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Evitare una nuova sconfitta in Emilia non sarà facile

Sento fare dei grandi e trionfalistici discorsi da una parte e trarre conseguenze affrettate dall’altra. Provo a dire qualcosa di vero sulle elezioni in Umbria: gli aventi diritto al voto erano 703.000. Hanno votato il 64.4%, cioè 452.732 persone. Contiamo anche le schede bianche e nulle e diciamo che i voti validi siano stati 420.000.

Facciamo il paragone con le Europee, anche se è improprio per la diversa natura e per la diversa percentuale di votanti, ma si tratta delle elezioni più vicine dopo molti cambiamenti.

La Lega ha perso, rispetto alle Europee, calcolando i votanti in base alle Regionali, 55.000 voti, il Pd 8.400 voti, Forza Italia 4.200 voti, Fratelli d’Italia ha guadagnato 11.000 voti. Si tratta quindi di una redistribuzione di voti nel centrodestra con un aumento effettivo di 1.300 voti. Pensate che questo possa far cambiare strategia a livello nazionale? I Cinque Stelle hanno perso 30.240 voti, e l’andamento è stato più o meno quello delle altre tornate locali. Questo fatto dipende dalla debolezza strutturale di un Movimento che non è in grado di rappresentare le microistanze locali per mancanza di punti di riferimento. L’altra volta alle regionali aveva ottenuto quasi il doppio, ma rappresentavano una novità in forte ascesa. Evitare una nuova sconfitta in Emilia non sarà facile. I 5S non possono riorganizzarsi in un mese, il Pd pensa che il governo delle regione gli spetti per investitura dall’alto e vuole riproporre quasi tutti i suoi rappresentanti che hanno smesso di fare politica tra le persone e sono asserragliati intorno agli alberi della cuccagna delle pubbliche amministrazioni, o dei loro derivati. Si dovrebbe riproporre l’alternanza tra cariche nel partito e nelle istituzioni e far fare ai dirigenti di partito seria e continua propaganda elettorale nelle piazze e nei media come la Lega, ammaestrata da esperti della destra americana, insegna.

Luigi Pepe

 

La caduta del Muro di Berlino non ha insegnato niente

Dopo la caduta del Muro di Berlino, i politici di tutto il mondo promettevano che non ci sarebbero stati altri steccati. A distanza di 30 anni, le barriere dell’odio sono aumentate a dismisura toccando quota 170. La storia evidentemente non ha insegnato nulla e la realtà dimostra la scarsa coerenza dei nostri rappresentanti istituzionali.

Gabriele Salini

 

Norcia, portare via le macerie non vuol dire ricostruire

La scossa del 30 ottobre 2016 con epicentro a cinque chilometri da Norcia è stata definita dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia l’evento sismico più forte avvenuto in Italia dopo quello del 1980 in Irpinia.

Pur non avendo causato vittime, restano incalcolabili i danni provocati, soprattutto al patrimonio artistico. A tre anni dalla scossa tellurica ci sono persone che sono costrette a vivere nelle casette di legno. C’è chi è stato costretto a rifare casa già tre volte, chi non può entrare nella sua. Nessuna chiesa è agibile. Bisogna restituire alla gente i punti di riferimento in un tessuto sociale frantumato. Portare via le macerie non è sufficiente: è un segno, ma non è la ricostruzione. Si tratta di un enorme e inspiegabile ritardo. Il rischio è che i paesi si spopolino in cerca di una vita agevole e dignitosa. Sarei curioso di sapere perché i nostri governanti, sull’onda delle emozioni suscitate dalle tristi vicende, promettono mari e monti e poi tutto finisce nel dimenticatoio e nella totale apatia e abulia.

È caratteristica della politica italiana?

Franco Petraglia

 

Salvini fa la pubblicità di un film che non può girare

Il problema di Matteo Salvini è lo stesso che avrebbe un bravo pubblicitario per la promozione di un film, che invece si arroga il compito di fare il regista del film con un copione indefinito. Cioè, lui è bravissimo a promuovere il film ma il problema è che il film non esiste o meglio esiste una sceneggiatura impossibile da tramutare in pellicola. La trama del film sarebbe la flat tax che pubblicizza a rotta di collo, peccato che il copione non sia stato scritto e che non sia chiaro nemmeno il modo di realizzare il lavoro.

Prima o poi gli spettatori che si accalcano ora per prenotare i posti e assistere alla proiezione, si renderanno conto che il film non si potrà proiettare e rivorranno indietro i soldi del biglietto. In sostanza la politica di Salvini è un bel film pubblicizzato ad arte, ma è purtroppo un film inesistente. Comunque lui è bravissimo a vendere un film non ancora girato e che per il momento è irrealizzabile.

Francesco Degni

 

Bogotà ha scelto Claudia Lopez, donna e lesbica

È stata una storica giornata elettorale per le Amministrative in Colombia il 27 ottobre.

Si è registrata ovunque la vittoria di candidati civici anti-corruzione, alternativi ai baroni dei partiti tradizionali.

