Bellini di Catania: una meraviglia che si sta sbriciolando in silenzio

Non so quanti italiani conoscano Catania. È una delle più belle città del mondo, con quel caratteristico suo barocco in pietra etnea. A volte tale barocco-plateresco si spinge nel delirio (la cappella di Sant’Agata in Cattedrale), altre volte, ossia quasi sempre, è solenne e appena un po’ tortuoso. Le rovine greco-romane sono imponenti e importantissime. Il Castello Aragonese è una meraviglia e possiede anche una discreta pinacoteca. Alcune chiese sono meravigliose, come quella di San Benedetto. Sulla sommità, l’immenso edificio della basilica di San Nicolò l’Arena è la più grande chiesa della Sicilia.

Nell’Ottocento, e soprattutto nella seconda metà, e all’inizio del Novecento, la città aveva una vita culturale straordinaria. I Vicerè di Federico De Roberto sono uno dei capolavori della letteratura europea, di altezza balzachiana o tolstoiana (non dico flaubertiana per la troppa differenza stilistica); e il confronto con il Gattopardo, ch’è l’esatto suo rovescio della medaglia, è interessantissimo.

Ma anche coloro che hanno visitato la città difficilmente sono entrati nel Teatro “Massimo Bellini”. Chi crederebbe che a Catania esista uno dei più bei teatri del mondo? Venne costruito, appunto, nel 1890, l’epoca del rinascimento culturale della città, su imitazione dell’Opéra-Garnier di Parigi: la quale ha, tuttavia, un suo fasto ninivitico funebre insieme e cafone. L’architetto milanese Carlo Sada costruì una sala imponente insieme e graziosa; bellissimi sono gli affreschi dell’architetto Ernesto Bellandi. Foyer e altri luoghi da attraversarsi, come i corridoi, o i palchi, sono del pari elegantissimi.

Su questa meraviglia italiana sono costretto a lanciare un forte grido d’allarme. L’edificio è fatiscente: il tetto è periclitante, le strutture interne sono obsolete, e molte ali dell’edificio sono chiuse perché inagibili e in pericolo. Gli affreschi sono pur essi in pericolo. Proprietario dell’edificio è il Comune (il “Bellini” non è Fondazione ma “Teatro di tradizione”) che, essendo in dissesto, non profonde alcunché. I costi per il personale (diminuiti da 452 a 250) sono in capo alla Regione. Di esso, gli orchestrali sono 80 e i coristi 60. Fino al 2010 la Regione erogava 22 milioni all’anno. Poi è andata diminuendo la cifra fino ad arrivare nel 2019 a 1.600. 000 euro. La legge recita che i bilanci vengano redatti su base triennale. Per il 2020 la Regione ha previsto di erogare 8.900.000 e per il 21 O, dico zero euro. Questo impedisce di fare il bilancio triennali in pareggio, e il Teatro si trova fuori legge pur essendo adempiente. La spesa minima per il personale è circa 12.000.000 a cui si aggiunge la spesa per le utenze che porta a un totale di circa 13 milioni. Le entrate sono di circa 1.400.000 da parte del Fus ai quali si aggiungono circa 1.200.000 di biglietti e abbonamenti.

Desidero solo ricordare che la spesa media di un allestimento della Scala o del Maggio Musicale Fiorentino è di un milione.

Ma la situazione dei teatri d’Opera è all’incirca la medesima in tutta Italia sotto il profilo del bilancio. Il “Bellini” ha anche buone masse artistiche e svolge una programmazione di livello. Potrà finire così? Potrà il Governo permetterlo? Lo vorrebbe la Comunità Europea, che certo potrebbe erogare un contributo straordinario.

Io non so che dire: ma l’Italia ha per ricchezza principale la sua bellezza e la sua tradizione, e ci si sta tutta sbriciolando in mano.

 

Guggenheim senza Peggy: l’occasione mancata a Venezia

“Sono stata così poco ispirata da ciò che ho trovato in Italia che pian piano ho perso l’interesse. La pittura della Biennale diventa peggiore di anno in anno… Oggi è l’epoca delle collezioni, non delle creazioni”. Questa – secondo le memorie raccolte in Out of this century(New York 1979, 2ª ed.) – fu la cifra del lungo soggiorno veneziano dell’ereditiera e collezionista americana PeggyGuggenheim (1898-1979), iniziato con l’inopinata partecipazione alla Biennale d’Arte del ’48 negli spazi del Padiglione greco lasciato vuoto da quel Paese in seguito alla guerra civile, e riadattato all’uopo da Carlo Scarpa.

I quadri e le sculture di artisti europei e americani (da Klee al cubismo, da Brancusi a Tanguy) che Peggy aveva portato con sé dalla sua leggendaria galleria newyorchese “Art of this Century” (chiusa nel ’47) fecero sensazione in un’Italia che usciva dall’isolamento e dall’autarchia, e continuarono a stupire i tanti visitatori che accorsero ad ammirarli nel settecentesco Palazzo Venier dei Leoni dopo che ella vi si trasferì e lo aprì al pubblico nel1949. Un’apertura che all’epoca era gratuita, mentre oggi per 15 euro sonanti si accede alla collezione permanente – sempre strabiliante, e attualmente impreziosita dalle opere in miniatura della Scatola in una valigia di Marcel Duchamp – e alle mostre, spesso un po’ “fatte in casa” (cioè prive di apporti esterni) come l’ultima, L’ultima dogaressa (fino al 27 gennaio 2020), che tratta gli interessi un po’ onnivori della Peggy collezionista negli anni veneziani.

