I big americani smettono di (auto)gonfiarsi in Borsa

È solo un segnale, magari isolato e che non avrà ripercussioni. Ma il suo rumore è forte e indica un certo nervosismo tra i manager della Corporate America che rischia di finire per riverberarsi sul listino azionario più significativo a livello globale. L’avvisaglia è nella caduta dell’indice di fiducia dei ceo Usa raccolta dagli analisti di Goldman Sachs in una dello loro periodiche ricognizioni. Nel corso di quest’estate, infatti, il livello di confidenza sul futuro – complice la crisi dei dazi e una stagione dei profitti meno brillante del solito da parte dei capi-azienda Usa – sarebbe scesa ai minimi dai tempi della Grande Crisi finanziaria. Il clima di incertezza geopolitica, le frizioni con la Cina e lo spettro di una nuova recessione globale rendono i top manager nervosi.

Il 53% dei direttori finanziari delle big Usa si attende una recessione americana nel terzo trimestre del 2020, percentuale che sale al 67% di chi si attende la recessione entro la fine del 2020. Se lo scenario atteso è questo, le aziende si muovono per tempo reagendo nell’unico modo possibile. Frenare l’attività, spendere meno, trattenere più liquidità pronta in casa. Un atteggiamento già fotografata dagli analisti di Goldman Sachs che hanno registrato una forte frenata nella spesa da parte delle imprese dell’S&P500 già nel secondo trimestre di quest’anno precipitando del 13%, la caduta più forte dal 2016. Una battuta d’arresto che porterà a una frenata sull’intero 2019 del 6%. In soldoni sono 150 miliardi di dollari che verranno a mancare al motore dell’attività economica.

Un rallentamento che impatterà soprattutto sui buy back, il riacquisto di azioni proprie da parte delle aziende, fenomeno che ha contribuito a drogare le quotazioni azionarie delle stesse società. Le stime di Goldman Sachs parlano di oltre 120 miliardi di dollari in meno come munizioni per i riacquisti di azioni. Meno soldi quindi nel circuito della Borsa Usa, a cui si accompagna uno scenario che vede la crescita del gigante a stelle e strisce decelerare e con essa anche la marcia dei profitti aziendali che in passato crescevano con percentuali a doppia cifra. Per il Pil Usa, infatti, il rallentamento nel 2019 si è manifestato, mentre gli utili nel terzo trimestre hanno segnato su base annua un -4% e le proiezioni al 2020 vedono incrementi sotto il 10% anziché il 20-25% fatto segnare dal paniere delle imprese dell’S&P500 nell’intero 2018. Da qui a dire che Wall Street rischia grosso ce ne corre. Solo ieri l’indice S&P500 ha aggiornato un nuovo massimo storico a quota 3.040 punti. Siamo ormai entrati nel decimo anno consecutivo di rialzi pressoché continui: nella primavera del 2009 l’indice principale valeva poco meno di 700 punti. Oggi siamo oltre quota 3.000 con una crescita del 330%.

Numeri formidabili che hanno fatto la fortuna degli investitori, ma che amplificano all’inverosimile lo stato di salute dell’economia reale. Certo il Pil Usa è cresciuto a tassi anche sopra il 3% annuo nel decennio, le imprese hanno incrementato gli utili a doppia cifra (soprattutto hi-tech, petroliferi e big pharma), ma è innegabile che siano state le politiche ultra espansive delle banche centrali, Fed in testa, a dirottare masse enormi di liquidità sui listini azionari. E la cassa in eccesso delle imprese è finita in buy back azionari. Ora quella spinta, almeno quella dei riacquisti, perde mordente. E la politica monetaria ha finito le sue munizioni. Il paracadute esogeno si fa meno ampio e tutto torna in mano alla velocità dei profitti. Se anche lì dovesse esserci come gli analisti presumono una frenata, allora quel segnale delle imprese che tirano la cinghia sulla spesa potrebbe essere sì un campanello grosso d’allarme.

Cdp, il gelo tra M5S e Palermo per un posto nel cda di Tim

Crisostomo, chi era costui? Se lo deve essere chiesto anche il numero 1 di Cassa Depositi e Prestiti, Fabrizio Palermo, quando quel nome gli è stato proposto dall’azionista di maggioranza del governo, i 5 Stelle, per il cda di Tim, addirittura per il posto di presidente. La risposta, escluso il santo che fu vescovo di Costantinopoli, porta all’avvocato Michele Crisostomo, salentino trapiantato a Milano che si occupa però di mercati finanziari e non di telecomunicazioni. È attorno a questo nome e al resto del risiko Tim che s’è consumata la rottura tra Palermo, che deve il suo posto proprio a Luigi Di Maio (versione gialloverde), e i grillini. Il manager cresciuto in Fincantieri è uomo che ama coltivare le relazioni col potere politico: se non è lui stesso a sollecitarli, è sempre pronto ad accorrere alla richiesta di un incontro in arrivo da un ministero. Per dare la misura dello scazzo, allora, basti dire che alle chiamate e ai messaggi di Palermo, Riccardo Fraccaro – sottosegretario a Palazzo Chigi e braccio destro di Di Maio – ha preso a rispondere con gelidi dinieghi via sms.