A Bogotá, città di 9,2 milioni di abitanti, ha vinto per la prima volta

una donna, Claudia Lopez, lesbica dichiarata.

Straordinario il suo discorso dopo la proclamazione.

Guillermo Useche

Dibattito sul Cile. Perché tanta rabbia se la povertà continua a diminuire?

Nei giorni scorsi, alcuni commentatori hanno riflettuto sulle sommosse in corso in Cile e in altre parti del mondo sostenendo che esse sono dovute a un processo generale di impoverimento che sta interessando tutto il pianeta. Non sono d’accordo. È vero che in alcuni Paesi sono in corso processi di impoverimento della popolazione, ma la linea di tendenza generale non è questa. Nel loro best-seller Factfullness, Hans Rosling, Ola Rosling e Anna Rosling Ronnlund hanno dettagliatamente documentato che il tasso di povertà estrema ha cominciato a diminuire a partire dal 1800. Da allora è andato sempre in discesa, ma dal 1997 al 2017 c’è stato il calo più rapido in assoluto nella storia mondiale. Nel 1997, il 42% della popolazione indiana e cinese viveva in condizioni di povertà estrema. Nel 2017, in India, questa cifra era scesa al 12%, con 270 milioni di poveri in meno rispetto a soli vent’anni prima. In Cina, nello stesso periodo, il dato è precipitato a un sorprendente O,7%, con un altro mezzo miliardo di persone al di sopra di questa soglia cruciale. Nel frattempo l’America Latina ha registrato una diminuzione dal 14 al 4%: altri 35 milioni di persone.

Franco Pelella

 

Gentile Franco,lei ha ragione e torto insieme. Dire che un bicchiere è mezzo pieno non esclude che sia anche mezzo vuoto. La povertà, misurata in dollari e in parità di potere d’acquisto, si è molto ridotta negli ultimi anni (soprattutto per effetto dello sviluppo della Cina). Ma questo non basta a evitare le tensioni sociali. Prendiamo il caso del Cile. Dal 1990 a oggi il tasso di povertà è diminuito dal 38,6 per cento al 7,8, il Pil pro capite (la ricchezza prodotta ogni anno in rapporto al numero di abitanti) è il più alto del Sudamerica. Ma l’indice di Gini che misura la disuguaglianza nella distribuzione di quella ricchezza è il più alto di tutti i Paesi Apec (quelli di Asia e America, inclusi Stati Uniti e Cina): 47.7, dove 100 indica la concentrazione massima e 0 la massima uguaglianza. L’uno per cento della popolazione incassa il 30 per cento della ricchezza prodotta in un anno. Sono livelli da Paese africano, causati non dal sottosviluppo, ma da una politica corrotta che ha permesso a grandi imprese di diventare così potenti da poter accumulare profitti enormi a spese della classe medio-bassa. Come vede, caro Franco, di ragioni per essere arrabbiati i cileni ne hanno parecchie. Essere meno poveri di una volta è ben magra consolazione quando la disuguaglianza diventa estrema e i soprusi intollerabili.

Stefano Feltri

Rifiuti speciali delle Ong, stavolta vince il pm

La Cassazione ha dato ragione al procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, il grande accusatore delle Ong che soccorrono migranti in mare. Per la Suprema Corte lo smaltimento dei rifiuti speciali dalla nave Aquarius, fino all’anno scorso utilizzata dalle Ong Msf e Sos Méditerranée, era illecito. I giudici hanno così respinto il ricorso dell’agente marittimo Francesco Gianino della Mediterranean Shipping Agency, che lavorava per le due Ong. Il tribunale etneo dovrà pronunciarsi di nuovo sul sequestro della nave e di alcuni conti bancari. Per quanto riguarda la nave, il sequestro è teorico: non è più impiegata per il soccorso ed è stata restituita all’armatore. Ora in mare c’è la Ocean Viking.

“Gianino – si legge nella sentenza della Cassazione, terza sezione penale, presidente Aldo Aceto – aveva concluso, per conto e nell’interesse delle Ong, accordi per lo smaltimento dei rifiuti speciali prodotti a bordo delle navi Vos Prudence e Aquarius della Ong Msf con la Gespi Srl, al prezzo di 8 euro a sacco, e dalle indagini è emersa la sistematica illecita miscelazione dei rifiuti sanitari infetti prodotti a bordo di tali navi (costituiti da indumenti indossati dai migranti, scarti degli alimenti loro somministrati, materiali sanitari utilizzati per l’assistenza medica a bordo) con quelli solidi urbani o speciali non pericolosi, così eludendo, al fine di profitto, le disposizioni concernenti il trattamento dei rifiuti infetti”. Il reato contestato è “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”, prevede da tre a otto anni di reclusione e la confisca del profitto, che qui è il risparmio sulle spese del corretto smaltimento.

