Mezzo uomo e mezzo talk show: il volto telegenico del renzismo

Marattin è bello. Marattin è elegante. Marattin è televisivo. Marattin è grosso e un po’ aggressivo: alza la voce in tv e le mani in Parlamento. Ma per difendere le sue idee: un guerriero senza patria e senza spada. Marattin è in maggioranza, è un deputato semplice ma pare un leader dell’opposizione: sul governo giallorosa picchia sempre, forte e duro. Marattin è ovunque: lo vedi in giro per talk show per rimettere al posto loro sovranisti, euroscettici, grillini, ex compagni. Il termine “cialtrone” gli è caro più di ogni altra parola del vocabolario, gli serve a identificare una categoria umana: quelli che non sono Luigi Marattin. Allo stato attuale è il volto più telegenico e presentabile di quel che resta del renzismo. Secondo Renzi in persona “è il migliore, la punta di diamante di Italia Viva” e ha solo un difetto: “È juventino”. Difficile perdonarlo a chi è nato a Napoli 40 anni fa: Marattin aveva 5 anni quando Maradona sbarcava a Capodichino. Ma al Sud c’è rimasto poco: gli anni della scuola sono a Ferrara, la carriera da economista è all’Università di Bologna.

È proprio a Ferrara che fa politica nei Ds e nel Pd: il primo mandato è da consigliere comunale, il secondo da assessore al Bilancio. Non si può dire che sia sotto i riflettori della politica nazionale, ma è da lì che lo pesca Renzi nel 2014. Marattin fa parte del micidiale think tank di economisti che devono forgiare la Renzinomics, in squadra con Marco Fortis, Yoram Gutgeld e Tommaso Nannicini.

All’epoca – colpevolmente – la politica italiana non si era ancora accorta di lui. Si sapeva che fosse un giovane ferrarese più renziano di Renzi. L’unico quarto d’ora di notorietà se l’era conquistato il 2 novembre 2012 con un tweet non riuscitissimo. Quel giorno l’impulsivo Marattin aveva invitato Nichi Vendola – reo di aver associato Renzi alle sconfitte di Tony Blair – a “elargire prosaicamente il tuo orifizio anale in maniera totale e indiscriminata”. Un lord. Scattò l’inevitabile carosello di accuse di omofobia e richieste di dimissioni, soprattutto all’interno del Pd. Lo difese Renzi. Lo sconosciuto assessore di Ferrara rimase sotto traccia per un po’. Matteo non si era dimenticato di lui: quando prese il potere a Roma se lo portò con sé.

D’altra parte, il senso di riconoscenza che sfiora l’idolatria per Renzi è raccontato nell’epica orazione pronunciata da Marattin nell’ultima Leopolda: “Ci hanno raccontato che la politica per un giovane era ‘tu stai buono al posto tuo’, fin quando non è arrivato un ragazzo di Rignano che ci ha insegnato che c’era una generazione che non si rassegnava a questo e voleva prendersi il futuro senza chiedere il permesso a nessuno. Ce l’ha insegnato quel ragazzo di Rignano, ce lo continua a insegnare e ce lo insegnerà ancora per molto tempo”. È amore. Reciproco.

Marattin oggi è il sacerdote del renzismo in tv. Buca lo schermo: alto, occhi azzurri, lineamenti puliti, barba curata. Aveva rischiato di bruciarsi la carriera con un tweet – paradosso – ma piace molto ai talk show. Ha assimilato una legge fondamentale degli studi televisivi, che infatti grondano di mitomani (tra politici e giornalisti): la spocchia funziona alla grande. Non è tanto importante cosa si dice, ma è fondamentale essere assertivi. A ben vedere le sue idee economiche non sono di mostruosa originalità: europeismo e rigorismo, il recupero della lezione di Monti fino addirittura alla riscoperta della odiata (un tempo) legge Fornero. Marattin però parla bene: occhione blu puntato in camera o sull’avversario, discorsi limpidi, un sacco di numeri sparati a mitraglia per sostenere i suoi argomenti. È lapidario e a volte provocatorio con i suoi interlocutori: gli autori dei palinsesti tv ci vanno pazzi. Così Marattin avanza, puntata dopo puntata.

Se c’è qualcosa che lo frega è l’amore di sé: in politica dev’essere temperato dalla freddezza, altrimenti ci scappa la cazzata. E a Marattin scappano. Alla Camera è il primo che si butta nei mischioni quando c’è una rissa, e questo gli porta dei problemi. Come quella volta che si è avvicinato al collega grillino Zolezzi per omaggiarlo con un paio di buffetti poco simpatici, vagamente minacciosi.

Gli ex compagni non lo amano. Secondo Dario Franceschini “ha smania di visibilità”. Per Carlo Calenda è “campione del mondo di controcanto”. Per tutti è un po’ schiavo del suo personaggio, bello e bullo. I gossippari in Parlamento (e sulle riviste) gli attribuiscono un flirt con “miss” Italia Viva, Maria Elena Boschi. Marattin invece posa con la compagna Gloria su Instagram: “È grazie a lei – ha detto in un’intervista a Repubblica – che ho capito che non sempre bisogna urlare più forte per ottenere un effetto”.

Se non urla più (“In realtà sono un timido”) almeno twitta ancora. A ripetizione. Con la stessa supponenza televisiva. L’ultimo cavallo di battaglia è in linea con l’ossessione del renzismo per fake news e troll: una proposta di legge per rendere obbligatorio l’uso di un documento di identità per aprire un profilo sui social network. Semplice: basta violenti su Internet, schediamo tutti! Per sostenere la battaglia, Marattin ha lanciato una petizione sul sito di Italia Viva: molto ironicamente, non è richiesto un documento d’identità. La giornalista Gisella Ruccia – è solo un esempio – ha firmato a nome Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena. Funziona: il metodo Marattin non ha fatto una piega.

