Nuovo stadio senza abbattere S. Siro: via libera del Comune

Sì al nuovo stadio di San Siro. Ma con alcuni limiti. Il Consiglio comunale di Milano ha votato ieri un ordine del giorno che suggerisce alcune condizioni all’operazione immobiliare voluta da Milan e Inter. I due club hanno proposto un progetto che prevede l’abbattimento del Meazza, la costruzione di un nuovo stadio, ma soprattutto l’edificazione nell’area di torri e grattacieli per quasi 300 mila metri quadrati. In forza della legge sugli stadi, l’area oggi occupata dalla “Scala del calcio” – dopo aver ricevuto dal sindaco e dalla giunta la qualifica di operazione di pubblico interesse – potrebbe essere cementificata con un indice di edificazione di 0,70 (il doppio di quanto è concesso dal Piano di governo del territorio nel resto di Milano, 0,35).

Il progetto di Milan e Inter prevede infatti 180 mila metri quadrati di spazi commerciali, 66 mila di uffici, 15 mila di hotel, 13 mila per intrattenimento, 5 mila di spazio fitness, 4 mila di centro congressi. Il tutto su terreni comunali, con il pagamento all’amministrazione di cifre irrisorie: un canone di concessione dell’area di 5,3 milioni l’anno solo a partire dal 33esimo anno di vita del nuovo stadio e per 60 anni. È la metà di quanto il Comune incassa oggi, nonostante i club prevedano di raddoppiare gli introiti. L’ordine del giorno presentato dalla maggioranza di centrosinistra è stato approvato con 27 voti favorevoli, 11 contrari, 7 astenuti. Nella maggioranza (Pd, Milano progressista e lista Sala) hanno votato contro Carlo Monguzzi e Alessandro Giungi e si è astenuta Milly Moratti. I “paletti” proposti: salvare (forse) il Meazza; ridurre la quantità di cemento; aumentare il verde; garantire maggiori incassi per il Comune. La Lega ha chiesto che il Meazza sia dichiarato patrimonio dell’Unesco. I 5stelle hanno proposto l’avvio di un dibattito pubblico e un referendum cittadino.

Ai Benetton sfuma il regalo: no al raddoppio di Fiumicino

Il piano di raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino modello Benetton esce a pezzi dall’esame degli uffici del ministero dell’Ambiente. Il rapporto redatto dai tecnici dopo 31 mesi di studi e verifiche finisce con una frase che non lascia margine a dubbi: “La Commissione Tecnica di Valutazione impatto ambientale-Valutazione ambientale strategica esprime parere negativo circa la compatibilità ambientale del Progetto Aeroporto di Fiumicino-Masterplan 2030”. Tutto da rifare, quindi, per lo sviluppo dello scalo romano che nella versione Benetton prevedeva la costruzione di una quarta pista e di una nuova stazione aeroportuale a nord di quella attuale sui terreni della Riserva statale naturale del litorale romano, in buona parte di proprietà proprio dei Benetton. Aree che sarebbero state espropriate, ovviamente a peso d’oro. Facendo buon viso a cattivo gioco la società Aeroporti di Roma dei Benetton in una nota ora esprime la volontà di sviluppare lo scalo nel “profondo rispetto dell’ambiente”.

Vincono le associazioni ambientaliste trascinate dal piccolo, ma molto competente e combattivo Comitato Fuoripista che non si è mai battuto contro la crescita dell’aeroporto, ma ha insistito perché essa avvenisse sui terreni estesi e liberi dell’attuale sedime. E vince anche il comune di Fiumicino guidato dal sindaco Pd, Esterino Montino, che in più occasioni aveva mostrato perplessità rispetto al faraonico progetto dei Benetton lanciato 7 anni fa da Gianni Mion, il manager storico della famiglia di industriali veneti che da poco ha ripreso le redini del gruppo al posto del giubilato Giovanni Castellucci. Alla metà di dicembre 2012 il riservato Mion si espose con una specie di pronunciamento nei confronti del governo a favore del raddoppio di Fiumicino e del conseguente aumento delle tariffe aeroportuali. Il manager firmò una pagina intera a pagamento sui quotidiani il Corriere della Sera e Repubblica intimando al governo di rompere gli indugi.

Detto fatto. Nel giro di pochi giorni, alla vigilia di Natale, il presidente del Consiglio Mario Monti approvò un Contratto di programma in deroga per Aeroporti di Roma (Fiumicino più Ciampino) che dava il via libera all’ampliamento dello scalo romano secondo i desiderata dei Benetton e concedeva allo stesso tempo un incremento molto consistente delle tariffe a carico dei viaggiatori in arrivo e in partenza: circa 10 euro in più a passeggero. In più il Contratto AdR introduceva un sistema conosciuto dai tecnici come dual till che comportava modifiche sostanziali a vantaggio del gestore per quanto riguarda il settore commerciale dell’aeroporto, cioè i negozi e gli affitti.

