamenti medico-legali sono uno dei punti chiave di questo nuovo processo: anticipavano conclusioni che saranno state fatte da periti in quel momento neppure nominati. Vale la pena ricordare quanto detto, 10 anni dopo, al processo “Cucchi bis” dal pm Giovanni Musarò: “C’è scritto che non c’è il nesso di causalità tra le lesioni di Cucchi e la sua morte. Che una delle fratture era risalente nel tempo. Che i responsabili del decesso di Cucchi erano i medici. Si è giocata una partita truccata”.

Potrebbe testimoniare anche il generale Del Sette, imputato a Roma per il caso Consip, rispetto a quanto ha saputo dopo la sua richiesta, nel 2015, di una ricostruzione degli eventi relativi all’arresto e alla morte di Cucchi, ai provvedimenti presi e al colloquio con Ilaria Cucchi del 3 febbraio 2017. L’ex ministro La Russa, invece, potrebbe rispondere anche di un suo legame con chi fece l’autopsia sul corpo di Stefano: “Sui rapporti diretti, indiretti e/o familiari intercorrenti tra lo stesso e il Prof. Arbarello, consulente nominato dal pm”. Nel 2015 su Facebook Ilaria Cucchi fece auguri amarissimi: “Buon Natale al professor Paolo Arbarello che ha eseguito l’autopsia in modo così brillante da meritarsi poi la nomina a consigliere di amministrazione di un grande gruppo assicurativo insieme al figlio del signor La Russa, a processo in corso”. Invece, l’attuale Comandante Nistri e l’ex ministra Trenta potrebbero essere sentiti sul loro colloquio con Ilaria del 18 ottobre 2018, dopo il quale l’Arma decise di costituirsi parte civile.

Il più alto in grado degli otto carabinieri imputati di questo nuovo processo è l’ex comandante del Gruppo Roma, il generale Alessandro Casarsa, ex capo dei corazzieri del Quirinale. Secondo la Procura, la catena di depistaggi partì da un suo ordine. In sospeso la richiesta delle parti civili al presidente del tribunale Monastero di valutare una eventuale richiesta di astensione del giudice monocratico Bona Galvagno considerato troppo vicino all’Arma per una serie di incontri pubblici tenuti quando era giudice a Terni.

Agenzia per la sicurezza. L’Ansfisa non decolla e le tagliano pure i fondi

Magari non è vero, come sostengono al ministero delle Infrastrutture, che non si vuole far nascere l’Ansfisa. Ma è certo, però, che non c’è alcuna fretta. La maxi-agenzia che da marzo avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza delle autostrade e della rete ferroviaria, voluta dopo il crollo del ponte Morandi, non ha ancora preso vita e ora le sono anche stati tolti i soldi del 2019 (restano quelli degli anni successivi). È nel decreto fiscale: visto che nel 2019 Ansfisa non c’è e non ci sarà, i 14 milioni destinatele per partire sono stati spostati sugli incentivi per i dispositivi antiabbandono. Senza fare una graduatoria delle tragedie, si può però dire che le vittime del Morandi e di Pioltello sono ancora tali e che, per la prima volta, la notifica di chiusura indagini sull’incidente ferroviario del gennaio 2018 è destinata non solo ai manager di Rfi (11) ma anche a due ex vertici di Ansf, l’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria.

Ansfisa, che di fatto assorbirebbe l’Ansf e controllerebbe manutenzione e certificazioni di strade e rete ferroviaria, si è incartata in un sistema che in generale ha difficoltà a cambiare il perimetro dei propri fortini di competenza e potere, figurarsi di accettare di cederlo a un soggetto nuovo. In un’audizione del 10 ottobre, a domande sollevate dal deputato di Forza Italia, Giorgio Mulè (che nei giorni scorsi ha anche segnalato il definanziamento di Ansfisa) la ministra dei trasporti Paola De Micheli ha risposto assicurando che l’Agenzia sarebbe nata a breve. Ma non c’è una data nonostante il vertice a costo zero ci sia già (Alfredo Mortellaro, dirigente ormai in pensione a cui si deve anche la relazione tecnica sulle responsabilità del gruppo Atlantia nel crollo del ponte Morandi) e nonostante il decreto Genova ne stabilisse il carattere di urgenza assieme alla possibilità di avviarla con un nucleo di 61 elementi scelti con una selezione semplificata all’interno delle strutture già esistenti (da integrare poi con un piano che prevede circa 500 assunzioni). E nonostante ormai il regolamento, da cui dipende l’avvio dell’Agenzia, sia stato approvato anche dal Consiglio di Stato (dopo esserci passato per due volte). Manca solo la volontà politica, insomma, tradotta nella firma sul decreto interministeriale Trasporti, Tesoro e Funzione Pubblica.