Premesso che vedere Alchemy di Jackson Pollock e Jamais di Clyfford Still è di per sé un’esperienza sublime, sarebbe facile dire che si è persa l’occasione di dare linfa vitale a questa eclettica sequenza di opere realizzate per lo più tra il 1944 e il 1969 (di tutto un po’, dagli astrattisti a Graham Sutherland, da Magritte al Gruppo Zero, da Giacometti a Bacon, da Cobra alla Op-Art; molti i pittori oggi dimenticati, non sempre a torto) raccontando alcuni sugosi retroscena biografici: che Emilio Vedova – il primo artista incontrato da Peggy a Venezia – apparteneva al Fronte nuovo delle arti, avverso alla mostra di Pollock promossa da Peggy al Museo Correr nel ’50; che Jean Hélion (pure esposto nel ’50 a Palazzo Giustinian) fu il primo marito della figlia Pegeen (ella stessa pittrice naïf, precocemente suicida); che Pegeen ebbe una relazione – forse in concorrenza con la madre – con uno dei due artisti italiani finanziati e ospitati da Peggy, il feltrino Tancredi Parmeggiani; che a raccomandare Tancredi a Peggy era stato Bill Congdon, l’artista che ella riteneva una reincarnazione del padre, in quanto era nato lo stesso giorno in cui Benjamin Guggenheim aveva perso la vita nell’affondamento del Titanic. Più in generale, ben poco si concede qui all’importanza dei legami personali, già così essenziali per comprendere il collezionismo di Peggy negli anni di New York.

E rimane appena abbozzata l’indagine sui rapporti con il mondo della cultura italiana, che non l’accolse sempre con entusiasmo: tagliente il reportage di Camilla Cederna dal titolo “Venezia sopravviverà alla signora Guggenheim”, ma lo stesso critico Giuseppe Marchiori, che poi nel ’49 collaborerà alla sua mostra di scultura, definì il padiglione del ’48 un esempio “di eclettismo e di snobismo”. Dall’altra parte, Peggy mantenne sempre un senso di malcelata superiorità nei confronti di un Paese gretto, arretrato, immerso in riti bizantini e forte solo di gondolieri e di aitanti furfantelli: la infastidivano gli artisti italiani in cerca di fama e di soldi, i musei italiani in cerca di prestiti per le loro mostre, l’inglese incerto di Luigi Einaudi, l’incompetenza degli operai che per poco non gettavano nella pattumiera i ferri di un mobile di Calder, l’ignoranza dell’arte contemporanea da parte di professoroni come Argan e Pallucchini (ma si salva Carlo Ragghianti).

Il buen retiro sul Canal Grande (sulla cui terrazza ella amava prendere il sole nuda, per l’imbarazzo del prefetto che abitava di fronte) era un punto di riferimento del jet-set internazionale: vi soggiornarono Truman Capote, Paul Bowles, Paul Newman, Allen Ginsberg, Tennessee Williams, Cocteau, Losey, Chagall e mille altri. Per Peggy Venezia era la città in cui “non esiste il senso del tempo”, la città sempre carnevalesca e gioiosa deldolce far niente, dei luoghi appartati e della bellezza libera: “La sua vita è nel passato e le sue bellezze, come quelle di un museo, sono conservate per coloro che vengono ad ammirarle”. Dietro questi tristi e penosi luoghi comuni si nascondeva il fondamentale disinteresse per il mondo circostante (mai lesse un giornale italiano), e l’inquietudine di una donna che sentiva ormai passato il suo momento.

Rive droite, quando Parigi folleggiava a destra

Al di là del fiume, ma dalla parte sbagliata: non la tanto decantata Rive Gauche, ma la Rive Droite, lì dove razzolava la meglio gioventù parigina prima che la Seconda guerra mondiale sconvolgesse la Francia, sospingendo gli intellettuali a sinistra, non solo geograficamente. All’Altra metà di Parigi torna ora, con piglio erudito e sguardo malizioso, Giuseppe Scaraffia, a zonzo tra il Palais Royal e gli Champs-élysées, Montmartre e l’Opéra, il Trocadéro e il Bois de Boulogne: solo qui ci si può mettere alla ricerca di Proust e compagnia bella nel ventennio destrorso tra il 1919 e il 1939; poi i bo-bo traslocarono sulla Gauche.