La Procura, nel novembre scorso, contestava a Gianino e ai responsabili delle Ong lo smaltimento illecito di 24 mila chili di rifiuti speciali, per un valore complessivo di 460 mila euro. Ma soprattutto evidenziava il rischio che “scabbia, tubercolosi, meningite, Hiv”, portate dai migranti, potessero diffondersi dopo gli sbarchi in Italia. Il giudice aveva ordinato il sequestro, subito impugnato davanti al Tribunale del Riesame. Msf l’aveva definito “una misura sproporzionata e strumentale, tesa a criminalizzare per l’ennesima volta l’azione medico-umanitaria in mare”. “È stata attaccata la professionalità mia e dei miei colleghi che lavorano in Paesi dove ci sono ebola e colera – aveva detto il dottor Gianfranco De Maio di Msf –. Sono accuse ridicole. L’Organizzazione mondiale della sanità assume le nostre linee guida sullo smaltimento dei rifiuti. Pensare poi che la tbc o le epatiti si trasmettano attraverso i vestiti è assurdo”. Vale, naturalmente, anche per l’Hiv. Il Riesame ha annullato la misura escludendo il reato. Ora la Cassazione afferma invece che è “configurabile l’utilizzo sistematico di una struttura imprenditoriale (quella del Gianino) per organizzare la gestione dei rifiuti provenienti da dette navi in modo illecito e fini di profitto (per il risparmio di spesa per le Ong e l’aumento del giro d’affari delle Ong)”.

Dal 2017, il procuratore Zuccaro ha aperto diversi fascicoli sulle Ong per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Delle diverse indagini avviate in questo senso a Catania e altrove, nessuna per il momento ha dato luogo a un processo. I giudici, chiamati a più riprese a pronunciarsi su sequestri e a volte arresti, hanno osservato che il soccorso in mare era avvenuto nell’ambito delle Convenzioni internazionali e non mirava al trasporto illegale di migranti in Italia, né sono emersi rapporti con i trafficanti che gestiscono i viaggi. Sui rifiuti, invece, la Cassazione ha accolto il quadro accusatorio della Procura di Catania. Sarà un processo, se ci sarà rinvio a giudizio, a definire la questione.

Sbarcano i 104 della Viking L’intesa con Tripoli verso il sì

Il governo dà un colpo di qua, offrendo un porto (Pozzallo, Siracusa) alla nave Ocean Viking di Msf e Sos Méditerranée, in mare da undici giorni con 104 naufraghi a bordo: sollievo del Pd, dei renziani e delle sinistre; feroci polemiche della destra salvinan-meloniana contro “l’ennesima calata di braghe”. Settanta andranno in Francia e Germania secondo la recente Dichiarazione di Malta. Rimangono nel Canale di Sicilia, senza porto da giorni, i 90 sulla Alan Kurdi, la nave della Ong tedesca Sea Eye contro la quale la Guardia costiera libica ha sparato colpi di avvertimento e 15 sulla Open Arms.

Ma intanto il governo dà un colpo anche di là verso il rinnovo degli accordi che prevedono soldi, motovedette, jeep, addestramenti e sostegno logistico per il controllo dei migranti all’esecutivo di Fayez al-Sarraj, riconosciuto dall’Onu ma esposto agli attacchi militari del generale Khalifa Belqasim Haftar, sostenuto dalla Francia e non troppo osteggiato dagli Usa. Il memorandum del 2017 era stato negoziato da Marco Minniti quando era al Viminale, scade il 2 novembre e parte del Pd, le sinistre e le Ong chiedono di evitarne il prolungamento. Perché la Libia non rispetta i diritti umani e, come dimostra la vicenda del libico Bija resa nota da Avvenire, c’è grande confusione tra carcerieri e trafficanti. Ma il governo teme maggiori rischi senza intesa. Oggi al question time di Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, il Pd chiederà modifiche. Secondo fonti governative qualcuna ce ne sarà, in particolare per rafforzare la presenza delle agenzie dell’Onu, Unchr (Alto commissariato per i rifugiati) e Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) nei centri di detenzione del governo provvisorio, i quali, però, “ospitano” poco meno di 5.000 sui circa 650 mila stranieri stimati in territorio libico. Non tutti pronti a partire, certo, ma chissà domani. Improbabile la ratifica parlamentare, che nel 2017 mancò. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha discusso con il suo omologo libico di evacuazioni umanitarie.

