“Niente conflitto di interessi”. Così l’Antitrust assolse Conte

“Illustre presidente… si comunica che l’Autorità, nell’adunanza del 23 gennaio 2019, ha ritenuto di non dover avviare alcun procedimento ai sensi della legge 20 luglio 2004 numero 215, non ritenendo sussistenti i presupposti per l’applicazione della legge”. È il contenuto della lettera con la quale l’Antitrust, nel gennaio scorso, liquida la questione di un presunto conflitto di interessi di Giuseppe Conte. È un atto che tiene al riparo il premier dalle accuse di aver favorito gli affari di Raffaele Mincione, azionista della società Fiber 4.0 per la quale in passato, e nel suo ruolo di avvocato Conte ha svolto una consulenza pagata 15 mila euro. Di Mincione si è occupato in passato L’Espresso in merito a un fondo vaticano gestito dal finanziere e usato per comprare un palazzo nel centro di Londra.

Ma questa è un’altra storia, che non riguarda i chiarimenti chiesti dall’Antitrust a Conte in un carteggio – di cui Il Fatto è in possesso – che vi è stato tra il 21 e il 24 gennaio scorso. Piuttosto i chiarimenti riguardano il parere legale – già noto da tempo, ma rilanciato due giorni fa dal Financial Times come caso di un presunto conflitto di interessi – reso da Conte (ben prima di diventare premier) alla Fiber 4.0: era il 14 maggio 2018. In quel momento, la società contendeva il controllo di Retelit, uno dei principali operatori italiani di servizi digitali e infrastrutture nel mercato delle telecomunicazioni.

La scalata alla società tra Mincione e i libici

La cordata di Mincione e quindi della Fiber 4.0 non riesce ad avere la meglio su altri competitor come la Libyan Post Telecommunication: stringendo un accordo con il fondo tedesco Axxion, gestito da Shareholder value management, alla fine i libici prenderanno il controllo di Retelit. A maggio 2018 così la cordata di Mincione si rivolge a Conte. Secondo il parere, il voto dell’assemblea dei soci chiamata a eleggere il nuovo cda avrebbe potuto essere impugnato dal governo, ai fini della normativa del golden power – i poteri speciali sulle aziende strategiche – visto che Retelit detiene asset delicati (i cavi sottomarini che collegano l’Europa all’Asia, passando per Bari). Il cambio di governance, infatti, non era stato notificato al governo, come prevede invece la normativa.

Il Cdm di Salvini e l’attacco di Anzaldi

Quindici giorni dopo, Conte viene nominato premier. Il 7 giugno 2018 il Consiglio dei ministri decide di esercitare il golden power su Retelit. Conte si astiene: si trova in Canada per il G7. A presiedere la riunione è l’allora vicepremier Matteo Salvini (che ora se n’è evidentemente scordato, tant’è che chiede “chiarimenti” a Conte e invoca “dimissioni”).

Già in quei giorni scoppiano le polemiche. Il renzianissimo deputato Michele Anzaldi parla di un “conflitto di interessi clamoroso e senza precedenti”. È lo stesso Anzaldi che sei mesi dopo, a gennaio 2019, vedrà profilarsi un altro possibile conflitto di interessi: stavolta in merito all’approvazione del decreto “Salva-Carige”. Anche qui il nodo riguarda il solito Mincione, azionista di Banca Carige. Il finanziere è notoriamente in ottimi rapporti con Guido Alpa, tra i maggiori civilisti e in passato consigliere dell’istituto ligure. È il professore che, pur non avendo costituito con Conte uno studio associato, in passato ha lavorato nello stesso ufficio con l’attuale premier.

La segnalazione di Anzaldi viene inviata all’Anac, che la inoltra a sua volta all’Antitrust.

È così che l’Autorità invia a Palazzo Chigi una prima lettera di richiesta di chiarimento: è il 21 gennaio 2019. “Con riferimento all’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del decreto legge 8 gennaio 2019 recante ‘Misure urgenti su Banca Carige’, sono pervenute talune segnalazioni che riguardano situazioni di potenziale conflitto di interesse derivanti, inter alia, da precedenti rapporti professionali con uno degli azionisti della banca, Raffaele Mincione”. L’Antitrust chiede dunque a Conte di “conoscere se, nel corso della sua precedente attività professionale, ha svolto attività di consulenza per la società Fiber 4.0 (…) e quando si è conclusa questa attività”. E ancora: “Si chiede di confermare di non aver partecipato alla deliberazione del provvedimento del 7 giugno 2018”, quello sul golden power.

“Nessun procedimento da avviare”

Lo stesso giorno arriva la risposta di Conte. Il premier spiega il parere pro veritate per Fiber 4.0, precisa di non aver “mai conosciuto e intrattenuto rapporti di consulenza o personali, neppure per interposta persona, con Mincione (…) né in occasione del suddetto parere né in altre circostanze”. “La redazione del parere – scrive Conte – è stata l’unica attività professionale prestata in favore di Fiber 4.0”. E conferma di non aver partecipato al Cdm in oggetto.

Il 24 gennaio, la risposta dell’Autorità: in un’adunanza del 23 gennaio 2019 si è stabilito che per le questioni di cui si è detto, in base alle norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi, non vi erano i presupposti per avviare alcun procedimento. Almeno per l’Antitrust il caso è chiuso.