Il saggio si può piluccare golosamente come uno zibaldone di aneddoti, ma si può anche compulsare come una guida turistica: è articolato infatti in 12 capitoli – dal I al XIX arrondissement – più 2 sulle periferie di Neuilly-sur-Seine e Clichy, dove Céline aveva il suo ambulatorio di medico della mutua. “Scivolando nell’abisso come nel piacere”, l’itinerario si dipana dal cuore della città, nelle stanze del Palais Royal, refugium peccatorum di Vita Sackeville-West e Violet Trefusis: gli appartamenti erano talmente angusti che “ci si può fare solo l’amore”, diceva Colette, accasata lì vicino, ma proprietaria di un negozio di prodotti di bellezza nell’VIII arrondissement, dove spacciava “menzogne quotidiane”. All’Hôtel de Beaujolais soggiornarono Zweig e Malraux con l’amante Josette; al Lotti passavano celebrità come Chanel e Picasso, mentre Orwell ci lavorava 11 ore al giorno come lavapiatti; al Thé Colombin andava, invece, Marguerite Yourcenar, in cerca di lesbiche e con la fiaschetta di cognac nascosta sotto il cappotto. Poco più in là, ai Jardin des Tuileries, Sartre e la de Beauvoir strinsero il “contratto di due anni” come coppia aperta, mentre sulle rive della Senna Anais Nin comprò una chiatta su cui lasciarsi coccolare dagli amanti, ma non da Miller che preferiva portarla a “vedere le puttane”.

Il bar del Ritz era meta fissa di Malaparte – spesso ebbro – e della marchesa Casati, che terrorizzava i clienti con collane di serpenti vivi e affamati, riforniti di conigli dal maître. Dopo il Ritz, Proust bazzicava l’Hôtel Marigny, “luogo di omosessuali influenti”, in cui si eccitava guardando giovani masturbarsi o topi sbranarsi: una volta finì in un blitz della polizia e fu schedato come un “45enne che vive di rendita, intento a bere con tre pederasti”. Intanto, al Fouquet’s Joséphine Baker cenava insieme al suo cucciolo di leopardo e a Le Voisin si attovagliavano Marinetti e Majakoskij.

Dietro Notre-Dame viveva Nancy Cunard, che sedusse tutti e portò al (tentato) suicidio Louis Aragon. Cocteau, invece, abitava nell’VIII con la madre, stufa degli amanti del figlio in giro per casa: su tutti Raymond Radiguet, noto per avere “il diavolo in corpo”. Nell’VIII stavano anche i Fitzgerald, e fu l’amico-nemico Hemingway a spifferare le bravate di Francis Scott: una volta si mangiò i petali di un’orchidea rigettata da una donna; un’altra guidò ubriaco per Place de la Concorde inseguito dai poliziotti in bici. I surrealisti avevano colonizzato il IX arrondissement e Joyce il X. Tentò di far maritare la figlia Lucia con Beckett, ma se la prese Jung in cura: era pazza; tra le sue sceneggiate si ricordano i tentativi di incendiare la casa e le sediate alla madre, al che il patriarca sbottava: “Basta! Qui l’artista sono io!”. Ancora più decentrati erano gli esuli Marina Cvetaeva e i Nabokov: per mantenersi Vladimir traduceva persino libri sui topi, ma fu proprio a Parigi che ebbe l’intuizione di Lolita. Più lussuoso era il vicino appartamento di Irène Némirovsky e più vistoso quello di Pierre Louys, la cui “dieta” giornaliera comprendeva 6-7 bottiglie di alcolici, cocaina e 60-80 sigarette. E poi Neruda, Gide, Tzara, Picabia, Duchamp, La Rochelle… tutti sparpagliati e brulicanti dal Casino al Moulin Rouge, dalle alcove ai locali per voyeur, dalle osterie ai bordelli, come lo Chabanais, frequentato dalla Dietrich travestita da uomo e da Edoardo VII, che si trastullava con le ninfette in una vasca colma di champagne. Dopodiché passavano alla stanza delle torture sadomaso.

Silvia Romano, le nuove indagini sulla pista shebab

Il padre di un presunto terrorista arrestato durante una retata della polizia contro gli shebab, sulla costa del Kenya, ha pagato la cauzione per tirar fuori di galera Ibrahim Adhan Omar, uno dei presunti rapitori di Silvia Romano, la cooperante italiana sequestrata il 20 novembre dell’anno scorso. Da qualche mese, le unità antiterrorismo della polizia stanno scandagliando a tappeto la costa keniota a caccia di terroristi che si sarebbero infiltrati dalla Somalia. Il 15 marzo scorso, alle 4 del mattino, durante una retata nel villaggio di Kiteje, nella contea di Kwale, poco a sud di Mombasa, gli agenti arrestano alcuni presunti appartenenti alle milizie shebab. Il padre di uno degli ammanettati, Juma Suleiman, dopo aver cercato il figlio Abdallah Juma, 25 anni, in tutte le stazioni di polizia, non avendolo trovato, va al comando centrale a Mombasa, e protesta per la scomparsa del ragazzo di cui non sa più nulla. Nessuno gli spiega che fine abbia fatto.