Questa freddezza – che deve preoccupare assai il manager in vista delle decine di nomine, molte in area Cdp, previste in primavera – riguarda forse strategie industriali, visione del Paese o dell’intervento pubblico in economia? A occhio parrebbe più una questione di fedeltà e poltrone. Crisostomo, dicevamo. La poltrona in cda individuata dai 5Stelle per l’avvocato milanese era quella di Alfredo Altavilla, dato in uscita dal cda dell’ex monopolista dei telefoni: Palermo però, capito che non c’erano le condizioni per procedere, non s’è speso per il nome indicato dai grillini e ha invece dato l’avallo all’arrivo alla presidenza di Tim di Salvatore Rossi. L’ex dg di Bankitalia, nelle speranze dell’amministratore delegato Luigi Gubitosi, sarà il garante della (futuribile) pax franco-americana: per Di Maio e soci, però, Rossi è uomo del Pd e anche questo hanno messo in conto a Palermo.

“Ma noi su Tim non abbiamo neanche toccato palla…”, rispondono divertiti, anche se non c’è molto da ridere, al Nazareno. Tanto più che la presidenza di Tim era destinata a Massimo Tononi, dimessosi dalla stessa carica in Cdp per divergenze insanabili proprio con Palermo: l’ex Goldman Sachs e sottosegretario con Prodi ha però rifiutato e così è arrivato Rossi. Al posto di Tononi in Cassa è tornato invece – indicato dalle Fondazioni bancarie – Giovanni Gorno Tempini, l’ex ad cacciato da Renzi: brutto periodo per Palermo, che tifava per Alessandro Profumo.

Può sembrare una piccola storia di ambizione e potere, ma il contesto non permette di buttarla in battuta. Cdp, infatti, è oggi al 9% di Tim (investimento in forte perdita) e non si sa più cosa stia a fare lì dentro. È entrata durante il ribaltone del 2018 con cui il fondo Elliott ha messo all’angolo i francesi di Vivendi – facendo peraltro un favore a Silvio Berlusconi – con la scusa della rete unica pubblica, che dovrebbe realizzare convincendo Enel a mollare a prezzo vile Open Fiber, società di cui Cdp è socia. Il kamasutra dei conflitti di interessi si complicherà a breve, quando Vivendi – contraria alla cessione della rete – tornerà a contare nel cda dell’ex monopolista. Un caos che, in tempi di investimenti sul 5G, ha aumentato assai le telefonate delle altre aziende del settore al governo: ma che volete fare?

Il punto di fondoè cosa sta diventando, senza che questo venga esplicitato in un chiaro mandato, Cassa Depositi: zero prestiti ai comuni medio-piccoli e zero prestiti al Mezzogiorno, pure al centro del mandato statutario, solo grandi infrastrutture al Nord e progetti industriali dai contorni poco chiari (Tim, ma anche il salvataggio Salini, per non parlare delle quote nella Kedrion della famiglia del senatore Pd Marcucci). Quella che doveva essere una holding pubblica si va facendo da un lato società operativa, dall’altro merchant bank: in questo schema rientra il tentativo di Palermo di portare sotto il controllo della capogruppo anche Sace-Simest, sui cui vertici va avanti uno scontro che dura da un anno. D’altra parte questo è il compito, informale, che i 5Stelle hanno assegnato alla Cassa: gli piacerà ora che il “loro” manager prova a ballare da solo?

Auchan-Conad, più affare immobiliare che rilancio: a rischio 18mila lavoratori

Altro che piano di rilancio e “persone oltre le cose” come recita il noto spot televisivo. Per far fruttare supermercati e ipermercati Auchan e Sma, Conad non può far altro che ristrutturare. E cioè chiudere o vendere punti vendita, eliminare le attività diverse dall’alimentare, ridurre il numero di dipendenti, chiedere sconti ai fornitori su vecchie fatture e affittare gli immobili. Per i lavoratori si prospetta un quadro a tinte fosche su cui potrebbero arrivare oggi nuovi dettagli dall’incontro previsto tra sindacati e azienda al ministero dello sviluppo economico. La tensione sul dossier è decisamente alta. E di certo la dice lunga il fatto che, proprio nel giorno del confronto, il sindacato abbia proclamato lo sciopero chiamando a raccolta non solo i lavoratori della grande distribuzione Auchan e Conad, ma anche quelli dei servizi, della vigilanza e della logistica legati ai marchi coinvolti. “Non potrebbe essere altrimenti. Questa è la più grande operazione mai realizzata nel mondo della grande distribuzione italiana”, spiega il segretario della Filcams Cgil, Alessio Di Labio.