Ieri è stato diffuso dall’Arci il decreto emesso a metà settembre dal governo Al Serraj sull’attività delle Ong, le cui imbarcazioni intervengono in acque internazionali della zona Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) di Tripoli. Prevede l’obbligo di farsi autorizzare dal governo libico, di fornire le informazioni richieste, di non ostacolare la locale guardia costiera e di “lasciargli la precedenza d’intervento”, ma assicura che i naufraghi salvati dalle Ong “non vengono rimandati allo Stato Libico tranne rari casi eccezionali e di emergenza”. Ricalca, per certi aspetti, il codice Minniti del 2017 (il presidente dell’Arci Filippo Miraglia lo chiama “codice Minniti libico”) ma anche la Dichiarazione di Malta con cui Francia e Germania si sono impegnate ad accogliere parte dei migranti soccorsi da Ong e navi militari e sbarcati nei porti italiani e maltesi. “Si continua a regolamentare l’attività delle Ong senza muovere un passo per la definizione delle piattaforme di sbarco”, osserva Marco Bertotto di Msf. Non risulta che Tripoli abbia chiesto alle navi delle Ong di farsi autorizzare, ma anche l’ultima volta la Ocean Viking si è rivolta come sempre anche a Tripoli, che ha indicato un porto in Libia. L’equipaggio ha rifiutato. Oggi attracca a Pozzallo.

I genitori di Luca: “Anastasia non ha detto la verità”

Anastasia Kylemnyk e Giovanni Princi. La fidanzata e il migliore amico. Sono loro i principali destinatari del j’accuse che questo pomeriggio la famiglia di Luca Sacchi, il 24enne ucciso la sera di mercoledì 23 ottobre al quartiere Appio Latino di Roma, pronuncerà in una conferenza stampa convocata dai legali di parte civile, Armida Decina e Paolo Salice, alla presenza del papà di Luca, Alfonso Sacchi. I due ragazzi sarebbero i protagonisti della trattativa per l’acquisto di un “ingente” quantitativo di marijuana che quella sera Anastasia e Giovanni avrebbero dovuto comprare da Valerio Del Grosso e Paolo Pirino, i due 21enni accusati di omicidio.

“La versione di Anastasia (che non aveva parlato della droga, ndr) è stata fuorviante rispetto agli elementi che stanno emergendo”, hanno spiegato al Fatto i legali della famiglia Sacchi. In una dichiarazione ufficiale però hanno tentato di aggiustare il tiro affermando che “siamo sul chi va là, ma è sbagliato crocifiggere la ragazza: è comunque una persona offesa per una rapina”. E poi c’è Giovanni Princi, l’amico pregiudicato per reati di droga che – secondo le testimonianze – avrebbe messo in contatto Anastasia con gli spacciatori: “Dalla sera dell’omicidio non si è fatto sentire, è sparito”, dicono gli avvocati.

Né Anastasia né Giovanni sono indagati. Ma presto saranno ascoltati in procura, per ora come persone informate sui fatti: la fidanzata di Luca per avere l’opportunità di “correggere” le dichiarazioni rilasciate a caldo; l’amico per spiegare quali fossero i suoi contatti con gli spacciatori di San Basilio. Prima, però, alla pm Nadia Plastina e all’aggiunto Nunzia D’Elia dovranno arrivare le informative con l’analisi dei tabulati telefonici che gli investigatori stanno effettuando sui telefonini dei ragazzi; poi ci saranno i referti delle autopsie e le analisi tossicologiche.

Il Fatto è riuscito a raggiungere Teodoro Princi, il papà di Giovanni, che da giorni si trova in Calabria per assistere la madre malata. “Ci voleva solo questa”, ha detto quasi in lacrime al telefono. “Giovanni mi ha detto subito quello che è successo, era sconvolto – racconta l’uomo –. Lui e Luca si conoscevano da bambini, erano molto amici, andavano in moto insieme e condividevano la passione per la palestra. Conosce Anastasia solo perché è la ragazza di Luca”.

Giovanni, 24 anni, ha anche un precedente per droga: “È una storia vecchia, chiusa, finita, non c’entra niente”, dice, per poi aggiungere: “Quella sera mio figlio era nel pub, è andato subito da carabinieri e polizia a raccontare tutto. Poi è tornato a casa”.

Importante sarà capire cosa dirà Del Grosso, l’autore materiale dell’omicidio di Sacchi. I legali stanno valutando il ricorso al tribunale del Riesame. Certamente ci sarà un secondo interrogatorio. Si attendono gli esami tossicologici sul giovane per capire se quella sera il suo stato era “alterato”. Non solo. Dalla sua testimonianza si attendono chiarimenti riguardo alcuni aspetti della storia ancora non chiari: come il quantitativo di droga pattuito, il denaro contenuto nello zainetto rosa di Anastasia e i danni alla carrozzeria della Smart ForFour noleggiata per dieci giorni da lui e da Pirino usata, secondo gli investigatori, per le consegne per conto dei “capi” di San Basilio.

“Rotture ripetute dei giunti dei binari Rfi non intervenne”

I casi di rottura dei giunti erano “frequenti” e “ripetuti” in “tutto il territorio nazionale”, ma i vertici di Rete ferroviaria italiana non intervennero. Anzi, alcuni dirigenti, “nonostante l’urgenza”, disposero una “tardiva programmazione” della manutenzione e nel frattempo non adottarono “alcuna misura mitigativa del rischio”, come la riduzione della velocità dei treni in transito a Pioltello o un “monitoraggio sistematico” di quel tratto della linea Milano-Venezia. Il tutto per risparmiare, a discapito della sicurezza.