Sport, i fondi per le periferie li gestirà Chigi

Tra i due litiganti, Coni e “Sport e salute”, il terzo gode. Cioè il governo, e il ministro Vincenzo Spadafora, che si riappropria di “Sport e periferie”, il ricco piano per l’impiantistica sportiva da centinaia di milioni di euro. L’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti l’aveva sfilato dalle mani di Giovanni Malagò per affidarlo al manager Rocco Sabelli, capo della nuova partecipata governativa. Adesso, però, il “tesoretto” cambia di nuovo padrone: sarà gestito direttamente da Palazzo Chigi. Del resto se prima governo e “Sport e salute” erano la stessa cosa, oggi c’è un Ministero vero dello sport.

È la novità principale per il settore contenuta nella bozza di manovra. Non parliamo di pochi spiccioli: si tratta del maxi-piano per l’impiantistica sportiva creato da Renzi nel 2015, che ha già distribuito oltre 200 milioni in giro per l’Italia e di qui al 2025 potrà contare su altri 250 milioni. I primi due bandi li aveva gestiti il Coni, tra consulenze, ritardi degli enti locali e scarsa coerenza nei criteri. Già l’ex ministro Lotti aveva creato un filone della Presidenza del consiglio, poi col governo gialloverde la svolta: come ciliegina sulla torta della riforma che ha svuotato il Coni di soldi e potere, l’esecutivo aveva deciso di togliergli anche gli impianti, in favore della partecipata di fiducia. Ora nuova rivoluzione.

Sembra una differenza sottile, visto che “Sport e salute” è comunque governativa, ma non lo è. Lo dimostra il fatto che solo pochi mesi fa l’ex sottosegretario Giorgetti assicurava che “in futuro tutto, in modo chiaro e univoco, sarà gestito da Sport e salute”. Evidentemente il nuovo governo la pensa diversamente: Palazzo Chigi preferisce gestire direttamente un piano che porta tante risorse e genera consenso; anche i criteri di assegnazione dei finanziamenti saranno decisi dal governo. È il modo di Spadafora di incidere politicamente, e in prima persona.

C’è chi sostiene (e spera) che la norma sia imprecisa e sarà ritoccata: è solo una bozza, potrebbe essere rivista la parte sui progetti pendenti, lasciati alla società. Chi invece se l’aspettava, sussurrando che il ruolo della Spa sarebbe stato ridimensionato ora che esiste un Ministero vero. Di certo la svolta arriva nel momento in cui Coni e “Sport e salute”, dopo mesi di tensione, sembrano aver trovato un accordo sul contratto di servizio che regolerà i rispettivi ambiti di competenza fino al 2020. Per i settori più contesi (in particolare il marketing, cioè i grandi eventi) ci sarà un affidamento congiunto: le indicazioni del Coni passeranno da un “direttorio” composto dai vertici di entrambi gli enti (Malagò-Mornati, Sabelli-Meloni). Decisivo un parere dell’avvocatura dello Stato, che ha ridato un po’ di respiro a Malagò. I giudici da una parte hanno escluso la duplicazione degli uffici (a cui puntava il Coni per mantenere potere). Dall’altra ha chiarito che il Coni ha diritto ad avere suoi dipendenti (circa 110) e “potere di controllo” almeno sui settori di sua competenza. Dunque alto livello e preparazione olimpica al Coni, contributi federali, scuola e sociale a “Sport e Salute”. Poi c’erano pure gli impianti. Ma questi non saranno più né dell’uno, né dell’altro: se li tiene il governo.

Ultimi scontri, poi ok finale. L’intesa sulla manovra tiene

La mossa l’ha pensata ieri Luigi Di Maio, ma del problema ne era consapevole ben prima. S’intende lo scontro aperto dai 5Stelle sulla manovra per i soldi destinati a Radio Radicale: 24 milioni in grado di impallare per un’intera giornata la legge di Bilancio, che vale 30 miliardi. E che viene risolto alla solita maniera solo in serata nell’ultimo vertice di maggioranza, prima del varo definitivo del testo. Per la verità non è l’unico scontro sulla manovra, ma di certo è quello più “mediatico”. Inizia nel primo pomeriggio quando i 5Stelle sembrano accorgersi che nelle bozze della manovra c’è un comma che permette al ministero dello Sviluppo economico (dove siede il pentastellato Stefano Patuanelli) di prorogare la convenzione che Radio Radicale ha col governo fino al 2022, stanziando all’uopo 8 milioni l’anno. Ad aprile scorso, M5S aveva già aperto le ostilità contro la storica radio fondata nel 1976 da Marco Pannella, annunciando lo stop all’ennesima proroga senza gara che la tiene in vita da 25 anni. La sollevazione di quasi tutto l’arco parlamentare, alla fine, aveva allungato la vita all’emittente: un emendamento alla manovra del Pd, ma votato anche dalla Lega e dagli altri partiti (5Stelle contrari), aveva stanziato altri 3 milioni fino a fine 2019. Adesso la prima legge di Bilancio dei giallorosa allunga il tutto di altri 3 anni, stanziando pure le risorse. Una scelta del Pd, avallata dal Tesoro, ma ben nota anche tra i 5Stelle. Che però ieri hanno aperto il fuoco di fila.

“Ci sono di nuovo 8 milioni di euro all’anno per 3 anni a Radio Radicale. Ma diamoli ai terremotati”, ha attaccato Di Maio. Si scatena la protesta. “I grillini questa battaglia l’hanno già persa”, replica il capogruppo Pd al Senato Andrea Marcucci. Sul Blog delle Stelle però rincarano la dose: “Altri 24 milioni dopo i 250 già dati a una radio privata e per di più politica”. Annunciano battaglia, ma in Parlamento: “Alle Camere faremo di tutto per bloccare questa porcata”. Frase che prelude all’accordo. Che in serata a Palazzo Chigi, per il vertice di maggioranza con tutte le delegazioni viene trovato: la norma resta, ma si promette che la soluzione sarà solo tampone in attesa che si faccia una gara, forse già nella prima metà dell’anno. Nella manovra, per la verità, c’è anche il rinvio di un anno del taglio ai fondi pubblici per l’Editoria (e le radio) approvato dal governo gialloverde e caro ai 5Stelle.