Fino a quel momento gli incassi del comparto commerciale (un quarto circa del totale annuo di oltre 900 milioni di euro) dovevano essere utilizzati per abbattere le tariffe aeroportuali. Da quel momento in poi, invece, quegli introiti sono finiti direttamente nelle casse di AdR e dei Benetton. La somma dei due incrementi (tariffe più commerciale) ha consentito agli industriali veneti di spartirsi a partire dal 2013 dividendi giganteschi a Fiumicino: 128 milioni 183 mila il primo anno, poi 201 milioni e 608 mila, poi 255 milioni e 744 mila, poi 248 milioni e 899 mila e infine 131 milioni e 292 mila. In totale 965 milioni e 726 mila euro di dividendi. In pratica l’aeroporto romano è diventato il bancomat bis dei Benetton insieme a quello alimentato dai caselli sui tremila chilometri circa di autostrade gestiti da Aspi-Autostrade per l’Italia. Il Contratto di Fiumicino fu definito in deroga proprio perché conteneva una serie di misure non replicabili negli altri scali nazionali. Per non dare però l’impressione che si trattava di un provvedimento sfacciatamente pro Benetton, il governo Monti si preoccupò di confondere un po’ le acque decidendo di estendere il beneficio anche ad alcuni aeroporti oltre una certa soglia di traffico, e cioè i due lombardi, Linate e Malpensa, e Venezia.

A differenza di ciò che succede nel sistema Autostrade per l’Italia, gli incrementi tariffari a Fiumicino non furono ufficialmente collegati dal governo agli investimenti futuri, ma il nesso esiste nei fatti. Il raddoppio Benetton prevedeva investimenti giganteschi: 12 miliardi e mezzo di euro da parte di AdR fino al 2044 (anno di scadenza della concessione aeroportuale) e 5 miliardi e mezzo da parte di società pubbliche come Ferrovie e Anas (strade). Il professor Ugo Arrigo, consulente economico del ministero dei Trasporti, auspica venga fatta chiarezza al più presto sul legame tra tariffe e investimenti a Fiumicino: “A maggior ragione dopo la bocciatura del raddoppio è più che necessario verificare quanto e come le tariffe fossero finalizzate agli investimenti futuri per l’ampliamento dello scalo”.

La bocciatura del raddoppio Benetton fa vincere, infine, anche la ragionevolezza perché non era affatto sensato da nessun punto di vista raddoppiare lo scalo proprio su 1.300 ettari della Riserva naturale statale del litorale romano, di cui 900 dei Benetton. Con tutto ciò che tale costruzione avrebbe comportato: alberghi, centri commerciali, capannoni, hangar, svincoli ferroviari, metropolitane di superficie, strade. Delle due l’una: o le autorità politiche per fare un piacere ai Benetton decidevano che era da cancellare per legge la Riserva naturale istituita con un decreto addirittura quasi mezzo secolo fa e con essa era da ignorare la successiva riperimetrazione decisa nell’autunno del 2013. Oppure il raddoppio concepito in quel modo non aveva senso.

Philippe Daverio, la giuria fatta in casa e il premio de li premi

Mettiamoci nei panni di Philippe Daverio: con che faccia avrebbe potuto rimettere piede a Bobbio? “Ma come? noi ti facciamo cittadino onorario, ci hai proposto come ‘Culla d’Europa’, e non ci voti alla finale del Borgo dei borghi, dove sei presidente della giuria?”. Roba da non farsi vedere mai più in tutto il Piacentino. Casomai, non si capisce perché Palazzolo Acreide non avesse in giuria un suo cittadino onorario, o comunque di casa lì, come appunto Daverio a Bobbio, o Mario Tozzi a Rotondella. Strano. Noi plaudiamo al coraggio di Daverio (ha votato per Bobbio sfidando a viso aperto chi avrebbe potuto accusarlo, pensa un po’, di conflitto di interessi); dato che in Italia ci sono più premi che candidati, ci auguriamo che il criterio del programma faccia scuola. Già vediamo imporsi Italia Viva nella finale de Il partito dei partiti grazie al voto decisivo della giurata tecnica Maria Elena Boschi. Sogniamo una finalissima del Romanzo dei romanzi con la vittoria dell’autore Mondadori, votato in blocco dagli “Amici di Segrate”. Fantastichiamo l’alloro per Tu si que vales alla finale dello Show degli show grazie al voto del presidente Rudy Zerbi, nonostante le proteste della vicepresidente Tina Cipollari, strenua difensora di Uomini e donne. Al Candidato dei candidati il gruppo Rcs impone Urbano Cairo, che vince facile dopo il ritiro di Carlo De Benedetti sostenuto dal gruppo Gedi. Voi dite che non c’è bisogno di sognare, che più o meno va già così? Allora siamo a cavallo.

Mail Box

 

Per “colpa” vostra non mi fido più degli altri giornali

Carissimi, mi sono resa conto che tutti voi del Fatto Quotidianoavete una tremenda colpa nei riguardi della sottoscritta: siete riusciti ad azzerare ogni mia curiosità verso qualunque altro mezzo di informazione (con rispetto parlando) che circola in questo nostro diseredato Paese.

