Aiuto, Kanye West ha trovato Dio. Ma non viceversa

Quando un musicista famoso annuncia urbi et orbi di aver trovato Dio è il momento di preoccuparsi. Figuriamoci quando si tratta di colui che per auto-proclamazione è “indiscutibilmente il più grande artista della storia dell’umanità”.

C’era quindi un’attesa quasi messianica per Jesus Is King, l’album della svolta cristiana di Kanye West, annunciato e dis-annunciato nell’ultimo anno quel centinaio di volte, a botte di tweet e post su Instagram, e finalmente apparso come il roveto ardente venerdì scorso.

Terminato l’ascolto – o la funzione – l’aspetto più sorprendente sta proprio nel constatare quanto il risultato finito (definizione sempre un po’ a rischio, con West) sia stranamente… medio. Niente di epocale o di apocalittico, né in senso negativo come lasciano intendere diversi critici anglosassoni (con quelli del Guardian e di Variety in testa alla lista dei più acidi), che vi hanno ravvisato incoerenza stilistica e insincerità di fondo, ma neanche sul versante positivo di chi spende con eccessiva magnanimità termini come “rivoluzionario” o “genio”. Non che Kanye West non lo sia stato in passato, rivoluzionario e geniale, nel riformulare i parametri produttivi e la grammatica sonora non solo dell’hip hop e della musica nera ma del pop contemporaneo in generale (anche perché le due cose tendono a sovrapporsi sempre di più).

Il fatto è che questo inno un po’ sconnesso e un po’ gaglioffo a Cristo Re, nei suoi ventisette minuti scarsi, non è né Yeezus né The Life of Pablo. È invece una raccolta di bozzetti slegati tra loro nonostante il ponderoso filo tematico e il profluvio di “hallelujah”, ottimamente prodotti – e ci mancherebbe – anche quando paiono sfocati e compressi nella resa sonora. Le voci gospel nel brano di apertura Every Hour introducono al lavoro in modo quasi entusiasmante, ma già nella successiva Selah il coro che contrappunta il fraseggio rap del protagonista assume un tono freddo, distante, quasi robotico. Il contrasto è voluto e di per sé affascinante, così come ballate soul quasi lineari come God Is, ma il gioco non regge per tutta la durata, peraltro contenuta, del “disco”.

Particolarmente irritanti, in questo senso, risultano Everything We Need e Water. In brani come questi si staglia un’ombra di “fake” (in senso artistico, non in quello dell’autenticità spirituale che al massimo è un problema dell’autore), e certo i testi non aiutano a dissiparla. Kanye West non riesce a non mettersi al centro, persino quando parla di – e con – Dio, e se a volte nel suo egotismo risulta divertente (ad esempio quando giustifica i prezzi della sua griffe o tira in ballo una catena di fast food per parlare del “riposo della domenica”), il sospetto che non si tratti di arguta autoironia viene spontaneo. A questo punto aspettiamo la prossima mossa. Conoscendo l’equilibrio del soggetto, potrebbe persino essere un disco blues: la musica del diavolo.

Carrisi e “L’uomo del labirinto”: perso tra Kafka e Carroll, ritrovato da Toni e Dustin

“Dustin Hoffman era nel mio destino, e infatti mi ha detto ‘Donato, d’ora in poi chiamami Dustino’”. La mette sul gioco di parole Carrisi alla presentazione del suo nuovo e secondo lungometraggio L’uomo del labirinto, tratto dal proprio best-seller come del resto aveva fatto per l’esordio in regia de La ragazza nella nebbia. D’altra parte avere una star “che ha contribuito a ridefinire il cinema americano” non è da tutti, e per questo va applaudito.

In uscita in 400 sale da domani, il film è un noir/mistery “rosso Lynch” dove spazio e tempo giocano a scacchi secondo regole che sembrano dettate da Kafka lettore di Alice nel paese delle Meraviglie. Nel labirinto – più mentale che fisico – si aggira non casualmente il coniglione Bunny, inizio e fine di tutti i mali. Comprimario di Hoffman è l’ormai sodale Toni Servillo: se il primo veste i panni del misterioso dr Green che ha in cura Samantha Andretti (Valentina Bellé), la “sopravvissuta” a uno psicopatico, il secondo s’immerge nel faticoso ruolo di Genko, detective privato coi giorni contati ma determinato a scoprire la verità. “L’ho sempre chiamato Mr Hoffman e mai Dustin, ci tenevo a rispettarlo nella giusta distanza” asserisce l’attore campano pur consapevole che “Il laureato” collega abbia accettato il ruolo “anche perché c’è Toni Servillo”. Nel rispetto degli spoiler, si può dire che L’uomo del labirinto sia “una discesa agli inferi della mente umana”, che nel caso dello scrittore/regista assume la forma di un buio labirinto dalle porte chiuse “dietro le quali nascondiamo le nostre paure più profonde”.