Radio Radicale non era l’unico tema di scontro in seno ai giallorosa affrontato nel vertice a Palazzo Chigi alla presenza del premier Giuseppe Conte e del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Ieri è stato trovato l’accordo sulla flat tax al 15% per le partite Iva fino a 65mila euro di reddito. Il Pd aveva chiesto una serie di paletti e complicazioni tali da restringere molto la platea (risparmiare quasi 100 milioni nel 2020 e 800 nel 2021) a cui i 5Stelle erano contrarissimi. Alla fine restano solo due paletti: due vincoli per accedere al regime agevolato, quello sulle spese per il personale (non più di 20mila euro) e il divieto di cumulo. Chi ha redditi per oltre 30mila euro non potrà aderire al regime forfettario al 15%. L’altro nodo da sciogliere era la curiosa norma, voluta dal Tesoro, che riservava la detrazione al 19 (usata soprattutto per le spese sanitarie) a chi paga con mezzi tracciabili: avrebbe colpito soprattutto gli anziani e dopo la protesta dei grillini in serata è stata fatta saltare. Via anche all’aumento delle imposte catastali per chi vende casa (resta a 50 euro). Insieme alla decisione di lasciare la cedolare secca sugli affitti al 20%, presa nel vertice di martedì, erano gli ultimi ritocchi da fare.

“La manovra è sostanzialmente chiusa”, hanno spiegato Di Maio e Gualtieri. Per disinnescare 23 miliardi di aumenti automatici dell’Iva si ricorrerà a un po’ di deficit e a maggiori entrate, cioè aumenti di tasse. Quelle “micro” sono molte, dalla plastic tax (che sarà rimodulata), a quella sulle bibite zuccherate, ai tabacchi (tassate pure el cartine) ai giochi e alle vincite etc. La lista è lunga. I renziani di Italia Viva promettono battaglia contro la sugar tax e su Quota 100 (“Faremo un emendamento per sopprimerla”). Lo scontro si sposta in Parlamento.

Il Pd rispolvera il congresso vecchio stile: la Ditta prepara il rituale per blindare Zinga

“Per fare il congresso cambieremo lo Statuto: rientra il concetto di congresso, basato su tesi politiche, aperto alla società italiana”. Ieri mattina Nicola Zingaretti ha detto nero su bianco quello di cui nei corridoi del Nazareno si discute da settimane. Ancora. “Si terrà nei primi mesi del 2020? Non lo escludo, ma dovremo deciderlo insieme”.

Partiamo, dunque, dai punti fermi. Il congresso si farà molto presto, probabilmente subito dopo le elezioni in Emilia-Romagna. Sarà lanciato nella tre giorni di Bologna a metà novembre, che sta organizzando Gianni Cuperlo. Sarà un congresso vecchio stile: ovvero su tesi politiche, non sulla leadership. Spiega Zingaretti: “Non rinunciamo ai gazebo, il congresso non dura 9 mesi ma 100 giorni, sarà basato su tesi politiche, sarà aperto alla società italiana e aprirà la più importante rivoluzione organizzativa di questa fase storica. Quel mix tra confusione modernista e modello novecentesco è stato uno fallimento”.

Prima conseguenza immediata, dunque: tramontano le primarie come momento centrale della vita del Pd, rito di popolo e legittimazione del capo da esibire in caso di necessità. Ma comunque sopravviveranno, pur con un’altra valenza e un altro impatto.

Per il congresso prossimo venturo Zingaretti e il suo vice segretario, Andrea Orlando, non escludono neanche che ci possa essere un candidato sfidante. Ma nelle intenzioni della segreteria si tratterà comunque di un appuntamento per rafforzarlo Zingaretti non per indebolirlo.

I rischi di operazioni come queste sono sempre dietro l’angolo, ma intanto l’urgenza deriva pure dalla necessità di fermare le manovre di Base Riformista, la corrente di Luca Lotti e Lorenzo Guerini. Zingaretti sta lavorando la segreteria unitaria, gli ex renziani rimasti nel Pd ogni giorno alzano un po’ l’asticella delle richieste.

E allora, la risposta potrebbe essere proprio “contiamoci”. Perché Br il congresso lo vorrebbe nell’autunno del 2020, in tempo per riorganizzarsi e per trovare qualcuno da opporre al segretario, magari sfilandogli la leadership.

Nel frattempo, si lavora al cambiamento dello Statuto. Prima modifica voluta dalla nuova maggioranza, la separazione tra la figura di segretario e quella di candidato premier. Cambiamento che potrebbe tornare utile prima del previsto. Dal Nazareno ci tengono a dire che l’impegno principale non è per il congresso, ma per l’Emilia Romagna e la Calabria. D’altra parte nell’inner circle del segretario non tutti pensano che concentrarsi oggi su una discussione interna sia una buona idea.

E Zingaretti non ha ancora rinunciato a convincere Luigi Di Maio a presentarsi insieme alle prossime elezioni. Con le buone e con le cattive. “Se il candidato dei Cinque Stelle dovesse prendere il 5% e Bonaccini dovesse perdere di 3 punti, che cosa succederebbe? Sfracelli”, è la battuta che si fa al Pd. Rincara Orlando: “Si tratta di un fatto logico, prima che politico. Se si dice che in una Regione non ci sono le condizioni per andare avanti, ci può anche stare. Ma se si dice che due forze pregiudizialmente non possono stare insieme, è evidente che il Governo ha pochi motivi per andare avanti”.