Italia Viva vuole l’identificazione di massa

Una legge per farsi riconoscere, in tutti i sensi: finora lo aveva fatto Forza Italia con le sue molteplici proposte, ieri gli si affiancata Italia Viva col suo deputato Luigi Marattin che ha annunciato di essere “al lavoro per una legge che obblighi chiunque apra un profilo social a farlo con un valido documento d’identità” proprio nel giorno in cui la Rete ha compiuto 50 anni. Marattin, come sarebbe auspicabile per chi volesse visibilità rapida, è diventato in poche ore trend topic su Twitter aprendo un dibattito che si ripropone e si conclude ciclicamente con lo stesso epilogo: non si può fare. In generale, gli utenti della Rete si schierano su due posizioni: da un lato i politici e i personaggi famosi che ritengono intollerabili le offese e le minacce sui social nonostante arrivino quasi sempre dopo l’esternazione pubblica delle loro idee; dall’altro ci sono gli utenti ma, soprattutto, la schiera dei tecnici (informatici, avvocati, giuristi, esperti di nuove tecnologie e di privacy) che sanno che chiedere i documenti di massa non è accettabile in un Paese democratico oltre che pericoloso per la privacy. Più di tutto, poi, è inutile.

“Questa proposta non serve a nulla perché il problema dell’identificazione di chi sta dietro lo schermo non è la mancanza del dato – spiega al Fatto Stefano Zanero, professore associato di cybersecurity del Politecnico di Milano –. Il dato c’è, è quello della connessione e lo ha il social”. È qui l’intoppo. “Per averlo – spiega – serve una rogatoria. E per la rogatoria servono tempo, costi e motivazione”. Impossibile farne una per ogni singola denuncia a carico di un odiatore online. “E comunque sarebbero sempre i social network a detenere il documento d’identità. Negli Usa, poi, il primo emendamento tutela strenuamente la libertà di espressione. Insomma, se si volesse davvero lavorare sul versante repressivo – nonostante stiamo fallendo sul fronte dell’educazione – bisognerebbe trovare protocolli per snellire e rendere più facile queste rogatorie”. Altrimenti è un controsenso, “soprattutto in un contesto in cui si lavora per favorire il whistleblowing e le denunce per la corruzione”. Senza considerare che chi volesse rimanere davvero anonimo troverebbe il modo con o senza carta d’identità. “Insomma, si rischia solo di intimidire chi voglia fare qualcosa di legittimo” conclude Zanero.

Ed è lo stesso Marattin a dimostrare che non è l’anonimato il problema: ieri, quando in moltissimi hanno provano a fargli notare in modo ragionevole e garbato i limiti della sua proposta, il deputato ha saputo solo rincarare con un tono che a molti è sembrato ostile: “Come si arrabbiano eh, quando annunci di voler far qualcosa per impedire che il web rimanga la fogna che è diventato (…). Si mettano l’animo in pace. Il limite è stato superato”.

L’ascesa low-budget di Giorgia: una vera “leader da discount”

Vi confesso che sono preoccupata per Matteo Salvini. Dopo averci fatto per un anno un gran pippone sulle espulsioni dei migranti, l’unico a essere espulso da qualcosa è stato lui. E ora che aveva iniziato a fare il figo all’opposizione, a sentirsi di nuovo leader degli scontenti, è iniziata, inarrestabile e insidiosa, l’avanzata del panzer Giorgia Meloni.

Quella che se Salvini cavalca la paura, lei cavalca il coraggio: il coraggio di dire la prima cosa che le viene in mente, esattamente come le viene in mente. Quella che se Salvini parla alla pancia degli italiani, lei parla all’intestino crasso. Quella che se Salvini parla come il cittadino medio al bar, lei parla come il cittadino medio al bar dopo sei prosecchi. Quella che se Salvini fa i selfie con la carbonara, lei si preoccupa del cous cous nelle mense scolastiche. Quella che se Salvini muove le pedine della sua comunicazione guidato da Morisi e la Bestia, lei è La Bestia. E chiariamo.

La Bestia nel senso del talento istintivo e impetuoso con cui riesce a sintonizzarsi con le piazze dando l’idea di non aver pianificato nulla, manco un appuntamento dal parrucchiere per ritoccare le meches. Salvini è populismo, lei è popolo. Salvini è mojito, lei è il caffè con la Sambuca. Salvini è il Papeete Beach, lei è la mamma che in spiaggia tira fuori la borsa frigo e il tavolino pieghevole. Insomma, la Meloni rischia seriamente di rosicchiare voti a Salvini mese dopo mese, anno dopo anno, comizio dopo comizio. Un’ascesa low budget, la sua, che nel giro di pochissimo l’ha incoronata leader di partito politico con più consensi.

E a proposito di comizi, la nostra leader da discount di recente ci ha regalato momenti sfavillanti. Il governo abbassa il limite dei contanti? Lei: “Fra un po’ il bancomat ci dirà: che ci devi fare con 100 euro? Guardone!”. Capite? Salvini insulta i rom, il Pd, le ong, i migranti, lei è oltre: insulta il bancomat. A breve darà della testa di cazzo al pos e della baldracca alla cassa continua.

Efficace anche quel suo “parlo da madre” che è la versione più rassicurante del “parlo da padre” di salviniano utilizzo. Lo ripete come introduzione ad ogni suo discorso e alla fine ti convinci che le madri non sono quelle che “Questa casa non è un albergo che torni quando vuoi!” ma “Questo albergo non è una casa, tornatevene a casa vostra!”. Ormai quando mio figlio me ne combina una, non gli dico “Vai a letto senza cena”, ma “ Guarda che ti inserisco il cous cous nel menù cena”. E poi Giorgia non ha mai paura di cadere in contraddizione. Sul palco di Piazza San Giovanni tuonava: “Vogliono che siamo genitore 1 e genitore 2, genere Lgbt, cittadini X. Ma noi non siamo dei codici e difenderemo la nostra identità!”. La prerogativa della difesa della propria identità, sessuale o di genere che dir si voglia, a dire il vero sarebbe proprio dei movimenti Lgbt. Mi aspetto che difenda allora i poveri chiudendo la Caritas o la musica diventando il produttore discografico di Povia.