Lo showman senza freni: “Adesso sono cazzi vostri”

“Salini, m’hai voluto e mo so’ cazzi tuoi”. E come fai a tenerlo fermo, Fiorello, quando gli hai messo in mano le sorti del lancio (e rilancio) di Rai Play? In una via Asiago tirata a lucido fino a due minuti prima della presentazione (letteralmente, oltre al tappeto bluette luccicante sulle scale d’ingresso, c’era una signora delle pulizie sul palco), il mattatore non si fa certo tenere a freno da chi eviterebbe persino di parlare di Sanremo: “Ci sarò, l’ho promesso ad Amadeus 35 anni fa mentre eravamo a Ibiza e non avremmo scommesso sei mesi sulle nostre carriere”.

Compirà 60 anni il prossimo maggio, Rosario Fiorello, “e avevo già deciso di smettere, quindi anche se questa cosa va male, sarà tutto previsto”. Questa cosa è VivaRaiPlay!, una “operazione strategica” che andrà in onda con un’anteprima dal 4 all’8 novembre alle 20:30 su Rai Uno e Rai Play per poi trasferirsi dalla settimana successiva sulla piattaforma, in una versione lunga di 50 minuti. Una prima produzione originale che dovrebbe servire ad adeguare l’offerta digitale della Rai alle altre grandi piattaforme: nuova interfaccia, film, serie tv, documentari, vecchi programmi tratti dalle Teche, sport e cartoni animati. “Però il nome è sbagliato, perché sembra un replay. Doveva chiamarsi Raiflix”, scherza Fiore, che non si fa intimorire neanche dal dopo-Regionali. Anzi, siccome “uno che fa il mio mestiere deve sempre esagerare”, ne costruisce un tormentone: “Teresa De Santis (direttrice di Rai Uno, ndr) non c’è? Ah, è con il presidente Marcello Foa a fare i caroselli in Umbria? E cosa festeggiano? Ve li immaginate sulla Lambretta che cantano con le braccia alzate? Comunque pare che San Francesco lacrimasse mojito. Salini, non preoccuparti, fino a dicembre possiamo comunque andare avanti”. Lo showman sa di avere un’enorme responsabilità sulle spalle (“Poca pressione mi hanno messo, me sento male”), ma come un giovane Jep Gambardella, ha la potenza contrattuale di fare ciò che gli pare: “Mi hanno detto che Conte ha avuto pochi ascolti al Tg1, allora ho pensato di intervistarlo. Anzi, voglio intervistare i politici. Ci sto pensando adesso, Salini manco lo sapeva. Tanto, Fabrizio, lo sai che a.d. è anche l’inizio di addio”. Nei tre giorni alla settimana di nuove puntate (dal 13 novembre ogni mercoledì, giovedì e venerdì, sempre alle 20:30, e poi un “il meglio di” su Radio2 alle 11), ad affiancare Fiorello sarà un Tiktoker (“È stata mia figlia a introdurmi questo nuovo mondo”), Luciano Spinelli, 19 anni e sette milioni e mezzo di follower. Poi il solito Maestro Cremonesi, gli Urban Theory – già concorrenti di Italia’s Got Talent –, i Gemelli di Guidonia, l’attore Pippo Crotti e Danti, paroliere di molti artisti. L’obiettivo è intrigare il pubblico più giovane e “alfabetizzare” quello più adulto, “come mia madre, che ha scoperto che su Rai Play si può rivedere La Piovra. Il mondo sta cambiando, quindi facciamo le cose al contrario e speriamo di prenderci”. Una macchina che utilizzerà le sale A e B di via Asiago – quest’ultima rifatta interamente e interamente digitalizzata, via Oslavia e qualche studio radio. I costi? Alti, ma “se inseriti nel progetto generale di rilancio, relativi”, ci tiene a spiegare Salini”. “Il problema dei costi è il linoleum” scherza ancora Rosario, che secondo alcune indiscrezioni avrebbe fatto, a suo tempo, storie sulla pavimentazione: “Ma io manco so cos’è il linoleum”.

Come andrà davvero lo si vedrà nel tempo, “ci sono gli strumenti per verificare il nuovo tipo di ‘ascolti’”, sicuramente le aspettative sono alte e il cavallo di razza garantisce scommesse facili. In uno dei video apparsi di recente, una sorta di Aspettando VivaRaiPlay!, i post-it alle spalle del protagonista fissavano dei possibili contenuti: “Mattarella che fa Giggino e Giggetto” e “Barbara D’Urso che entra in studio con le luci normali”. Ma Fiore lo sa: “Sarà più semplice ottenere il primo”.