Così come è pensata, l’Agenzia preoccupa per il livello di controllo a cui potrebbe sottoporre i gestori e i concessionari. Nella stessa audizione la De Micheli ha precisato che alla creazione dell’ente serve “qualche correzione normativa per specificare meglio la missione” cioè “Ansfisa non è un’Agenzia che fa la sicurezza dei ponti e delle ferrovie, Ansfisa controlla che chi deve fare la sicurezza la faccia”. Come dire, faremo in modo che tutto cambi affinché tutto resti com’è.

Ma com’è? A titolo d’esempio si possono riportare alcune parti della Valutazione di conformità documentale fatta da Ansf per rilasciare a Rfi il rinnovo dell’Autorizzazione di Sicurezza in vista dell’arrivo, a giugno, della normativa europea che avrebbe trasferito buona parte del potere autorizzativo all’agenzia europea, l’Era (European Agency for Railways). Il documento riporta una serie di inadempienze e prescrizioni a cui Rfi deve provvedere: mancano, ad esempio, documenti che permettano di tracciare e rendere “correlabili tra loro i processi di sicurezza” e ancora “i criteri del Regolamento Ue… riguardante i processi di manutenzione non si ritengono a oggi pienamente soddisfatti”. Ansf, con quella che è una prassi consolidata, rimanda a un aggiornamento e rinnova comunque a Rfi l’autorizzazione. Ma lo fa per due anni e mezzo invece dei soliti cinque.

“Pioltello, il guasto era già noto nell’agosto del 2017”

Le 6:37 del 25 gennaio 2018, il treno 10452 partito da Cremona e diretto alla stazione Garibaldi di Milano viaggia a 130 chilometri orari. Velocità entro i limiti previsti per quella tratta di 180 chilometri orari. Un minuto dopo, il convoglio composto da cinque carrozze, poco prima della stazione Pioltello, incontra il “punto zero”. È l’inizio della tragedia che porterà al deragliamento della carrozza due e tre. Tre persone moriranno, mentre i feriti saranno 102. Torniamo alle 6:38, l’attimo decisivo, come descritto ieri durante la conferenza stampa in procura a Milano. In quel momento il giunto è già in condizioni critiche. La segnalazione dello stato di “ammaloramento” risale all’agosto 2017 e nonostante ciò la riparazione è prevista ad aprile, due mesi dopo l’incidente. Il treno corre così su una tratta a rischio di cui tutti sono a conoscenza. Per questo, ha spiegato ieri il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano, avrebbe dovuto rallentare a una velocità di circa 50. Cosa che non è accaduta. Le indagini, durate quasi due anni, si sono chiuse con 12 persone coinvolte. Tra loro, l’amministratore delegato di Rfi Maurizio Gentile, due ex vertici dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e la stessa società Rfi, coinvolta ai sensi della legge 231, perché, si legge nel documento, le omissioni contestate hanno dato “un vantaggio patrimoniale”. Il Nucleo investigativo della Polfer comandato da Marco Napoli ha fatto un lavoro enorme, in parte condensato in una ricostruzione video che mette insieme filmati reali e video virtuali. Una ricostruzione tridimensionale che permette di seguire i passaggi salienti della tragedia. S’inizia dal punto zero, ore 6:38. Il treno deve ancora attraversare la stazione di Pioltello Limito. Il passaggio fa saltare il giunto, una delle ruote del carrello esce dalle rotaie. Il treno prosegue fino a che la ruota, ormai fuori asse, colpisce una parte della rotaia definita “zampa di lepre”. La ruota si spezza. Si tratta del carrello della carrozza tre. In questo momento non solo il treno ha le ruote del carrello fuori dalle rotaie, ma la carrozza tre inizia a uscire dalla sua linea di corsa, spostandosi leggermente di lato. Sono le 6:58. In queste condizioni il treno attraversa la stazione di Pioltello strisciando contro la massicciata, alzando polvere e scintille. Corre sempre a 130 chilometri orari e si avvicina rapidamente al punto “di quiete”, cioè al deragliamento finale. Ovvero quando la carrozza due esce dai binari, si stacca dalla tre, facendo uscire anche quest’ultima che poi s’intraverserà andando a sbattere contro i tralicci. Tre persone moriranno: Ida Maddalena Milanese, Giuseppina Pirri e Pierangela Tadini. Insomma, una tragedia drammaticamente annunciata, dove le analisi sui giunti, secondo i pm, sono state approssimative. Anche perché il treno Galileo, utilizzato per la “diagnostica” dei binari, costruito nel 1997, era fermo dal 2016.