Quattro mesi prima discretamente, subito dopo il rapimento di Silvia, erano stati arrestati nei villaggi intorno a Chakama, dove la volontaria milanese abitava ed è stata portata via, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Il 10 dicembre era stato catturato, Ibrahim Adhan Omar. Era ben nascosto, assieme al suo arsenale, in un covo nella cittadina di Bangali nei pressi di Garissa (vicino al confine con la Somalia), dove il 2 aprile 2015, durante un assalto dei miliziani islamici al campus dell’università, 148 studenti erano stati trucidati e 79 feriti. Abdulla Gababa, non trova i soldi per pagare la cauzione e resta così in carcere, mentre gli altri due escono di galera pagando una somma abbastanza elevata per le tasche keniote: 26 mila euro. Il Fatto Quotidiano è andato a controllare chi sono quelli che hanno versato la somma per tirare fuori dal carcere gli inquisiti. E così si scopre che per Moses Luwali Chembe sono intervenuti lo zio e il nonno con titoli di proprietà di alcuni terreni. Ma il primo dichiara un guadagno di cento euro al mese e il secondo solo cinquanta.

La rivelazione più inquietante riguarda Ibrahim Adhan Omar, il più pericoloso dei tre arrestati: la sua garanzia per uscire dal carcere il 28 giugno scorso viene pagata da Juma Suleiman, il padre del presunto terrorista arrestato a Kwale in marzo. Nel documento che abbiamo visionato, Juma Suleiman si definisce amico del presunto sequestratore Ibrahim. Juma di mestiere dichiara di fare il sarto, ma al villaggio dove dice di risiedere, come ha accertato il Fatto Quotidiano in un breve sopralluogo, non lo conosce nessuno.

Ora quindi, finalmente, la pista per individuare i rapitori di Silvia Romano è chiara. Ed è diventata qualcosa di credibile, dopo che a metà settembre le unità antiterrorismo della polizia keniota hanno arrestato Fawaz Ahmed Hamdun, un ex calciatore che ai campi sportivi ha preferito quelli di battaglia. Fawaz, di buona famiglia musulmana ma non radicale, viene descritto dagli investigatori come un “talent scout”. Il suo compito è reclutare giovani, indottrinarli e spedirli in Somalia per il training necessario a diventare un bravo terrorista, per conto dell’organizzazione jihadista Jeshi Ayman, la filiale keniota di Al Shebab (legata ad al Qaeda) le cui basi si trovano nella foresta di Boni, un’inespugnabile giungla ai confini tra Kenya e Somalia. All’appello dei ricercati per il rapimento, non ancora assicurati alla giustizia, mancano Yusuf Kuno Adan e Said Adan Abdi, che potrebbero essere passati in Somalia eventualmente portando con sé Silvia. Manca però la conferma del possibile trasferimento.

Le indagini dopo un periodo di stagnazione dovute anche al fatto che la cooperazione tra Kenya e Italia nei primi mesi dopo il rapimento non funzionava a dovere (gli investigatori del Ros erano stati bloccati a Nairobi e non era stato dato loro il premesso di andare sulla costa), ora sono riprese con una certa forza anche perché la cattiva pubblicità creata dal rapimento sta mettendo in ginocchio l’industria turistica locale, una volta assai fiorente.

In attesa delle ulteriori indagini in corso, quindi, l’ennesima udienza contro alcuni presunti rapitori di Silvia – che si doveva tenere il 24 ottobre al tribunale di Malindi – è saltata. Gli accusati Ibrahim Adhan Omar, Moses Luwali Chembe sono tornati a casa e Abdulla Gababa Wario in prigione. L’udienza è stata spostata al 14, 15 e 20 novembre. A un anno esatto dal rapimento.

Whatsapp costa caro ad Hariri: il premier cade sulla tassa social

Saad Hariri è salito al palazzo presidenziale di Baabda e ha rassegnato le proprie dimissioni, perché “i ruoli vanno e vengono ma la dignità e la sicurezza del Paese sono più importanti”. Il presidente Michel Aoun ha deciso di prendere tempo e non risponderà in tempi brevi. Il primo ministro libanese, in carica dal 18 dicembre 2016, ha annunciato in tv la decisione maturata dopo 13 giorni di proteste, definendo la situazione “un vicolo cieco”. I manifestanti hanno cominciato il 17 ottobre a scagliarsi contro le politiche di austerità, la corruzione e la disoccupazione, fino alla richiesta politica definitiva: le dimissioni del governo Hariri, di cui fanno parte anche i filo-iraniani Hezbollah. A scatenare le rivolte di Beirut, poi riversatesi in tutto il Paese, era stato l’annuncio di nuove tasse su beni e servizi di largo utilizzo come il tabacco, la benzina e le chiamate via Whatsapp. Il giro di vite avrebbe dovuto essere approvato il 22 ottobre se non fosse arrivata la decisione in retromarcia di Hariri, supportata dall’intervento del presidente della Repubblica Michel Aoun, giudicato comunque “tardivo e generico” dalla piazza. Il pacchetto di riforme annunciate dal premier prevedeva la riduzione del 50 per cento degli stipendi dei ministri e dei deputati, l’abolizione del ministero dell’Informazione e la formazione di un panel anti-corruzione. Hariri aveva anche incontrato gli ambasciatori di Usa, Russia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia e l’inviato della Ue per illustrare le misure. Tutto ormai inutile per la folla che ha continuato a contestare il governo e a ostruire i principali punti di accesso alla città. Ieri i seguaci di Hezbollah e quelli dell’alleato sciita Amal hanno attaccato con spranghe i manifestanti nel centro della capitale, vicino a Piazza dei Martiri, disperdendoli. Hariri ha concluso il discorso alla Nazione citando il padre Rafic, ex premier ucciso con un’autobomba il 14 febbario del 2005 a Beirut.