La maledizione di Unicredit: violati 3 milioni di dati

Periodicamente ritorna per Unicredit la piaga degli attacchi hacker, che negli ultimi due anni non hanno mollato l’istituto bancario vuoi perché abbia preso seriamente il regolamento europeo sulla privacy che lo costringe a dichiararli al Garante, vuoi perché sono aumentati a livello globale. Già nei mesi scorsi per Unicredit era stata avviata una istruttoria per l’esposizione dei dati di circa 700mila utenti nel 2017. Ieri, l’istituto ha comunicato un’altra violazione che stavolta riguarda tre milioni di clienti, che sarebbe avvenuta nel 2015 e che avrebbe sottratto nomi, città, numeri di telefono ed email. Niente coordinate bancarie o informazioni per l’accesso ai conti o a transazioni non autorizzate. A scoprire l’intrusione sarebbe stato il team di sicurezza informatica della banca che avrebbe poi informato la Polizia. In una nota la Postale ha confermato “di aver immediatamente attivato le analisi tecniche per individuare possibili contesti criminali e le attività di indagine”.

Così, ancora una volta Unicredit ha dovuto ribadire che “la sicurezza dei dati dei clienti è una priorità assoluta” e che “il gruppo ha investito 2,4 miliardi per l’aggiornamento e il rafforzamento dei sistemi di sicurezza informatica”. Rassicurazioni e misure obbligate, visti i precedenti. La voce circolata nella giornata di ieri (che è stata in prima battuta attribuita a non specificate “fonti investigative qualificate”) è che quei dati sarebbero stati resi disponibili sul darkweb dagli hacker che hanno bucato parte del database. In serata, altre “fonti vicine alla Banca” hanno invece negato la loro presenza nella parte nascosta della rete. In questo quadro di incertezza, il co-chief Operating Officer di Unicredit, Ranieri de Marchis, ci ha tenuto a precisare che “l’incidente si riferisce a dati estratti nel 2015” e che “evidentemente in questa data anche i regimi di data protection erano diversi”. Possibile traduzione: la colpa, se c’è, è meno grave e le pene meno pesanti rispetto a quanto previsto dal regolamento entrato in vigore l’anno scorso. “Nel 2015 non c’era l’obbligo di dichiarazione della violazione al Garante della privacy – spiega al Fatto Stefano Aterno, docente e avvocato specializzato in privacy e sicurezza informatica –, ma è molto probabile che Unicredit l’abbia scoperto solo nelle ultime ore e quindi la stia notificando correttamente entro 72 ore da quando ne è venuta a conoscenza. Altre ipotesi sono difficili da fare, a meno che non sia un vecchio data breach del 2015 non soggetto a notificazione perché scoperto allora. Nel caso di questa seconda ipotesi, non si vede perché sia stato notificato oggi. Perché sono stati trovati nel darkweb i dati? Il punto, che Unicredit sicuramente chiarirà o ha già chiarito, è questo: l’eventuale esfiltrazione o violazione è avvenuta nel 2015 o nell’ottobre del 2019?” È infatti al Garante che spetta la valutazione della violazione dei dati personali per capire se ci siano state mancanze da sanzionare da parte di Unicredit. All’autorità giudiziaria spettano solo l’indagini sulla violazione.

“La Chiesa restituisca l’Ici”. M5S a caccia dei 5 miliardi

Tempo di manovra e rispunta il dibattito sull’Ici non pagata dalla Chiesa. “Per evitare la stangata di tasse e microtasse che si appresta a calare sugli italiani, basta andare a bussare al Vaticano”, propone il senatore M5S Elio Lannutti che, rispolverando un vecchio cavallo di battaglia del Movimento (dimenticato in questo anno di governo), ha presentato un disegno di legge per recuperare i 4,8 miliardi che la Santa Sede, secondo le stime dell’associazione dei Comuni (Anci), non ha mai corrisposto tra il 2006 e il 2011 sullo sterminato patrimonio immobiliare che possiede in Italia, come edifici storici, ma anche terreni e fabbricati vari. È nutrita la pattuglia dei senatori grillini, 76 su 106 iscritti al gruppo, che hanno sottoscritto il ddl, che – secondo Lannutti – sarebbe già pronto per essere trasformato in un emendamento da agganciare alla delega fiscale, e quindi alla legge di Stabilità cui è collegata, per entrare subito in vigore. Ma per il senatore è “anche ora di far pagare l’Imu per quegli immobili sfruttati commercialmente ma che eludono l’imposta”.

È l’ultimo capitolo di una storia surreale. La proposta M5S prende spunto dalla sentenza della Corte di Giustizia europea che un anno fa, partendo dal ricorso presentato da una scuola e da un b&b, ha stabilito che lo Stato italiano deve riscuotere l’Ici non versata dalla Chiesa tra il 2006 e il 2011 in virtù di una deroga concessa dal governo Berlusconi per tutti gli immobili a prescindere dalla “natura eventualmente commerciale”, successivamente giudicata irregolare. Passa un anno e il nuovo governo Prodi trova l’escamotage: un decreto esenta dal pagamento dell’Ici solo gli immobili “con finalità non esclusivamente commerciali”.