Col suo entusiasmo contagioso, la Meloni sbandiera poi il patto anti-inciucio, urlando dal palco: “Mai col Pd e mai con i 5 Stelle!” e si augura che ci saranno anche le firme dei suoi sodali Salvini e Berlusconi. Del resto, Salvini con i 5 Stelle ha soltanto governato un annetto, mentre Berlusconi col Pd di Renzi ci ha firmato il patto del Nazareno: mi sembrano dei colleghi affidabili, granitici, fermi. Anche perchè, per centrare gli ambiziosi obiettivi della Giorgia nazionalista, serve proprio fermezza. Bisogna intanto liberarsi “dei compagni tutti barricati nel palazzo!”, ha detto in piazza. Ecco Giorgia, se sai qual è quel palazzo mandaci l’indirizzo, perché il luogo in cui si sono nascosti i comunisti lo stiamo cercando tutti da vent’anni. Magari è la volta buona che tornano a far politica.

Poi, per contrastare l’immigrazione, lei vuole il blocco navale e la costruzione di muri. A questo punto direi che le due idee sono conciliabili: traslochiamo il Mose, che così diventa pure utile a qualcosa. Un’enorme muro di ferro sollevabile a comando in mezzo al Mediterraneo. Rendendolo carrabile lo puoi pure vendere come il ponte di Messin,a così Berlusconi, a cui in fondo i profughi stanno simpatici, è contento e non rompe i coglioni. Alla fine, però, a Giorgia si perdona tutto, perchè il budget è quello che è. Anzi, è la sua forza. Salvini ha dietro i russi. Lei al massimo ha La Russa. È così che alla fine li asfalterà tutti.

Il Pd verso il congresso, Zingaretti rischia

Che serva un congresso, Andrea Orlando, ormai unico vicesegretario del Pd (visto che Paola De Micheli è al governo), lo va dicendo da mesi. Dopo l’Umbria sta insistendo sull’urgenza. E con una certa dose di ambiguità. Alla domanda: serve un congresso che preveda anche l’elezione del segretario?, la risposta è: “Se facciamo un congresso, a quel punto facciamo un congresso vero”. Ma con candidature alternative? “Se ci saranno, sì”.

Secondo i piani di Nicola Zingaretti, un congresso ci sarà e sarà lanciato ufficialmente all’iniziativa di Bologna di metà novembre. Però, nelle intenzioni del segretario, deve essere una sorta di dibattito, in cui si ci si confronta sulle idee, sulle “mozioni politiche” e non si mette in discussione la leadership. Un modo per rilegittimarsi e per blindarsi, visto che il quadro politico è del tutto cambiato, tra governo con M5s e progetto (traballante, per usare un eufemismo) di alleanza strutturale.

Una formula così è quantomeno inedita, in effetti. Dunque, è chiaro come si parte, meno chiaro dove si va a finire. Il rischio trappola nel Pd è sempre dietro l’angolo. Tanto è vero, che la prima discussione è sulle date. Orlando lo vuole “presto”, la maggioranza lo prevede per dopo l’Emilia-Romagna. Nel frattempo, anche Base Riformista (che ieri ha fatto una riunione aperta da Luca Lotti) ha qualche perplessità. Per loro, l’idea sarebbe rimandarlo direttamente a dopo le Regionali (e quindi autunno 2020) per poter presentare un proprio candidato.

Come scrive Massimiliano Smeriglio sul manifesto , ci vuole uno “choc”, “una Bolognina capace di rimettere in discussione tutto”. Lui è contro il congresso, ma per chi non se lo ricordi, la svolta della Bolognina diede il via allo scioglimento del Pci. Che il Pd sia destinato a sciogliersi rapidamente per rinascere in qualche forma non ben identificata, magari con il ricongiungimento degli ex “compagni” bersaniani, a questo punto lo pensano in molti. A proposito di variabili non del tutto controllabili.

Questo percorso potrebbe andare incontro a un’altra battuta di arresto: ovvero, le elezioni. Zingaretti si sta di nuovo convincendo del fatto che così non si può andare avanti al governo (e che bisogna fermare Matteo Renzi prima che eroda il consenso e i voti dei Dem). Se si va alle urne, le assise slittano automaticamente a dopo.

Nel dibattito interviene pure Antonio Bassolino, ex sindaco di Napoli. Serve un congresso “sulla base di idee, di tesi, di documenti, e aperto a tutte le persone interessate a una proposta politica e sociale di cambiamento. Tocca a Zingaretti prendere l’iniziativa e la decisione, con intelligenza e con determinazione”.

Dopo la scoppola, tutti uniti: c’è l’accordo sulla manovra

L’effetto Umbria s’è fatto sentire. Almeno a Roma, perché a New York, dove Matteo Renzi fa il senatore di Signa eccetera, invece la nuova aria di gentilezze reciproche e disponibilità giallorosa non deve essere arrivata. Si parla della manovra e del vertice tra i partiti di maggioranza tenuto ieri a Palazzo Chigi col ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e il premier Giuseppe Conte. Alla fine, dicono, “c’è l’accordo” e un nuovo vertice oggi dovrebbe portare al definitivo confezionamento del testo della legge di Bilancio, approvata – va ricordato – “salvo intese” la bellezza di due settimane fa.

Le novità della riunione non sono enormi, ma di rilievo: viene, ad esempio, deciso di non far aumentare la cedolare secca sugli affitti dal 10 al 12,5%; in cambio pagherà più tasse chi vince premi in denaro (la cosiddetta “tassa sulla fortuna”). Il renziano Luigi Marattin, felice, sembra Zingaretti: “Un clima positivo. Dopo Iva, gasolio e telefonini aziendali, anche l’aumento della cedolare secca sui canoni concordati è stato evitato. Da tutti, senza bandierine”.