Sentire Andrea Marcucci per capire perché ancora molti lo considerano in rapida uscita verso Italia Viva: “Consiglio di leggere attentamente l’odierna dichiarazione del ministro Di Maio che chiude a qualsiasi tipo di alleanza con il nostro partito. Io credo che prioritariamente il Pd nei prossimi mesi debba ragionare sulla propria identità e di come rimettere in campo una proposta innovativa e competitiva, basata sul riformismo e sulla vocazione maggioritaria”

È rinato Bonaccini, macho palestrato per il bastione rosso

C’è una persona fondamentale per le prossime elezioni in Emilia-Romagna. Si muove con grande accortezza e lavora duro al fianco di Stefano Bonaccini, governatore dem in corsa per il bis a fine gennaio. È il suo personal trainer. Dallo scorso giugno, tre giorni alla settimana, quando sorge il sole, Bonaccini si allena senza sosta assieme a lui. Tapis roulant, pesi, bilancieri. A testimoniarlo è lo stesso presidente con tanto di foto in tenuta ginnica caricate sul proprio profilo Facebook. L’ultima in ordine di tempo lo ritrae mentre gioca a calcio. Il successo social, complici anche i dieci chili persi, è immediato. I like si moltiplicano, così come le critiche. A chi lo accusa di “machistico culto del corpo” o lo invita a non cedere al “salvinismo” risponde piccato: “È solo fatica, altroché narcisismo, solo impegno, passione, studio e (spero) competenza. Se vuole venire con me una giornata tipo la carico volentieri così toccherà con mano ciò che affermo, buona serata”.

Bonaccini negli ultimi mesi è cambiato, sui social e non solo. Addio alla cravatta e nuovo look: occhiali a goccia, testa rasata, barba curata. Col senno di poi aveva ragione Matteo Renzi quando lo soprannominò il Bruce Willis di Campogalliano, dal paese in provincia di Modena in cui è nato. Potenza della possibilità di un secondo mandato? O forse è l’amore, come insinua qualcuno? Non è solo una questione estetica, dietro la svolta dell’immagine istituzionale del presidente emiliano c’è un lavoro di squadra fatto dal suo staff, arricchito un anno fa dall’ingresso di Stefania Bondavalli nota ai più come la Lilli Gruber di Reggio Emilia, e Marco Agnoletti, portavoce di Matteo Renzi praticamente dalle origini a oggi. Con la sua società Jump, che si occupa anche di Fabio Fazio, Agnoletti lavora per una serie di politici, molti rimasti nel Pd (da Pierfrancesco Majorino e Andrea Marcucci come capogruppo del Senato a Simona Bonafè). Questo però non gli ha impedito di fare da portavoce (gratis) per Renzi anche dopo la scissione e presto il rapporto potrebbe evolvere formalmente passando proprio per la società di comunicazione. Senza curare però Italia Viva. Per Bonaccini, Agnoletti cura i rapporti con i media nazionali, dalle interviste alle comparsate tv.

Bonaccini è stato un bersaniano convinto fino al 2013, quando arrivò la svolta durante l’elezione del capo dello Stato. Già ai tempi grande amante dei social, twittò “fermatevi!” riferendosi alla scelta, di Bersani, di fare il nome del senatore Franco Marini come presidente della Repubblica. Pochi mesi dopo diventa coordinatore della campagna elettorale renziana. Tra i due c’è ancora un rapporto personale solido, al punto che nella lista di Bonaccini ci saranno alcuni di Italia Viva, ma appare difficile pensare che l’attuale governatore emiliano possa passare nel neonato partito di Renzi dopo una sua, eventuale, rielezione.

Per tornare ad Agnoletti come “collettore” di rapporti, va ricordato che ha curato anche la campagna elettorale di Elisabetta Gualmini, ex assessora regionale al Welfare e attuale parlamentare europea. Nei corridoi di viale Aldo Moro, sede della Regione, sono in tanti a chiedersi se avrebbe potuto essere un’avversaria più valida contro la Lega e meno ostica ai grillini locali.

Storia passata, adesso che sembra definitivamente saltata l’ipotesi di una lista insieme. Bonaccini, intanto, continua la sua campagna 2.0. Decine i post quotidiani (oltre ai selfie in palestra) in giro per la regione a stringere mani e partecipare a inaugurazioni rivendicando l’ultimo quinquennio di amministrazione con lo slogan “Siamo l’Emilia Romagna”. Lo stesso della scorsa campagna, quando vinse con il 49% dei consensi contro Alan Fabbri, oggi primo sindaco leghista di Ferrara.

Oggi la sfida si ripete, ma con Lucia Borgonzoni a cui Bonaccini rinfaccia di aver visitato tutti e 350 i comuni emiliano-romagnoli mentre lei ha sbagliato persino i confini. La leghista di rimando non perde occasione per ricordare che Bonaccini vinse, ma andarono a votare solo il 37,7% degli aventi diritto. Quasi la metà rispetto al 2010, quando le percentuali per Vasco Errani, senatore di LeU, furono bulgare, il 68%. Numeri che oggi appaiono difficilmente raggiungibili.

In Emilia, ognuno per sé M5S diviso sulla Calabria

Finita la riunione con Luigi Di Maio, martedì sera, i parlamentari dell’Emilia Romagna quasi non potevano crederci: “Davvero possiamo dire pubblicamente che andiamo da soli?”. C’è lo stupore per una decisione che rischia di terremotare il governo giallorosa. Ma soprattutto il sollievo di poter tornare a casa senza l’incubo della rappresaglia della base. La parola “fine” sull’esperimento giallorosa a Bologna è già scritta. E la vicepresidente della Camera, la reggiana Maria Edera Spadoni, si sente finalmente libera di twittare: “Zingaretti dichiara che o si va insieme alle Regionali o rischia il governo. Cos’è un ricatto? Se avessi voluto fare da stampella al Pd dieci anni fa mi sarei iscritta in altri partiti di certo non nel M5S!”.