Ma proprio l’avverbio “esclusivamente” ha permesso alla Chiesa di usufruire dell’esenzione anche per le strutture turistiche, gli alberghi o gli ospedali, purché all’interno avessero uno spazio dedicato al culto. Nel 2010 l’Antitrust Ue apre un’indagine e appura che dal 2006 al 2011 l’Italia ha concesso aiuti di Stato illegali alle strutture ecclesiastiche. La questione si chiude nel 2012 quando il governo Monti, con l’abbandono dell’Ici per l’Imu, limita l’esenzione solo alle strutture prive di attività commerciali. A quel punto la Commissione dà anche ragione all’Italia sull’“assoluta impossibilità” di recuperare il dovuto perché è “impossibile” calcolare l’ammontare del pregresso, stimato poi dall’Anci in 800 milioni l’anno. Decisione confermata dal Tribunale dell’Ue nel 2016, ma annullata lo scorso novembre dalla Corte di Giustizia europea.

Una legge che, però, secondo i senatori M5s firmatari del ddl, “presenta molte scappatoie” che consentono di evitare il pagamento dell’imposta anche dove si produce reddito. Un nodo che si potrebbe risolvere, secondo Lannutti, “facendo controllare i bilanci delle società o delle associazioni che li gestiscono da soggetti terzi, che se ne assumono la responsabilità, pena il carcere dai 3 ai 5 anni”. Tanto che secondo i dati forniti nel ddl, nel 2018 la Chiesa cattolica risultava proprietaria di 140 università, 6.228 scuole materne, 1.280 scuole primarie, 1.136 scuole secondarie, 399 nidi d’infanzia, 354 consultori familiari, 1.669 centri di difesa della vita e della famiglia, 111 ospedali di medie dimensioni, 10 grandi ospedali, 1.853 ospedali e case di cura, 136 ambulatori. “Strutture che – dice Lannutti – portano alla Chiesa 620 milioni all’anno grazie all’Imu non pagata” e che lo Stato deve riscuotere.

La proposta non ha né la benedizione del capo politico Luigi Di Maio né della viceministro dell’Economia, Laura Castelli, che lo scorso anno aveva aperto un dossier sull’Imu sancendo che per legge il Vaticano già paga l’imposta sugli immobili con finalità commerciali. Resta, però, aperta la partita politica: la riscossione dell’Ici è una misura impopolare che nessun premier vorrebbe intestarsi. Tanto meno il governo giallorosa che vanta rapporti più che buoni con la Santa Sede.

 

2012 Decreto Monti
Con l’abbandono dell’Ici per l’Imu viene limitata l’esenzione del pagamento dell’imposta solo alle strutture prive di attività commerciali. Ma la Commissione Ue sancisce l’“assoluta impossibilità” di recuperare il dovuto.
2018 Corte di Giustizia
Una sentenza sancisce che lo Stato italiano deve riscuotere l’Ici non pagata dalla Chiesa tra il 2006 e il 2011 rovesciando le decisioni prese negli anni passati dalla Commissione Ue e dal Tribunale dell’Ue.
2019 La proposta M5S
Recuperare l’Imposta comunale sugli immobili non pagata dalla Chiesa e dagli enti no profiti tra il 2006 e il 2011 e far pagare la subentrante Imu per quegli immobili sfruttati commercialmente dagli enti religiosi, ma che eludono l’imposta

Il direttore contro l’editore: “Aspetto i giudici da 20 anni”

C’è un cittadino, un giornalista, che attende da venti anni – avete capito bene, vent’anni – una sentenza che lo ristori di un licenziamento già dichiarato “illegittimo” da un magistrato del lavoro. Il Tribunale lumaca è quello di Potenza. Le cause sono due e riguardano il risarcimento danni per le conseguenze del licenziamento risalente al 1999 dell’ex direttore del quotidiano La Nuova Basilicata, e il successivo fallimento della società editrice. Due distinti procedimenti, ma collegati, ‘fermi’ al 2011. Il primo da allora è stato rinviato 10 volte, il secondo 12 volte, “per la precisazione delle conclusioni”, ovvero a pochi metri dallo striscione d’arrivo. Stop imposti da cambi di giudici relatori (otto sommando entrambi i processi), e rinvii d’ufficio. Le cause sono pronte per le decisioni. Ma le sentenze non escono.