“I mafiosi perdenti, per vendicarsi, si affidano allo Stato”

Risalente al lontano 1987, il fatto rinverdisce la memoria di ormai pochi e stanchi anziani, accomodati a bisbigliare sulle panche della piazza di Mussomeli, grazioso borgo dell’Alto Platani, nella provincia di Caltanissetta. Fuori da questo recinto, però, poco o niente si seppe di quel convegno alla presenza di Paolo Borsellino.

È il primo febbraio di quell’anno. Nella sala consiliare del Palazzo di città, l’evento “Maxiprocesso: una scelta ed un impegno”: il primo grado del più grande processo alla mafia, che ha evitato l’espletamento di almeno trenta isolati processi, comincerà a soli nove giorni di distanza. Paolo Borsellino è reduce dall’esilio dell’Asinara per la scrittura, insieme a Giovanni Falcone, dell’ordinanza di 8mila pagine di rinvii a giudizio per 476 indagati. Le sue parole tornano alla luce, grazie allo storico 90enne Giacomo Cumbo.

“La mafia, dagli anni Sessanta a oggi, è apparsa sempre la stessa” racconta Paolo Borsellino. “Sempre alla ricerca di facili guadagni, lucrando dalla campagna prima e dall’edilizia dopo, ed infine dalla droga. Nessuno si è voluto rendere conto di tale attività. E coloro che, nell’ambito della Giustizia, intraprendevano un’azione contro le cosche mafiose, venivano eliminati nella speranza che, tolto di mezzo l’audace, le indagini si sarebbero fermate. Per di più, furono sperse, artificialmente, sul loro conto, deplorevoli accuse di corruzione”.

A Mussomeli, l’egemonia mafiosa fu esercitata da Giuseppe Genco Russo, latifondista nato nel lontano 1893. Nel 1927 il questore di Caltanissetta scrisse che Genco Russo era “amico di pregiudicati pericolosi […] capace di delinquere e di turbare col suo operato la tranquillità e la sicurezza dei cittadini” ed inoltre che si era creato una posizione economica “col ricavato del delitto e con la mafia”. Quando la mafia – si legge nei rapporti di polizia del tempo – è “forte quanto se non più di prima”. Prima fascista, poi monarchico, don Peppino fu l’uomo giusto per essere candidato, nel 1960, nelle liste della Democrazia cristiana, di cui divenne capo e consigliere comunale a Mussomeli.

“Scoperte le connessioni, negli anni Ottanta, tra gli esponenti americani di Cosa nostra e quelli siciliani, si è progettato il Maxiprocesso di Palermo” riprende Borsellino, stringendo la sigaretta accesa in mano. “La figura di Tommaso Buscetta, quale accusatore, emerge assieme a tanti altri, recitanti il ruolo dei pentiti. Mafiosi perdenti, che affidano la loro vendetta agli organi dello Stato”. E aggiunge: “Il fenomeno del pentitismo ha rotto l’omertà, una volta rigidamente osservata dall’organizzazione mafiosa. Ma dalle dichiarazioni rese dai pentiti, occorre trovare dei riscontri, secondo il libero convincimento del giudice”.

Non sa Paolo Borsellino che sarà vittima di una grande, clamorosa congiura di Stato. Chi indagherà sulla sua morte, non troverà riscontri dalle dichiarazioni rese proprio da un pentito. Vincenzo Scarantino, il primo falso pentito della storia, indotto ad accusare uomini innocenti.

Dalla platea, un giovane si alza: “I pentiti non dicono mai tutta la verità”. Quel giovane al tempo 27enne, da poco procuratore legale, oggi è l’avvocato Pietro Sorce. “Ricordo la pacatezza con cui Borsellino mi rispose. Io sostenevo che i collaboratori di giustizia venivano utilizzati troppo nei processi penali, che poi si concludevano con le semplici accuse mosse da questi. Borsellino mi spiazzò: era quasi d’accordo con me…”. “È così”, disse il giudice. “La sensibilità e l’esperienza dell’inquirente dovrebbero condurre a comprendere quando un collaboratore di giustizia sia affidabile e quando, invece, renda dichiarazioni per esclusivo tornaconto”.