L’esercizio all’uso del cervello dei vostri articoli mi impedisce fisicamente di avvicinare altra carta stampata, di cui avverto ormai nitidamente la disonestà intellettuale. L’informazione televisiva e dei social non merita che si alzi il sudario che li copre e cos’altro dire? Ci aggrappiamo alla vostra scialuppa, noi, sempre troppo pochi, esseri pensanti che mettono al primo posto l’onestà nel pensiero e nelle azioni. Grazie di esistere.

Carmen Garipoli

 

Ricercatori accademici: l’H-index è inadeguato

Ho letto con interesse l’articolo del Prof. Settis, sui parametri di valutazione dei ricercatori accademici in Italia. Concordo con il Prof. Settis: il sistema è inadeguato. Desidero qui aggiungere alcune mie osservazioni.

Per la valutazione contano numero di pubblicazioni, qualità delle riviste (Impact factor, IF) e citazioni ricevute, il famoso H-index. Va però ricordato che spesso i lavori scientifici hanno liste di 20 o più autori: il contributo principale è del primo e dell’ultimo autore.

Ebbene, con l’attuale sistema non c’è alcuna differenza basata sulla posizione nella lista degli autori. L’importante è riuscire a inserirsi nella lista, in qualsiasi posizione. Alcuni professori hanno altissimi IF e H-index, ma con pochissimi lavori importanti da primo o ultimo autore. Questo poi genera la partecipazione assidua e l’organizzazione di meeting e convegni, per mantenere i contatti e i collegamenti. Solo così si può avere la garanzia di poter partecipare a nuovi studi, e avere poi il proprio nome tra i co-autori di possibili pubblicazioni. Nel settore medico, la situazione è ancora più difficile.

Esistono sempre più studi clinici su nuovi farmaci, studi che nella stragrande maggioranza sono gestiti dalle compagnie farmaceutiche. Partecipare a questi studi può consentire di offrire ai propri pazienti l’opportunità di ricevere nuove ed efficaci terapie altrimenti non disponibili. Nello stesso tempo, inserire qualche paziente in uno studio clinico è la garanzia di avere il proprio nome in una pubblicazione.

Questa non è ricerca originale, è ricerca dell’Industria farmaceutica, alla quale si è dato un contributo che dovrebbe essere valutato in modo a sé stante. Insomma, è molto difficile stabilire un criterio valutativo ideale. L’approccio migliore resta quello di molte università americane: il ricercatore presenta i suoi 3-5 migliori lavori, da lì si vede quale è stato il suo reale contributo alla ricerca, mentre la quantità dei lavori scientifici o la sola partecipazione a studi di altri contano molto poco. Questo è anche un deterrente al proliferare di attività collaterali, che possono distogliere il ricercatore dai suoi veri obblighi di lavoro.

Corrado Tarella, Professore di ematologia – Università Statale di Milano

 

Ora la sfida per M5S e Pd è definire una nuova Italia

Che il centrodestra abbia vinto in Umbria è sotto gli occhi di tutti. Oggi tutti i giornali scrivono che il voto è anche un segnale di sfratto al governo Conte e di rivincita di Matteo Salvini. Se fosse così, avremmo dovuto avere uno straripamento elettorale della Lega anche rispetto alle ultime elezioni europee. E invece i dati non dicono proprio questo. In Umbria il centrodestra passa dal 51% delle elezioni europee al 57,50 delle regionali di ieri grazie soprattutto al successo di Giorgia Meloni. Il calo maggiore lo subisce il M5s. La sconfitta c’è, ma se la partita in Umbria la si fosse giocata davvero, lo scarto sarebbe stato minore. Non si può fare un’alleanza e poi quasi vergognarsene. Non si può la domenica delle elezioni passare la notizia che in caso di insuccesso si torna indietro e l’alleanza con il Pd si archivia. Non si può sparare contro il proprio presidente del Consiglio a una settimana dal voto. Dal comunicato il M5S fa capire che alle prossime regionali andrà per conto suo. Scelta legittima, ma non nuova. Prima di decidere di andare ognuno per proprio conto in Calabria, sarebbe meglio attendere in risultato elettorale di Lamezia Terme dove ognuno si è presentato autonomamente. Salvini e il centrodestra hanno veicolato un’idea dell’Italia che vogliono: sovranista, chiusa, rancorosa. Il Pd e il M5S devono riuscire a definire l’idea di una nuova Italia, aperta, sicura, democratica. Questa è la sfida del futuro. Galleggiando nel governo, ognuno nei propri recinti, sospettando dell’altro, non si va da nessuna parte. Altrimenti è meglio andare alle elezioni e diamo il Paese a Salvini e alla Meloni.