BoJo ottiene le elezioni il 12 dicembre

“Ho sempre detto che siamo pronti per le elezioni e che il nostro ‘sì’ dipendeva dall’avere scongiurato il rischio di una Brexit senza accordo. Ora sappiamo dall’Unione europea che l’estensione dell’art. 50 fino al 31 gennaio è confermata. Lanceremo la più ambiziosa e radicale campagna per un vero cambiamento che il nostro paese abbia mai visto”. Jeremy Corbyn, dal quartier generale del partito laburista dove si è appena conclusa una riunione del suo esecutivo ombra, annuncia il cambio di strategia. Il Labour annuncia il suo supporto alla mozione del giorno del governo britannico: elezioni anticipate a dicembre. Non ci sono più scuse per rimandare il confronto elettorale senza perdere la faccia. Il ‘sì’ del Labour è decisivo, perché stavolta al governo basta la maggioranza assoluta per ottenere l’approvazione della Camera dei Comuni ad elezioni anticipate. Certamente l’opposizione ha provato a scompaginare i piani del governo proponendo tre emendamenti: ammettere al voto i residenti europei con il settled status, cioè il diritto permanente di residenza nel Regno Unito, abbassare a 16 anni l’età minima per votare e tenere le elezioni il 9 dicembre, come chiedono Lib-Dem e Indipendentisti scozzesi, invece che il 12 come vuole il governo.

I primi due sono colpi di teatro: siamo in campagna elettorale e fa comodo corteggiare porzioni di elettorato finora escluse e, soprattutto, quasi certamente ostili ai conservatori. Downing Street reagisce subito, annunciando che ritirerà la mozione se quegli emendamenti dovessero passare. Motivazione ufficiale: per modificare le regole del diritto di voto ci vorrebbero 6 mesi, quindi niente elezioni rapide, e un dibattito bipartisan in Commissione elettorale. Lo speaker della Camera, stavolta non John Bercow ma il suo vice Lindsay Hoyle, respinge i primi due ma ammette il terzo. Rimosso il principale ostacolo e con l’appoggio di Corbyn (ma 104 deputati laburisti votano contro) in serata arriva anche il “bollino” della data ufficiale: lo imprime il voto della Camera dei Comuni. Sarà il 12 dicembre, secondo la modifica legislativa ordinaria messa ai voti e approvata con 438 sì e 20 no. Resta il passaggio alla Camera dei Lords.

Elezioni siano quindi. Sull’esito però c’è incertezza assoluta, ed è una delle ragioni per cui abbondano i mal di pancia fra i deputati dei due partiti principali. I Conservatori hanno, secondo i sondaggi, un vantaggio consistente, fra i 10 e i 15 punti, ma ricordano con orrore la sicurezza con cui Theresa May era andata al voto anticipato nel 2017 per ritrovarsi a dover dipendere, per la maggioranza, dai costoso appoggio esterno degli Unionisti irlandesi. I Laburisti sono altrettanto incerti che “la più ambiziosa e radicale campagna mai vista” porti Corbyn a Downing Street, vista la sua popolarità in picchiata. A meno che non abbia ragione il guru delle elezioni John Curtice, che ieri ha dichiarato: “Prevedo un parlamento con almeno 100 deputati né laburisti né conservatori… Se Boris Johnson non ottiene una decisa maggioranza, il suo governo non può durare perché non ha amici da nessuna parte. Al contrario il Labour può allearsi con gli scozzesi, i Lib-Dem, i Verdi”.

Ieri Johnson ha reintegrato 10 dei 21 deputati conservatori ribelli espulsi a settembre per aver sostenuto gli sforzi tesi a impedire una Brexit senza accordo.

Mutande fatali: l’intimo svelò chi era il Califfo

Tradito da una spia curda che faceva parte della sua scorta. Se tutte le ricostruzioni su come gli americani siano arrivati a colpire il bersaglio al-Baghdadi differiscono nei dettagli, due fatti sembrano ormai accertati. Il primo: le ultime mosse del Califfo nero sono state tracciate dall’intelligence statunitense filmando uno dei suoi corrieri, come accaduto per arrivare a scoprire il nascondiglio di Bin Laden. Ma per essere certi che l’uomo in continuo trasferimento finito sotto il radar degli 007 statunitensi fosse il vero leader dell’Isis, c’era bisogno di un elemento in più, ma molto difficile da reperire: il suo Dna.