Diciottomila i lavoratori coinvolti. Senza contare indotto e fornitori. Ma per Conad è tutto sotto controllo, rassicura la società interpellata dal Fatto , spiegando che “la trattativa sindacale è giunta a un punto nodale e che il piano industriale sarà illustrato nel dettaglio in occasione dell’incontro in programma al ministero”. La sensazione degli altri partecipanti al tavolo, però, è che “Conad non voglia una concertazione nazionale, ma sia invece intenzionata a procedere con gli esuberi affidandosi alle realtà locali”, replica Stefano Capello, coordinatore Cub Piemonte. Come è possibile? Conad, acronimo di Consorzio Nazionale Dettaglianti, è un aggregato di sette cooperative che fanno capo a circa 2.300 soci-imprenditori, i quali a loro volta gestiscono al massimo tre punti vendita a testa. “Di fatto è come se ragionassimo di un insieme di 55mila dipendenti, ma legati ognuno al proprio punto vendita da ragioni sociali diverse. In questo mondo c’è di tutto. Chi applica il contratto e chi no. Chi paga gli straordinari e chi non ci pensa nemmeno”, prosegue il sindacalista Di Labio.

Per capire meglio questa delicata vertenza, bisogna fare un passo indietro. L’intera storia nasce dalle difficoltà di Auchan in Italia. Sbarcato nel 1989 e cresciuto comprando il settore alimentare di Rinascente dalla Ifil degli Agnelli, il gruppo francese non riesce a trovare la quadra sul business degli ipermercati: ancora oggi la filiale italiana perde circa un milione al giorno. Così, la scorsa primavera, il numero uno di Auchan, Edgar Bonte, decide di darci un taglio dopo 440 milioni di svalutazioni registrate nel bilancio 2018. Il 14 maggio invia una lettera ai dipendenti italiani per annunciare la cessione dei punti vendita Auchan e Sma alla Bdc, società partecipata al 51% da Conad e al 49% dalla lussemburghese Pop 18 Sarl che appartiene al gruppo Wrm di Raffaele Mincione. Si tratta dell’immobiliarista di Pomezia, noto alle cronache per essere uno dei maggiori soci della Fiber 4.0, la finanziaria che ha chiesto un parere legale all’allora avvocato Giuseppe Conte sull’uso dei poteri speciali del governo (golden power) per la società di telecomunicazioni Retelit. Poteri poi esercitati dall’esecutivo quando Conte è diventato premier.

“Dopo anni di crisi, su Auchan viene fatta un’operazione lampo. All’improvviso, dopo un po’ di indiscrezioni, viene fuori una nota stringata con cui si annuncia la cessione”, racconta Di Labio. Dal canto suo, con questa mossa Conad prende due piccioni con una fava: da un lato toglie di mezzo i rivali francesi in Italia, dall’altro strappa alla Coop il primato nazionale della grande distribuzione alimentare. A conti fatti, la somma del giro d’affari di Auchan, Sma e Conad sfiora i 17 miliardi contro i 14,8 di Coop. Ma il meglio è che l’intera operazione viene conclusa senza spendere un euro: pur di disfarsi della patata bollente, senza gestire gli esuberi, Auchan è disposta a pagare. Secondo il settimanale francese Challenges dello scorso 14 maggio, la vendita sarebbe infatti costata ai francesi circa un miliardo.

Un colpo da maestro per l’amministratore delegato di Conad, Francesco Pugliese, manager tarantino che siede anche nel consiglio di presidenza di Legacoop, il cuore delle cooperazione rossa di cui è stato presidente anche l’ex ministro Giuliano Poletti. Quanto al coinvolgimento di Mincione, l’impressione è che il finanziere, fra i protagonisti anche del caso Carige, ma soprattutto conoscitore del business del mattone, possa contribuire a valorizzare immobili e terreni che nei bilanci 2018 di Auchan e Sma valgono quasi 800 milioni. Anche perché probabilmente, man mano che la riorganizzazione andrà avanti, ci saranno spazi commerciali da affittare o da vendere.

È a questo punto della storia che iniziano i guai per i lavoratori. Lo scorso 23 settembre, nel primo incontro al ministero, Conad si presenta con un piano per appena 109 punti vendita, i più redditizi. Maledettamente pochi rispetto ai 1.600 punti vendita di vari marchi, principalmente Auchan e Sma. Il sindacato, Ugl escluso, rompe le trattative e proclama lo sciopero. “Il timore fondato è che possano esserci migliaia di esuberi senza un coordinamento nazionale”, conclude Di Labio. “Speriamo di non rivedere episodi come i licenziamenti via Whatsapp messi a segno in punti vendita a marchio Carrefour, realizzati però dai concessionari locali”. Roba da multinazionali. O forse no.