Pino tassi

 

I NOSTRI ERRORI

A proposito dell’articolo pubblicato domenica 27 ottobre sul caso delle magliette che istigavano al femminicidio in vendita presso il punto vendita romano di Carrefour, segnaliamo che il fornitore dell’azienda in questione è la ditta “Skythshirt” e non “Spreadshirt”. Quest’ultima, comunque, distribuisce in Italia e in tutto il mondo la stessa maglietta, così come fa Amazon e decine di altri fornitori.

FQ

Ilaria Cucchi. Contro gli hater, ancora una volta, le immagini parlano da sole

 

Sono dieci anni che seguo sul Fatto Quotidiano la storia terribile della famiglia Cucchi, che si è vista prima portare via (e in che modo!) un figlio, e poi ha dovuto combattere per ottenere giustizia da quello stesso Stato che le aveva ammazzato Stefano. Mai, e ripeto mai, in dieci anni, ho ascoltato da loro una parola fuori posto. Domenica scorsa, Ilaria Cucchi e l’avvocato Anselmo erano ospiti di Mara Venier. A fronte del loro solito atteggiamento rispettoso, si sono visti subissare di insulti da parte dei cosiddetti hater, che li hanno accusati di aver speculato sulla storia di Stefano. Sono rimasta basita: ma davvero questa gente si sente in diritto di offendere chiunque, persino una famiglia che ha già subito un simile lutto?

Martina Fieramonte

Gentile Martina, la senatrice a vita Liliana Segre – anch’ella vittima di insulti via web, questa volta di stampo antisemita – ha affermato che gli “haters” sono “persone per cui provare pena e che vanno curate”. In molti, invece – compreso chi scrive – ritengono che spesso ignorare i deficienti sia l’unico modo per non regalare loro la notorietà che cercano. Un’ulteriore risposta a questi conigli da tastiera l’ha data ieri la stessa Ilaria Cucchi, postando su Facebook la foto delle sue mani (quella che vede nella foto accanto): “Le mani di chi, secondo gli haters, specula – ha scritto –. Fa la bella vita a spese del fratello morto. Di chi non gliene frega nulla di niente e di nessuno. Qualcuno dice che le mani parlano. Sicuramente non mentono”. Ancora una volta, così come era stato dieci anni fa per mostrare il corpo martoriato di Stefano sul tavolo dell’obitorio, Ilaria ha scelto la forza delle immagini per raccontare ciò che sta vivendo. Non è una bella foto, non sono belle mani. Sono mani di chi, pur di ottenere almeno giustizia dopo l’immenso dolore, si è ammalato di una malattia difficile da risolvere. Così come – lo hanno reso noto loro stessi – si sono ammalati gravemente i genitori di Stefano, Rita e Giovanni. Chi specula di solito si arricchisce, non si condanna a chemioterapia. Basterà quella foto a mettere a tacere i cretini? Temo di no. Anzi, magari qualcuno continuerà a obiettare con qualsiasi altro argomento pur di farsi notare. Ma so per certo che non saranno gli insulti a far desistere la famiglia Cucchi dalla ricerca di giustizia (il 14 novembre è attesa la sentenza per il pestaggio) e che nessuno riuscirà a far perdere loro il rispetto e il senso dello Stato. Perché è questo che fa la differenza con gli hater: Ilaria e la sua famiglia hanno ancora valori in cui credere.

Silvia D’Onghia

Capezzone in tv, un tappabuchi di seconda fascia

Egli è tornato, ma in fondo non se n’era mai andato. Perché ci vuole bene, anche se noi un po’ meno. Daniele Capezzone ha 47 anni, sebbene da almeno due decenni ne dimostri il doppio, non tanto perché li porti male, ma perché ha voce e fattezze indefinite da cyborg efferato.

Uomo dal cognome doppiamente fallico, quasi a voler sottolineare – sin dalle generalità – la recensione brutale che suscita sul povero pubblico non appena lo vede, Capezzone è tornato a pasturare e pascolare in tivù. Se ne sta fisso, o giù di lì, su Rete4. I conduttori, nel rapportarsi a lui, hanno sempre l’aria di chi lo fa controvoglia, quasi che pensassero ogni volta: “Porca miseria, pure stasera ci han dato tutti buca e l’unico che ha accettato l’invito è questo pinolone qua!”. Capezzone è un po’ come l’amico (va be’: conoscente) che chiamavi all’ultimo momento quando ti mancava una persona per la partita di calcetto, e alla fine ti riducevi a chiederlo al Poro Asciugamano (mettendolo in porta e fustigandolo per ogni gol osceno che prendeva). Nel mondo parallelo dell’opinionismo, l’uomo dal doppiamente fallico ha la funzione del tappabuchi destrorso di seconda fascia: non rappresenta nessuno e non lo ascolta nessuno, però fa numero e massa. Capezzone è una sorta di Giachetti di destra (si perdoni la ridondanza), abilissimo nell’incarnare il meglio del peggio dei radicali diversamente liberi italiani: ce ne fosse uno, dei pannelliani e derivati, invecchiati bene.