Senza il confronto tra l’impronta genetica appartenente ad al-Baghdadi e quella ricavata dai resti umani rimasti sotto le macerie (a causa della detonazione del giubbotto esplosivo indossato dal ricercato numero 1) del suo ultimo rifugio, non sarebbe stato infatti possibile accertarne l’identità e, di conseguenza, la morte. Ma, siccome il Dna si può ottenere esclusivamente da reperti biologici come capelli, peli, unghie, oltre alla saliva e agli altri liquidi secreti dal corpo, riuscire a venirne in possesso ha richiesto un contatto assai ravvicinato con il terrorista islamico da parte del “ladro”. Che, secondo il comandante delle Forze Democratiche Siriane a guida curda, Maflouz Abdi, è stato uno dei propri combattenti curdi che è riuscito a infiltrarsi nella scorta del Califfo. Abdi ha dichiarato alla Nbc che una propria fonte, parte della scorta del Califfo, avrebbe sottratto un paio di mutande ad al-Baghdadi per raccogliere campioni di Dna poi girati agli Stati Uniti in attesa del blitz. Il rocambolesco, per quanto poco romantico, furto della biancheria intima, sarebbe avvenuto l’estate scorsa quando i curdi venivano ancora sfruttati dagli Stati Uniti e da quel che era rimasto della coalizione internazionale anti Isis come fanteria. Fino alla recente coltellata nella schiena inferta dalla Casa Bianca agli alleati sul terreno del Rojava – decisione che ha dato la stura all’invasione turca – i curdi sono stati gli alleati cruciali dell’Occidente per sconfiggere e quindi prevenire la risorgenza del virus Isis. Del resto nessuno meglio dei curdi conosce le pieghe del vasto territorio nord e centro orientale siriano dove si trova la cittá di Raqqa, la capitale del fu Califfato Islamico e, a lungo, residenza di al-Baghdadi. Nonostante il voltafaccia di Trump e l’aggressione turca, i curdi delle Forze Democratiche siriane, per bocca dello stesso Trump, hanno continuato a collaborare con gli Stati Uniti anche nell’ultima fase della preparazione del blitz per catturare al-Baghdadi. Polat Can, un consulente delle Forze Democratiche Siriane ha corroborato la versione del reperimento del Dna via Twitter: “La stessa fonte, che era stata in grado di raggiungere al-Baghdadi, è riuscita a sottrargli le sue mutande per dare la possibilità di condurre un test del Dna e assicurarsi che la persona in questione fosse lui al 100%”.

Inoltre, secondo Can, Sdf ha lavorato dal 15 maggio con la Cia per rintracciare Al-Baghdadi, ed è riuscita a confermare che si era spostato dalla zona di Deir Az Zor, più a sud di Raqqa, nella provincia nord occudentale di Idlib, dove è stato ucciso sabato. Pare che al-Baghdadi stesse per cambiare nuovamente rifugio. Stava per trasferirsi nella città siriana di Jarablus. È a quel punto gli elicotteri della Delta Force sono planati sulla rete di tunnel dove si nascondeva, per catturarlo. Oltre a Baghdadi le forze speciali Usa hanno ucciso anche il portavoce dello Stato islamico Abu al Hassan al Muhajir, considerato di fatto il numero due del Califfo e uno degli eredi alla guida del gruppo terroristico. Grazie al coraggio della fonte curda, oggi pare che l’era di al-Baghdadi sia definitivamente chiusa. Quella dell’Isis non si sa. Di certo, il successore del Califfo starà attento a lavarsi i “panni” da solo.

La protesta prosegue e il governo chiude gli stadi

Il rimpasto promesso dal presidente Pinera, che ha costretto alle dimissioni anche il responsabile del ministero degli Interni Andres Chadwick, non è bastato a far rientrare la protesta sociale, iniziata il 18 ottobre; proseguono i cortei e gli scontri con la polizia e l’esercito. Anche ieri una mobilitazione massiccia si è radunata in piazza Italia, con i Carabineros che hanno provveduto a cinturare la zona. Il clima è pesante e la Federcalcio ha fermato i campionati a sei giornate dalla fine, sollecitata dal presidente Pinera e dalle forze dell’ordine; è stato bloccato tutto, persino il campionato femminile e i tornei giovanili. Il provvedimento potrebbe sembrare banale e invece è l’ennesima spia del dramma che sta vivendo la società cilena: i raduni di massa preoccupano il governo. I dissidenti ora chiedono apertamente che l’esercito e la polizia, così come il governo, si assumano le responsabilità sugli omicidi – almeno 20 – avvenuti durante le proteste e le torture inflitte ad alcuni arrestati. Uno di questi centri di tortura secondo i manifestanti si trovava nella stazione Baquedano della metropolitana; due sere fa migliaia di persone sono intervenute al corteo che da Piazza Italia si è diretto verso la Moneda, poi un gruppo si è staccato ed ha appiccato il fuoco proprio alla stazione Baquedano, denunciando che la polizia aveva creato lì una “stanza di tortura”. Ieri si è tenuto un incontro al ministero dei Trasporti per vagliare le richieste presentate dai camionisti in merito alle tariffe sui pedaggi nelle autostrade.