Un progetto politico: il vero senso dell’euro

Nel suo discorso di congedo dalla Bce, Mario Draghi ha ribadito una semplice verità che soltanto lui ha difeso in questi anni: l’euro è nato come “progetto eminentemente politico”. Gli eurocritici si ostinano ad argomentare, anche su basi scientifiche, che l’eurozona non è un’area monetaria ottimale, che alcuni Paesi hanno avuto benefici maggiori di altri, che con i cambi flessibili l’Italia avrebbe potuto svalutare un po’ ed esportare di più. Tutte critiche che prescindono dalla natura dell’euro, tappa inevitabile, nella visione di Draghi, non soltanto per dare un futuro al progetto europeo, ma anche per evitare lo sfaldamento di un continente. Tra la crisi petrolifera dei primi anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, la disoccupazione in 12 Paesi europei passa dal 2,6 per cento al 9,2. Per affrontare la globalizzazione e non rimanerne schiacciati, ricorda Draghi, i leader europei decidono che serve un mercato unico, non più un mercato comune. Ma non ci può essere un mercato unico se i Paesi meno produttivi cercano di conquistare quote di mercato svalutando la loro moneta. Il progetto dell’euro, quindi, non è una scommessa azzardata, ma la condizione che rende possibile il mercato unico. Senza quella tensione verso l’obiettivo di una valuta stabile e condivisa, le svalutazioni competitive, come quelle praticate dall’Italia, avrebbero inevitabilmente fatto collassare il mercato unico e respinto l’Europa in un passato di piccole patrie destinate a essere travolte dalle rapide evoluzioni dell’economia mondiale.

Non ci può quindi essere un’Europa forte senza l’euro. Ma, avverte Draghi, è vero anche l’inverso: per sopravvivere l’euro ha bisogno di una Europa politica coraggiosa, capace di una politica fiscale che corregga squilibri soltanto mitigati dalla politica monetaria.

Nei prossimi anni capiremo se il contesto costruito dalla Bce di Draghi tra 2011 e 2019 è un binario abbastanza stretto da spingere i vari governi europei verso la tappa successiva. Lo status quo è un equilibrio instabile. O si corre in avanti, o si frana nel passato.

Il sistema Sangalli. Poltrone e stipendi da 1 milione al mese

È l’uomo pubblico a cavallo tra politica e impresa più longevo d’Italia. Carluccio Sangalli ha attraversato la Prima, la Seconda e la Terza Repubblica, continuando ad alternare il suo irresistibile e rassicurante sorriso quando ti parla e la freddezza del killer quando decide. È passato attraverso l’Italia democristiana, il berlusconismo, il salvinismo. Oggi ha 82 anni, colleziona una dozzina di presidenze e cariche varie, con compensi da 1 milione al mese che si sommano al vitalizio da parlamentare. Presidente della Confcommercio della Lombardia e di quella nazionale, della Camera di commercio di Milano e dell’Unioncamere nazionale, dell’Unione del commercio di Milano, di Rete Imprese Italia, di Infocamere, di 50&più (l’associazione dei pensionati del terziario), dell’Ente mutuo della Lombardia (la cassa sanitaria del commercio) e tanto altro ancora. Per vent’anni è stato anche vicepresidente della Cariplo. A luglio si è fatto approvare in Confcommercio una riforma dello statuto che introduce la figura del past-president operativo, così potrà passare la carica formale al suo figlioccio, l’ex deputato di Forza Italia Luca Squeri, restando al comando a vita.

Nel suo ufficio, accanto all’enorme poster del Milan (da giovane Carluccio è stato calciatore nel Parabiago), ha la fotografia in bianco e nero di suo padre, Vincenzo Sangalli, segretario provinciale della Dc di Milano, che presenta Alcide De Gasperi al comizio in piazza Duomo prima delle mitiche elezioni del 18 aprile 1948. Il suo primo comizio, invece, Carluccio lo tiene a 16 anni, alle elezioni del 1953: “Mio padre, mentendo, disse che non aveva voce e mi chiese di parlare al posto suo”.

Non ha più smesso. Si fa sette legislature alla Camera dei deputati, dal 1968 al 1992. Dal 1976 al 1978 è al governo, come sottosegretario di Stato al Turismo e spettacolo. Sempre con la Dc, corrente “Primavera”, cioè quella di Giulio Andreotti (“È una gran persona”). Uomo concreto, è ammiratore incondizionato di Paolo Cirino Pomicino, politico forte ai tempi delle Finanziarie con annesso “assalto alla diligenza” (“Si cercava di portare a casa qualcosa”, spiega, “nell’interesse del Paese”).