C’è intesa, dice la viceministra grillina all’Economia Laura Castelli, pure sulla questione della flat tax delle partite Iva. C’è intesa, ma mancano 100 milioni affinché l’intesa si faccia realtà: fino a ieri, infatti, nelle bozze del ddl era sì confermata l’aliquota fissa al 15% per chi guadagna fino a 65mila euro, ma con una serie di paletti e complicazioni tali che la platea si sarebbe ristretta moltissimo comportando un risparmio per lo Stato rispetto a quanto previsto un anno fa; siccome con quel risparmio Gualtieri ci ha “coperto” un pezzo del Bilancio, per ripristinare la versione originale bisognerà trovare soldi da altre parti. Forse non sarà un problema nel clima di concordia seguito allo scoppola umbra. S’è persino racimolato qualche soldo in più nel 2020 da mettere sul bonus famiglia, caro ai renziani, e altri per l’Industria 4.0 che fu di Calenda e oggi piace ai grillini che pure avevano provato a cancellarla un anno fa. Cose che capitano, ma “il clima è ottimo” e si va avanti: forse ha saputo dell’Umbria pure l’ombroso Valdis Dombrovskis, falco del rigore, che ieri ha fatto sapere che la Ue non ha alcuna intenzione di bocciare i conti italiani.

Riassumendo, la manovra ha subito qualche aggiustamento, ma l’impianto è più o meno quello di prima: la tassa sulle bevande zuccherate (che penalizza la filiera italiana), la tassa sulla plastica da un euro al chilo (cioè più di quanto costa il materiale), quella sulla sigarette per 88 milioni (ma non su quelle elettroniche care a Philip Morris e alla Casaleggio) e, per chi se le rolla da solo, pure la tassa sulle cartine. D’altra parte, Gualtieri ha già spiegato a voce e per iscritto che per evitare l’aumento dell’Iva da 23 miliardi si ricorrerà per metà a maggior deficit e per metà a maggiori entrate, che poi significa aumenti di tasse.

Almeno, però, il clima è ottimo tra i giallorosa. A Roma è tutto un minuetto, a New York invece non deve essere arrivata l’onda umbra. Renzi, infatti, mentre i suoi inviati al tavolo di trattativa magnificano il lavoro di squadra “senza bandierine”, mette a verbale: “Questo governo nasce per evitare la Salvini tax. Sono contentissimo che abbiamo bloccato l’aumento dell’Iva e ora anche la cedolare secca, la vera sfida sarà nei prossimi mesi bloccare la sugar tax e altre misure: tutto quello che è tassa fa male all’Italia”. Povero Gualtieri, forse ci aveva creduto a quella cosa del clima….

I 5Stelle e l’alleanza col centrosinistra Che fare?

 

Sostenere Bonaccini in Emilia E Grillo s’impegni come solista

Impedire a Matteo Salvini di varcare il Rubicone per papparsi anche l’Emilia-Romagna e poi dilagare verso Roma. Contribuire a respingere l’avanzata leghista in una regione che offre le condizioni più favorevoli per una rivincita giallorossa: il radicamento del Pd che resiste malgrado tutto, e il consenso di cui gode Stefano Bonaccini, il presidente uscente che si ricandida con buone possibilità di farcela. Sostenerlo convintamente con le modalità meno scomode per il movimento: non occorrono patti politici particolari, basta un’indicazione di voto. Presidiare il territorio della regione palmo a palmo, tampinando Salvini marcandolo a uomo, smontando la sua propaganda. Per farlo basta una voce solista, forte e chiara: chiedere a Beppe Grillo di riscendere in campo, di lanciare la sfida. Fino al prossimo 26 gennaio sospendere per cortesia polemiche, recriminazioni, fronde e scazzi vari. Solo se Bologna resiste si potrà bloccare la caduta dei 5stelle creando le condizioni per una ripartenza. Ma se Bologna cade viene giù tutto.

Antonio Padellaro

 

Ogni competizione è storia a sé Piuttosto serve un nuovo sogno

Bastava vivere tra i cittadini per sapere che in Umbria per i 5S sarebbe finita così. Perché se denunci anche penalmente degli esponenti Pd, li fai arrestare o dimettere e, pochi mesi dopo, ti allei col loro partito, molti elettori penseranno che ti sei venduto. E ti volteranno le spalle. Perché, a differenza di ciò che è accaduto a Roma, dove il M5S è stato tradito da Salvini e può dire di voler governare con chiunque sia disposto a realizzare parte del suo programma, nelle regioni valgono le singole battaglie. A partire da quelle su legalità e ambiente. Da questo punto di vista, ogni competizione fa storia a sé. Anche se per Pd e M5S è ovviamente più facile correre assieme dove assieme erano all’opposizione. Per provare a vincere, tutti i parlamentari 5S già da domani dovrebbero poi visitare ogni paese chiamato al voto per incontrare i cittadini. Trovando anche nuove parole d’ordine. Perché l’anticorruzione, il taglio di vitalizi e parlamentari, il reddito di cittadinanza, sono già legge. Ora servono altri obiettivi. Serve, se esiste, un nuovo sogno.

Peter Gomez

 

Troppa fretta e troppi problemi Bisogna decidere caso per caso

La scelta migliore per il Movimento 5 Stelle sarebbe valutare caso per caso, Regione per Regione, se sia opportuno cercare un’intesa con il Partito democratico o andare da soli. Ogni contesto è diverso e richiede scelte strategiche diverse. Mi sembra persino banale, essendo questa una coalizione posticcia, imposta un po’ da tutti al povero Nicola Zingaretti e che a livello locale è stata riproposta nel caso peggiore, perché l’Umbria è una Regione in cui la giunta di centrosinistra è stata travolta dagli scandali, in cui il Pd locale è diviso in un mare di correnti e in cui ci sono problemi strutturali a livello sociale. Le scelte future non devono esser fatte necessariamente in base a dove si può vincere oppure no: si può decidere anche di andare insieme in Veneto, dove l’esito appare scontato, se si è convinti e si trova un punto di accordo su temi e persone. Ma è un processo che va messo in piedi per tempo, non all’ultimo minuto come successo in Umbria.