Fu per questa catena di omissioni e negligenze, secondo la Procura di Milano, che alle 6:55 del 25 gennaio 2018 il treno Trenord che viaggiava verso il capoluogo lombardo carico di pendolari deragliò e si spezzò dopo l’impatto contro un palo dell’alta tensione. Un disastro ferroviario in cui morirono tre donne e si contarono decine di feriti. E per il quale ora rischiano il processo in nove, tra dipendenti e vertici di Rete ferroviaria italiana, compreso l’amministratore delegato Maurizio Gentile, oltre all’ex direttore dell’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, Amedeo Gargiulo, e al responsabile dei controlli della stessa Ansf, Giovanni Caruso.

Rfi avrebbe tratto un “vantaggio” consistito “nel risparmio derivante dalla mancata tempestiva attività di manutenzione” e “dalla mancata tempestiva adozione dei dispositivi di sicurezza e di strumenti ed attrezzature idonei a impedire” il deragliamento. Le accuse verso il gestore di tutta la rete di binari in Italia – vanno verso l’archiviazione, invece, i manager di Trenord – sono pesantissime. Secondo i pm Maura Ripamonti e Leonardo Lesti, coordinati dall’aggiunto Tiziana Siciliano, quella mattina il treno 10452 partito da Cremona e diretto a Milano Garibaldi uscì dai binari a causa della rottura di un giunto in “pessime condizioni”.

Era risaputo da mesi, ma “nonostante l’urgenza” la sostituzione era stata programmata in maniera “tardiva” nel mese di aprile dal responsabile dell’Unità di Brescia Marco Albanesi. Venne messa una “pezza”, uno zoccolo di legno per ‘sostenere’ il binario durante il passaggio dei treni, che in quel tratto sfrecciano fino a 180 km/h.

Ma è nei confronti dei vertici di Rfi che i pubblici ministeri puntano il dito, mentre Ansf avrebbe omesso “di procedere con ispezioni e controlli”. Erano loro ad avere poteri decisionali per intervenire e invece non lo fecero, è la sintesi del ragionamento della procura. In particolare, l’ad di Rfi Gentile, si legge nell’avviso di conclusione indagini, “nell’ambito dei suoi poteri di direzione, coordinamento e vigilanza” avrebbe omesso di “adottare tutte le misure di prevenzione” per “garantire l’integrità fisica dei lavoratori di Trenord e di tutti i viaggiatori” perché lungo quel senso di marcia della Milano-Venezia non sarebbe stato assicurato, almeno fino all’incidente, un “buono stato di efficienza”.

I vertici avrebbero infatti dovuto provvedere alla “rapida sostituzione di tutte le parti ammalorate o a rischio rottura”, nel frattempo disporre la “riduzione di velocità dei treni” e “intensificare l’attività ispettiva”. Ma la realtà, stando alla ricostruzione della Procura, è che mancavano i mezzi. Gentili avrebbe infatti omesso di “assicurare” che l’attività di manutenzione “potesse essere realizzata tempestivamente attraverso l’approntamento di necessarie risorse umane e materiali”.

E così si scopre anche che “l’unico treno diagnostico in uso a Rfi per l’intera rete nazionale”, il Galileo, capace di ‘leggere’ dentro i binari grazie agli ultrasuoni e rilevare micro-fratture, era “guasto” e non è stato “mai riparato” né “sostituito”. Fu anche così che al km 13+400, all’alba del 25 gennaio dello scorso anno, persero la vita Giuseppina Pirri, Ida Milanesi e Pierangela Tadini. Stavano andando a lavorare.

Hammamet, lacrime d’autore (e di Stato) per un Craxi martire

“Hai paura che io muoia? Non aspettano altro”. Hammamet è il carrubo che inghiotte la gloria che fu, è il lettino per vegliare la notte, è il recinto col filare dei mitra spianati, è il giardino marziale del nipotino che avanza con truppe di soldatini, è la tenda da campo per le iniezioni di insulina, è la gamba nuda in cancrena. Hammamet è la prigione di un latitante che ha la pretesa di un rifugiato, è il Golgota di Bettino Craxi, la figlia Stefania è il cireneo. Hammamet è il film che va in sala il 9 gennaio – e che il Fatto può rivelare in anteprima – per i vent’anni dalla morte di Craxi, le riprese nella villa in Tunisia, il talento attoriale di Pierfrancesco Favino, la regia del pluridecorato Gianni Amelio, la produzione di Rai Cinema con la Pepito di Agostino Saccà, l’ex direttore generale di Viale Mazzini che da ragazzo fu segretario dei giovani socialisti in Calabria e da adulto fu prescelto di Silvio Berlusconi. Hammamet è la memoria funerea di Craxi che la tv di Stato consegna a chi non c’era e non può ricordare, a chi c’era e non vuole ricordare, è la storia dei vinti scritta con vittimismo, è la solita interpretazione cospirazionista delle inchieste di Mani Pulite, è un’insistente ricerca della pietà, una sofferenza ostentata che deprime l’arguzia e la ferocia politica di Bettino Craxi.