Della sbandierata crisi delle forze intermedie se ne fa un baffo. Il mondo associativo dei commercianti è da sempre la fonte della sua forza. Base elettorale che lo manda in Parlamento, poi platea che lo issa al vertice della Confcommercio, organizzazione potente che rappresenta oltre 700 mila imprese. Il suo essere commerciante, in verità, dura poco: nel 1970 è titolare di una concessionaria Fiat a Sesto San Giovanni che si chiama “La Padana”, ma senza intenzione: erano altri tempi. Preferisce la politica. E appena uscito dal Parlamento, diventa nel 1995 presidente dell’Unione del Commercio di Milano. Nel 2006 viene indicato come uno dei possibili candidati a sindaco di Milano per il centrodestra, ma lui sceglie di restare nel mondo associativo dei commercianti. Strappa la Confcommercio a Sergio Billè, ferito dagli scandali e dagli affari con il suo amico Stefano Ricucci. Sangalli bonifica l’organizzazione dalle incrostazioni affaristiche, ma al contempo costruisce un formidabile sistema di potere che lo incorona re dei commercianti e imperatore del terziario. A vita. Tenta di costruire Rete Imprese Italia, per unire commercianti e artigiani (Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna e Casartigiani) e dar vita alla Confindustria dei Piccoli, con 4,2 milioni di imprese, 14,5 milioni di dipendenti e 817 miliardi di fatturato, quasi il 60 per cento del valore aggiunto prodotto in Italia. Non ci riesce, anche perché la casta delle forze intermedie non è entusiasta di mollare poltrone, budget e ricchi stipendi. Ma consolida il Sistema Sangalli: gestisce decine di incarichi, distribuisce centinaia di poltrone, controlla una fittissima trama di relazioni di potere. Da Milano, la sua rete si estende in tutta Italia. E conquista le Camere di commercio, che hanno un ruolo istituzionale, tengono il registro delle imprese e indicano uomini in consigli d’amministrazione tutt’altro che ininfluenti.

Per avere un’idea del potere del sistema Confcommercio, che è diventato Sistema Sangalli, basti pensare che un milione e mezzo di lavoratori del settore versano un euro al mese in un fondo che va poi diviso a metà tra Confcommercio e sindacati confederali: è una decina di milioni l’anno che entrano nel sistema in un battito di ciglia. L’Anticorruzione di Raffaele Cantone ha avuto da ridire su operazioni come la realizzazione del sito Internet del Tribunale di Milano e l’implementazione della sua rete intranet, affidate dal Comune, con fondi Expo, proprio alla Camera di commercio di Milano, senza giustificare perché dovesse occuparsene proprio questo ente. Ma Sangalli non si scalfisce. Ed esce salvo anche dalla vicenda delle molestie sessuali per cui lo aveva denunciato la sua segretaria Giovanna Venturini. Tre vicepresidenti chiedono a Sangalli di dimettersi, per “questioni etico-morali”. Lui nel 2018 paga in silenzio 216 mila euro alla donna, ma un anno dopo la Procura di Roma la indaga, insieme all’ex direttore generale Francesco Rivolta, per estorsione: gli chiedevano soldi e le dimissioni. Sangalli non si dimette. Il calciatore del Parabiago ha vissuto una vita da mediano, in campo e in politica. Ne ha viste tante, ha visto nascere e morire la Dc e il berlusconismo. Figurarsi se s’impressiona per lo strano Me too della Confcommercio.

Il contrordine del Sole 24 Ore: “L’anziano aiuta l’economia”

Noi, lo dobbiamo ammettere, siamo gente semplice e ieri mattina è bastata la lettura del Sole 24 Ore a mandarci in confusione. In queste settimane stavamo giusto fraternizzando con questa nuova arietta da pogrom anti-vecchi che spirava felice nel cosiddetto dibattito pubblico: cose tipo Beppe Grillo che butta lì che magari gli si può togliere il voto raccogliendo per strada pensosi interventi non del tutto contrari; o Il Corriere della Sera che invoca a caratteri di scatola “una Greta anche per le pensioni” (non perché due terzi degli assegni siano sotto i mille euro, no-no, ma per rilanciare il tema del “conflitto tra generazioni”); o Moody’s che qualche mese fa denunciava “l’impatto negativo dell’invecchiamento sui conti pubblici”. Insomma, noi stavamo già fraternizzando con l’idea di uno sterminio di massa al grido “giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza” e ieri Il Sole non ti va a titolare “Più consumi, gli anziani aiutano l’economia”? E fosse solo il titolo: “Il 72% degli anziani (9,6 milioni) si occupa dei propri nipoti o di altri familiari, 3,6 milioni lo fanno con regolarità, mentre 7,6 milioni sostengono finanziariamente figli e nipoti, e 5 milioni si occupano di altri anziani in difficoltà”. Ma noi non ci faremo infinocchiare, restiamo con Moody’s e la Greta delle pensioni: i vecchi non devono aspettare di morire, ma impoverire allo stesso ritmo delle altre classi d’età, specie i giovani. Mal comune mezzo gaudio, si sa, e mezzo gaudio è già parente di chi s’accontenta gode.

Tanti oneri, poche risorse e persone. Si mobilitano gli ispettori del lavoro

Gli ispettori del lavoro sono pochi e, anziché essere mandati a controllare le aziende, vengono impiegati in mansioni di ufficio. Le assunzioni previste rischiano di essere insufficienti e ancora manca la condivisione delle banche dati con gli altri organi di vigilanza. L’ispettorato nazionale del Lavoro (Inl) è in affanno e questo sta portando in questi giorni all’ennesima protesta dei dipendenti che ora minacciano scioperi.