La lezione umbra ha insegnato che fare campagna elettorale insieme a quelli che si sono combattuti fino al giorno prima, non porta bene. Figuriamoci in Emilia, dove il Pd non ha alcuna intenzione di cambiare cavallo: “Avremmo dovuto mettere la nostra lista sotto al nome di Bonaccini – ragionano Di Maio e i suoi – Ma come si fa?”. Certo il “ricatto” di Zingaretti è chiaro a tutti. E nessuno nega che una vittoria di Matteo Salvini, là dove votano 3 milioni e mezzo di persone, sarebbe un colpo da cui il governo Conte potrebbe non riaversi mai più. Così, bisogna capire qual è il male minore.

La desistenza in senso stretto non si può fare: non presentarsi alle elezioni, con 11 eletti in Parlamento e 4 in Regione sarebbe un segnale di debolezza troppo esplicito. Oltretutto, riflettono i vertici M5S, c’è il rischio che la base 5 Stelle, non trovando il simbolo del Movimento sulla scheda, si rivolga all’ex alleato leghista, in odio a quel Pd che in Emilia governa incontrastato da una vita. Così una lista si farà e si troverà pure un candidato presidente per fare testimonianza. Ma non è certo la preoccupazione principale di Luigi Di Maio. Se non altro perchè una volta tanto sono tutti d’accordo con lui.

È la Calabria, invece, che gli darà da fare. Perché sul punto i 5 Stelle sono parecchio divisi e perché oggi potrebbe piombare sulla loro testa una notizia funerea: per il governatore uscente – il dem Mario Oliverio – è l’ultimo giorno utile per convocare i comizi elettorali il 15 dicembre. Una carta che il presidente calabrese sta valutando di giocarsi per impedire a quella parte di Pd che non lo vuole ricandidare di avere tempo di organizzarsi. Le urne, altrimenti, si apriranno in contemporanea con l’Emilia, il 26 gennaio prossimo.

Ecco, se Oliverio decidesse di accelerare, per il Movimento non ci sarebbe nemmeno modo di discutere. E l’esito delle lotte intestine potrebbe avere esiti imprevedibili.

C’è l’onorevole Dalila Nesci che da settimane insiste per candidarsi presidente con una lista 5 Stelle (“Non farò la foglia di fico di operazioni truffaldine”). C’è il presidente dell’Antimafia Nicola Morra che è per la linea dell’Aventino: non si può improvvisare, specialmente in una terra così problematica, ormai è troppo tardi, tanto vale non presentarsi proprio. C’è il deputato Riccardo Tucci che vorrebbe trovare l’accordo con un Pd “rinnovato”. E l’europarlamentare Laura Ferrara che invece crede che non si possano fare intese “dopo cinque anni di opposizione: ne va della nostra credibilità e coerenza” e dunque propone una coalizione con “liste civiche pure, che raccolgano le migliori energie del territorio”. Una soluzione – tutta da costruire – che sembra convincere anche lo stesso Di Maio e che potrebbe perfino “recuperare” quella parte di Pd che non si riconosce in Oliverio.

Il problema è il tempo: se si vota tra un mese, organizzarsi è impossibile. Ma anche gennaio è dietro l’angolo. E il rischio che molti vedono è quello di finire nel solito loop che nel Movimento sintetizzano così: “Tutti hanno ragione e nessuno fa niente perché non si capisce chi decide cosa”.

Il nuovo fotoromanzo dell’imputato Romeo

Il sistema Romeo esiste e deve essere processato a Napoli. Era una cricca che intendeva spartirsi appalti e ottenere permessi attraverso corruttele, favori, orologi, cene, spa e soggiorni, intorno ai fondi e al lusso degli alberghi del gruppo immobiliare omonimo; sarebbe stata guidata dall’imprenditore Alfredo Romeo, l’uomo al centro del caso Consip (da qui iniziarono le indagini finite a Roma), il neo editore de Il Riformista tornato in edicola da tre giorni; sarebbe stata organizzata dall’ex parlamentare di An Italo Bocchino, consulente di Romeo. “Finalmente andrò davanti a un giudice per chiarire la mia innocenza, visto che i pm non hanno mai voluto sentirmi”, commenta Bocchino. La Procura di Napoli, pm Celestina Carrano, Henry John Woodcock e Francesco Raffaele, ha ribadito una tesi bocciata dal gip che firmò le misure cautelari (escluse per il reato associativo).

È stata quindi formalizzata una richiesta di rinvio a giudizio per Romeo, Bocchino e cinque dirigenti della Romeo Gestioni spa, Enrico Trombetta, Ivan Russo, Fabio Angelico, Raffaele Scala e Agostino Iaccarino, con l’accusa di associazione a delinquere, più altre accuse collegate ai singoli episodi. La richiesta verrà discussa dal gip Simona Cangiano il 6 dicembre: sul tavolo del giudice ci sono le 48 pagine di una richiesta di rinvio a giudizio che vede imputate nel complesso 54 persone fisiche e la Romeo Gestioni spa. I reati contestati spaziano a vario titolo dalla corruzione alla frode nelle pubbliche forniture, dal falso ideologico alle false dichiarazioni all’autorità giudiziaria, dalle fatture false necessarie per il fondo-tangenti al traffico di influenze illecite, sino a un caso di accesso abusivo al sistema informatico.