Claudia l’incorruttibile: la Colombia riparte dalla sindaca di Bogotà

Un cambiamento radicale e repentino del ciclo politico colombiano. La portata della vittoria della prima donna sindaco di Bogotà, Claudia López Hernández, si raccoglie a due giorni dai sorprendenti risultati di domenica scorsa: un milione e mezzo di voti su 3 milioni di elettori e un’astensione che per la prima volta nella storia della Capitale è scesa di 4 punti percentuali. Lei, la premier Verde, ecologista, dagli umili natali tra politici di razza, lesbica dichiarata, attivista per i diritti umani e la lotta alla corruzione fuori e dentro i palazzi della politica, famosa per aver denunciato con un’inchiesta i collegamenti tra quest’ultima e i paramilitari delle Farc, contro cui minaccia una guerra senza quartiere, ha già spostato l’asse simbolico della politica colombiana.

“L’incorruttibile” neo-sindaco di Bogotà, città con la sua carica simbolica e numerica – nella Capitale risiede un quinto della popolazione colombiana a cui lo Stato dedica un investimento milionario – è di fatto la seconda carica più importante dello Stato, destinata ad avere un peso importante sulla politica nazionale. Palcoscenico che Claudia López non disdegna e a cui, anzi, aspira a tornare, lei già senatrice e candidata alla vicepresidenza con Sergio Fajardo. Non prima di “aver cambiato il volto della Capitale” con un nuovo piano contro la criminalità che renda conto fin dai primi 30 giorni di amministrazione della diminuzione dei reati, una metropolitana che renda la città vivibile anche per chi abita lontano dal centro, la lotta al lavoro minorile e incentivi all’occupazione. Ma questo potrebbe essere soltanto il volano per Claudia per le prossime elezioni nazionali del 2022 a cui i conservatori – già innervositi dalla “presa di Bogotà” – si presentano non soltanto divisi, ma anche pronti al cambiamento politico. D’altra parte, Claudia, una vita per la politica, la giustizia sociale, i diritti e l’eguaglianza – lei stessa ritwitta dal suo account una foto che la ritrae in bianco e nero nel lontano 1990 tra “i ragazzi della septima papeleta”, la scheda che fecero aggiungere per votare insieme alle altre opzioni anche l’Assemblea Nazionale per modificare la Costituzione – potrebbe dare la spinta da Bogotà ai nuovi progressisti, quelli che strizzano l’occhio a Greta. “Abbiamo fatto storia”, è stato l’urlo con cui la nuova sindaca ha salutato i suoi elettori all’annuncio della vittoria, subito corretto con un messaggio di unità: “Governeremo per tutti, non soltanto per coloro che ci hanno dato la loro fiducia… Bogotà non esce ferita da queste elezioni, né divisa, né polarizzata”. E in molti credono che possa essere proprio lei a riuscire nell’intento di ridare forza a un Paese rotto da anni di lotta armata e politiche elitarie.

Non ultime quelle dell’erede dell’uribismo, dal fondatore ed ex Capo di Stato Álvaro Uribe, l’attuale presidente Ivan Duque, che esce con le ossa rotte dalle Amministrative con il 13,5% dei voti al suo candidato. Caparbia studentessa di Finanza, amministrazione e relazioni internazionali all’Università Externado, grazie a una borsa di studio statale, la neo-sindaca ha conseguito una laurea magistrale in Amministrazione pubblica in Colombia e a New York oltre a un dottorato in Scienze Politiche alla Northwestern di Chicago. L’Ateneo statunitense su Twitter ne celebra la vittoria con un messaggio speciale: “Domenica, la nostra alunna Claudia López è diventata la prima donna eletta sindaco di Bogotá, in Colombia. E per lei è solo l’inizio”. Un rimando, in realtà, alla pagina del magazine universitario che ripercorre le tappe dei suoi studi e ne celebra le tappe fondamentali: “López ha studiato i metodi per costruire lo stato moderno, in particolare quelli che potrebbero essere applicati nelle aree rurali essenzialmente ‘fuorilegge’ della Colombia”. Metodi che ha messo in pratica, ad esempio, nel referendum anticorruzione del 2014 al quale parteciparono 11 milioni di persone, più dei votanti a qualsiasi elezione presidenziale colombiana, seppure non sufficienti per il quorum. E l’impegno continua, perché come lei stessa sostiene: “Abbiamo un pianeta da salvare. Una democrazia da salvare. Una generazione da guidare”.

Le crisi nei petro-Stati riguardano anche noi

La ribellione degli indigeni in Ecuador, le proteste che da mesi portano in piazza decine di migliaia di algerini, l’anarchia sociale e politica in Venezuela hanno in comune una cosa: avvengono in “petroStati”, Paesi nei quali i ricavi dalla vendita di petrolio tengono in piedi lo Stato e consentono le importazioni di ogni genere di prodotto. Fino agli Anni 70 del secolo scorso, il petrolio era considerato una manna. “Dio ci ha dato la migliore opportunità degli ultimi cento anni” dichiarò il Primo ministro britannico Callaghan, inaugurando nel 1975 il giacimento di Forties nel Mare del Nord. Nei Paesi Opec si stampavano monete celebrative raffiguranti il leader di turno, un monumento storico e l’immancabile pozzo di petrolio. Con il crollo dei prezzi del greggio, a metà anni 80, quasi tutti i petroStati entrarono in crisi. La letteratura accademica, a rimorchio della realtà, coniò il termine “oil curse”, la maledizione del petrolio: la risorsa cominciò a essere considerata foriera di dittature antidemocratiche, guerre civili e povertà diffusa. Il crollo dell’Unione Sovietica, la guerra civile in Algeria, l’invasione del Kuwait da parte di un Iraq in piena crisi economica, furono manifestazioni eclatanti della maledizione del petrolio.