La mobilitazione è stata lanciata dai sindacati della funzione pubblica di Cgil, Cisl e Uil. L’Inl è stato creato dal Jobs act con l’obiettivo di far nascere un’agenzia unica per la vigilanza di lavoro ed evitare sovrapposizioni tra ministero, Inps e Inail. I due istituti mantengono le loro competenze, ma ora vengono coordinati a livello centrale. Questo sulla carta, perché – per esempio – la Commissione centrale di coordinamento della vigilanza, istituita al ministero del Lavoro, è ferma. L’integrazione delle banche dati dei diversi enti, inoltre, non è stata completata. “È stato condiviso il Portale attività di vigilanza – spiegano dall’Ispettorato – strumento che consente di condividere molte informazioni relative alle imprese ispezionate e da ispezionare. È invece in corso la condivisione tra Inl e Inps dei contenuti del decreto 4 del 2019, che prevede la condivisione di ulteriori banche dati”. poche assunzioni negli ultimi anni, sommate all’invecchiamento del personale e quindi ai tanti pensionamenti, hanno “procurato innegabilmente anche l’effetto di dover adibire personale con qualifica ispettiva a mansioni d’altra natura, indispensabili ad assicurare la funzionalità degli uffici territoriali”, ammettono dall’Ispettorato.

A breve ci sarà un concorso per nuovi ispettori ma per i sindacati vanno potenziati anche gli amministrativi per evitare di dover ancora spostare i “vigilanti” negli uffici. Con la selezione arriveranno 300 funzionari interni, per la Fp Cgil ne servirebbero almeno un migliaio. Cifra, quest’ultima, che l’Ispettorato definisce “sovrastimata” rispetto al buco attuale. Ci sarebbe poi bisogno di ispettori anche tecnici, come medici e ingegneri. I sindacati ne chiedono 500, dall’Ispettorato assicurano che saranno reclutati in 300. Gli ingressi, però, non saranno completati prima del 2021.

Per il momento, insomma, bisognerà arrangiarsi con quelli che ci sono. Negli ultimi anni l’efficienza di ogni singolo controllo è migliorata, ma la diminuzione del numero di ispezioni ha ridotto anche il recupero: da 1,63 miliardi del 2012 a 1,35 del 2018. Le morti nei cantieri e in fabbrica, il caporalato, il lavoro “in nero” e il rischio di abusi sul reddito di cittadinanza richiedono uno sforzo maggiore.

Segre, l’odio in Rete e l’impossibilità di imporre il giusto

L’Osservatorio sull’antisemitismo ha messo in fila le manifestazioni d’odio di cui è vittima Liliana Segre, senatrice a vita sopravvissuta all’Olocausto. Ne ha contate circa duecento. Al giorno. E suonano così: starebbe bene “in un termovalorizzatore”; o così: “Ebrea di professione, stronza, vecchia rincoglionita”. La miglior risposta l’ha data lei, ospite di un dibattito allo Iulm, quando ha ricordato i suoi giorni nel lager e un gruppo di giovani della Hitlerjugend: “Ogni giorno, insieme ad altre settecento donne scheletrite, uscivo dal campo di Auschwitz per andare a lavorare nella fabbrica di munizioni Union e loro, che avranno avuto 15 o 16 anni, ci sputavano addosso e ci insultavano. Io li odiavo, questi miei coetanei. Ma quando sono diventata nonna ho ripensato a quei ragazzi e mi è successa una cosa straordinaria: ero tornata, ero viva, avevo potuto contare sull’amore. E ho pensato: sono stata più fortunata io a essere vittima, che loro a portarsi dentro quel credo”. Una lezione da non dimenticare.

Dopo la pubblicazione del report tutti invocano nuove norme anti-odio. La stessa senatrice, in una conferenza stampa a palazzo Madama, ha spiegato la necessità dell’approvazione rapida del ddl che istituisce la Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo, di cui è prima firmataria. Ora, è vero che la Rete è una fogna che amplifica le porcherie più inimmaginabili (compresi gli insulti a una donna di novant’anni, simbolo di una delle più sanguinose tragedie della Storia), ma bisogna chiedersi se la reazione più efficace è da cercare nel codice penale (le sanzioni già esistono, dalle norme su ingiuria e diffamazione alla legge Mancino). La stessa Segre a chi le domandava come si potessero fermare queste persone, ha risposto: “Non esiste un modo, sono persone che vanno curate, mi fanno pena”. Un’intera lectio magistralis in una sola frase. In realtà questo dibattito, in forme diverse, ritorna ciclicamente e si sposa con quello sull’antifascismo. Una volta è il reato di negazionismo, un’altra la proposta di cancellare i segni lasciati dal Fascismo nell’urbanistica delle nostre città; puntualmente si prova a rispondere ponendo obiezioni di merito alle singole questioni: che facciamo, demoliamo l’Eur, la Farnesina e la stazione di Santa Maria Novella? La damnatio memoriae ha già fatto abbastanza danni, avallando il mito (bugiardo) degli “italiani brava gente” e dimenticando la sostanziale indifferenza con cui furono accolte le immonde leggi razziali. C’è qualcosa però che tiene tutte queste polemiche insieme ed è il desiderio di far prevalere un pensiero ritenuto universalmente giusto, fino a negare la cittadinanza a opinioni diverse (attenzione: qui non parliamo di Fascismo e antisemitismo, ma di libertà d’espressione). È accaduto all’ultimo Salone del libro, dove molti sostenevano la necessità di una sorta di patente democratica per avere lo stand (il casus belli era l’editore vicino a CasaPound). Un’idea che se applicata ci espone tutti, ipoteticamente, alla possibilità di venire un giorno tacitati (non si sa mai chi può essere il nuovo detentore della Verità orwelliana). Bisogna resistere alla tentazione della censura (che, va detto, è assai forte di fronte a ingiurie come quelle subìte dalla senatrice Segre) perché ogni censura trova il proprio antidoto. L’intolleranza delle opinioni giuste è sempre più diffusa, ma la democrazia ci viene in soccorso per i discorsi che non ci piacciono, non per quelli che la maggioranza condivide: anche l’integralismo del bene nasconde pericoli.