Oggi Capezzone scrive su La Verità, per distacco il miglior quotidiano di destra in Italia. Scrive pure benino, perché cultura e dialettica non gli hanno mai fatto difetto. Politicamente, come e più di sempre, è un fuscello al vento. Ai bei tempi (suoi), il Doppiamente Fallico era un infaticabile distruttore di consensi (Rosa nel Pugno) e uno spietato portavoce del Caimano. Poi è caduto in disgrazia, come un playmobil minore gettato al macero dopo il cinico successo mainstream dei Gormiti. Ultimamente non fa parte di niente, quindi fa parte del movimento di Fitto. Una forza (?) che non conosce nessuno, e che quindi è perfetta per Capezzone. Il quale, del resto, già nel 2006 si intrise di leggenda quando partorì la “Tavola dei volenterosi”, mitologico brainstorming di neuroni vilipesi di cui facevano parte Tabacci, Polito e – se non erro – il compianto Menco della zi’ Beppa. Epico il successivo “Manifesto dei volenterosi” (Giavazzi, Alesina, Giuliano da Empoli). Totemico pure il network “liberale e liberista” Decidere.net, il cui successo trascinante – a ripensarci adesso – non fu dissimile da quello del comico “Democratica” targato Andrea Romano & Mario Lavia.

Wikipedia, che è misericordiosa parecchio e dunque parla anche di lui, ci informa che il Doppiamente Fallico nel 2015 ha aderito a Conservatori e Riformisti (chi?) e poi nel 2017 in Direzione Italia (daje!), entrambi passatempi del poro Raffaele Fitto. I suoi interventi in tivù, ora più che mai, hanno il sapore della muffa comprata al discount. Il Doppiamente Fallico è scaltro, con la sua prosa ispirata e arzigogolata, a infiocchettare la retorica salvinian-meloniana. Ogni volta parte dalle guerre puniche per poi arrivare alla solita solfa, ovvero che i migranti ci hanno la rogna, la sinistra italiana (peraltro inesistente) è brutta e i grillini son scemi. È sempre stato l’unico talento del Doppiamente Fallico: pralinare di apparente cultura quel suo perenne salire sul carro del vincitore, fingendo per giunta d’essere alternativo. Gli sia lieve il cognome.

Eugenio s’è perso al “Grand Hotel Scalfari”

Quando scrissi Eugenio Scalfari e il suo tempo, lo presentò Antonio Gnoli – insieme con Concita De Gregorio e Giancarlo Bosetti – a Roma in Trastevere, ed ebbe parole lusinghiere; gli sono grato anche perché dopo ricevetti la telefonata dalla Mondadori con la proposta di curare il Meridiano dedicato al Fondatore.

In verità ho lavorato molti anni sui libri di Scalfari e di alcuni mi arrivava a casa il dattiloscritto per una lettura e una critica. Ricordo una lunga conversazione sul format di Per l’alto mare aperto: accolse i suggerimenti e nel 2010 mi regalò una copia con dedica particolare: “Ad Angelo mio biografo, che mi ha spiegato molte delle cose scritte da me senza averne io colto appieno il significato. Eugenio”. Potrei aggiungere altro, ma basta a mostrare perché l’uscita di Grand Hotel Scalfari (Marsilio) di Gnoli e Merlo mi abbia incuriosito. L’ho letto d’un fiato. Politica, arte, religione, filosofia… le idee di Scalfari come verranno affrontate? Invece, come se Scalfari non avesse scritto saggi, romanzi, testi di filosofia e formidabili “pezzi” di politica, non c’è nulla di ciò. Gli autori hanno privilegiato altri temi: “Perché noi questo siamo: cacciatori di dettagli fuori mano e fuori scena che raccontano un’epoca. Non siamo biografi e questo libro non è la vita di Scalfari come l’avrebbe scritta il Vasari o Joseph Frank, che fu il biografo di Dostoevskij…”.

Ecco. “Cacciatori di dettagli”: molti li raccontava anche a me, Scalfari, ricordo l’ora e il luogo. Mi è piaciuto il libro? Sì. Grand Hotel Scalfari è un bel testo, scritto con cura e passione. Con Stile. Con l’attenzione che merita uno dei grandi giornalisti del Paese insieme a Montanelli. Gnoli e Merlo raccontano le confessioni di Scalfari e forse – dopo gli anni di Sanremo, l’amicizia con Calvino, l’incontro con Pannunzio – proprio il rapporto con Montanelli meritava qualche parola in più, per esempio, sugli anni in cui Indro fu gambizzato dalle Br, per capire cosa accadeva davvero al Giornale e a Repubblica e tra i direttori. Ma in effetti questi non sono dettagli ed esulano dall’obiettivo degli autori.

Io prediligo invece i temi forti e credo che il mio lavoro su Scalfari e Grand Hotel Scalfari, così diversi, proprio per questo s’integrino bene: uno racconta la politica, la filosofia, le idee del Fondatore; l’altro i dettagli “fuori scena”, per dirla con gli autori: servono entrambi per capire il Nostro e vicende importanti del Paese. Con un’aggiunta essenziale: Scalfari da qualche anno ha preso posizioni politiche indifendibili, da qui una serie di valutazioni errate e le ragioni di molte obiezioni critiche e prese di distanza: da Barbara Spinelli a Paolo Flores d’Arcais, da Stefano Rodotà a Gustavo Zagrebelsky.