Le mode accademiche e le parole d’ordine delle istituzioni internazionali mutano qual piume al vento, così che, quando alla metà degli anni 2000 i prezzi del petrolio ricominciarono a salire, e mentre aleggiava lo spettro del “picco petrolifero”, si cominciò di nuovo a parlare del petrolio come fattore di sviluppo. Dal 2014 però, con un nuovo ciclo di bassi prezzi, la musica cambia di nuovo. La maledizione sembra destinata a riapparire non come “farsa”, ma come tragedia ancor più devastante della precedente.

In Ecuador il presidente Lenin Moreno ha accettato un prestito di 4,2 miliardi di dollari del Fondo monetario internazionale impegnandosi alle consuete misure lacrime e sangue, a partire dall’aumento dei prezzi della benzina. L’economia venezuelana è crollata del 64% dal 2014 (crollo economico senza precedenti in tempo di pace), e si calcola che nel 2020 saranno emigrati poco meno di 7 milioni di venezuelani, la peggiore crisi migratoria del Pianeta. Gli algerini della “rivoluzione dell’Hirak” (“sorriso”) scendono in piazza dal 16 febbraio 2019, dopo un calo del Pil del 7 per cento e rincari previsti per tutti i beni essenziali. In Iran il Pil calerà questo anno del 10 per cento, l’inflazione è fuori controllo così come non vi sono facili soluzioni alla crisi idrica. Nel vicino Iraq dilagano proteste violente contro la corruzione, le infrastrutture elettriche e idriche al collasso, e contro l’ecatombe ecologica dell’inquinamento delle principali via d’acqua, da secoli linfa vitale della regione.

Sebbene i prezzi del petrolio siano relativamente alti a livello storico, i governi dell’Opec hanno bisogno per sostenere i propri bilanci pubblici di prezzi del greggio (quindi entrate fiscali) assai più alti di quelli di oggi. Per quanto l’Opec si ostini a evitare una discesa ulteriore dei prezzi l’orientamento dei suoi membri sembra quello di risolvere la situazione spalancando le porte agli investitori. Lo chiede l’Fmi all’Ecuador, dove l’attuale governo ha deciso di uscire dall’Opec per avere le mani più libere, e si prepara ad avviare nuove perforazioni nel Parco dello Yasiní in Amazzonia, stracciando il blocco imposto dell’ex presidente Rafael Correa. I militari algerini covano una legge sugli idrocarburi che prevede fiscalità agevolata e consente alle società internazionali di tornare a produrre in grande nel Paese che per primo ha nazionalizzato gli idrocarburi nel 1971. In Venezuela, con una produzione di petrolio in calo da 3 milioni di barili al giorno nel 2014 a 600mila oggi, molti pozzi sono in mano ad aziende cinesi e russe, e la società nazionale Pdvsa appare fuori controllo. In Arabia Saudita avanza il controverso progetto di privatizzazione di quote della società statale, il colosso Saudi Aramco, dopo che erano già state concesse agevolazioni fiscali.

In tutti i grandi Paesi esportatori di petrolio, sotto la pressione di movimenti sociali in rivolta per il peggioramento delle condizioni di vita generali, i governi cercano la soluzione più semplice: aumentare la produzione e aprire il settore petrolifero ai capitali stranieri, piuttosto che intaccare il legame perverso tra spesa statale, investimenti ed esportazioni di petrolio. Queste politiche “estrattiviste” manterranno inalterata la dipendenza dal petrolio dei governi Opec, aggravando i già devastanti problemi ambientali da Maracaibo in Venezuela al Golfo Persico.

La maledizione del petrolio potrebbe ricadere però anche sui grandi Paesi consumatori di idrocarburi. Il primo rischio è che l’apertura agli investitori stranieri nei Paesi Opec amplifichi lo scontento sociale, visto che le nazionalizzazioni del settore petrolifero hanno costituito una delle architravi dell’identità nazionale e della legittimazione degli Stati postcoloniali. Questo implica il rischio di guerre civili, come quella libica, e di un crescendo di tensioni militari (in particolare tra Arabia Saudita e Iran) che potrebbero aggravare l’instabilità del Medio Oriente e indurre a nuovi flussi migratori.

Il secondo rischio è quello che i bassi prezzi del petrolio possano ostacolare l’indispensabile (dal punto di vista della riduzione delle emissioni di CO²) transizione verso energia da fonti rinnovabili, così come è già avvenuto in passato quando il crollo dei prezzi del petrolio a metà anni 80 limitò la diversificazione delle fonti energetiche e rallentò gli sforzi per il risparmio energetico, come dimostrato dall’ascesa inarrestabile del Suv negli anni 90.