Piero Ignazi

 

Impossibile vincere in Umbria Ma insistere su questa strada

Di Maio ha avuto coraggio a proporre l’accordo col Pd in una regione dove era pressoché impossibile vincere. Il leader M5S non è stato furbo, certo, ma la “furbizia” intesa come pavidità politicamente sciacallesca lasciamola a forze pleonastiche tipo l’ossimoro Italia Viva. Poi però Di Maio ha sbagliato tutto nel post-voto, a partire da quella parola, “esperimento”, che è un insulto agli elettori umbri. Ora i 5 Stelle dovrebbero smettere coi musi lunghi e dire: “Ci abbiamo provato, forse pure male, ma qui in Umbria non era cosa. Ora però insistiamo, perché è l’unica strada: difficile, ma non impossibile. Mettiamoci in gioco, noi come il Pd”. Oltretutto all’orizzonte ci sono regioni dove con il Pd partirebbero favoriti: Emilia-Romagna, Toscana, Calabria, Marche, Puglia, Campania. Rinunciare adesso sarebbe come esonerare l’allenatore alla prima di campionato, perché reo di aver perso contro la favoritissima. Di più: sarebbe come tagliarsi i coglioni per fare un dispetto alla moglie. Laddove la moglie, ovviamente, di nome fa Matteo.

Andrea Scanzi

 

Il M5S è chiuso nel Palazzo Esca a farsi una passeggiata

Senza cadere nelle sabbie mobili della numerologia, è innegabile che il M5S sta decimando i suoi consensi in tutte le elezioni. Questo dipende da due ordini di problemi: il calo sistemico dopo l’avventuraccia con Salvini, e l’alleanza anche locale col Pd. Se a livello nazionale regge e ha un senso anche nobile la necessità di un bipolarismo di tutti contro Salvini-Meloni, in quello locale non ha alcuna presa. Anzi, dà agli elettori anti-Pd l’impressione di votare il Pd. Serve cognizione, polso, sensibilità del Paese. E il nostro è un Paese di paesi (il famoso territorio, come si dice con orribile pseudo-toponimo). Il M5S soffre ogni anno di più il suo dilemma ontologico: essere nato contro il potere ed essere al potere. Al suo capo e ai probiviri diamo il consiglio delle nonne e dei maestri zen: uscire a farsi una passeggiata. Il MoVimento non si muove. È fermo alla scrivania, chiuso nel Palazzo che voleva spalancare, a calcolare i decimali e a spiluccare il consenso sui social. Non esistere nella realtà è un limite, quando la realtà si presenta a chiedere il conto.

Daniela Ranieri

 

Basta isterie e coltelli tra i denti Gli alleati evitino pessime figure

I5 Stelle continuano a pagare, in termini di consenso, l’esperienza di governo. Accadeva con la Lega e accadrà ancora. Paradossalmente, consiglierei al Movimento di non presentarsi a nessuna delle prossime elezioni regionali, perché ha tutto da perdere. È una graticola in cui farebbero bene a non mettere il naso. Ovviamente non sarà così, almeno non in tutte le Regioni, ma spero almeno che gli alleati la smettano di fare gli isterici e si rendano conto che la cosa migliore è una marcia prudente fino al termine della legislatura, ovvero accontentarsi di non regalare alla destra un nuovo Parlamento. Dunque, dovrebbero valutare caso per caso cercando di evitare altre pessime figure. In alcune situazioni, come forse in Emilia Romagna, per il Movimento 5 Stelle potrebbe essere sufficiente anche una desistenza per far vincere il centrosinistra. L’importante è che non si perdano in trattative con il coltello tra i denti innervosendo i rapporti – nati già logori – all’interno della maggioranza.

Marco Revelli

“Finito un ciclo, serve un nuovo decalogo: non si torna indietro”

La disfatta in Umbria la legge come il sintomo di qualcosa che si è concluso. Per sempre. “È finito un ciclo”, scandisce Max Bugani, attuale capo-staff della sindaca di Roma, Virginia Raggi, membro dell’associazione Rousseau di Davide Casaleggio, il veterano bolognese che parla con l’erede di Gianroberto come con Beppe Grillo.

Il M5S al 7,4 per cento: perché siete andati così male?

In Umbria la sconfitta era scontata. In quella regione fino a ieri eravamo stati i primi avversari del Partito democratico, innanzitutto sullo scandalo sanità. Non era esattamente il luogo più facile da cui partire con degli accordi locali.

E invece ci avete provato ugualmente, perché?

Credo che si volesse lanciare un esperimento più culturale che politico. O almeno io l’ho interpretato così.

Però è arrivata una pesante sconfitta: politica.

Il M5S sta vivendo un momento cruciale. Bisogna ammettere che è finito un ciclo.

Quale ciclo?

Quello di una forza politica rivoluzionaria che, pur avendo contro per anni tutti i media e senza lobby alle spalle, ha portato dei normali cittadini al governo. Un’impresa enorme, anche perché abbiamo rimesso nell’agenda politica nazionale temi che da 30 anni nessuno voleva affrontare.

Ma cosa si è concluso, nel dettaglio?

È finita la fase propulsiva. Il Movimento aveva messo assieme persone di identità politiche e origini culturali diverse su punti comuni come l’ambiente, la legalità, la lotta alla casta e agli sprechi. E su queste tematiche abbiamo ottenuto risultati eccellenti nel primo anno di governo.

Nel frattempo però la Lega è esplosa nei consensi e voi avete dimezzato i voti. Per quale ragione?

L’agenda politica si è spostata su temi e vocaboli della destra, grazie alla potenza comunicativa di Matteo Salvini. E questo ha lacerato il M5S, fatto di tante anime diverse.

Come si riparte?

Dobbiamo trovare un nuovo decalogo su cui costruire la narrazione e il futuro dei Cinque Stelle. È necessaria una nuova mappa.

Come la si costruisce? Con assemblee, consultazioni sul web o in entrambi i modi?