Insomma (cito al volo): perché preferire Berlusconi a Di Maio? Perché la trattativa Stato-mafia diventa, negli editoriali, la “cosiddetta” trattativa? Perché le intercettazioni Napolitano-Mancino andavano distrutte? Perché i magistrati negli anni 90 vennero difesi e oggi nemmeno citati? Perché esaltare l’aristocrazia? Forse questi temi andavano inseriti in Grand Hotel Scalfari. Di più: da qualche anno il Fondatore incontra il Papa, riporta i dialoghi, e viene sistematicamente smentito dal Vaticano. Perché? Cosa si dicono davvero con Bergoglio? Che un laico come Scalfari sia diventato esegeta del Papa è un paradosso; che continui a interpretare Francesco, nonostante le smentite, è paradosso più grande. Non vorrei che quest’equivoco continuasse; Oltretevere accadono cose “umane, troppo umane” che meritano d’essere chiarite. Anche dal Fondatore. In Alla ricerca della morale perduta e L’uomo che non credeva in Dio ci sono temi che apprezzo; ho amato troppo Scalfari critico per vederlo oggi “papista”, per giunta smentito dal Vaticano. Gnoli e Merlo avrebbero dovuto cercare “dettagli” anche su questi argomenti. Ma non importa, il libro piace lo stesso. E va bene così.

Droga, legalizzare è solo pericoloso

Una lite tra spacciatori di droga avvenuta a Roma e degenerata in omicidio aveva fatto partire in quarta, pochi giorni fa, l’isteria mediatica nazionale, finché il capo della Polizia e le indagini hanno fortunosamente stoppato l’inizio di un nuovo assist a Salvini.

L’episodio è però servito a Roberto Saviano e ai soliti radicali per rilanciare l’idea, ormai cinquantennale, che legalizzando le droghe leggere si risolverebbero in un sol colpo tre problemi: quello delle mafie, private della loro maggiore fonte di profitto, quello della violenza generata dallo spaccio e quello del consumo degli stupefacenti i quali, diventati leciti, perderebbero l’appeal del proibito. Questa idea è una proposta simil-intelligente perché si presenta bene, come un lineare ragionamento neoliberal, per poi soccombere di fronte ai fatti. E di fronte alle date, poiché riflette una situazione del mercato delle droghe che non esiste più, in Italia e nel mondo, da circa un quarto di secolo. È dalla metà degli anni 90, infatti, che l’azione antimafia italiana e mondiale ha determinato l’inizio del declino del business della droga e la fine degli oligopoli criminali che accumulavano grandi fortune. Ed è da prima di quella data che l’espansione del numero dei consumatori nei mercati più ricchi (Europa e Usa), soprattutto per le droghe pesanti, si è anch’essa esaurita. Ne è derivata una caduta verticale dei prezzi che ha ridotto del 70-80 per cento fatturato e profitti della droga: un chilo di eroina da strada costava 196 euro nel 1990, 56 nel 2006 e 50 oggi. E lo stesso vale, più o meno, per la coca.

All’epoca del mio primo viaggio negli Usa con Giovanni Falcone, nel 1982, un chilo di eroina venduta all’ingrosso da Cosa Nostra nel mercato di New York valeva l’equivalente odierno di 530 mila euro. Abbastanza da far arricchire l’establishment mafioso di Palermo. Quel chilo di eroina oggi costa tra i 15 e i 20 mila euro. Contemporaneamente, è partita in quegli anni la grande offensiva antimafia che ha finito col mettere fuori gioco – in Italia, nelle Americhe e nel Sud-est asiatico – tutti i maggiori cartelli della droga. Un onda lunga che è culminata nella Convenzione di Palermo del 2000 contro le mafie mondiali: il sogno di Falcone che mi onoro di avere realizzato come direttore del Programma antidroga dell’Onu. Di conseguenza, i rischi del traffico sono diventati proibitivi: gli archivi antidroga sono oggi gli unici davvero globali, i sequestri mondiali tolgono dal mercato i due terzi della coca prodotta e il 50 per cento dell’eroina.

La risposta della criminalità è stata duplice: da un lato si è ristrutturata in centinaia di piccoli cartelli, meno vulnerabili alle indagini, e ha molto ridotto l’uso della violenza. Dall’altro, ha aperto nuovi campi, meno redditizi ma a basso rischio, quali la contraffazione, le truffe informatiche, il contrabbando di risorse naturali e di specie protette, assieme alla ri-valorizzazione, nel caso italiano, del rapporto con la politica e la spesa pubblica corrotta delle amministrazioni, nonché delle estorsioni e dei monopoli dei mercati legali territoriali (la mafia imprenditrice).