Altro che domenica: la sconfitta in Umbria è nata vent’anni fa

Se state nel centro di una piazza, è difficile vedere la città. Meglio su una torre molto alta. Meglio ancora in elicottero (per noi umani: Google maps). Per le elezioni in Umbria è la stessa cosa: si cercano col microscopio le crepe nelle tattiche recenti, i dettagli contingenti, mentre alzandosi un po’ sull’orizzonte si vedrebbe una storia lunga, che ha portato fin qui dove siamo finiti: leghisti e scontenti (e non vale solo per l’Umbria, anzi). Se ogni tanto si capisse (ma così, per passatempo) che la politica è soprattutto comprensione delle dinamiche sociali, delle curve che prendono le vite della gente, si spiegherebbe meglio la regione rossa, laboriosa e civilissima, che si butta nelle braccia del mangiatore di salsicce sovranista. “Dopo 50 anni!”, esultano da destra, manco avessero preso la Bastiglia.

L’aumento dell’affluenza ingrossa il vantaggio di Salvini e fa intuire che un po’ dei famosi astenuti che “bisogna riportare alla politica” ce li ha riportati lui. L’alleanza che lo contrastava era messa su in fretta e furia, il candidato un perdente perfetto (per contrastare la destra montante, un imprenditore moderatissimo, la solita solfa), senza contare i 5s in caduta libera e il governo della Regione che ne ha fatte più di Carlo in Francia, trattando (un classico) la Sanità come agenzia di collocamento per gli amici, e molti altri pasticci. Ce n’è abbastanza per disamorarsi, anche se per uno che abbia qualche anche vaga formazione “di sinistra” per votare Salvini ci vuole qualcosa di più.

E quel qualcosa di più è il cambiamento senza cambiamento. Dopo anni e anni di retorica su “gli operai non ci sono più” – brutti volgari, pussa via, noi vogliamo le start-up – i metalmeccanici di Terni sono ancora lì a farsi il culo. E quando andarono a Roma a protestare (ottobre 2014, con un governo Renzi scintillante post-europee e Alfano agli Interni) vennero manganellati duramente, come per dire chiaro e tondo che il modello di sviluppo era un altro. Il grande cioccolato è multinazionale, il tessuto di piccole e piccolissime aziende manifatturiere è fittissimo. La terra, l’agricoltura, quelle benedette eccellenze di olii e vini, scivola sempre più verso la Disneyland del turismo, dal mezzadro al Bed and Breakfast è un attimo.

L’imperativo categorico, a destra, a sinistra, ovunque in cielo e in terra, è sviluppo-sviluppo-sviluppo, e naturalmente questo cambia sentimenti, umori e composizioni sociali. Fino a un appiattimento di orizzonti e di desideri: è tutto un indistinto ceto medio spaventato di riscivolare indietro, scontento, incazzato, deluso.

Come si vede, a mettere insieme non gli ultimi sei mesi, ma gli ultimi dieci, vent’anni, quella cartina impressionante dell’Umbria che era tutta rossa e ora è tutta verde un po’ si spiega. Probabile che la faccenda sia ancora più strutturale (l’Emilia-Romagna sì, che sarà un test!), cioè che il sistema progressista, il modello di sviluppo delle regioni “rosse” abbia fatto quel che doveva fare, e che ora non serva più, ciao, tanti saluti. Bella e nobile, la tradizione contadina, ma il proprietario di B&B, temo, tenderà a preferire la flat tax alla pace nel mondo, e nelle città d’arte “il decoro”, nome nobile della guerra ai poveri, verrà prima di tutto il resto.

C’è insomma un “egoismo di necessità”, che certo non verrà scalfito dai famosi “valori” della sinistra, che, tra l’altro, trascolorano e impallidiscono giorno dopo giorno. Troppi pochi elettori, in Umbria, per fare veramente da test, troppe variabili contingenti dettate dall’emergenza. Ma il disegno su larga scala è abbastanza preciso: molti elettori passano dalla fase “non ti voto più” alla fase “ti voto contro”. Non è nemmeno politica, certe volte, ma un umore, un’onda, un sentimento, che viene da quello che si è seminato per anni, non negli ultimi mesi.