1989, cadono i muri. Ex fabbrica Ansaldo di Milano, congresso del Partito socialista italiano numero 45. Il volto di Craxi tracima dalla piramide di Filippo Panseca, è la metà di maggio, è sempre segretario, i garofani che stringe in pugno sono più brillanti che mai, dedica a Sandro Pertini la vittoria col 92,3 per cento dei delegati. Craxi ha lasciato da tempo Palazzo Chigi, non lo sguardo ostile per i comunisti: “Non sai che sono come i ravanelli? Rossi di fuori, ma bianchi e gustosi dentro”. Vincenzo è un ex operaio che il partito ha infilato nel Cda di un’azienda, porta il lutto a una festa, taglia la folla per avvisare il capo: “Entrano nel mio ufficio. Di notte. Ma non sono ladri. Aprono i cassetti, frugano nei registri. Vogliono le prove”.

È l’altro muro che sta per cadere, Craxi finge di non sapere. E Vincenzo l’affronta: “Tu non vuoi che il socialismo ti sopravviva”.

1994 e oltre. Hammamet è il ricovero infelice di un uomo assai malato, condannato dagli ex colleghi di governo e dai giudici italiani. Anita è la figlia Stefania, è l’inconscio che lo protegge in Tunisia. Anita come Anita Garibaldi. Giuseppe è il figlio Vittorio Michele detto Bobo, è l’erede non designato che lo protegge in Italia. Giuseppe come Giuseppe Garibaldi. Nel soffocante buio di Hammamet appare Fausto, un uomo che Craxi ha conosciuto da bambino, enigmatico e strafottente. È lo specchio che angoscia Bettino. Vincenzo, il papà di Fausto, s’è ammazzato. Vincenzo è l’unico compagno che non l’ha tradito, che non l’ha venduto ai magistrati. Fausto ha una telecamera per riprendere le ultime confessioni dell’ex potente ferito a morte però non ancora morto, non più combattivo, non più se stesso, con lo spirito che s’è indebolito assieme al corpo, rassegnato in un luogo che sente esilio, in una lugubre inedia che sembra Lo straniero di Albert Camus. Fausto segue Craxi, mentre addenta gli spaghetti, mentre fuma una sigaretta dietro l’altra, mentre subisce gli insulti dei turisti italiani. Quelli che lo chiamano ladro.

Anita detesta Fausto, perché la figlia ha il fiuto che il padre ha smarrito. Fausto s’incupisce, patisce lo strazio di Craxi, ma è in Tunisia per vendicare il papà e compra una pistola che, per una volta, non si vede e non spara. E poi scompare.

La nostalgia di Craxi è il duello in televisione tra l’imprenditore con la libreria posticcia e l’ex comunista con i baffi, è il racconto della moglie che parlò alla regina Elisabetta in francese, è il gioco del nipote Francesco che circonda con le statuette dei carabinieri gli americani a Sigonella, è l’amante che sfida la rigidità di Anita per l’estremo saluto, è il democristiano che gli rende omaggio con una visita inattesa e gli spiega come ha fregato i magistrati: “Scostumato, come sempre. Superbo. Arrogante. Villano. Tutto quello che un politico non dev’essere. E tu sei un politico, un grande politico. Ma ti scavi la fossa sotto i piedi, da solo…”. E Craxi: “Mi mancava la predica. Ora posso morire in pace”. Non c’è mai una luce giusta ad Hammamet, se troppa è per accecare, se poca è un cavedio da cui Bettino scruta una finta libertà. Craxi viene operato in un ospedale mal ridotto da un chirurgo italiano con la lampada tenuta a mano, a fatica. Va all’aeroporto per rientrare a Milano sotto una pioggia di iconico sapore, rinuncia all’umiliazione di una resa e rimane lì in un punto della Tunisia in cui se non c’è foschia si mostra l’Italia. “Perché per te questa vita è un girotondo/ che abbraccia tutto il mondo, lo so/ ed invece la corsa della vita/ per me si è già fermata negli occhi tuoi”. Canta Cento giorni di Caterina Caselli e poi compendia l’esistenza con un racconto onirico: il ritorno in Parlamento, l’incontro con il “giudice”, i calzoni corti in collegio, il volto del padre, il sacrificio di Ifigenia, le offese violente, la corruzione ovunque. Fausto è rinchiuso in un manicomio, regala ad Anita le registrazioni di Hammamet e le confida che ha spinto il papà Vincenzo dal balcone: “Era un criminale, io ne ho fatto un martire”. Craxi cita la lettera finale di Aldo Moro alla moglie Eleonora, come per fonderne i destini imposti da oscure ragioni di Stato: “Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, cosa ci sarà dopo…”. Non prosegue. “Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”.

In Hammamet (Benedetto) Bettino Craxi, che pare volesse farsi prete per diventare papa, muore più volte senza sentire come, nel bene e nel male, ha vissuto davvero.