In scena ci sono un paio di star e numerosi attori non protagonisti, comprimari, caratteristi e comparse. Al centro di qualcosa di più di un fotoromanzo del Riformista c’è Romeo e i suoi appetiti imprenditoriali intorno agli appalti delle pulizie dell’ospedale Cardarelli, alla realizzazione di un albergo a Roma per il quale sarebbe stata “unta” una dirigente della Soprintendenza, Rosella Pesoli, e ad altre vicende spicciole napoletane ruotanti nell’orbita dell’Hotel Romeo, un bellissimo albergo che affaccia sul porto di Napoli, per le quali Romeo avrebbe avuto un “gancio” nel Comune, l’ex dirigente Giovanni Annunziata. Di lato, con parti più o meno importanti, ci sono i personaggi che avrebbero assecondato o agevolato i progetti del dominus del gruppo. Tra i quali spiccano, per importanza e ruoli ricoperti, Ciro Verdoliva e Stefano Caldoro. Il primo è l’uomo di Vincenzo De Luca nella sanità campana, che lo ha voluto come manager della gigantesca Asl Napoli 1. All’epoca era il direttore tecnico del Cardarelli e quindi l’interlocutore dei dirigenti del gruppo Romeo per gli appalti oggetto della presunta frode. Il secondo fu governatore in quota Forza Italia prima del dem De Luca, e punta a ridiventarlo, ora è consigliere regionale semplice. Ed è stato intercettato a colloquio con Romeo e Bocchino mentre si discuteva del finanziamento di una decina di borse di studio per un suo “centro studi” non ancora nato, da collegare a un’intercessione per far revocare un appalto di pulizie all’ospedale Federico II, di interesse di Romeo, e un futuro contratto tra il gruppo Romeo e le aziende di lavanderia del cognato dell’ex governatore. Una vicenda che i pm hanno qualificato come traffico d’influenze illecite e non come corruzione, circostanza che induce all’ottimismo gli avvocati di Caldoro, Alfonso Furgiuele e Fabio Carbonelli: “Un primo importante passo per escludere ogni tipo di responsabilità di Caldoro” sostengono i legali in una nota.

Tra i 55 imputati c’è il sottufficiale dei carabinieri del Nas Sergio Di Stasio. Deve difendersi da un paio di presunte rivelazioni di segreto d’ufficio in favore di Verdoliva. È il padre della deputata pentastellata Iolanda Di Stasio.

Da Craxi a Renzi a Verdini: decenni di magna magna

Nostalgia canaglia. Franco Fiorito, il Batman di Anagni, portò la politica nell’amatriciana, nel senso proprio del termine: la sporcò di sugo e di pezzetti di guanciale. Più spaghetti, più condimento, più accordi al pecorino romano. E così lasciò al fortunato oste, Pasqualino al Colosseo, 19.501 euro per via delle numerose performance gastronomiche destinate a risolvere i conflitti e dare al Lazio un equilibrio di governo. Lo stress, l’ansia da prestazione, anche i contrasti, condussero Fiorito a far ricorso all’Angolo del vino, dove si mangiava a meraviglia. Ventunomila euro e giustamente mise in conto alle finanze pubbliche.

Ora ricordiamo a fatica Fiorito, gonfio come un pallone, consigliere regionale in forza al centrodestra, un macina voti, un intavolato cronico dalle note spese facili, condannato (due anni e undici mesi) e scomparso dalla scena. Il magna magna, segnapasso dialettale romanesco col quale si accusa e un po’ s’invidia il potere che se ne fotte (e magna) e spende in conto terzi, è una pratica che negli anni si è un pochetto alleggerita. Si spende di meno, con qualche cautela in più. Comunque se magna. Mondo è stato e mondo è, e lo stomaco della Repubblica, che è anche il titolo di un libro eccellente di Filippo Ceccarelli, ha sempre avuto un riguardo speciale.

Secolo scorso. Il centrosinistra nasce da Geppetto al pescatore. È il 1960 e l’accordo si trova anche grazie alle vongole veraci, al branzino in guazzetto, al risotto che Fanfani, Saragat e La Malfa ordinano mentre preparano la svolta.

Saltando gli anni e pure il secolo, la manovra economica dei Cinque Stelle, quando erano compagni di gioco dei leghisti, quella di Quota 100 e Reddito di cittadinanza per intenderci, fu siglata davanti a un filetto di vitella con broccoletti ripassati. Di Maio è fissato con la carne, e la cerca sempre. Conte e Salvini, all’epoca amicissimi, invece si tuffarono su una grigliata di calamari. Mangiarono da Sabatino, ristorante del centro né caro né modico. Avranno pagato con la loro carta di credito, si spera.

Comunque l’atmosfera di ieri non è quella che viviamo adesso. Tutta un’altra storia, e un altro fatturato. Quando più ritroveremo un conto da 26.582 euro che Pierluigi Daccò, il faccendiere milanese che aveva in carico Roberto Formigoni, l’ex governatore della Lombardia dal lifestyle ricercatissimo, dovette sganciare al Sadler, il restaurant super chic milanese, per le puntatine a tavola in cui spesso (troppo spesso secondo i giudici) anche Roberto il Celeste si trovò.

Attovagliati di tutto il mondo, unitevi! Non per dire, ma Bettino Craxi era habitué dei Due Ladroni, forchetta romana di piazza Nicosia. Il suo sodale Gianni De Michelis lasciò un conto al Plaza da pagare di 490 milioni di lire per i soggiorni suoi e di amici. Di questi, 90 di extra. Il pentapartito a quei tempi andava da Fortunato. Mezza Dc e mezzo Psi erano lì sempre. Romano Prodi da premier ci portò Helmut Kohl, il cancelliere tedesco dalla taglia extralarge. Il cerimoniale di Palazzo Chigi raccomandò una sedia robusta e porzioni generose. Ma non bastò. Kohl chiese il bis di ogni piatto e così il pranzo dio lavoro divenne cerimonia nuziale.

Bei tempi, altro che adesso! Ricordate Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita che imboscò venti milioni di euro? Magnava eccome. Per esempio alla Rosetta al Pantheon. Spaghetti al caviale da 180 euro, paga il partito.

Questi di oggi sono più frugali. I renziani, in piazza di Pietra, vanno da Spiriti o Salotto 24. Matteo, il loro capo, gode se mangia da Baccano, vicino Fontana di Trevi. Salvini più da Gusto, a piazza Augusto Imperatore. I Cinque Stelle all’Osteria del Sostegno, che nel nome un po’ inquieta. Silvio Berlusconi invece a tavola è stato sempre rigoroso, dietetico, misurato: le famose penne tricolori, la spigola all’acqua pazza, il gelato al limone. Questo chiedeva al suo cuoco Michele. Con Silvio, Forza Italia dimenticò l’aglio che al padre padrone non piaceva, ogni frittura fu bandita e gli eccessi deviati verso altri piaceri.