A eccezione della ’ndrangheta, ancora attiva nel traffico della cocaina, la grande criminalità italiana ha seguito la parabola globale: i profitti della droga sono oggi meno del 20 per cento del suo fatturato totale, contro l’80 per cento di 40 anni fa. Legalizzazione o liberalizzazione non le darebbero perciò alcun colpo di grazia, ma la spingerebbero ulteriormente verso le attuali fonti di profitto. Cosa succederebbe ai consumi? Se i consumatori potessero disporre di un’offerta legale e controllata non diminuirebbe forse l’obbligo di rifornirsi dalla delinquenza? Certamente sì, se fosse possibile contenere, però, l’immenso incentivo all’aumento del numero dei consumatori. Questa obiezione, dopo ciò che è avvenuto negli Stati Uniti, è insuperabile. Non si disponeva fino a poco tempo fa di alcun esempio di legalizzazione o liberalizzazione su scala nazionale. Finché ci hanno pensato gli Usa a colmare la lacuna realizzando dal 2000 in poi una quasi totale decriminalizzazione della vendita e del consumo degli stupefacenti. Senza dichiararlo, e in stile neoliberal, affidando alle imprese private legali il compito di sostituire l’offerta mafiosa. Le grandi industrie farmaceutiche si sono messe a produrre e vendere una serie di farmaci antidolorifici a base oppiacea decine di volte più potenti dell’eroina in quanto a capacità di assuefazione. Con la complicità dei medici americani, e tramite lobbismo e corruzione, queste droghe legali hanno inondato il mercato facendo esplodere il numero dei tossicodipendenti, passati da meno di 1 a oltre 11 milioni, determinando una ecatombe annuale di morti per overdose, oltre 70 mila nel 2018 (10 volte il dato europeo), prima causa di morte sotto i 50 anni di età. Un minimo di aggiornamento su tutta la materia mi parrebbe quindi indispensabile prima di lanciare, qui da noi, slogan obsoleti.

Trump copia Obama, ma la foto è farlocca

Una cosa è certa: Abu Bakr al-Baghdadi, l’autoproclamato Califfo, il capo dell’Isis è stato eliminato sabato in un raid delle forze speciali Usa. Il resto – audio, video ed effetti speciali del racconto fatto al mondo da Donald Trump – sta passando al vaglio dei media americani. A cominciare dalla foto di Trump e del suo staff, riuniti nella Situation Room della Casa Bianca durante il blitz; e dalle invocazioni d’aiuto del capo dei tagliagole: le immagini originali erano senza sonoro. Pete Souza l’ex fotografo ufficiale di Barack Obama e Ronald Reagan, contesta la veridicità dello scatto, o almeno la spontaneità: “Una foto in posa, costruita ad arte”, twitta. E spiega: “I dati Iptc della macchina fotografica mostrano che è stata scattata” un’ora e mezza dopo la conclusione dell’azione del commando. Souza fece la famosa foto con Obama, Joe Biden, Hillary Clinton, vari altri nella Situation Room, quando venne ucciso Osama bin Laden nel blitz dei Navy Seals il 10 maggio 2011 ad Abbottabad, in Pakistan: un’immagine molto più intensa, con la drammaticità del momento sui volti dei presenti. Lo scatto di Trump, invece, è statico e fin troppo simmetrico: tutti sono rigorosamente in giacca e cravatta, ordinatamente disposti intorno al presidente al centro; e tutti guardano dritto verso l’obiettivo, lo sguardo cupo, ma senza angoscia sul viso. Intorno a Trump al posto di comando, ci sono a destra il vice presidente Mike Pence e il consigliere per la Sicurezza nazionale Robert O’Brien; a sinistra il segretario alla Difesa Mike Esper e a seguire, in ordine d’importanza, il capo di Stato Maggiore Mark Milley e il vice per le operazioni speciali Marcus Evans. La notte della morte di Bin Laden, nella Situation Room Obama, un po’ ingobbito nella sua sedia e defilato, indossava una camicia bianca senza cravatta e un giubbotto scuro stile aviatore.

Il posto di comando era del generale Marshall ‘Brad’ Webb. La stanza era affollata in ordine sparso, Hillary appariva sconvolta, con la mano sulla bocca. Anche il New York Times fa le pulci al racconto di Trump, caricato di effetti speciali, a partire dall’immagine del Califfo che urla e piange nel tunnel dove si fa poi esplodere. Secondo il giornale, le immagini proiettate nella Situation Room erano senza audio. Polemiche pure per la decisione del presidente di non informare i leader dell’opposizione di quanto stava avvenendo. La spiegazione offerta da Trump non placa le acque, anzi: “Non l’ho fatto perché Adam Schiff è la più grande talpa di Washington”. Schiff è il presidente della commissione Intelligence della Camera, che coordina l’indagine sull’impeachment. Il successo del raid non sembra avere fatto guadagnare popolarità al presidente. L’altra sera, quando s’è presentato al National Park di Washington, per una partita delle World Series di baseball, è stato accolto dal pubblico con fischi, il grido “arrestatelo”.