Si vergognano di chiamarsi partiti

Mentre Matteo Salvini celebra in Umbria (un test che ha riguardato 700 mila italiani) il suo trionfo e il Pd, ma soprattutto i Cinque Stelle, si leccano le ferite, che per questi ultimi sembrano preludere a una scomparsa dalla scena, sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, leggiamo un articolo di Sabino Cassese (“La decadenza (ignorata) e il vuoto di idee dei partiti”) grande giurista ed economista che non può essere incasellato in nessuna corrente politica, insomma un uomo indipendente, articolo da cui, fra le altre cose, esce un dato all’apparenza sorprendente: “All’inizio della storia repubblicana, in un’Italia con quasi 13 milioni di abitanti in meno, i partiti avevano otto volte più iscritti di oggi”. E se ne capisce il perché. Nel dopoguerra i partiti erano portatori di grandi ideali e di grandi valori: la Dc si poneva come baluardo del “mondo libero” e liberista senza dimenticare però, richiamandosi proprio ai valori cristiani su cui era nata, la funzione sociale che uno Stato deve avere, il Pci, legato idealmente ma anche materialmente all’esperienza sovietica, stava dall’altra parte della barricata lottando per un’uguaglianza sociale a prezzo del sacrificio dei diritti civili, il Psi cercava di coniugare uguaglianza sociale e diritti civili, i liberali erano schierati senza se e senza ma col liberismo di stampo anglosassone, il Partito radicale di Marco Pannella, essenzialmente libertario, difendeva a spada tratta la laicità dello Stato interessandosi meno, almeno allora, dell’economia, il Msi riconosceva al Fascismo di aver avuto in testa e praticato coerentemente un’idea di Stato e di Nazione anche se poi era stato travolto dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale a favore delle Democrazie occidentali. Insomma, come si può vedere, veicolavano idee molto forti per cui aveva senso battersi.

Secondo Cassese i partiti “sono nati con un piede nella società, l’altro nello Stato. Hanno conservato il secondo e perduto il primo, con una grave crisi di legittimazione”. I partiti tradizionali, o almeno i più importanti, erano ben radicati nella realtà sociale, sul “territorio” come si dice oggi, il Pci e il Psi avevano sezioni ovunque anche nel borgo più sperduto, la Dc contava sulla diffusione capillare delle parrocchie. Inoltre facevano cultura, soprattutto cultura politica anche se settaria. A Milano, per stare alla città che conosco meglio, c’erano la Casa della cultura, comunista, il Circolo Formentini, socialista, mentre la sera in piazza Duomo si radunavano centinaia di persone che discutevano appassionatamente (oltre che di calcio, allora il grande sport nazionalpopolare, unificante) di politica in relazione ai partiti a cui si riferivano. Nel corso del tempo i partiti hanno perso il contatto con i cittadini ma hanno occupato sempre più lo Stato trasformandosi in autentiche mafie che si spartiscono il potere assoggettandovi i cittadini. Tutti noi sappiamo, per esperienza diretta, che in Italia non si fa carriera, in qualsiasi settore, se non si lecca la babbuccia di un qualche boss di partito, il merito, se c’è, viene dopo. I partiti pur occupando l’intero Stato, e proprio perché lo occupano, si sono talmente screditati davanti all’opinione pubblica che, come nota sempre Cassese, “solo 5 dei 49 partiti iscritti nella prima parte del ‘registro nazionale dei partiti politici’ hanno la parola ‘partito’ nella loro denominazione ufficiale e solo uno di quelli rappresentati in Parlamento la conserva”. Insomma gli stessi partiti si vergognano di se stessi.

Ma il fenomeno non è solo italiano è internazionale. Tutte le rivolte attualmente in atto nel mondo dai gilet jaune francesi, all’indipendentismo catalano, al Cile, all’Ecuador, al Libano, all’Iraq nascono in modo spontaneo, contro i partiti, la loro politica, la loro corruzione, la classe dirigente. E se qualche partito cerca di mettere il proprio cappello sopra queste rivolte, per lucrarne arbitrariamente il consenso, viene respinto brutalmente.

E non credo proprio che il modesto test umbro possa essere interpretato come un’inversione di tendenza, come una rinnovata fiducia nei partiti. Anzi la conferma, perché sappiamo bene che nelle elezioni amministrative, ancor più che in quelle politiche, contano le camarille, le lobby locali, legate da interessi particolari, clientelari, quando non apertamente corruttivi (e questo vale, naturalmente, anche se in Umbria invece che la Lega avessero vinto il Pd o i Cinque Stelle). Altrimenti, facendo un esempio fra i tantissimi, non si capirebbe perché mai Claudio Scajola condannato per un reato infamante, prescritto per altri, uscito per il rotto della cuffia da un fatto moralmente ripugnante, l’essersi fatto pagare una lussuosa abitazione con vista Colosseo, che dovrebbe suscitare il disgusto, il disprezzo e l’incazzatura dei suoi concittadini, sia stato bellamente rieletto, nel 2018, sindaco di Imperia.