Sappiamo che Fratelli d’Italia ha un deputato oste, Paolo Tracassini. Suo La Campana, in piazza Nicosia. Sappiamo che Denis Verdini ha il figlio Tommaso gestore di Pastation in piazza di Campo Marzio.

Piace mangiare e bere. Ma, diciamoci la verità, a chi piace pagare?

I giudici alla Lega: niente soldi pubblici per i politici a tavola

“La scelta di incontrarsi al ristorante per svolgere colloqui politici è certamente legittima e conforme a prassi consolidata, ma non per questo la consumazione del pranzo si trasforma in un’attività politica i cui costi debbano essere sopportati dalla collettività”. È la frase chiave della motivazione con cui i magistrati genovesi spiegano la condanna (primo grado) a 3 anni e 5 mesi per peculato e falso ideologico del deputato Edoardo Rixi (che a maggio, dopo il verdetto, si dimise da viceministro) e del senatore Francesco Bruzzone. Entrambi leghisti, ai tempi dei fatti consiglieri regionali in Liguria. È il processo per le spese pazze della Regione. Sono 357 pagine di motivazioni dense di cifre, considerazioni giuridiche.

Ma è quel passaggio folgorante che lascerà il segno perché dipinge e stigmatizza un comportamento dei politici nostrani: il pranzo. Insomma, secondo i magistrati, la politica forse si fa anche intorno a un piatto, ma il conto non lo paga il contribuente. I giudici specificano la loro analisi: “Se è vero che dal 2011 i gruppi potevano farsi carico di spese comunque connesse all’attività dei consiglieri, è anche vero che le spese possono considerarsi connesse solo se collegate a un evento pubblico”. Aggiungono i magistrati: “Perché le spese fossero legittimamente rimborsabili, però, non bastava che fossero riconducibili a una delle voci indicate… era necessario anche che quella spesa fosse affrontata ‘per il funzionamento del gruppo consiliare’ o ‘per le iniziative politiche da esso adottate’ o ‘per le attività del gruppo’ collegate ‘ai lavori del consiglio’”.

Per quanto riguarda spese istituzionali e doni, poi, occorrerebbe dimostrare chi è il destinatario e la finalità istituzionale della spesa: “Rixi aveva funzioni rappresentative del gruppo del quale era presidente. Poteva dunque sostenere spese di rappresentanza e nella maggior parte dei casi ha provato in giudizio di aver donato i beni il cui acquisto gli è contestato a soggetti con i quali il gruppo si rapportava per motivi politico istituzionali”. Ma in altri casi, discorso che vale per diversi imputati, “la difesa non ha fornito neppure un principio di prova circa l’identità delle persone per le quali l’acquisto fu eseguito e le ragioni che lo determinarono. Pertanto nulla consente di ritenere che si sia trattato di spese destinate al fine istituzionale”.

A maggio i consiglieri condannati erano stati 19. Le inchieste della Procura di Genova in questi anni hanno toccato esponenti di quasi tutti i partiti presenti in consiglio tra il 2010 e il 2015 (una legislatura di centrosinistra). L’accusa per Rixi parlava di rimborsi per 56.807 euro, in gran parte riferibili al gruppo. Le spese attribuibili direttamente a Rixi erano soprattutto rimborsi chilometrici. I pm avevano poi contestato all’ex viceministro un altro episodio relativo a un rimborso di 80 euro per un soggiorno in B&B: “Si riferisce a un viaggio a Pontida avvenuto il 20 giugno 2010 per una ‘manifestazione politica’. Secondo l’ipotesi accusatoria, questa richiesta si riferiva all’intero prezzo della camera anche se in quella camera avevano pernottato due persone… Rixi ha chiarito che fu accompagnato da una ‘dirigente della Lega’… e che della compilazione della richiesta di rimborso si occupò la sua segretaria”. Insomma, i pm contestavano a Rixi di aver fatto pagare alla Regione anche la parte di prezzo relativa all’altra ospite della stanza. L’episodio comunque è prescritto. Il grosso invece riguardava spese sostenute da colleghi di partito e rimborsi indistinti dalla Lega di cui Rixi era capogruppo. Per l’accusa quindi gli spettava una responsabilità di vigilanza in quanto avrebbe validato i rendiconto. La difesa invece ha sempre respinto questa “responsabilità oggettiva”.

Gli scontrini contestati erano centinaia, a cominciare da quelli – decine e decine – di un ristorante dell’entroterra ligure dove un consigliere leghista, Maurizio Torterolo, usava intrattenersi. Ma c’erano altre spese, come quelle per i rifugi sulle Dolomiti nei giorni di Ferragosto. “Non sono viaggi dei consiglieri, ma di nostri collaboratori, andati per studiare l’ordinamento a statuto speciale del Friuli”, aveva sostenuto la difesa. L’elenco degli scontrini comprendeva acquisti in negozi di cioccolata e di fiori, viaggi a Pontida nei giorni del raduno leghista. Rixi ha sempre respinto le accuse: nessun falso, i capigruppo non avevano i mezzi per vigilare sulle richieste dei consiglieri. Di più: l’allora capogruppo ha sostenuto di aver chiesto ai colleghi di motivare le spese. I magistrati, però, non concordano: “Se Rixi non si accorse di nulla non fu perché esercitò un controllo negligente, ma perché omise di esercitare ogni controllo e, così facendo, accettò il rischio che la rendicontazione fosse carente e persino fondata su documenti alterati”.

