Quando un musicista famoso annuncia urbi et orbi di aver trovato Dio è il momento di preoccuparsi. Figuriamoci quando si tratta di colui che per auto-proclamazione è “indiscutibilmente il più grande artista della storia dell’umanità”.
C’era quindi un’attesa quasi messianica per Jesus Is King, l’album della svolta cristiana di Kanye West, annunciato e dis-annunciato nell’ultimo anno quel centinaio di volte, a botte di tweet e post su Instagram, e finalmente apparso come il roveto ardente venerdì scorso.
Terminato l’ascolto – o la funzione – l’aspetto più sorprendente sta proprio nel constatare quanto il risultato finito (definizione sempre un po’ a rischio, con West) sia stranamente… medio. Niente di epocale o di apocalittico, né in senso negativo come lasciano intendere diversi critici anglosassoni (con quelli del Guardian e di Variety in testa alla lista dei più acidi), che vi hanno ravvisato incoerenza stilistica e insincerità di fondo, ma neanche sul versante positivo di chi spende con eccessiva magnanimità termini come “rivoluzionario” o “genio”. Non che Kanye West non lo sia stato in passato, rivoluzionario e geniale, nel riformulare i parametri produttivi e la grammatica sonora non solo dell’hip hop e della musica nera ma del pop contemporaneo in generale (anche perché le due cose tendono a sovrapporsi sempre di più).
Il fatto è che questo inno un po’ sconnesso e un po’ gaglioffo a Cristo Re, nei suoi ventisette minuti scarsi, non è né Yeezus né The Life of Pablo. È invece una raccolta di bozzetti slegati tra loro nonostante il ponderoso filo tematico e il profluvio di “hallelujah”, ottimamente prodotti – e ci mancherebbe – anche quando paiono sfocati e compressi nella resa sonora. Le voci gospel nel brano di apertura Every Hour introducono al lavoro in modo quasi entusiasmante, ma già nella successiva Selah il coro che contrappunta il fraseggio rap del protagonista assume un tono freddo, distante, quasi robotico. Il contrasto è voluto e di per sé affascinante, così come ballate soul quasi lineari come God Is, ma il gioco non regge per tutta la durata, peraltro contenuta, del “disco”.
Particolarmente irritanti, in questo senso, risultano Everything We Need e Water. In brani come questi si staglia un’ombra di “fake” (in senso artistico, non in quello dell’autenticità spirituale che al massimo è un problema dell’autore), e certo i testi non aiutano a dissiparla. Kanye West non riesce a non mettersi al centro, persino quando parla di – e con – Dio, e se a volte nel suo egotismo risulta divertente (ad esempio quando giustifica i prezzi della sua griffe o tira in ballo una catena di fast food per parlare del “riposo della domenica”), il sospetto che non si tratti di arguta autoironia viene spontaneo. A questo punto aspettiamo la prossima mossa. Conoscendo l’equilibrio del soggetto, potrebbe persino essere un disco blues: la musica del diavolo.