Non so con quali strumenti farlo, e non spetta a me decidere. Ma di sicuro serve la partecipazione di tutti. Non ci potrà essere accordo unanime sulle nuove prospettive, però questo mi pare inevitabile.

È inevitabile anche dire basta agli accordi con il Pd nelle Regioni? Per il capo politico Luigi Di Maio “l’esperimento è fallito”. Ma se a gennaio i giallorossi perdessero nella sua Emilia-Romagna, il governo rischierebbe seriamente di saltare.

In Emilia-Romagna non c’è ancora nulla di giallorosso, non so neppure se il M5S presenterà una lista. Di sicuro quel che abbiamo costruito in questi 15 anni non potrà più tornare. Ha esaurito la sua spinta dopo aver raggiunto obiettivi incredibili, non replicabili.

Quindi bisogna riprovarci.

Al di là delle scelte che verranno prese, si apre comunque una nuova fase.

Il capo politico Luigi Di Maio l’ha esaurito il suo ciclo? Molti chiedono una segreteria.

Io sostengo da tre anni che serve una struttura per velocizzare i processi decisionali in un Movimento con così tanti eletti. Il capo politico non può avere su di sé un carico di responsabilità infinite. Nella situazione attuale, passa da eroe a bersaglio a seconda dei momenti. E non va bene.

Di Maio ha lanciato una riorganizzazione, con un team nazionale di 12 persone e referenti regionali. Può bastare?

Prima di giudicare voglio vedere realizzato questo processo. Di certo andrà accompagnato da linee politiche nuove e forti, capaci di ridare entusiasmo alla nostra gente.

La sindaca Raggi si ricandiderà, magari con una coalizione di centrosinistra? O punta a un altro ruolo?

Non ne ho la più pallida idea, non ne abbiamo mai parlato. Ma Virginia è come quei giocatori che vanno acquistati a prescindere, al di là del ruolo in cui li si vorrà impiegare. Si documenta su tutto, ha spessore e intuito politico.

Quindi?

Quindi un giocatore così lo devi tenere in squadra.

Di Maio ribadisce il no al Pd: gli eletti e la base stanno con lui

Il capo incontra parlamentari ed eletti locali di Calabria ed Emilia-Romagna, ascolta e prende atto, soddisfatto. Perché soldati e ufficiali del M5S la pensano come il generale, nelle Regioni meglio andare da soli, senza il Pd. Proprio quello che Luigi Di Maio aveva pensato e di fatto deciso nella sera in Umbria: con il Pd nelle Regioni bisogna chiuderla qui.

Raccontano che domenica notte, quando i numeri della disfatta umbra cominciavano a invadere gli smartphone, il capo politico si sia rivolto ad alcuni grillini in un locale romano, dove si teneva la festa di laurea di Paola Taverna. “Sarete contenti, l’avete voluta voi questa alleanza” le sillabe di Di Maio, quello che “io ero il più scettico sul governo con i dem” come ammesso in un post. Ieri, a sconfitta ancora calda, ha suonato le stesse note sul palco del Maurizio Costanzo Show: “Nelle regioni possiamo stare insieme con i movimenti che si occupano di molti temi sul territorio, ma non con le altre forze politiche”. Insomma, liste civiche sì, Pd no. Anche se il premier Giuseppe Conte e gran parte dei big in queste ore gli hanno chiesto di pensarci, di riflettere. “Magari Luigi non vedeva l’ora di farla naufragare questa ipotesi” sibila un veterano neanche ostile al capo. Perché è vero, i gruppi parlamentari vanno quasi per conto loro e di nemici Di Maio ne ha in quantità. Però, nel M5S dove si continua a parlare di documenti in preparazione ostili al leader e di lettere per chiedere un’assemblea, alcuni stanno rimodulando la linea.

Di Maio in fondo può restare anche capo, soprattutto perché di alternative in campo non ce ne sono. L’importante è che accetti una segreteria politica, con cui decidere tutto. E la riorganizzazione con il team del futuro e i referenti regionali non può bastare, “è un progetto che nasce già sgonfio” borbotta un senatore. Proprio lì, a Palazzo Madama, la voce critica Gianluigi Paragone esorta a chiudere la cronica contesa su Di Maio: “Inutile perdere energie a mettere in discussione Luigi, quando lo chiami lui c’è sempre”. Vallo a spiegare a quella massa di deputati malpancisti che alla Camera litiga da settimane sul nuovo capogruppo. Così in serata alla riunione dei grillini a Montecitorio si palesa il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà: “Serve responsabilità, bisogna trovare una sintesi”. Anche perché per gestire la manovra serve eccome, un capogruppo.

Nel frattempo Di Maio è arrivato in Senato. Lo aspettano le riunioni con gli eletti di Emilia Romagna e Calabria per fare il punto sulle Regionali del 26 gennaio. E l’indicazione degli emiliani è chiara: “Gli attivisti non vogliono l’alleanza, dobbiamo restare alternativi rispetto ai partiti”. Lo dice in chiaro la vicepresidente della Camera, Maria Edera Spadoni: “Siamo tutti concordi, le uniche alleanze che valuteremo saranno quelle con liste civiche”. Poi è il turno dei calabresi. Mentre entrano il presidente dell’Antimafia Nicola Morra pubblica un post che è un manifesto politico. “Per la Calabria serve più di ciò che oggi possiamo offrire” inizia.

E in un nugolo di critiche (“In una terra governata da mafie e consorterie il M5S avrebbe dovuto essere unito e agguerrito, siamo in estremo ritardo”) lo dice: “Non si ceda a dubbie contaminazioni, il Movimento deve essere aggregante, ma a determinate condizioni”. Quindi no ai dem e sì a liste civiche. In riunione c’è anche qualche eletto calabrese possibilista. Ma il vento tira altrove. Lontano dal Pd.