Il cittadino-giornalista vittima del primato di lentezza giudiziaria si chiama Beppe Lopez. Classe 1947, cronista che ha partecipato alla fondazione di Repubblica, autore di saggi sul giornalismo, Lopez è stato – e si presume lo sia tuttora – un convinto sostenitore della tesi che un’informazione locale indipendente dai potentati economici e politici avrebbe prevenuto il crollo delle vendite della carta stampata. Per questo nel secolo scorso lascia Repubblica e punta alla creazione di giornali locali al Sud. Nel Salento gli va bene. In Basilicata gli va male: l’avventura de La Nuova Basilicata, nata il 23 giugno 1998, nell’unica regione all’epoca senza un proprio quotidiano, si interrompe per lui bruscamente, e dopo nemmeno un anno. “Misi insieme una decina di giornalisti (per metà locali, per metà romani, baresi e leccesi) – ricorda Lopez – un piccolo imprenditore locale che si occupava di alberghi e di una piccola emittente televisiva, l’Agenzia dei Giornali Locali del gruppo Espresso-Repubblica e la società di raccolta pubblicitaria Manzoni, e creammo un miracolo, un giornale popolare, cioè di tutti, di grande vivacità e compostezza grafica, di taglio rigorosamente professionale; intreccio sistematico di alto/basso, nazionale/locale, serietà/leggerezza. Una vera rivoluzione”.

Lopez entra in rotta di collisione con l’editore al momento della scadenza dei primi contratti giornalistici agevolati, non asseconda il rifiuto della società editrice di stabilizzare le situazioni precarie. E l’impegno, già preso, di rinnovargli la direzione per altri dieci anni non viene mantenuto. Arriva invece il licenziamento, pochi mesi dopo l’ultimo numero firmato da Lopez, il 27 marzo 1999. Mentre poco alla volta gli altri giornalisti fondatori del quotidiano vengono allontanati, e sostituiti, la Nuova Basilicata diventa La Nuova del Sud, la compagine editoriale cambia, il progetto si ridimensiona, il figlio del vecchio editore diventa amministratore, poi subentrano altre persone. Infine il fallimento.

Succede così che la causa di Lopez contro il licenziamento – dichiarato illegittimo dal giudice del lavoro in attesa di una sentenza di merito per la quantificazione del ristoro – venga assorbita in quella davanti al giudice fallimentare, in cui l’ex direttore si costituisce per l’ammissione allo stato passivo. Sono in ballo cifre importanti. “Il mio cliente rivendica oltre un milione di euro” precisa l’avvocato Ettore Sbarra. Lopez infatti ha promosso azione per risarcimento danni anche nei confronti di Donato Macchia, il legale rappresentante di Alice Idea Multimediale Srl, la società editrice de La Nuova Basilicata. Ma dal 2011 è tutto fermo. Su entrambi i fronti, quello dei danni (prossima data il 6 novembre) e quello fallimentare. Un caso. Nel doppio significato della parola. Del quale oggi parleranno a Roma i vertici della Fnsi in una conferenza stampa.

Muore nelle mani dei carabinieri: si indaga

Quel che è certo è che il procuratore di Messina, Maurizio De Lucia, vuole evitare “un secondo caso Cucchi” a Spadafora (Messina) dove un intervento dei carabinieri si è trasformato in una tragedia.

È circa l’una di notte, tra sabato e domenica, quando Katia Aloe telefona al 112 perché il suo ex compagno, Enrico Lombardo, si è presentato sotto casa. I due avevano litigato e lui, forse, vuole vedere i figli. All’arrivo dei carabinieri, l’uomo, 42 anni, è agitato. Scoppia una colluttazione. C’è chi parla di spintoni e percosse. Senz’altro arriva una seconda pattuglia. Subito dopo, Enrico si accascia e muore. Sull’asfalto rimane una pozza di sangue.

“Non era solo il suo, c’era anche il sangue di un carabiniere rimasto ferito”. Il procuratore De Lucia ha affidato l’inchiesta al procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e ai pm Antonio Carchietti e Marco Accolla che hanno sequestrato anche un video girato da un testimone che ha assistito alla scena. Da quel filmato i magistrati potranno ricostruire l’intervento e la procedura seguita per immobilizzare Enrico Lombardo che – si legge in uno stringato comunicato stampa dell’Arma – era “in evidente stato di agitazione psicofisica. Dopo essere stato immobilizzato, l’uomo accusava un malore per il quale veniva soccorso, sul posto, da due ambulanze del 118, prima di morire”. Una versione che non convince Alessandra Galeani, l’ex moglie di Enrico, e la figlia Erika, che hanno sporto denuncia. Alle 5 di domenica il corpo era già in obitorio, ma “a noi non c’hanno avvertito”.

Enrico lavorava in un supermercato a Milazzo e, a parte un piccolo e vecchio precedente, da anni ormai rigava dritto. “Alle 8 di mattina mi hanno chiamato alcuni amici di mio marito per dirmi che era deceduto. Mi sono precipitata sul posto e ho preso un po’ di informazioni in giro. Tutti mi hanno detto che ci sono stati colpi di manganello. Quando sono arrivata a Spadafora c’era molto sangue. Ne ho preso un poco e l’ho dato a un medico legale chiedendogli di analizzarlo. Voglio sapere come sono andati i fatti”. Le sue condizioni, secondo l’ex moglie, erano buone: “Non aveva patologie che ci possano far pensare a un malore. Quella notte qualcuno ha visto il corpo e dice che era combinato male. Chi muore per un infarto non ha tutte quelle ecchimosi che ci hanno raccontato”.