“La nostra lotta deve essere sempre serrata e, soprattutto, non deve cedere alle lusinghe che la mafia di ieri sia diversa dalla mafia di oggi. È necessario che l’impegno dello Stato sia globale”. Paolo Borsellino pare ancora parlarci. Dall’al di là.

Subito il decreto o la legge anti-mafiosi e salva-giudici

La Corte costituzionale ha stabilito che i boss mafiosi all’ergastolo per stragi e omicidi potranno ottenere permessi premio, anche se non collaborano con la giustizia. Dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Grande Chambre, questo è un altro colpo mortale all’ergastolo “ostativo”: la condanna a vita che impedisce la concessione di benefici ai detenuti per mafia, stragi e omicidi che si rifiutano di rompere i legami con le organizzazioni criminali raccontando tutto quello che sanno. Si tratta di un crepa nella legislazione contro le cosche che rischia di allargarsi se la politica (e il governo) non interverranno subito. La Consulta, infatti, ha dichiarato incostituzionale l’articolo 4 bis comma 1 dell’Ordinamento penitenziario “nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo”.

Ma come si fa a capire se boss all’ergastolo, come Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano, condannati per le stragi, stiano realmente compiendo un percorso rieducativo? Nei casi degli altri ergastolani “comuni” (per i quali già prima della sentenza della Consulta era permesso ottenere benefici) la valutazione si basa principalmente sul comportamento da loro tenuto in carcere. Un comportamento che per i boss mafiosi è, però, tradizionalmente sempre impeccabile. Come allora stabilire se un capomafia vuole cambiare davvero vita e non sta fingendo? È realmente possibile concedere benefici ai boss delle stragi, sebbene non abbiano raccontato i segreti di cui sono depositari?

L’ergastolo ostativo era stato introdotto dopo la strage di Capaci. Da oggi in poi basterà invece trovare un giudice di sorveglianza che applichi pedissequamente la sentenza della Consulta per vedere mafiosi pericolosissimi uscire dal carcere in permesso premio. Anche perché se un giudice da solo dovrà decidere se concedere un beneficio a un boss, sarà inevitabilmente esposto alle pressioni, ai ricatti, alle minacce di morte (per sé e i suoi familiari) e ai tentativi di corruzione dei clan.

È qui che entra in campo la politica. Se la Consulta ha considerato incostituzionale l’articolo 4 bis dell’Ordinamento penitenziario, il legislatore deve adoperarsi subito per approvare una nuova norma che stabilisca parametri e principi fissi da seguire per concedere o negare i permessi agli ergastolani “ostativi”. Una legge che li sottragga alla discrezionalità dei semplici giudici di sorveglianza sul “percorso rieducativo” e “l’attualità della partecipazione all’associazione criminale”.

“Mi aspetto e voglio un legislatore che riduca la fisarmonica del potere discrezionale del giudice”, ha detto per esempio Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro. “Spero che la politica sappia prontamente reagire e approvi le modifiche normative necessarie a evitare che le porte del carcere si aprano indiscriminatamente ai mafiosi e ai terroristi condannati all’ergastolo”, ha commentato Nino Di Matteo, componente del Csm ed esperto pm antimafia. Un altro membro di Palazzo dei Marescialli, Sebastiano Ardita, teme per la “pressione” che le organizzazioni mafiose potrebbero esercitare sui magistrati di sorveglianza. Ora, dice, “il legislatore ha il compito di modulare in concreto l’ampiezza di questa innovazione e impedire che quella che dovrebbe essere una eccezione diventi una regola, che va a beneficio di personaggi capaci di riorganizzare Cosa Nostra e non rivolta a chi sta fuori dalla organizzazione”. Alfonso Sabella, l’ex pm che catturò decine di boss corleonesi latitanti, invoca una “norma salva-magistrati” che preveda una “competenza collegiale” e non monocratica, per non “personalizzare la decisione” e “diluire le responsabilità tra i magistrati e quindi proteggerli”.

Per questo, considerata la necessità e urgenza della lotta alla mafia, chiediamo una legge – o meglio ancora un decreto legge – che impedisca ai capimafia e agli altri responsabili di stragi di truffare lo Stato, i magistrati e i cittadini onesti ottenendo permessi e altri benefici senza meritarli. Una norma che il Parlamento dovrebbe approvare all’unanimità.