 

Emilia Romagna

Con Bonaccini senza logo: è la regione argine alla crisi

Stefano Bonaccini contro Lucia Borgonzoni il 26 gennaio. La sfida sembra cosa fatta, ma le incognite sono sempre quelle: che cosa faranno Renzi e i 5 Stelle? Dalle mosse dell’uno dipenderanno le mosse dell’altro, tenuto conto che il Pd punta da mesi sulla riconferma di Bonaccini e non intende cambiare programmi, nonostante i 5S preferissero un candidato civico per riproporre l’alleanza. Discorso opposto per Iv, che ha accettato la corsa del governatore puntando però a tener fuori il M5S. Possibile anche che alla fine Bonaccini corra senza simboli di partito,
o che il M5S rinunci al suo. Intanto Salvini è già in campagna elettorale: domani sarà a Parma.

 

Calabria

Il governatore indagato non vuole farsi da parte

Il Pd lo ha scaricato da tempo – strizzando l’occhio ai 5 Stelle –, ma lui tira dritto verso la ricandidatura. Mario Oliverio, indagato, spera che il risultato in Umbria faccia interrompere i rapporti tra dem e M5S e che il partito torni su di lui. Difficile, in una Regione dove tra l’altro i giallorosa avrebbero ottime possibilità di vincere, puntando su un civico come Pippo Callipo. La data per il voto non è fissata. Il centrodestra intende presentare un candidato indagato nello stesso scandalo in cui è coinvolto Oliverio: Mario Occhiuto, sindaco forzista di Cosenza. Gli alleati, però, prendono tempo e spunta il nome di Abramo.

 

Toscana

Nardella riscopre Renzi e va con Giani, l’anti-M5S

Nella terra dove Renzi punterà a legittimare le sue liste, il Pd un candidato ce l’ha già, almeno in teoria. È Eugenio Giani, leader dem in Consiglio regionale gradito a Renzi. Il suo nome era stato però indicato prima della scissione di settembre e ora nel Pd qualcuno vorrebbe un nome nuovo. Ma Giani può contare sul sostegno di Dario Nardella, sindaco di Firenze che lo ha ricevuto lunedì. C’è poi il tema alleanze: gli zingarettiani vorrebbero correre con il M5S, Renzi (e Nardella) no. Nel centrodestra dovrebbe correre la leghista Susanna Ceccardi. In Toscana e nelle altre regioni tranne Emilia e Calabria si voterà nella primavera del 2020.

 

Campania

De Luca torna alla carica per un bis contro i grillini

L’accordo tra centrosinistra e 5Stelle qui pareva possibile, ma ostacolato dall’ingombrante Vincenzo De Luca, nemico giurato dei grillini che ne pretendevano
un passo indietro. Ora però
il Movimento, corteggiato da Luigi de Magistris, ha perso potere contrattuale e il Pd potrebbe scegliere di restare sul governatore-sceriffo grande sbeffeggiatore di Luigi Di Maio. In queste ore, De Luca ha ribadito la sua volontà di presentare un’ampia coalizione di centrosinistra, tenendo fuori gli alleati di governo a Roma. Il centrodestra potrebbe invece puntare sul forzista Stefano Caldoro, già presidente fino al 2015.

 

Marche

La “scossa” umbra non fa danni all’accordo civico

Le Marche sono la Regione in cui l’intesa Pd-5Stelle ha basi più solide, che potrebbe reggere all’urto umbro. Qui i giallorosa hanno approvato insieme la nuova legge elettorale e qui Matteo Ricci, sindaco dem di Pesaro, ha aperto la giunta ai 5 Stelle. Ieri, Giovanni Costoli, segretario Pd, ha invitato a non buttare tutto all’aria: “In Umbria l’alleanza è stata costruita all’ultimo minuto, calata dall’alto. Ciò che stiamo facendo nelle Marche è qualcosa di diverso”. Possibile allora che si vada avanti per cercare l’intesa. Dall’altra parte, FdI chiede di poter indicare il candidato. In pole c’è Guido Castelli, ex sindaco di Ascoli.

 

Puglia

Emiliano non ama più i 5S: “Con loro non funziona”

Nelle ultime settimane, Michele Emiliano aveva stroncato l’ipotesi di alleanza con il M5S, a cui pure in passato aveva aperto più di una porta. Ora, dopo la vittoria di Tesei, rivendica: “L’avevo detto che per le Regioni non è fatta bene quell’alleanza. Non funziona”. Via allora a una coalizione di sinistra con civiche e sindaci, con lo stesso Emiliano che si è detto disponibile a confrontarsi con le primarie. E così i 5 Stelle, che speravano in una convergenza su un nome terzo, dovranno probabilmente stare da soli, mentre a destra Giorgia Meloni pretende per sé l’indicazione del candidato: Raffaele Fitto, già governatore fino al 2005.

 

Liguria

Retromarcia pentastellata: “Corriamo senza alleati”

Dopo la batosta umbra, Alice Salvatore, capogruppo M5S in Regione, ha già smontato i buoni propositi che lei stessa aveva promosso un paio di mesi fa: “Niente alleanze col Pd, noi andiamo da soli”. Intanto Pd, Italia Viva, Articolo 1, Sinistra Italiana e altre forze d’area si sono incontrati per un primo tavolo verso le Regionali. Risultato: Italia Viva si è già tirata indietro dal comunicato congiunto diffuso a fine giornata. Segno che la strada per l’unità è ancora lunga. E così la destra gongola: Toti vuole ricandidarsi, la Lega è d’accordo, ma FI mugugna, ricordando la scissione. Alla fine, la ragion di Stato potrebbe avere la meglio.