Russiagate, Vecchione come Conte Ma dagli Usa: “Italia utile a indagine”

Il prefetto Gennaro Vecchione, il capo del dipartimento che coordina le agenzie di intelligence, in sigla Dis, ha confermato la ricostruzione di Giuseppe Conte sugli incontri tra i vertici dei servizi segreti italiani e l’americano William Barr, ministro della Giustizia nonché procuratore generale e responsabile dell’Fbi. Barr è stato in missione in Italia tra agosto e settembre a caccia di indizi per ribaltare la prospettiva del Russiagate: non più una manovra di Mosca per danneggiare la democratica Hillary Clinton, ma un complotto occidentale contro Donald Trump.

In audizione al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, in una seduta lunga tre ore e una settimana dopo il premier, Vecchione ha parlato di normale scambio di informazione tra alleati sul Russiagate che, come è stato precisato dal premier, riguardava l’operato di agenti Usa di stanza a Roma durante la campagna elettorale americana del 2016 e non l’attività degli 007 italiani. Vecchione e i membri del Copasir sono tenuti al totale silenzio poiché gli atti di palazzo San Macuto sono secretati, una settimana fa, però, il premier Conte ha scelto di chiarire alcuni punti in una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Per esempio, Conte ha rivelato che la richiesta degli americani è arrivata tramite canali diplomatici – cioè l’ambasciatore italiano a Washington, Armando Varricchio – nel mese di giugno e si è concretizzata il 15 agosto con un colloquio tra Vecchione e il ministro Barr e il 27 settembre tra Vecchione, ancora Barr, il procuratore Durham, il prefetto Mario Parente (Aisi, servizi interni) e il generale Luciano Carta (Aise, servizi esteri). Conte ha spiegato anche che l’Italia s’è vista riconosciuta l’estraneità nel Russiagate. Dopo le dichiarazioni ai giornalisti di Conte, dagli Stati Uniti, tramite l’emittente Fox News, s’è saputo che l’inchiesta americana sul Russiagate 2 si è evoluta, da semplice indagine amministrativa a inchiesta penale. E proprio ieri, in un’intervista a Fox News, il ministro Barr ha raccontato i progressi delle scoperte del procuratore John Durham: “È convinto che in Italia possano esserci informazioni utili all’indagine”. E poi ha spiegato i motivi del doppio viaggio in Italia: “Alcuni dei Paesi (tra cui l’Italia, ndr) che John Durham riteneva potessero avere alcune informazioni utili all’inchiesta, volevano discutere preliminarmente con me della portata dell’inchiesta, della sua natura e di come io intendessi gestire informazioni confidenziali e via dicendo”. Con il voto del novembre 2020 che si avvicina, da Washington puntano sul Russiagate 2 e l’Italia ne resta impigliata.

Quei 695 milioni della Cei depositati in banca Carige

Ben 695 milioni. È la somma che la Cei (Conferenza Episcopale Italiana) ha depositato in un anno – tra 2017 e 2018 – nelle casse di Carige. Centinaia di milioni che entrano nelle casse dell’istituto e dopo poche settimane vengono prelevati a tranches di dieci, venti, cento milioni. Il 5 luglio 2017 la Cei deposita cento milioni. Il 22 novembre vengono ritirati i primi 28. Nelle settimane successive altri 26 milioni, poi 28, ancora 26 e infine 18. Il saldo torna a zero. Nel 2018 altri due versamenti: il 10 gennaio entrano 112 milioni, che ad aprile vengono di nuovo prelevati in tranches di 10, 29, 3, 26, 2, 29, 13,5 milioni. La fetta più grossa arriva il 28 giugno 2018: 483 milioni. Per Carige, flagellata da una emorragia di depositi, è una boccata d’aria, proprio nel periodo della semestrale. E anche in questo caso, poche settimane dopo il versamento di quasi mezzo miliardo, cominciano i prelievi: appena un mese dopo se ne vanno 350 milioni. A dicembre rimangono cento milioni. Resteranno fino al 28 dicembre. È un momento decisivo per l’istituto: pochi giorni prima il socio di maggioranza (la famiglia Malacalza) ha votato contro l’ennesimo aumento di capitale, mentre le azioni crollano e si parla di una fuga di depositi cui si aggiungono i cento milioni appena ritirati. Il 2 gennaio 2019 viene deciso il commissariamento.

Per quale ragione Cei ha depositato presso Carige somme di denaro così consistenti e da dove provengono? “Il denaro che noi amministriamo – spiegano ambienti Cei – proviene tutto dall’8 per mille. È circa un miliardo l’anno che utilizziamo per edilizia di culto, carità (100 milioni) e sostentamento del clero (370 milioni)”. Qual è la ragione di spostamenti così rapidi? “Non sono operazioni finanziarie. Ci appoggiamo a una banca per un breve periodo in attesa di utilizzare il denaro sul campo. Ovviamente le date dei depositi e dei prelievi non vanno messe in relazione con le vicende societarie della banca, che non ci riguardano. Noi riceviamo i denari dallo Stato a giugno”. Ma perché Carige? “Distribuiamo la liquidità in diverse banche”. Carige ne riceve una grossa fetta. L’istituto ligure avrebbe offerto un tasso dell’1,5% circa.