“Aspettiamo l’autopsia per capire”. Il procuratore De Lucia non vuole polemiche e per sicurezza ha disposto che tutti gli atti d’indagine siano condotti direttamente dai magistrati: “Certamente Lombardo era in stato di forte agitazione. Sappiamo che in passato ha fatto uso di stupefacenti, ma adesso dobbiamo aspettare le analisi. All’esito della consulenza vedremo di capire e come muoverci piuttosto che fare partire il ‘secondo caso Cucchi’ senza essere sicuri. Proprio perché c’è stato il primo vorremmo evitare il secondo. Abbiamo sequestrato un video girato da un testimone. Ora il problema è capire che cosa si vede”.

Contattata telefonicamente, l’ex compagna Katia Aloe piange. Ma non accusa i militari intervenuti. “Era la prima volta che li chiamavo. Io non ho visto proprio che lui è stato pestato dai carabinieri. Non ho visto nessun pestaggio. Ho sentito che ci sono state percosse. Chi le ha prese e chi le ha date non glielo saprei dire. Per il resto, sono rimasta sul balcone e ho visto solo che i carabinieri gli tenevano ferme le gambe Non so se lui facesse uso di sostanze stupefacenti”.

L’ipotesi che sia stato sotto effetto di droghe non “vuol dire nulla” per l’ex moglie Alessandra: “Anche se risultasse positivo ai test tossicologici, questo non giustifica un massacro in quel modo. Bisogna vedere il video. Di certo, senza dirci nulla, in nottata i carabinieri hanno fatto una perquisizione in casa di Enrico. Le chiavi gliele ha dati l’ex compagna perché la casa era la sua. Chi lo ha ammazzato deve pagare”.

La Caffaro avvelena ancora Brescia apre due inchieste

Prendi il Pcb, aggiungi mercurio e cromo esavalente. E la bomba inquinante è servita. Nel cuore avvelenato di Brescia, in via Milano, la strada che porta al centro. Qui da oltre un secolo sorge la Caffaro, azienda chimica che dal 1984, dopo 50 anni, ha smesso di produrre bifenili policlorurati, noti come Pcb e dal 1995 ha cessato anche l’attività dell’impianto cloro soda che utilizzava mercurio. Un doppio stop arrivato quando era già troppo tardi. La falda acquifera e i terreni che circondano l’area di 116 mila ettari, 35 anni fa erano già pesantemente inquinati.

Oggi la situazione non è cambiata. Pochi giorni fa il ministero dell’Ambiente ha annunciato che il Sito di interesse nazionale Brescia-Caffaro deve essere ampliato, inglobando al suo interno tutti i terreni avvelenati. Una presa di posizione all’indomani di un nuovo, duplice, caso di inquinamento emerso dall’azienda simbolo dei veleni bresciani. “Lavoro qui da 25 anni e non ho mai avuto problemi”, dice uno dei responsabili sindacali della Caffaro Brescia srl, società della galassia Chimica Fedeli. Arpa nelle scorse settimane ha però accertato che da alcune vasche continua a fuoriuscire cromo esavalente mentre in un’altra zona i valori del mercurio sono fuori norma.

La Provincia di Brescia ha deciso di sospendere l’autorizzazione integrale ambientale rilasciata a Caffaro Brescia srl il 16 febbraio 2012 e la Procura ha aperto due inchiesta. Che da ieri non sono più contro ignoti. Il sostituto procuratore Donato Greco e l’aggiunto Sandro Bonfigli hanno iscritto otto persone nel registro degli indagati con l’accusa di inquinamento ambientale. Tra questi anche Roberto Moreni, commissario straordinario del sito, indagato per la fuoriuscita di mercurio da un capannone posto sotto sequestro nelle scorse settimane, Marco Cappelletto, commissario liquidatore di Caffaro Chimica, Fabrizio Pea e Alfiero Marinelli, delegato per l’ambiente e la sicurezza dell’azienda. Quattro, invece, le persone coinvolte per il cromo fuoriuscito da tre vasche del sito industriale. Si tratta di Donato Todisco, proprietario del gruppo Chimica Fedeli, dell’ad Alessandro Quadrelli, del direttore generale Alessandro Francesconi e del direttore dello stabilimento di via Milano Vitantonio Balacco. Nel frattempo la Corte d’Appello di Milano, sulla base del principio europeo “chi inquina paga”, ha fissato per la prima volta le responsabilità della multinazionale americana LivaNova, società creata nel 2004 dallo scorporo dalla Snia-Caffaro, condannata a risarcire lo Stato: “Snia (fallita nel 2009) è sempre stata consapevole delle proprie responsabilità ambientali” hanno scritto i giudici milanesi che, ribaltando la decisione di primo grado, hanno fatto riferimento ai bilanci dell’azienda che nel 2002 e nel 2003, sette e sei anni prima del fallimento, aveva messo nero su bianco, senza però mai realmente investirli, 60 milioni di euro per le bonifiche.