 

Veneto

Con Zaia non c’è partita: ciascuno perderà per sé

Non serviva certo l’Umbria per far sorridere Luca Zaia. Il governatore è già favoritissimo per la riconferma e l’unica incognita restano le alleanze. Proprio Zaia aveva proposto a Salvini una coalizione tra una sua lista, una civica dei sindaci e la Lega, ma l’ex ministro vuole tener dentro anche gli alleati storici. I giallorosa potrebbero allora scegliere di non consegnarsi a una batosta annunciata. Il capogruppo regionale M5S, Jacopo Berti, sentenzia: “Torniamo sui nostri passi e al bivio imbocchiamo l’altra strada. Torniamo al vecchio M5S”. Dal Pd invece ancora ci sperano.

Il Mitile Ignoto

Non è vero che Italia Viva sia inutile. Anche Renzi, nel suo piccolo, svolge una funzione vitale per l’ecosistema. Uno di quei lavori sporchi che qualcuno deve pur fare. L’ex rottamatore, dopo aver rottamato il suo partito per fondarne un altro, si dedica alacremente al riciclaggio dei rottami. Sta alla malapolitica come la cozza (Mytilus galloprovincialis) sta alle acque marce. Anche il mollusco di Rignano sull’Arno, infatti, beve l’acqua sporca e la rimette in circolo depurata, trattenendo nei propri tessuti tutte le schifezze. Risultato: il microrganismo detto Italia Viva è appena nato e già il Pd appare ripulito e rigenerato. In Umbria, per dire, gli elettori dem indignati per la retata di Sanitopoli ad aprile, dopo la batosta alle Europee di maggio l’hanno risparmiato da ulteriori castighi. E il motivo di tanta indulgenza è nell’unica novità registrata da allora nel centrosinistra: la scissione dell’atomo renziano, suggellata dalla provvidenziale assenza di Matteo La Cozza dall’ormai celebre foto di Narni. Così Iv si candida a essere per il Pd ciò che fu l’Ncd per FI: la bad company. Che assorbe inquisiti, imputati, pregiudicati, ex galeotti, prescritti, lobbisti, portatori di conflitti d’interessi, voltagabbana, impresentabili di varia natura, sui quali Renzi esercita un’attrazione fatale.

Alla Leopolda c’era persino Lele Mora, venuto – non si sa se invitato o insalutato ospite – a omaggiare “il galoppino di Berlusconi”, augurandogli di diventarne “l’erede”. Intanto Renzi invitava i “delusi di Forza Italia”, cioè chi non riconosce più il vecchio B., ormai incapace di delinquere con la costanza e il ritmo dei bei tempi, a “darci una mano”. O una manetta. Ora Dell’Utri, abbandonato ai domiciliari dall’amico Silvio, potrebbe uscire anzitempo e portare il suo contributo (7 anni definitivi per mafia e 12 anni provvisori per la Trattativa). Nell’attesa, il Messaggero informa che “Catiuscia Marini, ex governatrice dell’Umbria coinvolta nell’inchiesta sulla sanità che ha fatto saltare la giunta, è pronta a passare con Iv con diversi esponenti locali del Pd che si stanno muovendo verso Renzi”. Ecco, a noi questo “muoversi” della Marini e dei suoi coindagati che sciamano in pellegrinaggio verso Iv strazia il cuore. Anche perché Renzi attribuisce la

débâcle umbra di Pd e M5S non a Catiuscia &C., ma alla foto di Conte, Di Maio, Zinga e Speranza, tutti vergognosamente incensurati. Il che rende poco credibile un retroscena de

La Verità: “Renzi vuole la Carfagna premier al posto di Conte”. A parte il fatto che è una donna troppo seria per prenderlo sul serio, Mara ha un handicap insormontabile: non è mai stata neppure indagata.

Club2Club, l’elettronica si ascolta a Torino

A Torino, per un lungo weekend, si concentra ogni anno l’èlite della musica elettronica. Da Thom Yorke a Jamie XX, da Aphex Twin a Four Tet, dai Kraftwerk ad Autechre, i colossi sono passati tutti dal Lingotto – anche Franco Battiato con le sue sperimentazioni nel 2014 –, contribuendo a rendere sempre più autorevole Club2Club in tutta Europa. Merito dell’intraprendenza di Sergio Ricciardone e della sua passione incrollabile per organizzare un evento di club culture: dalle fatiche degli esordi senza sponsor alla diciannovesima edizione, un format oggi innovativo e guardato con molto interesse dall’estero. Da domani al 3 novembre ci saranno cinquanta show con ben sedici esclusive per l’Italia, con un pubblico stimato di sessantamila spettatori – dati dell’anno scorso –, con location principale il Lingotto oltre alla Venaria Reale e le Officine Grandi riparazioni.

Il cast prevede mercoledì Slowthai, giovedì Holly Herndon e venerdì e sabato le performance di James Blake, Flume, Battles, Chromatics, Romy (The XX), Floating Points, Desire, Helado Negro, Issam, Kelsey Lu, Sophie, Nu Guinea e tantissimi altri. Oltre alle esibizioni live e ai dj set C2C propone panel e workshop, street art, itinerari gastronomici, un confronto con i migliori artisti di questa edizione presso l’hotel AC. Protagonista quest’anno senza dubbio James Blake, artista capace di traghettare l’elettronica nel mondo hip hop e viceversa, grazie alle collaborazioni con Beyoncè, Travis Scott, Kendrik Lamar e Frank Ocean. E poi l’australiano Flume con un sound fresco e spiazzante e la band di Portland Chromatics, conosciuta grazie al bellissimo album Night Drive e, sicuramente, band cult di questa edizione. Romy non ha bisogno di presentazione grazie alla sua militanza con The XX: oltre ad essere cantante, chitarrista e co-autrice nella band ha scritto numerose canzoni per Mark Ronson e Dua Lipa; proporrà un suo personalissimo dj set. Dall’arcipelago Warp arriveranno i Battles, nome caldo del momento, con un album appena pubblicato. Sarà l’occasione per incontrare dal vivo Sam Sheperd aka Floating Points, uno dei musicisti più innovativi della nuova generazione.