Vanno anche ricordati i consolidati rapporti che la Curia genovese e il Vaticano hanno con Carige. Soprattutto dai tempi di Tarcisio Bertone che prima di diventare Segretario di Stato era arcivescovo di Genova. Un legame – quello tra finanza vaticana e banca – che è stato oggetto anche di inchieste giudiziarie (non figuravano prelati tra gli indagati), per esempio quella sull’acquisto di quote della Fondazione Carige da parte dello Ior. L’indagine ipotizzava un maxi-sconto fatto alla banca vaticana in una compravendita obbligazionaria del 2010. Durante un interrogatorio, l’allora presidente della banca, Giovanni Berneschi, definì così l’operazione: “Fu un regalo allo Ior che causò un grave indebolimento finanziario per la Fondazione e che nascondeva in realtà favori”. L’inchiesta finì con l’archiviazione.

Un legame che, al di fuori delle inchieste, ha avuto tanti altri risvolti. Anni fa la Regione – allora guidata dal centrosinistra – rinunciò alla nomina che le spettava nel cda della Fondazione e la offrì alla Curia di Angelo Bagnasco. In un recente passato nel cda di Carige era stato nominato anche Giulio Gallazzi, imprenditore che ha radici e affari in Vaticano: tramite la Sri Group si è occupato della raccolta pubblicitaria dell’Osservatore Romano e della gestione della pubblicità in piazza San Pietro e sulle facciate delle chiese.

Ma ci sono soprattutto, come emerso in queste ore, gli investimenti del Vaticano nella banca. Attraverso il fondo lussemburghese Athena riferibile a Raffaele Mincione (a cui la segreteria di Stato vaticana ha affidato 200 milioni). Proprio il finanziere italo-londinese che in quest’ultimo anno ha cercato di scalare Carige. La sua lista Pop12 raccoglieva il finanziere Gabriele Volpi con il suo consigliere Gianpiero Fiorani (famoso dall’epoca dei furbetti del quartierino) e imprenditori come Aldo Spinelli, vicino a Giovanni Toti. A dare voce alla lista Mincione nell’assemblea del settembre 2018 parlò Guido Alpa. In quel- l’assemblea infuocata votarono anche i fondi Eurasia e Athena di Mincione (con in pancia i soldi vaticani). E nel settembre 2019 hanno sostenuto il piano dei commissari con l’ennesimo aumento che quasi azzera i vecchi soci. Intanto la Curia genovese non sta a guardare: alla vigilia dell’ultima decisiva assemblea, ha svolto un attivo lavoro di mediazione perché le due parti – i commissari e gli azionisti Malacalza – arrivassero a un accordo.

Mutui Siri: i pm a caccia della corrispondenza con S. Marino

Per l’ex sottosegretario leghista Armando Siri “è totalmente immotivata” la richiesta dei magistrati di Milano di acquisire al fascicolo delle indagini sui mutui che gli sono stati concessi dalla Banca di San Marino, le conversazioni, i messaggi le mail e le chat contenute nel telefonino del suo collaboratore Marco Luca Perini. Per questo ha chiesto alla Giunta di Palazzo Madama di negare l’autorizzazione a eseguire il sequestro di corrispondenza che invece la Procura ritiene indispensabile per l’inchiesta in cui a Siri e a Perini viene contestato il reato di autoriciclaggio aggravato.

La Giunta per le autorizzazioni dovrebbe esprimersi entro 10 giorni, poi a decidere definitivamente sarà l’aula del Senato che deve ancora votare sulla richiesta di sequestro di due pc dell’esponente del Carroccio individuati sempre durante la perquisizione del 29 luglio scorso nei suoi uffici milanesi. “Non ho niente da nascondere, le accuse che mi riguardano sono semplicemente infondate: se c’è stata qualche irregolarità nella concessione dei mutui è un fatto che non mi riguarda ma semmai l’Istituto di credito” dice Siri al Fatto Quotidiano. Quanto alle richieste di autorizzazione “mi pare evidente il fumus persecutionis. Del resto sto ancora spettando di essere convocato dai magistrati. E tutto questo mentre l’indagine ha già sconvolto e sta continuando a sconvolgere emotivamente me e i miei affetti più cari”. Ma cosa gli contestano i magistrati? Siri avrebbe ricevuto dalla Banca Agricola Commerciale di San Marino un finanziamento a condizioni di particolare favore: circa 750 mila euro concessi in assenza di garanzie personali e reali che avrebbe usato per acquistare un immobile a Bresso poi intestato alla figlia Giulia. Per gli inquirenti “un’operazione di schermatura per ostacolare l’identificazione “della provenienza delittuosa della provvista”.