E che Caffaro continui a inquinare lo dimostra proprio questa sentenza che non riconosce la prescrizione del reato, perché ancora in atto. E pensare che nel 2010 la Procura di Brescia aveva archiviato l’indagine per disastro colposo, adulterazione ed avvelenamento delle acque, lesioni e omicidio colposo in riferimento ai tumori nella popolazione. Tutti i reati vennero dichiarati prescritti con il decreto di archiviazione del gip di Brescia del 9 giugno 2010, nonostante una sentenza del Tar avesse affermato la responsabilità di Caffaro spa per l’inquinamento delle acque di prima falsa, dei suoli, delle rogge e dei parchi pubblici. E oggi il veleno non si ferma.

“Notizie allarmanti – dichiara il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – se le accuse dovessero essere confermate, non ci saranno sconti per chi ha avvelenato”.

Rubygate, la testimone: “Il bunga bunga fu violenza”

“Di quella serata ricordo tutto”, Chiara Danese, 27 anni, inizia così il suo racconto in aula. Lei è una delle testimoni chiavi del Rubygate e ieri è stata sentita nell’ambito del processo Ruby ter che vede imputato il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi e altre 28 persone, tra cui molte olgettine. L’accusa: corruzione in atti giudiziari. Oltre nove anni dopo, Chiara Danese ripercorre gli attimi più scioccanti di quella “cena elegante”.

È il 22 agosto 2010. Con lei c’è anche Ambra Battilana. Sono lì come aspiranti miss. Danese così entra subito nel vivo: “Ad Arcore ho visto e subito una violenza psicologica e fisica”, forte a tal punto che dopo quella serata “ho sofferto tanto, anche ora sono in cura e prendo dei farmaci. In passato sono stata minacciata da persone che conoscevano quello che era successo, ho avuto tanta paura, le ho ricevute da personaggi che fanno parte di questo processo, mi dicevano: attenta, guardati le spalle”.

Dopo diverse udienze di schermaglie formali tra accusa e difesa, ieri il dibattimento è entrato nel vivo, ripercorrendo le serate del cosiddetto bunga bunga. Danese ha così confermato quanto già messo a verbale nei processi Ruby uno e due, dove, al contrario di questo, era presente come parte civile. All’epoca Danese aveva appena 18 anni. Ricorda la “statuetta di Priapo”. “Le ragazze mimavano un rapporto orale (…). C’erano tante risate. Io davanti avevo Berlusconi, le ragazze mimavano con lui un rapporto sessuale. Ho provato paura. Quando hanno detto andiamo a fare Bunga bunga ho pensato a una pratica erotica e mi sono spaventata”. E ancora: “Berlusconi diceva: siete pronte per il Bunga bunga (…). Lo baciavano in bocca, lui mentre ci accompagnava ci toccava dietro, a me e ad Ambra”. Durante la deposizione di ieri, Chiara Danese è scoppiata a piangere. Dopo la pausa la ragazza ha ripreso: “Questa situazione mi ha rovinato la vita, sono stata vittima di bullismo, non potevo più uscire di casa dopo che il mio nome era finito su tutti i giornali. Ho sofferto di depressione, di anoressia, e ancora oggi sono in cura, vivo in una realtà piccola e mi hanno affibbiato un’etichetta”. Tutto per quella serata. La ragazza sarà “portata” da Fede che le promette di fare “la meteorina a 5 mila euro a settimana”. “Io – ha proseguito – a quell’età non conoscevo Berlusconi, a me all’inizio Arcore sembrava solo un locale esclusivo di Milano”.

Ma Danese si accorgerà presto che Arcore è ben altra cosa, ovvero la residenza principale dell’allora presidente del Consiglio. “Mi avevano detto che andavo in un posto con persone importanti”. Poi dopo la cena “siamo andati in una sala con luci blu e rosse e un palo al centro della stanza, con divanetti bianchi intorno. Da una parte c’era il deejay, Berlusconi e Fede erano su queste poltrone bianche, accanto divanetti con altri ospiti”. E ancora: “C’erano balletti erotici davanti al palo, per le altre ragazze sembrava la normalità. Arrivò la Minetti, ballò attorno al palo e si spogliò tutta e poi si fece baciare i seni da Berlusconi”.