Premio Attila

Mentre Salvini cerca un bel sindaco per prendersi anche Roma (pare che la prescelta sia Giulia Bongiorno, santa patrona dei prescritti), il Pd gli presta i suoi cannoncini per bombardare Virginia Raggi in ottima compagnia: Lega, FdI, FI, microsinistre assortite, schegge dello stesso M5S, CasaPound, CasaMonica, CasaCaltagirone e terrazze romane al completo. Si dice che aspiri al Campidoglio Roberto Morassut, già assessore all’Urbanistica delle giunte Veltroni, già candidato trombato alle primarie romane 2016, ora deputato e sottosegretario all’Ambiente. Il quale, sul Foglio per non dare troppo nell’occhio, ha pubblicato un torrenziale documento programmatico dal titolo “Come archiviare la Raggi”, per un’“Agenda 2030” all’insegna di un non meglio precisato “riformismo civico”. Lì distribuisce patenti di “fallimento” a destra e a manca, fuorché a se stesso. Purtroppo, a descrivere il suo, provvide il 4 maggio 2008 Report di Milena Gabanelli, con un servizio di Paolo Mondani sul nuovo Piano regolatore della Capitale. Morassut, intervistato, tentò di rispondere ai rilievi sulle politiche urbanistiche dell’èra Veltroni. Poi, insoddisfatto, querelò Gabanelli e Mondani per diffamazione. E mal gliene incolse, perché i pm Delia Cardia e Sergio Colaiocco indagarono e diedero torto a lui e ragione a Report in una corposa richiesta di archiviazione subito accolta dal gip Roberto Saulino.

Chi volesse farsi un’idea di come, in quegli anni (Veltroni fu sindaco e Morassut assessore dal 2001 al 2008), Roma sia stata genuflessa ai palazzinari non ha che da leggere quel prezioso documento (da oggi consultabile sul sito del Fatto). Che esamina le principali “centralità” urbanistiche “individuate su terreni del privato, per lo più noti costruttori romani” e le conseguenti modifiche al Prg con “un uso disinvolto dell’accordo di programma che avrebbe consentito al privato di ottenere incrementi di cubature residenziali a scapito delle altre destinazioni, con aumento dei profitti, in cambio di finanziamenti di modesta entità per le infrastrutture”. Le famose opere di urbanizzazione sempre promesse e quasi mai realizzate dai palazzinari nell’indifferenza del Comune: “in tal modo lasciando al privato la decisione sulla programmazione e trasformazione di quelle aree, a differenza di altri Paesi europei dove l’amministrazione pubblica gestisce in prima persona, attraverso società miste, l’esecuzione di opere edilizie dalla cui commerciabilità acquisisce risorse per le urbanizzazioni”. Insomma, per la Procura “quasi tutti gli aspetti denunciati dall’inchiesta corrispondono a verità”.

E lì parte un rosario di esempi imbarazzanti. Tipo il complesso “Terrazze del Presidente in Acilia” (300 mila metri quadri) “iniziato con concessione edilizia annullata dai giudici e terminato col rilascio di centinaia di concessioni edilizie in sanatoria in modo del tutto illegittimo” col corollario della consueta

“mancata realizzazione di gran parte delle infrastrutture che l’impresa costruttrice avrebbe dovuto eseguire, previo scomputo dei contributi di costruzione e oneri concessori… L’affermazione del Morassut per cui il rilascio delle concessioni in sanatoria fosse una tappa obbligata e il Comune non avrebbe avuto altra scelta appare non vera”. Bastava che il Comune facesse “un controllo scrupoloso di quell’enorme complesso immobiliare” per “impedire il rilascio delle concessioni, il completamento quasi totale dell’insediamento e applicare le previste sanzioni”. Ragion per cui l’“allora assessore non può poi dolersi se la lettura critica di tali dati di fatto induca alla riflessione secondo cui il Comune avrebbe ritenuto preferibile ‘regalare’ concessioni in sanatoria ai costruttori in cambio di versamenti in denaro e consentire così una cementificazione indiscriminata”.

Le conclusioni dei pm sono impietose: “La questione fondamentale che si ripropone per tutti gli interventi urbanistici di grosse dimensioni riguarda la mancata o parziale realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria che dovrebbero precedere o procedere congiuntamente all’esecuzione delle costruzioni residenziali secondo le previsioni programmatiche, quasi mai però rispettate dai costruttori – che evidentemente privilegiano l’intervento più redditizio – o fatte rispettare a causa della carenza dei controlli… dell’amministrazione comunale che dovrebbe pretenderne l’osservanza”. Con gravi danni anche alla “qualità della vita di chi va ad abitare in quei nuovi quartieri” privi di servizi. Il copione si ripete da Ponte di Nona a Bufalotta (regno di Toti e Caltagirone), dal Parco delle Sabine ad Acilia Madonnetta (passata da Telecom a Toti e Ligresti), da Anagnina-Romanina (di Scarpellini) a Fiumicino e Magliana (di Toti): al centro “l’incapacità del Comune di resistere alle pressioni del privato, anche laddove stravolgano le previsioni originarie… fornendo materiale per le censure fondate di chi, come i curatori della trasmissione, sottolinea una certa ‘sudditanza’ alle esigenze di profitto dei costruttori”. Idem per “gli interventi nella zona di Tor Pagnotta, la lottizzazione di Grottaperfetta, tutti facenti capo alla famiglia Caltagirone”. Per non parlare dei “numerosissimi abusi nel Parco dell’Appia Antica, sottoposto a molteplici vincoli per la rilevanza storica, archeologica e paesistica… non demoliti ancorché realizzati in prossimità di monumenti importantissimi come il mausoleo di Cecilia Metella e anzi spesso oggetto di sanatoria… rilasciata illegittimamente… anche per incuria delle amministrazioni preposte ai vincoli”. Con tutto il rispetto per Morassut, questo biglietto da visita dovrebbe indurlo a riporre nel cassetto i sogni di fare il sindaco. Anche perché, se insistesse, qualcuno potrebbe domandargli che ci faccia al ministero dell’Ambiente.