“Altro che Califfo: Erdogan ora vuole isolare Kobane”

Mentre il mondo occidentale festeggia la morte di Abu Bakr al-Baghdadi, nulla sembra essere cambiato nel nord-est della Siria. La morte del Califfo è una notizia che solleva ma di certo non cambia il morale delle persone. “Ci siamo vendicati”, ha detto Redur Khalil, portavoce delle Forze Democratiche Siriane (Sdf, Syrian Democratic Forces), in una conferenza stampa domenica. Quello che rimane è una grande soddisfazione. I curdi sono stati alleati preziosi anche in questa incursione e hanno dimostrato agli americani quanto Ankara sia inaffidabile.

“Certo che siamo contenti che Baghdadi sia morto – dice un alto ufficiale –, ma siamo concentrati sull’invasione turca”. Infatti il cessate il fuoco ha trovato ben pochi riscontri e la Turchia continua ad avanzare verso Til Tamer, nella speranza di tagliare in due il territorio e isolare Kobane. Al fronte si contano molti morti, compresi una cinquantina di soldati di Assad che sono arrivati per fermare le milizie turche. Così i curdi hanno negoziato con la Russia, e ritirato parte dei loro soldati dal confine, lasciandolo a Damasco e la sua polizia di confine. Almeno per il momento. Ieri notte scadeva la nuova tregua, e nessuno sa davvero che cosa accadrà oggi. L’esercito Usa, con un clamoroso passo indietro, sta rimandando indietro i soldati. Sono due giorni che intere carovane continuano ad arrivare dall’Iraq. Passano le città principali davanti agli occhi sbigottiti della gente. Ufficialmente tornano per il petrolio, ma in realtà saranno ridistribuiti sul territorio. Questo ritorn non aiuta il morale dei curdi. “Qui, in realtà non c’è nulla da festeggiare”.

In una regione in cui le teorie del complotto sono all’ordine del giorno, quella che il presidente americano Trump abbia venduto il Rojava, la regione del nord est della Siria a prevalenza curda, per la testa del Califfo proprio non trova riscontri. Anzi. “Non è assolutamente così”, sostiene ancora l’ufficiale curdo; questo non vuol dire che non si sentano traditi, ma su questo punto sono fermissimi. “Baghdadi e il suo braccio destro si nascondevano in zone sotto il controllo della Turchia, ma Erdogan non lo ha mai detto. Siamo stati noi a rivelare le coordinate”. E infatti vedono questa operazione militare – chiamata Kayla Mueller in onore della donna americana fatta prigioniera e uccisa dall’Isis – proprio come una vendetta, “nella speranza che il mondo possa finalmente aprire gli occhi”. Le prime notizie pubbliche sulla posizione di Baghdadi le aveva date proprio Khalil, subito dopo la battaglia di Baghouz che aveva segnato la sconfitta militare di Daesh, a fine marzo. Sono seguiti mesi di raccolta di dati, pedinamenti, e controlli. I curdi in prima linea. Poi, una delle mogli di Baghdadi è stata arrestata e interrogata nel Kurdistan iracheno. Pare sia stata lei a dare un’ulteriore conferma su dove si trovasse il marito. A fine settembre tutto era pronto. L’operazione stava per avere luce verde, quando il 6 ottobre è cambiato tutto. Donald Trump decide di ritirare le truppe dalla Siria, senza consultarsi con i suoi, dando di fatto il via libera al presidente Raceep Erdogan di invadere il nord-est della Siria.

Al Pentagono, racconta il New York Times, non sanno come procedere, devono fermare tutto e ripensare l’operazione. Quello che è chiaro, è che non possono condividere le informazioni con l’alleato Nato. Sembra una situazione simile a quella vissuta con Osama bin Laden, in cui gli americani hanno deciso di tenere all’oscuro il Pakistan per timore di una soffiata.

Come con Bin Laden, sembra evidente che per Ankara fosse quasi impossibile non sapere della permanenza del leader dell’Isis in una zona della Siria controllata dalla Turchia, a tre chilometri dal confine, e soprattutto di fianco a una base militare. La stessa cosa vale per il portavoce e braccio destro Abu al-Hassan al-Muhajir, ucciso meno di dodici ore dopo il suo capo. Al-Muhajir si trovava in un villaggio nella zona di Jarablus, invasa dalla Turchia nel 2016, durante l’operazione “Euphrates Shield”, e negli ultimi tre anni sotto il controllo delle milizie collegate ad Ankara. Senza contare che sabato notte, invece di partire dalla base Incerlik, in Turchia, a meno di 100 chilometri dal bersaglio, la squadra Delta Force incaricata del raid è partita dal Kurdistan Iracheno, quasi a 700 chilometri di distanza, e il volo è diventato la parte più sensibile dell’operazione. Tanto che Trump ha ringraziato Ankara per “non aver abbattuto i nostri elicotteri”. Il Pentagono ha informato Ankara a operazione iniziata. I resti del Califfo sono stati dispersi in mare, secondo gli Usa