Dopo Danese ha chiuso Melania Tumini, presente a una serata in qualità, allora, di amica di Nicole Minetti. “Ricordo che fu una serata triste, ma non un’orgia”. Fu lei, al telefono con il padre, a definire quella serata un “puttanaio”. “Mi stavo sfogando, non parlavo di prostitute pagate”. L’11 novembre toccherà ad Ambra Battilana, altra testimone chiave.

“Narcotrafficanti dietro gli assassini di Luca Sacchi”

Un “colpo a effetto” per impressionare i “capi” di San Basilio e “fare carriera” nel contesto criminale. È il motivo, secondo gli investigatori, che avrebbe spinto Valerio Del Grosso e Paolo Pirino a tentare la rapina finita in tragedia nel quartiere romano dell’Appio Latino, dove il giovane Luca Sacchi viene ucciso da un colpo di pistola. Si tratta, per ora, di una pista investigativa, una traccia valida per una più complessa indagine che punta a risalire lungo la filiera degli spacciatori e arrivare dunque a chi forniva Del Grosso e Pirino della droga che avrebbero dovuto vendere agli amici di Luca, compresa la fidanzata Anastasia Kylemnyk.

Secondo la testimonianza di Valerio Rispoli, uno degli amici dei due fermati, però Anastasia non aveva un contatto diretto con Del Grosso o Pirino, bensì si sarebbe rivolta al suo coetaneo Giuseppe Princi. Quest’ultimo, “pregiudicato per reati inerenti agli stupefacenti” e “amico intimo di Luca”, come si legge nell’ordinanza di convalida del fermo del gip di Roma Corrado Cappiello, teneva le relazioni con San Basilio e, in quell’occasione, avrebbe accompagnato Anastasia dagli “inviati” di Del Grosso, Rispoli stesso e Simone Piromalli, per mostrare loro lo zaino con il contante. I due ragazzi di Casal Monastero accusati di omicidio volontario quindi sarebbero stati solo dei fattorini della droga, o dei “deliveroo”, come li soprannominano gli investigatori. E così quando hanno scoperto che Anastasia aveva con sé non poco contante avrebbero potuto pensare a fare un “colpaccio”: rapinare Anastasia e Luca, prendersi i soldi e tenersi l’erba. Colpo, come noto, finito nel sangue. Sono ovviamente le ipotesi degli investigatori, che tra le altre cose, stanno procedendo all’analisi delle telefonate fatte quella sera, anche per scoprire se già in passato vi fossero stati contatti tra Anastasia o qualcun’altro dei presenti di quella sera e i due fermati. Come pure gli investigatori vogliono quantificare l’entità del denaro e dello stupefacente pattuito.

La giovane ucraina, a caldo, aveva parlato di 253 euro – 200 euro di compenso per il lavoro di babysitter e 53 euro nel portafogli – ma è un importo che non giustificherebbe una rapina. Rispoli parla di “due mazzette da 20 e 50 euro”, che farebbe pensare a qualche migliaio di euro. Il sospetto – tutto da verificare – è che Anastasia con gli amici volesse investire una cifra cumulativa da far “fruttare” in un micro-spaccio di quartiere. E forse non era nemmeno la prima volta. Indiscrezioni che hanno spinto la famiglia di Luca Sacchi a escludere Anastasia dalla rappresentanza di parte civile affidata agli avvocati Armida Decina e Paolo Salice.

Intanto continua anche l’indagine che punta alla piazza di spaccio di San Basilio: gli investigatori vogliono risalire ai referenti di Del Grosso e Pirino. Gli stessi che potrebbero aver fatto arrivare alla famiglia Del Grosso il “consiglio” di andare a denunciare il ragazzo, per motivi di convenienza.

Finora quella che appare certa, per i pm capitolini, è la dinamica dell’aggressione che ha portato alla morte di Luca. Nel provvedimento del gip si conferma più volte come Anastasia sia stata aggredita da Pirino con una mazza da baseball nera, per poi essere messo al tappeto da Sacchi. Alla base del collo, sotto i capelli, la 25enne ha riportato un ematoma, confermato sia dai referti medici sia, al Fatto, da un testimone non di parte. Poi c’è il tema della volontarietà dell’omicidio: Valerio Del Grosso ha detto ai pm che “non volevo uccidere nessuno” e ad alcuni amici che “il rinculo della pistola mi ha fatto deviare il colpo”. Ma la versione viene ritenuta dal gip “destituita da qualsiasi fondamento”.

La “volontarietà dell’omicidio – è scritto nel decreto di convalida del fermo – appare indiscutibile” “tenuto conto dell’arma impiegata, della distanza ravvicinata, nonché della zona del corpo della vittima presa di mira nel corso di una rapina violenta”. E poi ci sono anche dei testimoni oculari che hanno visto Del Grosso avvicinarsi a pochi metri da Sacchi – che stava lottando con Pirino – alzare il braccio e sparare. Tradotto: voleva uccidere.